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2021-12-20
Mancano 14.000 medici e infermieri. Pronto soccorso in mano a dilettanti
(Istock)
È drammatica la carenza di personale sanitario nei pronto soccorso italiani: mancano 14.000 tra medici e infermieri. Le strutture tappano i buchi rivolgendosi a cooperative che forniscono medici a tempo. Ma spesso questi camici bianchi sono poco preparati e privi di esperienza. In Liguria alcune strutture hanno revocato gli incarichi alle coop dopo appena tre mesi dall’affidamento, mentre in Valtellina i sindaci sono andati a protestare con il prefetto per le carenze del pronto soccorso dato interamente in appalto a una cooperativa. Più pazienti, ma meno posti letto e meno medici. L’equilibrio precario in cui per anni sono stati lasciati i presidi di pronto soccorso si è rotto di fronte alla pandemia. In Italia si contano circa 24 milioni di accessi all’anno, 1 ogni 90 secondi. Peccato che il numero di specialisti in grado di accoglierli si stia via via assottigliando: secondo le stime della Società italiana della medicina di emergenza e urgenza (Simeu), all’appello mancano 4.000 specialisti e 10.000 infermieri. Nei reparti si fatica a ricoverare entro le 36 ore, i camici bianchi si dimettono per protesta contro le condizioni di lavoro e in alcuni ospedali si ipotizza l’arrivo di medici militari e della Croce rossa per fronteggiare le difficoltà, come succede a Isernia.
«Il disagio dei pronto soccorso, che fino a qualche tempo fa era limitato ad alcune aree, è ormai diffuso ovunque», racconta alla Verità il dottor Fabio De Iaco, appena eletto alla presidenza della Simeu. «Siamo di fronte a una catastrofe nazionale». Anche quando ci sarebbero i soldi per dare un po’ di respiro ai distretti, si preferisce restare a guardare. Basta dare un’occhiata, per esempio, a quanto rilevato dal procuratore regionale della Corte dei conti della Calabria, nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione per il 2020: la casella «rafforzamento dei pronto soccorso» resta desolatamente vuota. «Nessun lavoro è stato avviato», scrive il magistrato contabile Stefania Anna Dorigo. «Il completamento degli interventi è fissato per il 2022 inoltrato, in alcuni casi per il 2023».
Nel frattempo, le corsie si riempiono di «medici in affitto»: liberi professionisti forniti da società di intermediazione o cooperative sociali, alle quali le aziende sanitarie si rivolgono per provare a mettere una pezza ai buchi di organico. «Non c’è alcun controllo sulla qualità di questi medici», denuncia Beniamino Susi, vicepresidente della Società dei medici e degli infermieri di pronto soccorso e 118. «Molti di loro non hanno alcuna specializzazione nella medicina di urgenza, altri sono neolaureati senza alcuna esperienza pregressa». L’emergenza sanitaria ha imposto una deroga continua, così che possono bastare anche corsi di appena 6 mesi per accedere in corsia. Come denunciano diversi sindacati di categoria, per i medici delle cooperative non esistono riposi: può capitare che restino in turno anche per 3 giorni di fila, passando da un presidio all’altro. Con buona pace della lucidità richiesta in situazioni di emergenza.
reclutamento sui social
Il reclutamento può avvenire addirittura via social network: «Ricerchiamo specialisti per incarico di libero professionista presso strutture ospedaliere in Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia», si legge in uno dei post pubblicati negli ultimi mesi dalla cooperativa Novamedica di Bologna. E anche nelle sedi della Medical line consulting si affidano a Facebook per trovare urgentisti, rianimatori e ginecologi. Così, nel calderone dei «professionisti in affitto» può finire un po’ di tutto, anche medici a rischio radiazione. Al punto di primo intervento di Montagnana, in provincia di Padova, ha ripreso servizio il dottor Vieri Riccioni, per il quale l’ordine dei medici di Pistoia aveva chiesto la radiazione, dopo che le Iene lo avevano pizzicato nel 2019 mentre faceva finti esami per i quali chiedeva pagamenti in nero. Il procedimento è congelato in attesa che si pronunci la Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, così il medico è rientrato in corsia grazie alla Mst group srl, che si è aggiudicata l’appalto dell’Ulss 6 Euganea per i punti di Montagnana e Cittadella.
addio regole
Tutto lecito, al momento. Di fronte alla carenza di camici bianchi, meglio non farsi troppi problemi di opportunità. Pur non volendo commentare l’aspetto deontologico della vicenda, il presidente dell’ordine dei medici di Padova, Domenico Maria Crisarà, ha espresso non pochi dubbi sulle motivazioni «meramente economiche» che giustificano la scelta della cooperativa. «I nodi sono venuti finalmente al pettine», spiega ancora il presidente di Simeu, De Iaco. «Il caos nei pronto soccorso è frutto dell’errata programmazione che si è fatta per anni. Denunciamo l’insufficienza delle borse di studio a livello nazionale da quando è nata la specializzazione, eppure non si è fatto nulla. A questo, si aggiungono le condizioni insostenibili in cui sono costretti a lavorare tanti colleghi. Non c’è da stupirsi se le altre realtà professionali sono più ricercate».
Per provare a invertire la rotta, la Società dei medici e degli infermieri di pronto soccorso chiede di poter almeno integrare i propri specializzandi negli organici in servizio. «La formazione deve essere fatta nei presidi ospedalieri e non nelle università, che spesso non hanno neanche i servizi di pronto soccorso. Li formiamo per poi inserirli progressivamente. Oggi, da un punto di vista operativo, i medici delle cooperative non ci sono di alcuna utilità, se non quella di coprire i turni di lavoro vacanti».
A Sondalo tutto in appalto tra le proteste
Lo scacchiere è talmente fragile che basta muovere anche solo una pedina per mandarlo in aria. Se, come è successo nell’Azienda socio sanitaria della Valtellina e dell’Alto Lario, di pedine ne saltano quattro, il sistema perde la sua autosufficienza. E nel pronto soccorso si finisce per lavorare in costante emergenza: «Il presidio di Sondalo è stato smantellato nella sua parte medica per coprire le carenze di Sondrio», raccontano alcuni medici dell’ospedale Morelli. «Ciò che è rimasto è stato appaltato a una cooperativa di medici, che si sono ritrovati immersi in un realtà di cui non avevano alcuna conoscenza. Non c’è stato un periodo di affiancamento, né un passaggio di consegne graduale. Niente di niente».
