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2022-08-29
La vera Mission impossible: trovare un medico
AAA Cercasi dottore disperatamente. La salute non va in vacanza ma mai come in questa estate ammalarsi è un problema. La mancanza di medici non è una novità ma ora si sono sommati i buchi creati dai pensionamenti e dalle assenze per smaltire le ferie accumulate durante l’emergenza pandemica. Un corto circuito innescato dal ritorno in massa dei pazienti dopo due anni di cure con il contagocce. E si è arrivati al paradosso di importare medici dall’estero. Dall’Ucraina ne sono arrivati 250 e altri 100 dall’Albania. Ma il caso più eclatante è il reclutamento, deciso dal presidente della regione Calabria, Roberto Occhiuto, di 500 camici bianchi provenienti da Cuba. Il governatore di centrodestra ha spiegato che diversi bandi di concorso a tempo indeterminato sono andati deserti, tesi però smentita da associazioni sindacali e personale medico che non avrebbero mai saputo di esami per il reclutamento.
Come mai, appena si sono aperte le porte del pensionamento, tanti medici hanno colto la palla al balzo per andarsene? Come mai un posto in ospedale, specie al Sud, è precipitato nelle aspirazioni di un giovane laureato? E quanto ha inciso la selvaggia «spending review» degli ultimi dieci anni che ha tagliato i posti nelle specializzazioni? L’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, ha calcolato che tra ospedali, pronto soccorso e medici di famiglia, mancano circa 18.500 camici bianchi. La situazione più critica, è quella dei pronto soccorso dove, alle emergenze quotidiane, si aggiunge l’esercito dei malati che non potendo rinviare ancora le cure, dopo lo stop del Covid, bussano agli ospedali per essere assistiti. E non possono permettersi uno specialista privato.
Gli ospedali sono entrati in affanno e il sovraffollamento ha coinciso con l’esodo dei medici. Secondo Anaao Assomed, ne mancano circa 4.500. Ma l’allarme riguarda in generale gli ospedali: sono 10.000 i posti vacanti. Gli organici ridotti all’osso costringono a turni massacranti, ad accumulare ferie che prima o poi andranno smaltite creando ulteriori vuoti. In sofferenza anche il servizio delle ambulanze dove i camici bianchi si sono ridotti del 50% negli ultimi dieci anni. La legge di bilancio ha stanziato 90 milioni per una indennità accessoria, ma è come una goccia nel deserto.
Si è anche assottigliato il numero dei medici di famiglia, il primo snodo di assistenza del servizio sanitario, che fino a qualche anno fa era un vanto della sanità italiana rispetto al resto d’Europa. Si contano circa 4.000 sedi vacanti su una categoria che ne conta complessivamente 40.000. Il fabbisogno riguarda sia piccoli centri montani e delle campagne, ma anche grandi città come Milano e Firenze. In alcune regioni, specie nel Nord, sono stati richiamati in servizio i pensionati. Per tamponare la situazione, i pazienti sono dirottati in studi che hanno raggiunto il massimo della capienza consentita per legge, cioè 1.500 assistiti.
Il problema non è la carenza di laureati in medicina: nei prossimi 10 anni, le università ne sforneranno circa 100.000, un numero più che sufficiente per le esigenze di turn over. Mancano invece gli specialisti, quelli che lavorano negli ospedali e in molte strutture del territorio. Una ricerca Eurostat dell’agosto 2020 evidenzia che l’Italia è il secondo Paese con più medici nella Ue: circa 240.000 su 1,7 milioni registrati nella Ue, dietro solo alla Germania che ne ha 357.000, il 21,1% del totale, e davanti alla Francia con 212.000. Ci sono 3,1 medici ogni 1.000 abitanti secondo l’Istat, il che ci colloca nella media europea.
Tuttavia, il numero di medici disponibili non si riflette negli organici della sanità pubblica. Gli ultimi dati del ministero della Salute (2017) sui camici bianchi nel Servizio sanitario nazionale indicano 1,7 medici ogni 1.000 abitanti. Essi scarseggiano perché, a partire dal governo Monti, la sanità ha subito pesanti tagli che hanno colpito in particolare le borse di specializzazione. Va considerato anche che, come stima l’Anaao, solo il 66% degli specialisti sceglie il servizio pubblico, i restanti lavorano nella sanità privata o scelgono la libera professione. Un’opzione che consente di esercitare sia negli ospedali sia nelle cliniche, senza vincoli di esclusiva.Altro elemento è che alcune specializzazioni come la medicina d’urgenza non esercitano grande appeal sui laureati che preferiscono settori meno stressanti e più remunerativi.
