True
2025-03-28
Dati privati online: altri guai per Waltz & C.
Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Mike Waltz e il segretario alla Difesa Pete Hegseth (Ansa)
Lo scandalo Signalgate, più comunemente noto come chatgate, deflagrato due giorni fa negli Stati Uniti, è destinato ad allargarsi. Dopo la pubblicazione da parte della rivista The Atlantic delle informazioni dettagliate di intelligence contenute in una chat sull’app di messaggistica Signal, riguardanti l’operazione militare americana effettuata lo scorso 15 marzo in Yemen per colpire i miliziani degli Huthi nel Mar Rosso, diversi dati personali di tutti gli alti funzionari della sicurezza nazionale Usa coinvolti nella conversazione sarebbero finiti sul dark Web: dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, al consigliere per la Sicurezza, Mike Waltz, alla direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard. Tutti spiati e hackerati, al punto che informazioni private come dati di accesso ai profili social, numeri di telefono, indirizzi mail, diverse password e perfino contatti associati a profili Whatsapp, Signal e Linkedin, che risulterebbero ancora attivi, sarebbero contenuti in database accessibili attraverso i motori di ricerca commerciali. A rivelare l’indiscrezione è stato ieri lo Spiegel, secondo cui «servizi segreti ostili potrebbero utilizzare questi dati pubblicamente accessibili per violare le comunicazioni delle persone coinvolte, installando spyware sui loro dispositivi», si legge nell’inchiesta pubblicata ieri dal sito di informazione tedesco. «È dunque plausibile che agenti stranieri abbiano avuto accesso alla chat su Signal in cui Gabbard, Waltz ed Hegseth discutevano di un attacco militare». Nello specifico, i giornalisti dello Spiegel hanno affermato di aver reperito i dati di Waltz ed Hegseth attraverso una semplice ricerca sui principali browser commerciali; mentre le informazioni di contatto della Gabbard, che risultavano maggiormente protette, sono comparse su piattaforme come Wikileaks e Reddit.
Da Washington la Casa Bianca, che aveva comunque confermato l’esistenza della chat, negando tuttavia la condivisione di dati classificati, ha annunciato cambiamenti e fatto sapere di essere al lavoro per limitare i danni grazie al lavoro perentorio di un team scelto direttamente dal presidente Donald Trump: «Non abbiamo mai negato che si sia trattato di un errore e il consigliere per la Sicurezza nazionale se ne è assunto la responsabilità. E abbiamo detto che stiamo apportando delle modifiche. Stiamo esaminando la questione per assicurarci che non possa mai più accadere», ha affermato la portavoce, Karoline Leavitt. Ad assumersi piena responsabilità, per ora, è stato appunto Waltz: «Ho creato il gruppo e il mio compito è assicurarmi che tutto sia coordinato», ha dichiarato a Fox News. Il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa ha inoltre fornito una spiegazione in merito alla presenza, all’interno della chat Signal, del direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg, dicendo di non conoscerlo personalmente, di non averlo mai visto nel gruppo e che sembrava qualcun altro: «Vi è mai capitato di avere tra i contatti il nome di qualcuno e il numero di un altro? Così per questo non mi sono accorto che questo fallito era nel gruppo. È imbarazzante, sì. Andremo a fondo della questione», ha promesso Waltz, il quale ha riferito di aver interpellato Elon Musk, affinché possa contribuire alle indagini su come una tale fuga di notizie sia stata possibile: «Abbiamo le migliori menti tecniche che stanno esaminando come è successo». Dal canto suo Goldberg, accusato dalla Casa Bianca di essere «un giornalista disonesto e screditato», ha negato di essersi intrufolato furtivamente all’interno del gruppo in cui c’erano, oltre ai già citati, anche il vicepresidente, J.D. Vance, il segretario di Stato, Marco Rubio, e il capo della Cia, John Ratcliffe. Il direttore della rivista ha raccontato di essersi trovato «casualmente» inserito nel gruppo e di aver accettato un invito di accesso.
Tutta questa vicenda, ovviamente, è stata colta dall’opposizione per attaccare l’amministrazione Trump, con il leader della minoranza della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, il dem Hakeem Jeffries, che ha chiesto le dimissioni o il licenziamento di Hegseth. Secondo Rubio e Gabbard si è trattato di un grosso errore commesso da qualcuno; mentre, per il direttore della Cia Ratcliffe, «ciò che conta è il successo della missione» e che «non sia stata trasferita alcuna informazione riservata».
Il senatore del Partito democratico, nonché presidente della commissione Intelligence al Senato, Mark Warner, nel corso dell’audizione che si è tenuta ieri al Congresso, ha definito quanto accaduto un «comportamento sciatto, negligente e incompetente» e affermato che «se l’errore fosse stato commesso da ufficiali militari o dai servizi segreti, sarebbero stati tutti licenziati».
Il caso ora potrebbe finire in tribunale, visto che i protagonisti di questa storia, Hegseth, Gabbard, Waltz, Rubio e Ratcliff, sono stati citati in giudizio dal gruppo di controllo governativo American Oversight, accusati di violazione delle leggi federali sulla conservazione degli atti governativi e decisioni sensibili sulla sicurezza nazionale di alto livello attraverso l’utilizzo di Signal.
