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2022-08-25
Caso Ruberti, acquisizioni all’Asl Frosinone
Albino Ruberti con Nicola Zingaretti (Imagoeconomica)
Lunedì mattina gli uomini della Procura di Frosinone si sono recati negli uffici della Asl del capoluogo ciociaro e hanno acquisito la documentazione sugli affidamenti e le proroghe relativi ai contratti sottoscritti dalla Asl di Frosinone con Vladimiro De Angelis, agente Unipol locale, fratello dell’ex europarlamentare del Pd Francesco (attualmente a capo del Consorzio industriale del Lazio). A rivelarlo alla Verità è stato il nuovo direttore generale della Asl, Angelo Aliquò, che stamattina trasmetterà ufficialmente all’assessore regionale alla Sanità Alessio D’Amato la relazione sulle polizze. Aliquò, figlio di Vittorio, l’ex procuratore aggiunto della Procura di Palermo scomparso nel 2021, ci spiega che gli investigatori «sono venuti e hanno acquisito carte» relative a «gare, aggiudicazioni e proroghe». Secondo quanto emerso ieri, con De Angelis la Asl del capoluogo ciociaro avrebbe sottoscritto polizze per più di 1,6 milioni di euro, tra il 2014 e il 2019. Di cui più della metà sarebbero stati assegnati senza gara, grazie ai rinnovi deliberati dall’allora commissario straordinario Luigi Macchitella.
Ieri Aliquò ha anticipato in parte all’agenzia Adnkronos i risultati che verranno trasmessi alla Regione Lazio: «Dalle verifiche che ho fatto, su richiesta dell’assessore regionale, è risultato che la Asl per alcuni anni, a seguito di una gara con cui erano state affidate quasi tutte le polizze a Unipol nel 2014, aveva prorogato e prorogato negli anni. Questo fino a quando, nel 2021, la dottoressa D’Alessandro, mio predecessore, aveva invece celebrato una gara divisa in 5 lotti più uno, quello più grosso fatto poi a parte». Il riferimento è alla ex dg della Asl di Frosinone, Pierpaola D’Alessandro, da pochi mesi comandata come dirigente in Campidoglio, dove, fino a venerdì scorso, Albino Ruberti ricopriva il ruolo di capo di gabinetto del sindaco Roberto Gualtieri. La proroga del 2019 è attestata da una mail del 6 febbraio di quell’anno. Nel messaggio la compagnia Unipolsai ha trasmesso gli importi dei premi assicurativi relativi a sei mesi per un pacchetto di polizze comprendente incendio (87.497 euro), infortuni comulativa (56.578 euro), Rca (35.726 euro) e altre coperture per premi complessivi pari a 185.430 euro per ogni semestre. Circa 370.000 euro per l’intero anno, in virtù di una gara che prevedeva due anni di contratto ma rinnovata fino al 2019 per un totale di premi incassati pari a 1.631.802 euro. Con La Verità Aliquò getta acqua sul fuoco: «Le proroghe sono state fatte con delle motivazioni, perché fare una gara di queste non è proprio semplicissimo, quindi sono tutte motivate. Poi è chiaro che se io propongo a una compagnia di assicurazioni di fare la proroga, quelli mi dicono di si, è ovvio». Il dg ricorda anche che tra le polizze «la fetta più grossa è quella della responsabilità medica, che è stata aggiudicata a un’altra ditta». Nel bilancio del 2019 dalla Asl Frosinone si possono leggere tre voci relative alle polizze assicurative: una da 3,78 milioni relativa proprio alla «r.c. (responsabilità civile, ndr) professionale» e l’altra , da 466.000 euro per «altri premi assicurativi». Il totale della voce «premi di assicurazione» ammonta a 4,253 milioni di euro. Forse per questo nel colloquio con questo giornale Aliquò ha minimizzato: «Per quello che mi riguarda, rispetto a quello che era stato scritto, mi sembra un po’ differente», ricordando anche che la gara del 2021 ha modificato lo scenario delle polizze.
