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2022-06-28
Cercava di smentire «La Verità». L’Iss finisce per smentire sé stesso
Sono ben 27 i funzionari che ogni settimana lavorano al Bollettino epidemiologico dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che da oltre due anni informa i cittadini sull’andamento della pandemia. La scorsa settimana li abbiamo tenuti impegnati dedicando due articoli all’«efficacia negativa» dei vaccini, stranamente non raccontata con chiarezza dal bollettino, ma evidente leggendo i semplici dati, sia sulle terze dosi per quasi tutte le fasce di età che sulla vaccinazione nei bambini tra i 5 e gli 11 anni. Il giorno dopo, l’Iss ha pubblicato un’interessante nota, collocata nella sezione «Fake news», nella quale riprende il tema dell’efficacia negativa sollevato dalla Verità affrontandola con un lapidario: «Falso».
«Il fatto che siano presenti alcuni dati apparentemente incongruenti è da attribuire ad alcuni limiti intrinseci dell’analisi», ammette subito l’Iss. Dunque il problema è nel metodo usato dall’Iss? L’Istituto sostiene che i valori riportati dalla Verità non sono corretti perché non tengono conto di fattori di bias quali la diversa composizione dei gruppi confrontati rispetto a parametri come la precedente infezione asintomatica (leggi: guariti), o la mancata notifica di positività (gente che per paura della quarantena non dichiara di essere positiva). Ma sono i limiti della loro stessa analisi, che l’Iss usa da oltre un anno e mezzo. La Verità, infatti, non ha fatto altro che affiancare dati, non «rielaborati» ma riportati dallo stesso Iss con la metodologia contestata dall’Istituto medesimo. Abbiamo infatti riportato i dati all’interno della categoria dei vaccinati (tridosati rispetto a vaccinati con due dosi da più di 120 giorni) anziché compararli con i non vaccinati, comparazione attraverso la quale l’Istituto ha spinto alla vaccinazione. Il debunking dell’Iss, dunque, appare più un autogol contro il suo stesso metodo.
Quella dell’efficacia è una formula statistica, non medica, di cui deve tener conto qualsiasi produttore di farmaci. Del fatto che ci fosse un’efficacia negativa se ne parlava da tempo: è un valore che si calcola con una formula. Se vogliamo ad esempio usare il metodo Iss per stimare l’efficacia del booster sulla fascia 12-39 anni rispetto alla vaccinazione con due dosi da più di 120 giorni senza booster, basta fare due conti banali. Si tratta di un’equazione di primo grado (sulla base della formula 1 meno il rapporto tra i rischi, quindi rischio con due dosi da più di 120 giorni rispetto a rischio booster). Il risultato dà, per il contagio, un’efficacia dell’1,5%, e per la malattia severa un misero 12,6%. Un valore ben inferiore a quel 50% richiesto da Fda come soglia minima per considerare un vaccino clinicamente rilevante e di conseguenza raccomandarne l’approvazione.
Maurizio Rainisio, statistico che ha lavorato nella ricerca clinica e nell’epidemiologia per molte grandi industrie farmaceutiche tra cui Novartis e Roche, spiega: «L’Istituto superiore di sanità usa un certo metodo per calcolare l’efficacia del vaccino rispetto al non vaccino. Perché la stessa formula usata per dimostrare che il vaccino “funziona” rispetto ai non vaccinati non dovrebbe essere valida per paragonare i vaccinati con booster rispetto ai vaccinati da più di 120 giorni?». Non solo: «L’Iss non usa una media mobile», spiega Rainisio, «e dunque mette nello stesso calderone i dati di gennaio con quelli di adesso. Avrebbe più senso considerare una media mobile su un periodo più breve, per esempio 4 settimane». Molte lacune, insomma, riscontrabili anche nei calcoli fatti a mano (a volte il mese è preceduto dallo zero, a volte no). «Ciò che colpisce», rileva lo statistico, «sono i bias di calcolo. La metodologia criticata dall’Iss nella nota del 22 giugno è la stessa utilizzata dal medesimo Istituto per poter affermare che “in Italia grazie ai vaccini sono stati evitati 8 milioni di casi e 150.000 morti”: sconfessare il proprio metodo significa sconfessare tutto ciò che lo stesso Iss ha dichiarato finora».
Ad esempio, le evidenze sulla vaccinazione ai bambini tra i 5 e gli 11 anni: l’Iss non le commenta scrivendo che per questa fascia di età «ancora non è possibile fornire la stima del rischio relativo, dato che la vaccinazione di questo gruppo di età è iniziata il 16 dicembre». Eppure, dal 16 dicembre sono passati ben 6 mesi e i dati che risultano usando il metodo Iss forse non piacciono, ma sono disponibili. Basta leggere la tabella 4 dell’ultimo bollettino per calcolare l’efficacia del vaccino completo da meno di 120 giorni rispetto al non-vaccino in un clamoroso -30,8%. Qui non si parla più di booster rispetto alle «sole» due dosi, ma di efficacia tout court del vaccino sui bambini, e risulta sottozero.