Dal 1° ottobre, il servizio di assistenza medica è in mano alla Med Right srl, una società nata nel 2016 che offre una serie di servizi piuttosto eterogenei: dalla gestione degli ambulatori medici polispecialistici alla elaborazione di statistiche, passando per la promozione di dibattiti, circoli e centri culturali. Il tutto, apparentemente senza addetti: secondo quanto risulta dai documenti contabili depositati alla Camera di commercio di Milano Monza e Brianza, e aggiornati al 30 giugno scorso, la Med Right non ha lavoratori assunti alle sue dipendenze. Per coprire i turni di pronto soccorso nei prossimi 12 mesi, nelle casse della società finiranno oltre 766.000 euro, spalmati sui due bilanci futuri dell’Azienda sanitaria.
Peccato che a Sondalo di mesi ne siano bastati molti meno per capire che qualcosa non funziona come dovrebbe: «È già successo che i medici inviati nel pronto soccorso non abbiano seguito i protocolli sulla gestione di traumi e varie patologie», raccontano ancora i medici del Morelli, le cui testimonianze sono state raccolte dall’avvocato Enzo Trabucchi. «C’è molta preoccupazione rispetto all’assenza di specializzazione dei medici, che non permette agli operatori sanitari di lavorare in serenità e che mette in pericolo la salute dei pazienti». Secondo quanto risulta alla Verità, tra le corsie del Morelli non sono mancate diagnosi poco accurate o un eccesso di esami per i casi meno gravi, che hanno contribuito a ingolfare la risposta sanitaria proprio nei giorni di riapertura degli impianti sciistici.
Molti pazienti sono rimasti senza risposta, altri hanno deciso di rivolgersi ai presidi ospedalieri di Como, Bergamo o Milano, per raggiungere i quali servono ore di macchina. «L’alta valle conta circa 3 milioni di presenze turistiche all’anno», spiega il sindaco di Sondalo, Ilaria Peraldini. «Non possiamo immaginare di avere un pronto soccorso in panne, dobbiamo essere pronti ai bisogni dei cittadini e a quelli dei turisti, non è più tollerabile una situazione del genere». Con altri 5 sindaci, tra cui quelli Livigno e Bormio, Peraldini ha inviato una lettera al prefetto di Sondrio, Salvatore Pasquariello, per cercare di trovare una soluzione: «Pretendere organizzazione ed efficienza per le prestazioni sanitarie, in particolare quelle di emergenza e urgenza, è un nostro preciso obbligo per prevenire ed evitare situazioni drammatiche già verificatesi in passato», si legge nella nota. La segnalazione segue di qualche giorno quella inviata al direttore generale dell’Azienda sanitaria, Tommaso Saporito, e agli assessori al Welfare e agli Enti locali di Regione Lombardia. Che, a oggi, sembra essere rimasta senza risposta: «Raccogliamo segnalazioni dal giorno in cui è partita l’esternalizzazione», spiega ancora il sindaco di Sondalo, «ma sembra che problemi del genere entrino da una parte e escano dall’altra».
Salvatore Manca: «Turni di 38 ore con gente impreparata»
«Hanno fatto finta di nulla per anni, era prevedibile che l’imbuto formativo nel quale sono state lasciate le Scuole di specialità avrebbe causato l’assurdità che oggi vediamo nei pronto soccorso». Riassume il paradosso in corsia Salvatore Manca, già presidente della Società italiana della medicina di emergenza e urgenza (Simeu) e primario del pronto soccorso dell’ospedale San Martino di Oristano: «I medici delle cooperative non hanno la preparazione sufficiente nemmeno per partecipare ai concorsi pubblici, figuriamoci se possono dare una risposta rapida alle esigenze e ai problemi, a volte vitali, dei pazienti».
Dottor Manca, l’emergenza ha generato la falsa convinzione che tutti possano lavorare nei pronto soccorso?
«Fare l’emergenza e urgenza richiede una alta qualifica professionale: ci vuole una formazione solida, che duri anni e che non si può ottenere con corsi base della durata di qualche mese».
L’esternalizzazione ha come unico obiettivo la copertura del turno in pronto soccorso, senza particolare attenzione ai medici che vengono chiamati a farlo e a come lo fanno. Che rischi comporta tutto ciò?
«Ogni presidio ha una sua strutturazione: i reparti di degenza, i protocolli e i percorsi cambiano da ospedale a ospedale. Un medico strutturato sa come ci si muove, i colleghi delle cooperative oggi sono in servizio a Oristano, domani a Nuoro, dopodomani a Canicattì: girano da una parte all’altra dell’Italia, per loro è quasi impossibile acquisire conoscenze sui percorsi ospedalieri».
Gli ospedali di destinazione sono a conoscenza dei turni lavorativi da cui i medici delle cooperative sono reduci? Un periodo di 36 ore consecutive di attività non pregiudica la lucidità dei sanitari?
«A volte si arriva anche a 38 ore. Non è un caso che ci sia una sorta di idiosincrasia nei confronti di questo lavoro: il sovraccarico di attività rende impossibile qualsiasi occasione di vita sociale o familiare al di fuori delle strutture».
A farne le spese sono anche i medici strutturati, cioè quelli assunti dal servizio sanitario nazionale?
«Sono soprattutto i medici strutturati, che si fanno carico di tutti i tipi di codici, da quello meno grave a quello che richiede il più alto sforzo professionale. A loro i medici delle cooperative si rivolgono perfino per avere consigli, peccato che le attività di tutoraggio non siano una loro prerogativa».
A parità di ore lavorate, il sistema li sfavorisce anche da un punto di vista economico?
«Un medico ospedaliero arriva a guadagnare in un mese la stessa cifra che i medici delle cooperative percepiscono con appena quattro turni di lavoro».
In caso di errore da parte dei medici delle cooperative, il primario ospedaliero corre il rischio di essere corresponsabile della condotta?
«Questa è una delle tante assurdità che la nostra Società ha provato a segnalare: i medici sono assunti dalle cooperative e non dipendono direttamente dall’Azienda sanitaria locale, ma vengono immessi all’interno di un servizio di cui il primo responsabile è il primario. Insomma, nonostante siano avulsi dal sistema, il primario risponde dell’operato di soggetti che non ha nemmeno scelto».
Annunciando la mobilitazione che si è tenuta il mese scorso a Roma, Simeu ha lanciato un allarme preoccupante: «Siamo di fronte alla concreta possibilità di un fallimento che si ripercuota su tutto il Sistema sanitario nazionale».
«Sono i numeri a certificare il rischio: mancando 4.000 medici e 10.000 infermieri, alcuni presidi potrebbero chiudere, togliendo un servizio essenziale per i territori».
Come giudica i fondi previsti dal Pnrr per i presidi di prima emergenza?
«Per i servizi di emergenza non c’è praticamente nulla. Le uniche quote sono state messe sulla medicina del territorio».