L’acquisizione da parte della Procura di Frosinone è parte dell’indagine aperta nel fine settimana dopo la pubblicazione del video sulla lite avvenuta la sera del primo giugno di quest’anno tra Ruberti, Vladimiro De Angelis, il fratello Francesco e Adriano Lampazzi, sindaco di Giuliano di Roma. Per ricostruire cosa è stato detto durante la cena avvenuta presso il ristorante la Taverna a margine di un evento elettorale, sono già stati ascoltati i primi partecipanti alla tavolata, di cui facevano parte anche un paio di sindaci e il segretario cittadino del Pd. Il pm Adolfo Coletta ha delegato alle indagini il capo della squadra mobile di Frosinone e il vicequestore Flavio Genovesi, che puntano ad ascoltare anche avventori del locale che si trovavano casualmente a tavoli vicini. Per adesso infatti, le persone sentite hanno confermato la versione ufficiale secondo la quale la discussione che ha portato Ruberti a esplodere in una strada adiacente al ristorante con la frase «Me te compro!? A me? Si deve inginocchiare e chiedermi scusa, altrimenti dico a tutti quello che mi ha detto. Li ammazzo! Lo ammazzo! Deve venire qui a chiedere in ginocchio scusa, altrimenti io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola. Cinque minuti je do. Cinque! Vi sparo! T’ammazzo. Cinque minuti, qui in ginocchio, tutti e due», sarebbe scaturita da un diverbio tra opposte tifoserie di calcio, divise tra Roma, Lazio e Juventus, ma accomunate dalla fede politica. Ma un’altra frase urlata da Ruberti, «Io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola», sta portando la Procura a indagare a tappeto, polizze comprese, settore nel quale, come detto, ha messo ordine l’ex dg della Asl approdata come comandata in Campidoglio poco dopo il trasloco Ruberti dalla Regione Lazio, dove era capo di gabinetto di Nicola Zingaretti. Vaste programme quello dei pm, anche perché, visto l’elevato numero di presenti alla cena, circa una ventina, non è detto che un’eventuale conversazione su temi scottanti sia avvenuta in modo esplicito.
L’ex braccio destro di Gualtieri nelle carte di Mafia capitale
Il nome di Albino Ruberti, l’ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio e poi di Roberto Gualtieri in Campidoglio dimessosi dal ruolo venerdì scorso dopo la pubblicazione di un video che lo ritraeva mentre minacciava il fratello di un esponente del Pd di Frosinone, compare anche negli atti della cosiddetta Mafia capitale. In un’intercettazione ambientale inedita fatta negli uffici della fondazione di Luca Odevaine, dal 2001 al 2008 vice capo di gabinetto del sindaco Walter Veltroni e poi approdato alla Provincia di Roma a seguito di Nicola Zingaretti come comandante della polizia provinciale, racconta al suo interlocutore come, nonostante il passaggio alla Provincia, sia riuscito, grazie alla disponibilità di Ruberti, all’epoca ad di Zètema, a portare con sé Sandra Cardillo una dipendente di Zètema, distaccata per lavorare in Campidoglio nei suoi uffici. La conversazione, che non ha avuto alcuna conseguenza giudiziaria, è del 29 aprile 2014, e Odevaine, parlando con il suo interlocutore di risorse umane racconta, parlando della donna: «Zitto che io c’ho Sandra che praticamente se ne... l’ho dovuta cedere», spiegando poi che «lei è un impiccio in realtà, lei sta con me da anni, lei è dipendente Zètema (società partecipata al 100% da Roma capitale, è l’azienda strumentale capitolina che opera nel settore cultura, ndr) quindi in Comune c’aveva un comando, il gabinetto del sindaco e va tutto bene perché Zètema è una società del Comune, già in Provincia...». Odevaine interrompe il racconto per rispondere alla figlia, poi prosegue: «Dopodiché in Provincia, già non sò riuscito a fargli il comando per cui in Provincia è stata praticamente clandestina perché Zètema continuava a pagà Zètema per cui era... però ...inc... l’amministratore delegato, Ruberti no? disse “vabbé finché insomma... non ci rompono i coglioni, tiriamo avanti”». Nel dicembre 2012, quando Renata Polverini lascia dopo lo scandalo dei fondi del Consiglio regionale, Zingaretti si candida alla guida della Regione Lazio e si dimette da presidente della Provincia di Roma. Odevaine rimane di nuovo disoccupato e si dedica alla fondazione Integrazione, da lui presieduta dal 2010, che si occupa di migranti.
