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2020-07-13
Caschi blu o luci rosse? Viaggio dentro l’Onu. Scandali e abusi (impuniti) dell’agenzia del bene
Ansa
Carnefici travestiti da salvatori. Sono migliaia i dipendenti e collaboratori delle Nazioni unite che dall'inizio del millennio si sono macchiati dei peggiori crimini. Stupri, abusi, sfruttamento della prostituzione, ma anche corruzione e frodi. Ovviamente si tratta di una minoranza rispetto a chi si impegna per mantenere la pace e la stabilità delle popolazioni locali, ma le loro azioni rappresentano un'onta indelebile per tutta l'organizzazione.
Una fotografia del baratro nel quale l'Onu giace ormai da tempo ci è stata consegnata da un filmato che lo scorso mese ha fatto il giro del mondo. Nel video, della durata di 18 secondi e presumibilmente girato a Tel Aviv, un uomo e una donna vengono ripresi mentre consumano un atto sessuale nel sedile posteriore di un'autovettura di servizio delle Nazioni unite. Seduti davanti, il guidatore e un altro passeggero intento a farsi gli affari propri. Non è chiaro se la donna di rosso vestita a cavalcioni sul funzionario sia anch'ella una dipendente, o molto più semplicemente una prezzolata avventrice. Fatto sta che il breve video, oltre a provocare una generalizzata indignazione, ha sollevato un polverone che è arrivato fino piani alti del Palazzo di vetro. «Siamo scioccati e profondamente turbati dal filmato», ha dichiarato Stephan Dujarric, portavoce del segretario generale Antonio Guterres, «i comportamenti ritratti sono disdicevoli e vanno contro tutti i nostri valori e il lavoro fatto per contrastare la cattiva condotta dei dipendenti dell'Onu».
Secondo i dati ufficiali forniti dalla stessa agenzia, dal 2007 a oggi sono ben 931 i casi di sfruttamento e abuso a sfondo sessuale compiuti dal personale di stanza nelle missioni internazionali. Purtroppo, un terzo (307 casi corrispondenti a 317 vittime) riguarda bambini. Cifre che rappresentano appena la punta dell'iceberg, dal momento che quella delle violenze sessuali rappresenta una conta sottostimata per definizione. E il fatto che gli attori di queste malvagità il più delle volte indossino una divisa non fa che peggiorare le cose. Per ciò che concerne i reati non a sfondo sessuale (furti, minacce, abuso d'ufficio), dal 2007 al 2020 le denunce sono state 13.204, la maggior parte delle quali a carico di personale civile.
Se allarghiamo il campo a tutto il personale delle Nazioni unite, ai partner coinvolti nell'attuazione dei progetti e ai militari non appartenenti all'Onu coinvolti nelle missioni, il bilancio si fa ancora più pesante. Solo nel 2019, le denunce di stupro sono state 46. Nei due terzi dei casi, la vittima era un bambino. Notevoli anche i numeri relativi alle molestie sessuali (29 denunce, di cui 18 inoltrate da minori), e quelli riguardanti la richiesta di prestazioni sessuali in cambio di qualcos'altro (cosiddetto «transational sex», 47 denunce). Complessivamente, su un totale di 328 casi, ben 103 hanno colpito i bambini. Numeri che a prima vista potrebbero sembrare risibili, ma che se rapportati al totale dei dipendenti assumono tutt'altro valore. Sebbene le statistiche sulle violenze sessuali vadano prese con le pinze, la frequenza con cui questo tipo di reati viene perpetrata da parte dei dipendenti e collaboratori dell'agenzia risulta molto più alta di quanto non avvenga, ad esempio, nell'Unione europea. Stando agli ultimi dati raccolti da Eurostat, durante il 2017 nell'Ue a 27 sono stati denunciati 291.500 crimini sessuali (la sommatoria di stupro, violenza e aggressione), pari a 65 ogni 100.000 persone. Ebbene, se consideriamo il totale delle risorse impiegate dall'Onu (circa 190.000 individui, tra dipendenti e personale impegnato nelle missioni), tale rapporto schizza a 172 ogni 100.000, quasi il triplo della media Ue.
