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2019-10-10
Cartelloni pro trans in città con la benedizione dell’Ue
Ansa
Quella del Tribunale di Savona è una sentenza storica, forse, ma poco sorprendente e totalmente in linea con lo spirito dei tempi. Il caso ligure riguarda un paziente che si è sottoposto a un intervento per il cambio di sesso e ne è uscito con danni irreparabili. Il giudice, nel disporre il robusto risarcimento, ha spiegato che esiste un «diritto all'identità sessuale», ovvero il «diritto della persona a di scegliere la propria identità sessuale, femminile o maschile, a prescindere dal dato biologico e di essere riconosciuta e identificata».
È ormai più che diffusa, insomma, l'idea che non solo l'identità sessuale ma pure il sesso biologico e anatomico sia manipolabile, modificabile a piacimento in base ai desideri del singolo. Sta passando il concetto che cambiare sesso sia, in fondo, assolutamente normale. Proprio la vicenda di Savona dimostra che è vero il contrario: cambiare sesso è difficile, doloroso e spesso non risolve i nodi psichici delle persone che scelgono di operarsi, anzi può peggiorarli.
Eppure il pensiero dominante prevede che la fluidità sia imposta. La figura del trans - vero emblema della nostra epoca sconfinata e priva di limiti - deve essere celebrata come si conviene. È da questa ideologia che nascono progetti come quello patrocinato dall'Unione europea e chiamato «Call It Hate». L'obiettivo dovrebbe essere quello di «sensibilizzare i Paesi sulle violenze e la discriminazione nei confronti della comunità Lgbt». Nella realtà, tutto si traduce in una clamorosa operazione di propaganda a favore del cambiamento di sesso.
Ecco i fatti. Nei giorni scorsi, l'Università di Brescia – nell'ambito del progetto europeo «Call It Hate» - ha diffuso un bando rivolto a tutte le agenzie pubblicitarie sul territorio nazionale. A vincerlo è stata Studiomeme di Bergamo. L'agenzia in questione si occuperà di realizzare «due campagne pubblicitarie a scopo sociale», una delle quali appositamente dedicata ai transgender.
Tali campagne, spiegano i pubblicitari, Le campagne «sono state progettate per essere crossmediali, distribuite sia online che offline. La creatività verrà declinata sulla cartellonistica tradizionale in tre città: Brescia, Perugia e Taranto, strategicamente scelte per la loro storia e il valore che possono esercitare nella sensibilizzazione del pubblico. Inoltre, le campagne avranno anche una declinazione digital e social, con un sito web che verrà rivelato nelle prossime settimane e due spot, uno dei quali girato con il giornalista Saverio Tommasi».
Tradotto, significa che Studiomeme realizzerà manifesti e cartelloni che saranno posizionati lungo le strade o alle fermate dei mezzi pubblici. Il messaggio che conterranno è il seguente: cambiare sesso è assolutamente normale.
Un cartellone, per esempio, mostra lo schermo del cellulare di tale Francesca, su cui compare un elenco di canzoni, una «playlist», come si dice. Nel testo si legge: «Questa è la playlist di Francesca. Vedi qualcosa di strano?». Poi si spiega: «Francesca è impiegata in un ufficio. Adora la musica, la cucina e gli aperitivi in compagnia. [...] Francesca è transgender. Se continui a non vedere niente di strano, è perché non c'è niente di strano».
Chiaro, no? Cambiare sesso chirurgicamente è del tutto normale, una passeggiata. Non a caso, ormai, possono farlo anche i minorenni, e guai agli omofobi che cercano di far cambiare idea ai ragazzini. Per ribadire il concetto, era necessaria una campagna pubblicitaria sponsorizzata dall'Unione europea e curata da un'università italiana, con tanto di cartelloni affissi in giro per le città e mobilitazione sui social network.
Intendiamoci: fare in modo che le persone trans non siano discriminate e non siano vittime di violenze è cosa buona e giusta. Gli autori della campagna pubblicitaria sostengono che si debba «superare lo stereotipo culturale che le identifica unicamente come sex workers». Beh, a questo proposito allora sarebbe meglio prodigarsi per levare queste persone dalla strada o aiutarle a scegliere altri lavori al posto della prostituzione (sempre che lo vogliano, visto che l'attività è piuttosto redditizia).
Le campagne pubblicitarie non giovano a chi si prostituisce. Servono soltanto a diffondere un messaggio ideologico e cioè, appunto, che cambiare sesso sia normalissimo, naturale quasi. Che si tratti di propaganda, per altro, lo spiega proprio l'agenzia pubblicitaria. In Italia, dice Studiomeme, «non esiste ancora una legge che condanni le violenze omotransfobiche come crimini d'odio. Questa legge va ottenuta, come primo passo esemplare ed educativo da parte delle istituzioni». Ah, quindi la campagna promossa da Ue e Università di Brescia serve a sostenere un progetto politico, ovvero una legge bavaglio contro l'omofobia, tipo quelle che piacciono tanto a Monica Cirinnà e compagni.