Dalle intercettazioni emerge che evidentemente Odevaine chiede e ottiene ancora da Albino Ruberti che la Cardillo ancorché alle dipendenze di Zètema vada a lavorare da lui anche nella sua fondazione privata. Nella trascrizione dell’aprile 2014 infatti Odevaine prosegue così il racconto sulla sua segretaria: «Adesso è stata proprio qua, qui è qui... qui è proprio una truffa perché almeno... quella... qui è proprio...inc... e quella lavora qua, non se pò, per cui in realtà bisogna, allora adesso in questo clima oltretutto di revisione al Comune sulle società comunali e forse le chiudono addiri... cioè oppure le accorpano, altre... Zètema non si sa che fine fa, sai chiaramente dobbiamo...». Ma la soluzione sembra già pronta: «per il momento l’abbiamo... parcheggiata a... in comune da Silvio Di Francia (delegato all’immigrazione del sindaco Ignazio Marino, ndr) che è un amico per cui, sostanzialmente gli darà modo anche di venire un po’ qua no? Più piano piano, il fatto è che io veramente giuro ci stanno delle cose che io non so, tante cose che io non so, le sa solo Sandra». Ma a luglio, quando Odevaine parla di Di Francia con Francesco Ferrante, ex senatore del Pd, sembra che l’escamotage non abbia funzionato: «Eh però Silvio non fa mai un cazzo, io purtroppo ho dovuto restituire Sandra (Cardillo, ndr), io so senza Sandra da du mesi e mezzo», confermando che la donna aveva proseguito a lavorare per lui anche quando l’ex comandante della polizia provinciale non ricopriva più incarichi pubblici, percependo comunque lo stipendio da Zètema, di cui Ruberti è stato ad dal 1998 al 2017, aggiungendo dal 2014 anche la carica di presidente fino a fine mandato.
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La proroga delle polizze senza gara dal 2014 al 2019, per un valore di 1,6 milioni, è parte dell’inchiesta sulla lite fra l’ex capo di gabinetto del Campidoglio, Vladimiro De Angelis (l’agente con cui sono stati fatti i contratti) e il fratello Francesco.Ruberti citato da Odevaine in un’intercettazione inedita, rimasta senza conseguenze giudiziarie, sul distacco di una dipendente Zètema.Lo speciale contiene due articoli.Lunedì mattina gli uomini della Procura di Frosinone si sono recati negli uffici della Asl del capoluogo ciociaro e hanno acquisito la documentazione sugli affidamenti e le proroghe relativi ai contratti sottoscritti dalla Asl di Frosinone con Vladimiro De Angelis, agente Unipol locale, fratello dell’ex europarlamentare del Pd Francesco (attualmente a capo del Consorzio industriale del Lazio). A rivelarlo alla Verità è stato il nuovo direttore generale della Asl, Angelo Aliquò, che stamattina trasmetterà ufficialmente all’assessore regionale alla Sanità Alessio D’Amato la relazione sulle polizze. Aliquò, figlio di Vittorio, l’ex procuratore aggiunto della Procura di Palermo scomparso nel 2021, ci spiega che gli investigatori «sono venuti e hanno acquisito carte» relative a «gare, aggiudicazioni e proroghe». Secondo quanto emerso ieri, con De Angelis la Asl del capoluogo ciociaro avrebbe sottoscritto polizze per più di 1,6 milioni di euro, tra il 2014 e il 2019. Di cui più della metà sarebbero stati assegnati senza gara, grazie ai rinnovi deliberati dall’allora commissario straordinario Luigi Macchitella. Ieri Aliquò ha anticipato in parte all’agenzia Adnkronos i risultati che verranno trasmessi alla Regione Lazio: «Dalle verifiche che ho fatto, su richiesta dell’assessore regionale, è risultato che la Asl per alcuni anni, a seguito di una gara con cui erano state affidate quasi tutte le polizze a Unipol nel 2014, aveva prorogato e prorogato negli anni. Questo fino a quando, nel 2021, la dottoressa D’Alessandro, mio predecessore, aveva invece celebrato una gara divisa in 5 lotti più uno, quello più grosso fatto poi a parte». Il riferimento è alla ex dg della Asl di Frosinone, Pierpaola D’Alessandro, da pochi mesi comandata come dirigente in Campidoglio, dove, fino a venerdì scorso, Albino Ruberti ricopriva il ruolo di capo di