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2025-03-28
Dati privati online: altri guai per Waltz & C.
Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Mike Waltz e il segretario alla Difesa Pete Hegseth (Ansa)
Lo scandalo Signalgate, più comunemente noto come chatgate, deflagrato due giorni fa negli Stati Uniti, è destinato ad allargarsi. Dopo la pubblicazione da parte della rivista The Atlantic delle informazioni dettagliate di intelligence contenute in una chat sull’app di messaggistica Signal, riguardanti l’operazione militare americana effettuata lo scorso 15 marzo in Yemen per colpire i miliziani degli Huthi nel Mar Rosso, diversi dati personali di tutti gli alti funzionari della sicurezza nazionale Usa coinvolti nella conversazione sarebbero finiti sul dark Web: dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, al consigliere per la Sicurezza, Mike Waltz, alla direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard. Tutti spiati e hackerati, al punto che informazioni private come dati di accesso ai profili social, numeri di telefono, indirizzi mail, diverse password e perfino contatti associati a profili Whatsapp, Signal e Linkedin, che risulterebbero ancora attivi, sarebbero contenuti in database accessibili attraverso i motori di ricerca commerciali. A rivelare l’indiscrezione è stato ieri lo Spiegel, secondo cui «servizi segreti ostili potrebbero utilizzare questi dati pubblicamente accessibili per violare le comunicazioni delle persone coinvolte, installando spyware sui loro dispositivi», si legge nell’inchiesta pubblicata ieri dal sito di informazione tedesco. «È dunque plausibile che agenti stranieri abbiano avuto accesso alla chat su Signal in cui Gabbard, Waltz ed Hegseth discutevano di un attacco militare». Nello specifico, i giornalisti dello Spiegel hanno affermato di aver reperito i dati di Waltz ed Hegseth attraverso una semplice ricerca sui principali browser commerciali; mentre le informazioni di contatto della Gabbard, che risultavano maggiormente protette, sono comparse su piattaforme come Wikileaks e Reddit.
Da Washington la Casa Bianca, che aveva comunque confermato l’esistenza della chat, negando tuttavia la condivisione di dati classificati, ha annunciato cambiamenti e fatto sapere di essere al lavoro per limitare i danni grazie al lavoro perentorio di un team scelto direttamente dal presidente Donald Trump: «Non abbiamo mai negato che si sia trattato di un errore e il consigliere per la Sicurezza nazionale se ne è assunto la responsabilità. E abbiamo detto che stiamo apportando delle modifiche. Stiamo esaminando la questione per assicurarci che non possa mai più accadere», ha affermato la portavoce, Karoline Leavitt. Ad assumersi piena responsabilità, per ora, è stato appunto Waltz: «Ho creato il gruppo e il mio compito è assicurarmi che tutto sia coordinato», ha dichiarato a Fox News. Il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa ha inoltre fornito una spiegazione in merito alla presenza, all’interno della chat Signal, del direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg, dicendo di non conoscerlo personalmente, di non averlo mai visto nel gruppo e che sembrava qualcun altro: «Vi è mai capitato di avere tra i contatti il nome di qualcuno e il numero di un altro? Così per questo non mi sono accorto che questo fallito era nel gruppo. È imbarazzante, sì. Andremo a fondo della questione», ha promesso Waltz, il quale ha riferito di aver interpellato Elon Musk, affinché possa contribuire alle indagini su come una tale fuga di notizie sia stata possibile: «Abbiamo le migliori menti tecniche che stanno esaminando come è successo». Dal canto suo Goldberg, accusato dalla Casa Bianca di essere «un giornalista disonesto e screditato», ha negato di essersi intrufolato furtivamente all’interno del gruppo in cui c’erano, oltre ai già citati, anche il vicepresidente, J.D. Vance, il segretario di Stato, Marco Rubio, e il capo della Cia, John Ratcliffe. Il direttore della rivista ha raccontato di essersi trovato «casualmente» inserito nel gruppo e di aver accettato un invito di accesso.
Tutta questa vicenda, ovviamente, è stata colta dall’opposizione per attaccare l’amministrazione Trump, con il leader della minoranza della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, il dem Hakeem Jeffries, che ha chiesto le dimissioni o il licenziamento di Hegseth. Secondo Rubio e Gabbard si è trattato di un grosso errore commesso da qualcuno; mentre, per il direttore della Cia Ratcliffe, «ciò che conta è il successo della missione» e che «non sia stata trasferita alcuna informazione riservata».
