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2021-05-28
Catturati sei soldati armeni: sale la tensione tra Erevan e Baku
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Ansa
Secondo il ministero della Difesa dell'Armenia i sei erano impegnati in lavori di ingegneria. L'Azerbaigian, dal canto suo, ha sostenuto che fossero implicati in attività di «sabotaggio» vicino a un villaggio, chiamato Yukhari Ayrim. Duro il commento del presidente dell'Unione degli armeni d'Italia, Baykar Sivazliyan, che a La Verità ha dichiarato: «La cattura di sei militari armeni, mentre stavano aggiustando una postazione sul confine franata parzialmente per le piogge insistenti degli ultimi giorni, fa parte del comportamento sempre più aggressivo delle autorità azere che sistematicamente agiscono per tenere la tensione alta sul confine armeno-azero. Disturbati dalla presenza delle forze di pace russe e spalleggiati dalla politica estera turca, aizzano la parte azera a creare continuamente motivi di inquietudine soprattutto vicino ai villaggi sperduti armeni, lontani dagli occhi delle truppe russe. I rapimenti di civili, comprese le donne e bambini e il loro trattamento brutale, oggetto di interventi dell'Unione europea e di singoli Paesi, sono una aperta violazione dei diritti umani e delle convenzioni internazionali». «Il panturchismo», ha proseguito, «non tollera l'esistenza della nazione armena sul proprio territorio ancestrale, perciò ogni occasione viene usata per allontanare gli armeni dal proprio territorio: la culla della loro civiltà da quattromila anni. Questo è stato tentato già 106 anni fa, durante il primo Genocidio del Ventesimo secolo (e parzialmente riuscito). Cittadini italiani di origine armena, attendono un intervento chiaro e coraggioso del governo italiano per fermare questi comportamenti incivili e disumani». «È l'ora», ha concluso Sivazliyan, «che un paese civile come l'Italia e il suo governo inizino a separare la politica estera del Paese dagli interessi economici».
La tensione tra Baku e Erevan era del resto già tornata a salire ieri, quando – secondo Reuters – «l'Azerbaigian ha accusato le forze armene di aver sparato alle sue truppe attraverso il confine internazionale dei due Paesi il 24-26 maggio». Tutto questo, mentre – all'inizio del mese – l'Armenia aveva accusato gli azeri di essere penetrati per circa 3,5 chilometri nel proprio territorio. Insomma, mentre i riflettori del media internazionali non sembrano granché puntati su queste vicende, le fibrillazioni locali non accennano affatto a placarsi. Ricordiamo che, dopo il conflitto dell'autunno scorso in Nagorno-Karabakh, Baku sia riuscita a guadagnare terreno nella regione, mentre un cessate il fuoco è stato negoziato dalla Russia: Russia che ha inviato in loco delle forze di pace, per monitorare la tregua e proteggere di fatto la popolazione armena. Non dimentichiamo del resto che, negli scorsi mesi, si sono registrate non poche tensioni. In particolare, gli azeri hanno compiuto atti di vandalismo contro il patrimonio culturale cristiano armeno, mentre si sono verificati forti attriti sulla questione dei prigionieri. Gli armeni hanno tacciato Baku di aver eseguito delle catture dopo la cessazione delle ostilità: un'accusa a cui gli azeri hanno replicato, sostenendo che i soggetti arrestati sarebbero colpevoli di atti di terrorismo. In tutto questo, non si placano anche gli attriti, esplosi – come dicevamo – poche settimane fa, sui confini tra Armenia e Azerbaigian.
Questa difficile situazione non costituisce un duplice problema: per la popolazione armena e per l'impatto geopolitico nell'area. L'Iran, per esempio, sta mostrando una crescente preoccupazione in riferimento alle dispute territoriali tra le due parti. Tutto questo, mentre in Nagorno-Karabakh si gioca anche una sotterranea partita di influenza politica tra Russia e Turchia. Non dimentichiamo infatti che, in quel conflitto, Ankara abbia spalleggiato energicamente Baku, proprio perché il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, considera quell'area come un fondamentale avamposto per irradiare la propria influenza geopolitica su Caucaso e Asia centrale. Per ora, resta problematico il (relativo) silenzio americano. E' pur vero che, il mese scorso, Joe Biden abbia riconosciuto formalmente il genocidio armeno: una presa di posizione, questa, che ha irritato non poco la Turchia, la quale ha addirittura intimato al presidente statunitense di fare marcia indietro. Bisognerà tuttavia capire quale sarà la linea concreta della Casa Bianca sul Nagorno-Karabakh e, più in generale, sulle tensioni tra Erevan e Baku.