gabinetto del sindaco Roberto Gualtieri. La proroga del 2019 è attestata da una mail del 6 febbraio di quell’anno. Nel messaggio la compagnia Unipolsai ha trasmesso gli importi dei premi assicurativi relativi a sei mesi per un pacchetto di polizze comprendente incendio (87.497 euro), infortuni comulativa (56.578 euro), Rca (35.726 euro) e altre coperture per premi complessivi pari a 185.430 euro per ogni semestre. Circa 370.000 euro per l’intero anno, in virtù di una gara che prevedeva due anni di contratto ma rinnovata fino al 2019 per un totale di premi incassati pari a 1.631.802 euro. Con La Verità Aliquò getta acqua sul fuoco: «Le proroghe sono state fatte con delle motivazioni, perché fare una gara di queste non è proprio semplicissimo, quindi sono tutte motivate. Poi è chiaro che se io propongo a una compagnia di assicurazioni di fare la proroga, quelli mi dicono di si, è ovvio». Il dg ricorda anche che tra le polizze «la fetta più grossa è quella della responsabilità medica, che è stata aggiudicata a un’altra ditta». Nel bilancio del 2019 dalla Asl Frosinone si possono leggere tre voci relative alle polizze assicurative: una da 3,78 milioni relativa proprio alla «r.c. (responsabilità civile, ndr) professionale» e l’altra , da 466.000 euro per «altri premi assicurativi». Il totale della voce «premi di assicurazione» ammonta a 4,253 milioni di euro. Forse per questo nel colloquio con questo giornale Aliquò ha minimizzato: «Per quello che mi riguarda, rispetto a quello che era stato scritto, mi sembra un po’ differente», ricordando anche che la gara del 2021 ha modificato lo scenario delle polizze.L’acquisizione da parte della Procura di Frosinone è parte dell’indagine aperta nel fine settimana dopo la pubblicazione del video sulla lite avvenuta la sera del primo giugno di quest’anno tra Ruberti, Vladimiro De Angelis, il fratello Francesco e Adriano Lampazzi, sindaco di Giuliano di Roma. Per ricostruire cosa è stato detto durante la cena avvenuta presso il ristorante la Taverna a margine di un evento elettorale, sono già stati ascoltati i primi partecipanti alla tavolata, di cui facevano parte anche un paio di sindaci e il segretario cittadino del Pd. Il pm Adolfo Coletta ha delegato alle indagini il capo della squadra mobile di Frosinone e il vicequestore Flavio Genovesi, che puntano ad ascoltare anche avventori del locale che si trovavano casualmente a tavoli vicini. Per adesso infatti, le persone sentite hanno confermato la versione ufficiale secondo la quale la discussione che ha portato Ruberti a esplodere in una strada adiacente al ristorante con la frase «Me te compro!? A me? Si deve inginocchiare e chiedermi scusa, altrimenti dico a tutti quello che mi ha detto. Li ammazzo! Lo ammazzo! Deve venire qui a chiedere in ginocchio scusa, altrimenti io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola. Cinque minuti je do. Cinque! Vi sparo! T’ammazzo. Cinque minuti, qui in ginocchio, tutti e due», sarebbe scaturita da un diverbio tra opposte tifoserie di calcio, divise tra Roma, Lazio e Juventus, ma accomunate dalla fede politica. Ma un’altra frase urlata da Ruberti, «Io stasera scrivo quello che mi avete chiesto a tavola», sta portando la Procura a indagare a tappeto, polizze comprese, settore nel quale, come detto, ha messo ordine l’ex dg della Asl approdata come comandata in Campidoglio poco dopo il trasloco Ruberti dalla Regione Lazio, dove era capo di gabinetto di Nicola Zingaretti. Vaste programme quello dei pm, anche perché, visto l’elevato numero di presenti alla cena, circa una ventina, non è detto che un’eventuale conversazione su temi scottanti sia avvenuta in modo esplicito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caso-ruberti-acquisizioni-allasl-frosinone-2657938142.