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2025-03-28
Dati privati online: altri guai per Waltz & C.
Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Mike Waltz e il segretario alla Difesa Pete Hegseth (Ansa)
Lo scandalo Signalgate, più comunemente noto come chatgate, deflagrato due giorni fa negli Stati Uniti, è destinato ad allargarsi. Dopo la pubblicazione da parte della rivista The Atlantic delle informazioni dettagliate di intelligence contenute in una chat sull’app di messaggistica Signal, riguardanti l’operazione militare americana effettuata lo scorso 15 marzo in Yemen per colpire i miliziani degli Huthi nel Mar Rosso, diversi dati personali di tutti gli alti funzionari della sicurezza nazionale Usa coinvolti nella conversazione sarebbero finiti sul dark Web: dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, al consigliere per la Sicurezza, Mike Waltz, alla direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard. Tutti spiati e hackerati, al punto che informazioni private come dati di accesso ai profili social, numeri di telefono, indirizzi mail, diverse password e perfino contatti associati a profili Whatsapp, Signal e Linkedin, che risulterebbero ancora attivi, sarebbero contenuti in database accessibili attraverso i motori di ricerca commerciali. A rivelare l’indiscrezione è stato ieri lo Spiegel, secondo cui «servizi segreti ostili potrebbero utilizzare questi dati pubblicamente accessibili per violare le comunicazioni delle persone coinvolte, installando spyware sui loro dispositivi», si legge nell’inchiesta pubblicata ieri dal sito di informazione tedesco. «È dunque plausibile che agenti stranieri abbiano avuto accesso alla chat su Signal in cui Gabbard, Waltz ed Hegseth discutevano di un attacco militare». Nello specifico, i giornalisti dello Spiegel hanno affermato di aver reperito i dati di Waltz ed Hegseth attraverso una semplice ricerca sui principali browser commerciali; mentre le informazioni di contatto della Gabbard, che risultavano maggiormente protette, sono comparse su piattaforme come Wikileaks e Reddit.
Da Washington la Casa Bianca, che aveva comunque confermato l’esistenza della chat, negando tuttavia la condivisione di dati classificati, ha annunciato cambiamenti e fatto sapere di essere al lavoro per limitare i danni grazie al lavoro perentorio di un team scelto direttamente dal presidente Donald Trump: «Non abbiamo mai negato che si sia trattato di un errore e il consigliere per la Sicurezza nazionale se ne è assunto la responsabilità. E abbiamo detto che stiamo apportando delle modifiche. Stiamo esaminando la questione per assicurarci che non possa mai più accadere», ha affermato la portavoce, Karoline Leavitt. Ad assumersi piena responsabilità, per ora, è stato appunto Waltz: «Ho creato il gruppo e il mio compito è assicurarmi che tutto sia coordinato», ha dichiarato a Fox News. Il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa ha inoltre fornito una spiegazione in merito alla presenza, all’interno della chat Signal, del direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg, dicendo di non conoscerlo personalmente, di non averlo mai visto nel gruppo e che sembrava qualcun altro: «Vi è mai capitato di avere tra i contatti il nome di qualcuno e il numero di un altro? Così per questo non mi sono accorto che questo fallito era nel gruppo. È imbarazzante, sì. Andremo a fondo della questione», ha promesso Waltz, il quale ha riferito di aver interpellato Elon Musk, affinché possa contribuire alle indagini su come una tale fuga di notizie sia stata possibile: «Abbiamo le migliori menti tecniche che stanno esaminando come è successo». Dal canto suo Goldberg, accusato dalla Casa Bianca di essere «un giornalista disonesto e screditato», ha negato di essersi intrufolato furtivamente all’interno del gruppo in cui c’erano, oltre ai già citati, anche il vicepresidente, J.D. Vance, il segretario di Stato, Marco Rubio, e il capo della Cia, John Ratcliffe. Il direttore della rivista ha raccontato di essersi trovato «casualmente» inserito nel gruppo e di aver accettato un invito di accesso.
Tutta questa vicenda, ovviamente, è stata colta dall’opposizione per attaccare l’amministrazione Trump, con il leader della minoranza della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, il dem Hakeem Jeffries, che ha chiesto le dimissioni o il licenziamento di Hegseth. Secondo Rubio e Gabbard si è trattato di un grosso errore commesso da qualcuno; mentre, per il direttore della Cia Ratcliffe, «ciò che conta è il successo della missione» e che «non sia stata trasferita alcuna informazione riservata».