Non solo. Tra gli obiettivi di Studiomeme c'è quello «di dare inizio ad un cambiamento sociale: le campagne sono state sviluppate per fornire uno strumento ai politici, agli attivisti, ai personaggi pubblici e ai cittadini considerati di seconda categoria per portare l'attenzione pubblica e mediatica su un tema in cui il nostro Paese è tragicamente indietro rispetto al resto del mondo civile. E, per farlo, occorre che ci sia qualcosa di esplicito, visibile, concreto e troppo scomodo da ignorare». Insomma: indottrinamento diffuso a beneficio di grandi e piccini. E se poi qualcosa nel percorso di transizione va storto, beh, si può sempre chiedere un bel risarcimento.
Francesco Borgonovo
Gli sbagliano l’intervento per cambiare sesso. Risarcito con 374.000 euro
I manuali di giurisprudenza e gli stessi codici, da domani, dovranno essere aggiornati. Sì, perché grazie all'ennesimo intervento della magistratura «creativa» è stato per la prima volta riconosciuto, nel nostro Paese, qualcosa di totalmente inedito: il «diritto all'identità sessuale». Per capire come si sia potuti arrivare a tutto ciò, urge un passo indietro per ripercorrere la vicenda giudiziaria sfociata in questo esito. La storia è quella di una donna transessuale, oggi quarantenne, che nell'aprile 2010, presso l'ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, in provincia di Savona, si era sottoposta ad un intervento per la riassegnazione sessuale.
Un'operazione delicata ed evidentemente non andata a buon fine, come prova il fatto che questa persona ha dovuto successivamente essere sottoposta ad un vero e proprio calvario - per un totale di otto interventi - rivelatosi peraltro del tutto inutile. Infatti le pur numerose operazioni, come ha riportato il Corriere della Sera nel raccontare la vicenda, non hanno condotto ai risultati sperati. Il tutto è così passato in mano ai legali che, come si diceva, sono riusciti a strappare alla magistratura quello che è a tutti gli effetti un traguardo epocale.
Il Tribunale di Savona, infatti, nella sua ordinanza ha riconosciuto alla donna un risarcimento pari a 214.000 euro per «le sofferenze fisiche patite», i tre mesi che è stata obbligata a passare in ospedale e le «difficoltà relazionali con le altre persone a causa dell'imperfetto passaggio da un genere all'altro» visto che, per forza di cose, ora «avrà difficoltà non comuni nelle relazioni sentimentali e in ogni situazione in cui l'intimità delle persone è particolarmente esposta». Fin qui, insomma, è stato riconosciuto il classico danno biologico.
La novità sta però in un risarcimento supplementare - pari a 150.000 euro - per il danno morale riconosciuto alla transessuale. Un passaggio, quest'ultimo, motivato dal fatto che è doveroso «tener conto», recita l'ordinanza, anche della lesa identità sessuale e della sua «centralità nello sviluppo della persona». Più esattamente, i giudici di Savona hanno sottolineato come «la lesione patita» non coinvolga «solo il diritto alla salute, ma anche il diritto all'identità sessuale e alla dignità», un «diritto inviolabile della persona, quale essenziale forma di realizzazione della propria personalità» che quindi «gode di tutela costituzionale».
Quindi non soltanto si è riconosciuta l'esistenza del «diritto all'identità sessuale», ma lo si è perfino elevato al rango costituzionale. Un motivo in più per soffermarsi sulla definizione di questo nuovo diritto, che secondo il giudice Fabrizio Pelosi è quello «della persona a di scegliere la propria identità sessuale, femminile o maschile, a prescindere dal dato biologico e di essere riconosciuta e identificata» in ogni ambito «in modo corrispondente al sesso a cui sente di appartenere anche se diverso da quello accertato al momento della nascita».
Questo perché, continua il pronunciamento, «l'identità sessuale è strettamente connessa e strumentale alla dignità della persona che, tra l'altro, passa attraverso l'identificazione con un genere sessuale». Ora, comunque la si pensi, la svolta è davvero epocale. Lo conferma Alessandra Gracis, l'avvocato che ha assistito la donna nel procedimento la quale ha spiegato che è la prima volta che un simile diritto viene riconosciuto e, quindi, risarcito in Italia.
Detto questo - e senza voler entrare nel merito del specifico, trionfalmente presentato da portali come Gay.it come un grande passo verso il progresso - è difficile non confrontarsi con tutte le implicazioni legate al riconoscimento del diritto «all'identità sessuale». Implicazioni, per capirci, che varcano di molto il già significativo perimetro medico. Pensiamo per esempio al caso di una famiglia con genitori o fratelli che fossero contrari al «cambio di sesso» di un loro congiunto: rischierebbero anche loro, se in qualche modo opponessero, di dover sborsare un generoso risarcimento per aver leso l'altrui «identità sessuale»?
