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2022-08-25
Caso Ruberti, acquisizioni all’Asl Frosinone
Albino Ruberti con Nicola Zingaretti (Imagoeconomica)
Lunedì mattina gli uomini della Procura di Frosinone si sono recati negli uffici della Asl del capoluogo ciociaro e hanno acquisito la documentazione sugli affidamenti e le proroghe relativi ai contratti sottoscritti dalla Asl di Frosinone con Vladimiro De Angelis, agente Unipol locale, fratello dell’ex europarlamentare del Pd Francesco (attualmente a capo del Consorzio industriale del Lazio). A rivelarlo alla Verità è stato il nuovo direttore generale della Asl, Angelo Aliquò, che stamattina trasmetterà ufficialmente all’assessore regionale alla Sanità Alessio D’Amato la relazione sulle polizze. Aliquò, figlio di Vittorio, l’ex procuratore aggiunto della Procura di Palermo scomparso nel 2021, ci spiega che gli investigatori «sono venuti e hanno acquisito carte» relative a «gare, aggiudicazioni e proroghe». Secondo quanto emerso ieri, con De Angelis la Asl del capoluogo ciociaro avrebbe sottoscritto polizze per più di 1,6 milioni di euro, tra il 2014 e il 2019. Di cui più della metà sarebbero stati assegnati senza gara, grazie ai rinnovi deliberati dall’allora commissario straordinario Luigi Macchitella.
Ieri Aliquò ha anticipato in parte all’agenzia Adnkronos i risultati che verranno trasmessi alla Regione Lazio: «Dalle verifiche che ho fatto, su richiesta dell’assessore regionale, è risultato che la Asl per alcuni anni, a seguito di una gara con cui erano state affidate quasi tutte le polizze a Unipol nel 2014, aveva prorogato e prorogato negli anni. Questo fino a quando, nel 2021, la dottoressa D’Alessandro, mio predecessore, aveva invece celebrato una gara divisa in 5 lotti più uno, quello più grosso fatto poi a parte». Il riferimento è alla ex dg della Asl di Frosinone, Pierpaola D’Alessandro, da pochi mesi comandata come dirigente in Campidoglio, dove, fino a venerdì scorso, Albino Ruberti ricopriva il ruolo di capo di gabinetto del sindaco Roberto Gualtieri. La proroga del 2019 è attestata da una mail del 6 febbraio di quell’anno. Nel messaggio la compagnia Unipolsai ha trasmesso gli importi dei premi assicurativi relativi a sei mesi per un pacchetto di polizze comprendente incendio (87.497 euro), infortuni comulativa (56.578 euro), Rca (35.726 euro) e altre coperture per premi complessivi pari a 185.430 euro per ogni semestre. Circa 370.000 euro per l’intero anno, in virtù di una gara che prevedeva due anni di contratto ma rinnovata fino al 2019 per un totale di premi incassati pari a 1.631.802 euro. Con La Verità Aliquò getta acqua sul fuoco: «Le proroghe sono state fatte con delle motivazioni, perché fare una gara di queste non è proprio semplicissimo, quindi sono tutte motivate. Poi è chiaro che se io propongo a una compagnia di assicurazioni di fare la proroga, quelli mi dicono di si, è ovvio». Il dg ricorda anche che tra le polizze «la fetta più grossa è quella della responsabilità medica, che è stata aggiudicata a un’altra ditta». Nel bilancio del 2019 dalla Asl Frosinone si possono leggere tre voci relative alle polizze assicurative: una da 3,78 milioni relativa proprio alla «r.c. (responsabilità civile, ndr) professionale» e l’altra , da 466.000 euro per «altri premi assicurativi». Il totale della voce «premi di assicurazione» ammonta a 4,253 milioni di euro. Forse per questo nel colloquio con questo giornale Aliquò ha minimizzato: «Per quello che mi riguarda, rispetto a quello che era stato scritto, mi sembra un po’ differente», ricordando anche che la gara del 2021 ha modificato lo scenario delle polizze.