Ora è Putin a gelare la Groenlandia: «Annessione? Gli Usa sono seri»
La questione della Groenlandia continua a tenere banco, con il continuo botta e risposta tra Stati Uniti e Danimarca. Ma anche la Russia non ha potuto fare a meno di esprimere la propria visione in merito, a riprova che la rotta artica rientra anche nella sfera di interesse di Mosca. Il presidente Vladimir Putin, stando a quanto riportato dall’agenzia Interfax, ha dichiarato ieri: «Tutti sono ben consapevoli dei piani degli Stati Uniti per annettere la Groenlandia», aggiungendo: «È profondamente sbagliato credere che si tratti di una sorta di discorso stravagante della nuova amministrazione americana. Stiamo parlando di piani seri da parte americana riguardo alla Groenlandia».
Mentre oggi è atteso l’arrivo nell’isola del vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, per visitare la base militare americana di Pituffik, ieri è partita, senza sorprese, la ferma condanna da parte della Danimarca delle ultime dichiarazioni del presidente americano, Donald Trump. «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale», aveva detto mercoledì il tycoon, ribadendo: «È un’isola di cui abbiamo bisogno da un punto di vista difensivo e offensivo». Il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, ieri ha replicato: «Queste dichiarazioni molto forti su uno stretto alleato non si addicono al presidente degli Stati Uniti», stigmatizzando l’«escalation da parte americana».
Nelle priorità della sicurezza nazionale statunitense rientra anche la frontiera Sud. Dall’annuncio dello stato di emergenza, firmato da Trump già il 20 gennaio, non si è perso tempo. E dopo l’invio di truppe e il dispiegamento di droni al confine con il Messico, per fermare l’immigrazione clandestina e il traffico di droga, secondo Reuters, l’amministrazione avrebbe avviato un’ulteriore iniziativa. La Casa Bianca avrebbe infatti richiesto a due agenzie di intelligence di sorvegliare il confine tra Usa e Messico con i satelliti. Le due società, ovvero la National geospatial intelligence agency (Nga) e la National reconnaissance office (Nro), supervisionano già i satelliti spia e studiano le immagini anche per il Pentagono. La Nga, interpellata dall’agenzia di stampa britannica, pur non rivelando i dettagli, ha ammesso di aver creato una task force al fine di gestire il proprio «supporto alla missione di confine degli Usa». Un’affermazione simile è arrivata anche da parte della Nro, che ha dichiarato di lavorare con dipartimento della Difesa americano «per proteggere i confini degli Stati Uniti».
Secondo due fonti, gli Usa sarebbero così in grado di identificare i clandestini lungo il confine scandagliando le immagini satellitari grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. Ma, oltre alle due agenzie, ci sarebbero diversi appaltatori della Difesa in trattativa con il governo americano per rafforzare la sicurezza lungo il territorio che divide i due Stati, ovviamente con il supporto tecnologico.
Proprio dal confine Sud, tra il 2022 il 2025, sono stati 178.000 i cittadini cinesi che hanno tentato l’attraversamento della frontiera meridionale per cercare di arrivare negli Usa. A comunicarlo è stato il direttore dell’Fbi, Kash Patel, che ha riconosciuto il calo degli attraversamenti illegali grazie all’aumento di risorse da parte del governo americano. Ma Patel, secondo quanto riportato da Fox News, avrebbe anche avvertito che Pechino e Mosca, visto l’incremento della sicurezza al Sud, potrebbero destabilizzare il confine Nord tra Usa e Canada, dato che «il nemico si adatta».
