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2025-03-28
Dati privati online: altri guai per Waltz & C.
Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Mike Waltz e il segretario alla Difesa Pete Hegseth (Ansa)
Lo scandalo Signalgate, più comunemente noto come chatgate, deflagrato due giorni fa negli Stati Uniti, è destinato ad allargarsi. Dopo la pubblicazione da parte della rivista The Atlantic delle informazioni dettagliate di intelligence contenute in una chat sull’app di messaggistica Signal, riguardanti l’operazione militare americana effettuata lo scorso 15 marzo in Yemen per colpire i miliziani degli Huthi nel Mar Rosso, diversi dati personali di tutti gli alti funzionari della sicurezza nazionale Usa coinvolti nella conversazione sarebbero finiti sul dark Web: dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, al consigliere per la Sicurezza, Mike Waltz, alla direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard. Tutti spiati e hackerati, al punto che informazioni private come dati di accesso ai profili social, numeri di telefono, indirizzi mail, diverse password e perfino contatti associati a profili Whatsapp, Signal e Linkedin, che risulterebbero ancora attivi, sarebbero contenuti in database accessibili attraverso i motori di ricerca commerciali. A rivelare l’indiscrezione è stato ieri lo Spiegel, secondo cui «servizi segreti ostili potrebbero utilizzare questi dati pubblicamente accessibili per violare le comunicazioni delle persone coinvolte, installando spyware sui loro dispositivi», si legge nell’inchiesta pubblicata ieri dal sito di informazione tedesco. «È dunque plausibile che agenti stranieri abbiano avuto accesso alla chat su Signal in cui Gabbard, Waltz ed Hegseth discutevano di un attacco militare». Nello specifico, i giornalisti dello Spiegel hanno affermato di aver reperito i dati di Waltz ed Hegseth attraverso una semplice ricerca sui principali browser commerciali; mentre le informazioni di contatto della Gabbard, che risultavano maggiormente protette, sono comparse su piattaforme come Wikileaks e Reddit.
Da Washington la Casa Bianca, che aveva comunque confermato l’esistenza della chat, negando tuttavia la condivisione di dati classificati, ha annunciato cambiamenti e fatto sapere di essere al lavoro per limitare i danni grazie al lavoro perentorio di un team scelto direttamente dal presidente Donald Trump: «Non abbiamo mai negato che si sia trattato di un errore e il consigliere per la Sicurezza nazionale se ne è assunto la responsabilità. E abbiamo detto che stiamo apportando delle modifiche. Stiamo esaminando la questione per assicurarci che non possa mai più accadere», ha affermato la portavoce, Karoline Leavitt. Ad assumersi piena responsabilità, per ora, è stato appunto Waltz: «Ho creato il gruppo e il mio compito è assicurarmi che tutto sia coordinato», ha dichiarato a Fox News. Il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa ha inoltre fornito una spiegazione in merito alla presenza, all’interno della chat Signal, del direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg, dicendo di non conoscerlo personalmente, di non averlo mai visto nel gruppo e che sembrava qualcun altro: «Vi è mai capitato di avere tra i contatti il nome di qualcuno e il numero di un altro? Così per questo non mi sono accorto che questo fallito era nel gruppo. È imbarazzante, sì. Andremo a fondo della questione», ha promesso Waltz, il quale ha riferito di aver interpellato Elon Musk, affinché possa contribuire alle indagini su come una tale fuga di notizie sia stata possibile: «Abbiamo le migliori menti tecniche che stanno esaminando come è successo». Dal canto suo Goldberg, accusato dalla Casa Bianca di essere «un giornalista disonesto e screditato», ha negato di essersi intrufolato furtivamente all’interno del gruppo in cui c’erano, oltre ai già citati, anche il vicepresidente, J.D. Vance, il segretario di Stato, Marco Rubio, e il capo della Cia, John Ratcliffe. Il direttore della rivista ha raccontato di essersi trovato «casualmente» inserito nel gruppo e di aver accettato un invito di accesso.
Tutta questa vicenda, ovviamente, è stata colta dall’opposizione per attaccare l’amministrazione Trump, con il leader della minoranza della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, il dem Hakeem Jeffries, che ha chiesto le dimissioni o il licenziamento di Hegseth. Secondo Rubio e Gabbard si è trattato di un grosso errore commesso da qualcuno; mentre, per il direttore della Cia Ratcliffe, «ciò che conta è il successo della missione» e che «non sia stata trasferita alcuna informazione riservata».