Cosa c’è che non va? Non è fondamentale valorizzare la medicina di prossimità? Non crede che in questi mesi di pandemia non si sia fatto abbastanza per rafforzarla?
«Speriamo che una migliore organizzazione territoriale riduca gli accessi nei pronto soccorso, anche se ho forti dubbi».
Perché?
«L’emergenza pandemica ha dimostrato che il territorio è stato vacante. La mia paura, e la nostra come Società scientifica, è che resti vacante anche con le Case della salute, lasciando invariati gli accessi nei pronto soccorso. Il territorio è fondamentale se è organizzato bene. Se non ci sono coperture, non cambierà nulla. Chi ha un problema di salute, anche se non urgente, si rivolge al medico di famiglia. Ma se non lo trova, dove va? Si affida agli unici medici che sa di poter trovare: quelli in servizio al pronto soccorso. Anche se ciò comporta un’attesa lunga, che può durare più di qualche ora».
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Per coprire i buchi ci si affida alle coop. Che spesso mandano personale impreparato.A Sondalo professionisti assegnati non rispetterebbero i protocolli con lunghe liste d’attesa. Sindaci dal prefetto.L’ex presidente dei medici di emergenza Salvatore Manca: «Questa situazione deriva da una pessima programmazione e da un sistema senza prospettive. In caso di errore, il primario risponde anche per i soggetti che non ha potuto scegliere».Lo speciale contiene tre articoli.È drammatica la carenza di personale sanitario nei pronto soccorso italiani: mancano 14.000 tra medici e infermieri. Le strutture tappano i buchi rivolgendosi a cooperative che forniscono medici a tempo. Ma spesso questi camici bianchi sono poco preparati e privi di esperienza. In Liguria alcune strutture hanno revocato gli incarichi alle coop dopo appena tre mesi dall’affidamento, mentre in Valtellina i sindaci sono andati a protestare con il prefetto per le carenze del pronto soccorso dato interamente in appalto a una cooperativa. Più pazienti, ma meno posti letto e meno medici. L’equilibrio precario in cui per anni sono stati lasciati i presidi di pronto soccorso si è rotto di fronte alla pandemia. In Italia si contano circa 24 milioni di accessi all’anno, 1 ogni 90 secondi. Peccato che il numero di specialisti in grado di accoglierli si stia via via assottigliando: secondo le stime della Società italiana della medicina di emergenza e urgenza (Simeu), all’appello mancano 4.000 specialisti e 10.000 infermieri. Nei reparti si fatica a ricoverare entro le 36 ore, i camici bianchi si dimettono per protesta contro le condizioni di lavoro e in alcuni ospedali si ipotizza l’arrivo di medici militari e della Croce rossa per fronteggiare le difficoltà, come succede a Isernia. «Il disagio dei pronto soccorso, che fino a qualche tempo fa era limitato ad alcune aree, è ormai diffuso ovunque», racconta alla Verità il dottor Fabio De Iaco, appena eletto alla presidenza della Simeu. «Siamo di fronte a una catastrofe nazionale». Anche quando ci sarebbero i soldi per dare un po’ di respiro ai distretti, si preferisce restare a guardare. Basta dare un’occhiata, per esempio, a quanto rilevato dal procuratore regionale della Corte dei conti della Calabria, nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione per il 2020: la casella «rafforzamento dei pronto soccorso» resta desolatamente vuota. «Nessun lavoro è stato avviato», scrive il magistrato contabile Stefania Anna Dorigo. «Il completamento degli interventi è fissato per il 2022 inoltrato, in alcuni casi per il 2023». Nel frattempo, le corsie si riempiono di «medici in affitto»: liberi professionisti forniti da società di intermediazione o cooperative sociali, alle quali le aziende sanitarie si rivolgono per provare a mettere una pezza ai buchi di organico. «Non c’è alcun controllo sulla qualità di questi medici», denuncia Beniamino Susi, vicepresidente della Società dei medici e degli infermieri di pronto soccorso e 118. «Molti di loro non hanno alcuna specializzazione nella medicina di urgenza, altri sono neolaureati senza alcuna esperienza pregressa». L’emergenza sanitaria ha imposto una deroga continua, così che possono bastare anche corsi di appena 6 mesi per accedere in corsia. Come denunciano diversi sindacati di categoria, per i medici delle cooperative non esistono riposi: può capitare che restino in turno anche per 3 giorni di fila, passando da un presidio all’altro. Con buona pace della lucidità richiesta in situazioni di emergenza. reclutamento sui socialIl reclutamento può avvenire addirittura via social network: «Ricerchiamo specialisti per incarico di libero professionista presso strutture ospedaliere in Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia», si legge in uno dei post pubblicati negli ultimi mesi dalla cooperativa Novamedica di Bologna. E anche nelle sedi della Medical line consulting si affidano a Facebook per trovare urgentisti, rianimatori e ginecologi. Così, nel calderone dei «professionisti in affitto» può finire un po’ di tutto, anche medici a rischio radiazione. Al punto di primo intervento di Montagnana, in provincia di Padova, ha ripreso servizio il dottor Vieri Riccioni, per il quale l’ordine dei medici di Pistoia aveva chiesto la radiazione, dopo che le Iene lo avevano pizzicato nel 2019 mentre faceva finti esami per i quali chiedeva pagamenti in nero. Il procedimento è congelato in attesa che si pronunci la Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, così il medico è rientrato in corsia grazie alla Mst group srl, che si è aggiudicata l’appalto dell’Ulss 6 Euganea per i punti di Montagnana e Cittadella. addio regoleTutto lecito, al momento. Di fronte alla carenza di camici bianchi, meglio non farsi troppi problemi di opportunità. Pur non volendo commentare l’aspetto deontologico della vicenda, il presidente dell’ordine dei medici di Padova, Domenico Maria Crisarà, ha espresso non pochi dubbi sulle motivazioni «meramente economiche» che giustificano la scelta della cooperativa. «I nodi sono venuti finalmente al pettine», spiega ancora il presidente di Simeu, De Iaco. «Il caos nei pronto soccorso è frutto dell’errata programmazione che si è fatta per anni. Denunciamo l’insufficienza delle borse di studio a livello nazionale da quando è nata la specializzazione, eppure non si è fatto nulla. A questo, si aggiungono le condizioni insostenibili in cui sono costretti a lavorare tanti colleghi. Non c’è da stupirsi se le altre realtà professionali sono più ricercate». Per provare a invertire la rotta, la Società dei medici e degli infermieri di pronto soccorso chiede di poter almeno integrare i propri specializzandi negli organici in servizio. «La formazione deve essere fatta nei presidi ospedalieri e non nelle università, che spesso non hanno neanche i servizi di pronto soccorso. Li formiamo per poi inserirli progressivamente. 