Ma la fredda realtà dei numeri non rende appieno l'idea del fenomeno. D'altronde, dietro a ognuna di queste vicende si cela il dramma umano di chi si è trovato costretto a subire violenze e abusi. Si va dalle donne stuprate di Haiti a quelle della Somalia, passando per la Repubblica Centrafricana e il Congo. Poi, ovviamente, ci sono le violenze nei confronti dei minori. Un vero e proprio elefante nella stanza del segretario generale di turno, il quale puntualmente si dimostra incapace di risolvere il problema. Le sciagure di questi «bambini interrotti» sono state descritte a più riprese dal giornalismo investigativo. Nel 2017, Associated press ha raccontato con dovizia di particolari il calvario di alcune piccole vittime di Haiti. Ognuna di esse viene identificata con un codice la cui prima lettera, «V», sta per «vittima». Dai 12 ai 15 anni, per esempio, V01 è stata costretta a fare sesso con 50 peacekeeper, compreso un comandante che le ha dato 75 centesimi di dollaro, poco più di 60 centesimi di euro. Un ragazzo, V08, ha subito violenza da parte di 20 uomini. Nove bambine, racconta l'Ap citando un rapporto interno, sono finite in un giro di prostituzione gestito da 134 peacekeeper dello Sri Lanka. Di questi, 114 sono stati rimandati a casa, e nessuno è stato arrestato. Già, perché uno dei risvolti più oscuri riguarda proprio la difficoltà di rendere giustizia alle vittime. Spesso e volentieri i colpevoli degli abusi rimangono impuniti, e quasi tutti i casi si concludono con il rimpatrio del responsabile delle violenze. Nonostante lo scorso febbraio, nella relazione annuale all'Assemblea sulle misure speciali contro lo sfruttamento sessuale e gli abusi, Guterres abbia promesso di «mettere in ordine» la «casa» delle Nazioni unite, la situazione rimane grave.
Chissà se nell'ormai lontano 1954 lo svedese Dag Hammarskjöld - terzo segretario dell'Onu in ordine cronologico e futuro premio Nobel per la pace - nell'affermare che «le Nazioni unite non sono state create per condurci in Paradiso, ma per salvarci dall'inferno» poteva immaginare che la stessa organizzazione da lui guidata per due mandati (dal 1953 al 1961) avrebbe contribuito alla costruzione di quello stesso inferno dal quale giurava di voler sottrarre il mondo.
«Non funziona, è bloccato dai veti e non fa rispettare i diritti umani»
Scandali, casse vuote, paralisi politica. Non sono pochi i problemi che affliggono l'Onu, e che alimentano da almeno un ventennio le aspre polemiche dei detrattori sul ruolo che l'organizzazione debba assumere a livello internazionale. La Verità ha voluto parlarne con il dottor Luigi Crema, ricercatore e docente presso il Dipartimento di diritto pubblico e sovranazionale dell'Università Statale di Milano.
Domanda secca: l'Onu serve ancora a qualcosa?
«Sono dell'idea che funzioni male, che sia da riformare - se ne parla da decenni! - ma è anche l'unico strumento in nostro possesso. Non costa poco, ma sarebbe sbagliato pensare di poterne fare a meno. Invece di criticarlo e basta, occorre provare a fare il possibile col materiale che abbiamo».
Ma allora perché la sua efficacia stenta a decollare?
«Partiamo dal fatto che negli ultimi 25 anni gli aspetti più importanti della cooperazione internazionale si sono svolti altrove, in particolare intorno all'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che per l'appunto è un'organizzazione esterna all'Onu. Qua, a partire dal 1994, subito dopo il crollo del muro di Berlino, si è costituito l'ordine della pax americana. Stiamo parlando dello stesso periodo in cui l'Onu non ha dato grandi prove di efficienza nell'affrontare i conflitti inter-etnici negli anni Novanta: le guerre in Bosnia e nei Balcani, in Somalia, il conflitto in Ruanda. Molti Stati coinvolti nelle missioni di allora hanno iniziato a chiedersi: “Perché dobbiamo spendere tanti soldi per le forze di pace, e poi prendere mazzate?". Questo ragionamento fu evidente ai tempi della tragedia ruandese, quando gli Usa erano ancora scottati dalle operazioni in Somalia».
Quali sono allora i nodi da sciogliere?
