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2022-09-12
«Sette musei su dieci a rischio chiusura»
Dario Franceschini sul red carpet del Festival di Venezia nel 2020 (Alessandra Benedetti - Corbis/Corbis via Getty Images)
Ticket per i musei più cari, patrimonio culturale gestito come se fosse nelle mani di un’azienda privata, con tanto di girandola dei suoi uomini di fiducia nei posti chiave e tagli spietati della pianta organica, una scuola per restauratori che nel mercato del lavoro crea figli e figliastri e almeno un paio di grandi flop: un’app succhiasoldi che doveva essere la Netflix della cultura italiana e l’incapacità di gestire i fondi del Pnrr per cancellare le barriere architettoniche dai luoghi della cultura. Mentre il ministro Dario Franceschini passeggia per Napoli, dove è stato paracadutato dal Pd come candidato capolista al Senato, il suo modello di gestione dei beni culturali, lanciato e rilanciato ogni qualvolta è stato chiamato a guidare il ministero (con i governi Renzi, Gentiloni e Conte bis, e ora con il governo Draghi, salvo l’interruzione del governo gialloverde nel 2018-19, quando il ruolo venne affidato ad Alberto Bonisoli), è ormai collassato.
L’estate veneziana si è chiusa con l’aumento del ticket d’ingresso al Palazzo Ducale e ai musei dell’area Marciana, lievitati a partire dal 1° settembre. Il Palazzo Ducale ora è da record: 30 euro (dai 25 precedenti). Nella classifica mondiale si piazza subito sotto alla Casa Batlló di Gaudí a Barcellona (35 euro) e alla Churchill’s war rooms di Westminster (31,24 euro). Si pensi che il British museum di Londra continua a essere gratuito, mentre dal Louvre al Prado, passando per i Musei vaticani, i prezzi dei biglietti si aggirano tutti fra i 15 e i 20 euro. E a Napoli perfino l’ingresso nelle chiese è a pagamento. Un dettaglio che ha portato gli attivisti delle associazioni culturali in piazza «per ribadire che quella di Franceschini non è e non deve essere l’unica narrazione possibile».
Ovviamente, come da tradizione di sinistra, i luoghi che prima erano gratuiti ora sono finiti nelle mani di associazioni e cooperative e sono diventati a pagamento. E, così, Franceschini a Napoli si è ritrovato i gruppi di Mi Riconosci, Gridas, Chi rom e… chi no, Ex opg je so pazz e Sud Europa turistificazione, che lo contestavano: «Ha creato musei autonomi (“fiore all’occhiello” della riforma Franceschini), i quali hanno più che raddoppiato il biglietto d’ingresso (il Museo archeologico è passato dagli 8 euro del 2017 ai 18 del 2022; Capodimonte dagli 8 del 2017 ai 12 del 2022; Palazzo Reale dai 6 del 2021 ai 10 del 2022, ndr)». «L’impressione», sostengono i contestatori, «è quella di trovarsi di fronte non più a un servizio pubblico, con un biglietto accessibile per larga parte della popolazione, ma a un’offerta elitaria per i cittadini più abbienti e soprattutto per stangare i turisti».
L’altra faccia della medaglia sono i salari pompati proposti negli appalti del settore da quando c’è la società partecipata Ales, spesso descritta come un ministero parallelo che evita le assunzioni pubbliche. È la società in house del ministero di Franceschini. Il presidente è Mario De Simoni, fresco di riconferma (rimarrà in carica fino al 2025) nonostante una frustata della Corte dei conti proprio sugli stipendi: il costo medio annuo di un lavoratore fornito da Ales, ricostruiscono i giudici contabili, nel caso dei 16 richiesti per il museo statale autonomo Vittoriano di Roma, è risultato superiore a 66.000 euro, contro i quasi 35.000 della fascia economica più alta dei dipendenti ministeriali con compiti assimilabili, mentre la più bassa supera appena i 23.000 euro.
Nel frattempo, stando all’ultima ripartizione delle dotazioni organiche del personale, inviata durante le ferie ai sindacati, le carenze sono diventate endemiche. Insomma, si taglia nel pubblico e si investe nel privato.
Ma lo strumento che garantirebbe a Franceschini di avere il controllo totale della Cultura sono le nomine per le postazioni nelle stanze dei bottoni. «È passato da nomine interne per concorso a nomine esterne fiduciarie», spiegano dal movimento Mi Riconosci, «che fanno seguito a una selezione per titoli e colloquio, dando un imprinting più politico e meno tecnico al ministero». Dalla selezione viene scelta una terna di candidati ammessi. E ancora una volta Franceschini si è beccato il rimbrotto della Corte dei conti, che ha evidenziato come «non risultasse chiarita la valenza attribuita al colloquio e ai criteri per l’individuazione della terna». Tuttavia, con questo stratagemma il ministro farebbe passare i suoi fedelissimi da una direzione all’altra.
Ma la Corte dei conti ha ancora una cartuccia in canna. E considera un flop l’abbattimento delle barriere architettoniche nei musei. Il progetto finanziato con 300 milioni di euro del Pnrr è stato avviato, ma al momento del deposito dell’analisi (il 3 agosto scorso) non era stata ancora completata l’individuazione dei siti in cui realizzare gli interventi. L’investimento prevede interventi in 617 luoghi della cultura, tra musei, monumenti, parchi archeologici, archivi e biblioteche. Il 37% degli interventi è da realizzarsi al Sud. La questione è tutta legata ai tempi per la realizzazione: deadline giugno 2026. Le prime scadenze hanno già mandato in affanno l’ingolfata macchina di Franceschini. A marzo scorso bisognava approvare il Piano degli interventi ed entro giugno il decreto di ammissione al finanziamento. Termini non rispettati. E a preoccupare c’è il primo obiettivo intermedio: la realizzazione di 150 interventi entro il secondo trimestre 2023. La «diversa tempistica» adottata dal ministero, sottolineano i giudici contabili, rischia di causare ritardi nell’ammissione ai finanziamenti.