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E nel pronto soccorso si finisce per lavorare in costante emergenza: «Il presidio di Sondalo è stato smantellato nella sua parte medica per coprire le carenze di Sondrio», raccontano alcuni medici dell’ospedale Morelli. «Ciò che è rimasto è stato appaltato a una cooperativa di medici, che si sono ritrovati immersi in un realtà di cui non avevano alcuna conoscenza. Non c’è stato un periodo di affiancamento, né un passaggio di consegne graduale. Niente di niente». Dal 1° ottobre, il servizio di assistenza medica è in mano alla Med Right srl, una società nata nel 2016 che offre una serie di servizi piuttosto eterogenei: dalla gestione degli ambulatori medici polispecialistici alla elaborazione di statistiche, passando per la promozione di dibattiti, circoli e centri culturali. Il tutto, apparentemente senza addetti: secondo quanto risulta dai documenti contabili depositati alla Camera di commercio di Milano Monza e Brianza, e aggiornati al 30 giugno scorso, la Med Right non ha lavoratori assunti alle sue dipendenze. Per coprire i turni di pronto soccorso nei prossimi 12 mesi, nelle casse della società finiranno oltre 766.000 euro, spalmati sui due bilanci futuri dell’Azienda sanitaria. Peccato che a Sondalo di mesi ne siano bastati molti meno per capire che qualcosa non funziona come dovrebbe: «È già successo che i medici inviati nel pronto soccorso non abbiano seguito i protocolli sulla gestione di traumi e varie patologie», raccontano ancora i medici del Morelli, le cui testimonianze sono state raccolte dall’avvocato Enzo Trabucchi. «C’è molta preoccupazione rispetto all’assenza di specializzazione dei medici, che non permette agli operatori sanitari di lavorare in serenità e che mette in pericolo la salute dei pazienti». Secondo quanto risulta alla Verità, tra le corsie del Morelli non sono mancate diagnosi poco accurate o un eccesso di esami per i casi meno gravi, che hanno contribuito a ingolfare la risposta sanitaria proprio nei giorni di riapertura degli impianti sciistici. Molti pazienti sono rimasti senza risposta, altri hanno deciso di rivolgersi ai presidi ospedalieri di Como, Bergamo o Milano, per raggiungere i quali servono ore di macchina. «L’alta valle conta circa 3 milioni di presenze turistiche all’anno», spiega il sindaco di Sondalo, Ilaria Peraldini. «Non possiamo immaginare di avere un pronto soccorso in panne, dobbiamo essere pronti ai bisogni dei cittadini e a quelli dei turisti, non è più tollerabile una situazione del genere». Con altri 5 sindaci, tra cui quelli Livigno e Bormio, Peraldini ha inviato una lettera al prefetto di Sondrio, Salvatore Pasquariello, per cercare di trovare una soluzione: «Pretendere organizzazione ed efficienza per le prestazioni sanitarie, in particolare quelle di emergenza e urgenza, è un nostro preciso obbligo per prevenire ed evitare situazioni drammatiche già verificatesi in passato», si legge nella nota. La segnalazione segue di qualche giorno quella inviata al direttore generale dell’Azienda sanitaria, Tommaso Saporito, e agli assessori al Welfare e agli Enti locali di Regione Lombardia. Che, a oggi, sembra essere rimasta senza risposta: «Raccogliamo segnalazioni dal giorno in cui è partita l’esternalizzazione», spiega ancora il sindaco di Sondalo, «ma sembra che problemi del genere entrino da una parte e escano dall’altra». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carenza-medici-2656075283.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="salvatore-manca-turni-di-38-ore-con-gente-impreparata" data-post-id="2656075283" data-published-at="1640013277" data-use-pagination="False"> Salvatore Manca: «Turni di 38 ore con gente impreparata» «Hanno fatto finta di nulla per anni, era prevedibile che l’imbuto formativo nel quale sono state lasciate le Scuole di specialità avrebbe causato l’assurdità che oggi vediamo nei pronto soccorso». Riassume il paradosso in corsia Salvatore Manca, già presidente della Società italiana della medicina di emergenza e urgenza (Simeu) e primario del pronto soccorso dell’ospedale San Martino di Oristano: «I medici delle cooperative non hanno la preparazione sufficiente nemmeno per partecipare ai concorsi pubblici, figuriamoci se possono dare una risposta rapida alle esigenze e ai problemi, a volte vitali, dei pazienti». Dottor Manca, l’emergenza ha generato la falsa convinzione che tutti possano lavorare nei pronto soccorso? «Fare l’emergenza e urgenza richiede una alta qualifica professionale: ci vuole una formazione solida, che duri anni e che non si può ottenere con corsi base della durata di qualche mese». L’esternalizzazione ha come unico obiettivo la copertura del turno in pronto soccorso, senza particolare attenzione ai medici che vengono chiamati a farlo e a come lo fanno. Che rischi comporta tutto ciò? «Ogni presidio ha una sua strutturazione: i reparti di degenza, i protocolli e i percorsi cambiano da ospedale a ospedale. Un medico strutturato sa come ci si muove, i colleghi delle cooperative oggi sono in servizio a Oristano, domani a Nuoro, dopodomani a Canicattì: girano da una parte all’altra dell’Italia, per loro è quasi impossibile acquisire conoscenze sui percorsi ospedalieri». Gli ospedali di destinazione sono a conoscenza dei turni lavorativi da cui i medici delle cooperative sono reduci? Un periodo di 36 ore consecutive di attività non pregiudica la lucidità dei sanitari? «A volte si arriva anche a 38 ore. Non è un caso che ci sia una sorta di idiosincrasia nei confronti di questo lavoro: il sovraccarico di attività rende impossibile qualsiasi occasione di vita sociale o familiare al di fuori delle strutture». A farne le spese sono anche i medici strutturati, cioè quelli assunti dal servizio sanitario nazionale? «Sono soprattutto i medici strutturati, che si fanno carico di tutti i tipi di codici, da quello meno grave a quello che richiede il più alto sforzo professionale. A loro i medici delle cooperative si rivolgono perfino per avere consigli, peccato che le attività di tutoraggio non siano una loro prerogativa». A parità di ore lavorate, il sistema li sfavorisce anche da un punto di vista economico? «Un medico ospedaliero arriva a guadagnare in un mese la stessa cifra che i medici delle cooperative percepiscono con appena quattro turni di lavoro». In caso di errore da parte dei medici delle cooperative, il primario ospedaliero corre il rischio di essere corresponsabile della condotta? «Questa è una delle tante assurdità che la nostra Società ha provato a segnalare: i medici sono assunti dalle cooperative e non dipendono direttamente dall’Azienda sanitaria locale, ma vengono immessi all’interno di un servizio di cui il primo responsabile è il primario. Insomma, nonostante siano avulsi dal sistema, il primario risponde dell’operato di soggetti che non ha nemmeno scelto». Annunciando la mobilitazione che si è tenuta il mese scorso a Roma, Simeu ha lanciato un allarme preoccupante: «Siamo di fronte alla concreta possibilità di un fallimento che si ripercuota su tutto il Sistema sanitario nazionale». «Sono i numeri a certificare il rischio: mancando 4.000 medici e 10.000 infermieri, alcuni presidi potrebbero chiudere, togliendo un servizio essenziale per i territori». Come giudica i fondi previsti dal Pnrr per i presidi di prima emergenza? «Per i servizi di emergenza non c’è praticamente nulla. Le uniche quote sono state messe sulla medicina del territorio». Cosa c’è che non va? Non è fondamentale valorizzare la medicina di prossimità? Non crede che in questi mesi di pandemia non si sia fatto abbastanza per rafforzarla? «Speriamo che una migliore organizzazione territoriale riduca gli accessi nei pronto soccorso, anche se ho forti dubbi». Perché? «L’emergenza pandemica ha dimostrato che il territorio è stato vacante. La mia paura, e la nostra come Società scientifica, è che resti vacante anche con le Case della salute, lasciando invariati gli accessi nei pronto soccorso. Il territorio è fondamentale se è organizzato bene. Se non ci sono coperture, non cambierà nulla. Chi ha un problema di salute, anche se non urgente, si rivolge al medico di famiglia. Ma se non lo trova, dove va? Si affida agli unici medici che sa di poter trovare: quelli in servizio al pronto soccorso. Anche se ciò comporta un’attesa lunga, che può durare più di qualche ora».