«Principalmente due. Prima di tutto un grosso problema di governance. L'Onu è l'unico tavolo politico che abbiamo a livello mondiale, ma il Consiglio di sicurezza nelle grandi crisi contemporanee, come quelle in Yemen, Siria, Libia e Ucraina, non sta funzionando. È sempre paralizzato dal diritto di veto di questo o quello Stato. Per questo motivo, la tentazione è quella dell'uso unilaterale della forza».
Si tratterebbe di un ritorno al passato.
«Purtroppo sì. Finché c'erano i due blocchi, il Consiglio di sicurezza funzionava da “camera di compensazione", ma oggi non funziona più così, e la tendenza chiara è di gestire le crisi o in modo unilaterale, o a livello regionale, con dei gruppi di contatto ad hoc, dove le Nazioni Unite e il Consiglio non svolgono praticamente alcun ruolo».
Come si esce da questa impasse?
«Riformando il Consiglio di sicurezza, ma è una strada difficile, perché le riforme richiedono che tutti si siedano insieme e decidano all'unanimità, cosa pressoché impossibile. C'è però una via di mezzo tra la paralisi e l'interventismo unilaterale stile George Bush».
Quale?
«C'è una tendenza nuova, che è quella di portare le problematiche sui conflitti davanti all'Assemblea generale, e non al Consiglio. Quest'organo non può approvare risoluzioni vincolanti come il Consiglio, ma quanto meno ha il potere di far capire come la pensa la maggioranza degli Stati membri. Così, a fronte della paralisi del Consiglio, l'azione di un singolo Paese potrebbe essere considerata giustificabile nei casi in cui l'Assemblea abbia approvato una risoluzione con ampia maggioranza».
E il secondo problema?
«Riguarda la difficoltà di affrontare il problema dei diritti umani. Si tende a parlarne troppo con gli Stati che già li rispettano, e non parlarne affatto con gli Stati che li snobbano».
Perché?
«Già il discorso sui diritti è difficile farlo a livello nazionale, figuriamoci planetario. Un grande successo è stato raggiunto con la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Vogliamo riformare le istituzioni che proteggono i diritti umani? Bene, allora mettiamoci in testa che il contesto è cambiato rispetto al dopoguerra, e si rischiano compromessi al ribasso».
E allora chi è che fa pressioni per una loro riforma?
«Vi è una spinta transnazionale interna e attorno all'Onu. Esiste un pool molto strutturato di organizzazioni non governative che lavorano a stretto contatto con le varie agenzie dell'Onu, sia a New York che a Ginevra, ed esercitano una forte azione di lobbying. È un rapporto ormai molto articolato, anche difficile da inquadrare e governare, perché di mezzo ci sono i privati (le Ong appunto, ma non solo) che non hanno gli stessi doveri di trasparenza degli enti pubblici. Diciamo che su molti temi il conflitto di interesse, o il cortocircuito se vogliamo, tra Ong, privati finanziatori, governi e Onu è dietro l'angolo».
Un crinale rischioso…
«Sì, ed evitabile. Quando si parla di riforma del Consiglio di sicurezza si tratta di un problema di governance: l'organo dell'organizzazione c'è, ma occorre riformarlo per farlo funzionare. Quando si parla di diritti umani ogni tentativo di riforma invece si scontra con una questione ideologica, ovvero la minaccia di usarle per visioni egemoniche. Bisogna stare attenti a non confondere i desideri di riforma con la volontà di imporre a tutto il mondo una visione parziale e ideologica dei diritti. E i governi di tutto il mondo, ormai, su questo tema sono molto allertati e suscettibili».