Il senatore del Partito democratico, nonché presidente della commissione Intelligence al Senato, Mark Warner, nel corso dell’audizione che si è tenuta ieri al Congresso, ha definito quanto accaduto un «comportamento sciatto, negligente e incompetente» e affermato che «se l’errore fosse stato commesso da ufficiali militari o dai servizi segreti, sarebbero stati tutti licenziati».
Il caso ora potrebbe finire in tribunale, visto che i protagonisti di questa storia, Hegseth, Gabbard, Waltz, Rubio e Ratcliff, sono stati citati in giudizio dal gruppo di controllo governativo American Oversight, accusati di violazione delle leggi federali sulla conservazione degli atti governativi e decisioni sensibili sulla sicurezza nazionale di alto livello attraverso l’utilizzo di Signal.
Ora è Putin a gelare la Groenlandia: «Annessione? Gli Usa sono seri»
La questione della Groenlandia continua a tenere banco, con il continuo botta e risposta tra Stati Uniti e Danimarca. Ma anche la Russia non ha potuto fare a meno di esprimere la propria visione in merito, a riprova che la rotta artica rientra anche nella sfera di interesse di Mosca. Il presidente Vladimir Putin, stando a quanto riportato dall’agenzia Interfax, ha dichiarato ieri: «Tutti sono ben consapevoli dei piani degli Stati Uniti per annettere la Groenlandia», aggiungendo: «È profondamente sbagliato credere che si tratti di una sorta di discorso stravagante della nuova amministrazione americana. Stiamo parlando di piani seri da parte americana riguardo alla Groenlandia».
Mentre oggi è atteso l’arrivo nell’isola del vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, per visitare la base militare americana di Pituffik, ieri è partita, senza sorprese, la ferma condanna da parte della Danimarca delle ultime dichiarazioni del presidente americano, Donald Trump. «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale», aveva detto mercoledì il tycoon, ribadendo: «È un’isola di cui abbiamo bisogno da un punto di vista difensivo e offensivo». Il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, ieri ha replicato: «Queste dichiarazioni molto forti su uno stretto alleato non si addicono al presidente degli Stati Uniti», stigmatizzando l’«escalation da parte americana».
Nelle priorità della sicurezza nazionale statunitense rientra anche la frontiera Sud. Dall’annuncio dello stato di emergenza, firmato da Trump già il 20 gennaio, non si è perso tempo. E dopo l’invio di truppe e il dispiegamento di droni al confine con il Messico, per fermare l’immigrazione clandestina e il traffico di droga, secondo Reuters, l’amministrazione avrebbe avviato un’ulteriore iniziativa. La Casa Bianca avrebbe infatti richiesto a due agenzie di intelligence di sorvegliare il confine tra Usa e Messico con i satelliti. Le due società, ovvero la National geospatial intelligence agency (Nga) e la National reconnaissance office (Nro), supervisionano già i satelliti spia e studiano le immagini anche per il Pentagono. La Nga, interpellata dall’agenzia di stampa britannica, pur non rivelando i dettagli, ha ammesso di aver creato una task force al fine di gestire il proprio «supporto alla missione di confine degli Usa». Un’affermazione simile è arrivata anche da parte della Nro, che ha dichiarato di lavorare con dipartimento della Difesa americano «per proteggere i confini degli Stati Uniti».
Secondo due fonti, gli Usa sarebbero così in grado di identificare i clandestini lungo il confine scandagliando le immagini satellitari grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. Ma, oltre alle due agenzie, ci sarebbero diversi appaltatori della Difesa in trattativa con il governo americano per rafforzare la sicurezza lungo il territorio che divide i due Stati, ovviamente con il supporto tecnologico.
Proprio dal confine Sud, tra il 2022 il 2025, sono stati 178.000 i cittadini cinesi che hanno tentato l’attraversamento della frontiera meridionale per cercare di arrivare negli Usa. A comunicarlo è stato il direttore dell’Fbi, Kash Patel, che ha riconosciuto il calo degli attraversamenti illegali grazie all’aumento di risorse da parte del governo americano. Ma Patel, secondo quanto riportato da Fox News, avrebbe anche avvertito che Pechino e Mosca, visto l’incremento della sicurezza al Sud, potrebbero destabilizzare il confine Nord tra Usa e Canada, dato che «il nemico si adatta».