L’acquisizione da parte della Procura di Frosinone è parte dell’indagine aperta nel fine settimana dopo la pubblicazione del video sulla lite avvenuta la sera del primo giugno di quest’anno tra Ruberti, Vladimiro De Angelis, il fratello Francesco e Adriano Lampazzi, sindaco di Giuliano di Roma. Per ricostruire cosa è stato detto durante la cena avvenuta presso il ristorante la Taverna a margine di un evento elettorale, sono già stati ascoltati i primi partecipanti alla tavolata, di cui facevano parte anche un paio di sindaci e il segretario cittadino del Pd. Il pm Adolfo Coletta ha delegato alle indagini il capo della squadra mobile di Frosinone e il vicequestore Flavio Genovesi, che puntano ad ascoltare anche avventori del locale che si trovavano casualmente a tavoli vicini. Per adesso infatti, le persone sentite hanno confermato la versione ufficiale secondo la quale la discussione che ha portato Ruberti a esplodere in una strada adiacente al ristorante con la frase «Me te compro!? A me? Si deve inginocchiare e chiedermi scusa, altrimenti dico a tutti quello che mi ha detto. Li ammazzo! Lo ammazzo! Deve venire qui a chiedere in ginocchio scusa, altrimenti io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola. Cinque minuti je do. Cinque! Vi sparo! T’ammazzo. Cinque minuti, qui in ginocchio, tutti e due», sarebbe scaturita da un diverbio tra opposte tifoserie di calcio, divise tra Roma, Lazio e Juventus, ma accomunate dalla fede politica. Ma un’altra frase urlata da Ruberti, «Io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola», sta portando la Procura a indagare a tappeto, polizze comprese, settore nel quale, come detto, ha messo ordine l’ex dg della Asl approdata come comandata in Campidoglio poco dopo il trasloco Ruberti dalla Regione Lazio, dove era capo di gabinetto di Nicola Zingaretti. Vaste programme quello dei pm, anche perché, visto l’elevato numero di presenti alla cena, circa una ventina, non è detto che un’eventuale conversazione su temi scottanti sia avvenuta in modo esplicito.
L’ex braccio destro di Gualtieri nelle carte di Mafia capitale
Il nome di Albino Ruberti, l’ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio e poi di Roberto Gualtieri in Campidoglio dimessosi dal ruolo venerdì scorso dopo la pubblicazione di un video che lo ritraeva mentre minacciava il fratello di un esponente del Pd di Frosinone, compare anche negli atti della cosiddetta Mafia capitale. In un’intercettazione ambientale inedita fatta negli uffici della fondazione di Luca Odevaine, dal 2001 al 2008 vice capo di gabinetto del sindaco Walter Veltroni e poi approdato alla Provincia di Roma a seguito di Nicola Zingaretti come comandante della polizia provinciale, racconta al suo interlocutore come, nonostante il passaggio alla Provincia, sia riuscito, grazie alla disponibilità di Ruberti, all’epoca ad di Zètema, a portare con sé Sandra Cardillo una dipendente di Zètema, distaccata per lavorare in Campidoglio nei suoi uffici. La conversazione, che non ha avuto alcuna conseguenza giudiziaria, è del 29 aprile 2014, e Odevaine, parlando con il suo interlocutore di risorse umane racconta, parlando della donna: «Zitto che io c’ho Sandra che praticamente se ne... l’ho dovuta cedere», spiegando poi che «lei è un impiccio in realtà, lei sta con me da anni, lei è dipendente Zètema (società partecipata al 100% da Roma capitale, è l’azienda strumentale capitolina che opera nel settore cultura, ndr) quindi in Comune c’aveva un comando, il gabinetto del sindaco e va tutto bene perché Zètema è una società del Comune, già in Provincia...». Odevaine interrompe il racconto per rispondere alla figlia, poi prosegue: «Dopodiché in Provincia, già non sò riuscito a fargli il comando per cui in Provincia è stata praticamente clandestina perché Zètema continuava a pagà Zètema per cui era... però ...inc... l’amministratore delegato, Ruberti no? disse “vabbé finché insomma... non ci rompono i coglioni, tiriamo avanti”». Nel dicembre 2012, quando Renata Polverini lascia dopo lo scandalo dei fondi del Consiglio regionale, Zingaretti si candida alla guida della Regione Lazio e si dimette da presidente della Provincia di Roma. Odevaine rimane di nuovo disoccupato e si dedica alla fondazione Integrazione, da lui presieduta dal 2010, che si occupa di migranti.
