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2021-12-20
Mancano 14.000 medici e infermieri. Pronto soccorso in mano a dilettanti
(Istock)
È drammatica la carenza di personale sanitario nei pronto soccorso italiani: mancano 14.000 tra medici e infermieri. Le strutture tappano i buchi rivolgendosi a cooperative che forniscono medici a tempo. Ma spesso questi camici bianchi sono poco preparati e privi di esperienza. In Liguria alcune strutture hanno revocato gli incarichi alle coop dopo appena tre mesi dall’affidamento, mentre in Valtellina i sindaci sono andati a protestare con il prefetto per le carenze del pronto soccorso dato interamente in appalto a una cooperativa. Più pazienti, ma meno posti letto e meno medici. L’equilibrio precario in cui per anni sono stati lasciati i presidi di pronto soccorso si è rotto di fronte alla pandemia. In Italia si contano circa 24 milioni di accessi all’anno, 1 ogni 90 secondi. Peccato che il numero di specialisti in grado di accoglierli si stia via via assottigliando: secondo le stime della Società italiana della medicina di emergenza e urgenza (Simeu), all’appello mancano 4.000 specialisti e 10.000 infermieri. Nei reparti si fatica a ricoverare entro le 36 ore, i camici bianchi si dimettono per protesta contro le condizioni di lavoro e in alcuni ospedali si ipotizza l’arrivo di medici militari e della Croce rossa per fronteggiare le difficoltà, come succede a Isernia.
«Il disagio dei pronto soccorso, che fino a qualche tempo fa era limitato ad alcune aree, è ormai diffuso ovunque», racconta alla Verità il dottor Fabio De Iaco, appena eletto alla presidenza della Simeu. «Siamo di fronte a una catastrofe nazionale». Anche quando ci sarebbero i soldi per dare un po’ di respiro ai distretti, si preferisce restare a guardare. Basta dare un’occhiata, per esempio, a quanto rilevato dal procuratore regionale della Corte dei conti della Calabria, nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione per il 2020: la casella «rafforzamento dei pronto soccorso» resta desolatamente vuota. «Nessun lavoro è stato avviato», scrive il magistrato contabile Stefania Anna Dorigo. «Il completamento degli interventi è fissato per il 2022 inoltrato, in alcuni casi per il 2023».
Nel frattempo, le corsie si riempiono di «medici in affitto»: liberi professionisti forniti da società di intermediazione o cooperative sociali, alle quali le aziende sanitarie si rivolgono per provare a mettere una pezza ai buchi di organico. «Non c’è alcun controllo sulla qualità di questi medici», denuncia Beniamino Susi, vicepresidente della Società dei medici e degli infermieri di pronto soccorso e 118. «Molti di loro non hanno alcuna specializzazione nella medicina di urgenza, altri sono neolaureati senza alcuna esperienza pregressa». L’emergenza sanitaria ha imposto una deroga continua, così che possono bastare anche corsi di appena 6 mesi per accedere in corsia. Come denunciano diversi sindacati di categoria, per i medici delle cooperative non esistono riposi: può capitare che restino in turno anche per 3 giorni di fila, passando da un presidio all’altro. Con buona pace della lucidità richiesta in situazioni di emergenza.
reclutamento sui social
Il reclutamento può avvenire addirittura via social network: «Ricerchiamo specialisti per incarico di libero professionista presso strutture ospedaliere in Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia», si legge in uno dei post pubblicati negli ultimi mesi dalla cooperativa Novamedica di Bologna. E anche nelle sedi della Medical line consulting si affidano a Facebook per trovare urgentisti, rianimatori e ginecologi. Così, nel calderone dei «professionisti in affitto» può finire un po’ di tutto, anche medici a rischio radiazione. Al punto di primo intervento di Montagnana, in provincia di Padova, ha ripreso servizio il dottor Vieri Riccioni, per il quale l’ordine dei medici di Pistoia aveva chiesto la radiazione, dopo che le Iene lo avevano pizzicato nel 2019 mentre faceva finti esami per i quali chiedeva pagamenti in nero. Il procedimento è congelato in attesa che si pronunci la Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, così il medico è rientrato in corsia grazie alla Mst group srl, che si è aggiudicata l’appalto dell’Ulss 6 Euganea per i punti di Montagnana e Cittadella.
addio regole
Tutto lecito, al momento. Di fronte alla carenza di camici bianchi, meglio non farsi troppi problemi di opportunità. Pur non volendo commentare l’aspetto deontologico della vicenda, il presidente dell’ordine dei medici di Padova, Domenico Maria Crisarà, ha espresso non pochi dubbi sulle motivazioni «meramente economiche» che giustificano la scelta della cooperativa. «I nodi sono venuti finalmente al pettine», spiega ancora il presidente di Simeu, De Iaco. «Il caos nei pronto soccorso è frutto dell’errata programmazione che si è fatta per anni. Denunciamo l’insufficienza delle borse di studio a livello nazionale da quando è nata la specializzazione, eppure non si è fatto nulla. A questo, si aggiungono le condizioni insostenibili in cui sono costretti a lavorare tanti colleghi. Non c’è da stupirsi se le altre realtà professionali sono più ricercate».
Per provare a invertire la rotta, la Società dei medici e degli infermieri di pronto soccorso chiede di poter almeno integrare i propri specializzandi negli organici in servizio. «La formazione deve essere fatta nei presidi ospedalieri e non nelle università, che spesso non hanno neanche i servizi di pronto soccorso. Li formiamo per poi inserirli progressivamente. Oggi, da un punto di vista operativo, i medici delle cooperative non ci sono di alcuna utilità, se non quella di coprire i turni di lavoro vacanti».