Qualcosa è stato fatto per colmare i buchi negli organici ospedalieri. I contratti di formazione sono stati portati da 4.500 a 15.000, però produrranno effetti a lungo andare. Formare uno specialista richiede 4-5 anni e occorre quindi scontare un periodo in cui le strutture continueranno a essere in emergenza. Secondo Anaao, i circa 10.000 medici che oggi mancano all’appello negli ospedali saranno verosimilmente recuperati tra il 2024 e il 2028, quando entreranno nel sistema sanitario coloro che quest’anno iniziano la specializzazione.
Oltre a pensionamenti, turni stressanti e remunerazione considerata bassa in relazione all’impegno, recentemente è emerso un ultimo fattore che rende meno attrattivo il lavoro in ospedale: l’aumento delle aggressioni. Nella città metropolitana di Milano, da gennaio a maggio, sono stati denunciati 116 casi di attacchi al personale a fronte di 122 in tutto il 2021. Minacce e intimidazioni sono più che raddoppiate: da 22 casi lo scorso anno a 45 nei primi cinque mesi del 2022. Il fenomeno è generalizzato. Secondo la Fnopi (la federazione degli infermieri), le aggressioni fisiche colpiscono in media in un anno un terzo degli infermieri: circa 130.000 casi con un sommerso non denunciato all’Inail stimato in circa 125.000 casi l’anno.
«Schiacciati dalla burocrazia»
Anche per i medici di famiglia il Covid ha portato un sovraccarico di incombenze spesso burocratiche che ostacolano il funzionamento del sistema: lo dice Pier Luigi Bartoletti, vicesegretario nazionale della Fimmg, la federazione dei medici di famiglia.
La situazione dei medici di base è meno dura rispetto a quelli delle emergenze, eppure l’esodo c’è stato lo stesso. Come lo spiega?
«Le uscite erano attese, bastava guardare i dati anagrafici dei pensionamenti. Inattesi invece i prepensionamenti. La categoria è stata messa a dura prova dalla pandemia. Sui medici di famiglia si è scaricato il peso enorme della gestione del Covid. Sono stati in trincea per oltre due anni, dovendo affrontare una situazione di caos. Ora gli studi sono intasati da coloro che hanno ritardato o sospeso le cure durante la pandemia. E si parla di coinvolgere i medici di base per la quarta dose vaccinale. Molti colleghi, superata l’emergenza, hanno preferito anticipare il pensionamento nonostante le penalizzazioni economiche: anche perdendo un po’ di soldi, non hanno esitato e se ne sono andati. Nel Lazio pensavamo che nel 2022 saremmo rimasti in 4.000 da 4.800 che eravamo, con il pensionamento standard dei settantenni, invece siamo scesi a 3.800 unità. Ci sono stati casi di medici che se ne sono andati a 63 anni. Mi dicevano: non ce la faccio più. Il lavoro si è complicato».
Complicato in che senso?
«Siamo afflitti da una serie di passaggi burocratici che rallentano il lavoro».
Un esempio?
«Le priorità per le prescrizioni sulle ricette. Se indico che un paziente deve fare un accertamento entro una certa data ma questa non viene rispettata perché i tempi di attesa sono lunghi, il paziente finisce per dare la colpa a me. Il medico di base è al centro di un sistema che non funziona e diventa il terminale della rabbia dei cittadini. Se un paziente anziano ha un catetere che non funziona il sabato pomeriggio, a chi lo dico? C’è qualcuno che mi risponde al Cad, il Centro di assistenza domiciliare? Altro esempio: dimettono un paziente alle 17 del venerdì pomeriggio, spesso con prescrizioni varie. Il parente si rivolge a me per sapere cosa fare. Ma io sono costretto a rispondere che per attivare alcune procedure bisogna aspettare lunedì perché sabato e domenica è tutto chiuso. Questi casi sono aumentati in modo esponenziale e tanti colleghi non ne possono più».
In quali regioni si sentono le maggiori carenze di medici di base?