Dalle intercettazioni emerge che evidentemente Odevaine chiede e ottiene ancora da Albino Ruberti che la Cardillo ancorché alle dipendenze di Zètema vada a lavorare da lui anche nella sua fondazione privata. Nella trascrizione dell’aprile 2014 infatti Odevaine prosegue così il racconto sulla sua segretaria: «Adesso è stata proprio qua, qui è qui... qui è proprio una truffa perché almeno... quella... qui è proprio...inc... e quella lavora qua, non se pò, per cui in realtà bisogna, allora adesso in questo clima oltretutto di revisione al Comune sulle società comunali e forse le chiudono addiri... cioè oppure le accorpano, altre... Zètema non si sa che fine fa, sai chiaramente dobbiamo...». Ma la soluzione sembra già pronta: «per il momento l’abbiamo... parcheggiata a... in comune da Silvio Di Francia (delegato all’immigrazione del sindaco Ignazio Marino, ndr) che è un amico per cui, sostanzialmente gli darà modo anche di venire un po’ qua no? Più piano piano, il fatto è che io veramente giuro ci stanno delle cose che io non so, tante cose che io non so, le sa solo Sandra». Ma a luglio, quando Odevaine parla di Di Francia con Francesco Ferrante, ex senatore del Pd, sembra che l’escamotage non abbia funzionato: «Eh però Silvio non fa mai un cazzo, io purtroppo ho dovuto restituire Sandra (Cardillo, ndr), io so senza Sandra da du mesi e mezzo», confermando che la donna aveva proseguito a lavorare per lui anche quando l’ex comandante della polizia provinciale non ricopriva più incarichi pubblici, percependo comunque lo stipendio da Zètema, di cui Ruberti è stato ad dal 1998 al 2017, aggiungendo dal 2014 anche la carica di presidente fino a fine mandato.
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La proroga delle polizze senza gara dal 2014 al 2019, per un valore di 1,6 milioni, è parte dell’inchiesta sulla lite fra l’ex capo di gabinetto del Campidoglio, Vladimiro De Angelis (l’agente con cui sono stati fatti i contratti) e il fratello Francesco.Ruberti citato da Odevaine in un’intercettazione inedita, rimasta senza conseguenze giudiziarie, sul distacco di una dipendente Zètema.Lo speciale contiene due articoli.Lunedì mattina gli uomini della Procura di Frosinone si sono recati negli uffici della Asl del capoluogo ciociaro e hanno acquisito la documentazione sugli affidamenti e le proroghe relativi ai contratti sottoscritti dalla Asl di Frosinone con Vladimiro De Angelis, agente Unipol locale, fratello dell’ex europarlamentare del Pd Francesco (attualmente a capo del Consorzio industriale del Lazio). A rivelarlo alla Verità è stato il nuovo direttore generale della Asl, Angelo Aliquò, che stamattina trasmetterà ufficialmente all’assessore regionale alla Sanità Alessio D’Amato la relazione sulle polizze. Aliquò, figlio di Vittorio, l’ex procuratore aggiunto della Procura di Palermo scomparso nel 2021, ci spiega che gli investigatori «sono venuti e hanno acquisito carte» relative a «gare, aggiudicazioni e proroghe». Secondo quanto emerso ieri, con De Angelis la Asl del capoluogo ciociaro avrebbe sottoscritto polizze per più di 1,6 milioni di euro, tra il 2014 e il 2019. Di cui più della metà sarebbero stati assegnati senza gara, grazie ai rinnovi deliberati dall’allora commissario straordinario Luigi Macchitella. Ieri Aliquò ha anticipato in parte all’agenzia Adnkronos i risultati che verranno trasmessi alla Regione Lazio: «Dalle verifiche che ho fatto, su richiesta dell’assessore regionale, è risultato che la Asl per alcuni anni, a seguito di una gara con cui erano state affidate quasi tutte le polizze a Unipol nel 2014, aveva prorogato e prorogato negli anni. Questo fino a quando, nel 2021, la dottoressa D’Alessandro, mio predecessore, aveva invece celebrato una gara divisa in 5 lotti più uno, quello più grosso fatto poi a parte». Il riferimento è alla ex dg della Asl di Frosinone, Pierpaola D’Alessandro, da pochi mesi comandata come dirigente in Campidoglio, dove, fino a venerdì scorso, Albino Ruberti