A Sondalo tutto in appalto tra le proteste
Lo scacchiere è talmente fragile che basta muovere anche solo una pedina per mandarlo in aria. Se, come è successo nell’Azienda socio sanitaria della Valtellina e dell’Alto Lario, di pedine ne saltano quattro, il sistema perde la sua autosufficienza. E nel pronto soccorso si finisce per lavorare in costante emergenza: «Il presidio di Sondalo è stato smantellato nella sua parte medica per coprire le carenze di Sondrio», raccontano alcuni medici dell’ospedale Morelli. «Ciò che è rimasto è stato appaltato a una cooperativa di medici, che si sono ritrovati immersi in un realtà di cui non avevano alcuna conoscenza. Non c’è stato un periodo di affiancamento, né un passaggio di consegne graduale. Niente di niente».
Dal 1° ottobre, il servizio di assistenza medica è in mano alla Med Right srl, una società nata nel 2016 che offre una serie di servizi piuttosto eterogenei: dalla gestione degli ambulatori medici polispecialistici alla elaborazione di statistiche, passando per la promozione di dibattiti, circoli e centri culturali. Il tutto, apparentemente senza addetti: secondo quanto risulta dai documenti contabili depositati alla Camera di commercio di Milano Monza e Brianza, e aggiornati al 30 giugno scorso, la Med Right non ha lavoratori assunti alle sue dipendenze. Per coprire i turni di pronto soccorso nei prossimi 12 mesi, nelle casse della società finiranno oltre 766.000 euro, spalmati sui due bilanci futuri dell’Azienda sanitaria.
Peccato che a Sondalo di mesi ne siano bastati molti meno per capire che qualcosa non funziona come dovrebbe: «È già successo che i medici inviati nel pronto soccorso non abbiano seguito i protocolli sulla gestione di traumi e varie patologie», raccontano ancora i medici del Morelli, le cui testimonianze sono state raccolte dall’avvocato Enzo Trabucchi. «C’è molta preoccupazione rispetto all’assenza di specializzazione dei medici, che non permette agli operatori sanitari di lavorare in serenità e che mette in pericolo la salute dei pazienti». Secondo quanto risulta alla Verità, tra le corsie del Morelli non sono mancate diagnosi poco accurate o un eccesso di esami per i casi meno gravi, che hanno contribuito a ingolfare la risposta sanitaria proprio nei giorni di riapertura degli impianti sciistici.
Molti pazienti sono rimasti senza risposta, altri hanno deciso di rivolgersi ai presidi ospedalieri di Como, Bergamo o Milano, per raggiungere i quali servono ore di macchina. «L’alta valle conta circa 3 milioni di presenze turistiche all’anno», spiega il sindaco di Sondalo, Ilaria Peraldini. «Non possiamo immaginare di avere un pronto soccorso in panne, dobbiamo essere pronti ai bisogni dei cittadini e a quelli dei turisti, non è più tollerabile una situazione del genere». Con altri 5 sindaci, tra cui quelli Livigno e Bormio, Peraldini ha inviato una lettera al prefetto di Sondrio, Salvatore Pasquariello, per cercare di trovare una soluzione: «Pretendere organizzazione ed efficienza per le prestazioni sanitarie, in particolare quelle di emergenza e urgenza, è un nostro preciso obbligo per prevenire ed evitare situazioni drammatiche già verificatesi in passato», si legge nella nota. La segnalazione segue di qualche giorno quella inviata al direttore generale dell’Azienda sanitaria, Tommaso Saporito, e agli assessori al Welfare e agli Enti locali di Regione Lombardia. Che, a oggi, sembra essere rimasta senza risposta: «Raccogliamo segnalazioni dal giorno in cui è partita l’esternalizzazione», spiega ancora il sindaco di Sondalo, «ma sembra che problemi del genere entrino da una parte e escano dall’altra».
Salvatore Manca: «Turni di 38 ore con gente impreparata»
«Hanno fatto finta di nulla per anni, era prevedibile che l’imbuto formativo nel quale sono state lasciate le Scuole di specialità avrebbe causato l’assurdità che oggi vediamo nei pronto soccorso». Riassume il paradosso in corsia Salvatore Manca, già presidente della Società italiana della medicina di emergenza e urgenza (Simeu) e primario del pronto soccorso dell’ospedale San Martino di Oristano: «I medici delle cooperative non hanno la preparazione sufficiente nemmeno per partecipare ai concorsi pubblici, figuriamoci se possono dare una risposta rapida alle esigenze e ai problemi, a volte vitali, dei pazienti».
Dottor Manca, l’emergenza ha generato la falsa convinzione che tutti possano lavorare nei pronto soccorso?
«Fare l’emergenza e urgenza richiede una alta qualifica professionale: ci vuole una formazione solida, che duri anni e che non si può ottenere con corsi base della durata di qualche mese».
L’esternalizzazione ha come unico obiettivo la copertura del turno in pronto soccorso, senza particolare attenzione ai medici che vengono chiamati a farlo e a come lo fanno. Che rischi comporta tutto ciò?
«Ogni presidio ha una sua strutturazione: i reparti di degenza, i protocolli e i percorsi cambiano da ospedale a ospedale. Un medico strutturato sa come ci si muove, i colleghi delle cooperative oggi sono in servizio a Oristano, domani a Nuoro, dopodomani a Canicattì: girano da una parte all’altra dell’Italia, per loro è quasi impossibile acquisire conoscenze sui percorsi ospedalieri».
Gli ospedali di destinazione sono a conoscenza dei turni lavorativi da cui i medici delle cooperative sono reduci? Un periodo di 36 ore consecutive di attività non pregiudica la lucidità dei sanitari?