Il senatore del Partito democratico, nonché presidente della commissione Intelligence al Senato, Mark Warner, nel corso dell’audizione che si è tenuta ieri al Congresso, ha definito quanto accaduto un «comportamento sciatto, negligente e incompetente» e affermato che «se l’errore fosse stato commesso da ufficiali militari o dai servizi segreti, sarebbero stati tutti licenziati».
Il caso ora potrebbe finire in tribunale, visto che i protagonisti di questa storia, Hegseth, Gabbard, Waltz, Rubio e Ratcliff, sono stati citati in giudizio dal gruppo di controllo governativo American Oversight, accusati di violazione delle leggi federali sulla conservazione degli atti governativi e decisioni sensibili sulla sicurezza nazionale di alto livello attraverso l’utilizzo di Signal.
Ora è Putin a gelare la Groenlandia: «Annessione? Gli Usa sono seri»
La questione della Groenlandia continua a tenere banco, con il continuo botta e risposta tra Stati Uniti e Danimarca. Ma anche la Russia non ha potuto fare a meno di esprimere la propria visione in merito, a riprova che la rotta artica rientra anche nella sfera di interesse di Mosca. Il presidente Vladimir Putin, stando a quanto riportato dall’agenzia Interfax, ha dichiarato ieri: «Tutti sono ben consapevoli dei piani degli Stati Uniti per annettere la Groenlandia», aggiungendo: «È profondamente sbagliato credere che si tratti di una sorta di discorso stravagante della nuova amministrazione americana. Stiamo parlando di piani seri da parte americana riguardo alla Groenlandia».
Mentre oggi è atteso l’arrivo nell’isola del vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, per visitare la base militare americana di Pituffik, ieri è partita, senza sorprese, la ferma condanna da parte della Danimarca delle ultime dichiarazioni del presidente americano, Donald Trump. «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale», aveva detto mercoledì il tycoon, ribadendo: «È un’isola di cui abbiamo bisogno da un punto di vista difensivo e offensivo». Il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, ieri ha replicato: «Queste dichiarazioni molto forti su uno stretto alleato non si addicono al presidente degli Stati Uniti», stigmatizzando l’«escalation da parte americana».
Nelle priorità della sicurezza nazionale statunitense rientra anche la frontiera Sud. Dall’annuncio dello stato di emergenza, firmato da Trump già il 20 gennaio, non si è perso tempo. E dopo l’invio di truppe e il dispiegamento di droni al confine con il Messico, per fermare l’immigrazione clandestina e il traffico di droga, secondo Reuters, l’amministrazione avrebbe avviato un’ulteriore iniziativa. La Casa Bianca avrebbe infatti richiesto a due agenzie di intelligence di sorvegliare il confine tra Usa e Messico con i satelliti. Le due società, ovvero la National geospatial intelligence agency (Nga) e la National reconnaissance office (Nro), supervisionano già i satelliti spia e studiano le immagini anche per il Pentagono. La Nga, interpellata dall’agenzia di stampa britannica, pur non rivelando i dettagli, ha ammesso di aver creato una task force al fine di gestire il proprio «supporto alla missione di confine degli Usa». Un’affermazione simile è arrivata anche da parte della Nro, che ha dichiarato di lavorare con dipartimento della Difesa americano «per proteggere i confini degli Stati Uniti».
Secondo due fonti, gli Usa sarebbero così in grado di identificare i clandestini lungo il confine scandagliando le immagini satellitari grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. Ma, oltre alle due agenzie, ci sarebbero diversi appaltatori della Difesa in trattativa con il governo americano per rafforzare la sicurezza lungo il territorio che divide i due Stati, ovviamente con il supporto tecnologico.
Proprio dal confine Sud, tra il 2022 il 2025, sono stati 178.000 i cittadini cinesi che hanno tentato l’attraversamento della frontiera meridionale per cercare di arrivare negli Usa. A comunicarlo è stato il direttore dell’Fbi, Kash Patel, che ha riconosciuto il calo degli attraversamenti illegali grazie all’aumento di risorse da parte del governo americano. Ma Patel, secondo quanto riportato da Fox News, avrebbe anche avvertito che Pechino e Mosca, visto l’incremento della sicurezza al Sud, potrebbero destabilizzare il confine Nord tra Usa e Canada, dato che «il nemico si adatta».