Il ministero deve aver deciso di colpire il settore in tutte le sue diramazioni. E con le sale cinematografiche alla canna del gas per le chiusure da Covid, durante la pandemia Franceschini se ne è uscito con una trovata: la «Netflix della cultura». E ha lanciato ItsArt (controllata da Cassa depositi e prestiti e dalla piattaforma Chili), una piattaforma a pagamento che nel 2021 ha perso circa 7,5 milioni di euro, ovvero quasi tutta la somma (9,8 milioni) finanziata con il decreto Rilancio. I numeri del flop sono impressi nella voce ricavi: 245.000 euro, 140.000 dei quali sono abbonamenti. Gli utenti sarebbero stati 146.000, per una spesa pro capite di circa 95 centesimi. Altri 100.000 euro circa riguarderebbero «controparti business in modalità di barter transaction». Ovvero, scambio merce con altre aziende. I vertici sono stati azzerati per tre volte e il buco continua a crescere. Si attende il responso della Corte dei conti. Anche perché la genialata culturale a pagamento duplica in buona parte ciò che è disponibile su Rai Play.
Uno dei più grandi pasticci del ministero, però, rimane quello che ha messo in ginocchio i restauratori. Tutto è cominciato nel 2009, quando viene istituito un titolo accademico equiparato a una laurea quinquennale. Per tutti gli altri, che restauratori lo erano di fatto, si aprì una complicatissima strada burocratica per il riconoscimento del titolo. L’unico che può rilasciarlo è il ministero. Con una clausola capestro: è riservato ai soli diplomati delle sue Scuole di alta formazione, comunemente dette Saf. L’esperienza e la professionalità non contano. E, così, i curriculum si sono trasformati in carta straccia. «Il ministro», spiegano alla Verità i restauratori del comitato Resarte, «ha riconosciuto titolo equipollente a laurea magistrale corsi di valore inferiore a un manipolo di privilegiati».
Il Consiglio di Stato ha riequilibrato la questione, spiegando che «il riconoscimento del valore del titolo può essere determinato esclusivamente dalla legge e pertanto non è consentito alla pubblica amministrazione rilasciare titoli equipollenti attraverso un atto amministrativo». Ma cosa accade? «Che nonostante le sentenze», spiegano dal comitato, «è prassi confezionare bandi di concorso per il restauro di opere d’arte in base all’origine professionale dei candidati». Insomma, chi esce dalla scuola di Franceschini troverebbe una via preferenziale.
«Furti aumentati per i tagli al personale»

A giugno Dario Franceschini se ne è uscito con l’ultima novità: il «Museo dell’arte salvata». L’ennesima trovata mediatica d’impatto, lanciata in pompa magna. Si tratta di un «museo permanente in cui transiteranno le opere recuperate dai carabinieri dei beni culturali prima che vengano restituite ai loro luoghi e musei di appartenenza», ha spiegato il ministro. Un luogo di transito, insomma, che ha sede a Roma nell’aula Ottagona del Museo nazionale romano. Di materiale, d’altra parte, ce n’è in abbondanza. Basta prendere i dati del 2021: i carabinieri del comando tutela patrimonio culturale hanno recuperato 33.869 beni d’arte che erano stati trafugati. Numeri impressionanti.
L’ultimo dossier dello specializzatissimo reparto dell’Arma rileva anche un altro dato inquietante: l’aumento complessivo dei furti di beni culturali (+20,5%), prima di tutto nei luoghi di culto (+14,2%) e poi dai privati e nei luoghi espositivi (+42,3%) e, infine, negli archivi (+50%). È cresciuta la fame di opere d’arte? No. Mancano custodi e vigilanti. Lo ha denunciato a metà agosto il direttore degli Uffizi Eike Schmidt («negli ultimi anni a Firenze sono stati autorizzati 166 pensionamenti, rimpiazzati da 34 nuovi ingressi, un passivo insostenibile») e si è beccato una reprimenda dal braccio destro di Franceschini, Massimo Osanna, che ha annunciato concorsi e assunzioni.
Nel frattempo però, la situazione si è fatta critica. All’ingresso del Chiostro dello Scalzo di Firenze, che rientra nei musei gestiti dalla direzione di San Marco e che conserva un importante ciclo di affreschi di Andrea del Sarto, a fine agosto è comparso un cartello: «Temporaneamente chiuso per carenza del personale. Ci scusiamo per il disagio». Sulla stampa locale si sono scatenate non poche polemiche. Ma non è l’unico caso. La Soprintendenza archivistica e bibliografica della Campania, per esempio, si è ritrovata con solo quattro dipendenti: un archivista, un assistente tecnico, un operatore tecnico e un custode. A Chieti e a Taranto i musei sono stati addirittura chiusi per mancanza di personale. E basta fare una piccola ricerca su Google per scoprire che in quasi tutte le regioni d’Italia in estate è saltata l’apertura di qualche bene culturale, che ha lasciato i turisti, anche stranieri, a bocca asciutta.
I concorsi effettuati a distanza di dieci anni l’uno dall’altro sono due. Sono state pubblicate le graduatorie dopo due anni per quello provinciale del 2020. Mentre per quello nazionale del 2019 è previsto da settembre prossimo l’ingresso di altre persone. La carenza di personale ha portato a una sempre maggiore collaborazione permanente con imprese esterne. E infatti c’è una novità. Grazie al sistema degli appalti e delle esternalizzazioni i servizi fiduciari per vigilantes sono scesi da 7 euro a ora a meno di 5.
E oltre un quinto degli esternalizzati coinvolti, dipendenti delle cooperative e inquadrati come «soci lavoratori», ha mollato. A 4,2 euro lordi l’ora c’è chi ha messo tutto nelle mani degli stranieri. Soprattutto a Milano, nei musei civici (Castello Sforzesco, Museo del Novecento, Galleria d’arte Moderna, Museo Archeologico e Acquario Civico). Le difficoltà però sono evidenti. Anche perché i vigilanti spesso si occupano anche di accoglienza e di orientamento dei flussi. Il fenomeno, inoltre, al momento è oscuro anche per i sindacati. È difficilissimo riuscire a fare un calcolo preciso di quanti precari vengono utilizzati tramite le società esterne in tutta la rete della Cultura in Italia. L’unica cosa certa è che il personale interno, quello contrattualizzato dallo Stato, è in forte affanno.