Il senatore del Partito democratico, nonché presidente della commissione Intelligence al Senato, Mark Warner, nel corso dell’audizione che si è tenuta ieri al Congresso, ha definito quanto accaduto un «comportamento sciatto, negligente e incompetente» e affermato che «se l’errore fosse stato commesso da ufficiali militari o dai servizi segreti, sarebbero stati tutti licenziati».
Il caso ora potrebbe finire in tribunale, visto che i protagonisti di questa storia, Hegseth, Gabbard, Waltz, Rubio e Ratcliff, sono stati citati in giudizio dal gruppo di controllo governativo American Oversight, accusati di violazione delle leggi federali sulla conservazione degli atti governativi e decisioni sensibili sulla sicurezza nazionale di alto livello attraverso l’utilizzo di Signal.
Ora è Putin a gelare la Groenlandia: «Annessione? Gli Usa sono seri»
La questione della Groenlandia continua a tenere banco, con il continuo botta e risposta tra Stati Uniti e Danimarca. Ma anche la Russia non ha potuto fare a meno di esprimere la propria visione in merito, a riprova che la rotta artica rientra anche nella sfera di interesse di Mosca. Il presidente Vladimir Putin, stando a quanto riportato dall’agenzia Interfax, ha dichiarato ieri: «Tutti sono ben consapevoli dei piani degli Stati Uniti per annettere la Groenlandia», aggiungendo: «È profondamente sbagliato credere che si tratti di una sorta di discorso stravagante della nuova amministrazione americana. Stiamo parlando di piani seri da parte americana riguardo alla Groenlandia».
Mentre oggi è atteso l’arrivo nell’isola del vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, per visitare la base militare americana di Pituffik, ieri è partita, senza sorprese, la ferma condanna da parte della Danimarca delle ultime dichiarazioni del presidente americano, Donald Trump. «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale», aveva detto mercoledì il tycoon, ribadendo: «È un’isola di cui abbiamo bisogno da un punto di vista difensivo e offensivo». Il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, ieri ha replicato: «Queste dichiarazioni molto forti su uno stretto alleato non si addicono al presidente degli Stati Uniti», stigmatizzando l’«escalation da parte americana».
Nelle priorità della sicurezza nazionale statunitense rientra anche la frontiera Sud. Dall’annuncio dello stato di emergenza, firmato da Trump già il 20 gennaio, non si è perso tempo. E dopo l’invio di truppe e il dispiegamento di droni al confine con il Messico, per fermare l’immigrazione clandestina e il traffico di droga, secondo Reuters, l’amministrazione avrebbe avviato un’ulteriore iniziativa. La Casa Bianca avrebbe infatti richiesto a due agenzie di intelligence di sorvegliare il confine tra Usa e Messico con i satelliti. Le due società, ovvero la National geospatial intelligence agency (Nga) e la National reconnaissance office (Nro), supervisionano già i satelliti spia e studiano le immagini anche per il Pentagono. La Nga, interpellata dall’agenzia di stampa britannica, pur non rivelando i dettagli, ha ammesso di aver creato una task force al fine di gestire il proprio «supporto alla missione di confine degli Usa». Un’affermazione simile è arrivata anche da parte della Nro, che ha dichiarato di lavorare con dipartimento della Difesa americano «per proteggere i confini degli Stati Uniti».
Secondo due fonti, gli Usa sarebbero così in grado di identificare i clandestini lungo il confine scandagliando le immagini satellitari grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. Ma, oltre alle due agenzie, ci sarebbero diversi appaltatori della Difesa in trattativa con il governo americano per rafforzare la sicurezza lungo il territorio che divide i due Stati, ovviamente con il supporto tecnologico.
Proprio dal confine Sud, tra il 2022 il 2025, sono stati 178.000 i cittadini cinesi che hanno tentato l’attraversamento della frontiera meridionale per cercare di arrivare negli Usa. A comunicarlo è stato il direttore dell’Fbi, Kash Patel, che ha riconosciuto il calo degli attraversamenti illegali grazie all’aumento di risorse da parte del governo americano. Ma Patel, secondo quanto riportato da Fox News, avrebbe anche avvertito che Pechino e Mosca, visto l’incremento della sicurezza al Sud, potrebbero destabilizzare il confine Nord tra Usa e Canada, dato che «il nemico si adatta».