«A volte si arriva anche a 38 ore. Non è un caso che ci sia una sorta di idiosincrasia nei confronti di questo lavoro: il sovraccarico di attività rende impossibile qualsiasi occasione di vita sociale o familiare al di fuori delle strutture».
A farne le spese sono anche i medici strutturati, cioè quelli assunti dal servizio sanitario nazionale?
«Sono soprattutto i medici strutturati, che si fanno carico di tutti i tipi di codici, da quello meno grave a quello che richiede il più alto sforzo professionale. A loro i medici delle cooperative si rivolgono perfino per avere consigli, peccato che le attività di tutoraggio non siano una loro prerogativa».
A parità di ore lavorate, il sistema li sfavorisce anche da un punto di vista economico?
«Un medico ospedaliero arriva a guadagnare in un mese la stessa cifra che i medici delle cooperative percepiscono con appena quattro turni di lavoro».
In caso di errore da parte dei medici delle cooperative, il primario ospedaliero corre il rischio di essere corresponsabile della condotta?
«Questa è una delle tante assurdità che la nostra Società ha provato a segnalare: i medici sono assunti dalle cooperative e non dipendono direttamente dall’Azienda sanitaria locale, ma vengono immessi all’interno di un servizio di cui il primo responsabile è il primario. Insomma, nonostante siano avulsi dal sistema, il primario risponde dell’operato di soggetti che non ha nemmeno scelto».
Annunciando la mobilitazione che si è tenuta il mese scorso a Roma, Simeu ha lanciato un allarme preoccupante: «Siamo di fronte alla concreta possibilità di un fallimento che si ripercuota su tutto il Sistema sanitario nazionale».
«Sono i numeri a certificare il rischio: mancando 4.000 medici e 10.000 infermieri, alcuni presidi potrebbero chiudere, togliendo un servizio essenziale per i territori».
Come giudica i fondi previsti dal Pnrr per i presidi di prima emergenza?
«Per i servizi di emergenza non c’è praticamente nulla. Le uniche quote sono state messe sulla medicina del territorio».
Cosa c’è che non va? Non è fondamentale valorizzare la medicina di prossimità? Non crede che in questi mesi di pandemia non si sia fatto abbastanza per rafforzarla?
«Speriamo che una migliore organizzazione territoriale riduca gli accessi nei pronto soccorso, anche se ho forti dubbi».
Perché?
«L’emergenza pandemica ha dimostrato che il territorio è stato vacante. La mia paura, e la nostra come Società scientifica, è che resti vacante anche con le Case della salute, lasciando invariati gli accessi nei pronto soccorso. Il territorio è fondamentale se è organizzato bene. Se non ci sono coperture, non cambierà nulla. Chi ha un problema di salute, anche se non urgente, si rivolge al medico di famiglia. Ma se non lo trova, dove va? Si affida agli unici medici che sa di poter trovare: quelli in servizio al pronto soccorso. Anche se ciò comporta un’attesa lunga, che può durare più di qualche ora».
Continua a leggereRiduci
Per coprire i buchi ci si affida alle coop. Che spesso mandano personale impreparato.A Sondalo professionisti assegnati non rispetterebbero i protocolli con lunghe liste d’attesa. Sindaci dal prefetto.L’ex presidente dei medici di emergenza Salvatore Manca: «Questa situazione deriva da una pessima programmazione e da un sistema senza prospettive. In caso di errore, il primario risponde anche per i soggetti che non ha potuto scegliere».Lo speciale contiene tre articoli.È drammatica la carenza di personale sanitario nei pronto soccorso italiani: mancano 14.000 tra medici e infermieri. Le strutture tappano i buchi rivolgendosi a cooperative che forniscono medici a tempo. Ma spesso questi camici bianchi sono poco preparati e privi di esperienza. In Liguria alcune strutture hanno revocato gli incarichi alle coop dopo appena tre mesi dall’affidamento, mentre in Valtellina i sindaci sono andati a protestare con il prefetto per le carenze del pronto soccorso dato interamente in appalto a una cooperativa. Più pazienti, ma meno posti letto e meno medici. L’equilibrio precario in cui per anni sono stati lasciati i presidi di pronto soccorso si è rotto di fronte alla pandemia. In Italia si contano circa 24 milioni di accessi all’anno, 1 ogni 90 secondi. Peccato che il numero di specialisti in grado di accoglierli si stia via via assottigliando: secondo le stime della Società italiana della medicina di emergenza e urgenza (Simeu), all’appello mancano 4.000 specialisti e 10.000 infermieri. Nei reparti si fatica a ricoverare entro le 36 ore, i camici bianchi si dimettono per protesta contro le condizioni di lavoro e in alcuni ospedali si ipotizza l’arrivo di medici militari e della Croce rossa per fronteggiare le difficoltà, come succede a Isernia. «Il disagio dei pronto soccorso, che fino a qualche tempo fa era limitato ad alcune aree, è ormai diffuso ovunque», racconta alla Verità il dottor Fabio De Iaco, appena eletto alla presidenza della Simeu. «Siamo di fronte a una catastrofe nazionale». Anche quando ci sarebbero i soldi per dare un po’ di respiro ai distretti, si preferisce restare a guardare. Basta dare un’occhiata, per esempio, a quanto rilevato dal procuratore regionale della Corte dei conti della Calabria, nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione per il 2020: la casella «rafforzamento dei pronto soccorso» resta desolatamente vuota. «Nessun lavoro è stato avviato», scrive il magistrato contabile Stefania Anna Dorigo. «Il completamento degli interventi è fissato per il 2022 inoltrato, in alcuni casi per il 2023». Nel frattempo, le corsie si riempiono di «medici in affitto»: liberi professionisti forniti da società di intermediazione o cooperative sociali, alle quali le aziende sanitarie si rivolgono per provare a mettere una pezza ai buchi di organico. «Non c’è alcun controllo sulla qualità di questi medici», denuncia Beniamino Susi, vicepresidente della Società dei medici e degli infermieri di pronto soccorso e 118. «Molti di loro