Solo nel Lazio mancano all’appello 2.400 persone su 4.800 in pianta organica. Il sindacato Usb si è messo a fare le pulci al ministero. E ha inviato un dossier che stronca, punto per punto, la ripartizione delle dotazioni organiche orchestrata da Franceschini sotto ferragosto. Domenico Blasi, che in Usb è coordinatore del settore Beni culturali, denuncia: «Il personale è dimezzato e c’è rischio di chiusura di molti siti, non voglio esagerare ma il 70% delle strutture è coinvolto».
Da cosa dipende questa carenza? Non si fanno concorsi?
«I concorsi sono limitati, la realtà è che da anni non c’è una vera pianificazione occupazionale. I 1.052 che verranno assunti dal 15 settembre sono solo una goccia in mezzo al mare. Si pensi che solo nel settore della vigilanza mancano almeno 5.000 unità».
Quali sono le figure con una carenza maggiore?
«Di certo il personale della vigilanza, i custodi, gli operatori addetti alla sorveglianza. Ma mancano anche tecnici, bibliotecari, restauratori, archeologi, antropologi. La carenza di personale è grave e diffusa. Mancano anche dirigenti e personale amministrativo».
Avete avuto delle rassicurazioni?
«Noi abbiamo chiesto di parlare con il ministro, perché il problema della dotazione organica non possiamo discuterlo con i tecnici. Questo è un problema politico e dal ministro va risolto. Sempre che ne abbia la volontà. Al momento stiamo aspettando una convocazione e sui tempi non ci è stato detto nulla».
Da quanto va avanti questa situazione?
«Dal 2020 è cominciato un forte esodo. Sono andati via circa 2.000 lavoratori. E il personale non viene rimpiazzato. Gli istituti sono di molto sotto la media nazionale. Faccio un esempio: se un museo può aprire con minimo quattro unità di personale, ora ne ha al massimo una e mezzo. Molte strutture infatti non possono più permettere la fruizione al pubblico e cominciano a chiudere. E questo dimostra che la componente umana, ovvero quella del personale, è fondamentale».
I turni sono massacranti?
«Si pensi ai musei e ai parchi archeologici. Dove non ci sono tutti i sistemi di allarme e anti intrusione si fa anche il turno notturno. Ma ridotto, perché non c’è personale».
I rischi di furti aumentano.
«Dove non c’è personale né sistemi anti intrusione si applica la reperibilità notturna. Funziona così. Alla fine i lavoratori si ritrovano con maggiori mansioni e grandi responsabilità. C’è però da dire una cosa: è solo grazie ai lavoratori se gli istituti della Cultura sono ancora aperti».
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Ministro dal 2014, Dario Franceschini ha collezionato fallimenti passati nel silenzio: ticket dei musei rincarati, assunzioni di amici, persi i fondi per i disabili. E la sua «Netflix»? Un flop clamoroso.«Furti aumentati per i tagli al personale». Il coordinatore del settore Beni culturali del sindacato Usb, Domenico Blasi: «Si fanno pochi concorsi, mancano 5.000 vigilanti oltre a bibliotecari, tecnici, archeologi, impiegati. Sette siti museali su 10 rischiano la chiusura, è solo grazie ai dipendenti rimasti se restano aperti».Lo speciale comprende due articoli.Ticket per i musei più cari, patrimonio culturale gestito come se fosse nelle mani di un’azienda privata, con tanto di girandola dei suoi uomini di fiducia nei posti chiave e tagli spietati della pianta organica, una scuola per restauratori che nel mercato del lavoro crea figli e figliastri e almeno un paio di grandi flop: un’app succhiasoldi che doveva essere la Netflix della cultura italiana e l’incapacità di gestire i fondi del Pnrr per cancellare le barriere architettoniche dai luoghi della cultura. Mentre il ministro Dario Franceschini passeggia per Napoli, dove è stato paracadutato dal Pd come candidato capolista al Senato, il suo modello di gestione dei beni culturali, lanciato e rilanciato ogni qualvolta è stato chiamato a guidare il ministero (con i governi Renzi, Gentiloni e Conte bis, e ora con il governo Draghi, salvo l’interruzione del governo gialloverde nel 2018-19, quando il ruolo venne affidato ad Alberto Bonisoli), è ormai collassato.L’estate veneziana si è chiusa con l’aumento del ticket d’ingresso al Palazzo Ducale e ai musei dell’area Marciana, lievitati a partire dal 1° settembre. Il Palazzo Ducale ora è da record: 30 euro (dai 25 precedenti). Nella classifica mondiale si piazza subito sotto alla Casa Batlló di Gaudí a Barcellona (35 euro) e alla Churchill’s war rooms di Westminster (31,24 euro). Si pensi che il British museum di Londra continua a essere gratuito, mentre dal Louvre al Prado, passando per i Musei vaticani, i prezzi dei biglietti si aggirano tutti fra i 15 e i 20 euro. E a Napoli perfino l’ingresso nelle chiese è a pagamento. Un dettaglio che ha portato gli attivisti delle associazioni culturali in piazza «per ribadire che quella di Franceschini non è e non deve essere l’unica narrazione possibile».Ovviamente, come da tradizione di sinistra, i luoghi che prima erano gratuiti ora sono finiti nelle mani di associazioni e cooperative e sono diventati a pagamento. E, così, Franceschini a Napoli si è ritrovato i gruppi di Mi Riconosci, Gridas, Chi rom e… chi no, Ex opg je so pazz e Sud Europa turistificazione, che lo contestavano: «Ha creato musei autonomi (“fiore all’occhiello” della riforma Franceschini), i quali hanno più che raddoppiato il biglietto d’ingresso (il Museo archeologico è passato dagli 8 euro del 2017 ai 18 del 2022; Capodimonte dagli 8 del 2017 ai 12 del 2022; Palazzo Reale dai 6 del 2021 ai 10 del 2022, ndr)». «L’impressione», sostengono i contestatori, «è quella di trovarsi di fronte non più a un servizio pubblico, con un biglietto accessibile per larga parte della popolazione, ma a un’offerta elitaria per i cittadini più abbienti e soprattutto per stangare i turisti». L’altra faccia della medaglia sono i salari pompati proposti negli appalti del settore da quando c’è la società partecipata Ales, spesso descritta come un ministero parallelo che evita le assunzioni pubbliche. È la società in house del ministero di Franceschini. Il presidente è Mario De Simoni, fresco di riconferma (rimarrà in carica fino al 2025) nonostante una frustata della Corte dei conti proprio sugli stipendi: il costo medio