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2022-08-25
Caso Ruberti, acquisizioni all’Asl Frosinone
Albino Ruberti con Nicola Zingaretti (Imagoeconomica)
Lunedì mattina gli uomini della Procura di Frosinone si sono recati negli uffici della Asl del capoluogo ciociaro e hanno acquisito la documentazione sugli affidamenti e le proroghe relativi ai contratti sottoscritti dalla Asl di Frosinone con Vladimiro De Angelis, agente Unipol locale, fratello dell’ex europarlamentare del Pd Francesco (attualmente a capo del Consorzio industriale del Lazio). A rivelarlo alla Verità è stato il nuovo direttore generale della Asl, Angelo Aliquò, che stamattina trasmetterà ufficialmente all’assessore regionale alla Sanità Alessio D’Amato la relazione sulle polizze. Aliquò, figlio di Vittorio, l’ex procuratore aggiunto della Procura di Palermo scomparso nel 2021, ci spiega che gli investigatori «sono venuti e hanno acquisito carte» relative a «gare, aggiudicazioni e proroghe». Secondo quanto emerso ieri, con De Angelis la Asl del capoluogo ciociaro avrebbe sottoscritto polizze per più di 1,6 milioni di euro, tra il 2014 e il 2019. Di cui più della metà sarebbero stati assegnati senza gara, grazie ai rinnovi deliberati dall’allora commissario straordinario Luigi Macchitella.
Ieri Aliquò ha anticipato in parte all’agenzia Adnkronos i risultati che verranno trasmessi alla Regione Lazio: «Dalle verifiche che ho fatto, su richiesta dell’assessore regionale, è risultato che la Asl per alcuni anni, a seguito di una gara con cui erano state affidate quasi tutte le polizze a Unipol nel 2014, aveva prorogato e prorogato negli anni. Questo fino a quando, nel 2021, la dottoressa D’Alessandro, mio predecessore, aveva invece celebrato una gara divisa in 5 lotti più uno, quello più grosso fatto poi a parte». Il riferimento è alla ex dg della Asl di Frosinone, Pierpaola D’Alessandro, da pochi mesi comandata come dirigente in Campidoglio, dove, fino a venerdì scorso, Albino Ruberti ricopriva il ruolo di capo di gabinetto del sindaco Roberto Gualtieri. La proroga del 2019 è attestata da una mail del 6 febbraio di quell’anno. Nel messaggio la compagnia Unipolsai ha trasmesso gli importi dei premi assicurativi relativi a sei mesi per un pacchetto di polizze comprendente incendio (87.497 euro), infortuni comulativa (56.578 euro), Rca (35.726 euro) e altre coperture per premi complessivi pari a 185.430 euro per ogni semestre. Circa 370.000 euro per l’intero anno, in virtù di una gara che prevedeva due anni di contratto ma rinnovata fino al 2019 per un totale di premi incassati pari a 1.631.802 euro. Con La Verità Aliquò getta acqua sul fuoco: «Le proroghe sono state fatte con delle motivazioni, perché fare una gara di queste non è proprio semplicissimo, quindi sono tutte motivate. Poi è chiaro che se io propongo a una compagnia di assicurazioni di fare la proroga, quelli mi dicono di si, è ovvio». Il dg ricorda anche che tra le polizze «la fetta più grossa è quella della responsabilità medica, che è stata aggiudicata a un’altra ditta». Nel bilancio del 2019 dalla Asl Frosinone si possono leggere tre voci relative alle polizze assicurative: una da 3,78 milioni relativa proprio alla «r.c. (responsabilità civile, ndr) professionale» e l’altra , da 466.000 euro per «altri premi assicurativi». Il totale della voce «premi di assicurazione» ammonta a 4,253 milioni di euro. Forse per questo nel colloquio con questo giornale Aliquò ha minimizzato: «Per quello che mi riguarda, rispetto a quello che era stato scritto, mi sembra un po’ differente», ricordando anche che la gara del 2021 ha modificato lo scenario delle polizze.