ricopriva il ruolo di capo di gabinetto del sindaco Roberto Gualtieri. La proroga del 2019 è attestata da una mail del 6 febbraio di quell’anno. Nel messaggio la compagnia Unipolsai ha trasmesso gli importi dei premi assicurativi relativi a sei mesi per un pacchetto di polizze comprendente incendio (87.497 euro), infortuni comulativa (56.578 euro), Rca (35.726 euro) e altre coperture per premi complessivi pari a 185.430 euro per ogni semestre. Circa 370.000 euro per l’intero anno, in virtù di una gara che prevedeva due anni di contratto ma rinnovata fino al 2019 per un totale di premi incassati pari a 1.631.802 euro. Con La Verità Aliquò getta acqua sul fuoco: «Le proroghe sono state fatte con delle motivazioni, perché fare una gara di queste non è proprio semplicissimo, quindi sono tutte motivate. Poi è chiaro che se io propongo a una compagnia di assicurazioni di fare la proroga, quelli mi dicono di si, è ovvio». Il dg ricorda anche che tra le polizze «la fetta più grossa è quella della responsabilità medica, che è stata aggiudicata a un’altra ditta». Nel bilancio del 2019 dalla Asl Frosinone si possono leggere tre voci relative alle polizze assicurative: una da 3,78 milioni relativa proprio alla «r.c. (responsabilità civile, ndr) professionale» e l’altra , da 466.000 euro per «altri premi assicurativi». Il totale della voce «premi di assicurazione» ammonta a 4,253 milioni di euro. Forse per questo nel colloquio con questo giornale Aliquò ha minimizzato: «Per quello che mi riguarda, rispetto a quello che era stato scritto, mi sembra un po’ differente», ricordando anche che la gara del 2021 ha modificato lo scenario delle polizze.L’acquisizione da parte della Procura di Frosinone è parte dell’indagine aperta nel fine settimana dopo la pubblicazione del video sulla lite avvenuta la sera del primo giugno di quest’anno tra Ruberti, Vladimiro De Angelis, il fratello Francesco e Adriano Lampazzi, sindaco di Giuliano di Roma. Per ricostruire cosa è stato detto durante la cena avvenuta presso il ristorante la Taverna a margine di un evento elettorale, sono già stati ascoltati i primi partecipanti alla tavolata, di cui facevano parte anche un paio di sindaci e il segretario cittadino del Pd. Il pm Adolfo Coletta ha delegato alle indagini il capo della squadra mobile di Frosinone e il vicequestore Flavio Genovesi, che puntano ad ascoltare anche avventori del locale che si trovavano casualmente a tavoli vicini. Per adesso infatti, le persone sentite hanno confermato la versione ufficiale secondo la quale la discussione che ha portato Ruberti a esplodere in una strada adiacente al ristorante con la frase «Me te compro!? A me? Si deve inginocchiare e chiedermi scusa, altrimenti dico a tutti quello che mi ha detto. Li ammazzo! Lo ammazzo! Deve venire qui a chiedere in ginocchio scusa, altrimenti io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola. Cinque minuti je do. Cinque! Vi sparo! T’ammazzo. Cinque minuti, qui in ginocchio, tutti e due», sarebbe scaturita da un diverbio tra opposte tifoserie di calcio, divise tra Roma, Lazio e Juventus, ma accomunate dalla fede politica. Ma un’altra frase urlata da Ruberti, «Io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola», sta portando la Procura a indagare a tappeto, polizze comprese, settore nel quale, come detto, ha messo ordine l’ex dg della Asl approdata come comandata in Campidoglio poco dopo il trasloco Ruberti dalla Regione Lazio, dove era capo di gabinetto di Nicola Zingaretti. Vaste programme quello dei pm, anche perché, visto l’elevato numero di presenti alla cena, circa una ventina, non è detto che un’eventuale conversazione su temi scottanti sia avvenuta in modo esplicito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caso-ruberti-acquisizioni-allasl-frosinone-2657938142.