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Invece il ministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso, si è intortato (come spesso gli succede, regalando a Maurizio Crozza deliziosi spunti comici) con un fiume di parole: «Allo stato attuale, il prezzo medio dei carburanti è al di sotto dei 2 euro al litro, valori ben lontani dai picchi registrati nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina: ulteriori aumenti dipenderanno dall’evoluzione e dalla durata delle tensioni internazionali. Per questo abbiamo rafforzato il monitoraggio di mister Prezzi su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, per impedire che le tensioni in Medio Oriente diventino un pretesto per speculazioni o rincari ingiustificati, e predisposto con il ministro Giancarlo Giorgetti un immediato piano operativo di intervento della Guardia di Finanza».
Ma quali tensioni internazionali? Davvero pensate che stiamo ancora con l’anello al naso? Ma quale piano operativo con Giorgetti? E che monitoraggio rafforzato di mister Prezzi, una specie di Supereroe dell’aria fritta degno di Chi l’ha visto? Gli italiani, sul versante benzina e gasolio, ne hanno le scatole piene delle promesse e dei vedremo: sono anni che speriamo che il famoso taglio delle accise - sempre sulla bocca di chi sta all’opposizione - si concretizzi; al momento le accise sono tutte ancora lì.
Che però ora ci dobbiamo pure beccare quest’altro sciacallaggio legalizzato dove ogni guerra diventa l’occasione per alzare la cresta, allora no, non ci stiamo proprio. E non guardiamo in faccia a nessuno. Si chiami Urso o Pichetto o Vattelappesca. Governo, fai immediatamente qualcosa e non unirti ai furbi che incassano dal nostro pieno.
I fatti sono di facile comprensione: alla pompa di benzina si stanno verificando aumenti… da rapina. Il ministro Urso dice che «allo stato il prezzo dei carburanti è sotto i 2 euro. C’è stato un incremento di qualche centesimo, ma siamo ben lontani da quello che si verificò dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando i prezzi balzarono a 2,25 euro»? Bene, allora non avrà problemi a mandare mister Prezzi e le Fiamme gialle a fare un po’ di controlli. Anzi, gli regaliamo una idea facile facile: se siete troppo impegnati a stare nel Palazzo, aprite una casella mail e invitate i cittadini a fare le fotografie dei distributori di benzina che fanno i banditi. Urso, siccome i nostri lettori ce ne stano mandando, gliele giriamo volentieri: non ci sentiremo affatto in colpa di fare la spia.
Lo diciamo anche agli amici della Lega, il cui ministro Giorgetti è titolare dell’Economia e delle Finanza, e il cui segretario è anche ministro dei Trasporti. «Il partito è al lavoro su un “pacchetto energia” a favore di famiglie e imprese con una serie di emendamenti al decreto già in discussione», è scritto in una nota diramata da via Bellerio. «Inoltre la Lega ritiene assolutamente prioritario creare una task force per individuare e colpire gli speculatori, che approfittando dei conflitti internazionali potrebbero decidere un incremento dei prezzi ingiustificato. Salvini intende convocare anche le compagnie petrolifere per chiedere informazioni ufficiali e avere rassicurazioni viste le potenziali ricadute sui trasporti, con conseguenze economiche per cittadini e imprese. Sempre in quest’ottica c’è l’intenzione anche di aprire un dialogo con l’Antitrust finalizzato a un doveroso monitoraggio costante».
La diciamo come l’avrebbe detta Umberto Bossi negli anni d’oro: attaccatevi al tram. Non ci interessa sapere cosa farete domani e se - come abbiamo sentito dire da «fonti governative» - poi saranno multati i furbi, il problema della gente comune è o-g-g-i, perché è oggi che facciamo il pieno di benzina e oggi lo paghiamo alla cassa. E quindi al governo diamo le accise che dovevano essere tagliate e alle compagnie il «di più» preso con la scusa delle tensioni internazionali. Insomma paga sempre il cittadino. Ecco, la panzana delle tensioni internazionali che farebbero già schizzare alle stelle i prezzi del carburante non la beviamo. E vogliamo che il governo intervenga subito. Inviando immediatamente la Guardia di Finanza in tutta Italia e invitando il Tg1 a fare vedere le immagini delle multe: assicuriamo il direttore (e amico) Gian Marco Chiocci che preferiremmo questo bel servizio rispetto al tutorial (che tristezza) di Sal Da Vinci sul balletto della sua canzonetta.
Per chiudere, caro Urso, caro Giorgetti, caro governo: fate immediatamente qualcosa per evitate che il rin-caro non diventi un altro problema a carico delle famiglie e delle imprese. Passi (per modo di dire…) il mancato taglio delle accise, non passerà l’ennesimo furto alla pompa di benzina.