non hanno alcuna specializzazione nella medicina di urgenza, altri sono neolaureati senza alcuna esperienza pregressa». L’emergenza sanitaria ha imposto una deroga continua, così che possono bastare anche corsi di appena 6 mesi per accedere in corsia. Come denunciano diversi sindacati di categoria, per i medici delle cooperative non esistono riposi: può capitare che restino in turno anche per 3 giorni di fila, passando da un presidio all’altro. Con buona pace della lucidità richiesta in situazioni di emergenza. reclutamento sui socialIl reclutamento può avvenire addirittura via social network: «Ricerchiamo specialisti per incarico di libero professionista presso strutture ospedaliere in Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia», si legge in uno dei post pubblicati negli ultimi mesi dalla cooperativa Novamedica di Bologna. E anche nelle sedi della Medical line consulting si affidano a Facebook per trovare urgentisti, rianimatori e ginecologi. Così, nel calderone dei «professionisti in affitto» può finire un po’ di tutto, anche medici a rischio radiazione. Al punto di primo intervento di Montagnana, in provincia di Padova, ha ripreso servizio il dottor Vieri Riccioni, per il quale l’ordine dei medici di Pistoia aveva chiesto la radiazione, dopo che le Iene lo avevano pizzicato nel 2019 mentre faceva finti esami per i quali chiedeva pagamenti in nero. Il procedimento è congelato in attesa che si pronunci la Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, così il medico è rientrato in corsia grazie alla Mst group srl, che si è aggiudicata l’appalto dell’Ulss 6 Euganea per i punti di Montagnana e Cittadella. addio regoleTutto lecito, al momento. Di fronte alla carenza di camici bianchi, meglio non farsi troppi problemi di opportunità. Pur non volendo commentare l’aspetto deontologico della vicenda, il presidente dell’ordine dei medici di Padova, Domenico Maria Crisarà, ha espresso non pochi dubbi sulle motivazioni «meramente economiche» che giustificano la scelta della cooperativa. «I nodi sono venuti finalmente al pettine», spiega ancora il presidente di Simeu, De Iaco. «Il caos nei pronto soccorso è frutto dell’errata programmazione che si è fatta per anni. Denunciamo l’insufficienza delle borse di studio a livello nazionale da quando è nata la specializzazione, eppure non si è fatto nulla. A questo, si aggiungono le condizioni insostenibili in cui sono costretti a lavorare tanti colleghi. Non c’è da stupirsi se le altre realtà professionali sono più ricercate». Per provare a invertire la rotta, la Società dei medici e degli infermieri di pronto soccorso chiede di poter almeno integrare i propri specializzandi negli organici in servizio. «La formazione deve essere fatta nei presidi ospedalieri e non nelle università, che spesso non hanno neanche i servizi di pronto soccorso. Li formiamo per poi inserirli progressivamente. Oggi, da un punto di vista operativo, i medici delle cooperative non ci sono di alcuna utilità, se non quella di coprire i turni di lavoro vacanti». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carenza-medici-2656075283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-sondalo-tutto-in-appalto-tra-le-proteste" data-post-id="2656075283" data-published-at="1640013277" data-use-pagination="False"> A Sondalo tutto in appalto tra le proteste Lo scacchiere è talmente fragile che basta muovere anche solo una pedina per mandarlo in aria. Se, come è successo nell’Azienda socio sanitaria della Valtellina e dell’Alto Lario, di pedine ne saltano quattro, il sistema perde la sua autosufficienza. E nel pronto soccorso si finisce per lavorare in costante emergenza: «Il presidio di Sondalo è stato smantellato nella sua parte medica per coprire le carenze di Sondrio», raccontano alcuni medici dell’ospedale Morelli. «Ciò che è rimasto è stato appaltato a una cooperativa di medici, che si sono ritrovati immersi in un realtà di cui non avevano alcuna conoscenza. Non c’è stato un periodo di affiancamento, né un passaggio di consegne graduale. Niente di niente». Dal 1° ottobre, il servizio di assistenza medica è in mano alla Med Right srl, una società nata nel 2016 che offre una serie di servizi piuttosto eterogenei: dalla gestione degli ambulatori medici polispecialistici alla elaborazione di statistiche, passando per la promozione di dibattiti, circoli e centri culturali. Il tutto, apparentemente senza addetti: secondo quanto risulta dai documenti contabili depositati alla Camera di commercio di Milano Monza e Brianza, e aggiornati al 30 giugno scorso, la Med Right non ha lavoratori assunti alle sue dipendenze. Per coprire i turni di pronto soccorso nei prossimi 12 mesi, nelle casse della società finiranno oltre 766.000 euro, spalmati sui due bilanci futuri dell’Azienda sanitaria. Peccato che a Sondalo di mesi ne siano bastati molti meno per capire che qualcosa non funziona come dovrebbe: «È già successo che i medici inviati nel pronto soccorso non abbiano seguito i protocolli sulla gestione di traumi e varie patologie», raccontano ancora i medici del Morelli, le cui testimonianze sono state raccolte dall’avvocato Enzo Trabucchi. «C’è molta preoccupazione rispetto all’assenza di specializzazione dei medici, che non permette agli operatori sanitari di lavorare in serenità e che mette in pericolo la salute dei pazienti». Secondo quanto risulta alla Verità, tra le corsie del Morelli non sono mancate diagnosi poco accurate o un eccesso di esami per i casi meno gravi, che hanno contribuito a ingolfare la risposta sanitaria proprio nei giorni di riapertura degli impianti sciistici. Molti pazienti sono rimasti senza risposta, altri hanno deciso di rivolgersi ai presidi ospedalieri di Como, Bergamo o Milano, per raggiungere i quali servono ore di macchina. «L’alta valle conta circa 3 milioni di presenze turistiche all’anno», spiega il sindaco di Sondalo, Ilaria Peraldini. «Non possiamo immaginare di avere un pronto soccorso