annuo di un lavoratore fornito da Ales, ricostruiscono i giudici contabili, nel caso dei 16 richiesti per il museo statale autonomo Vittoriano di Roma, è risultato superiore a 66.000 euro, contro i quasi 35.000 della fascia economica più alta dei dipendenti ministeriali con compiti assimilabili, mentre la più bassa supera appena i 23.000 euro. Nel frattempo, stando all’ultima ripartizione delle dotazioni organiche del personale, inviata durante le ferie ai sindacati, le carenze sono diventate endemiche. Insomma, si taglia nel pubblico e si investe nel privato.Ma lo strumento che garantirebbe a Franceschini di avere il controllo totale della Cultura sono le nomine per le postazioni nelle stanze dei bottoni. «È passato da nomine interne per concorso a nomine esterne fiduciarie», spiegano dal movimento Mi Riconosci, «che fanno seguito a una selezione per titoli e colloquio, dando un imprinting più politico e meno tecnico al ministero». Dalla selezione viene scelta una terna di candidati ammessi. E ancora una volta Franceschini si è beccato il rimbrotto della Corte dei conti, che ha evidenziato come «non risultasse chiarita la valenza attribuita al colloquio e ai criteri per l’individuazione della terna». Tuttavia, con questo stratagemma il ministro farebbe passare i suoi fedelissimi da una direzione all’altra.Ma la Corte dei conti ha ancora una cartuccia in canna. E considera un flop l’abbattimento delle barriere architettoniche nei musei. Il progetto finanziato con 300 milioni di euro del Pnrr è stato avviato, ma al momento del deposito dell’analisi (il 3 agosto scorso) non era stata ancora completata l’individuazione dei siti in cui realizzare gli interventi. L’investimento prevede interventi in 617 luoghi della cultura, tra musei, monumenti, parchi archeologici, archivi e biblioteche. Il 37% degli interventi è da realizzarsi al Sud. La questione è tutta legata ai tempi per la realizzazione: deadline giugno 2026. Le prime scadenze hanno già mandato in affanno l’ingolfata macchina di Franceschini. A marzo scorso bisognava approvare il Piano degli interventi ed entro giugno il decreto di ammissione al finanziamento. Termini non rispettati. E a preoccupare c’è il primo obiettivo intermedio: la realizzazione di 150 interventi entro il secondo trimestre 2023. La «diversa tempistica» adottata dal ministero, sottolineano i giudici contabili, rischia di causare ritardi nell’ammissione ai finanziamenti.Il ministero deve aver deciso di colpire il settore in tutte le sue diramazioni. E con le sale cinematografiche alla canna del gas per le chiusure da Covid, durante la pandemia Franceschini se ne è uscito con una trovata: la «Netflix della cultura». E ha lanciato ItsArt (controllata da Cassa depositi e prestiti e dalla piattaforma Chili), una piattaforma a pagamento che nel 2021 ha perso circa 7,5 milioni di euro, ovvero quasi tutta la somma (9,8 milioni) finanziata con il decreto Rilancio. I numeri del flop sono impressi nella voce ricavi: 245.000 euro, 140.000 dei quali sono abbonamenti. Gli utenti sarebbero stati 146.000, per una spesa pro capite di circa 95 centesimi. Altri 100.000 euro circa riguarderebbero «controparti business in modalità di barter transaction». Ovvero, scambio merce con altre aziende. I vertici sono stati azzerati per tre volte e il buco continua a crescere. Si attende il responso della Corte dei conti. Anche perché la genialata culturale a pagamento duplica in buona parte ciò che è disponibile su Rai Play.Uno dei più grandi pasticci del ministero, però, rimane quello che ha messo in ginocchio i restauratori. Tutto è cominciato nel 2009, quando viene istituito un titolo accademico equiparato a una laurea quinquennale. Per tutti gli altri, che restauratori lo erano di fatto, si aprì una complicatissima strada burocratica per il riconoscimento del titolo. L’unico che può rilasciarlo è il ministero. Con una clausola capestro: è riservato ai soli diplomati delle sue Scuole di alta formazione, comunemente dette Saf. L’esperienza e la professionalità non contano. E, così, i curriculum si sono trasformati in carta straccia. «Il ministro», spiegano alla Verità i restauratori del comitato Resarte, «ha riconosciuto titolo equipollente a laurea magistrale corsi di valore inferiore a un manipolo di privilegiati». Il Consiglio di Stato ha riequilibrato la questione, spiegando che «il riconoscimento del valore del titolo può essere determinato esclusivamente dalla legge e pertanto non è consentito alla pubblica amministrazione rilasciare titoli equipollenti attraverso un atto amministrativo». Ma cosa accade? «Che nonostante le sentenze», spiegano dal comitato, «è prassi confezionare bandi di concorso per il restauro di opere d’arte in base all’origine professionale dei candidati». 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Basta prendere i dati del 2021: i carabinieri del comando tutela patrimonio culturale hanno recuperato 33.869 beni d’arte che erano stati trafugati. Numeri impressionanti. L’ultimo dossier dello specializzatissimo reparto dell’Arma rileva anche un altro dato inquietante: l’aumento complessivo dei furti di beni culturali (+20,5%), prima di tutto nei luoghi di culto (+14,2%) e poi dai privati e nei luoghi espositivi (+42,3%) e, infine, negli archivi (+50%). È cresciuta la fame di opere d’arte? No. Mancano custodi e vigilanti. Lo ha denunciato a metà agosto il direttore degli Uffizi Eike Schmidt («negli ultimi anni a Firenze sono stati autorizzati 166 pensionamenti, rimpiazzati da 34 nuovi ingressi, un passivo insostenibile») e si è beccato una reprimenda dal braccio destro di Franceschini, Massimo Osanna, che ha annunciato concorsi e assunzioni. Nel frattempo però, la situazione si è fatta critica. All’ingresso del Chiostro dello Scalzo di Firenze, che rientra nei musei gestiti dalla direzione di San Marco e che conserva un importante ciclo di affreschi di Andrea del Sarto, a fine agosto è comparso un cartello: «Temporaneamente chiuso per carenza del personale. Ci scusiamo per il disagio». Sulla stampa locale si sono scatenate non poche polemiche. Ma non è l’unico caso. La Soprintendenza archivistica e bibliografica della Campania, per esempio, si è ritrovata con solo