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Mentre la Casa Bianca è in imbarazzo per il chatgate, che rischia di finire anche in tribunale, lo «Spiegel» rivela che, sul dark Web, si trovano mail, password e numeri del consigliere per la Sicurezza, di Hegseth (Pentagono) e della Gabbard (capo dell’intelligence).Oggi la visita di Vance in Groenlandia, danesi stizziti. Trump sorveglia il confine messicano coi satelliti.Lo speciale contiene due articoli.Lo scandalo Signalgate, più comunemente noto come chatgate, deflagrato due giorni fa negli Stati Uniti, è destinato ad allargarsi. Dopo la pubblicazione da parte della rivista The Atlantic delle informazioni dettagliate di intelligence contenute in una chat sull’app di messaggistica Signal, riguardanti l’operazione militare americana effettuata lo scorso 15 marzo in Yemen per colpire i miliziani degli Huthi nel Mar Rosso, diversi dati personali di tutti gli alti funzionari della sicurezza nazionale Usa coinvolti nella conversazione sarebbero finiti sul dark Web: dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, al consigliere per la Sicurezza, Mike Waltz, alla direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard. Tutti spiati e hackerati, al punto che informazioni private come dati di accesso ai profili social, numeri di telefono, indirizzi mail, diverse password e perfino contatti associati a profili Whatsapp, Signal e Linkedin, che risulterebbero ancora attivi, sarebbero contenuti in database accessibili attraverso i motori di ricerca commerciali. A rivelare l’indiscrezione è stato ieri lo Spiegel, secondo cui «servizi segreti ostili potrebbero utilizzare questi dati pubblicamente accessibili per violare le comunicazioni delle persone coinvolte, installando spyware sui loro dispositivi», si legge nell’inchiesta pubblicata ieri dal sito di informazione tedesco. «È dunque plausibile che agenti stranieri abbiano avuto accesso alla chat su Signal in cui Gabbard, Waltz ed Hegseth discutevano di un attacco militare». Nello specifico, i giornalisti dello Spiegel hanno affermato di aver reperito i dati di Waltz ed Hegseth attraverso una semplice ricerca sui principali browser commerciali; mentre le informazioni di contatto della Gabbard, che risultavano maggiormente protette, sono comparse su piattaforme come Wikileaks e Reddit.Da Washington la Casa Bianca, che aveva comunque confermato l’esistenza della chat, negando tuttavia la condivisione di dati classificati, ha annunciato cambiamenti e fatto sapere di essere al lavoro per limitare i danni grazie al lavoro perentorio di un team scelto direttamente dal presidente Donald Trump: «Non abbiamo mai negato che si sia trattato di un errore e il consigliere per la Sicurezza nazionale se ne è assunto la responsabilità. E abbiamo detto che stiamo apportando delle modifiche. Stiamo esaminando la questione per assicurarci che non possa mai più accadere», ha affermato la portavoce, Karoline Leavitt. Ad assumersi piena responsabilità, per ora, è stato appunto Waltz: «Ho creato il gruppo e il mio compito è assicurarmi che tutto sia coordinato», ha dichiarato a Fox News. Il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa ha inoltre fornito una spiegazione in merito alla presenza, all’interno della chat Signal, del direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg, dicendo di non conoscerlo personalmente, di non averlo mai visto nel gruppo e che sembrava qualcun altro: «Vi è mai capitato di avere tra i contatti il nome di qualcuno e il numero di un altro? Così per questo non mi sono accorto che questo fallito era nel gruppo. È imbarazzante, sì. Andremo a fondo della questione», ha promesso Waltz, il quale ha riferito di aver interpellato Elon Musk, affinché possa contribuire alle indagini su come una tale fuga di notizie sia stata possibile: «Abbiamo le migliori menti tecniche che stanno esaminando come è successo». Dal canto suo Goldberg, accusato dalla Casa Bianca di essere «un giornalista disonesto e screditato», ha negato di essersi intrufolato furtivamente all’interno del gruppo in cui c’erano, oltre ai già citati, anche il vicepresidente, J.D. Vance, il segretario di Stato, Marco Rubio, e il capo della Cia, John Ratcliffe. Il direttore della rivista ha raccontato di essersi trovato «casualmente» inserito nel gruppo e di aver accettato un invito di accesso. Tutta questa vicenda, ovviamente, è stata colta dall’opposizione per attaccare l’amministrazione Trump, con il leader della minoranza della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, il dem Hakeem Jeffries, che ha chiesto le dimissioni o il licenziamento di Hegseth. Secondo Rubio e Gabbard si è trattato di un grosso errore commesso da qualcuno; mentre, per il direttore della Cia Ratcliffe, «ciò che conta è il successo