in panne, dobbiamo essere pronti ai bisogni dei cittadini e a quelli dei turisti, non è più tollerabile una situazione del genere». Con altri 5 sindaci, tra cui quelli Livigno e Bormio, Peraldini ha inviato una lettera al prefetto di Sondrio, Salvatore Pasquariello, per cercare di trovare una soluzione: «Pretendere organizzazione ed efficienza per le prestazioni sanitarie, in particolare quelle di emergenza e urgenza, è un nostro preciso obbligo per prevenire ed evitare situazioni drammatiche già verificatesi in passato», si legge nella nota. La segnalazione segue di qualche giorno quella inviata al direttore generale dell’Azienda sanitaria, Tommaso Saporito, e agli assessori al Welfare e agli Enti locali di Regione Lombardia. Che, a oggi, sembra essere rimasta senza risposta: «Raccogliamo segnalazioni dal giorno in cui è partita l’esternalizzazione», spiega ancora il sindaco di Sondalo, «ma sembra che problemi del genere entrino da una parte e escano dall’altra». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carenza-medici-2656075283.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="salvatore-manca-turni-di-38-ore-con-gente-impreparata" data-post-id="2656075283" data-published-at="1640013277" data-use-pagination="False"> Salvatore Manca: «Turni di 38 ore con gente impreparata» «Hanno fatto finta di nulla per anni, era prevedibile che l’imbuto formativo nel quale sono state lasciate le Scuole di specialità avrebbe causato l’assurdità che oggi vediamo nei pronto soccorso». Riassume il paradosso in corsia Salvatore Manca, già presidente della Società italiana della medicina di emergenza e urgenza (Simeu) e primario del pronto soccorso dell’ospedale San Martino di Oristano: «I medici delle cooperative non hanno la preparazione sufficiente nemmeno per partecipare ai concorsi pubblici, figuriamoci se possono dare una risposta rapida alle esigenze e ai problemi, a volte vitali, dei pazienti». Dottor Manca, l’emergenza ha generato la falsa convinzione che tutti possano lavorare nei pronto soccorso? «Fare l’emergenza e urgenza richiede una alta qualifica professionale: ci vuole una formazione solida, che duri anni e che non si può ottenere con corsi base della durata di qualche mese». L’esternalizzazione ha come unico obiettivo la copertura del turno in pronto soccorso, senza particolare attenzione ai medici che vengono chiamati a farlo e a come lo fanno. Che rischi comporta tutto ciò? «Ogni presidio ha una sua strutturazione: i reparti di degenza, i protocolli e i percorsi cambiano da ospedale a ospedale. Un medico strutturato sa come ci si muove, i colleghi delle cooperative oggi sono in servizio a Oristano, domani a Nuoro, dopodomani a Canicattì: girano da una parte all’altra dell’Italia, per loro è quasi impossibile acquisire conoscenze sui percorsi ospedalieri». Gli ospedali di destinazione sono a conoscenza dei turni lavorativi da cui i medici delle cooperative sono reduci? Un periodo di 36 ore consecutive di attività non pregiudica la lucidità dei sanitari? «A volte si arriva anche a 38 ore. Non è un caso che ci sia una sorta di idiosincrasia nei confronti di questo lavoro: il sovraccarico di attività rende impossibile qualsiasi occasione di vita sociale o familiare al di fuori delle strutture». A farne le spese sono anche i medici strutturati, cioè quelli assunti dal servizio sanitario nazionale? «Sono soprattutto i medici strutturati, che si fanno carico di tutti i tipi di codici, da quello meno grave a quello che richiede il più alto sforzo professionale. A loro i medici delle cooperative si rivolgono perfino per avere consigli, peccato che le attività di tutoraggio non siano una loro prerogativa». A parità di ore lavorate, il sistema li sfavorisce anche da un punto di vista economico? «Un medico ospedaliero arriva a guadagnare in un mese la stessa cifra che i medici delle cooperative percepiscono con appena quattro turni di lavoro». In caso di errore da parte dei medici delle cooperative, il primario ospedaliero corre il rischio di essere corresponsabile della condotta? «Questa è una delle tante assurdità che la nostra Società ha provato a segnalare: i medici sono assunti dalle cooperative e non dipendono direttamente dall’Azienda sanitaria locale, ma vengono immessi all’interno di un servizio di cui il primo responsabile è il primario. Insomma, nonostante siano avulsi dal sistema, il primario risponde dell’operato di soggetti che non ha nemmeno scelto». Annunciando la mobilitazione che si è tenuta il mese scorso a Roma, Simeu ha lanciato un allarme preoccupante: «Siamo di fronte alla concreta possibilità di un fallimento che si ripercuota su tutto il Sistema sanitario nazionale». «Sono i numeri a certificare il rischio: mancando 4.000 medici e 10.000 infermieri, alcuni presidi potrebbero chiudere, togliendo un servizio essenziale per i territori». Come giudica i fondi previsti dal Pnrr per i presidi di prima emergenza? «Per i servizi di emergenza non c’è praticamente nulla. Le uniche quote sono state messe sulla medicina del territorio». Cosa c’è che non va? Non è fondamentale valorizzare la medicina di prossimità? Non crede che in questi mesi di pandemia non si sia fatto abbastanza per rafforzarla? «Speriamo che una migliore organizzazione territoriale riduca gli accessi nei pronto soccorso, anche se ho forti dubbi». Perché? «L’emergenza pandemica ha dimostrato che il territorio è stato vacante. La mia paura, e la nostra come Società scientifica, è che resti vacante anche con le Case della salute, lasciando invariati gli accessi nei pronto soccorso. Il territorio è fondamentale se è organizzato bene. Se non ci sono coperture, non cambierà nulla. Chi ha un problema di salute, anche se non urgente, si rivolge al medico di famiglia. Ma se non lo trova, dove va? Si affida agli unici medici che sa di poter trovare: quelli in servizio al pronto soccorso. Anche se ciò comporta un’attesa lunga, che può durare più di qualche ora».