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L'ultimo caso è quello di una coppia colta a fare sesso su un'auto delle Nazioni unite. Ma tutta la storia dell'ente è strapiena di violenze a danno di donne e bambini.«La cooperazione internazionale ormai si svolge al Wto e il Consiglio di sicurezza è in perenne paralisi Per questo occorre puntare sull'Assemblea, così da evitare interventi unilaterali e visioni egemoniche»Lo speciale contiene due articoliCarnefici travestiti da salvatori. Sono migliaia i dipendenti e collaboratori delle Nazioni unite che dall'inizio del millennio si sono macchiati dei peggiori crimini. Stupri, abusi, sfruttamento della prostituzione, ma anche corruzione e frodi. Ovviamente si tratta di una minoranza rispetto a chi si impegna per mantenere la pace e la stabilità delle popolazioni locali, ma le loro azioni rappresentano un'onta indelebile per tutta l'organizzazione.Una fotografia del baratro nel quale l'Onu giace ormai da tempo ci è stata consegnata da un filmato che lo scorso mese ha fatto il giro del mondo. Nel video, della durata di 18 secondi e presumibilmente girato a Tel Aviv, un uomo e una donna vengono ripresi mentre consumano un atto sessuale nel sedile posteriore di un'autovettura di servizio delle Nazioni unite. Seduti davanti, il guidatore e un altro passeggero intento a farsi gli affari propri. Non è chiaro se la donna di rosso vestita a cavalcioni sul funzionario sia anch'ella una dipendente, o molto più semplicemente una prezzolata avventrice. Fatto sta che il breve video, oltre a provocare una generalizzata indignazione, ha sollevato un polverone che è arrivato fino piani alti del Palazzo di vetro. «Siamo scioccati e profondamente turbati dal filmato», ha dichiarato Stephan Dujarric, portavoce del segretario generale Antonio Guterres, «i comportamenti ritratti sono disdicevoli e vanno contro tutti i nostri valori e il lavoro fatto per contrastare la cattiva condotta dei dipendenti dell'Onu».Secondo i dati ufficiali forniti dalla stessa agenzia, dal 2007 a oggi sono ben 931 i casi di sfruttamento e abuso a sfondo sessuale compiuti dal personale di stanza nelle missioni internazionali. Purtroppo, un terzo (307 casi corrispondenti a 317 vittime) riguarda bambini. Cifre che rappresentano appena la punta dell'iceberg, dal momento che quella delle violenze sessuali rappresenta una conta sottostimata per definizione. E il fatto che gli attori di queste malvagità il più delle volte indossino una divisa non fa che peggiorare le cose. Per ciò che concerne i reati non a sfondo sessuale (furti, minacce, abuso d'ufficio), dal 2007 al 2020 le denunce sono state 13.204, la maggior parte delle quali a carico di personale civile.Se allarghiamo il campo a tutto il personale delle Nazioni unite, ai partner coinvolti nell'attuazione dei progetti e ai militari non appartenenti all'Onu coinvolti nelle missioni, il bilancio si fa ancora più pesante. Solo nel 2019, le denunce di stupro sono state 46. Nei due terzi dei casi, la vittima era un bambino. Notevoli anche i numeri relativi alle molestie sessuali (29 denunce, di cui 18 inoltrate da minori), e quelli riguardanti la richiesta di prestazioni sessuali in cambio di qualcos'altro (cosiddetto «transational sex», 47 denunce). Complessivamente, su un totale di 328 casi, ben 103 hanno colpito i bambini. Numeri che a prima vista potrebbero sembrare risibili, ma che se rapportati al totale dei dipendenti assumono tutt'altro valore. Sebbene le statistiche sulle violenze sessuali vadano prese con le pinze, la frequenza con cui questo tipo di reati viene perpetrata da parte dei dipendenti e collaboratori dell'agenzia risulta molto più alta di quanto non avvenga, ad esempio, nell'Unione europea. Stando agli ultimi dati raccolti da Eurostat, durante il 2017 nell'Ue a 27 sono stati denunciati 291.500 crimini sessuali (la sommatoria di stupro, violenza e aggressione), pari a 65 ogni 100.000 persone. Ebbene, se consideriamo il totale delle risorse impiegate dall'Onu (circa 190.000 individui, tra dipendenti e personale impegnato nelle missioni), tale rapporto schizza a 172 ogni 100.000, quasi il triplo della media Ue. Ma la fredda realtà dei numeri non rende appieno