«Le regioni più sofferenti sono al Nord, soprattutto Lombardia, Liguria, Trentino. Qui fanno lavorare i pensionati. Anche in alcune aree del Lazio si prolunga l’attività oltre i 70 anni. Ma mentre negli anni passati era una costante chiedere di restare oltre l’età pensionabile, ora è un’eccezione. Nel Sud c’è più mobilità e tante persone vanno al Nord. In Calabria il numero di guardie mediche è altissimo, superiore al resto d’Italia».
«Meno soldi, meno visite private e i pazienti si riversano da noi»
«Al pronto soccorso del Cardarelli di Napoli, il più grande ospedale del Mezzogiorno, ci sono 22 medici: ne servirebbero altri 24. Nel 2019 ce n’erano 46. Nei pronto soccorso di tutta la Campania, di qui al 2025 mancheranno 800 camici bianchi, ora sono vacanti 420 posti. Servirebbero 1.400 letti in più per arrivare alla dotazione minima e garantire i livelli di assistenza». Maurizio Cappiello, vicesegretario Anaao Assomed della Campania e medico chirurgo al Cardarelli, sciorina numeri da incubo.
Come si è arrivati a questa situazione?
«I pensionamenti, rispetto alle carenze totali, sono una piccola quota. Un 15% dei medici è andato a lavorare nel settore privato, un 10% si è trasferito all’estero e il resto si è fatto spostare nei reparti di degenza ordinaria dove non c’è lo stress delle emergenze».
Si fugge dagli ospedali?
«Le condizioni di lavoro sono diventate insostenibili. I pronto soccorso stanno esplodendo. Negli ultimi sette anni a Napoli ne sono stati chiusi 5: Loreto Mare, San Giovanni Bosco, Santa Maria del Popolo degli Incurabili, San Gennaro, Ascalesi. Gli ospedali di San Gennaro e di Santa Maria del Popolo degli Incurabili non esistono più. È uno degli effetti del commissariamento della Regione Campania. Per risanare il bilancio si è preferito tagliare alcune strutture di emergenza con la promessa, mai mantenuta, di potenziarne altre. L’ospedale Cardarelli si è fatto carico dell’afflusso dei pronto soccorso chiusi. Non bisogna dimenticare inoltre che gli ospedali spesso sono usati come ammortizzatori sociali per le prestazioni non urgenti».
In che senso?
«Le liste d’attesa per la specialista si sono allungate con il Covid. Tanti pazienti hanno saltato le cure e ora, per recuperare, si rivolgono all’ospedale. Qui arrivano quanti non hanno le disponibilità economiche per pagare un medico privato o fare gli accertamenti nei laboratori di analisi. Questa massa di persone si somma alle urgenze quotidiane. Sempre più spesso la tensione sale e sono frequenti le aggressioni da parte dei parenti del malato che è in corsia in attesa del suo turno e rivendica la priorità anche su chi arriva con il codice rosso. Oltre il 20% delle aggressioni avvengono proprio nel pronto soccorso. Lavorare in queste condizioni è diventato molto faticoso oltre che rischioso. Al medico dovrebbe essere riconosciuto lo status di pubblico ufficiale. Ora l’aggressore è perseguibile solo su denuncia a meno che non vi siano lesioni tali da richiedere una prognosi di almeno 20 giorni. Ecco perché chi può va altrove. Pesa anche uno stipendio che è più basso della media europea».
Come si può arginare la fuga dei medici?
«Innanzitutto occorre aumentare il numero dei posti letto per ridurre il sovraffollamento. Va riformata l’assistenza in emergenza; un medico che al pronto soccorso fa tutto non è più possibile. E per ammortizzare i turni massacranti servirebbero più ferie».
Quanti giorni di riposo avete a disposizione?
«Oscillano tra 32 e 36 giorni l’anno ma non si riescono a soddisfare per carenza di personale. Chi è nelle strutture di emergenza dovrebbe averne 15 in più».