Continua a leggereRiduci
Mentre la Casa Bianca è in imbarazzo per il chatgate, che rischia di finire anche in tribunale, lo «Spiegel» rivela che, sul dark Web, si trovano mail, password e numeri del consigliere per la Sicurezza, di Hegseth (Pentagono) e della Gabbard (capo dell’intelligence).Oggi la visita di Vance in Groenlandia, danesi stizziti. Trump sorveglia il confine messicano coi satelliti.Lo speciale contiene due articoli.Lo scandalo Signalgate, più comunemente noto come chatgate, deflagrato due giorni fa negli Stati Uniti, è destinato ad allargarsi. Dopo la pubblicazione da parte della rivista The Atlantic delle informazioni dettagliate di intelligence contenute in una chat sull’app di messaggistica Signal, riguardanti l’operazione militare americana effettuata lo scorso 15 marzo in Yemen per colpire i miliziani degli Huthi nel Mar Rosso, diversi dati personali di tutti gli alti funzionari della sicurezza nazionale Usa coinvolti nella conversazione sarebbero finiti sul dark Web: dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, al consigliere per la Sicurezza, Mike Waltz, alla direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard. Tutti spiati e hackerati, al punto che informazioni private come dati di accesso ai profili social, numeri di telefono, indirizzi mail, diverse password e perfino contatti associati a profili Whatsapp, Signal e Linkedin, che risulterebbero ancora attivi, sarebbero contenuti in database accessibili attraverso i motori di ricerca commerciali. A rivelare l’indiscrezione è stato ieri lo Spiegel, secondo cui «servizi segreti ostili potrebbero utilizzare questi dati pubblicamente accessibili per violare le comunicazioni delle persone coinvolte, installando spyware sui loro dispositivi», si legge nell’inchiesta pubblicata ieri dal sito di informazione tedesco. «È dunque plausibile che agenti stranieri abbiano avuto accesso alla chat su Signal in cui Gabbard, Waltz ed Hegseth discutevano di un attacco militare». Nello specifico, i giornalisti dello Spiegel hanno affermato di aver reperito i dati di Waltz ed Hegseth attraverso una semplice ricerca sui principali browser commerciali; mentre le informazioni di contatto della Gabbard, che risultavano maggiormente protette, sono comparse su piattaforme come Wikileaks e Reddit.Da Washington la Casa Bianca, che aveva comunque confermato l’esistenza della chat, negando tuttavia la condivisione di dati classificati, ha annunciato cambiamenti e fatto sapere di essere al lavoro per limitare i danni grazie al lavoro perentorio di un team scelto direttamente dal presidente Donald Trump: «Non abbiamo mai negato che si sia trattato di un errore e il consigliere per la Sicurezza nazionale se ne è assunto la responsabilità. E abbiamo detto che stiamo apportando delle modifiche. Stiamo esaminando la questione per assicurarci che non possa mai più accadere», ha affermato la portavoce, Karoline Leavitt. Ad assumersi piena responsabilità, per ora, è stato appunto Waltz: «Ho creato il gruppo e il mio compito è assicurarmi che tutto sia coordinato», ha dichiarato a Fox News. Il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa ha inoltre fornito una spiegazione in merito alla presenza, all’interno della chat Signal, del direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg, dicendo di non conoscerlo personalmente, di non averlo mai visto nel gruppo e che sembrava qualcun altro: «Vi è mai capitato di avere tra i contatti il nome di qualcuno e il numero di un altro? Così per questo non mi sono accorto che questo fallito era nel gruppo. È imbarazzante, sì. Andremo a fondo della questione», ha promesso Waltz, il quale ha riferito di aver interpellato Elon Musk, affinché possa contribuire alle indagini su come una tale fuga di notizie sia stata possibile: «Abbiamo le migliori menti tecniche che stanno esaminando come è successo». Dal canto suo Goldberg, accusato dalla Casa Bianca di essere «un giornalista disonesto e screditato», ha negato di essersi intrufolato furtivamente all’interno del gruppo in cui c’erano, oltre ai già citati, anche il vicepresidente, J.D. Vance, il segretario di Stato, Marco Rubio, e il capo della Cia, John Ratcliffe. Il direttore della rivista ha raccontato di essersi trovato «casualmente» inserito nel gruppo e di aver accettato un invito di accesso. Tutta questa vicenda, ovviamente, è stata colta dall’opposizione per attaccare l’amministrazione Trump, con il leader della minoranza della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, il dem Hakeem Jeffries, che ha chiesto le dimissioni o il licenziamento di Hegseth. Secondo Rubio e Gabbard si è trattato di un grosso errore commesso da qualcuno; mentre, per il direttore della Cia Ratcliffe, «ciò che conta è il successo della missione» e che «non sia stata trasferita alcuna informazione riservata».Il senatore del Partito democratico, nonché presidente della commissione Intelligence al Senato, Mark Warner, nel corso dell’audizione che si è tenuta ieri al Congresso, ha definito quanto accaduto un «comportamento sciatto, negligente e incompetente» e affermato che «se l’errore fosse stato commesso da ufficiali militari o dai servizi segreti, sarebbero stati tutti licenziati».Il caso ora potrebbe finire in tribunale, visto che i protagonisti di questa storia, Hegseth, Gabbard, Waltz, Rubio e Ratcliff, sono stati citati in giudizio dal gruppo di controllo governativo American Oversight, accusati di violazione delle leggi federali sulla conservazione degli atti governativi e decisioni sensibili sulla sicurezza nazionale di alto livello attraverso l’utilizzo di Signal.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chatgate-altri-guai-per-waltz-2671624257.