True
2020-07-13
Caschi blu o luci rosse? Viaggio dentro l’Onu. Scandali e abusi (impuniti) dell’agenzia del bene
Ansa
Carnefici travestiti da salvatori. Sono migliaia i dipendenti e collaboratori delle Nazioni unite che dall'inizio del millennio si sono macchiati dei peggiori crimini. Stupri, abusi, sfruttamento della prostituzione, ma anche corruzione e frodi. Ovviamente si tratta di una minoranza rispetto a chi si impegna per mantenere la pace e la stabilità delle popolazioni locali, ma le loro azioni rappresentano un'onta indelebile per tutta l'organizzazione.
Una fotografia del baratro nel quale l'Onu giace ormai da tempo ci è stata consegnata da un filmato che lo scorso mese ha fatto il giro del mondo. Nel video, della durata di 18 secondi e presumibilmente girato a Tel Aviv, un uomo e una donna vengono ripresi mentre consumano un atto sessuale nel sedile posteriore di un'autovettura di servizio delle Nazioni unite. Seduti davanti, il guidatore e un altro passeggero intento a farsi gli affari propri. Non è chiaro se la donna di rosso vestita a cavalcioni sul funzionario sia anch'ella una dipendente, o molto più semplicemente una prezzolata avventrice. Fatto sta che il breve video, oltre a provocare una generalizzata indignazione, ha sollevato un polverone che è arrivato fino piani alti del Palazzo di vetro. «Siamo scioccati e profondamente turbati dal filmato», ha dichiarato Stephan Dujarric, portavoce del segretario generale Antonio Guterres, «i comportamenti ritratti sono disdicevoli e vanno contro tutti i nostri valori e il lavoro fatto per contrastare la cattiva condotta dei dipendenti dell'Onu».
Secondo i dati ufficiali forniti dalla stessa agenzia, dal 2007 a oggi sono ben 931 i casi di sfruttamento e abuso a sfondo sessuale compiuti dal personale di stanza nelle missioni internazionali. Purtroppo, un terzo (307 casi corrispondenti a 317 vittime) riguarda bambini. Cifre che rappresentano appena la punta dell'iceberg, dal momento che quella delle violenze sessuali rappresenta una conta sottostimata per definizione. E il fatto che gli attori di queste malvagità il più delle volte indossino una divisa non fa che peggiorare le cose. Per ciò che concerne i reati non a sfondo sessuale (furti, minacce, abuso d'ufficio), dal 2007 al 2020 le denunce sono state 13.204, la maggior parte delle quali a carico di personale civile.
Se allarghiamo il campo a tutto il personale delle Nazioni unite, ai partner coinvolti nell'attuazione dei progetti e ai militari non appartenenti all'Onu coinvolti nelle missioni, il bilancio si fa ancora più pesante. Solo nel 2019, le denunce di stupro sono state 46. Nei due terzi dei casi, la vittima era un bambino. Notevoli anche i numeri relativi alle molestie sessuali (29 denunce, di cui 18 inoltrate da minori), e quelli riguardanti la richiesta di prestazioni sessuali in cambio di qualcos'altro (cosiddetto «transational sex», 47 denunce). Complessivamente, su un totale di 328 casi, ben 103 hanno colpito i bambini. Numeri che a prima vista potrebbero sembrare risibili, ma che se rapportati al totale dei dipendenti assumono tutt'altro valore. Sebbene le statistiche sulle violenze sessuali vadano prese con le pinze, la frequenza con cui questo tipo di reati viene perpetrata da parte dei dipendenti e collaboratori dell'agenzia risulta molto più alta di quanto non avvenga, ad esempio, nell'Unione europea. Stando agli ultimi dati raccolti da Eurostat, durante il 2017 nell'Ue a 27 sono stati denunciati 291.500 crimini sessuali (la sommatoria di stupro, violenza e aggressione), pari a 65 ogni 100.000 persone. Ebbene, se consideriamo il totale delle risorse impiegate dall'Onu (circa 190.000 individui, tra dipendenti e personale impegnato nelle missioni), tale rapporto schizza a 172 ogni 100.000, quasi il triplo della media Ue.
