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2022-06-28
Cercava di smentire «La Verità». L’Iss finisce per smentire sé stesso
Sono ben 27 i funzionari che ogni settimana lavorano al Bollettino epidemiologico dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che da oltre due anni informa i cittadini sull’andamento della pandemia. La scorsa settimana li abbiamo tenuti impegnati dedicando due articoli all’«efficacia negativa» dei vaccini, stranamente non raccontata con chiarezza dal bollettino, ma evidente leggendo i semplici dati, sia sulle terze dosi per quasi tutte le fasce di età che sulla vaccinazione nei bambini tra i 5 e gli 11 anni. Il giorno dopo, l’Iss ha pubblicato un’interessante nota, collocata nella sezione «Fake news», nella quale riprende il tema dell’efficacia negativa sollevato dalla Verità affrontandola con un lapidario: «Falso».
«Il fatto che siano presenti alcuni dati apparentemente incongruenti è da attribuire ad alcuni limiti intrinseci dell’analisi», ammette subito l’Iss. Dunque il problema è nel metodo usato dall’Iss? L’Istituto sostiene che i valori riportati dalla Verità non sono corretti perché non tengono conto di fattori di bias quali la diversa composizione dei gruppi confrontati rispetto a parametri come la precedente infezione asintomatica (leggi: guariti), o la mancata notifica di positività (gente che per paura della quarantena non dichiara di essere positiva). Ma sono i limiti della loro stessa analisi, che l’Iss usa da oltre un anno e mezzo. La Verità, infatti, non ha fatto altro che affiancare dati, non «rielaborati» ma riportati dallo stesso Iss con la metodologia contestata dall’Istituto medesimo. Abbiamo infatti riportato i dati all’interno della categoria dei vaccinati (tridosati rispetto a vaccinati con due dosi da più di 120 giorni) anziché compararli con i non vaccinati, comparazione attraverso la quale l’Istituto ha spinto alla vaccinazione. Il debunking dell’Iss, dunque, appare più un autogol contro il suo stesso metodo.
Quella dell’efficacia è una formula statistica, non medica, di cui deve tener conto qualsiasi produttore di farmaci. Del fatto che ci fosse un’efficacia negativa se ne parlava da tempo: è un valore che si calcola con una formula. Se vogliamo ad esempio usare il metodo Iss per stimare l’efficacia del booster sulla fascia 12-39 anni rispetto alla vaccinazione con due dosi da più di 120 giorni senza booster, basta fare due conti banali. Si tratta di un’equazione di primo grado (sulla base della formula 1 meno il rapporto tra i rischi, quindi rischio con due dosi da più di 120 giorni rispetto a rischio booster). Il risultato dà, per il contagio, un’efficacia dell’1,5%, e per la malattia severa un misero 12,6%. Un valore ben inferiore a quel 50% richiesto da Fda come soglia minima per considerare un vaccino clinicamente rilevante e di conseguenza raccomandarne l’approvazione.
Maurizio Rainisio, statistico che ha lavorato nella ricerca clinica e nell’epidemiologia per molte grandi industrie farmaceutiche tra cui Novartis e Roche, spiega: «L’Istituto superiore di sanità usa un certo metodo per calcolare l’efficacia del vaccino rispetto al non vaccino. Perché la stessa formula usata per dimostrare che il vaccino “funziona” rispetto ai non vaccinati non dovrebbe essere valida per paragonare i vaccinati con booster rispetto ai vaccinati da più di 120 giorni?». Non solo: «L’Iss non usa una media mobile», spiega Rainisio, «e dunque mette nello stesso calderone i dati di gennaio con quelli di adesso. Avrebbe più senso considerare una media mobile su un periodo più breve, per esempio 4 settimane». Molte lacune, insomma, riscontrabili anche nei calcoli fatti a mano (a volte il mese è preceduto dallo zero, a volte no). «Ciò che colpisce», rileva lo statistico, «sono i bias di calcolo. La metodologia criticata dall’Iss nella nota del 22 giugno è la stessa utilizzata dal medesimo Istituto per poter affermare che “in Italia grazie ai vaccini sono stati evitati 8 milioni di casi e 150.000 morti”: sconfessare il proprio metodo significa sconfessare tutto ciò che lo stesso Iss ha dichiarato finora».
Ad esempio, le evidenze sulla vaccinazione ai bambini tra i 5 e gli 11 anni: l’Iss non le commenta scrivendo che per questa fascia di età «ancora non è possibile fornire la stima del rischio relativo, dato che la vaccinazione di questo gruppo di età è iniziata il 16 dicembre». Eppure, dal 16 dicembre sono passati ben 6 mesi e i dati che risultano usando il metodo Iss forse non piacciono, ma sono disponibili. Basta leggere la tabella 4 dell’ultimo bollettino per calcolare l’efficacia del vaccino completo da meno di 120 giorni rispetto al non-vaccino in un clamoroso -30,8%. Qui non si parla più di booster rispetto alle «sole» due dosi, ma di efficacia tout court del vaccino sui bambini, e risulta sottozero.