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Mentre la Casa Bianca è in imbarazzo per il chatgate, che rischia di finire anche in tribunale, lo «Spiegel» rivela che, sul dark Web, si trovano mail, password e numeri del consigliere per la Sicurezza, di Hegseth (Pentagono) e della Gabbard (capo dell’intelligence).Oggi la visita di Vance in Groenlandia, danesi stizziti. Trump sorveglia il confine messicano coi satelliti.Lo speciale contiene due articoli.Lo scandalo Signalgate, più comunemente noto come chatgate, deflagrato due giorni fa negli Stati Uniti, è destinato ad allargarsi. Dopo la pubblicazione da parte della rivista The Atlantic delle informazioni dettagliate di intelligence contenute in una chat sull’app di messaggistica Signal, riguardanti l’operazione militare americana effettuata lo scorso 15 marzo in Yemen per colpire i miliziani degli Huthi nel Mar Rosso, diversi dati personali di tutti gli alti funzionari della sicurezza nazionale Usa coinvolti nella conversazione sarebbero finiti sul dark Web: dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, al consigliere per la Sicurezza, Mike Waltz, alla direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard. Tutti spiati e hackerati, al punto che informazioni private come dati di accesso ai profili social, numeri di telefono, indirizzi mail, diverse password e perfino contatti associati a profili Whatsapp, Signal e Linkedin, che risulterebbero ancora attivi, sarebbero contenuti in database accessibili attraverso i motori di ricerca commerciali. A rivelare l’indiscrezione è stato ieri lo Spiegel, secondo cui «servizi segreti ostili potrebbero utilizzare questi dati pubblicamente accessibili per violare le comunicazioni delle persone coinvolte, installando spyware sui loro dispositivi», si legge nell’inchiesta pubblicata ieri dal sito di informazione tedesco. «È dunque plausibile che agenti stranieri abbiano avuto accesso alla chat su Signal in cui Gabbard, Waltz ed Hegseth discutevano di un attacco militare». Nello specifico, i giornalisti dello Spiegel hanno affermato di aver reperito i dati di Waltz ed Hegseth attraverso una semplice ricerca sui principali browser commerciali; mentre le informazioni di contatto della Gabbard, che risultavano maggiormente protette, sono comparse su piattaforme come Wikileaks e Reddit.Da Washington la Casa Bianca, che aveva comunque confermato l’esistenza della chat, negando tuttavia la condivisione di dati classificati, ha annunciato cambiamenti e fatto sapere di essere al lavoro per limitare i danni grazie al lavoro perentorio di un team scelto direttamente dal presidente Donald Trump: «Non abbiamo mai negato che si sia trattato di un errore e il consigliere per la Sicurezza nazionale se ne è assunto la responsabilità. E abbiamo detto che stiamo apportando delle modifiche. Stiamo esaminando la questione per assicurarci che non possa mai più accadere», ha affermato la portavoce, Karoline Leavitt. Ad assumersi piena responsabilità, per ora, è stato appunto Waltz: «Ho creato il gruppo e il mio compito è assicurarmi che tutto sia coordinato», ha dichiarato a Fox News. Il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa ha inoltre fornito una spiegazione in merito alla presenza, all’interno della chat Signal, del direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg, dicendo di non conoscerlo personalmente, di non averlo mai visto nel gruppo e che sembrava qualcun altro: «Vi è mai capitato di avere tra i contatti il nome di qualcuno e il numero di un altro? Così per questo non mi sono accorto che questo fallito era nel gruppo. È imbarazzante, sì. Andremo a fondo della questione», ha promesso Waltz, il quale ha riferito di aver interpellato Elon Musk, affinché possa contribuire alle indagini su come una tale fuga di notizie sia stata possibile: «Abbiamo le migliori menti tecniche che stanno esaminando come è successo». Dal canto suo Goldberg, accusato dalla Casa Bianca di essere «un giornalista disonesto e screditato», ha negato di essersi intrufolato furtivamente all’interno del gruppo in cui c’erano, oltre ai già citati, anche il vicepresidente, J.D. Vance, il segretario di Stato, Marco Rubio, e il capo della Cia, John Ratcliffe. Il direttore della rivista ha raccontato di essersi trovato «casualmente» inserito nel gruppo e di aver accettato un invito di accesso. Tutta questa vicenda, ovviamente, è stata colta dall’opposizione per attaccare l’amministrazione Trump, con il leader della minoranza della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, il dem Hakeem Jeffries, che ha chiesto le dimissioni o il licenziamento di Hegseth. Secondo Rubio e Gabbard si è trattato di un grosso errore commesso da qualcuno; mentre, per il direttore della Cia Ratcliffe, «ciò