L’acquisizione da parte della Procura di Frosinone è parte dell’indagine aperta nel fine settimana dopo la pubblicazione del video sulla lite avvenuta la sera del primo giugno di quest’anno tra Ruberti, Vladimiro De Angelis, il fratello Francesco e Adriano Lampazzi, sindaco di Giuliano di Roma. Per ricostruire cosa è stato detto durante la cena avvenuta presso il ristorante la Taverna a margine di un evento elettorale, sono già stati ascoltati i primi partecipanti alla tavolata, di cui facevano parte anche un paio di sindaci e il segretario cittadino del Pd. Il pm Adolfo Coletta ha delegato alle indagini il capo della squadra mobile di Frosinone e il vicequestore Flavio Genovesi, che puntano ad ascoltare anche avventori del locale che si trovavano casualmente a tavoli vicini. Per adesso infatti, le persone sentite hanno confermato la versione ufficiale secondo la quale la discussione che ha portato Ruberti a esplodere in una strada adiacente al ristorante con la frase «Me te compro!? A me? Si deve inginocchiare e chiedermi scusa, altrimenti dico a tutti quello che mi ha detto. Li ammazzo! Lo ammazzo! Deve venire qui a chiedere in ginocchio scusa, altrimenti io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola. Cinque minuti je do. Cinque! Vi sparo! T’ammazzo. Cinque minuti, qui in ginocchio, tutti e due», sarebbe scaturita da un diverbio tra opposte tifoserie di calcio, divise tra Roma, Lazio e Juventus, ma accomunate dalla fede politica. Ma un’altra frase urlata da Ruberti, «Io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola», sta portando la Procura a indagare a tappeto, polizze comprese, settore nel quale, come detto, ha messo ordine l’ex dg della Asl approdata come comandata in Campidoglio poco dopo il trasloco Ruberti dalla Regione Lazio, dove era capo di gabinetto di Nicola Zingaretti. Vaste programme quello dei pm, anche perché, visto l’elevato numero di presenti alla cena, circa una ventina, non è detto che un’eventuale conversazione su temi scottanti sia avvenuta in modo esplicito.
L’ex braccio destro di Gualtieri nelle carte di Mafia capitale
Il nome di Albino Ruberti, l’ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio e poi di Roberto Gualtieri in Campidoglio dimessosi dal ruolo venerdì scorso dopo la pubblicazione di un video che lo ritraeva mentre minacciava il fratello di un esponente del Pd di Frosinone, compare anche negli atti della cosiddetta Mafia capitale. In un’intercettazione ambientale inedita fatta negli uffici della fondazione di Luca Odevaine, dal 2001 al 2008 vice capo di gabinetto del sindaco Walter Veltroni e poi approdato alla Provincia di Roma a seguito di Nicola Zingaretti come comandante della polizia provinciale, racconta al suo interlocutore come, nonostante il passaggio alla Provincia, sia riuscito, grazie alla disponibilità di Ruberti, all’epoca ad di Zètema, a portare con sé Sandra Cardillo una dipendente di Zètema, distaccata per lavorare in Campidoglio nei suoi uffici. La conversazione, che non ha avuto alcuna conseguenza giudiziaria, è del 29 aprile 2014, e Odevaine, parlando con il suo interlocutore di risorse umane racconta, parlando della donna: «Zitto che io c’ho Sandra che praticamente se ne... l’ho dovuta cedere», spiegando poi che «lei è un impiccio in realtà, lei sta con me da anni, lei è dipendente Zètema (società partecipata al 100% da Roma capitale, è l’azienda strumentale capitolina che opera nel settore cultura, ndr) quindi in Comune c’aveva un comando, il gabinetto del sindaco e va tutto bene perché Zètema è una società del Comune, già in Provincia...». Odevaine interrompe il racconto per rispondere alla figlia, poi prosegue: «Dopodiché in Provincia, già non sò riuscito a fargli il comando per cui in Provincia è stata praticamente clandestina perché Zètema continuava a pagà Zètema per cui era... però ...inc... l’amministratore delegato, Ruberti no? disse “vabbé finché insomma... non ci rompono i coglioni, tiriamo avanti”». Nel dicembre 2012, quando Renata Polverini lascia dopo lo scandalo dei fondi del Consiglio regionale, Zingaretti si candida alla guida della Regione Lazio e si dimette da presidente della Provincia di Roma. Odevaine rimane di nuovo disoccupato e si dedica alla fondazione Integrazione, da lui presieduta dal 2010, che si occupa di migranti.