Per il momento di segnali chiari ne sono arrivati pochi: è vero che a metà maggio il Dipartimento di Stato americano ha chiesto all'Azerbaigian di ritirare le forze vicino al confine con l'Armenia. Tuttavia la Casa Bianca aveva poco prima anche approvato un piano di assistenza militare a Baku (circostanza, questa, che ha suscitato malumori all'interno dello stesso Partito democratico). Non è comunque escluso che Biden possa discutere di questa delicata questione in occasione dell'incontro con Vladimir Putin, previsto per il 16 giugno a Ginevra. Se quel vertice dovesse inaugurare una fase distensiva tra Washington e Mosca, potrebbe trattarsi di una buona notizia per gli armeni.
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Le truppe azere hanno catturato sei soldati armeni al confine con l'Armenia nella regione di Kalbajar. A renderlo noto, tra gli altri, è stato il sito della Bbc. Secondo il ministero della Difesa dell'Armenia i sei erano impegnati in lavori di ingegneria. L'Azerbaigian, dal canto suo, ha sostenuto che fossero implicati in attività di «sabotaggio» vicino a un villaggio, chiamato Yukhari Ayrim. Duro il commento del presidente dell'Unione degli armeni d'Italia, Baykar Sivazliyan, che a La Verità ha dichiarato: «La cattura di sei militari armeni, mentre stavano aggiustando una postazione sul confine franata parzialmente per le piogge insistenti degli ultimi giorni, fa parte del comportamento sempre più aggressivo delle autorità azere che sistematicamente agiscono per tenere la tensione alta sul confine armeno-azero. Disturbati dalla presenza delle forze di pace russe e spalleggiati dalla politica estera turca, aizzano la parte azera a creare continuamente motivi di inquietudine soprattutto vicino ai villaggi sperduti armeni, lontani dagli occhi delle truppe russe. I rapimenti di civili, comprese le donne e bambini e il loro trattamento brutale, oggetto di interventi dell'Unione europea e di singoli Paesi, sono una aperta violazione dei diritti umani e delle convenzioni internazionali». «Il panturchismo», ha proseguito, «non tollera l'esistenza della nazione armena sul proprio territorio ancestrale, perciò ogni occasione viene usata per allontanare gli armeni dal proprio territorio: la culla della loro civiltà da quattromila anni. Questo è stato tentato già 106 anni fa, durante il primo Genocidio del Ventesimo secolo (e parzialmente riuscito). Cittadini italiani di origine armena, attendono un intervento chiaro e coraggioso del governo italiano per fermare questi comportamenti incivili e disumani». «È l'ora», ha concluso Sivazliyan, «che un paese civile come l'Italia e il suo governo inizino a separare la politica estera del Paese dagli interessi economici».La tensione tra Baku e Erevan era del resto già tornata a salire ieri, quando – secondo Reuters – «l'Azerbaigian ha accusato le forze armene di aver sparato alle sue truppe attraverso il confine internazionale dei due Paesi il 24-26 maggio». Tutto questo, mentre – all'inizio del mese – l'Armenia aveva accusato gli azeri di essere penetrati per circa 3,5 chilometri nel proprio territorio. Insomma, mentre i riflettori del media internazionali non sembrano granché puntati su queste vicende, le fibrillazioni locali non accennano affatto a placarsi. Ricordiamo che, dopo il conflitto dell'autunno scorso in Nagorno-Karabakh, Baku sia riuscita a guadagnare terreno nella regione, mentre un cessate il fuoco è stato negoziato dalla Russia: Russia che ha inviato in loco delle forze di pace, per monitorare la tregua e proteggere di fatto la popolazione armena. Non dimentichiamo del resto che, negli scorsi mesi, si sono registrate non poche tensioni. In particolare, gli azeri hanno compiuto atti di vandalismo contro il patrimonio culturale cristiano armeno, mentre si sono verificati forti attriti sulla questione dei prigionieri. Gli armeni hanno tacciato Baku di aver eseguito delle catture dopo la cessazione delle ostilità: un'accusa a cui gli azeri hanno replicato, sostenendo che i soggetti arrestati sarebbero colpevoli di atti di terrorismo. In tutto questo, non si placano anche gli attriti, esplosi – come dicevamo – poche settimane fa, sui confini tra Armenia e Azerbaigian. Questa difficile situazione non costituisce un duplice problema: per la popolazione armena e per l'impatto geopolitico nell'area. L'Iran, per esempio, sta mostrando una crescente preoccupazione in riferimento alle dispute territoriali tra le due parti. Tutto questo, mentre in Nagorno-Karabakh si gioca anche una sotterranea partita di influenza politica tra Russia e Turchia. Non dimentichiamo infatti che, in quel conflitto, Ankara abbia spalleggiato energicamente Baku, proprio perché il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, considera quell'area come un fondamentale avamposto per irradiare la propria influenza geopolitica su Caucaso e Asia centrale. Per ora, resta problematico il (relativo) silenzio americano. E' pur vero che, il mese scorso, Joe Biden abbia riconosciuto formalmente il genocidio armeno: una presa di posizione, questa, che ha irritato non poco la Turchia, la quale ha addirittura intimato al presidente statunitense di fare marcia indietro. Bisognerà tuttavia capire quale sarà la linea concreta della Casa Bianca sul Nagorno-Karabakh e, più in generale, sulle tensioni tra Erevan e Baku. Per il momento di segnali chiari ne sono arrivati pochi: è vero che a metà maggio il Dipartimento di Stato americano ha chiesto all'Azerbaigian di ritirare le forze vicino al confine con l'Armenia. Tuttavia la Casa Bianca aveva poco prima anche approvato un piano di assistenza militare a Baku (circostanza, questa, che ha suscitato malumori all'interno dello stesso Partito democratico). Non è comunque escluso che Biden possa discutere di questa delicata questione in occasione dell'incontro con Vladimir Putin, previsto per il 16 giugno a Ginevra. Se quel vertice dovesse inaugurare una fase distensiva tra Washington e Mosca, potrebbe trattarsi di una buona notizia per gli armeni.
Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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Nicola Fratoianni (Ansa)
«Il tempo dei privilegi è finito ed è ora di redistribuire la ricchezza. Non c’è niente di assurdo in questa proposta, che è ragionevole, di buon senso e riformista». Salis chiede di più: «Impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare una legge europea e muoversi con gli altri Paesi», la sua proposta. Nelle stesse ore anche Angelo Bonelli, portavoce di Avs, in una rincorsa a chi è più duro e puro, rilancia la tassa per i super ricchi e li individua. Uno per uno, quasi fosse una lista di proscrizione. «Non penso a una patrimoniale permanente: bisogna adeguare il sistema delle aliquote, renderle più giuste, diminuire la pressione fiscale sul ceto medio e aumentarla sui redditi più alti. C’è poi una grande questione su cui si può immaginare un contributo di solidarietà, una tassa di scopo sui super ricchi (oggi in Italia sono 79, con un patrimonio complessivo di 357 miliardi di euro) per destinare risorse, nell’arco di tre-quattro anni, all’abbattimento delle liste d’attesa nella sanità pubblica».
Tassare i super ricchi per finanziare la spesa sanitaria, una proposta populista che già era stata lanciata da Chiara Appendino, deputato del Movimento 5 stelle, che ieri è tornata sul punto: «Se vogliamo costruire un Paese più giusto, il Movimento 5 stelle e l’intero campo progressista devono avere il coraggio di sfidare i privilegi e ridurre le disuguaglianze, rimettendo la giustizia sociale al centro dell’agenda politica. Costruire un’alternativa a Giorgia Meloni significa anche fare una scelta di campo netta. E allora sì, lo ribadisco: la Millionaire Tax serve subito. Anzi, siamo già in ritardo». Un messaggio che in qualche modo manda anche ai suoi, in un certo senso, dal momento che il leader del Movimento, Giuseppe Conte, si è mostrato tiepido sull’argomento.
Così come comincia ad apparire infastidita la segretaria del Pd, Elly Schlein che, incalzata dai cronisti, ha detto: «La patrimoniale? Non siamo qui a parlare di questo. Ne discuteremo, ma non è tra le cose già condivise». E non è condivisa perché tema molto divisivo all’interno del campo largo. «Il dibattito sulla patrimoniale funziona bene come slogan, ma poi nella realtà dei fatti se tu alzi troppo le tasse a una determinata fascia di popolazione ci sta che quelli se ne vanno in Svizzera, ci sta che quelli se ne vanno in Lussemburgo e se se ne vanno in Lussemburgo non hai più i soldi, non per i ricchi, ma per i poveri», commenta il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che poi aggiunge: «Ti manca il gettito per cosa? Per la sanità, per la scuola, per la salute. Allora io dico, va sempre trovato un equilibrio».
Ma la patrimoniale è una tassa che non ha storicamente riscosso successo in nessun Paese europeo. Come in Francia. Le Figaro, pochi mesi fa, aveva pubblicato uno studio pubblicato da Rexecode, il principale istituto di ricerca economica francese, che tracciava un bilancio critico dell’imposta sulla ricchezza (Isf/Ifi) in Francia. Secondo le conclusioni, la tassazione dei grandi patrimoni ha un costo economico superiore alle entrate generate, a causa dell’esilio fiscale e della fuga di talenti.
In sostanza, secondo le stime, il mancato gettito fiscale generato dall’imposta raggiungerebbe i 9 miliardi di euro, a fronte di un incasso che varia dai 2 ai 5 miliardi di euro a seconda dell’anno. Non solo perché, sempre in Francia, «la perdita di reddito nazionale ammonterebbe a una cifra compresa tra 0,5 e 1 punto percentuale del Pil». Insomma, abbiamo l’esempio dei vicini, virtuosi per alcuni, che però mostrano tutte le fragilità di una misura che, se messa in campo, annullerebbe completamente il rientro di capitali esteri favorito dalle politiche di questo esecutivo.
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