
Si è tenuta a Roma, dal 23 al 25 marzo, la sessione primaverile del Consiglio episcopale permanente, sotto la guida del suo presidente, il cardinale e arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi.
Tra i temi dibattuti dai presuli, secondo il comunicato finale, i vari conflitti che «insanguinano diverse regioni del mondo», «l’indebolimento del diritto internazionale», le «divisioni che lacerano il tessuto civile» con un focus sulla «fatica delle comunità» cristiane, malgrado la positiva «sete di speranza».
Il contesto è quello della ribadita «urgenza di una Chiesa missionaria» capace di «dialogare e di tessere fraternità», chiamata ad «annunciare il Vangelo» con «mitezza e chiarezza» e uno «stile di prossimità e ascolto».
Rispetto alla recente guerra in Iran, i vescovi hanno rinnovato «la loro vicinanza» alle Chiese del Medio Oriente, «segnate dalla violenza, dall’insicurezza e dalla paura». Secondo i collaboratori di papa Leone, «non ci si può assuefare alla guerra» né al freddo linguaggio «che la giustifica o la banalizza». Necessario «educare alla pace», «sostenere ogni sforzo diplomatico», e «incentivare il ruolo dell’Europa».
Con un implicito riferimento, forse, al recentissimo referendum, i presuli hanno richiamato «il valore dell’unità» per pacificare un contesto socio-politico «segnato da contrapposizioni esasperate». In tal senso, la Chiesa italiana si dichiara «pronta a collaborare al bene comune», respingendo «logiche di schieramento» e senza rinunciare «alla propria libertà di parola». Soprattutto quando sono in gioco quei «principi etici» - sotto Benedetto XVI detti non negoziabili - che promuovono la «dignità della persona, la giustizia e la pace».
Il passaggio centrale del comunicato però, ha a che fare con la tenuta della fede, in un mondo segnato dalla secolarizzazione e dal dilagare dell’ateismo. I vescovi hanno notato lucidamente due punti di fondo che caratterizzano l’Italia di oggi, un Paese in cui «la fede non può essere più data per scontata» e la «società non fa più normalmente riferimento al Vangelo».
Appare urgente quindi, per rianimare una Chiesa indebolita, accompagnare «chi si riavvicina alla fede», «sostenere i catecumeni» e rendere più visibile una carità «che non sia ridotta a semplice assistenza». La Cei deve ammettere «la fatica» che la Chiesa ha di trasformare i «bisogni individuali» in «esperienza condivisa di fede».
I giovani hanno bisogno di imbattersi in «parole credibili» dette da «adulti autorevoli» nel contesto di una spiritualità «capace di accompagnare, orientare e offrire ragioni di speranza» davanti al trionfo del nichilismo e del non-senso.
A fronte di dati sociologici in rosso (dai battesimi ai matrimoni in chiesa, per tacere dei preti che abbandonano la tonaca), appare improcrastinabile, l’esigenza di una «conversione missionaria» dei cattolici, all’insegna di una rinnovata «trasmissione della fede».
C’è bisogno di «un annuncio» evangelico che faciliti il «rapporto personale con la fede» in modo da far vivere una «autentica esperienza ecclesiale», dall’iniziazione cristiana sino alla «formazione permanente» dei fedeli. In tal senso, una più argomentata autocritica proprio sul tema della «trasmissione della fede» in Italia, sarebbe risultata coraggiosa e vincente.
In chiusura, i vescovi hanno ribadito il valore del «Cammino Sinodale», hanno annunciato la revisione del «percorso d’iniziazione cristiana», e hanno approvato la scelta del beato Rosario Livatino (1952-1990), giudice e martire della mafia, a patrono dei magistrati.