Assentral
I due creano così una pagina Instagram incentrata unicamente su questo modello. Arrivano i primi like e i primi commenti. Che aumentano sempre di più. Dall’altra parte dello schermo, però, non ci sono solo «personale normali». Ci sono soprattutto collezionisti e multimilionari. Gente che ha i garage pieni di pezzi da collezione. «Dal niente», prosegue Leonardo, «abbiamo iniziato a parlare con loro. Ci descrivevano le loro auto, i loro modelli. E così abbiamo iniziato ad archiviare tutto. Un sistema a grappolo in cui segnavamo tutto: il tipo di auto, il colore e così via. In poco tempo abbiamo creato un archivio unico».
Con i loro follower/collezionisti (i cui nomi non ci vengono rivelati: «Per noi il riserbo è tutto»), discutono su tutto, perfino delle questioni familiari. Si crea così un legame di fiducia. Tra di loro c’è anche un certo Alberto, uomo della finanza e dell’imprenditoria attivo anche nel mondo della nautica. Vede del potenziale in quei giovani e chiede di incontrarli. Destinazione Montecarlo. «Andavamo all’università e abbiamo speso tutti i nostri risparmi per andare lì e conoscerlo. Non sapevamo nemmeno che faccia avesse e lui non pensava fossimo così giovani, viste le nostre competenze». È il momento del salto. Quello in cui una passione, coltivata e accresciuta nel tempo («per anni abbiamo studiato solamente questo settore», spiegano i due) diventa un lavoro. Un business. Anche perché nel frattempo arrivano prime richieste: «Ma se volessi quella macchina in particolare?». L’archivio è lì, pronto. E così Leonardo ed Edoardo cominciano a sentire i loro follower, che ora diventano clienti. Diventano il centro, l’asse, che mette in contatto mondi diversi: Assentral, appunto, con l’obbiettivo di soddisfare la domanda di automobili speciali da collezione (e non solo), tramite un sistema innovativo, basato su relazioni sviluppate negli anni.
Ma questo è solo l’inizio. Perché, sempre su Instagram, i due vedono i lavori di Paul, un ragazzo scozzese. Cognome? «Niente cognome, è troppo bravo, poi ce lo portano via». Riesce a riproporre i modelli di auto in modo perfetto. Edoardo e Leonardo estraggono il loro pc per farmi qualche esempio. Cominciano a zoomare un rendering per mostrare la pelle lavorata dei sedili e perfino la marca degli pneumatici. Sembra più vero del vero. «Oggi i nostri clienti ci chiedono questo: modelli unici, fatti unicamente per loro. Noi prepariamo tutto, scegliamo con loro i colori e i dettagli, poi mandiamo i nostri progetti alla casa madre, che li realizza».
È il virtuale che diventa reale. Cosi dalle configurazioni in digitale dello studio di design di Assentral Speclab, si passa al carbonio, alle cuciture e alla pelle vera e propria. E pure a un luogo fisico, che verrà inaugurato a breve negli stessi spazi della D-Factory di Cinisinello Balsamo, la Mecca delle auto di lusso.
Un sogno italiano, quindi. Che fa sognare due giovani imprenditori ma, soprattutto, i loro clienti.
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«Jo Nesbø's Detective Hole» (Netflix)
Dopo il film con Michael Fassbender, il personaggio di Jo Nesbø arriva su Netflix con una serie che ne esplora fragilità e ossessioni. Basata su «La stella del diavolo», segue un’unica indagine tra i demoni personali del protagonista.
Harry Hole, al cinema, ha avuto il volto cupo di Michael Fassbender, i capelli ramati e un accenno di barba. Quando si è deciso di far delle sue gesta un film, si è scelto avesse le fattezze massicce dell'attore, così simile a quelle immaginate da Jo Nesbø. Poi, però, ci si è fermati. Harry Hole non ha avuto seguiti né adattamenti ulteriori. Eppure, Nesbø ha continuato a scrivere. E tanto ha prodotto da aver - finalmente - convinto una piattaforma a fare del suo detective il centro di una serie crime.
Jo Nesbø's Detective Hole, disponibile su Netflix da giovedì 26 marzo, prova a mettere insieme tutti i romanzi dello scrittore norvegese, costruendo su quel suo investigatore una narrazione capace di ricostruirne la complessità.Harry Hole, non più interpretato da Fassbender ma da Tobias Santelmann, è la copia carbone di quello che tanti detective prima di lui sono stati. Un genio preda di fantasmi e tormenti, l'intuitivo fuori scala inversamente proporzionale all'abilità di intessere relazioni umane soddisfacenti. Hole, pur noto ad Oslo come il più talentuoso fra gli investigatori, è vittima di una depressione cronica che, negli anni, lo ha indotto a sviluppare una forma altrettanto cronica di alcolismo. Beve fino a perdere conoscenza, Jim Beam, whiskey per lo più.