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Donald Trump (Ansa)
Poco dopo, il presidente americano ha parlato con la Cnn, aprendo alla possibilità che il prossimo leader iraniano sia un religioso e che l’assetto istituzionale del Paese possa non essere democratico. «Non mi danno fastidio i leader religiosi», ha dichiarato, tornando inoltre a evocare uno scenario di tipo venezuelano. La Casa Bianca ha poi specificato che per «resa incondizionata» si intende che l’Iran cessi di essere una minaccia per gli Usa.
Trump, che l’altro ieri aveva pregato con alcuni leader evangelici nello studio ovale per ottenere la benedizione delle forze armate americane, sembrerebbe quindi attualmente poco propenso a un regime change alla Bush jr. L’obiettivo del presidente americano parrebbe infatti essere quello di scegliere come interlocutore qualche esponente del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato, per portare Teheran nell’orbita di Washington. L’idea è, in sostanza, quella di trovare una Delcy Rodriguez in salsa iraniana. Secondo Axios, lo stesso segretario di Stato americano Marco Rubio, in una telefonata con gli omologhi arabi l’altro ieri, avrebbe detto che l’obiettivo finale di Washington non sarebbe un regime change, pur ammettendo la necessità di «persone diverse» al potere e che l’operazione bellica potrebbe andare avanti per alcune settimane.
Certo, non è al momento chiaro come la soluzione venezuelana possa sposarsi con il fatto che, secondo varie indiscrezioni, la Cia potrebbe armare i curdi per organizzare un’offensiva di terra e suscitare una rivolta contro il regime khomeinista. Una soluzione, questa, che, caldeggiata da Benjamin Netanyahu, punterebbe sia a un regime change completo sia a creare un Iran dall’assetto istituzionale decentralizzato (se non addirittura con venature separatiste).
È quindi ipotizzabile che, dietro le quinte, il rapporto tra Trump e Netanyahu sia meno compatto di quanto i due vogliano dare a intendere. Del resto, secondo Axios, il premier israeliano avrebbe chiesto conto alla Casa Bianca di alcuni presunti contatti segreti che l’amministrazione americana avrebbe avuto con gli iraniani dopo l’inizio della guerra. Al contempo, non va trascurato il fatto che, sulla questione iraniana, si registra una dialettica sotterranea tra le alte sfere di Washington. JD Vance era scettico su un intervento bellico in grande stile, mentre più propenso si era mostrato Rubio. Si può quindi ipotizzare che tali dinamiche abbiano spinto Trump, negli scorsi giorni, a oscillare tra soluzioni divergenti. Tutto questo, senza trascurare che, secondo il Washington Post, l’esercito americano avrebbe annullato un’esercitazione di paracadutisti d’élite, alimentando l’ipotesi che quei soldati possano essere inviati in Medio Oriente per delle operazioni di guerra.
Al momento, quel che è certo è che Washington punta a rendere l’Iran inoffensivo sotto il profilo nucleare e missilistico, oltre a impedirgli di continuare a foraggiare i suoi proxy regionali. È anche in questo quadro che Trump sta cercando di rendere sempre più isolato il regime khomeinista. Non a caso, ieri il presidente è tornato a mettere sotto pressione uno dei suoi principali alleati latinoamericani: Cuba. «Cuba cadrà molto presto», ha affermato, sottolineando che la leadership castrista vuole «raggiungere un accordo». Mosca, dal canto suo, è preoccupata per la propria influenza in America Latina e in Medio Oriente: in tal senso, secondo gli 007 statunitensi, starebbe fornendo informazioni d’intelligence a Teheran sullo spostamento delle navi e delle truppe di Washington.
Frattanto, il direttore del National Economic Council della Casa Bianca, Kevin Hassett, ha reso noto che l’esercito statunitense sta studiando delle modalità per consentire alle navi di riprendere a passare nello Stretto di Hormuz. Ricordiamo che nell’area viene trasportato circa il 20% del petrolio a livello mondiale. Ora, negli ultimi giorni, il costo dell’energia è salito significativamente negli Usa: un campanello d’allarme inquietante per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di Midterm. «Va tutto bene. Sarà un periodo breve. Scenderà molto rapidamente», ha dichiarato ieri Trump alla Cnn, riferendosi al prezzo della benzina. L’Iran sa che la Casa Bianca è politicamente vulnerabile su Hormuz. E per questo il presidente americano si prepara a usare la potenza militare in loco.
Nel frattempo, due funzionari americani hanno fatto sapere a Reuters che, secondo gli investigatori militari di Washington, le forze statunitensi potrebbero essere le responsabili del bombardamento di una scuola femminile iraniana, in cui, sabato scorso, sono morte svariate decine di studentesse. Gli inquirenti «non hanno ancora raggiunto una conclusione definitiva né completato le indagini».
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Ansa
Dopo che Hezbollah ha trascinato il Libano nello scontro mediorientale all’inizio di questa settimana, unendosi alla rappresaglia del regime iraniano, si contano già quasi mezzo milione di sfollati.
A renderlo noto è il Jerusalem post: dal Sud del Libano sono scappati 420.000 civili dopo aver ricevuto ordini di evacuazione, mentre dai sobborghi meridionali di Beirut sono in fuga decine di migliaia di persone.
Se per il primo ministro libanese, Nawaf Salam, si rischia «una catastrofe umanitaria» con il Libano che è «trascinato sempre più verso l’abisso» in una guerra che non ha «né cercato, né scelto», dall’altra parte il portavoce delle Idf, Effie Defrin, ha messo in chiaro la visione israeliana. «Il governo libanese deve disfarsi di Hezbollah e dei Guardiani della rivoluzione che operano dal Libano altrimenti noi li perseguiteremo e attaccheremo».
Dall’inizio dell’operazione in territorio libanese, le Forze di difesa israeliane hanno sottolineato di aver «colpito 500 obiettivi», tra cui i lanciarazzi, i depositi di armi e gli alti comandanti del gruppo di Hezbollah. A tal proposito Defrin ha annunciato che sono stati eliminati oltre 70 militanti del gruppo terroristico.
Restringendo il campo alla sola giornata di ieri, la nuova ondata di raid israeliani ha preso di nuovo di mira Beirut, in particolare il quartiere Sud di Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah, dove sono stati distrutti dieci edifici utilizzati dai terroristi. «Tra gli obiettivi», hanno scritto su X le Idf, «c’erano il centro di comando di un consiglio esecutivo e una struttura che ospitava droni utilizzati per attacchi contro Israele». Ed è stato colpito anche il quartier generale delle Guardie rivoluzionarie iraniane, situato sempre nella periferia Sud della capitale. A darsi alla macchia, stando a quanto riferito da Axios, sono decine di pasdaran presenti a Beirut come consiglieri militari di Hezbollah. Nel mirino di Gerusalemme è rientrato pure l’ufficio del capo della divisione per la raccolta fondi di Hamas. Ad annunciarlo sono state le Idf e lo Shin Bet: la sede lavorava per ricevere «centinaia di milioni di dollari in tutto il mondo per l’organizzazione terroristica».