Se la situazione è questa, come faremo ad affrontare l’autunno senza temere che siano adottate decisioni non adeguate? Secondo Rainisio, «l’Istituto dovrebbe fare un’analisi più accurata, tenendo conto dei fattori concomitanti di cui loro stessi parlano. Nell’elaborazione della tabella 6, calcolata su un modello corretto, ma troppo semplice, dovrebbero inserire ad esempio i guariti (vaccinati e non) e il livello di rischio (in base alle patologie concomitanti)». Di sicuro, La Verità è riuscita a strappare la promessa di un approccio auspicabilmente più credibile per tutte le stime sull’efficacia del vaccino: «È in corso una revisione della modalità di analisi dei dati di efficacia», ha scritto l’Iss a conclusione della sua nota. Finalmente ci siamo arrivati.
«Più miocarditi mescolando le dosi»
Nuovi dati sul rischio di mio e pericarditi in seguito alla somministrazione di vaccini anti Covid a mRna, oltre a confermare che è più elevato nei giovani uomini, segnalano almeno due questioni da non sottovalutare.
La probabilità di infiammazione cardiaca si riduce drasticamente se, in questa popolazione, si aumenta l’intervallo di tempo tra le dosi ma, soprattutto - a differenza di quanto finora indicato - il rischio si abbassa ulteriormente se si evita la somministrazione di vaccini diversi (eterologa). Sono i risultati di uno studio canadese realizzato in Ontario su 14,7 milioni di persone e appena pubblicato sul Journal of american medical association (Jama). In linea con quanto già noto, dei 297 casi in cui si è manifestata la miocardite, 228 (76,8%) erano maschi di età tra 18 e 24 anni e in 207 (69,7%) il problema si è presentato dopo la seconda dose di vaccino a mRna. In particolare, nel caso di due dosi di Moderna (Spikevax), i casi sono stati 299,5 per milione: cinque volte di più dei 59,2 di Comirnaty (Pfizer). Nei ragazzi tra i 12 e 17 anni il tasso era più elevato, ma si riferisce solo al prodotto Pfizer: quello di Moderna, durante lo studio, non era autorizzato in Canada in questa popolazione. La maggior parte dei pazienti (97,6%) si è rivolto al pronto soccorso, il 70,7% ha avuto bisogno del ricovero in ospedale e 14 sono andati in terapia intensiva (4,7%). La cosa interessante è che, nel gruppo di uomini dell’Ontario, se l’intervallo tra le due dosi passava da quattro a otto settimane, il rischio quasi si dimezzava (132,5 per milione di seconde dosi con Moderna), ma era notevolmente ridotto a 11,1 casi con Comirnaty. Questo andamento si è confermato, con tassi inferioiri, anche nella popolazione generale.
Lo studio canadese mette in discussione anche l’utilità di cambiare vaccino tra le dosi, cosa avvenuta in Italia soprattutto tra seconda e terza inoculazione - in coincidenza con l’arrivo massiccio del vaccino Moderna, dopo che le prime erano state fatte con Pfizer e Astrazeneca in over 70 - e motivata con un aumento di efficacia (effetto noto, con i vaccini tradizionali). Nel caso dei prodotti a mRna, i ricercatori del Canada, hanno notato che la scelta di usare il prodotto di Pfizer per la prima dose e quello di Moderna per la seconda aumentava il tasso di miocardite rispetto alle due dosi del solo prodotto di Moderna.
Sul maggior rischio di miocardite nei giovani uomini vaccinati con Moderna concorda anche una ricerca francese appena pubblicata su Nature e amplia l’età anche al di sopra dei 30 anni, ma questo studio considerava solo i pazienti ricoverati (nello studio canadese era solo il 30%). A tal proposito, si ricorda che un lavoro scandinavo su 23 milioni di soggetti e pubblicato ad aprile su Jama, arrivava alle stesse conclusioni per i ragazzi tra 16 e 24 anni, ma in questi, il rischio di miocardite non solo è risultato solo più elevato, in seguito alla somministrazione di un vaccino Moderna rispetto a un vaccino Pfizer; per la prima volta, era maggiore di quello associato all’infezione da Sars-Cov2: cinque volte più alto per Pfizer e 15 per Moderna, rispetto ai non vaccinati.
Tutti gli autori degli studi chiedono ulteriori dati e invitano le istituzioni a valutare attentamente i rischi di miocardite, anche se rari, dovuti alla vaccinazione rispetto a quelli attesi dall’infezione Covid, in base al tipo di prodotto, all’età - vista l’autorizzazione anche nei neonati - al sesso e allo stato di salute. Al ministero però, attualmente, sembrano più impegnati a smaltire le dosi stoccate e pagate.