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-e-putin-a-gelare-la-groenlandia-annessione-gli-usa-sono-seri" data-post-id="2671624257" data-published-at="1743148228" data-use-pagination="False"> Ora è Putin a gelare la Groenlandia: «Annessione? Gli Usa sono seri» La questione della Groenlandia continua a tenere banco, con il continuo botta e risposta tra Stati Uniti e Danimarca. Ma anche la Russia non ha potuto fare a meno di esprimere la propria visione in merito, a riprova che la rotta artica rientra anche nella sfera di interesse di Mosca. Il presidente Vladimir Putin, stando a quanto riportato dall’agenzia Interfax, ha dichiarato ieri: «Tutti sono ben consapevoli dei piani degli Stati Uniti per annettere la Groenlandia», aggiungendo: «È profondamente sbagliato credere che si tratti di una sorta di discorso stravagante della nuova amministrazione americana. Stiamo parlando di piani seri da parte americana riguardo alla Groenlandia». Mentre oggi è atteso l’arrivo nell’isola del vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, per visitare la base militare americana di Pituffik, ieri è partita, senza sorprese, la ferma condanna da parte della Danimarca delle ultime dichiarazioni del presidente americano, Donald Trump. «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale», aveva detto mercoledì il tycoon, ribadendo: «È un’isola di cui abbiamo bisogno da un punto di vista difensivo e offensivo». Il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, ieri ha replicato: «Queste dichiarazioni molto forti su uno stretto alleato non si addicono al presidente degli Stati Uniti», stigmatizzando l’«escalation da parte americana». Nelle priorità della sicurezza nazionale statunitense rientra anche la frontiera Sud. Dall’annuncio dello stato di emergenza, firmato da Trump già il 20 gennaio, non si è perso tempo. E dopo l’invio di truppe e il dispiegamento di droni al confine con il Messico, per fermare l’immigrazione clandestina e il traffico di droga, secondo Reuters, l’amministrazione avrebbe avviato un’ulteriore iniziativa. La Casa Bianca avrebbe infatti richiesto a due agenzie di intelligence di sorvegliare il confine tra Usa e Messico con i satelliti. Le due società, ovvero la National geospatial intelligence agency (Nga) e la National reconnaissance office (Nro), supervisionano già i satelliti spia e studiano le immagini anche per il Pentagono. La Nga, interpellata dall’agenzia di stampa britannica, pur non rivelando i dettagli, ha ammesso di aver creato una task force al fine di gestire il proprio «supporto alla missione di confine degli Usa». Un’affermazione simile è arrivata anche da parte della Nro, che ha dichiarato di lavorare con dipartimento della Difesa americano «per proteggere i confini degli Stati Uniti». Secondo due fonti, gli Usa sarebbero così in grado di identificare i clandestini lungo il confine scandagliando le immagini satellitari grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. Ma, oltre alle due agenzie, ci sarebbero diversi appaltatori della Difesa in trattativa con il governo americano per rafforzare la sicurezza lungo il territorio che divide i due Stati, ovviamente con il supporto tecnologico. Proprio dal confine Sud, tra il 2022 il 2025, sono stati 178.000 i cittadini cinesi che hanno tentato l’attraversamento della frontiera meridionale per cercare di arrivare negli Usa. A comunicarlo è stato il direttore dell’Fbi, Kash Patel, che ha riconosciuto il calo degli attraversamenti illegali grazie all’aumento di risorse da parte del governo americano. Ma Patel, secondo quanto riportato da Fox News, avrebbe anche avvertito che Pechino e Mosca, visto l’incremento della sicurezza al Sud, potrebbero destabilizzare il confine Nord tra Usa e Canada, dato che «il nemico si adatta».
Papa Leone XIV (Ansa)
«Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me», ha spiegato il Santo Padre. Con rammarico, Leone XIV ha osservato come gran parte del dibattito mediatico si sia concentrato su sterili polemiche: «Ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto». Il Papa ha citato come esempio il suo discorso all’Incontro di preghiera per la pace del 16 aprile, chiarendo che esso «era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Queste precisazioni servono a riaffermare l’identità profonda della sua missione: Leone XIV non viaggia come un attore politico in cerca di scontro, ma come pastore e capo della Chiesa cattolica, giunto in Africa per incoraggiare e accompagnare i fedeli. In questo solco si inserisce la denuncia verso un mondo minacciato da logiche di potere; il Papa ha ribadito che il suo monito contro chi pensa di dominare i popoli non era un attacco personale a Trump, ma un richiamo universale rivolto a chiunque preferisca la violenza e il soggiogamento al servizio del bene comune.
Il legame tra missione spirituale e impegno civile è stato al centro dell’omelia pronunciata all’aeroporto di Yaoundé prima di lasciare il Camerun. Qui il Papa ha ricordato che «la fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli». Per Leone XIV, la fede e la teologia non sono astrazioni lontane dalla realtà, ma dimensioni che devono informare la politica intesa come ricerca della giustizia e dell’ordine sociale. La Chiesa non mira a occupare spazi di potere, ma a formare le coscienze affinché i cristiani, specialmente i laici, possano agire nella sfera pubblica illuminati da criteri morali solidi e razionali.
Il Papa è atterrato in un’Angola dai forti contrasti: se da un lato la capitale Luanda mostra il volto moderno dei grattacieli e del lungomare, dall’altro le sue periferie sono segnate da strade sterrate e una povertà estrema, dove la popolazione vive di piccoli espedienti. In questo contesto, la Chiesa angolana opera come «terra di missione», occupandosi di istruzione e assistenza in quartieri dove spesso mancano infrastrutture e servizi.
Accolto dal presidente João Manuel Gonçalves Lourenço, Leone XIV ha poi rivolto alle autorità un discorso denso di speranza e avvertimenti. Ha elogiato la gioia del popolo angolano, definendola una virtù «politica»; ha denunciato con forza la «logica estrattivistica» che alimenta modelli di sviluppo escludenti e causa catastrofi sociali. Infine, ha rivolto un appello alla classe dirigente affinché non tema il dissenso e sappia trasformare i conflitti in percorsi di rinnovamento, mettendo il bene comune sopra gli interessi di parte.