l'idea del fenomeno. D'altronde, dietro a ognuna di queste vicende si cela il dramma umano di chi si è trovato costretto a subire violenze e abusi. Si va dalle donne stuprate di Haiti a quelle della Somalia, passando per la Repubblica Centrafricana e il Congo. Poi, ovviamente, ci sono le violenze nei confronti dei minori. Un vero e proprio elefante nella stanza del segretario generale di turno, il quale puntualmente si dimostra incapace di risolvere il problema. Le sciagure di questi «bambini interrotti» sono state descritte a più riprese dal giornalismo investigativo. Nel 2017, Associated press ha raccontato con dovizia di particolari il calvario di alcune piccole vittime di Haiti. Ognuna di esse viene identificata con un codice la cui prima lettera, «V», sta per «vittima». Dai 12 ai 15 anni, per esempio, V01 è stata costretta a fare sesso con 50 peacekeeper, compreso un comandante che le ha dato 75 centesimi di dollaro, poco più di 60 centesimi di euro. Un ragazzo, V08, ha subito violenza da parte di 20 uomini. Nove bambine, racconta l'Ap citando un rapporto interno, sono finite in un giro di prostituzione gestito da 134 peacekeeper dello Sri Lanka. Di questi, 114 sono stati rimandati a casa, e nessuno è stato arrestato. Già, perché uno dei risvolti più oscuri riguarda proprio la difficoltà di rendere giustizia alle vittime. Spesso e volentieri i colpevoli degli abusi rimangono impuniti, e quasi tutti i casi si concludono con il rimpatrio del responsabile delle violenze. Nonostante lo scorso febbraio, nella relazione annuale all'Assemblea sulle misure speciali contro lo sfruttamento sessuale e gli abusi, Guterres abbia promesso di «mettere in ordine» la «casa» delle Nazioni unite, la situazione rimane grave.Chissà se nell'ormai lontano 1954 lo svedese Dag Hammarskjöld - terzo segretario dell'Onu in ordine cronologico e futuro premio Nobel per la pace - nell'affermare che «le Nazioni unite non sono state create per condurci in Paradiso, ma per salvarci dall'inferno» poteva immaginare che la stessa organizzazione da lui guidata per due mandati (dal 1953 al 1961) avrebbe contribuito alla costruzione di quello stesso inferno dal quale giurava di voler sottrarre il mondo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caschi-blu-o-luci-rosse-viaggio-dentro-lonu-scandali-e-abusi-impuniti-dellagenzia-del-bene-2646394719.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-funziona-e-bloccato-dai-veti-e-non-fa-rispettare-i-diritti-umani" data-post-id="2646394719" data-published-at="1594569580" data-use-pagination="False"> «Non funziona, è bloccato dai veti e non fa rispettare i diritti umani» Scandali, casse vuote, paralisi politica. Non sono pochi i problemi che affliggono l'Onu, e che alimentano da almeno un ventennio le aspre polemiche dei detrattori sul ruolo che l'organizzazione debba assumere a livello internazionale. La Verità ha voluto parlarne con il dottor Luigi Crema, ricercatore e docente presso il Dipartimento di diritto pubblico e sovranazionale dell'Università Statale di Milano. Domanda secca: l'Onu serve ancora a qualcosa? «Sono dell'idea che funzioni male, che sia da riformare - se ne parla da decenni! - ma è anche l'unico strumento in nostro possesso. Non costa poco, ma sarebbe sbagliato pensare di poterne fare a meno. Invece di criticarlo e basta, occorre provare a fare il possibile col materiale che abbiamo». Ma allora perché la sua efficacia stenta a decollare? «Partiamo dal fatto che negli ultimi 25 anni gli aspetti più importanti della cooperazione internazionale si sono svolti altrove, in particolare intorno all'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che per l'appunto è un'organizzazione esterna all'Onu. Qua, a partire dal 1994, subito dopo il crollo del muro di Berlino, si è costituito l'ordine della pax americana. Stiamo parlando dello stesso periodo in cui l'Onu non ha dato grandi prove di efficienza nell'affrontare i conflitti inter-etnici negli anni Novanta: le guerre in Bosnia e nei Balcani, in Somalia, il conflitto in Ruanda. Molti Stati coinvolti nelle missioni di allora hanno iniziato a chiedersi: “Perché dobbiamo spendere tanti soldi per le forze di pace, e poi prendere mazzate?". Questo