Ma a essere bombardati sono stati anche un appartamento nella città costiera di Sidone, dove si contano cinque morti, e la città di Tiro. Sempre nel Sud del Paese, nel distretto di Marjayoun, si sono registrati scontri a fuoco tra Hezbollah e l’esercito israeliano, mentre altri ordini di evacuazione sono arrivati per i residenti della Valle della Beqa. Il conflitto non ha lasciato esclusa nemmeno la postazione di Unifil nel Libano meridionale: nell’attacco sono stati feriti tre peacekeeper ghanesi e non è ancora chiaro chi sia il responsabile.
Intanto sale il bilancio delle vittime: secondo il ministero della Salute libanese, negli attacchi israeliani sono state uccise 217 persone, mentre i feriti sono 798.
Dall’altra parte della barricata, Israele deve far fronte contemporaneamente ai raid di Hezbollah e del regime iraniano. Come ha spiegato uno dei portavoce delle Idf, Nadav Shoshani, si sono verificati lanci «simultanei e coordinati» con lo scopo di sovraccaricare la difesa aerea israeliana. In meno di 24 ore, Hezbollah ha lanciato 70 razzi contro il territorio israeliano. Tra i bersagli una colonia in Alta Galilea e le postazioni delle Idf lungo la linea di confine. Su quest’ultimo raid, Hezbollah ha comunicato: «I combattenti della Resistenza islamica hanno lanciato un attacco con salve di razzi e fuoco d’artiglieria». E anche il figlio del ministro delle finanze israeliano, Bezalel Smotrich, risulta ferito dopo «un’attività militare al confine». Parallelamente, sin dalle prime ore della mattina, il Comando del fronte interno israeliano ha rilevato il lancio di missili iraniani. Ancora una volta, le sirene sono suonate per almeno tre volte a Tel Aviv e nel centro del Paese, mentre le difese aeree israeliane intercettavano i missili. L’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna ha aggiunto che «nella raffica di missili» sono inclusi anche i «Kheibar» creati per colpire gli obiettivi strategici nella città israeliana.
La rappresaglia iraniana prosegue a tappeto anche nei Paesi del Golfo. In Arabia Saudita, il ministero della Difesa ha dichiarato che è stato distrutto un missile da crociera vicino alla zona di Al-Kharj. Già nelle prime ore della mattina, Riad aveva abbattuto tre droni diretti alla base aerea Prince Sultan. In Kuwait, l’esercito iraniano ha preso per la seconda volta di mira la base di Ali al Salem, oltre a una petroliera statunitense. Nel Kurdistan iracheno sono state sentite diverse esplosioni vicino all’aeroporto di Erbil. Ma droni iraniani sono stati sganciati anche contro i giacimenti petroliferi di Bassora, in Iraq, con TotalEnergies ed Eni che hanno iniziato a evacuare il personale. Altri vettori sono stati puntati sul Qatar e sugli Emirati Arabi Uniti: Doha ha intercettato un raid contro la base americana di Al Udeid e Abu Dhabi ha abbattuto nove missili e 109 droni. In Bahrein, a Manama, sono stati invece colpiti edifici residenziali e un hotel.
Smart working per il post Khamenei
L’Iran continua a essere scosso da una serie di attacchi militari e da una crisi politica che ruota attorno alla successione di Ali Khamenei. Mentre i bombardamenti proseguono in diverse aree del Paese, la leadership è impegnata nel delicato processo che dovrà portare all’elezione della nuova guida. La televisione di Stato ha riferito che il consiglio direttivo incaricato di organizzare la riunione dell’Assemblea degli esperti si è riunito in modalità virtuale dopo che il complesso di Qom, destinato a ospitare l’incontro, è stato distrutto dai raid aerei israeliani. L’organo ha il compito di definire le modalità con cui l’assemblea dei religiosi dovrà riunirsi per scegliere il futuro leader del Paese. Alla riunione hanno partecipato il presidente Masoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholam Hossein Mohseni Ejehi e l’ayatollah Ali Reza Arafi. Nel comunicato diffuso dai media iraniani non vengono indicati né i tempi della votazione né se la riunione dell’Assemblea degli esperti si terrà in presenza o a distanza.
Sul tavolo resta il nome di Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema uccisa nei primi giorni del conflitto. Tuttavia, secondo diverse ricostruzioni, il tentativo dei pasdaran di accelerarne la nomina sarebbe fallito. La leadership iraniana appare divisa e sotto pressione anche per le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha definito Mojtaba «un peso piuma», sostenendo che la sua eventuale designazione sarebbe «inaccettabile».
Nel frattempo, l’offensiva israeliana e americana continua a colpire obiettivi sensibili in tutto il territorio iraniano, coste comprese. Le Idf hanno dichiarato di aver bombardato con circa 50 caccia il bunker sotterraneo utilizzato da Ali Khamenei a Teheran, e sganciato circa 100 bombe contro la struttura situata sotto il complesso dirigenziale della capitale. Nelle stesse ore un altro attacco ha colpito il cuore dell’apparato politico iraniano. Asghar Hijazi, capo ad interim dell’ufficio della Guida suprema dopo l’uccisione di Khamenei, sarebbe rimasto ucciso in un raid aereo israeliano a Teheran. La notizia è stata riferita da una fonte israeliana all’emittente Sky News Arabia, mentre l’esercito israeliano ha confermato di aver preso di mira «un alto comandante del regime».
La guerra sta producendo effetti anche sulla vita quotidiana del Paese. Le autorità iraniane hanno disposto la chiusura delle università fino a nuove disposizioni, sospendendo tutte le attività accademiche. Esplosioni sono state segnalate anche nella città portuale di Bandar Abbas, sul Golfo Persico, dove diversi attacchi avrebbero colpito infrastrutture e obiettivi militari. Le tensioni si estendono anche alle aree di confine. L’Azerbaigian ha annunciato l’evacuazione del proprio personale diplomatico dall’Iran dopo l’attacco di giovedì con droni (che ha colpito un aeroporto) e quello di ieri a una scuola in una regione di frontiera. I media azeri sostengono che le Guardie rivoluzionarie iraniane e reti a loro collegate stessero anche preparando una serie di attentati a obiettivi come l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, l’ambasciata israeliana e la sinagoga di Baku.