Ma la fredda realtà dei numeri non rende appieno l'idea del fenomeno. D'altronde, dietro a ognuna di queste vicende si cela il dramma umano di chi si è trovato costretto a subire violenze e abusi. Si va dalle donne stuprate di Haiti a quelle della Somalia, passando per la Repubblica Centrafricana e il Congo. Poi, ovviamente, ci sono le violenze nei confronti dei minori. Un vero e proprio elefante nella stanza del segretario generale di turno, il quale puntualmente si dimostra incapace di risolvere il problema. Le sciagure di questi «bambini interrotti» sono state descritte a più riprese dal giornalismo investigativo. Nel 2017, Associated press ha raccontato con dovizia di particolari il calvario di alcune piccole vittime di Haiti. Ognuna di esse viene identificata con un codice la cui prima lettera, «V», sta per «vittima». Dai 12 ai 15 anni, per esempio, V01 è stata costretta a fare sesso con 50 peacekeeper, compreso un comandante che le ha dato 75 centesimi di dollaro, poco più di 60 centesimi di euro. Un ragazzo, V08, ha subito violenza da parte di 20 uomini. Nove bambine, racconta l'Ap citando un rapporto interno, sono finite in un giro di prostituzione gestito da 134 peacekeeper dello Sri Lanka. Di questi, 114 sono stati rimandati a casa, e nessuno è stato arrestato. Già, perché uno dei risvolti più oscuri riguarda proprio la difficoltà di rendere giustizia alle vittime. Spesso e volentieri i colpevoli degli abusi rimangono impuniti, e quasi tutti i casi si concludono con il rimpatrio del responsabile delle violenze. Nonostante lo scorso febbraio, nella relazione annuale all'Assemblea sulle misure speciali contro lo sfruttamento sessuale e gli abusi, Guterres abbia promesso di «mettere in ordine» la «casa» delle Nazioni unite, la situazione rimane grave.
Chissà se nell'ormai lontano 1954 lo svedese Dag Hammarskjöld - terzo segretario dell'Onu in ordine cronologico e futuro premio Nobel per la pace - nell'affermare che «le Nazioni unite non sono state create per condurci in Paradiso, ma per salvarci dall'inferno» poteva immaginare che la stessa organizzazione da lui guidata per due mandati (dal 1953 al 1961) avrebbe contribuito alla costruzione di quello stesso inferno dal quale giurava di voler sottrarre il mondo.
«Non funziona, è bloccato dai veti e non fa rispettare i diritti umani»
Scandali, casse vuote, paralisi politica. Non sono pochi i problemi che affliggono l'Onu, e che alimentano da almeno un ventennio le aspre polemiche dei detrattori sul ruolo che l'organizzazione debba assumere a livello internazionale. La Verità ha voluto parlarne con il dottor Luigi Crema, ricercatore e docente presso il Dipartimento di diritto pubblico e sovranazionale dell'Università Statale di Milano.
Domanda secca: l'Onu serve ancora a qualcosa?
«Sono dell'idea che funzioni male, che sia da riformare - se ne parla da decenni! - ma è anche l'unico strumento in nostro possesso. Non costa poco, ma sarebbe sbagliato pensare di poterne fare a meno. Invece di criticarlo e basta, occorre provare a fare il possibile col materiale che abbiamo».
Ma allora perché la sua efficacia stenta a decollare?
«Partiamo dal fatto che negli ultimi 25 anni gli aspetti più importanti della cooperazione internazionale si sono svolti altrove, in particolare intorno all'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che per l'appunto è un'organizzazione esterna all'Onu. Qua, a partire dal 1994, subito dopo il crollo del muro di Berlino, si è costituito l'ordine della pax americana. Stiamo parlando dello stesso periodo in cui l'Onu non ha dato grandi prove di efficienza nell'affrontare i conflitti inter-etnici negli anni Novanta: le guerre in Bosnia e nei Balcani, in Somalia, il conflitto in Ruanda. Molti Stati coinvolti nelle missioni di allora hanno iniziato a chiedersi: “Perché dobbiamo spendere tanti soldi per le forze di pace, e poi prendere mazzate?". Questo ragionamento fu evidente ai tempi della tragedia ruandese, quando gli Usa erano ancora scottati dalle operazioni in Somalia».