ragionamento fu evidente ai tempi della tragedia ruandese, quando gli Usa erano ancora scottati dalle operazioni in Somalia». Quali sono allora i nodi da sciogliere? «Principalmente due. Prima di tutto un grosso problema di governance. L'Onu è l'unico tavolo politico che abbiamo a livello mondiale, ma il Consiglio di sicurezza nelle grandi crisi contemporanee, come quelle in Yemen, Siria, Libia e Ucraina, non sta funzionando. È sempre paralizzato dal diritto di veto di questo o quello Stato. Per questo motivo, la tentazione è quella dell'uso unilaterale della forza». Si tratterebbe di un ritorno al passato. «Purtroppo sì. Finché c'erano i due blocchi, il Consiglio di sicurezza funzionava da “camera di compensazione", ma oggi non funziona più così, e la tendenza chiara è di gestire le crisi o in modo unilaterale, o a livello regionale, con dei gruppi di contatto ad hoc, dove le Nazioni Unite e il Consiglio non svolgono praticamente alcun ruolo». Come si esce da questa impasse? «Riformando il Consiglio di sicurezza, ma è una strada difficile, perché le riforme richiedono che tutti si siedano insieme e decidano all'unanimità, cosa pressoché impossibile. C'è però una via di mezzo tra la paralisi e l'interventismo unilaterale stile George Bush». Quale? «C'è una tendenza nuova, che è quella di portare le problematiche sui conflitti davanti all'Assemblea generale, e non al Consiglio. Quest'organo non può approvare risoluzioni vincolanti come il Consiglio, ma quanto meno ha il potere di far capire come la pensa la maggioranza degli Stati membri. Così, a fronte della paralisi del Consiglio, l'azione di un singolo Paese potrebbe essere considerata giustificabile nei casi in cui l'Assemblea abbia approvato una risoluzione con ampia maggioranza». E il secondo problema? «Riguarda la difficoltà di affrontare il problema dei diritti umani. Si tende a parlarne troppo con gli Stati che già li rispettano, e non parlarne affatto con gli Stati che li snobbano». Perché? «Già il discorso sui diritti è difficile farlo a livello nazionale, figuriamoci planetario. Un grande successo è stato raggiunto con la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Vogliamo riformare le istituzioni che proteggono i diritti umani? Bene, allora mettiamoci in testa che il contesto è cambiato rispetto al dopoguerra, e si rischiano compromessi al ribasso». E allora chi è che fa pressioni per una loro riforma? «Vi è una spinta transnazionale interna e attorno all'Onu. Esiste un pool molto strutturato di organizzazioni non governative che lavorano a stretto contatto con le varie agenzie dell'Onu, sia a New York che a Ginevra, ed esercitano una forte azione di lobbying. È un rapporto ormai molto articolato, anche difficile da inquadrare e governare, perché di mezzo ci sono i privati (le Ong appunto, ma non solo) che non hanno gli stessi doveri di trasparenza degli enti pubblici. Diciamo che su molti temi il conflitto di interesse, o il cortocircuito se vogliamo, tra Ong, privati finanziatori, governi e Onu è dietro l'angolo». Un crinale rischioso… «Sì, ed evitabile. Quando si parla di riforma del Consiglio di sicurezza si tratta di un problema di governance: l'organo dell'organizzazione c'è, ma occorre riformarlo per farlo funzionare. Quando si parla di diritti umani ogni tentativo di riforma invece si scontra con una questione ideologica, ovvero la minaccia di usarle per visioni egemoniche. Bisogna stare attenti a non confondere i desideri di riforma con la volontà di imporre a tutto il mondo una visione parziale e ideologica dei diritti. E i governi di tutto il mondo, ormai, su questo tema sono molto allertati e suscettibili».
Il motore è un modello di ricavi sempre più orientato ai servizi: «La crescita facile basata sulla forbice degli interessi sta inevitabilmente assottigliandosi, con il margine di interesse aggregato in calo del 5,6% nei primi nove mesi del 2025», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il settore ha saputo, però, compensare questa dinamica spingendo sul secondo pilastro dei ricavi, le commissioni nette, che sono cresciute del 5,9% nello stesso periodo, grazie soprattutto alla focalizzazione su gestione patrimoniale e bancassurance».