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini alla manifestazione dei Patrioti a Milano (Ansa)
A Milano, sotto la Madonnina, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha provato a dare alla piazza dei Patrioti un respiro più largo della sola battaglia sull’immigrazione, incorniciando la manifestazione dentro una critica complessiva a Bruxelles, alle sue politiche economiche, energetiche e militari.
Dal palco di piazza Duomo, il ministro ai Trasporti ha attaccato la linea europea sulla crisi energetica, accusando l’Ue di voler affrontare l’emergenza con «un nuovo lockdown» e sostenendo che, per reagire davvero, bisogna prima di tutto sospendere le regole del Patto di stabilità e permettere di usare «i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Salvini ha richiamato anche le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini («Bisogna cambiare chi governa questa Europa») per rafforzare l’idea di una rottura ormai necessaria con l’attuale classe dirigente europea. Da qui la proposta politica più netta: se gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano commercio e acquisto di petrolio russo, allora deve farlo anche Bruxelles. «Se lo fanno a Washington, lo devono fare anche a Bruxelles», ha detto, rilanciando la richiesta di tornare a prendere gas e petrolio da tutto il mondo, «Russia compresa», pur di non chiudere scuole, fabbriche e ospedali e non scaricare la crisi su famiglie e imprese.
Nello stesso passaggio Salvini ha confermato anche il suo no all’esercito europeo e ha attaccato Commissione europea e Fondo monetario internazionale, definiti una «accoppiata malefica». Piazza Duomo è gremita, ci sono almeno 10.000 persone. «Più di quante ci aspettavamo», dicono gli organizzatori. Ci sono anche storici leghisti come Roberto Calderoli, che compie 70 anni, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga.
Ma quel quadro economico e geopolitico serviva in realtà a introdurre il cuore ideologico della manifestazione: la convinzione, ripetuta in forme diverse da quasi tutti gli ospiti, che l’Europa stia vivendo una crisi di civiltà e che il punto da cui ripartire sia la difesa della propria identità storica e cristiana contro l’immigrazione di massa, contro l’islam politico e contro il progressismo culturale che avrebbe disarmato il continente. La piazza dei Patrioti ha tenuto insieme tutto questo, trasformando l’area davanti al Duomo in una vetrina europea della destra sovranista e identitaria, dove ogni intervento ha aggiunto un tassello a una stessa narrazione.
Il ministro Giuseppe Valditara ha dato a questo impianto la forma più istituzionale. Ha parlato dell’«orgoglio di una patria», della sua difesa come «sacro dovere» e di un «sano patriottismo» distinto dal nazionalismo aggressivo. Poi ha legato il tema dell’integrazione al rispetto delle leggi e delle regole, fino all’attacco contro schwa, asterischi e generi neutri, giudicati un’offesa alla dignità di uomini e donne. Il giornalista Mario Giordano ha usato, invece, il registro più duro e polemico. Ha contestato la retorica dell’immigrazione come risorsa, l’ha definita un vantaggio per trafficanti, mafie e per il «business della solidarietà», e ha parlato dell’Europa cristiana come di una civiltà che non può accettare la sostituzione delle sue chiese e dei suoi simboli con moschee e sharia. Geert Wilders ha costruito tutto il suo intervento nel nome di Oriana Fallaci, presentata come la voce che aveva capito tutto con decenni di anticipo. Ha parlato di città europee ormai divise in «città nella città» governate dal Corano, ha evocato la jihad come minaccia e ha chiuso con il doppio richiamo alla Fallaci e a Giovanni Paolo II, trasformando la sua presenza in un manifesto di resistenza identitaria. Tom Van Grieken ha parlato di un’Europa che si sta spegnendo e ha citato Milano come città dove una giovane donna ha paura a tornare a casa da sola. Andrej Babiš ha insistito su confini e sovranità, Jordan Bardella ha richiamato le radici comuni di Francia e Italia annunciando che, alle prossime presidenziali, Emmanuel Macron sarà spazzato via dal Rassemblment National; Martin Helme ha denunciato l’Europa delle interferenze contro i governi sovranisti, mentre Afroditi Latinopoulou ha liquidato la sinistra come «un cancro».
A tirare le somme è stato ancora Salvini, che ha parlato dei Patrioti come di «una famiglia», ha ricordato Umberto Bossi e salutato Viktor Orbán. Ma il punto finale non era l’Europa astratta: era Milano, vera protagonista implicito della giornata, raccontata dalla destra come città insicura, snaturata e ostaggio del degrado. I segnali si erano visti già nel corteo partito da Porta Venezia, tra slogan come «Europa cristiana, mai musulmana», attacchi a Von der Leyen e il passaggio davanti a Palazzo Marino, quando Alessandro Corbetta aveva lanciato dal megafono il suo «un bel saluto a Beppe Sala». Da lì in poi, lo scontro con l’amministrazione milanese è entrato nel cuore del comizio. Salvini ha attaccato «certa sinistra che ha l’aggettivo democratico nel nome», ha salutato polemicamente «il sindaco Sala e i centri sociali» e nel finale dal palco è stato scandito il coro «Sala, Sala, vaffanculo». La chiusura è stata netta: «Da milanese, non mi basterà vincere le elezioni politiche». Il vero obiettivo, ha detto, è tornare a vincere le comunali e governare Palazzo Marino dopo 15 anni.