che conta è il successo della missione» e che «non sia stata trasferita alcuna informazione riservata».Il senatore del Partito democratico, nonché presidente della commissione Intelligence al Senato, Mark Warner, nel corso dell’audizione che si è tenuta ieri al Congresso, ha definito quanto accaduto un «comportamento sciatto, negligente e incompetente» e affermato che «se l’errore fosse stato commesso da ufficiali militari o dai servizi segreti, sarebbero stati tutti licenziati».Il caso ora potrebbe finire in tribunale, visto che i protagonisti di questa storia, Hegseth, Gabbard, Waltz, Rubio e Ratcliff, sono stati citati in giudizio dal gruppo di controllo governativo American Oversight, accusati di violazione delle leggi federali sulla conservazione degli atti governativi e decisioni sensibili sulla sicurezza nazionale di alto livello attraverso l’utilizzo di Signal.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chatgate-altri-guai-per-waltz-2671624257.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ora-e-putin-a-gelare-la-groenlandia-annessione-gli-usa-sono-seri" data-post-id="2671624257" data-published-at="1743148228" data-use-pagination="False"> Ora è Putin a gelare la Groenlandia: «Annessione? Gli Usa sono seri» La questione della Groenlandia continua a tenere banco, con il continuo botta e risposta tra Stati Uniti e Danimarca. Ma anche la Russia non ha potuto fare a meno di esprimere la propria visione in merito, a riprova che la rotta artica rientra anche nella sfera di interesse di Mosca. Il presidente Vladimir Putin, stando a quanto riportato dall’agenzia Interfax, ha dichiarato ieri: «Tutti sono ben consapevoli dei piani degli Stati Uniti per annettere la Groenlandia», aggiungendo: «È profondamente sbagliato credere che si tratti di una sorta di discorso stravagante della nuova amministrazione americana. Stiamo parlando di piani seri da parte americana riguardo alla Groenlandia». Mentre oggi è atteso l’arrivo nell’isola del vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, per visitare la base militare americana di Pituffik, ieri è partita, senza sorprese, la ferma condanna da parte della Danimarca delle ultime dichiarazioni del presidente americano, Donald Trump. «Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale», aveva detto mercoledì il tycoon, ribadendo: «È un’isola di cui abbiamo bisogno da un punto di vista difensivo e offensivo». Il ministro della Difesa danese, Troels Lund Poulsen, ieri ha replicato: «Queste dichiarazioni molto forti su uno stretto alleato non si addicono al presidente degli Stati Uniti», stigmatizzando l’«escalation da parte americana». Nelle priorità della sicurezza nazionale statunitense rientra anche la frontiera Sud. Dall’annuncio dello stato di emergenza, firmato da Trump già il 20 gennaio, non si è perso tempo. E dopo l’invio di truppe e il dispiegamento di droni al confine con il Messico, per fermare l’immigrazione clandestina e il traffico di droga, secondo Reuters, l’amministrazione avrebbe avviato un’ulteriore iniziativa. La Casa Bianca avrebbe infatti richiesto a due agenzie di intelligence di sorvegliare il confine tra Usa e Messico con i satelliti. Le due società, ovvero la National geospatial intelligence agency (Nga) e la National reconnaissance office (Nro), supervisionano già i satelliti spia e studiano le immagini anche per il Pentagono. La Nga, interpellata dall’agenzia di stampa britannica, pur non rivelando i dettagli, ha ammesso di aver creato una task force al fine di gestire il proprio «supporto alla missione di confine degli Usa». Un’affermazione simile è arrivata anche da parte della Nro, che ha dichiarato di lavorare con dipartimento della Difesa americano «per proteggere i confini degli Stati Uniti». Secondo due fonti, gli Usa sarebbero così in grado di identificare i clandestini lungo il confine scandagliando le immagini satellitari grazie all’uso dell’intelligenza artificiale. Ma, oltre alle due agenzie, ci sarebbero diversi appaltatori della Difesa in trattativa con il governo americano per rafforzare la sicurezza lungo il territorio che divide i due Stati, ovviamente con il supporto tecnologico. Proprio dal confine Sud, tra il 2022 il 2025, sono stati 178.000 i cittadini cinesi che hanno tentato l’attraversamento della frontiera meridionale per cercare di arrivare negli Usa. A comunicarlo è stato il direttore dell’Fbi, Kash Patel, che ha riconosciuto il calo degli attraversamenti illegali grazie all’aumento di risorse da parte del governo americano. Ma Patel, secondo quanto riportato da Fox News, avrebbe anche avvertito che Pechino e Mosca, visto l’incremento della sicurezza al Sud, potrebbero destabilizzare il confine Nord tra Usa e Canada, dato che «il nemico si adatta».