La crescita delle commissioni riflette un’evoluzione strutturale: le banche agiscono sempre più come collocatori di prodotti finanziari e assicurativi. «Questo modello, se da un lato genera profitti elevati e stabili per gli istituti con minori vincoli di capitale e minor rischio di credito rispetto ai prestiti, dall’altro espone una criticità strutturale per i risparmiatori», dice Gaziano. «L’Italia è, infatti, il mercato in Europa in cui il risparmio gestito è il più caro», ricorda. Ne deriva una redditività meno dipendente dal credito, ma con un tema di costo per i clienti. La «corsa turbo» agli utili ha riacceso il dibattito sugli extra-profitti. In Italia, la legge di bilancio chiede un contributo al settore con formule che evitano una nuova tassa esplicita.
«È un dato di fatto che il governo italiano stia cercando una soluzione morbida per incassare liquidità da un settore in forte attivo, mentre in altri Paesi europei si discute apertamente di tassare questi extra-profitti in modo più deciso», dice l’esperto. «Ad esempio, in Polonia il governo ha recentemente aumentato le tasse sulle banche per finanziare le spese per la Difesa. È curioso notare come, alla fine, i governi preferiscano accontentarsi di un contributo una tantum da parte delle banche, piuttosto che intervenire sulle dinamiche che generano questi profitti che ricadono direttamente sui risparmiatori».
Come spiega David Benamou, responsabile investimenti di Axiom alternative investments, «le banche italiane rimangono interessanti grazie ai solidi coefficienti patrimoniali (Cet1 medio superiore al 15%), alle generose distribuzioni agli azionisti (riacquisti di azioni proprie e dividendi che offrono rendimenti del 9-10%) e al consolidamento in corso che rafforza i gruppi leader, Unicredit e Intesa Sanpaolo. Il settore in Italia potrebbe sovraperformare il mercato azionario in generale se le valutazioni rimarranno basse. Non mancano, tuttavia, rischi come un moderato aumento dei crediti in sofferenza o gli choc geopolitici, che smorzano l’ottimismo».
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Il 29 luglio del 2024, infatti, Axel Rudakubana, cittadino britannico con genitori di origini senegalesi, entra in una scuola di danza a Southport con un coltello in mano. Inizia a colpire chiunque gli si pari davanti, principalmente bambine, che provano a difendersi come possono. Invano, però. Rudakubana vuole il sangue. Lo avrà. Sono 12 minuti che durano un’eternità e che provocheranno una carneficina. Rudakubana uccide tre bambine: Alice da Silva Aguiar, di nove anni; Bebe King, di sei ed Elsie Dot Stancombe, di sette. Altri dieci bimbi rimarranno feriti, alcuni in modo molto grave.
Nel Regno Unito cresce lo sdegno per questo ennesimo fatto di sangue che ha come protagonista un uomo di colore. Anche Michael dice la sua con un video di 12 minuti su Facebook. Viene accusato di incitamento all’odio razziale ma, quando va davanti al giudice, viene scagionato in una manciata di minuti. Non ha fatto nulla. Era frustrato, come gran parte dei britannici. Ha espresso la sua opinione. Tutto è bene quel che finisce bene, quindi. O forse no.
Due settimane dopo, infatti, il consiglio di tutela locale, che per legge è responsabile della protezione dei bambini vulnerabili, gli comunica che non è più idoneo a lavorare con i minori. Una decisione che lascia allibiti molti, visto che solitamente punizioni simili vengono riservate ai pedofili. Michael non lo è, ovviamente, ma non può comunque allenare la squadra della figlia. Di fronte a questa decisione, il veterano prova un senso di vergogna. Decide di parlare perché teme che la sua comunità lo consideri un pedofilo quando non lo è. In pochi lo ascoltano, però. Quasi nessuno. Il suo non è un caso isolato. Solamente l’anno scorso, infatti, oltre 12.000 britannici sono stati monitorati per i loro commenti in rete. A finire nel mirino sono soprattutto coloro che hanno idee di destra o che criticano l’immigrazione. Anche perché le istituzioni del Regno Unito cercano di tenere nascoste le notizie che riguardano le violenze dei richiedenti asilo. Qualche giorno fa, per esempio, una studentessa è stata violentata da due afghani, Jan Jahanzeb e Israr Niazal. I due le si avvicinano per portarla in un luogo appartato. La ragazza capisce cosa sta accadendo. Prova a fuggire ma non riesce. Accende la videocamera e registra tutto. La si sente pietosamente dire «mi stuprerai?» e gridare disperatamente aiuto. Che però non arriva. Il video è terribile, tanto che uno degli avvocati degli stupratori ha detto che, se dovesse essere pubblicato, il Regno Unito verrebbe attraversato da un’ondata di proteste. Che già ci sono. Perché l’immigrazione incontrollata sull’isola (e non solo) sta provocando enormi sofferenze alla popolazione locale. Nel Regno, certo. Ma anche da noi. Del resto è stato il questore di Milano a notare come gli stranieri compiano ormai l’80% dei reati predatori. Una vera e propria emergenza che, per motivi ideologici, si finge di non vedere.