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lex-braccio-destro-di-gualtieri-nelle-carte-di-mafia-capitale" data-post-id="2657938142" data-published-at="1661421952" data-use-pagination="False"> L’ex braccio destro di Gualtieri nelle carte di Mafia capitale Il nome di Albino Ruberti, l’ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio e poi di Roberto Gualtieri in Campidoglio dimessosi dal ruolo venerdì scorso dopo la pubblicazione di un video che lo ritraeva mentre minacciava il fratello di un esponente del Pd di Frosinone, compare anche negli atti della cosiddetta Mafia capitale. In un’intercettazione ambientale inedita fatta negli uffici della fondazione di Luca Odevaine, dal 2001 al 2008 vice capo di gabinetto del sindaco Walter Veltroni e poi approdato alla Provincia di Roma a seguito di Nicola Zingaretti come comandante della polizia provinciale, racconta al suo interlocutore come, nonostante il passaggio alla Provincia, sia riuscito, grazie alla disponibilità di Ruberti, all’epoca ad di Zètema, a portare con sé Sandra Cardillo una dipendente di Zètema, distaccata per lavorare in Campidoglio nei suoi uffici. La conversazione, che non ha avuto alcuna conseguenza giudiziaria, è del 29 aprile 2014, e Odevaine, parlando con il suo interlocutore di risorse umane racconta, parlando della donna: «Zitto che io c’ho Sandra che praticamente se ne... l’ho dovuta cedere», spiegando poi che «lei è un impiccio in realtà, lei sta con me da anni, lei è dipendente Zètema (società partecipata al 100% da Roma capitale, è l’azienda strumentale capitolina che opera nel settore cultura, ndr) quindi in Comune c’aveva un comando, il gabinetto del sindaco e va tutto bene perché Zètema è una società del Comune, già in Provincia...». Odevaine interrompe il racconto per rispondere alla figlia, poi prosegue: «Dopodiché in Provincia, già non sò riuscito a fargli il comando per cui in Provincia è stata praticamente clandestina perché Zètema continuava a pagà Zètema per cui era... però ...inc... l’amministratore delegato, Ruberti no? disse “vabbé finché insomma... non ci rompono i coglioni, tiriamo avanti”». Nel dicembre 2012, quando Renata Polverini lascia dopo lo scandalo dei fondi del Consiglio regionale, Zingaretti si candida alla guida della Regione Lazio e si dimette da presidente della Provincia di Roma. Odevaine rimane di nuovo disoccupato e si dedica alla fondazione Integrazione, da lui presieduta dal 2010, che si occupa di migranti. Dalle intercettazioni emerge che evidentemente Odevaine chiede e ottiene ancora da Albino Ruberti che la Cardillo ancorché alle dipendenze di Zètema vada a lavorare da lui anche nella sua fondazione privata. Nella trascrizione dell’aprile 2014 infatti Odevaine prosegue così il racconto sulla sua segretaria: «Adesso è stata proprio qua, qui è qui... qui è proprio una truffa perché almeno... quella... qui è proprio...inc... e quella lavora qua, non se pò, per cui in realtà bisogna, allora adesso in questo clima oltretutto di revisione al Comune sulle società comunali e forse le chiudono addiri... cioè oppure le accorpano, altre... Zètema non si sa che fine fa, sai chiaramente dobbiamo...». Ma la soluzione sembra già pronta: «per il momento l’abbiamo... parcheggiata a... in comune da Silvio Di Francia (delegato all’immigrazione del sindaco Ignazio Marino, ndr) che è un amico per cui, sostanzialmente gli darà modo anche di venire un po’ qua no? Più piano piano, il fatto è che io veramente giuro ci stanno delle cose che io non so, tante cose che io non so, le sa solo Sandra». Ma a luglio, quando Odevaine parla di Di Francia con Francesco Ferrante, ex senatore del Pd, sembra che l’escamotage non abbia funzionato: «Eh però Silvio non fa mai un cazzo, io purtroppo ho dovuto restituire Sandra (Cardillo, ndr), io so senza Sandra da du mesi e mezzo», confermando che la donna aveva proseguito a lavorare per lui anche quando l’ex comandante della polizia provinciale non ricopriva più incarichi pubblici, percependo comunque lo stipendio da Zètema, di cui Ruberti è stato ad dal 1998 al 2017, aggiungendo dal 2014 anche la carica di presidente fino a fine mandato.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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