Continua a leggereRiduci
Mancano 18.500 camici bianchi, soprattutto nei pronto soccorso. Colpa di tagli, pensionamenti e liste d’attesa sempre più lunghe Risultato: turni massacranti e aggressioni di familiari esasperati.Il vicesegretario dei medici di famiglia Pier Luigi Bartoletti: «Scaricato su di noi il peso della gestione Covid, troppe procedure per ricette e tamponi. E ora ci tocca la campagna per la quarta dose».Il chirurgo del Cardarelli di Napoli Maurizio Cappiello: più posti letto per ridurre il sovraffollamento.Lo speciale contiene tre articoli.AAA Cercasi dottore disperatamente. La salute non va in vacanza ma mai come in questa estate ammalarsi è un problema. La mancanza di medici non è una novità ma ora si sono sommati i buchi creati dai pensionamenti e dalle assenze per smaltire le ferie accumulate durante l’emergenza pandemica. Un corto circuito innescato dal ritorno in massa dei pazienti dopo due anni di cure con il contagocce. E si è arrivati al paradosso di importare medici dall’estero. Dall’Ucraina ne sono arrivati 250 e altri 100 dall’Albania. Ma il caso più eclatante è il reclutamento, deciso dal presidente della regione Calabria, Roberto Occhiuto, di 500 camici bianchi provenienti da Cuba. Il governatore di centrodestra ha spiegato che diversi bandi di concorso a tempo indeterminato sono andati deserti, tesi però smentita da associazioni sindacali e personale medico che non avrebbero mai saputo di esami per il reclutamento. Come mai, appena si sono aperte le porte del pensionamento, tanti medici hanno colto la palla al balzo per andarsene? Come mai un posto in ospedale, specie al Sud, è precipitato nelle aspirazioni di un giovane laureato? E quanto ha inciso la selvaggia «spending review» degli ultimi dieci anni che ha tagliato i posti nelle specializzazioni? L’Anaao Assomed, il sindacato dei medici ospedalieri, ha calcolato che tra ospedali, pronto soccorso e medici di famiglia, mancano circa 18.500 camici bianchi. La situazione più critica, è quella dei pronto soccorso dove, alle emergenze quotidiane, si aggiunge l’esercito dei malati che non potendo rinviare ancora le cure, dopo lo stop del Covid, bussano agli ospedali per essere assistiti. E non possono permettersi uno specialista privato. Gli ospedali sono entrati in affanno e il sovraffollamento ha coinciso con l’esodo dei medici. Secondo Anaao Assomed, ne mancano circa 4.500. Ma l’allarme riguarda in generale gli ospedali: sono 10.000 i posti vacanti. Gli organici ridotti all’osso costringono a turni massacranti, ad accumulare ferie che prima o poi andranno smaltite creando ulteriori vuoti. In sofferenza anche il servizio delle ambulanze dove i camici bianchi si sono ridotti del 50% negli ultimi dieci anni. La legge di bilancio ha stanziato 90 milioni per una indennità accessoria, ma è come una goccia nel deserto. Si è anche assottigliato il numero dei medici di famiglia, il primo snodo di assistenza del servizio sanitario, che fino a qualche anno fa era un vanto della sanità italiana rispetto al resto d’Europa. Si contano circa 4.000 sedi vacanti su una categoria che ne conta complessivamente 40.000. Il fabbisogno riguarda sia piccoli centri montani e delle campagne, ma anche grandi città come Milano e Firenze. In alcune regioni, specie nel Nord, sono stati richiamati in servizio i pensionati. Per tamponare la situazione, i pazienti sono dirottati in studi che hanno raggiunto il massimo della capienza consentita per legge, cioè 1.500 assistiti. Il problema non è la carenza di laureati in medicina: nei prossimi 10 anni, le università ne sforneranno circa 100.000, un numero più che sufficiente per le esigenze di turn over. Mancano invece gli specialisti, quelli che lavorano negli ospedali e in molte strutture del territorio. Una ricerca Eurostat dell’agosto 2020 evidenzia che l’Italia è il secondo Paese con più medici nella Ue: circa 240.000 su 1,7 milioni registrati nella Ue, dietro solo alla Germania che ne ha 357.000, il 21,1% del totale, e davanti alla Francia con 212.000. Ci sono 3,1 medici ogni 1.000 abitanti secondo l’Istat, il che ci colloca nella media europea. Tuttavia, il numero di medici disponibili non si riflette negli organici della sanità pubblica. Gli ultimi dati del ministero della Salute (2017) sui camici bianchi nel Servizio sanitario nazionale