Se la situazione è questa, come faremo ad affrontare l’autunno senza temere che siano adottate decisioni non adeguate? Secondo Rainisio, «l’Istituto dovrebbe fare un’analisi più accurata, tenendo conto dei fattori concomitanti di cui loro stessi parlano. Nell’elaborazione della tabella 6, calcolata su un modello corretto, ma troppo semplice, dovrebbero inserire ad esempio i guariti (vaccinati e non) e il livello di rischio (in base alle patologie concomitanti)». Di sicuro, La Verità è riuscita a strappare la promessa di un approccio auspicabilmente più credibile per tutte le stime sull’efficacia del vaccino: «È in corso una revisione della modalità di analisi dei dati di efficacia», ha scritto l’Iss a conclusione della sua nota. Finalmente ci siamo arrivati.
«Più miocarditi mescolando le dosi»
Nuovi dati sul rischio di mio e pericarditi in seguito alla somministrazione di vaccini anti Covid a mRna, oltre a confermare che è più elevato nei giovani uomini, segnalano almeno due questioni da non sottovalutare.
La probabilità di infiammazione cardiaca si riduce drasticamente se, in questa popolazione, si aumenta l’intervallo di tempo tra le dosi ma, soprattutto - a differenza di quanto finora indicato - il rischio si abbassa ulteriormente se si evita la somministrazione di vaccini diversi (eterologa). Sono i risultati di uno studio canadese realizzato in Ontario su 14,7 milioni di persone e appena pubblicato sul Journal of american medical association (Jama). In linea con quanto già noto, dei 297 casi in cui si è manifestata la miocardite, 228 (76,8%) erano maschi di età tra 18 e 24 anni e in 207 (69,7%) il problema si è presentato dopo la seconda dose di vaccino a mRna. In particolare, nel caso di due dosi di Moderna (Spikevax), i casi sono stati 299,5 per milione: cinque volte di più dei 59,2 di Comirnaty (Pfizer). Nei ragazzi tra i 12 e 17 anni il tasso era più elevato, ma si riferisce solo al prodotto Pfizer: quello di Moderna, durante lo studio, non era autorizzato in Canada in questa popolazione. La maggior parte dei pazienti (97,6%) si è rivolto al pronto soccorso, il 70,7% ha avuto bisogno del ricovero in ospedale e 14 sono andati in terapia intensiva (4,7%). La cosa interessante è che, nel gruppo di uomini dell’Ontario, se l’intervallo tra le due dosi passava da quattro a otto settimane, il rischio quasi si dimezzava (132,5 per milione di seconde dosi con Moderna), ma era notevolmente ridotto a 11,1 casi con Comirnaty. Questo andamento si è confermato, con tassi inferioiri, anche nella popolazione generale.
Lo studio canadese mette in discussione anche l’utilità di cambiare vaccino tra le dosi, cosa avvenuta in Italia soprattutto tra seconda e terza inoculazione - in coincidenza con l’arrivo massiccio del vaccino Moderna, dopo che le prime erano state fatte con Pfizer e Astrazeneca in over 70 - e motivata con un aumento di efficacia (effetto noto, con i vaccini tradizionali). Nel caso dei prodotti a mRna, i ricercatori del Canada, hanno notato che la scelta di usare il prodotto di Pfizer per la prima dose e quello di Moderna per la seconda aumentava il tasso di miocardite rispetto alle due dosi del solo prodotto di Moderna.
Sul maggior rischio di miocardite nei giovani uomini vaccinati con Moderna concorda anche una ricerca francese appena pubblicata su Nature e amplia l’età anche al di sopra dei 30 anni, ma questo studio considerava solo i pazienti ricoverati (nello studio canadese era solo il 30%). A tal proposito, si ricorda che un lavoro scandinavo su 23 milioni di soggetti e pubblicato ad aprile su Jama, arrivava alle stesse conclusioni per i ragazzi tra 16 e 24 anni, ma in questi, il rischio di miocardite non solo è risultato solo più elevato, in seguito alla somministrazione di un vaccino Moderna rispetto a un vaccino Pfizer; per la prima volta, era maggiore di quello associato all’infezione da Sars-Cov2: cinque volte più alto per Pfizer e 15 per Moderna, rispetto ai non vaccinati.
Tutti gli autori degli studi chiedono ulteriori dati e invitano le istituzioni a valutare attentamente i rischi di miocardite, anche se rari, dovuti alla vaccinazione rispetto a quelli attesi dall’infezione Covid, in base al tipo di prodotto, all’età - vista l’autorizzazione anche nei neonati - al sesso e allo stato di salute. Al ministero però, attualmente, sembrano più impegnati a smaltire le dosi stoccate e pagate.