Dalle intercettazioni emerge che evidentemente Odevaine chiede e ottiene ancora da Albino Ruberti che la Cardillo ancorché alle dipendenze di Zètema vada a lavorare da lui anche nella sua fondazione privata. Nella trascrizione dell’aprile 2014 infatti Odevaine prosegue così il racconto sulla sua segretaria: «Adesso è stata proprio qua, qui è qui... qui è proprio una truffa perché almeno... quella... qui è proprio...inc... e quella lavora qua, non se pò, per cui in realtà bisogna, allora adesso in questo clima oltretutto di revisione al Comune sulle società comunali e forse le chiudono addiri... cioè oppure le accorpano, altre... Zètema non si sa che fine fa, sai chiaramente dobbiamo...». Ma la soluzione sembra già pronta: «per il momento l’abbiamo... parcheggiata a... in comune da Silvio Di Francia (delegato all’immigrazione del sindaco Ignazio Marino, ndr) che è un amico per cui, sostanzialmente gli darà modo anche di venire un po’ qua no? Più piano piano, il fatto è che io veramente giuro ci stanno delle cose che io non so, tante cose che io non so, le sa solo Sandra». Ma a luglio, quando Odevaine parla di Di Francia con Francesco Ferrante, ex senatore del Pd, sembra che l’escamotage non abbia funzionato: «Eh però Silvio non fa mai un cazzo, io purtroppo ho dovuto restituire Sandra (Cardillo, ndr), io so senza Sandra da du mesi e mezzo», confermando che la donna aveva proseguito a lavorare per lui anche quando l’ex comandante della polizia provinciale non ricopriva più incarichi pubblici, percependo comunque lo stipendio da Zètema, di cui Ruberti è stato ad dal 1998 al 2017, aggiungendo dal 2014 anche la carica di presidente fino a fine mandato.
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La proroga delle polizze senza gara dal 2014 al 2019, per un valore di 1,6 milioni, è parte dell’inchiesta sulla lite fra l’ex capo di gabinetto del Campidoglio, Vladimiro De Angelis (l’agente con cui sono stati fatti i contratti) e il fratello Francesco.Ruberti citato da Odevaine in un’intercettazione inedita, rimasta senza conseguenze giudiziarie, sul distacco di una dipendente Zètema.Lo speciale contiene due articoli.Lunedì mattina gli uomini della Procura di Frosinone si sono recati negli uffici della Asl del capoluogo ciociaro e hanno acquisito la documentazione sugli affidamenti e le proroghe relativi ai contratti sottoscritti dalla Asl di Frosinone con Vladimiro De Angelis, agente Unipol locale, fratello dell’ex europarlamentare del Pd Francesco (attualmente a capo del Consorzio industriale del Lazio). A rivelarlo alla Verità è stato il nuovo direttore generale della Asl, Angelo Aliquò, che stamattina trasmetterà ufficialmente all’assessore regionale alla Sanità Alessio D’Amato la relazione sulle polizze. Aliquò, figlio di Vittorio, l’ex procuratore aggiunto della Procura di Palermo scomparso nel 2021, ci spiega che gli investigatori «sono venuti e hanno acquisito carte» relative a «gare, aggiudicazioni e proroghe». Secondo quanto emerso ieri, con De Angelis la Asl del capoluogo ciociaro avrebbe sottoscritto polizze per più di 1,6 milioni di euro, tra il 2014 e il 2019. Di cui più della metà sarebbero stati assegnati senza gara, grazie ai rinnovi deliberati dall’allora commissario straordinario Luigi Macchitella. Ieri Aliquò ha anticipato in parte all’agenzia Adnkronos i risultati che verranno trasmessi alla Regione Lazio: «Dalle verifiche che ho fatto, su richiesta dell’assessore regionale, è risultato che la Asl per alcuni anni, a seguito di una gara con cui erano state affidate quasi tutte le polizze a Unipol nel 2014, aveva prorogato e prorogato negli anni. Questo fino a quando, nel 2021, la dottoressa D’Alessandro, mio predecessore, aveva invece celebrato una gara divisa in 5 lotti più uno, quello più grosso fatto poi a parte». Il riferimento è alla ex dg della Asl di Frosinone, Pierpaola D’Alessandro, da pochi mesi comandata come dirigente in Campidoglio, dove, fino a venerdì scorso, Albino Ruberti ricopriva il ruolo di capo di