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Mentre la Casa Bianca è in imbarazzo per il chatgate, che rischia di finire anche in tribunale, lo «Spiegel» rivela che, sul dark Web, si trovano mail, password e numeri del consigliere per la Sicurezza, di Hegseth (Pentagono) e della Gabbard (capo dell’intelligence).Oggi la visita di Vance in Groenlandia, danesi stizziti. Trump sorveglia il confine messicano coi satelliti.Lo speciale contiene due articoli.Lo scandalo Signalgate, più comunemente noto come chatgate, deflagrato due giorni fa negli Stati Uniti, è destinato ad allargarsi. Dopo la pubblicazione da parte della rivista The Atlantic delle informazioni dettagliate di intelligence contenute in una chat sull’app di messaggistica Signal, riguardanti l’operazione militare americana effettuata lo scorso 15 marzo in Yemen per colpire i miliziani degli Huthi nel Mar Rosso, diversi dati personali di tutti gli alti funzionari della sicurezza nazionale Usa coinvolti nella conversazione sarebbero finiti sul dark Web: dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, al consigliere per la Sicurezza, Mike Waltz, alla direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard. Tutti spiati e hackerati, al punto che informazioni private come dati di accesso ai profili social, numeri di telefono, indirizzi mail, diverse password e perfino contatti associati a profili Whatsapp, Signal e Linkedin, che risulterebbero ancora attivi, sarebbero contenuti in database accessibili attraverso i motori di ricerca commerciali. A rivelare l’indiscrezione è stato ieri lo Spiegel, secondo cui «servizi segreti ostili potrebbero utilizzare questi dati pubblicamente accessibili per violare le comunicazioni delle persone coinvolte, installando spyware sui loro dispositivi», si legge nell’inchiesta pubblicata ieri dal sito di informazione tedesco. «È dunque plausibile che agenti stranieri abbiano avuto accesso alla chat su Signal in cui Gabbard, Waltz ed Hegseth discutevano di un attacco militare». Nello specifico, i giornalisti dello Spiegel hanno affermato di aver reperito i dati di Waltz ed Hegseth attraverso una semplice ricerca sui principali browser commerciali; mentre le informazioni di contatto della Gabbard, che risultavano maggiormente protette, sono comparse su piattaforme come Wikileaks e Reddit.Da Washington la Casa Bianca, che aveva comunque confermato l’esistenza della chat, negando tuttavia la condivisione di dati classificati, ha annunciato cambiamenti e fatto sapere di essere al lavoro per limitare i danni grazie al lavoro perentorio di un team scelto direttamente dal presidente Donald Trump: «Non abbiamo mai negato che si sia trattato di un errore e il consigliere per la Sicurezza nazionale se ne è assunto la responsabilità. E abbiamo detto che stiamo apportando delle modifiche. Stiamo esaminando la questione per assicurarci che non possa mai più accadere», ha affermato la portavoce, Karoline Leavitt. Ad assumersi piena responsabilità, per ora, è stato appunto Waltz: «Ho creato il gruppo e il mio compito è assicurarmi che tutto sia coordinato», ha dichiarato a Fox News. Il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa ha inoltre fornito una spiegazione in merito alla presenza, all’interno della chat Signal, del direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg, dicendo di non conoscerlo personalmente, di non averlo mai visto nel gruppo e che sembrava qualcun altro: «Vi è mai capitato di avere tra i contatti il nome di qualcuno e il numero di un altro? Così per questo non mi sono accorto che questo fallito era nel gruppo. È imbarazzante, sì. Andremo a fondo della questione», ha promesso Waltz, il quale ha riferito di aver interpellato Elon Musk, affinché possa contribuire alle indagini su come una tale fuga di notizie sia stata possibile: «Abbiamo le migliori menti tecniche che stanno esaminando come è successo». Dal canto suo Goldberg, accusato dalla Casa Bianca di essere «un giornalista disonesto e screditato», ha negato di essersi intrufolato furtivamente all’interno del gruppo in cui c’erano, oltre ai già citati, anche il vicepresidente, J.D. Vance, il segretario di Stato, Marco Rubio, e il capo della Cia, John Ratcliffe. Il direttore della rivista ha raccontato di essersi trovato «casualmente» inserito nel gruppo e di aver accettato un invito di accesso. Tutta questa vicenda, ovviamente, è stata colta dall’opposizione per attaccare l’amministrazione Trump, con il leader della minoranza della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, il dem Hakeem Jeffries, che ha chiesto le dimissioni o il licenziamento di Hegseth. Secondo Rubio e Gabbard si è trattato di un grosso errore commesso da qualcuno; mentre, per il direttore della Cia Ratcliffe, «ciò che conta è il successo della missione» e che «non