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Senza citarci, l’ente replica a un articolo sull’efficacia negativa dei vaccini. Ma per farlo, spiega che sono i suoi stessi dati ad avere «limiti intrinseci». Peccato che su quella base abbia sponsorizzato le iniezioni.Uno studio canadese mostra un aumento di reazioni in chi ha ricevuto gli «shot» con Pfizer e poi con Moderna. Che secondo «Nature» crea più problemi cardiaciLo speciale contiene due articoliSono ben 27 i funzionari che ogni settimana lavorano al Bollettino epidemiologico dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che da oltre due anni informa i cittadini sull’andamento della pandemia. La scorsa settimana li abbiamo tenuti impegnati dedicando due articoli all’«efficacia negativa» dei vaccini, stranamente non raccontata con chiarezza dal bollettino, ma evidente leggendo i semplici dati, sia sulle terze dosi per quasi tutte le fasce di età che sulla vaccinazione nei bambini tra i 5 e gli 11 anni. Il giorno dopo, l’Iss ha pubblicato un’interessante nota, collocata nella sezione «Fake news», nella quale riprende il tema dell’efficacia negativa sollevato dalla Verità affrontandola con un lapidario: «Falso».«Il fatto che siano presenti alcuni dati apparentemente incongruenti è da attribuire ad alcuni limiti intrinseci dell’analisi», ammette subito l’Iss. Dunque il problema è nel metodo usato dall’Iss? L’Istituto sostiene che i valori riportati dalla Verità non sono corretti perché non tengono conto di fattori di bias quali la diversa composizione dei gruppi confrontati rispetto a parametri come la precedente infezione asintomatica (leggi: guariti), o la mancata notifica di positività (gente che per paura della quarantena non dichiara di essere positiva). Ma sono i limiti della loro stessa analisi, che l’Iss usa da oltre un anno e mezzo. La Verità, infatti, non ha fatto altro che affiancare dati, non «rielaborati» ma riportati dallo stesso Iss con la metodologia contestata dall’Istituto medesimo. Abbiamo infatti riportato i dati all’interno della categoria dei vaccinati (tridosati rispetto a vaccinati con due dosi da più di 120 giorni) anziché compararli con i non vaccinati, comparazione attraverso la quale l’Istituto ha spinto alla vaccinazione. Il debunking dell’Iss, dunque, appare più un autogol contro il suo stesso metodo.Quella dell’efficacia è una formula statistica, non medica, di cui deve tener conto qualsiasi produttore di farmaci. Del fatto che ci fosse un’efficacia negativa se ne parlava da tempo: è un valore che si calcola con una formula. Se vogliamo ad esempio usare il metodo Iss per stimare l’efficacia del booster sulla fascia 12-39 anni rispetto alla vaccinazione con due dosi da più di 120 giorni senza booster, basta fare due conti banali. Si tratta di un’equazione di primo grado (sulla base della formula 1 meno il rapporto tra i rischi, quindi rischio con due dosi da più di 120 giorni rispetto a rischio booster). Il risultato dà, per il contagio, un’efficacia dell’1,5%, e per la malattia severa un misero 12,6%. Un valore ben inferiore a quel 50% richiesto da Fda come soglia minima per considerare un vaccino clinicamente rilevante e di conseguenza raccomandarne l’approvazione. Maurizio Rainisio, statistico che ha lavorato nella ricerca clinica e nell’epidemiologia per molte grandi industrie farmaceutiche tra cui Novartis e Roche, spiega: «L’Istituto superiore di sanità usa un certo metodo per calcolare l’efficacia del vaccino rispetto al non vaccino. Perché la stessa formula usata per dimostrare che il vaccino “funziona” rispetto ai non vaccinati non dovrebbe essere valida per paragonare i vaccinati con booster rispetto ai vaccinati da più di 120 giorni?». Non solo: «L’Iss non usa una media mobile», spiega Rainisio, «e dunque mette nello stesso calderone i dati di gennaio con quelli di adesso. Avrebbe più senso considerare una media mobile su un periodo più breve, per esempio 4 settimane». Molte lacune, insomma, riscontrabili anche nei calcoli fatti a mano (a volte il mese è preceduto dallo zero, a volte no). «Ciò che colpisce», rileva lo statistico, «sono i bias di calcolo. La metodologia criticata dall’Iss nella nota del 22 giugno è la stessa utilizzata dal medesimo Istituto per poter affermare che “in Italia grazie ai vaccini sono stati evitati 8 milioni di casi e 150.000 morti”: sconfessare il proprio metodo significa sconfessare tutto ciò che lo stesso Iss ha dichiarato finora». Ad esempio, le evidenze sulla vaccinazione ai bambini tra i 5 e gli 11 anni: l’Iss non