Vandalismi e bottigliate agli agenti. Triste show dei fan dei clandestini
Scene di ordinaria follia cadenzate da momenti in cui la tensione e la preoccupazione hanno raggiunto l’apice. Atti vandalici contro le forze dell’ordine, lancio di bottiglie, di fumogeni, scritte oltraggiose contro il vicepremier Matteo Salvini e contro la polizia. È questo il triste bilancio dello «scontro» tra i manifestanti di area antagonista e le forze dell’ordine, avvenuto nel corso del corteo contro il raduno dei Patrioti europei in corso in piazza Duomo.
Tre contro-manifestazioni hanno preso il via ieri per «bloccare» l’iniziativa della Lega in piazza Duomo partendo da tre luoghi diversi per poi confluire in un unico punto. Ma sin dai primi istanti si è registrata un’escalation della tensione. In particolare, all’angolo tra via Mascagni e via Visconti di Modrone, i manifestanti, oltre 500, hanno proseguito dritto verso il centro, in largo Toscanini, blindato con i mezzi alari. A un certo punto, gli antagonisti in testa, incappucciati e coperti da un lungo striscione protettivo con scritto «Ieri partigiani oggi antifascisti», hanno lanciato fumogeni e bottiglie di vetro contro le forze dell’ordine, inneggiando cori contro la polizia. Gli agenti sono riusciti a bloccare oltre 100 manifestanti soltanto con gli idranti. Loro, intanto, proseguivano urlando «Servi dello Stato» e «Fuori i fascisti da Milano».
Ma le tensioni non sono finite. Infatti, dietro uno striscione rinforzato, un gruppo formato da militanti dei centri sociali Lambretta e Zam ha cercato in ogni modo di avvicinarsi allo sbarramento che si trovava in via Borgogna ,all’altezza di piazza San Babila. I manifestanti hanno iniziato a lanciare petardi e fumogeni in direzione delle barriere mobili e dei mezzi blindati. Diversi i cori di insulti alle forze dell’ordine intonati durante i cortei. Il momento di tensione è durato qualche minuto prima che il serpentone ripartisse su via Visconti di Modrone. Dopo il collegamento avvenuto davanti al tribunale di Milano, i manifestanti hanno raggiunto la biblioteca Sormani. Subito dopo hanno fatto una sosta e alcuni attivisti hanno lanciato messaggi di dissenso con il megafono. E sui muri dei palazzi che si affacciano sulle vie attraversate dal corteo, sono apparse alcune scritte ingiuriose nei confronti del ministro Salvini e anche contro la polizia, frasi del tipo «Salvini appeso» e «celerini lapidati».
Tutto è iniziato nelle prime ore del pomeriggio di ieri quando i manifestanti si sono dati appuntamento in tre punti diversi della città. All’altezza del palazzo di giustizia, gli antagonisti si sono uniti con i collettivi studenteschi e con i gruppi pro Pal, partiti da luoghi diversi. Il primo, in arrivo da piazza Cinque giornate, si è mosso intorno alle 14 da piazza Lima, formato da centinaia di esponenti dei centri sociali, collettivi studenteschi, Avs e Rifondazione comunista, oltre allo spezzone pro Pal che si era ritrovato in piazza Argentina. I manifestanti, in totale, sono stati circa 10.000. Il secondo corteo, in cui sfilava l’ala antagonista, era partito invece da piazza Tricolore poco prima delle 15. Dopo aver percorso via Mascagni, i manifestanti hanno proseguito su via Borgogna, bloccata dai mezzi alari del reparto mobile di Milano. Ed è stato in quel momento che sono esplose le tensioni con le forze dell’ordine con lanci di fumogeni e bottiglie. La polizia aveva predisposto un cordone con le camionette per evitare che potessero proseguire su corso Venezia e avvicinarsi a piazza Duomo. Il gruppo avrebbe poi dovuto raggiungere viale Majno, ma alcuni manifestanti hanno dato vita a un «contro cordone» all’inizio di corso Venezia. A quel punto, qualcuno ha esploso dei fuochi d’artificio, altri hanno iniziato a scrivere sull’asfalto con bombolette di spray rosso con frasi come «Milano antifascista». Poi tutto è ripreso senza disordini e il corteo ha raggiunto corso di Porta Vittoria, dove si è unito all’altro gruppo di manifestanti. Verso le 18.30, in piazza Medaglie d’Oro è giunto anche lo spezzone pro Pal. I tre cortei si sono ricomposti in un blocco unico. Davanti a Palazzo di giustizia, i manifestanti hanno scritto «Salvini ti vogliamo qui» e «Solo sì è sì», con riferimento al Ddl Bongiorno. Gli attivisti, prima di lasciare la piazza, hanno fatto sentire la loro voce: «Abbiamo bloccato la città, siamo tutti antifascisti», hanno detto al megafono.