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Senza citarci, l’ente replica a un articolo sull’efficacia negativa dei vaccini. Ma per farlo, spiega che sono i suoi stessi dati ad avere «limiti intrinseci». Peccato che su quella base abbia sponsorizzato le iniezioni.Uno studio canadese mostra un aumento di reazioni in chi ha ricevuto gli «shot» con Pfizer e poi con Moderna. Che secondo «Nature» crea più problemi cardiaciLo speciale contiene due articoliSono ben 27 i funzionari che ogni settimana lavorano al Bollettino epidemiologico dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che da oltre due anni informa i cittadini sull’andamento della pandemia. La scorsa settimana li abbiamo tenuti impegnati dedicando due articoli all’«efficacia negativa» dei vaccini, stranamente non raccontata con chiarezza dal bollettino, ma evidente leggendo i semplici dati, sia sulle terze dosi per quasi tutte le fasce di età che sulla vaccinazione nei bambini tra i 5 e gli 11 anni. Il giorno dopo, l’Iss ha pubblicato un’interessante nota, collocata nella sezione «Fake news», nella quale riprende il tema dell’efficacia negativa sollevato dalla Verità affrontandola con un lapidario: «Falso».«Il fatto che siano presenti alcuni dati apparentemente incongruenti è da attribuire ad alcuni limiti intrinseci dell’analisi», ammette subito l’Iss. Dunque il problema è nel metodo usato dall’Iss? L’Istituto sostiene che i valori riportati dalla Verità non sono corretti perché non tengono conto di fattori di bias quali la diversa composizione dei gruppi confrontati rispetto a parametri come la precedente infezione asintomatica (leggi: guariti), o la mancata notifica di positività (gente che per paura della quarantena non dichiara di essere positiva). Ma sono i limiti della loro stessa analisi, che l’Iss usa da oltre un anno e mezzo. La Verità, infatti, non ha fatto altro che affiancare dati, non «rielaborati» ma riportati dallo stesso Iss con la metodologia contestata dall’Istituto medesimo. Abbiamo infatti riportato i dati all’interno della categoria dei vaccinati (tridosati rispetto a vaccinati con due dosi da più di 120 giorni) anziché compararli con i non vaccinati, comparazione attraverso la quale l’Istituto ha spinto alla vaccinazione. Il debunking dell’Iss, dunque, appare più un autogol contro il suo stesso metodo.Quella dell’efficacia è una formula statistica, non medica, di cui deve tener conto qualsiasi produttore di farmaci. Del fatto che ci fosse un’efficacia negativa se ne parlava da tempo: è un valore che si calcola con una formula. Se vogliamo ad esempio usare il metodo Iss per stimare l’efficacia del booster sulla fascia 12-39 anni rispetto alla vaccinazione con due dosi da più di 120 giorni senza booster, basta fare due conti banali. Si tratta di un’equazione di primo grado (sulla base della formula 1 meno il rapporto tra i rischi, quindi rischio con due dosi da più di 120 giorni rispetto a rischio booster). Il risultato dà, per il contagio, un’efficacia dell’1,5%, e per la malattia severa un misero 12,6%. Un valore ben inferiore a quel 50% richiesto da Fda come soglia minima per considerare un vaccino clinicamente rilevante e di conseguenza raccomandarne l’approvazione. Maurizio Rainisio, statistico che ha lavorato nella ricerca clinica e nell’epidemiologia per molte grandi industrie farmaceutiche tra cui Novartis e Roche, spiega: «L’Istituto superiore di sanità usa un certo metodo per calcolare l’efficacia del vaccino rispetto al non vaccino. Perché la stessa formula usata per dimostrare che il vaccino “funziona” rispetto ai non vaccinati non dovrebbe essere valida per paragonare i vaccinati con booster rispetto ai vaccinati da più di 120 giorni?». Non solo: «L’Iss non usa una media mobile», spiega Rainisio, «e dunque mette nello stesso calderone i dati di gennaio con quelli di adesso. Avrebbe più senso considerare una media mobile su un periodo più breve, per esempio 4 settimane». Molte lacune, insomma, riscontrabili anche nei calcoli fatti a mano (a volte il mese è preceduto dallo zero, a volte no). «Ciò che colpisce», rileva lo statistico, «sono i bias di calcolo. La metodologia criticata dall’Iss nella nota del 22 giugno è la stessa utilizzata dal medesimo Istituto per poter affermare che “in Italia grazie ai vaccini sono stati evitati 8 milioni di casi e 150.000 morti”: sconfessare il proprio metodo significa sconfessare tutto ciò che lo stesso Iss ha dichiarato finora». Ad esempio, le evidenze sulla vaccinazione ai bambini tra i 5 e gli 11 anni: l’Iss non le commenta scrivendo che