Eppure, il vizio non ha mai intaccato le sue capacità deduttive. Si è preso altro: il privato, le relazioni di Hole, monche e lacunose. Il detective, pur temuto e rispettato, ha amato una sola donna, senza riuscire a tenersela accanto. Rachel, un tempo amore, si è trasformata in tormento: tossica quanto e più del whiskey. Harry Hole non è mai riuscito a dirle addio. Rachel è sempre tornata, ondivaga e insicura. E con lei, puntuali, si sono fatti avanti i demoni. Gli stessi che l'investigatore sta goffamente cercando di combattere quando il candore di Oslo, sua città natale, si tinge di rosso. Una ragazza è stata trovata morta nel proprio appartamento, un dito le è stato reciso e, dietro una palpebra, il killer si è premurato di lasciarle un piccolo diamante a forma di stella. Una firma, un indizio, un peccato di vanità che, nella letteratura, ha dato il titolo ad uno dei romanzi di Nesbø.
Benché la serie Netflix ambisca ad essere un compendio di quanto prodotto dallo scrittore, Jo Nesbø's Detective Hole è basata per lo più su uno dei suoi tanti romanzi, il quinto, La stella del diavolo. Così ha voluto Nesbø, che per Netflix ha curato parte della sceneggiatura. Lo show, dunque, si trova a riavvolgere il filo per raccontare, intimamente, chi sia quest'uomo complesso. Poi, però, entra nel merito di un suo solo caso, un solo serial killer e una sola indagine, condotta - come da libro - insieme all'odiato e corretto collega Tom Waaler.
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Ford introduce le versioni BlueCruise Edition su Kuga e Puma, portando la guida assistita di livello 2 su modelli più diffusi. Il sistema è utilizzabile su oltre 135.000 chilometri di strade europee ed è incluso senza abbonamento.
Ford accelera sulla democratizzazione della guida assistita e introduce le nuove BlueCruise Edition su due dei modelli più apprezzati della gamma europea, Kuga e Puma. Le nuove versioni rappresentano un passo concreto verso una mobilità sempre più tecnologica e accessibile, portando su larga scala il sistema di assistenza alla guida di livello 2 che consente la modalità «mani libere, occhi puntati sulla strada».
Dopo il debutto europeo su Mustang Mach-E, primo sistema di questo tipo a ottenere l’approvazione normativa nel continente, BlueCruise amplia ora il proprio raggio d’azione. L’obiettivo è chiaro: offrire un’esperienza di guida più rilassata e sicura anche a un pubblico più ampio, andando oltre il segmento premium e integrandosi su modelli ad alta diffusione.
Le nuove Kuga e Puma BlueCruise Edition nascono infatti con una vocazione precisa: ridurre lo stress nei lunghi viaggi, soprattutto in autostrada. Grazie al Co-Pilot Pack di serie, il sistema consente la guida a mani libere su oltre 135.000 chilometri di arterie europee, le cosiddette «Blue Zones», distribuite in 16 Paesi. Un’estensione significativa che rende la tecnologia concretamente utilizzabile nella quotidianità.
Uno degli elementi più rilevanti dell’offerta è l’assenza di abbonamenti: BlueCruise è incluso senza costi aggiuntivi, insieme alla navigazione connessa basata su cloud, che fornisce aggiornamenti sul traffico in tempo reale e suggerisce percorsi ottimizzati. Una scelta strategica che punta a semplificare l’esperienza d’uso e a rafforzare il valore percepito del prodotto.
Non manca un’attenzione particolare al design. Le BlueCruise Edition si distinguono per dettagli esclusivi, a partire dalla livrea Vapor Blue abbinata al tetto a contrasto nero e agli specchietti coordinati. Completano il look i cerchi in lega dedicati, da 18 pollici su Puma e da 19 su Kuga. All’interno, l’ambiente si caratterizza per finiture Nordic Blue e inserti dei sedili lavorati, che conferiscono un tocco distintivo senza rinunciare alla sobrietà.
Ampia anche la gamma di motorizzazioni. Kuga è proposta in versione full hybrid e plug-in hybrid, mentre Puma affianca alle unità EcoBoost hybrid con cambio automatico anche la nuova declinazione completamente elettrica Gen-E. Una varietà che riflette la strategia multienergia del costruttore, orientata a soddisfare esigenze diverse in termini di utilizzo e sostenibilità.
Con le BlueCruise Edition, Ford compie dunque un passo deciso verso la diffusione capillare della guida assistita avanzata. Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica, ma di un cambio di paradigma: la comodità e il supporto alla guida diventano elementi centrali dell’esperienza automobilistica, accessibili a un pubblico sempre più vasto.
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Ansa
La parabola di Plotino si rispecchia nel bacino Mediterraneo, è l’erede di quei mondi antichi, il maestro di quel passaggio e il crocevia del pensiero, dal Medio Oriente a Roma. Dopo di lui verrà Sant’Agostino, con la Patristica. Nel suo tempo cresce la Gnosi e si diffonde il Manicheismo. A lui si deve il platonismo a Roma, con una scuola frequentata anche dai politici e dalle donne. A lui si deve il grande sogno della città governata dai filosofi, Platonopoli, che sarebbe sorta a due passi da Napoli. A lui si deve il primo, grande pensiero che supera il dualismo, con la teoria dell’emanazione e la nostalgia del Ritorno: l’Uno emana il mondo, come i raggi del sole, e le anime avvertono il conato di tornare alle origini. In Plotino la vita come il pensiero sono percorsi dalla nostalgia dell’origine. Emanazione e Ritorno sono il respiro del mondo, L’Uno espira e dà fiato al mondo, il mondo inspira e torna all’Uno. A lui si deve la prima grande filosofia della bellezza che dal corpo scorre verso l’anima e dall’anima risale a Dio.