Alla fine, hanno lanciato anche l’appuntamento con il corteo per il 25 aprile: «Ci vediamo tutti in piazza perché Milano, oggi più che mai, ha bisogno di partigiani e partigiane».
Continua a leggereRiduci
IEA: tempi lunghi per il recupero da Hormuz. La Cina diversifica e aumenta le riserve. L’Ue raccomanda austerità e taglio tasse, ma il Fmi frena. Allarme alluminio.
Lo stretto di Hormuz (Getty Images)
La tensione nello Stretto di Hormuz resta altissima dopo una giornata segnata da incidenti, minacce e nuove mosse contrapposte tra Washington e Teheran. La Repubblica islamica ha annunciato il ripristino delle restrizioni al traffico marittimo, accusando gli Stati Uniti di non aver rispettato gli impegni e di proseguire con un blocco navale ritenuto illegittimo. Secondo il comando militare Khatam al-Anbiya, citato da Tasnim, l’Iran aveva inizialmente autorizzato un passaggio limitato e controllato di petroliere e navi mercantili sulla base degli accordi emersi nei colloqui. Una concessione definita «in buona fede», ma che sarebbe stata compromessa dal comportamento americano. «Gli Stati Uniti continuano a compiere azioni assimilabili a pirateria», si legge nella nota, che sancisce il ritorno a un controllo rigido dello stretto da parte delle forze armate iraniane. Sul piano politico, lo scontro emerge anche nelle dichiarazioni ufficiali. Il viceministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh, intervenuto ad Antalya (Turchia), ha criticato il presidente Donald Trump, accusandolo di incoerenza. «Le sue affermazioni sono contraddittorie», ha detto, riferendosi alle minacce di nuovi bombardamenti in assenza di un accordo. Teheran ribadisce che la guerra non è una soluzione, ma avverte che è pronta a difendersi «fino all’ultimo».
Il nodo resta quello nucleare. Washington punta a neutralizzare le scorte di uranio arricchito iraniano, stimate in circa 440 chilogrammi. Una linea respinta da Teheran e che blocca ogni ipotesi di negoziati diretti, giudicati prematuri finché gli Stati Uniti manterranno una posizione ritenuta «massimalista». Nel frattempo arrivano segnali di escalation. In un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei si sottolinea la capacità delle forze armate di colpire i nemici con rapidità, in un contesto aggravato dalla sua prolungata assenza pubblica. Sul piano operativo, il traffico resta instabile. Dopo una breve riapertura seguita a 50 giorni di blocco, oltre una dozzina di petroliere ha attraversato lo stretto, in gran parte navi datate e non occidentali. La nuova stretta ha riportato la situazione al punto di partenza. Numerose imbarcazioni hanno invertito la rotta dopo comunicazioni della marina iraniana che annunciavano la chiusura. Dall’inizio del conflitto nessun carico di Gnl ha attraversato il passaggio e centinaia di unità restano bloccate nel Golfo.
Gli episodi più gravi si sono verificati nelle ultime ore. Due navi indiane sono state costrette a cambiare direzione dopo una serie di colpi sparati dalle Guardie Rivoluzionarie. Una trasportava circa due milioni di barili di greggio iracheno. L’agenzia Uk Maritime Trade Operations ha segnalato anche una portacontainer colpita da un proiettile, con danni limitati. Lo stesso centro ha riferito di un ulteriore episodio sospetto al largo dell’Oman, dove il comandante di una nave da crociera ha segnalato un impatto in acqua nelle vicinanze, terzo evento nelle ultime ore dopo gli attacchi e le manovre di interdizione attribuite alle unità dei pasdaran. L’episodio ha provocato una reazione diplomatica immediata. Il governo dell’India ha convocato l’ambasciatore iraniano per esprimere una protesta formale e chiedere garanzie sulla sicurezza della navigazione, sottolineando i rischi per i propri approvvigionamenti energetici. Secondo fonti statunitensi, almeno tre attacchi contro navi civili sarebbero stati registrati in poche ore. Il comando Centcom ha confermato l’applicazione del blocco marittimo: dall’inizio dell’operazione, 23 navi hanno ricevuto l’ordine di invertire la rotta mentre tentavano di raggiungere porti o aree costiere iraniane. Secondo il Wall Street Journal, la Marina statunitense sarebbe pronta ad ampliare il blocco con abbordaggi e sequestri di petroliere legate a Teheran anche in acque internazionali. Una mossa ad alto rischio: potrebbe essere vista dall’Iran come un atto ostile diretto, con possibili reazioni militari immediate e un’escalation nello Stretto di Hormuz. Le conseguenze si estenderebbero ai mercati globali, con impatti su petrolio, traffici energetici e stabilità economica. Teheran ha intanto chiarito la propria linea. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha dichiarato che manterrà il controllo dello stretto «fino alla conclusione definitiva della guerra» e che sta esaminando nuove proposte statunitensi trasmesse tramite il Pakistan, senza aver ancora risposto. Lo stesso organo ha avvertito che il blocco navale americano sarà considerato «una violazione del cessate il fuoco».