Quali sono allora i nodi da sciogliere?
«Principalmente due. Prima di tutto un grosso problema di governance. L'Onu è l'unico tavolo politico che abbiamo a livello mondiale, ma il Consiglio di sicurezza nelle grandi crisi contemporanee, come quelle in Yemen, Siria, Libia e Ucraina, non sta funzionando. È sempre paralizzato dal diritto di veto di questo o quello Stato. Per questo motivo, la tentazione è quella dell'uso unilaterale della forza».
Si tratterebbe di un ritorno al passato.
«Purtroppo sì. Finché c'erano i due blocchi, il Consiglio di sicurezza funzionava da “camera di compensazione", ma oggi non funziona più così, e la tendenza chiara è di gestire le crisi o in modo unilaterale, o a livello regionale, con dei gruppi di contatto ad hoc, dove le Nazioni Unite e il Consiglio non svolgono praticamente alcun ruolo».
Come si esce da questa impasse?
«Riformando il Consiglio di sicurezza, ma è una strada difficile, perché le riforme richiedono che tutti si siedano insieme e decidano all'unanimità, cosa pressoché impossibile. C'è però una via di mezzo tra la paralisi e l'interventismo unilaterale stile George Bush».
Quale?
«C'è una tendenza nuova, che è quella di portare le problematiche sui conflitti davanti all'Assemblea generale, e non al Consiglio. Quest'organo non può approvare risoluzioni vincolanti come il Consiglio, ma quanto meno ha il potere di far capire come la pensa la maggioranza degli Stati membri. Così, a fronte della paralisi del Consiglio, l'azione di un singolo Paese potrebbe essere considerata giustificabile nei casi in cui l'Assemblea abbia approvato una risoluzione con ampia maggioranza».
E il secondo problema?
«Riguarda la difficoltà di affrontare il problema dei diritti umani. Si tende a parlarne troppo con gli Stati che già li rispettano, e non parlarne affatto con gli Stati che li snobbano».
Perché?
«Già il discorso sui diritti è difficile farlo a livello nazionale, figuriamoci planetario. Un grande successo è stato raggiunto con la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Vogliamo riformare le istituzioni che proteggono i diritti umani? Bene, allora mettiamoci in testa che il contesto è cambiato rispetto al dopoguerra, e si rischiano compromessi al ribasso».
E allora chi è che fa pressioni per una loro riforma?
«Vi è una spinta transnazionale interna e attorno all'Onu. Esiste un pool molto strutturato di organizzazioni non governative che lavorano a stretto contatto con le varie agenzie dell'Onu, sia a New York che a Ginevra, ed esercitano una forte azione di lobbying. È un rapporto ormai molto articolato, anche difficile da inquadrare e governare, perché di mezzo ci sono i privati (le Ong appunto, ma non solo) che non hanno gli stessi doveri di trasparenza degli enti pubblici. Diciamo che su molti temi il conflitto di interesse, o il cortocircuito se vogliamo, tra Ong, privati finanziatori, governi e Onu è dietro l'angolo».
Un crinale rischioso…
«Sì, ed evitabile. Quando si parla di riforma del Consiglio di sicurezza si tratta di un problema di governance: l'organo dell'organizzazione c'è, ma occorre riformarlo per farlo funzionare. Quando si parla di diritti umani ogni tentativo di riforma invece si scontra con una questione ideologica, ovvero la minaccia di usarle per visioni egemoniche. Bisogna stare attenti a non confondere i desideri di riforma con la volontà di imporre a tutto il mondo una visione parziale e ideologica dei diritti. E i governi di tutto il mondo, ormai, su questo tema sono molto allertati e suscettibili».