Il suo pensiero fecondò la dottrina cristiana e il pensiero arabo, soffiò nel platonismo medioevale e nell’alchimia, poi nell’Umanesimo e nel Rinascimento, l’idealismo e il romanticismo, da Marsilio Ficino a Pico della Mirandola fino a Schelling, e poi a raggiungere nel Novecento personalità eminenti di ambiti differenti come Jung e Florenskij, Yeats e Bergson, Hillmann e Hadot, Eliade e Sestov. Pure Leopardi s’innamorò di lui e a lui dedicò un dialogo, uno dei suoi pochi scritti in difesa della vita, quando Plotino riesce a dissuadere il suo allievo Porfirio, che sarà poi il suo biografo, dal desiderio di suicidarsi.
A lui si riferirono anche scrittori e poeti del secolo scorso: da Albert Camus, che scrisse la tesi di laurea su di lui a Ezra Pound che gli dedicò una poesia giovanile in A lume spento, fino a Borges che ne parlò agli esorti della sua Storia dell’eternità.
Sarebbe un esercizio curioso e intrigante rileggere alcune teorie di Plotino alla luce della tecno-scienza di oggi e della fisica quantica: il nesso tra microcosmo e macrocosmo, la connessione di ogni parte al tutto, la convinzione che ogni particella del cosmo, come una miniatura dell’universo, abbia in sé la totalità del mondo. Tutto ciò precorre su altri versanti le più recenti teorie della fisica, le particelle di Dio, le onde elettromagnetiche e gravitazionali, le vibrazioni cosmiche...
Per tutte queste ragioni, dopo tanti anni di passione per il pensiero di Plotino nel fatidico anno 2000, mi dedicai a lui, autore sommo nel mio pantheon personale. Lo scrissi in forma di autobiografia, in prima persona, riferendomi agli ultimi anni vissuti da Plotino nella campagna di Minturno, dove morì. Al testo letterario ho aggiunto un saggio su di lui e sul suo pensiero. Il testo è un bilancio della sua vita e del suo pensiero, attraverso i luoghi e i temi che li avevano scanditi. Gli impliciti modelli di scrittura erano Così parlò Zarathustra di Nietzsche e le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
Dietro l’apparenza di una fictio, i dettagli storici e teorici combaciavano con la realtà storica e col suo pensiero, con le fonti, i nomi e i luoghi. Dalla sua nascita e poi la sua infanzia sulle rive del basso Nilo - nei pressi dell’odierna Asyut - alla sua prima maturità ad Alessandria d’Egitto dove fu iniziato alla filosofia, poi il suo soggiorno ad Antiochia e la sua partecipazione in Siria alla guerra con i persiani, dove rischiò di essere ucciso, nel suo tentativo di spingersi verso Oriente fino a vagheggiare la meta dell’India per conoscere i sapienti. Quindi il suo viaggio verso Roma, dove fondò la sua scuola frequentata anche da senatori e patrizi, che tenne per vent’anni, le sue commemorazioni di Platone, Socrate e Aristotele, il suo sogno di fondare una città ideale a sud di Roma, Platonopoli e di convincere all’impresa l’imperatore Gallieno; il suo dialogo con l’allievo Porfirio per dissuaderlo dal proposito di togliersi la vita, quindi il suo ritiro nella campagna di Minturno, infine la sua morte intorno ai 68 anni.
È solo una congettura, invece, l’incontro con Mani e con Origene il cristiano, suoi contemporanei; autentico è invece il suo incontro fatale con Ammonio Sacca che lo iniziò alla sapienza. L’amore per Gemina è invece un’amorosa illazione su una amicizia effettiva del filosofo con una donna e con sua figlia che aveva lo stesso nome della madre, assidue della sua scuola e appartenenti al ceto nobiliare romano. Plotino aveva ritrosia a parlare e a scrivere di sé. Si vergognava di avere un corpo, fermò il suo allievo Amerio che voleva farlo ritrarre dal pittore Carterio; aveva perfino pudore di mangiare in presenza d’altri. Coltivava la vita incorporea del corpo.
Nella copertina dell’autobiografia appare il ritratto che ne fece Raffaello nella Scuola d’Atene. Immaginai che quella presunta autobiografia Plotino l’avesse poi gettata nel fiume del tempo, inabissandola nelle acque del fiume Lyris, come facevano coloro che attraversavano il fiume e per ingraziarsi l’impervio corso fluviale gettavano una moneta nelle sue acque. La moneta gettata da Plotino per ingraziarsi gli dei era la sua vita raccolta in uno scritto «sacrificale». Quel fiume Liri, oggi noto nella sua parte terminale come Garigliano, si ricongiungeva in una geografia poetica - avrebbe detto Vico - al fiume Nilo delle sue origini, ai fiumi Ilisso e Celari di Socrate, dei suoi allievi e dei suoi dialoghi platonici, poi ai fiumi della sua maturità, il Tigri e l’Eufrate, crinali d’Oriente e Occidente, e infine al Tevere alle cui sponde Plotino rimase per oltre un ventennio. Il libro finisce nei fondali del fiume e si perde ogni sua traccia; e dunque quel che i lettori hanno tra le mani in realtà non può esistere. Vissi la scrittura di quel libro nella primavera del 2000 in uno stato di grazia, felice di scrivere e di vivere in compagnia di Plotino. Spero che altrettanta gioia possa scaturire nella lettura di questo libro in compagnia di quel maestro di luce e di bellezza. Plotino ci indica la via del ritorno all’Uno, alla Casa, all’Origine e la bellezza divina dell’Essere. Come scrive Porfirio nella Vita di Plotino: «Io mi sforzo di ricondurre il divino che è in me al divino che è nell’universo».
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