Inoltre, è stata introdotta una nuova misura: «Le navi devono pagare tasse per la sicurezza e la protezione ambientale per poter attraversare lo Stretto di Hormuz», ha dichiarato il Consiglio, rafforzando ulteriormente il controllo iraniano sulla rotta. Il quadro resta estremamente fluido. Tra pressioni militari, tensioni diplomatiche e interessi energetici globali, ogni decisione può avere effetti immediati. Nulla è stabilizzato e tutto può cambiare rapidamente.
Il braccio di ferro sullo Stretto: i due blocchi alla prova dei fatti
Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso, riaperto e nuovamente chiuso. La guida suprema, Mojtaba Khamenei, nel pomeriggio di ieri ha dichiarato: «La Marina iraniana è pronta a infliggere amare sconfitte e a richiudere il passaggio marittimo se continuerà il blocco dei porti imposto da Washington». Mentre il presidente Usa Donald Trump ha detto che manterrà il blocco dei porti iraniani se non sarà raggiunto un accordo di pace, ricordando che potrebbe non rinnovare il cessate il fuoco dopo mercoledì prossimo. Le sue parole: «Non permetteremo all’Iran di vendere petrolio a chi gli fa comodo e non a chi non gli piace». L’impressione è che Trump voglia portare a casa un successo strategico e diplomatico, ma che lo stia perseguendo in modo caotico.
La realtà, nel momento in cui scriviamo, è che i blocchi in atto sono due. Uno attuato, tolto e ora rimesso da Teheran mediante le forze militari Irgc, l’altro attuato da Washington con la Marina militare e applicato ai movimenti dai porti iraniani di navi militari e di quelle civili ma sospettate di trasportare componenti per uso militare. Domenica scorsa, Trump aveva minacciato di vietare il transito con queste parole: «Fermeremo le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz e chiunque attaccherà navi americane sarà fatto saltare in aria». Tuttavia, quanto annunciato è impossibile da fare: la stessa Us Navy aveva subito detto che avrebbe bloccato soltanto le navi in transito nei porti iraniani, permettendo invece il passaggio di quelle dirette verso i porti degli alleati degli Usa nel Golfo. Inoltre, che il blocco sarebbe stato applicato al Golfo Persico e al Golfo dell’Oman, collegati appunto dallo Stretto di Hormuz. Il tutto solo nelle acque a Est dello Stretto, ovvero dalla parte iraniana.
Stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, la riapertura era stata uno dei punti critici nei negoziati dello scorso fine settimana, quando Teheran voleva mantenere il controllo della via navigabile anche dopo la fine della guerra tassando fino a 2 milioni di dollari ogni nave. Trump e altri leader avevano definito tale proposta «un attacco alla libertà di navigazione». A oggi le forze armate Usa non hanno ancora fornito dettagli sulle regole d’ingaggio, il numero delle unità da guerra che imporranno lo stop, se saranno usati velivoli d’attacco e se qualche alleato prenderà parte all’iniziativa. Di certo l’Us Navy non prenderà mai di mira petroliere cariche causando un disastro ambientale; così come sarebbe costoso e rischioso mandare squadre d’abbordaggio armate per prendere il controllo delle navi. Senza evitare che ogni presenza navale statunitense in aree vicine all’Iran la trasformerebbe in bersaglio.
Precludere la navigazione alle navi che trasportano petrolio iraniano significa tagliare una delle principali fonti di finanziamento del regime degli Ayatollah, e a farne le spese, finora, sono state soprattutto Cina e India. I porti bloccati sono quelli al confine tra Iran e Iraq, quindi Khorramshahr, Imam Khomeini, Mahshahr, Kharg, Bushehr, Asaluyeh e le isole di Lavan e Siri. Poi, un po’ più a Est, il porto di Bandar Abbas e ancora più a Est Chabahar, vicino al Pakistan. Da parte loro, le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato che qualsiasi nave da guerra che si avvicini allo Stretto per imporre il blocco sarà colpita. Hanno inoltre affermato che lo Stretto rimane sotto il loro controllo.
Dunque tanti proclami, ma per fortuna pochi spari. Mercoledì 22 aprile scadrà la tregua mediata dal Pakistan; al momento, il Comando centrale statunitense ha reso noto che due cacciatorpediniere, la Uss Frank Peterson e la Uss Michael Murphy, hanno avviato operazioni di bonifica delle mine collocate nello Stretto. Ma in realtà le due unità operano nel Golfo Arabico, seppure nell’ambito di una missione più ampia per eliminare gli ordigni posizionati dai Pasdaran iraniani. E le immagini satellitari dell’11 aprile mostrano la portaerei Abraham Lincoln posizionata all’estremità orientale del Golfo dell’Oman, a circa 200 chilometri a Sud della costa iraniana.
Continua a leggereRiduci