quattro dipendenti: un archivista, un assistente tecnico, un operatore tecnico e un custode. A Chieti e a Taranto i musei sono stati addirittura chiusi per mancanza di personale. E basta fare una piccola ricerca su Google per scoprire che in quasi tutte le regioni d’Italia in estate è saltata l’apertura di qualche bene culturale, che ha lasciato i turisti, anche stranieri, a bocca asciutta. I concorsi effettuati a distanza di dieci anni l’uno dall’altro sono due. Sono state pubblicate le graduatorie dopo due anni per quello provinciale del 2020. Mentre per quello nazionale del 2019 è previsto da settembre prossimo l’ingresso di altre persone. La carenza di personale ha portato a una sempre maggiore collaborazione permanente con imprese esterne. E infatti c’è una novità. Grazie al sistema degli appalti e delle esternalizzazioni i servizi fiduciari per vigilantes sono scesi da 7 euro a ora a meno di 5. E oltre un quinto degli esternalizzati coinvolti, dipendenti delle cooperative e inquadrati come «soci lavoratori», ha mollato. A 4,2 euro lordi l’ora c’è chi ha messo tutto nelle mani degli stranieri. Soprattutto a Milano, nei musei civici (Castello Sforzesco, Museo del Novecento, Galleria d’arte Moderna, Museo Archeologico e Acquario Civico). Le difficoltà però sono evidenti. Anche perché i vigilanti spesso si occupano anche di accoglienza e di orientamento dei flussi. Il fenomeno, inoltre, al momento è oscuro anche per i sindacati. È difficilissimo riuscire a fare un calcolo preciso di quanti precari vengono utilizzati tramite le società esterne in tutta la rete della Cultura in Italia. L’unica cosa certa è che il personale interno, quello contrattualizzato dallo Stato, è in forte affanno. Solo nel Lazio mancano all’appello 2.400 persone su 4.800 in pianta organica. Il sindacato Usb si è messo a fare le pulci al ministero. E ha inviato un dossier che stronca, punto per punto, la ripartizione delle dotazioni organiche orchestrata da Franceschini sotto ferragosto. Domenico Blasi, che in Usb è coordinatore del settore Beni culturali, denuncia: «Il personale è dimezzato e c’è rischio di chiusura di molti siti, non voglio esagerare ma il 70% delle strutture è coinvolto». Da cosa dipende questa carenza? Non si fanno concorsi? «I concorsi sono limitati, la realtà è che da anni non c’è una vera pianificazione occupazionale. I 1.052 che verranno assunti dal 15 settembre sono solo una goccia in mezzo al mare. Si pensi che solo nel settore della vigilanza mancano almeno 5.000 unità». Quali sono le figure con una carenza maggiore? «Di certo il personale della vigilanza, i custodi, gli operatori addetti alla sorveglianza. Ma mancano anche tecnici, bibliotecari, restauratori, archeologi, antropologi. La carenza di personale è grave e diffusa. Mancano anche dirigenti e personale amministrativo». Avete avuto delle rassicurazioni? «Noi abbiamo chiesto di parlare con il ministro, perché il problema della dotazione organica non possiamo discuterlo con i tecnici. Questo è un problema politico e dal ministro va risolto. Sempre che ne abbia la volontà. Al momento stiamo aspettando una convocazione e sui tempi non ci è stato detto nulla». Da quanto va avanti questa situazione? «Dal 2020 è cominciato un forte esodo. Sono andati via circa 2.000 lavoratori. E il personale non viene rimpiazzato. Gli istituti sono di molto sotto la media nazionale. Faccio un esempio: se un museo può aprire con minimo quattro unità di personale, ora ne ha al massimo una e mezzo. Molte strutture infatti non possono più permettere la fruizione al pubblico e cominciano a chiudere. E questo dimostra che la componente umana, ovvero quella del personale, è fondamentale». I turni sono massacranti? «Si pensi ai musei e ai parchi archeologici. Dove non ci sono tutti i sistemi di allarme e anti intrusione si fa anche il turno notturno. Ma ridotto, perché non c’è personale». I rischi di furti aumentano. «Dove non c’è personale né sistemi anti intrusione si applica la reperibilità notturna. Funziona così. Alla fine i lavoratori si ritrovano con maggiori mansioni e grandi responsabilità. C’è però da dire una cosa: è solo grazie ai lavoratori se gli istituti della Cultura sono ancora aperti».
I protagonisti di quello che sta per accadere prendono posto sugli spalti, che nel frattempo si sono trasformati in un golfo mistico. In pochi minuti, 459 cori provenienti da tutta Italia si sciolgono e ne formano uno enorme. Per essere precisi, bisogna contare anche 696 cantori «freelance» e 116 bambini. Il totale fa 3.546 voci e 7.092 occhi puntati verso il palcoscenico, nell’attesa che compaia Riccardo Muti. Tutti - dai 6 anni di Carlotta (da Cagliari) ai 93 di Benito (da Budrio, nel Bolognese) - sono qui per il Maestro, che ha concesso il bis dopo il successo della prima edizione di Cantare amantis est dell’anno scorso (uno degli eventi più visionari del Ravenna Festival, nato dall’intuizione di Cristina Mazzavillani e oggi sotto la guida di Anna Leonardi). Dal coro del Conservatorio di Trieste a quello degli Stonati di Bologna qualche professionista si è imbucato, ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di amatori in purezza, alla maniera di Agostino (il motto «Cantare è proprio di chi ama» porta la firma del santo d’Ippona).
Pronti, via, si inizia a lavorare (altro che ponte del 2 giugno!) su un gioiello di apparente semplicità: l’Ave Verum Corpus di Wolfgang Amadeus Mozart (dedicato a un martire della libertà come don Giovanni Minzoni). I coristi hanno in mano uno spartito di due paginette. Sono 46 battute per quattro minuti scarsi di musica. Eppure, quel breve mottetto, spiega Muti, «è una delle pagine piovute su Mozart dal cielo (era il 18 giugno del 1791, ndr), qualche mese prima di morire». Un regalo del compositore alla minuscola parrocchia di Baden per la festa del Corpus Domini, mentre la moglie Constanze, incinta, veniva assistita. «Bravissimi», sottolinea il direttore d’orchestra, «senza che vi dicessi nulla, l’avete cantato con amore. Adesso però cerchiamo l’infinito tra le note». Il Maestro si siede al pianoforte e in un istante quei suoni appena accennati acquistano un significato nuovo che, col senno di poi, era lampante fin dall’inizio.