gabinetto del sindaco Roberto Gualtieri. La proroga del 2019 è attestata da una mail del 6 febbraio di quell’anno. Nel messaggio la compagnia Unipolsai ha trasmesso gli importi dei premi assicurativi relativi a sei mesi per un pacchetto di polizze comprendente incendio (87.497 euro), infortuni comulativa (56.578 euro), Rca (35.726 euro) e altre coperture per premi complessivi pari a 185.430 euro per ogni semestre. Circa 370.000 euro per l’intero anno, in virtù di una gara che prevedeva due anni di contratto ma rinnovata fino al 2019 per un totale di premi incassati pari a 1.631.802 euro. Con La Verità Aliquò getta acqua sul fuoco: «Le proroghe sono state fatte con delle motivazioni, perché fare una gara di queste non è proprio semplicissimo, quindi sono tutte motivate. Poi è chiaro che se io propongo a una compagnia di assicurazioni di fare la proroga, quelli mi dicono di si, è ovvio». Il dg ricorda anche che tra le polizze «la fetta più grossa è quella della responsabilità medica, che è stata aggiudicata a un’altra ditta». Nel bilancio del 2019 dalla Asl Frosinone si possono leggere tre voci relative alle polizze assicurative: una da 3,78 milioni relativa proprio alla «r.c. (responsabilità civile, ndr) professionale» e l’altra , da 466.000 euro per «altri premi assicurativi». Il totale della voce «premi di assicurazione» ammonta a 4,253 milioni di euro. Forse per questo nel colloquio con questo giornale Aliquò ha minimizzato: «Per quello che mi riguarda, rispetto a quello che era stato scritto, mi sembra un po’ differente», ricordando anche che la gara del 2021 ha modificato lo scenario delle polizze.L’acquisizione da parte della Procura di Frosinone è parte dell’indagine aperta nel fine settimana dopo la pubblicazione del video sulla lite avvenuta la sera del primo giugno di quest’anno tra Ruberti, Vladimiro De Angelis, il fratello Francesco e Adriano Lampazzi, sindaco di Giuliano di Roma. Per ricostruire cosa è stato detto durante la cena avvenuta presso il ristorante la Taverna a margine di un evento elettorale, sono già stati ascoltati i primi partecipanti alla tavolata, di cui facevano parte anche un paio di sindaci e il segretario cittadino del Pd. Il pm Adolfo Coletta ha delegato alle indagini il capo della squadra mobile di Frosinone e il vicequestore Flavio Genovesi, che puntano ad ascoltare anche avventori del locale che si trovavano casualmente a tavoli vicini. Per adesso infatti, le persone sentite hanno confermato la versione ufficiale secondo la quale la discussione che ha portato Ruberti a esplodere in una strada adiacente al ristorante con la frase «Me te compro!? A me? Si deve inginocchiare e chiedermi scusa, altrimenti dico a tutti quello che mi ha detto. Li ammazzo! Lo ammazzo! Deve venire qui a chiedere in ginocchio scusa, altrimenti io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola. Cinque minuti je do. Cinque! Vi sparo! T’ammazzo. Cinque minuti, qui in ginocchio, tutti e due», sarebbe scaturita da un diverbio tra opposte tifoserie di calcio, divise tra Roma, Lazio e Juventus, ma accomunate dalla fede politica. Ma un’altra frase urlata da Ruberti, «Io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola», sta portando la Procura a indagare a tappeto, polizze comprese, settore nel quale, come detto, ha messo ordine l’ex dg della Asl approdata come comandata in Campidoglio poco dopo il trasloco Ruberti dalla Regione Lazio, dove era capo di gabinetto di Nicola Zingaretti. Vaste programme quello dei pm, anche perché, visto l’elevato numero di presenti alla cena, circa una ventina, non è detto che un’eventuale conversazione su temi scottanti sia avvenuta in modo esplicito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caso-ruberti-acquisizioni-allasl-frosinone-2657938142.