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Una fotografia limpida e concreta di imprese, giustizia, legalità e creatività come parti di un’unica storia: quella di un Paese, il nostro, che ogni giorno prova a crescere, migliorarsi e ritrovare fiducia.
Un percorso approfondito in cui ci guida la visione del sottosegretario alle Imprese e al Made in Italy Massimo Bitonci, che ricostruisce lo stato del nostro sistema produttivo e il valore strategico del made in Italy, mettendo in evidenza il ruolo della moda e dell’artigianato come forza identitaria ed economica. Un contributo arricchito dall’esperienza diretta di Giulio Felloni, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio, e dal suo quadro autentico del rapporto tra imprese e consumatori.
Imprese in cui la creatività italiana emerge, anche attraverso parole diverse ma complementari: quelle di Sara Cavazza Facchini, creative director di Genny, che condivide con il lettore la sua filosofia del valore dell’eleganza italiana come linguaggio culturale e non solo estetico; quelle di Laura Manelli, Ceo di Pinko, che racconta la sua visione di una moda motore di innovazione, competenze e occupazione. A completare questo quadro, la giornalista Mariella Milani approfondisce il cambiamento profondo del fashion system, ponendo l’accento sul rapporto tra brand, qualità e responsabilità sociale. Il tema di responsabilità sociale viene poi ripreso e approfondito, attraverso la chiave della legalità e della trasparenza, dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Giuseppe Busia, che vede nella lotta alla corruzione la condizione imprescindibile per la competitività del Paese: norme più semplici, controlli più efficaci e un’amministrazione capace di meritarsi la fiducia di cittadini e aziende. Una prospettiva che si collega alla voce del presidente nazionale di Confartigianato Marco Granelli, che denuncia la crescente vulnerabilità digitale delle imprese italiane e l’urgenza di strumenti condivisi per contrastare truffe, attacchi informatici e forme sempre nuove di criminalità economica.
In questo contesto si introduce una puntuale analisi della riforma della giustizia ad opera del sottosegretario Andrea Ostellari, che illustra i contenuti e le ragioni del progetto di separazione delle carriere, con l’obiettivo di spiegare in modo chiaro ciò che spesso, nel dibattito pubblico, resta semplificato. Il suo intervento si intreccia con il punto di vista del presidente dell’Unione Camere Penali Italiane Francesco Petrelli, che sottolinea il valore delle garanzie e il ruolo dell’avvocatura in un sistema equilibrato; e con quello del penalista Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato «Sì Separa», che richiama l’esigenza di una magistratura indipendente da correnti e condizionamenti. Questa narrazione attenta si arricchisce con le riflessioni del penalista Raffaele Della Valle, che porta nel dibattito l’esperienza di una vita professionale segnata da casi simbolici, e con la voce dell’ex magistrato Antonio Di Pietro, che offre una prospettiva insolita e diretta sui rapporti interni alla magistratura e sul funzionamento del sistema giudiziario.
A chiudere l’approfondimento è il giornalista Fabio Amendolara, che indaga il caso Garlasco e il cosiddetto «sistema Pavia», mostrando come una vicenda giudiziaria complessa possa diventare uno specchio delle fragilità che la riforma tenta oggi di correggere. Una coralità sincera e documentata che invita a guardare l’Italia con più attenzione, con più consapevolezza, e con la certezza che il merito va riconosciuto e difeso, in quanto unica chiave concreta per rendere migliore il Paese. Comprenderlo oggi rappresenta un'opportunità in più per costruire il domani.
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