La breve introduzione orchestrale? «Non è un caso che punti verso l’alto. È un’ascensione: dalla Terra al cospetto di Cristo». Ave verum Corpus. Vi siete accorti che Mozart decide di ripetere due volte “Ave”? La seconda dev’essere più piano. Bisogna ritirarsi, come se avessimo osato troppo». Natum de Maria Virgine. «Qui la tonalità è stabile, ferma, la musica afferma una sicurezza». Vere passum, immolatum in cruce pro homine. «Ascoltate questo intervallo: esprime il dolore di chi patì per gli uomini. Le avvertite queste dissonanze? Sono i chiodi della croce». Cujus latus perforatum. «A livello tonale, dovreste percepire una virata, come se osservassimo una parte del corpo di Cristo». Dal costato sgorgarono sangue e acqua. «Dopo aver sottolineato la sofferenza di Gesù, da questo punto - Esto nobis praegustatum in mortis examine - il genio di Mozart abbandona le quattro parti che cantano insieme, verticalmente. Il coro si sdoppia, si allarga all’umanità perché “tutti noi” possiamo “gustare il Paradiso nell’ora della morte”. Certo, sarebbe bello se fosse così semplice. Quando il compositore affronta per la prima volta questa verità spunta una cadenza evitata. È il dubbio che si insinua ancora, ma poi lascia spazio alla certezza». Parole che acquisiscono un altro peso quando il Maestro chiede che l’ultima esecuzione diventi un omaggio a Riccardo Minghetti, morto a 16 anni nel tragico rogo di Crans-Montana. Il padre Massimo - rivela Muti - è parte di questo popolo che canta e, «davanti a una tragedia immane, ha trovato conforto nella musica».
Gli stessi enigmi insondabili emergeranno poco dopo nel Requiem di Giuseppe Verdi. Nella mattinata della Festa della Repubblica, però, un ripasso dell’Inno di Mameli era d’obbligo. E quindi: «Alzino le mani quelli che son davvero “pronti alla morte”?». Gelo. «Lo sapevo: bisogna cambiare il testo!». Risate liberatorie. Se l’anno scorso le fatiche della leggendaria bacchetta si erano concentrate nella lotta per espungere il «Sì!» dal finale, oggi la raccomandazione del direttore è una lezione di vita: «Non frantumate mai la frase, non sillabate! Va sempre condotta nella sua arcata. Serve nobiltà. Non siamo il Paese delle marcette!». Ma Muti ne ha anche per il Palazzo: «Cari politici, l’inno dev’essere cantato da una moltitudine, non da una persona sola. Cos’è questa moda, copiata dagli americani?». Ovazione. Poteva finire lì, ma dopo qualche ora su 3.546 smartphone iniziano a rimbalzare le immagini di Andrea Bocelli che intona Fratelli d’Italia ai Fori imperiali, solissimo, davanti alle più alte cariche dello Stato. «Non voglio prendermela con il cantante, ma le autorità restituiscano l’inno agli italiani!».
Dai melismi di Casta Diva di Bellini - «un altro tipo di preghiera, alla Luna» - al timore delle schiere dei cherubini che leva il fiato nel Mefistofele di Boito, Muti non si stanca di sporcarsi le mani con i suoi amati «dilettanti» ed è un vulcano di insegnamenti e di domande esistenziali. «Il Requiem di Brahms è una consolazione. In Verdi prevale il punto interrogativo: “Mi salverai, Signore?”». Nell’ora dell’arrivederci, l’ultimo (infinito) rito è l’autografo per tutti i partecipanti. «Iniziando con l’Ave Verum mozartiano e finendo con Verdi il nostro messaggio di cultura, spiritualità e pace l’abbiamo inviato. Ci rivedremo l’anno prossimo? Porta patet sed cor magis. La porta è aperta, ma il cuore ancora di più».
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Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, Papa Leone XIII dal 1878 al 1903 (Getty Images)
Com’era prevedibile, non è passata inosservata, negli organi di stampa, la parte dell’enciclica Magnifica humanitas nella quale papa Leone XIV, a nome della Chiesa, chiede perdono per l’asserito «ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù», essendosi dovuto attendere - egli afferma - «il XIX secolo per trovare una condanna formale, assoluta e universale della schiavitù, in particolare con Leone XIII». Il Messaggero di Roma e Famiglia cristiana, in particolare, hanno messo in luce come il Papa abbia soprattutto inteso porre in guardia contro il pericolo di una nuova forma di schiavitù derivante da un uso improprio e non controllato dell’intelligenza artificiale. Sul che, in effetti, non si può che concordare. Lascia però perplessi la ritenuta opportunità di rivangare, nell’enciclica, per sottoporlo a condanna, l’atteggiamento avuto dalla Chiesa, nei secoli passati, nei confronti della schiavitù, quasi che, altrimenti, la segnalazione del pericolo attuale di una nuova schiavitù - ben diversa, comunque, dall’antica - fosse destinata a perdere efficacia. E ancor più perplessi lascia l’assolutezza di detta condanna, basata soltanto sul richiamo, nella nota n. 174, alle due bolle pontificie del papa Eugenio IV Sicut dudum del 13 gennaio 1435 ed Etsi suscepti del 9 gennaio 1442, e alle altre due del papa Niccolò V Dum diversas del 18 giugno 1452 e Romanus Pontifex dell’8 gennaio 1455.