Continua a leggereRiduci
L'ultimo caso è quello di una coppia colta a fare sesso su un'auto delle Nazioni unite. Ma tutta la storia dell'ente è strapiena di violenze a danno di donne e bambini.«La cooperazione internazionale ormai si svolge al Wto e il Consiglio di sicurezza è in perenne paralisi Per questo occorre puntare sull'Assemblea, così da evitare interventi unilaterali e visioni egemoniche»Lo speciale contiene due articoliCarnefici travestiti da salvatori. Sono migliaia i dipendenti e collaboratori delle Nazioni unite che dall'inizio del millennio si sono macchiati dei peggiori crimini. Stupri, abusi, sfruttamento della prostituzione, ma anche corruzione e frodi. Ovviamente si tratta di una minoranza rispetto a chi si impegna per mantenere la pace e la stabilità delle popolazioni locali, ma le loro azioni rappresentano un'onta indelebile per tutta l'organizzazione.Una fotografia del baratro nel quale l'Onu giace ormai da tempo ci è stata consegnata da un filmato che lo scorso mese ha fatto il giro del mondo. Nel video, della durata di 18 secondi e presumibilmente girato a Tel Aviv, un uomo e una donna vengono ripresi mentre consumano un atto sessuale nel sedile posteriore di un'autovettura di servizio delle Nazioni unite. Seduti davanti, il guidatore e un altro passeggero intento a farsi gli affari propri. Non è chiaro se la donna di rosso vestita a cavalcioni sul funzionario sia anch'ella una dipendente, o molto più semplicemente una prezzolata avventrice. Fatto sta che il breve video, oltre a provocare una generalizzata indignazione, ha sollevato un polverone che è arrivato fino piani alti del Palazzo di vetro. «Siamo scioccati e profondamente turbati dal filmato», ha dichiarato Stephan Dujarric, portavoce del segretario generale Antonio Guterres, «i comportamenti ritratti sono disdicevoli e vanno contro tutti i nostri valori e il lavoro fatto per contrastare la cattiva condotta dei dipendenti dell'Onu».Secondo i dati ufficiali forniti dalla stessa agenzia, dal 2007 a oggi sono ben 931 i casi di sfruttamento e abuso a sfondo sessuale compiuti dal personale di stanza nelle missioni internazionali. Purtroppo, un terzo (307 casi corrispondenti a 317 vittime) riguarda bambini. Cifre che rappresentano appena la punta dell'iceberg, dal momento che quella delle violenze sessuali rappresenta una conta sottostimata per definizione. E il fatto che gli attori di queste malvagità il più delle volte indossino una divisa non fa che peggiorare le cose. Per ciò che concerne i reati non a sfondo sessuale (furti, minacce, abuso d'ufficio), dal 2007 al 2020 le denunce sono state 13.204, la maggior parte delle quali a carico di personale civile.Se allarghiamo il campo a tutto il personale delle Nazioni unite, ai partner coinvolti nell'attuazione dei progetti e ai militari non appartenenti all'Onu coinvolti nelle missioni, il bilancio si fa ancora più pesante. Solo nel 2019, le denunce di stupro sono state 46. Nei due terzi dei casi, la vittima era un bambino. Notevoli anche i numeri relativi alle molestie sessuali (29 denunce, di cui 18 inoltrate da minori), e quelli riguardanti la richiesta di prestazioni sessuali in cambio di qualcos'altro (cosiddetto «transational sex», 47 denunce). Complessivamente, su un totale di 328 casi, ben 103 hanno colpito i bambini. Numeri che a prima vista potrebbero sembrare risibili, ma che se rapportati al totale dei dipendenti assumono tutt'altro valore. Sebbene le statistiche sulle violenze sessuali vadano prese con le pinze, la frequenza con cui questo tipo di reati viene perpetrata da parte dei dipendenti e collaboratori dell'agenzia risulta molto più alta di quanto non avvenga, ad esempio, nell'Unione europea. Stando agli ultimi dati raccolti da Eurostat, durante il 2017 nell'Ue a 27 sono stati denunciati 291.500 crimini sessuali (la sommatoria di stupro, violenza e aggressione), pari a 65 ogni 100.000 persone. Ebbene, se consideriamo il totale delle risorse impiegate dall'Onu (circa 190.000 individui, tra dipendenti e personale impegnato nelle missioni), tale rapporto schizza a 172 ogni 100.000, quasi il triplo della media Ue. Ma la fredda realtà dei numeri non rende appieno