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lex-braccio-destro-di-gualtieri-nelle-carte-di-mafia-capitale" data-post-id="2657938142" data-published-at="1661421952" data-use-pagination="False"> L’ex braccio destro di Gualtieri nelle carte di Mafia capitale Il nome di Albino Ruberti, l’ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio e poi di Roberto Gualtieri in Campidoglio dimessosi dal ruolo venerdì scorso dopo la pubblicazione di un video che lo ritraeva mentre minacciava il fratello di un esponente del Pd di Frosinone, compare anche negli atti della cosiddetta Mafia capitale. In un’intercettazione ambientale inedita fatta negli uffici della fondazione di Luca Odevaine, dal 2001 al 2008 vice capo di gabinetto del sindaco Walter Veltroni e poi approdato alla Provincia di Roma a seguito di Nicola Zingaretti come comandante della polizia provinciale, racconta al suo interlocutore come, nonostante il passaggio alla Provincia, sia riuscito, grazie alla disponibilità di Ruberti, all’epoca ad di Zètema, a portare con sé Sandra Cardillo una dipendente di Zètema, distaccata per lavorare in Campidoglio nei suoi uffici. La conversazione, che non ha avuto alcuna conseguenza giudiziaria, è del 29 aprile 2014, e Odevaine, parlando con il suo interlocutore di risorse umane racconta, parlando della donna: «Zitto che io c’ho Sandra che praticamente se ne... l’ho dovuta cedere», spiegando poi che «lei è un impiccio in realtà, lei sta con me da anni, lei è dipendente Zètema (società partecipata al 100% da Roma capitale, è l’azienda strumentale capitolina che opera nel settore cultura, ndr) quindi in Comune c’aveva un comando, il gabinetto del sindaco e va tutto bene perché Zètema è una società del Comune, già in Provincia...». Odevaine interrompe il racconto per rispondere alla figlia, poi prosegue: «Dopodiché in Provincia, già non sò riuscito a fargli il comando per cui in Provincia è stata praticamente clandestina perché Zètema continuava a pagà Zètema per cui era... però ...inc... l’amministratore delegato, Ruberti no? disse “vabbé finché insomma... non ci rompono i coglioni, tiriamo avanti”». Nel dicembre 2012, quando Renata Polverini lascia dopo lo scandalo dei fondi del Consiglio regionale, Zingaretti si candida alla guida della Regione Lazio e si dimette da presidente della Provincia di Roma. Odevaine rimane di nuovo disoccupato e si dedica alla fondazione Integrazione, da lui presieduta dal 2010, che si occupa di migranti. Dalle intercettazioni emerge che evidentemente Odevaine chiede e ottiene ancora da Albino Ruberti che la Cardillo ancorché alle dipendenze di Zètema vada a lavorare da lui anche nella sua fondazione privata. Nella trascrizione dell’aprile 2014 infatti Odevaine prosegue così il racconto sulla sua segretaria: «Adesso è stata proprio qua, qui è qui... qui è proprio una truffa perché almeno... quella... qui è proprio...inc... e quella lavora qua, non se pò, per cui in realtà bisogna, allora adesso in questo clima oltretutto di revisione al Comune sulle società comunali e forse le chiudono addiri... cioè oppure le accorpano, altre... Zètema non si sa che fine fa, sai chiaramente dobbiamo...». Ma la soluzione sembra già pronta: «per il momento l’abbiamo... parcheggiata a... in comune da Silvio Di Francia (delegato all’immigrazione del sindaco Ignazio Marino, ndr) che è un amico per cui, sostanzialmente gli darà modo anche di venire un po’ qua no? Più piano piano, il fatto è che io veramente giuro ci stanno delle cose che io non so, tante cose che io non so, le sa solo Sandra». Ma a luglio, quando Odevaine parla di Di Francia con Francesco Ferrante, ex senatore del Pd, sembra che l’escamotage non abbia funzionato: «Eh però Silvio non fa mai un cazzo, io purtroppo ho dovuto restituire Sandra (Cardillo, ndr), io so senza Sandra da du mesi e mezzo», confermando che la donna aveva proseguito a lavorare per lui anche quando l’ex comandante della polizia provinciale non ricopriva più incarichi pubblici, percependo comunque lo stipendio da Zètema, di cui Ruberti è stato ad dal 1998 al 2017, aggiungendo dal 2014 anche la carica di presidente fino a fine mandato.
Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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Nicola Fratoianni (Ansa)
«Il tempo dei privilegi è finito ed è ora di redistribuire la ricchezza. Non c’è niente di assurdo in questa proposta, che è ragionevole, di buon senso e riformista». Salis chiede di più: «Impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare una legge europea e muoversi con gli altri Paesi», la sua proposta. Nelle stesse ore anche Angelo Bonelli, portavoce di Avs, in una rincorsa a chi è più duro e puro, rilancia la tassa per i super ricchi e li individua. Uno per uno, quasi fosse una lista di proscrizione. «Non penso a una patrimoniale permanente: bisogna adeguare il sistema delle aliquote, renderle più giuste, diminuire la pressione fiscale sul ceto medio e aumentarla sui redditi più alti. C’è poi una grande questione su cui si può immaginare un contributo di solidarietà, una tassa di scopo sui super ricchi (oggi in Italia sono 79, con un patrimonio complessivo di 357 miliardi di euro) per destinare risorse, nell’arco di tre-quattro anni, all’abbattimento delle liste d’attesa nella sanità pubblica».
Tassare i super ricchi per finanziare la spesa sanitaria, una proposta populista che già era stata lanciata da Chiara Appendino, deputato del Movimento 5 stelle, che ieri è tornata sul punto: «Se vogliamo costruire un Paese più giusto, il Movimento 5 stelle e l’intero campo progressista devono avere il coraggio di sfidare i privilegi e ridurre le disuguaglianze, rimettendo la giustizia sociale al centro dell’agenda politica. Costruire un’alternativa a Giorgia Meloni significa anche fare una scelta di campo netta. E allora sì, lo ribadisco: la Millionaire Tax serve subito. Anzi, siamo già in ritardo». Un messaggio che in qualche modo manda anche ai suoi, in un certo senso, dal momento che il leader del Movimento, Giuseppe Conte, si è mostrato tiepido sull’argomento.
Così come comincia ad apparire infastidita la segretaria del Pd, Elly Schlein che, incalzata dai cronisti, ha detto: «La patrimoniale? Non siamo qui a parlare di questo. Ne discuteremo, ma non è tra le cose già condivise». E non è condivisa perché tema molto divisivo all’interno del campo largo. «Il dibattito sulla patrimoniale funziona bene come slogan, ma poi nella realtà dei fatti se tu alzi troppo le tasse a una determinata fascia di popolazione ci sta che quelli se ne vanno in Svizzera, ci sta che quelli se ne vanno in Lussemburgo e se se ne vanno in Lussemburgo non hai più i soldi, non per i ricchi, ma per i poveri», commenta il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che poi aggiunge: «Ti manca il gettito per cosa? Per la sanità, per la scuola, per la salute. Allora io dico, va sempre trovato un equilibrio».
Ma la patrimoniale è una tassa che non ha storicamente riscosso successo in nessun Paese europeo. Come in Francia. Le Figaro, pochi mesi fa, aveva pubblicato uno studio pubblicato da Rexecode, il principale istituto di ricerca economica francese, che tracciava un bilancio critico dell’imposta sulla ricchezza (Isf/Ifi) in Francia. Secondo le conclusioni, la tassazione dei grandi patrimoni ha un costo economico superiore alle entrate generate, a causa dell’esilio fiscale e della fuga di talenti.
In sostanza, secondo le stime, il mancato gettito fiscale generato dall’imposta raggiungerebbe i 9 miliardi di euro, a fronte di un incasso che varia dai 2 ai 5 miliardi di euro a seconda dell’anno. Non solo perché, sempre in Francia, «la perdita di reddito nazionale ammonterebbe a una cifra compresa tra 0,5 e 1 punto percentuale del Pil». Insomma, abbiamo l’esempio dei vicini, virtuosi per alcuni, che però mostrano tutte le fragilità di una misura che, se messa in campo, annullerebbe completamente il rientro di capitali esteri favorito dalle politiche di questo esecutivo.
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