Un soldato iraniano passa davanti a un enorme cartellone pubblicitario anti-americano che fa riferimento al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e allo Stretto di Hormuz in piazza Valiasr a Teheran (Ansa)
Sul piano diplomatico, l’Iran ha avanzato una nuova proposta agli Stati Uniti, trasmessa attraverso mediatori internazionali. Il piano prevede la riapertura della navigazione nello Stretto, la fine del blocco navale imposto da Washington e il rinvio del dossier nucleare a una fase successiva. Teheran si è detta pronta a riprendere i colloqui già nei prossimi giorni, indicando Islamabad come possibile sede del negoziato, a patto che gli Stati Uniti accettino almeno un alleggerimento delle sanzioni. La risposta americana, tuttavia, resta prudente. Donald Trump ha dichiarato di «non essere soddisfatto» della proposta iraniana, senza chiarire nel dettaglio i punti critici. Ieri Washington ha annunciato vendite di armi d’emergenza per oltre 8,6 miliardi di dollari a Israele, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, oltre alla fornitura di sistemi di difesa aerea a Qatar e Kuwait.
Mentre la diplomazia procede a rilento, cresce la pressione sul piano militare. Secondo fonti statunitensi, il Comando centrale (Centcom) avrebbe predisposto un piano per una serie di attacchi «rapidi e mirati» contro obiettivi iraniani, illustrato al presidente nel corso di un briefing riservato. Nella regione, la presenza militare americana è stata rafforzata, con la portaerei Abraham Lincoln e i suoi assetti operativi impegnati in attività di sorveglianza e deterrenza lungo le principali rotte marittime. Anche sul fronte politico interno emergono posizioni più dure: il senatore repubblicano Lindsey Graham ha invitato apertamente a un intervento più deciso, sostenendo che, per uscire dallo stallo, sia necessario «aprire lo Stretto», anche attraverso un’azione militare diretta. Intanto Washington continua a esercitare una forte pressione economica. Il Dipartimento del Tesoro ha avvertito le compagnie di navigazione che eventuali pagamenti all’Iran per ottenere un passaggio sicuro nello Stretto di Hormuz potrebbero comportare sanzioni. Teheran avrebbe infatti iniziato a offrire rotte alternative alle navi, spesso dietro compenso, creando un sistema parallelo di transito che gli Stati Uniti considerano illegittimo e contrario al diritto internazionale.
Le conseguenze del blocco sono già evidenti e incidono direttamente sulla capacità produttiva iraniana. Il calo delle esportazioni di petrolio, unito al rapido riempimento dei siti di stoccaggio, ha costretto il Paese a ridurre la produzione. Secondo quanto riportato da Bloomberg, Teheran ha scelto di intervenire in anticipo, tagliando l’estrazione per evitare di saturare completamente i depositi. Una strategia resa possibile dall’esperienza accumulata negli anni: i tecnici iraniani sono infatti in grado di sospendere l’attività dei pozzi senza danneggiarli e di riattivarli rapidamente quando le condizioni lo consentono. Nonostante queste difficoltà, la Cina continua a rappresentare uno sbocco fondamentale per il petrolio iraniano e ha ribadito di non voler rispettare le sanzioni statunitensi contro alcune raffinerie coinvolte negli acquisti. Sul fronte iraniano, il tono si fa sempre più duro e lascia intravedere il rischio di un ulteriore deterioramento della situazione. «È probabile una ripresa del conflitto tra Stati Uniti e Iran e i fatti hanno dimostrato che gli Usa non rispettano promesse né accordi», ha dichiarato Mohammad Jafar Asadi, ufficiale del comando Khatam al-Anbiya. «Le forze armate iraniane hanno preso in considerazione misure sorprendenti contro la bellicosità del nemico», ha aggiunto. La missione iraniana all’Onu invece accusa gli Usa di violare il Trattato di non proliferazione nucleare, definendo «ipocrita» la loro posizione: Washington, sostiene Teheran, non avrebbe rispettato per decenni gli obblighi di disarmo previsti dal Tnp. L’Iran afferma inoltre che non esistono limiti al livello di arricchimento dell’uranio se questo avviene sotto il controllo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
Sul versante opposto, anche Trump ha adottato toni sempre più aggressivi, arrivando a descrivere alcune operazioni come azioni «da pirati», pur rivendicandone l’efficacia. E, provocatoriamente, ha aggiunto: «Finito con l’Iran, prenderò il controllo di Cuba». Nelle ultime ore, una petroliera è stata sequestrata al largo delle coste dello Yemen da uomini armati non identificati, poi diretti verso la Somalia attraverso il Golfo di Aden. Un episodio che conferma il progressivo deterioramento della sicurezza marittima in una delle aree più sensibili.