l'idea del fenomeno. D'altronde, dietro a ognuna di queste vicende si cela il dramma umano di chi si è trovato costretto a subire violenze e abusi. Si va dalle donne stuprate di Haiti a quelle della Somalia, passando per la Repubblica Centrafricana e il Congo. Poi, ovviamente, ci sono le violenze nei confronti dei minori. Un vero e proprio elefante nella stanza del segretario generale di turno, il quale puntualmente si dimostra incapace di risolvere il problema. Le sciagure di questi «bambini interrotti» sono state descritte a più riprese dal giornalismo investigativo. Nel 2017, Associated press ha raccontato con dovizia di particolari il calvario di alcune piccole vittime di Haiti. Ognuna di esse viene identificata con un codice la cui prima lettera, «V», sta per «vittima». Dai 12 ai 15 anni, per esempio, V01 è stata costretta a fare sesso con 50 peacekeeper, compreso un comandante che le ha dato 75 centesimi di dollaro, poco più di 60 centesimi di euro. Un ragazzo, V08, ha subito violenza da parte di 20 uomini. Nove bambine, racconta l'Ap citando un rapporto interno, sono finite in un giro di prostituzione gestito da 134 peacekeeper dello Sri Lanka. Di questi, 114 sono stati rimandati a casa, e nessuno è stato arrestato. Già, perché uno dei risvolti più oscuri riguarda proprio la difficoltà di rendere giustizia alle vittime. Spesso e volentieri i colpevoli degli abusi rimangono impuniti, e quasi tutti i casi si concludono con il rimpatrio del responsabile delle violenze. Nonostante lo scorso febbraio, nella relazione annuale all'Assemblea sulle misure speciali contro lo sfruttamento sessuale e gli abusi, Guterres abbia promesso di «mettere in ordine» la «casa» delle Nazioni unite, la situazione rimane grave.Chissà se nell'ormai lontano 1954 lo svedese Dag Hammarskjöld - terzo segretario dell'Onu in ordine cronologico e futuro premio Nobel per la pace - nell'affermare che «le Nazioni unite non sono state create per condurci in Paradiso, ma per salvarci dall'inferno» poteva immaginare che la stessa organizzazione da lui guidata per due mandati (dal 1953 al 1961) avrebbe contribuito alla costruzione di quello stesso inferno dal quale giurava di voler sottrarre il mondo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caschi-blu-o-luci-rosse-viaggio-dentro-lonu-scandali-e-abusi-impuniti-dellagenzia-del-bene-2646394719.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-funziona-e-bloccato-dai-veti-e-non-fa-rispettare-i-diritti-umani" data-post-id="2646394719" data-published-at="1594569580" data-use-pagination="False"> «Non funziona, è bloccato dai veti e non fa rispettare i diritti umani» Scandali, casse vuote, paralisi politica. Non sono pochi i problemi che affliggono l'Onu, e che alimentano da almeno un ventennio le aspre polemiche dei detrattori sul ruolo che l'organizzazione debba assumere a livello internazionale. La Verità ha voluto parlarne con il dottor Luigi Crema, ricercatore e docente presso il Dipartimento di diritto pubblico e sovranazionale dell'Università Statale di Milano. Domanda secca: l'Onu serve ancora a qualcosa? «Sono dell'idea che funzioni male, che sia da riformare - se ne parla da decenni! - ma è anche l'unico strumento in nostro possesso. Non costa poco, ma sarebbe sbagliato pensare di poterne fare a meno. Invece di criticarlo e basta, occorre provare a fare il possibile col materiale che abbiamo». Ma allora perché la sua efficacia stenta a decollare? «Partiamo dal fatto che negli ultimi 25 anni gli aspetti più importanti della cooperazione internazionale si sono svolti altrove, in particolare intorno all'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che per l'appunto è un'organizzazione esterna all'Onu. Qua, a partire dal 1994, subito dopo il crollo del muro di Berlino, si è costituito l'ordine della pax americana. Stiamo parlando dello stesso periodo in cui l'Onu non ha dato grandi prove di efficienza nell'affrontare i conflitti inter-etnici negli anni Novanta: le guerre in Bosnia e nei Balcani, in Somalia, il conflitto in Ruanda. Molti Stati coinvolti nelle missioni di allora hanno iniziato a chiedersi: “Perché dobbiamo spendere tanti soldi per le forze di pace, e poi