della missione» e che «non sia stata trasferita alcuna informazione riservata».Il senatore del Partito democratico, nonché presidente della commissione Intelligence al Senato, Mark Warner, nel corso dell’audizione che si è tenuta ieri al Congresso, ha definito quanto accaduto un «comportamento sciatto, negligente e incompetente» e affermato che «se l’errore fosse stato commesso da ufficiali militari o dai servizi segreti, sarebbero stati tutti licenziati».Il caso ora potrebbe finire in tribunale, visto che i protagonisti di questa storia, Hegseth, Gabbard, Waltz, Rubio e Ratcliff, sono stati citati in giudizio dal gruppo di controllo governativo American Oversight, accusati di violazione delle leggi federali sulla conservazione degli atti governativi e decisioni sensibili sulla sicurezza nazionale di alto livello attraverso l’utilizzo di Signal.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chatgate-altri-guai-per-waltz-2671624257.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-e-putin-a-gelare-la-groenlandia-annessione-gli-usa-sono-seri" data-post-id="2671624257" data-published-at="1743148228" data-use-pagination="False"> Ora è Putin a gelare la Groenlandia: «Annessione? Gli Usa sono seri» La questione della Groenlandia continua a tenere banco, con il continuo botta e risposta tra Stati Uniti e Danimarca. Ma anche la Russia non ha potuto fare a meno di esprimere la propria visione in merito, a riprova che la rotta artica rientra anche nella sfera di interesse di Mosca. Il presidente Vladimir Putin, stando a quanto riportato dall’agenzia Interfax, ha dichiarato ieri: «Tutti sono ben consapevoli dei piani degli Stati Uniti per annettere la Groenlandia», aggiungendo: «È profondamente sbagliato credere che si tratti di una sorta di discorso stravagante della nuova amministrazione americana. Stiamo parlando di piani seri da parte americana riguardo alla Groenlandia». Mentre oggi è atteso l’arrivo nell’isola del vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, per visitare la base militare americana di Pituffik, ieri è partita, senza sorprese, la ferma condanna da parte della Danimarca delle ultime dichiarazioni del presidente americano, Donald Trump. «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale», aveva detto mercoledì il tycoon, ribadendo: «È un’isola di cui abbiamo bisogno da un punto di vista difensivo e offensivo». Il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, ieri ha replicato: «Queste dichiarazioni molto forti su uno stretto alleato non si addicono al presidente degli Stati Uniti», stigmatizzando l’«escalation da parte americana». Nelle priorità della sicurezza nazionale statunitense rientra anche la frontiera Sud. Dall’annuncio dello stato di emergenza, firmato da Trump già il 20 gennaio, non si è perso tempo. E dopo l’invio di truppe e il dispiegamento di droni al confine con il Messico, per fermare l’immigrazione clandestina e il traffico di droga, secondo Reuters, l’amministrazione avrebbe avviato un’ulteriore iniziativa. La Casa Bianca avrebbe infatti richiesto a due agenzie di intelligence di sorvegliare il confine tra Usa e Messico con i satelliti. Le due società, ovvero la National geospatial intelligence agency (Nga) e la National reconnaissance office (Nro), supervisionano già i satelliti spia e studiano le immagini anche per il Pentagono. La Nga, interpellata dall’agenzia di stampa britannica, pur non rivelando i dettagli, ha ammesso di aver creato una task force al fine di gestire il proprio «supporto alla missione di confine degli Usa». Un’affermazione simile è arrivata anche da parte della Nro, che ha dichiarato di lavorare con dipartimento della Difesa americano «per proteggere i confini degli Stati Uniti». Secondo due fonti, gli Usa sarebbero così in grado di identificare i clandestini lungo il confine scandagliando le immagini satellitari grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. Ma, oltre alle due agenzie, ci sarebbero diversi appaltatori della Difesa in trattativa con il governo americano per rafforzare la sicurezza lungo il territorio che divide i due Stati, ovviamente con il supporto tecnologico. Proprio dal confine Sud, tra il 2022 il 2025, sono stati 178.000 i cittadini cinesi che hanno tentato l’attraversamento della frontiera meridionale per cercare di arrivare negli Usa. A comunicarlo è stato il direttore dell’Fbi, Kash Patel, che ha riconosciuto il calo degli attraversamenti illegali grazie all’aumento di risorse da parte del governo americano. Ma Patel, secondo quanto riportato da Fox News, avrebbe anche avvertito che Pechino e Mosca, visto l’incremento della sicurezza al Sud, potrebbero destabilizzare il confine Nord tra Usa e Canada, dato che «il nemico si adatta».
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.