Richiamo, quello ora detto, da riguardarsi, peraltro, come non del tutto felice, per cui sarebbe forse bene che il papa ne individuasse il responsabile e gli tirasse un po’ le orecchie. La prima, infatti, delle suddette bolle, riguardante le isole Canarie, allora venute da poco in possesso della Spagna, lungi dal minimamente giustificare la schiavitù alla quale gli originari abitanti erano stati sottoposti, imponeva, invece, sotto pena di scomunica, di farla immediatamente cessare, vietandola anche per il futuro. Il che, peraltro, era già stato stabilito - senza gran successo - dallo stesso papa Eugenio IV con la precedente bolla Regimini gregis del 29 settembre 1434 e fu poi ribadito, sempre con riguardo alle popolazioni delle isole Canarie, dal papa Pio II con la bolla Pastor bonus del 7 ottobre 1462. Quanto, poi, alle altre bolle citate nella nota summenzionata, soltanto le due del papa Niccolò V presentano specifica attinenza alla questione della schiavitù, in quanto effettivamente conferivano al re di Portogallo Alfonso V il diritto esclusivo non solo di acquisire il controllo dei territori dell’Africa sub sahariana che si affacciano sull’Atlantico, ma anche di ridurre in «perpetua servitù» saraceni, pagani e altri «infedeli» che li abitavano.
Risulta, però, incredibilmente e inspiegabilmente passato sotto silenzio il fatto che la schiavitù, con particolare riferimento alle popolazioni delle Americhe, fu poi ripetutamente condannata, in modo assoluto e sempre sotto pena di scomunica, dai pontefici Paolo III, Urbano VIII e Benedetto XIV rispettivamente con la bolla Sublimis Deus (o Veritas ipsa) del 2 giugno 1537 e con i brevi Commissum nobis del 22 aprile 1639 e Immensa pastorum del 20 dicembre 1741. Di particolare interesse appare la motivazione della Sublimis Deus, essenzialmente basata sul rilievo che Gesù Cristo aveva dato mandato agli apostoli di predicare il vangelo a tutti i popoli della terra, senza eccezione, ritenendoli quindi tutti capaci di ricevere il dono della fede, e che veniva dal Demonio, nemico del genere umano, l’idea che di quella capacità fossero privi, per loro natura, gli abitanti delle Americhe, tanto da poter essere sottoposti a schiavitù. Da ricordare, inoltre, la bolla Cum sicuti di Gregorio XIV, del 18 aprile 1591, con la quale, in linea con la Sublimis Deus, si vietava la riduzione in schiavitù delle popolazioni delle isole Filippine, recentemente venute in possesso della corona spagnola.
Il fatto che, nei documenti anzidetti, non si parlasse della schiavitù con riguardo alle popolazioni africane facilmente si spiega con la considerazione che l’Africa era, all’epoca, in gran parte sottratta al dominio di nazioni europee, per cui del tutto inutile sarebbe stato che il Papa imponesse divieti che nessuno sarebbe stato poi tenuto ad osservare. È però significativo che il papa Gregorio XVI, con il breve In supremo del 3 dicembre 1839, si fosse preoccupato di vietare «l’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano» del quale indicava come responsabili taluni cristiani che «accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri». Non è certo per caso, quindi, che la condanna della schiavitù in assoluto (ma con esplicito riferimento, tuttavia, alle particolari condizioni dell’Africa) sia intervenuta, da parte del papa Leone XIII, solo in un periodo storico (fine del XIX secolo) in cui l’Africa era quasi totalmente sotto il dominio di nazioni europee. È ad esse, infatti, che veniva in tal modo fatto carico non certo di astenersi dal ridurre formalmente in schiavitù le popolazioni africane soggette alla loro sovranità (cosa che nessuna potenza coloniale si sognava neppure lontanamente di fare) ma piuttosto di adoperarsi con la massima energia perché la schiavitù, endemica da sempre nel continente africano, venisse totalmente estirpata. E infatti - come osserva Rossella Bottoni nel suo I popoli indigeni nel magistero della Chiesa cattolica, Ledizioni, 2024 - «I governi degli Stati cattolici apprezzarono molto tale sostegno alla causa contro la schiavitù, che essi vedevano come ragione legittimante della loro politica nel continente. Dunque, colonizzatori e missionari si “incontrarono” sul terreno dell’antischiavismo». Conclusione, questa, che potrebbe creare, nell’attuale contesto culturale di cui è partecipe anche il mondo cattolico, un qualche imbarazzo che però, in chi amasse veramente la Chiesa, dovrebbe trovare più che adeguato compenso nel constatare che si pone del tutto in contrasto con la verità storica Famiglia cristiana quando afferma, nel commentare l’enciclica di Leone XIV, che la condotta della Chiesa, «per diciotto secoli», sarebbe stata solo quella di avere «tollerato pratiche oggi considerate abominevoli».
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Papa Leone XIV (Ansa)
In filigrana, dietro alle parole di elogio rivolte ieri da papa Leone XIV per il metodo Fse, si è così intravista un’analisi antropologica profonda che sembra rispondere appunto alle recenti e discusse novità dell’Agesci.
Il pontefice ha esordito ricordando che il metodo scout non è un semplice passatempo, ma uno strumento che «mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana». In questo contesto, Leone XIV ha lodato esplicitamente la scelta della Fse di educare i ragazzi in «distinte sezioni maschili e femminili», spiegando che questa non è una separazione anacronistica, ma una strategia mirata per «dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica».
Secondo il papa, questa distinzione è la chiave di volta per una crescita armonica: «Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione». Per Leone XIV, dunque, l’identità biologica maschile e femminile non è un dato accessorio, ma un pilastro necessario per crescere e prepararsi all’incontro con il prossimo.
È impossibile non leggere in queste riflessioni perlomeno un richiamo alle cronache recenti che hanno visto protagonista l’Agesci. L’associazione, dopo tre anni di dibattiti interni, ha infatti approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo», sancendo che tali aspetti «non sono e non possono essere criteri di esclusione nella selezione degli educatori». Una decisione definita come una «svolta storica» e una «rivoluzione» mossa dalla volontà di dare «ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza».
Un cortocircuito spiegato con molte parole, ma che non cancella la preoccupazione principale che riguarda appunto la coerenza educativa: può un’associazione che si definisce cattolica prescindere dalla visione antropologica della Chiesa?
Il papa ieri ha ribadito che «la formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout», un obiettivo che in fondo si raggiunge solo attraverso l’«intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo». Qui si inserisce il dubbio antropologico che emerge dalle parole di Leone XIV: può una donna che si considera uomo, o un uomo che vive pubblicamente una relazione con un altro uomo, farsi portatore di quella «dinamica propedeutica» basata sulle «caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo» citate dal papa?