le commenta scrivendo che per questa fascia di età «ancora non è possibile fornire la stima del rischio relativo, dato che la vaccinazione di questo gruppo di età è iniziata il 16 dicembre». Eppure, dal 16 dicembre sono passati ben 6 mesi e i dati che risultano usando il metodo Iss forse non piacciono, ma sono disponibili. Basta leggere la tabella 4 dell’ultimo bollettino per calcolare l’efficacia del vaccino completo da meno di 120 giorni rispetto al non-vaccino in un clamoroso -30,8%. Qui non si parla più di booster rispetto alle «sole» due dosi, ma di efficacia tout court del vaccino sui bambini, e risulta sottozero.Se la situazione è questa, come faremo ad affrontare l’autunno senza temere che siano adottate decisioni non adeguate? Secondo Rainisio, «l’Istituto dovrebbe fare un’analisi più accurata, tenendo conto dei fattori concomitanti di cui loro stessi parlano. Nell’elaborazione della tabella 6, calcolata su un modello corretto, ma troppo semplice, dovrebbero inserire ad esempio i guariti (vaccinati e non) e il livello di rischio (in base alle patologie concomitanti)». Di sicuro, La Verità è riuscita a strappare la promessa di un approccio auspicabilmente più credibile per tutte le stime sull’efficacia del vaccino: «È in corso una revisione della modalità di analisi dei dati di efficacia», ha scritto l’Iss a conclusione della sua nota. 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Sono i risultati di uno studio canadese realizzato in Ontario su 14,7 milioni di persone e appena pubblicato sul Journal of american medical association (Jama). In linea con quanto già noto, dei 297 casi in cui si è manifestata la miocardite, 228 (76,8%) erano maschi di età tra 18 e 24 anni e in 207 (69,7%) il problema si è presentato dopo la seconda dose di vaccino a mRna. In particolare, nel caso di due dosi di Moderna (Spikevax), i casi sono stati 299,5 per milione: cinque volte di più dei 59,2 di Comirnaty (Pfizer). Nei ragazzi tra i 12 e 17 anni il tasso era più elevato, ma si riferisce solo al prodotto Pfizer: quello di Moderna, durante lo studio, non era autorizzato in Canada in questa popolazione. La maggior parte dei pazienti (97,6%) si è rivolto al pronto soccorso, il 70,7% ha avuto bisogno del ricovero in ospedale e 14 sono andati in terapia intensiva (4,7%). La cosa interessante è che, nel gruppo di uomini dell’Ontario, se l’intervallo tra le due dosi passava da quattro a otto settimane, il rischio quasi si dimezzava (132,5 per milione di seconde dosi con Moderna), ma era notevolmente ridotto a 11,1 casi con Comirnaty. Questo andamento si è confermato, con tassi inferioiri, anche nella popolazione generale. Lo studio canadese mette in discussione anche l’utilità di cambiare vaccino tra le dosi, cosa avvenuta in Italia soprattutto tra seconda e terza inoculazione - in coincidenza con l’arrivo massiccio del vaccino Moderna, dopo che le prime erano state fatte con Pfizer e Astrazeneca in over 70 - e motivata con un aumento di efficacia (effetto noto, con i vaccini tradizionali). Nel caso dei prodotti a mRna, i ricercatori del Canada, hanno notato che la scelta di usare il prodotto di Pfizer per la prima dose e quello di Moderna per la seconda aumentava il tasso di miocardite rispetto alle due dosi del solo prodotto di Moderna. Sul maggior rischio di miocardite nei giovani uomini vaccinati con Moderna concorda anche una ricerca francese appena pubblicata su Nature e amplia l’età anche al di sopra dei 30 anni, ma questo studio considerava solo i pazienti ricoverati (nello studio canadese era solo il 30%). A tal proposito, si ricorda che un lavoro scandinavo su 23 milioni di soggetti e pubblicato ad aprile su Jama, arrivava alle stesse conclusioni per i ragazzi tra 16 e 24 anni, ma in questi, il rischio di miocardite non solo è risultato solo più elevato, in seguito alla somministrazione di un vaccino Moderna rispetto a un vaccino Pfizer; per la prima volta, era maggiore di quello associato all’infezione da Sars-Cov2: cinque volte più alto per Pfizer e 15 per Moderna, rispetto ai non vaccinati. Tutti gli autori degli studi chiedono ulteriori dati e invitano le istituzioni a valutare attentamente i rischi di miocardite, anche se rari, dovuti alla vaccinazione rispetto a quelli attesi dall’infezione Covid, in base al tipo di prodotto, all’età - vista l’autorizzazione anche nei neonati - al sesso e allo stato di salute. Al ministero però, attualmente, sembrano più impegnati a smaltire le dosi stoccate e pagate.
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.