prendere mazzate?". Questo ragionamento fu evidente ai tempi della tragedia ruandese, quando gli Usa erano ancora scottati dalle operazioni in Somalia». Quali sono allora i nodi da sciogliere? «Principalmente due. Prima di tutto un grosso problema di governance. L'Onu è l'unico tavolo politico che abbiamo a livello mondiale, ma il Consiglio di sicurezza nelle grandi crisi contemporanee, come quelle in Yemen, Siria, Libia e Ucraina, non sta funzionando. È sempre paralizzato dal diritto di veto di questo o quello Stato. Per questo motivo, la tentazione è quella dell'uso unilaterale della forza». Si tratterebbe di un ritorno al passato. «Purtroppo sì. Finché c'erano i due blocchi, il Consiglio di sicurezza funzionava da “camera di compensazione", ma oggi non funziona più così, e la tendenza chiara è di gestire le crisi o in modo unilaterale, o a livello regionale, con dei gruppi di contatto ad hoc, dove le Nazioni Unite e il Consiglio non svolgono praticamente alcun ruolo». Come si esce da questa impasse? «Riformando il Consiglio di sicurezza, ma è una strada difficile, perché le riforme richiedono che tutti si siedano insieme e decidano all'unanimità, cosa pressoché impossibile. C'è però una via di mezzo tra la paralisi e l'interventismo unilaterale stile George Bush». Quale? «C'è una tendenza nuova, che è quella di portare le problematiche sui conflitti davanti all'Assemblea generale, e non al Consiglio. Quest'organo non può approvare risoluzioni vincolanti come il Consiglio, ma quanto meno ha il potere di far capire come la pensa la maggioranza degli Stati membri. Così, a fronte della paralisi del Consiglio, l'azione di un singolo Paese potrebbe essere considerata giustificabile nei casi in cui l'Assemblea abbia approvato una risoluzione con ampia maggioranza». E il secondo problema? «Riguarda la difficoltà di affrontare il problema dei diritti umani. Si tende a parlarne troppo con gli Stati che già li rispettano, e non parlarne affatto con gli Stati che li snobbano». Perché? «Già il discorso sui diritti è difficile farlo a livello nazionale, figuriamoci planetario. Un grande successo è stato raggiunto con la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Vogliamo riformare le istituzioni che proteggono i diritti umani? Bene, allora mettiamoci in testa che il contesto è cambiato rispetto al dopoguerra, e si rischiano compromessi al ribasso». E allora chi è che fa pressioni per una loro riforma? «Vi è una spinta transnazionale interna e attorno all'Onu. Esiste un pool molto strutturato di organizzazioni non governative che lavorano a stretto contatto con le varie agenzie dell'Onu, sia a New York che a Ginevra, ed esercitano una forte azione di lobbying. È un rapporto ormai molto articolato, anche difficile da inquadrare e governare, perché di mezzo ci sono i privati (le Ong appunto, ma non solo) che non hanno gli stessi doveri di trasparenza degli enti pubblici. Diciamo che su molti temi il conflitto di interesse, o il cortocircuito se vogliamo, tra Ong, privati finanziatori, governi e Onu è dietro l'angolo». Un crinale rischioso… «Sì, ed evitabile. Quando si parla di riforma del Consiglio di sicurezza si tratta di un problema di governance: l'organo dell'organizzazione c'è, ma occorre riformarlo per farlo funzionare. Quando si parla di diritti umani ogni tentativo di riforma invece si scontra con una questione ideologica, ovvero la minaccia di usarle per visioni egemoniche. Bisogna stare attenti a non confondere i desideri di riforma con la volontà di imporre a tutto il mondo una visione parziale e ideologica dei diritti. E i governi di tutto il mondo, ormai, su questo tema sono molto allertati e suscettibili».
Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
Continua a leggereRiduci
Maurizio Belpietro analizza l'operato di Giuseppe Conte durante l'emergenza sanitaria e la sua incredibile ascesa politica. Tra le anomalie della gestione Covid, i contratti milionari distribuiti senza motivazione e il silenzio dei grandi media, emerge un quadro preoccupante e di fronte alle richieste di trasparenza richieste dalla Commissione Covid, l’ex Premier risponde con una pioggia di querele per diffamazione.