Nel Nord-ovest dell’Iran, la città di Mahabad, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale a maggioranza curda, è stata colpita da intensi bombardamenti che hanno preso di mira installazioni di sicurezza e sedi governative. Secondo fonti citate dall’emittente curda Rudaw, tra gli obiettivi figurano stazioni di polizia e strutture delle forze di sicurezza. Contemporaneamente le autorità del Kurdistan iracheno hanno annunciato lo stop della produzione nel giacimento petrolifero di Sarsang, gestito dalla società americana Hkn Energy, dopo un attacco con droni alle infrastrutture. Teheran ha reagito con nuove minacce. In un documento citato dall’agenzia Mehr, il Consiglio di difesa ha avvertito che tutte le strutture della regione autonoma del Kurdistan iracheno potrebbero diventare bersaglio se venisse consentito il passaggio di militanti verso il territorio iraniano. Ma i missili a disposizione per Teheran sono sempre meno.
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Viktor Orbán e Volodymyr Zelensky (Ansa)
Il punto più basso per la Commissione europea è farsi prendere in giro dal portavoce di Vladimir Putin e viene da chiedersi se Kaya Kallas (l’alta rappresentante per la politica estera dell’Ue) e Ursula von der Leyen non avvertano il senso del ridicolo. Dimitry Peskov di fronte alle minacce che Volodymyr Zelensky ha rivolto a Viktor Orbán ha ironizzato: «I Paesi europei dovrebbero applicare l’articolo 5 della Nato a difesa di Budapest». Ieri l’Ungheria ha espulso sette ucraini beccati a bordo di furgoni portavalori che, secondo Budapest, hanno passato illegalmente la frontiera. Per tutta risposta il ministro degli Esteri di Kiev Andriy Sybiga ha affermato che sono «stati presi in ostaggio e che l’Ungheria non è un Paese sicuro per gli ucraini».
La crisi nasce da lontano: dal veto ungherese al prestito da 90 miliardi a Kiev e l’affare dei furgoni salvadanaio non è che un ulteriore capitolo su cui Budapest fa aleggiare l’ombra dello spionaggio. «Abbiamo appurato», ha dichiarato il portavoce del governo ungherese Zoltan Kovacs, «che l’operazione era supervisionata da un ex generale dei servizi di sicurezza ucraini, con un ex maggiore dell’aeronautica militare». L’episodio di eri è la conseguenza di un attrito ben più profondo. Il presidente ungherese insieme a quello slovacco Robert Fico (definito dal mainstream un europeista convinto) e a quello ceco Andrej Babis si sono opposti al prestito da 90 miliardi che l’Ue vuole concedere a Kiev e hanno posto il veto.
La risposta di Zelensky è stata: «Spero che Orbán non blocchi il prestito altrimenti daremo il suo indirizzo ai rappresentanti delle nostre forze armate: lasciamo che siano loro a chiamarlo e a parlargli nella loro lingua». Tutto questo senza che a Bruxelles si sia accusata ricevuta. Il che ha acuito la crisi che rischia di aprire un fronte orientale interno all’Unione perché i rapporti tra Ucraina e Ungheria, ma anche con gli altri due Paesi europei confinanti, sono diventati tesissimi. Le ragioni non sono solo quelle legate al prestito da 90 miliardi da cui peraltro Budapest, Praga e Bratislava sono state esentate tant’è che la von der Leyen fa la questua in giro per il mondo per dare i soldi al suo «amato» Volodymyr perché le mancano 32 miliardi, c’è la questione dell’oleodotto russo che dovrebbe portare petrolio a Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca che gli ucraini non vogliono riaprire e c’è la questione delle forniture militari nel quadrante del Golfo. Ieri poi è scoppiato il caso dei furgoni portavalori. Le autorità ungheresi hanno intercettato due furgoni blindati carichi di 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e 9 chilogrammi di oro (valore totale: 80 milioni di dollari) destinati alla banca statale ucraina Oschadbank e hanno fermato per accertamenti sette ucraini.
Su questo l’Ue non ha detto parola salvo una laconica dichiarazione del portavoce del Commissario alla giustizia Markus Lammert che ha detto: «Abbiamo solo notizie dai media, non avendo altre informazioni non abbiamo nulla da dichiarare». Era invece intervenuta con una dichiarazione del portavoce Olof Gill che ha stigmatizzato le parole di Zelensky su Orbán: «Questo tipo di linguaggio è inaccettabile. Non devono esserci minacce nei confronti degli Stati membri dell’Ue». Per il resto solo imbarazzo e silenzio. Il fatto è che Ursula von der Leyen spera ardentemente che Viktor Orbán perda le imminenti elezioni e non vuole fargli favore di fare pressione su Zelensky perché rispetti l’accordo in base al quale deve riaprire l’oleodotto per far arrivare in Ungheria, Slovacchia e Cekia il petrolio russo. Il presidente ucraino ha chiaramente affermato: «I russi ci stanno uccidendo e noi dobbiamo dare petrolio a Orbán perché non può vincere le elezioni senza?». A Budapest l’hanno presa malissimo e il ministro degli esteri Peter Szijjarto su X tuona: «Bruxelles sta collaborando con la Croazia per bloccare le forniture di petrolio russo via mare all’Ungheria e alla Slovacchia nonostante la decisione dell’Ue di consentirlo quando il trasporto tramite oleodotto non è possibile. È vergognoso e scandaloso». «Ieri è diventato chiaro che l’Ucraina si rifiuta di riprendere il transito del petrolio verso l’Ungheria per motivi politici», sottolinea Peter Szijjarto che aggiunge: «Zelensky ha dichiarato che né gli esperti ungheresi e slovacchi né quelli dell’Ue potranno ispezionare l’oleodotto Druzhba. La Commissione non ha preso le difese di Ungheria e Slovacchia. Sta difendendo l’Ucraina, anziché sostenere due Stati membri».
In questo clima si è inserito l’incidente dei furgoni portasoldi. L’Ucraina ha avviato un’inchiesta. Budapest replica che c’è il sospetto che i sette, ora espulsi, facessero operazioni di riciclaggio anche per favorire infiltrazioni ucraine tese a condizionare le elezioni ungheresi. Questo «trasporto eccezionale» doveva trasferire risorse dall’Austria alla banca ungherese. Un commento arriva da Robert Fico che parla apertamente di ricatto dell’Ucraina e sostiene: «Zelensky ha oltrepassato ogni limite rosso e noi come paese sovrano dobbiamo dire qualcosa». Chi tace è, come al solito Bruxelles.
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