indicano 1,7 medici ogni 1.000 abitanti. Essi scarseggiano perché, a partire dal governo Monti, la sanità ha subito pesanti tagli che hanno colpito in particolare le borse di specializzazione. Va considerato anche che, come stima l’Anaao, solo il 66% degli specialisti sceglie il servizio pubblico, i restanti lavorano nella sanità privata o scelgono la libera professione. Un’opzione che consente di esercitare sia negli ospedali sia nelle cliniche, senza vincoli di esclusiva.Altro elemento è che alcune specializzazioni come la medicina d’urgenza non esercitano grande appeal sui laureati che preferiscono settori meno stressanti e più remunerativi. Qualcosa è stato fatto per colmare i buchi negli organici ospedalieri. I contratti di formazione sono stati portati da 4.500 a 15.000, però produrranno effetti a lungo andare. Formare uno specialista richiede 4-5 anni e occorre quindi scontare un periodo in cui le strutture continueranno a essere in emergenza. Secondo Anaao, i circa 10.000 medici che oggi mancano all’appello negli ospedali saranno verosimilmente recuperati tra il 2024 e il 2028, quando entreranno nel sistema sanitario coloro che quest’anno iniziano la specializzazione.Oltre a pensionamenti, turni stressanti e remunerazione considerata bassa in relazione all’impegno, recentemente è emerso un ultimo fattore che rende meno attrattivo il lavoro in ospedale: l’aumento delle aggressioni. Nella città metropolitana di Milano, da gennaio a maggio, sono stati denunciati 116 casi di attacchi al personale a fronte di 122 in tutto il 2021. Minacce e intimidazioni sono più che raddoppiate: da 22 casi lo scorso anno a 45 nei primi cinque mesi del 2022. Il fenomeno è generalizzato. Secondo la Fnopi (la federazione degli infermieri), le aggressioni fisiche colpiscono in media in un anno un terzo degli infermieri: circa 130.000 casi con un sommerso non denunciato all’Inail stimato in circa 125.000 casi l’anno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cercate-un-dottore-2657955726.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="schiacciati-dalla-burocrazia" data-post-id="2657955726" data-published-at="1661726856" data-use-pagination="False"> «Schiacciati dalla burocrazia» Anche per i medici di famiglia il Covid ha portato un sovraccarico di incombenze spesso burocratiche che ostacolano il funzionamento del sistema: lo dice Pier Luigi Bartoletti, vicesegretario nazionale della Fimmg, la federazione dei medici di famiglia. La situazione dei medici di base è meno dura rispetto a quelli delle emergenze, eppure l’esodo c’è stato lo stesso. Come lo spiega? «Le uscite erano attese, bastava guardare i dati anagrafici dei pensionamenti. Inattesi invece i prepensionamenti. La categoria è stata messa a dura prova dalla pandemia. Sui medici di famiglia si è scaricato il peso enorme della gestione del Covid. Sono stati in trincea per oltre due anni, dovendo affrontare una situazione di caos. Ora gli studi sono intasati da coloro che hanno ritardato o sospeso le cure durante la pandemia. E si parla di coinvolgere i medici di base per la quarta dose vaccinale. Molti colleghi, superata l’emergenza, hanno preferito anticipare il pensionamento nonostante le penalizzazioni economiche: anche perdendo un po’ di soldi, non hanno esitato e se ne sono andati. Nel Lazio pensavamo che nel 2022 saremmo rimasti in 4.000 da 4.800 che eravamo, con il pensionamento standard dei settantenni, invece siamo scesi a 3.800 unità. Ci sono stati casi di medici che se ne sono andati a 63 anni. Mi dicevano: non ce la faccio più. Il lavoro si è complicato». Complicato in che senso? «Siamo afflitti da una serie di passaggi burocratici che rallentano il lavoro». Un esempio? «Le priorità per le prescrizioni sulle ricette. Se indico che un paziente deve fare un accertamento entro una certa data ma questa non viene rispettata perché i tempi di attesa sono lunghi, il paziente finisce per dare la colpa a me. Il medico di base è al centro di un sistema che non funziona e diventa il terminale della rabbia dei cittadini. Se un paziente anziano ha un catetere che non funziona il sabato pomeriggio, a chi lo dico? C’è qualcuno che mi risponde al Cad, il Centro di assistenza domiciliare? Altro esempio: dimettono un paziente alle 17 del venerdì pomeriggio, spesso con prescrizioni varie. Il parente si