In serata, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha riferito di aver avuto un colloquio telefonico con l’omologo iraniano, Abbas Araghchi, sottolineando «la forte preoccupazione dell’Italia e la necessità di evitare escalation e di intensificare il lavoro per il cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto, anche per scongiurare conseguenze sulla sicurezza e la stabilità in Africa».
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Un gruppo di autonomisti che si era staccato dalla marcia del Primo maggio a Torino ha tentato di forzare il cordone di polizia davanti all'ex edificio Askatasuna occupato in Corso Regina Margherita (Ansa)
È il 22 giugno del 2020 e Giorgio Rossetto, capo carismatico del centro sociale Askatasuna, parla con un altro militante. Stanno discutendo della lotta No Tav e della mobilitazione che si prepara per l’estate. In particolare, in quei giorni i ragionamenti degli antagonisti si concentrano sulla occupazione del presidio dei Mulini, un’area a ridosso del nuovo cantiere Tav. L’obiettivo è chiarissimo: vogliono farsi sgomberare, e se possibile provocare una reazione dura da parte delle forze dell’ordine. Cercano lo scontro, anzi vogliono suscitato, in modo da passare per vittime e scatenare una reazione a livello nazionale contro gli sbirri fascisti.
I militanti sanno benissimo che la polizia non ha alcuna intenzione di usare la forza, lo ripetono più volte. Sono loro a dover spingere sull’acceleratore della violenza. Un metodo noto da tempo agli osservatori più attenti, ma che la gran parte dei media e della politica finge di non conoscere. Ora però non si può più fare finta di niente: i giochini sporchi di Askatasuna che emergono dalla carte (e che Sara Sonnessa di TorinoCronaca ha rivelato per prima) ora sono scoperti e non possono più essere trascurati. Anche perché il centro sociale continua a provocare scompiglio, come si è visto durante le manifestazioni dello scorso inverno e ancora l’altro ieri, quando gli antagonisti hanno deliberatamente cercato di rientrare nello stabile occupato da cui sono stati di recente sgomberati, arrivando all’ennesimo confronto duro con gli agenti.
Nelle conversazioni del 2020 si delinea perfettamente quale sia la strategia delle provocazione del centro sociale. Parlando della occupazione dell’area Mulini e dello sgombero che potrebbe avvenire, gli antagonisti spiegano che si deve assolutamente arrivare alle botte perché è una occasione «troppo ghiotta», che potrebbe consentire addirittura «di far saltare anche il governo». L’obiettivo è appunto quello di far capitare qualche disastro e di far finire la notizia «sui giornali», in modo da costringere i politici a intervenire. «Di Battista inizia a fare un cancan. Di Maio è obbligato a stargli dietro, son tutti obbligati, Renzi dall’altra parte», dicono i militanti. Insomma, bisogna cogliere «le occasioni che la storia ci presenta. [...] Basta... basta... basta un niente. [...] Se poi manchi il momento... poi il momento va a farsi fottere». Sembra che gli antagonisti puntino sul Movimento 5 stelle, cercando di spaccarlo sul tema Tav: «Si romperanno su sti argomenti qua», dicono. «Di Battista e gli altri vorranno andare per la loro strada, mica vogliono fare l’alleanza con il Pd come vuole fare Grillo e Di Maio. [...] Su questo argomento qui salta il governo perché se nasce qualcosa No Tav o Non No Tav di nuovo salta il governo perché poi tutti saranno obbligati a fare i No Tav, anche i più fetenti, quelli che proprio dicono quelli che adesso lavorano sotto banco, sai quelli che dicono alla De Micheli facciamo cosi, facciamo cosà».