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lex-braccio-destro-di-gualtieri-nelle-carte-di-mafia-capitale" data-post-id="2657938142" data-published-at="1661421952" data-use-pagination="False"> L’ex braccio destro di Gualtieri nelle carte di Mafia capitale Il nome di Albino Ruberti, l’ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio e poi di Roberto Gualtieri in Campidoglio dimessosi dal ruolo venerdì scorso dopo la pubblicazione di un video che lo ritraeva mentre minacciava il fratello di un esponente del Pd di Frosinone, compare anche negli atti della cosiddetta Mafia capitale. In un’intercettazione ambientale inedita fatta negli uffici della fondazione di Luca Odevaine, dal 2001 al 2008 vice capo di gabinetto del sindaco Walter Veltroni e poi approdato alla Provincia di Roma a seguito di Nicola Zingaretti come comandante della polizia provinciale, racconta al suo interlocutore come, nonostante il passaggio alla Provincia, sia riuscito, grazie alla disponibilità di Ruberti, all’epoca ad di Zètema, a portare con sé Sandra Cardillo una dipendente di Zètema, distaccata per lavorare in Campidoglio nei suoi uffici. La conversazione, che non ha avuto alcuna conseguenza giudiziaria, è del 29 aprile 2014, e Odevaine, parlando con il suo interlocutore di risorse umane racconta, parlando della donna: «Zitto che io c’ho Sandra che praticamente se ne... l’ho dovuta cedere», spiegando poi che «lei è un impiccio in realtà, lei sta con me da anni, lei è dipendente Zètema (società partecipata al 100% da Roma capitale, è l’azienda strumentale capitolina che opera nel settore cultura, ndr) quindi in Comune c’aveva un comando, il gabinetto del sindaco e va tutto bene perché Zètema è una società del Comune, già in Provincia...». Odevaine interrompe il racconto per rispondere alla figlia, poi prosegue: «Dopodiché in Provincia, già non sò riuscito a fargli il comando per cui in Provincia è stata praticamente clandestina perché Zètema continuava a pagà Zètema per cui era... però ...inc... l’amministratore delegato, Ruberti no? disse “vabbé finché insomma... non ci rompono i coglioni, tiriamo avanti”». Nel dicembre 2012, quando Renata Polverini lascia dopo lo scandalo dei fondi del Consiglio regionale, Zingaretti si candida alla guida della Regione Lazio e si dimette da presidente della Provincia di Roma. Odevaine rimane di nuovo disoccupato e si dedica alla fondazione Integrazione, da lui presieduta dal 2010, che si occupa di migranti. Dalle intercettazioni emerge che evidentemente Odevaine chiede e ottiene ancora da Albino Ruberti che la Cardillo ancorché alle dipendenze di Zètema vada a lavorare da lui anche nella sua fondazione privata. Nella trascrizione dell’aprile 2014 infatti Odevaine prosegue così il racconto sulla sua segretaria: «Adesso è stata proprio qua, qui è qui... qui è proprio una truffa perché almeno... quella... qui è proprio...inc... e quella lavora qua, non se pò, per cui in realtà bisogna, allora adesso in questo clima oltretutto di revisione al Comune sulle società comunali e forse le chiudono addiri... cioè oppure le accorpano, altre... Zètema non si sa che fine fa, sai chiaramente dobbiamo...». Ma la soluzione sembra già pronta: «per il momento l’abbiamo... parcheggiata a... in comune da Silvio Di Francia (delegato all’immigrazione del sindaco Ignazio Marino, ndr) che è un amico per cui, sostanzialmente gli darà modo anche di venire un po’ qua no? Più piano piano, il fatto è che io veramente giuro ci stanno delle cose che io non so, tante cose che io non so, le sa solo Sandra». Ma a luglio, quando Odevaine parla di Di Francia con Francesco Ferrante, ex senatore del Pd, sembra che l’escamotage non abbia funzionato: «Eh però Silvio non fa mai un cazzo, io purtroppo ho dovuto restituire Sandra (Cardillo, ndr), io so senza Sandra da du mesi e mezzo», confermando che la donna aveva proseguito a lavorare per lui anche quando l’ex comandante della polizia provinciale non ricopriva più incarichi pubblici, percependo comunque lo stipendio da Zètema, di cui Ruberti è stato ad dal 1998 al 2017, aggiungendo dal 2014 anche la carica di presidente fino a fine mandato.
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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