sia stata trasferita alcuna informazione riservata».Il senatore del Partito democratico, nonché presidente della commissione Intelligence al Senato, Mark Warner, nel corso dell’audizione che si è tenuta ieri al Congresso, ha definito quanto accaduto un «comportamento sciatto, negligente e incompetente» e affermato che «se l’errore fosse stato commesso da ufficiali militari o dai servizi segreti, sarebbero stati tutti licenziati».Il caso ora potrebbe finire in tribunale, visto che i protagonisti di questa storia, Hegseth, Gabbard, Waltz, Rubio e Ratcliff, sono stati citati in giudizio dal gruppo di controllo governativo American Oversight, accusati di violazione delle leggi federali sulla conservazione degli atti governativi e decisioni sensibili sulla sicurezza nazionale di alto livello attraverso l’utilizzo di Signal.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chatgate-altri-guai-per-waltz-2671624257.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-e-putin-a-gelare-la-groenlandia-annessione-gli-usa-sono-seri" data-post-id="2671624257" data-published-at="1743148228" data-use-pagination="False"> Ora è Putin a gelare la Groenlandia: «Annessione? Gli Usa sono seri» La questione della Groenlandia continua a tenere banco, con il continuo botta e risposta tra Stati Uniti e Danimarca. Ma anche la Russia non ha potuto fare a meno di esprimere la propria visione in merito, a riprova che la rotta artica rientra anche nella sfera di interesse di Mosca. Il presidente Vladimir Putin, stando a quanto riportato dall’agenzia Interfax, ha dichiarato ieri: «Tutti sono ben consapevoli dei piani degli Stati Uniti per annettere la Groenlandia», aggiungendo: «È profondamente sbagliato credere che si tratti di una sorta di discorso stravagante della nuova amministrazione americana. Stiamo parlando di piani seri da parte americana riguardo alla Groenlandia». Mentre oggi è atteso l’arrivo nell’isola del vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, per visitare la base militare americana di Pituffik, ieri è partita, senza sorprese, la ferma condanna da parte della Danimarca delle ultime dichiarazioni del presidente americano, Donald Trump. «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale», aveva detto mercoledì il tycoon, ribadendo: «È un’isola di cui abbiamo bisogno da un punto di vista difensivo e offensivo». Il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, ieri ha replicato: «Queste dichiarazioni molto forti su uno stretto alleato non si addicono al presidente degli Stati Uniti», stigmatizzando l’«escalation da parte americana». Nelle priorità della sicurezza nazionale statunitense rientra anche la frontiera Sud. Dall’annuncio dello stato di emergenza, firmato da Trump già il 20 gennaio, non si è perso tempo. E dopo l’invio di truppe e il dispiegamento di droni al confine con il Messico, per fermare l’immigrazione clandestina e il traffico di droga, secondo Reuters, l’amministrazione avrebbe avviato un’ulteriore iniziativa. La Casa Bianca avrebbe infatti richiesto a due agenzie di intelligence di sorvegliare il confine tra Usa e Messico con i satelliti. Le due società, ovvero la National geospatial intelligence agency (Nga) e la National reconnaissance office (Nro), supervisionano già i satelliti spia e studiano le immagini anche per il Pentagono. La Nga, interpellata dall’agenzia di stampa britannica, pur non rivelando i dettagli, ha ammesso di aver creato una task force al fine di gestire il proprio «supporto alla missione di confine degli Usa». Un’affermazione simile è arrivata anche da parte della Nro, che ha dichiarato di lavorare con dipartimento della Difesa americano «per proteggere i confini degli Stati Uniti». Secondo due fonti, gli Usa sarebbero così in grado di identificare i clandestini lungo il confine scandagliando le immagini satellitari grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. Ma, oltre alle due agenzie, ci sarebbero diversi appaltatori della Difesa in trattativa con il governo americano per rafforzare la sicurezza lungo il territorio che divide i due Stati, ovviamente con il supporto tecnologico. Proprio dal confine Sud, tra il 2022 il 2025, sono stati 178.000 i cittadini cinesi che hanno tentato l’attraversamento della frontiera meridionale per cercare di arrivare negli Usa. A comunicarlo è stato il direttore dell’Fbi, Kash Patel, che ha riconosciuto il calo degli attraversamenti illegali grazie all’aumento di risorse da parte del governo americano. Ma Patel, secondo quanto riportato da Fox News, avrebbe anche avvertito che Pechino e Mosca, visto l’incremento della sicurezza al Sud, potrebbero destabilizzare il confine Nord tra Usa e Canada, dato che «il nemico si adatta».
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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