Al di là dei discutibili ragionamenti politici, però, il nodo centrale è l’uso strumentale della violenza. Nelle conversazioni, gli attivisti sono consci che potranno ottenere un effetto solo se verranno sgomberati a forza. «Quella roba li funziona se ti tolgono di li in una certa maniera», si dicono. E ancora: «Adesso detto detto tra di noi, che li sgomberino... a noi ci torna solo in tasca un po’ di mobilitazione in valle». Sempre il 22 giugno del 2020 è un altro nome grosso di Askatasuna, Umberto Raviola, a spiegare che se gli agenti «attaccano il presidio mentre noi siamo li, meglio di così non ci può andare». Un altro militante, Andrea Bonadonna, pare dello stesso avviso. Spiega che se la polizia decide che «quel villaggetto lo dobbiamo sgomberare. E allora lì! Allora lì! Lì è un’altra cosa, lì si ragiona su altri livelli, cioè nel senso che lì diventa una roba di dominio nazionale perché bisogna che rimbalzino dappertutto le immagini di questa ennesima prepotenza». Il 23 e 24 giugno, gli antagonisti continuano a discutere dell’argomento. Qualcuno ragiona su come provocare attriti con le forze dell’ordine. «Se facciamo vedere anche che andiamo anche verso il cantiere... eh... eh... è sempre buono, anche perché questi vogliono evitare assolutamente la confrontazione... il benché minimo confrontazione eh...».
Ovviamente, il piano di provocazione deve rimanere una «strategia occulta», altrimenti la polizia se ne accorgerà. Dopo tutto, dice un attivista, «la polizia non ha voglia di fare niente tanto meno di picchiare dei vecchietti nei boschi». Il 27 giugno 2020 altri due militanti si parlano in maniera ancora più esplicita. Uno spiega a una compagna che, indipendentemente dalle modalità con cui verranno sgomberati i Mulini - «in maniera soft o in maniera dura» - l’atteggiamento antagonista dovrà essere identico: «La tua resistenza dovrà essere solo soft... noi ce la giochiamo soft... dobbiamo solo riprendere... nel momento in cui gli sbirri entrano... la loro funzione non è di fare resistenza... da lì filmi... chi è sugli alberi... c’è la manifestazione sui tetti... ci sarà chi filma... magari qualche celerino che quando scalcia un po’, si dimena un po’, una manganellata nello stomaco la dà. [...] Funzionano così ste robe e tu hai la gente sui tetti che riprende un... compagno portato via braccia e gambe con uno che gli dà una manganellata sullo stomaco [...]. Ti trovi cinquemila, diecimila persone in due settimane».
Lo stesso militante, in un momento di grande sincerità, spiega alla compagna come stiano davvero le cose: «Tu non lo puoi dire ma lo vogliamo dire quale sarebbe lo scenario migliore? Che entrano e spezzano delle gambe e che spezzano delle gambe magari anche a dei vecchi». Ecco il punto. Basta filmare tutto, filmare sempre e fare arrivare le immagini ai media. Magari spingere, provocando, per un intervento ruvido degli agenti, così da farli passare per macellai. La violenza è ricercata, si spera nello scontro e in un po’ di sangue. Bisogna, dice a un certo punto un militante, fare capire «a quelli del movimento che non c’è da fare tanti giri, basta passare 5 metri sotto di loro non intervengono, loro non intervengono, quindi che cazzo... tu devi solo fare... fai 100, 200 metri... 50 metri che ti vedono, non vengono, anzi se incontrano 50 persone nel sentiero se ne vanno loro, arretrano di brutto, solo l’idea di spingere per terra gli viene... perché poi rischiano il licenziamento oramai c’è anche sto terrore qui da parte dei poliziotti, perché basta una foto una ripresa ti sospendono dal lavoro e poi rischi il licenziamento».
Capito? Gli antagonisti sanno benissimo che la polizia ormai ha timore di intervenire, e bisogna sfruttare la situazione. Il quadro è cristallino: occorre provocare prima e dopo le manifestazioni, fare crescere la tensione, apparire più agguerriti per evitare che gli agenti si presentino in modo «soft» come già accaduto in occasione di altre manifestazioni in piazza Castello a Torino. Una volta sul posto, vicino al cantiere Tav, si deve operare per esasperare gli animi. E in ogni caso basta riprendere un piccolo atto più duro della polizia e far arrivare tutto ai media o sui social, così che sembri siano avvenute gravi violenze e anche la politica sia costretta a intervenire. Questa - spiegata in maniera molto netta - è la strategia della provocazione del centro sociale. Ricordatelo, la prossima volta che sentirete parlare di violenze di piazza e scontri.