per questa fascia di età «ancora non è possibile fornire la stima del rischio relativo, dato che la vaccinazione di questo gruppo di età è iniziata il 16 dicembre». Eppure, dal 16 dicembre sono passati ben 6 mesi e i dati che risultano usando il metodo Iss forse non piacciono, ma sono disponibili. Basta leggere la tabella 4 dell’ultimo bollettino per calcolare l’efficacia del vaccino completo da meno di 120 giorni rispetto al non-vaccino in un clamoroso -30,8%. Qui non si parla più di booster rispetto alle «sole» due dosi, ma di efficacia tout court del vaccino sui bambini, e risulta sottozero.Se la situazione è questa, come faremo ad affrontare l’autunno senza temere che siano adottate decisioni non adeguate? Secondo Rainisio, «l’Istituto dovrebbe fare un’analisi più accurata, tenendo conto dei fattori concomitanti di cui loro stessi parlano. Nell’elaborazione della tabella 6, calcolata su un modello corretto, ma troppo semplice, dovrebbero inserire ad esempio i guariti (vaccinati e non) e il livello di rischio (in base alle patologie concomitanti)». Di sicuro, La Verità è riuscita a strappare la promessa di un approccio auspicabilmente più credibile per tutte le stime sull’efficacia del vaccino: «È in corso una revisione della modalità di analisi dei dati di efficacia», ha scritto l’Iss a conclusione della sua nota. 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Sono i risultati di uno studio canadese realizzato in Ontario su 14,7 milioni di persone e appena pubblicato sul Journal of american medical association (Jama). In linea con quanto già noto, dei 297 casi in cui si è manifestata la miocardite, 228 (76,8%) erano maschi di età tra 18 e 24 anni e in 207 (69,7%) il problema si è presentato dopo la seconda dose di vaccino a mRna. In particolare, nel caso di due dosi di Moderna (Spikevax), i casi sono stati 299,5 per milione: cinque volte di più dei 59,2 di Comirnaty (Pfizer). Nei ragazzi tra i 12 e 17 anni il tasso era più elevato, ma si riferisce solo al prodotto Pfizer: quello di Moderna, durante lo studio, non era autorizzato in Canada in questa popolazione. La maggior parte dei pazienti (97,6%) si è rivolto al pronto soccorso, il 70,7% ha avuto bisogno del ricovero in ospedale e 14 sono andati in terapia intensiva (4,7%). La cosa interessante è che, nel gruppo di uomini dell’Ontario, se l’intervallo tra le due dosi passava da quattro a otto settimane, il rischio quasi si dimezzava (132,5 per milione di seconde dosi con Moderna), ma era notevolmente ridotto a 11,1 casi con Comirnaty. Questo andamento si è confermato, con tassi inferioiri, anche nella popolazione generale. Lo studio canadese mette in discussione anche l’utilità di cambiare vaccino tra le dosi, cosa avvenuta in Italia soprattutto tra seconda e terza inoculazione - in coincidenza con l’arrivo massiccio del vaccino Moderna, dopo che le prime erano state fatte con Pfizer e Astrazeneca in over 70 - e motivata con un aumento di efficacia (effetto noto, con i vaccini tradizionali). Nel caso dei prodotti a mRna, i ricercatori del Canada, hanno notato che la scelta di usare il prodotto di Pfizer per la prima dose e quello di Moderna per la seconda aumentava il tasso di miocardite rispetto alle due dosi del solo prodotto di Moderna. Sul maggior rischio di miocardite nei giovani uomini vaccinati con Moderna concorda anche una ricerca francese appena pubblicata su Nature e amplia l’età anche al di sopra dei 30 anni, ma questo studio considerava solo i pazienti ricoverati (nello studio canadese era solo il 30%). A tal proposito, si ricorda che un lavoro scandinavo su 23 milioni di soggetti e pubblicato ad aprile su Jama, arrivava alle stesse conclusioni per i ragazzi tra 16 e 24 anni, ma in questi, il rischio di miocardite non solo è risultato solo più elevato, in seguito alla somministrazione di un vaccino Moderna rispetto a un vaccino Pfizer; per la prima volta, era maggiore di quello associato all’infezione da Sars-Cov2: cinque volte più alto per Pfizer e 15 per Moderna, rispetto ai non vaccinati. Tutti gli autori degli studi chiedono ulteriori dati e invitano le istituzioni a valutare attentamente i rischi di miocardite, anche se rari, dovuti alla vaccinazione rispetto a quelli attesi dall’infezione Covid, in base al tipo di prodotto, all’età - vista l’autorizzazione anche nei neonati - al sesso e allo stato di salute. Al ministero però, attualmente, sembrano più impegnati a smaltire le dosi stoccate e pagate.
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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