rivolge a me per sapere cosa fare. Ma io sono costretto a rispondere che per attivare alcune procedure bisogna aspettare lunedì perché sabato e domenica è tutto chiuso. Questi casi sono aumentati in modo esponenziale e tanti colleghi non ne possono più». In quali regioni si sentono le maggiori carenze di medici di base? «Le regioni più sofferenti sono al Nord, soprattutto Lombardia, Liguria, Trentino. Qui fanno lavorare i pensionati. Anche in alcune aree del Lazio si prolunga l’attività oltre i 70 anni. Ma mentre negli anni passati era una costante chiedere di restare oltre l’età pensionabile, ora è un’eccezione. Nel Sud c’è più mobilità e tante persone vanno al Nord. In Calabria il numero di guardie mediche è altissimo, superiore al resto d’Italia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cercate-un-dottore-2657955726.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="meno-soldi-meno-visite-private-e-i-pazienti-si-riversano-da-noi" data-post-id="2657955726" data-published-at="1661726856" data-use-pagination="False"> «Meno soldi, meno visite private e i pazienti si riversano da noi» «Al pronto soccorso del Cardarelli di Napoli, il più grande ospedale del Mezzogiorno, ci sono 22 medici: ne servirebbero altri 24. Nel 2019 ce n’erano 46. Nei pronto soccorso di tutta la Campania, di qui al 2025 mancheranno 800 camici bianchi, ora sono vacanti 420 posti. Servirebbero 1.400 letti in più per arrivare alla dotazione minima e garantire i livelli di assistenza». Maurizio Cappiello, vicesegretario Anaao Assomed della Campania e medico chirurgo al Cardarelli, sciorina numeri da incubo. Come si è arrivati a questa situazione? «I pensionamenti, rispetto alle carenze totali, sono una piccola quota. Un 15% dei medici è andato a lavorare nel settore privato, un 10% si è trasferito all’estero e il resto si è fatto spostare nei reparti di degenza ordinaria dove non c’è lo stress delle emergenze». Si fugge dagli ospedali? «Le condizioni di lavoro sono diventate insostenibili. I pronto soccorso stanno esplodendo. Negli ultimi sette anni a Napoli ne sono stati chiusi 5: Loreto Mare, San Giovanni Bosco, Santa Maria del Popolo degli Incurabili, San Gennaro, Ascalesi. Gli ospedali di San Gennaro e di Santa Maria del Popolo degli Incurabili non esistono più. È uno degli effetti del commissariamento della Regione Campania. Per risanare il bilancio si è preferito tagliare alcune strutture di emergenza con la promessa, mai mantenuta, di potenziarne altre. L’ospedale Cardarelli si è fatto carico dell’afflusso dei pronto soccorso chiusi. Non bisogna dimenticare inoltre che gli ospedali spesso sono usati come ammortizzatori sociali per le prestazioni non urgenti». In che senso? «Le liste d’attesa per la specialista si sono allungate con il Covid. Tanti pazienti hanno saltato le cure e ora, per recuperare, si rivolgono all’ospedale. Qui arrivano quanti non hanno le disponibilità economiche per pagare un medico privato o fare gli accertamenti nei laboratori di analisi. Questa massa di persone si somma alle urgenze quotidiane. Sempre più spesso la tensione sale e sono frequenti le aggressioni da parte dei parenti del malato che è in corsia in attesa del suo turno e rivendica la priorità anche su chi arriva con il codice rosso. Oltre il 20% delle aggressioni avvengono proprio nel pronto soccorso. Lavorare in queste condizioni è diventato molto faticoso oltre che rischioso. Al medico dovrebbe essere riconosciuto lo status di pubblico ufficiale. Ora l’aggressore è perseguibile solo su denuncia a meno che non vi siano lesioni tali da richiedere una prognosi di almeno 20 giorni. Ecco perché chi può va altrove. Pesa anche uno stipendio che è più basso della media europea». Come si può arginare la fuga dei medici? «Innanzitutto occorre aumentare il numero dei posti letto per ridurre il sovraffollamento. Va riformata l’assistenza in emergenza; un medico che al pronto soccorso fa tutto non è più possibile. E per ammortizzare i turni massacranti servirebbero più ferie». Quanti giorni di riposo avete a disposizione? «Oscillano tra 32 e 36 giorni l’anno ma non si riescono a soddisfare per carenza di personale. Chi è nelle strutture di emergenza dovrebbe averne 15 in più».
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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