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Piero Pelù (Ansa)
Ci sarebbero due guerre, la crisi economica, la violenza strisciante, le preoccupazioni delle famiglie. Ma occupazione, precariato e schiavitù di ritorno dei corrieri della pizza cominciano e finiscono nel titolo di testa: «Lavoro dignitoso». Poi, sventolata la doverosa coda di paglia, ecco stagliarsi il profilo di M declinato in tutte le salse anche senza Antonio Scurati nei paraggi. Il leader dei Litfiba la prende larga: «In fondo Mussolini è anche un morto sul lavoro, ma è un morto sanguinario e traditore». Poi è costretto a spiegare: «Con i suoi alleati sanguinari provocò una guerra con 80 milioni di morti (il numero è liquido come quello dei partecipanti alla kermesse, ndr). Fece anche qualcosa di buono? Di sicuro no, le leggi razziali».
Giusto ricordarle ai suoi fans dei centri sociali e dell’Anpi che una settimana fa hanno scacciato gli ebrei dai cortei del 25 aprile e hanno riaperto con orgoglio, da sinistra, la piaga dell’antisemitismo. Bisognerebbe approfondire ma Pelù segue il suo spartito mussoliniano: «Mentre scappava travestito da soldato tedesco fu scoperto dai partigiani e fucilato». Poiché la logica traballa e il popolo non balla, nella rivisitazione storica da terza elementare si inserisce Tomaso Montanari, l’Alessandro Barbero dei leonka, trasferito via Amazon dagli studios de La7 direttamente a Taranto, per l’altro concertone, che attualizza il tutto mostrando un collage con Giorgia Meloni e Benito.
«Fra loro c’è un lungo filo diretto, un lungo filo nero, si chiama fascismo. L’uno è la fonte d’ispirazione dell’altro. La storia ci insegna che quando il potere rappresenta se stesso mente sempre. Questo ritratto dobbiamo contestarlo, smontarlo, ne dobbiamo svelare la vera natura. Dobbiamo dire la verità su questo potere che si presenta bello, forte, cristiano, materno, italiano». Giovanni Donzelli (Fdi) liquida così il delirio senza neppure l’alibi dell’alcol: «È ossessionato, vede fascismo ovunque, se non rappresentasse un’istituzione accademica (la sfortunata Università di Pisa, ndr), ci sarebbe solo da ridere». Montanari non butta via niente: altro collage, altro premio. Le ultime banalità le riserva a Matteo Salvini: «Il volto pubblico del capo della Lega è una costruzione studiata, fatta di selfie a 32 denti, alternati a esibizioni di rosari, bagni di Nutella. Ma se lo guardiamo da vicino, ecco anche 400 fotografie che ritraggono altri corpi, quelli dei migranti respinti in mare».
Puro marketing per happy few, la prova generale delle feste de l’Unità che si perde fra gli sbadigli. Povero Concertone, è così moscio da far sentire la mancanza di Fedez. Non lo rianima Big Mama con il bacio gay, non Fra Quintale ricordandoci che «viviamo tempi bui», non Serena Brancale che omaggia il Che, non Madame che invita i giovani a divanarsi sempre più nel segno del reddito di cittadinanza («non sentitevi inutili se non siete produttivi»). C’è un sussulto con Geolier che ricorda i ragazzi «uccisi da un colpo di pistola». È il momento dell’eccitazione, mentre quello della depressione tocca ancora a Pelù, il nonno dei fiori, che teme il ritorno del nucleare e ricorda Chernobyl per ammonire il potere. Effettivamente senza energia elettrica si spegnerebbe anche il suo microfono, unico motivo per tifare il luddismo di ritorno.
Tutto procede secondo copione fra canne, lattine e slogan pro Pal, anche se qui il «dal fiume al mare» significa dal Tevere a Ostia lido. Viene voglia di fare un tuffo nella fontana di Trevi, ma sul palco si appalesa Levante con una curiosa maglietta: è pericolosamente nera però reca - con il font dei Metallica - il nome Mattarella. E allora anche noi borghesi insensibili capiamo tutto: da X Factor al Fattore M per approdare al Fattore Q. Come Quirinale. Per Re Sergio solo delikatessen da parte dei finti rivoluzionari da garage, con il refrain: «Servono persone oneste».
Qui un aggancio forte con la realtà ci sarebbe: perché il carissimo presidente ha dato la grazia a Nicole Minetti? Vogliamo chiederglielo dal palco con un ruggito? Niente. Tramontata la possibilità di intestare la faccenda a Carlo Nordio il tema si è inabissato. Quota periscopio, massima prudenza, silenzio assoluto. L’opposizione rockettara si fa melassa, diventa mosca cocchiera del potere più intoccabile. E recita il rosario preferito dal partito di riferimento che ascolta dalle finestre del Nazareno. «Questa è una festa, dobbiamo ballare». Ma stia zitto Fulminacci che continua a fare rima con Bombacci.
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