Leone XIV è stato chiaro nel ricordare ai capi che di fronte ai ragazzi loro affidati emerge la testimonianza della «coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte» che «sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere». Se il riferimento dottrinale cattolico definisce le tendenze omosessuali profondamente radicate come «oggettivamente disordinate» (Catechismo n. 2.357) e gli atti tra persone dello stesso sesso come «intrinsecamente disordinate» (Catechismo n. 2.358), la domanda sulla garanzia di quell’intesa pedagogica diventa ineludibile. Come può un educatore che rivendica una visione dell’identità fluida o soggettiva guidare un ragazzo alla scoperta della propria identità maschile o femminile secondo i binari tracciati dalla tradizione cristiana?
Quindi, il discorso del papa di ieri ai capi scout potrebbe apparire, conoscendo peraltro il felpato linguaggio intraecclesiale, come l’applicazione pratica del proverbio italiano: ha parlato ai capi della Fse (la «nuora») perché i vertici dell’Agesci (la «suocera») intendessero il messaggio. Mentre l’Agesci sembra aver intrapreso una «marcia sostenuta dal basso», il papa ha scelto di rimettere al centro il «Vangelo - vera mappa della vita», che è la persona stessa di Cristo, «buona notizia per un’umanità confusa».
Forse in casa Agesci faranno orecchie da mercante. Magari diranno che il papa stava parlando ad altri, diversi da loro. E loro resteranno fieri delle loro differenze, delle loro piste, delle loro strade. Ognuno convinto di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo ha trovato. Perché, in fondo, «todos, todos, todos», come diceva papa Francesco. Lo stesso papa però che, quando parlava di educazione che non tenesse in debito conto la «feconda tensione» tra uomo e donna, la considerava una «colonizzazione ideologica».
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Il monumento alle vittime della Kamloops Residential School in British Columbia, Canada (Getty Images)
Per comprendere la portata della vicenda, occorre fare un passo indietro. Per oltre un secolo il Canada gestì, insieme a Chiese cristiane di varie confessioni, un sistema di scuole residenziali destinate ai bambini amerindi. Lo scopo era quello di assimilarli alla cultura dominante, allontanandoli dalle famiglie e scoraggiando o vietando l’uso delle lingue e delle tradizioni native. Circa 150.000 minori passarono attraverso questi istituti. Molti subirono maltrattamenti, abusi fisici e sessuali, mentre migliaia morirono a causa di malattie, denutrizione e condizioni di vita spesso precarie. Nel 2015, la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione definì questo sistema una forma di «genocidio culturale».
Su questi fatti storici esiste ormai un ampio consenso. La questione di Kamloops, però, è un’altra. Il 27 maggio 2021 una comunità indigena annunciò che un’indagine effettuata con il georadar aveva individuato nel sottosuolo 215 anomalie nei pressi dell’ex Kamloops indian residential school, attiva dal 1893 al 1969. Nel giro di poche ore, tuttavia, quelle anomalie furono trasformate dai media occidentali in qualcosa di molto diverso: i resti di 215 bambini indiani.
Anche in Italia la notizia fu presentata in termini categorici. Vatican News parlò delle «spoglie di 215 bambini» venute alla luce nei pressi dell’ex scuola, mentre il Corriere della Sera scrisse del «ritrovamento» di centinaia di tombe anonime e dei «resti» dei piccoli alunni. Lo stesso lessico venne adottato da televisioni, agenzie di stampa e quotidiani di mezzo mondo. In pochi giorni, insomma, quella che era nata come un’indagine geofisica diventò nell’immaginario collettivo la scoperta di una gigantesca fossa comune.
Le reazioni politiche furono altrettanto tempestive e perentorie. L’allora primo ministro, Justin Trudeau, ordinò che le bandiere sugli edifici federali venissero esposte a mezz’asta in onore dei «215 bambini» di Kamloops. Il premier della Columbia britannica, John Horgan, parlò di «una tragedia di proporzioni inimmaginabili». Anche papa Francesco, senz’alcuna prudenza gesuitica, intervenne rapidamente per esprimere il proprio «dolore». Nel frattempo, però, l’indignazione collettiva si era trasformata in rabbia: nei mesi successivi, decine di chiese cattoliche in Canada furono incendiate o vandalizzate.
Eppure, il georadar non aveva portato alla luce alcun corpo. Aveva semplicemente rilevato anomalie nel terreno che si potevano prestare a diverse interpretazioni. Con il passare del tempo, peraltro, gli stessi specialisti coinvolti nelle indagini chiarirono i limiti della tecnologia utilizzata. Il linguaggio cominciò così a cambiare. Dai «resti di 215 bambini» si passò alle «possibili tombe», poi alle «probabili sepolture», sino alle più recenti formulazioni che parlano soltanto di «potenziali sepolture».
A mettere in discussione quella narrazione è stata ora una fonte difficilmente sospettabile di simpatie revisioniste: il Globe and Mail, il più importante quotidiano canadese. In un duro editoriale, il giornale ha ammesso che nel 2021 i media, compreso lo stesso Globe, non sottoposero la notizia ad alcuna verifica: «I media, incluso il Globe and Mail, non esaminarono criticamente quell’affermazione e tantomeno la misero in discussione», scrive il quotidiano, riconoscendo che i primi articoli presentarono come un fatto accertato il ritrovamento dei resti dei bambini.
L’editoriale riserva critiche altrettanto severe alla classe politica. Secondo il giornale canadese, leader come Trudeau contribuirono ad alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che fossero stati scoperti i corpi di centinaia di minori, quando una simile conclusione non era stata affatto dimostrata. Ancora oggi, osserva il Globe, la politica canadese non ha chiarito perché affermazioni così categoriche siano state formulate in assenza di prove reali: «A differenza dell’ex premier della Columbia Britannica, morto nel 2024, Trudeau ha ancora la possibilità di correggere il quadro dei fatti. Non l’ha fatto, e non l’ha fatto nemmeno l’attuale governo liberale», è la denuncia del Globe.
Cinque anni dopo Kamloops, insomma, la domanda non è se le scuole residenziali per amerindi abbiano rappresentato una pagina oscura della storia canadese. La domanda, semmai, è un’altra: come è stato possibile che una mera ipotesi venisse trasformata, nel giro di pochi giorni, in una certezza assoluta da media, governi e istituzioni religiose? Ma soprattutto: perché, ad oggi, ancora nessuno è riuscito a chiedere scusa?
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