La domanda può apparire provocatoria ma non lo è affatto, se si pensa a quanto già accade nel resto del mondo. Basti guardare al Canada dove, solo pochi mesi fa, la giudice Francesca Marzari, a nome della Suprema corte della British Columbia, ha condannato per «violenza familiare» un padre reo d'essersi rivolto alla famiglia di 14 anni chiamandola con il «suo nome di nascita». Il motivo? La giovane identifica sé stessa come un ragazzo e si sta sottoponendo a trattamenti a base di testosterone per «cambiare sesso».
Ebbene, se il Canada e altre nazioni in cui i giudici emettono sentenze che ci paiono surreali fino a ieri parevano lontane, da oggi non è più così. Per un motivo semplice e già implicito in quanto fin qui riportato: il diritto «all'identità sessuale» non è mai neutro. Perché a un diritto, da che mondo è mondo, corrisponde sempre un preciso dovere. Che in questo caso è quello di assistere a rivoluzioni antropologiche in perfetto, obbediente silenzio.
Giuliano Guzzo
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La campagna promossa dall'Università di Brescia e sostenuta dall'Europa prevede la diffusione di manifesti in cui si spiega che mutare il genere è del tutto normale.Accade in Liguria: il paziente ha subito danni gravi e irreparabili. Per il giudice è stato leso il diritto della persona a scegliere la propria identità sessuale.Lo speciale contiene due articoliQuella del Tribunale di Savona è una sentenza storica, forse, ma poco sorprendente e totalmente in linea con lo spirito dei tempi. Il caso ligure riguarda un paziente che si è sottoposto a un intervento per il cambio di sesso e ne è uscito con danni irreparabili. Il giudice, nel disporre il robusto risarcimento, ha spiegato che esiste un «diritto all'identità sessuale», ovvero il «diritto della persona a di scegliere la propria identità sessuale, femminile o maschile, a prescindere dal dato biologico e di essere riconosciuta e identificata». È ormai più che diffusa, insomma, l'idea che non solo l'identità sessuale ma pure il sesso biologico e anatomico sia manipolabile, modificabile a piacimento in base ai desideri del singolo. Sta passando il concetto che cambiare sesso sia, in fondo, assolutamente normale. Proprio la vicenda di Savona dimostra che è vero il contrario: cambiare sesso è difficile, doloroso e spesso non risolve i nodi psichici delle persone che scelgono di operarsi, anzi può peggiorarli. Eppure il pensiero dominante prevede che la fluidità sia imposta. La figura del trans - vero emblema della nostra epoca sconfinata e priva di limiti - deve essere celebrata come si conviene. È da questa ideologia che nascono progetti come quello patrocinato dall'Unione europea e chiamato «Call It Hate». L'obiettivo dovrebbe essere quello di «sensibilizzare i Paesi sulle violenze e la discriminazione nei confronti della comunità Lgbt». Nella realtà, tutto si traduce in una clamorosa operazione di propaganda a favore del cambiamento di sesso. Ecco i fatti. Nei giorni scorsi, l'Università di Brescia – nell'ambito del progetto europeo «Call It Hate» - ha diffuso un bando rivolto a tutte le agenzie pubblicitarie sul territorio nazionale. A vincerlo è stata Studiomeme di Bergamo. L'agenzia in questione si occuperà di realizzare «due campagne pubblicitarie a scopo sociale», una delle quali appositamente dedicata ai transgender. Tali campagne, spiegano i pubblicitari, Le campagne «sono state progettate per essere crossmediali, distribuite sia online che offline. La creatività verrà declinata sulla cartellonistica tradizionale in tre città: Brescia, Perugia e Taranto, strategicamente scelte per la loro storia e il valore che possono esercitare nella sensibilizzazione del pubblico. Inoltre, le campagne avranno anche una declinazione digital e social, con un sito web che verrà rivelato nelle prossime settimane e due spot, uno dei quali girato con il giornalista Saverio Tommasi». Tradotto, significa che Studiomeme realizzerà manifesti e cartelloni che saranno posizionati lungo le strade o alle fermate dei mezzi pubblici. Il messaggio che conterranno è il seguente: cambiare sesso è assolutamente normale. Un cartellone, per esempio, mostra lo schermo del cellulare di tale Francesca, su cui compare un elenco di canzoni, una «playlist», come si dice. Nel testo si legge: «Questa è la playlist di Francesca. Vedi qualcosa di strano?». Poi si spiega: «Francesca è impiegata in un ufficio. Adora la musica, la cucina e gli aperitivi in compagnia. [...] Francesca è transgender. Se continui a non vedere niente di strano, è perché non c'è niente di strano». Chiaro, no? Cambiare sesso chirurgicamente è del tutto normale, una passeggiata. Non a caso, ormai, possono farlo anche i minorenni, e guai agli omofobi che cercano di far cambiare idea ai ragazzini. Per ribadire il concetto, era necessaria una campagna pubblicitaria sponsorizzata dall'Unione europea e curata da un'università italiana, con tanto di cartelloni affissi in giro per le città e mobilitazione sui social network.Intendiamoci: fare in modo che le persone trans non siano discriminate e non siano vittime di violenze è cosa buona e giusta. Gli autori della campagna pubblicitaria sostengono che si debba «superare lo stereotipo culturale che le identifica unicamente come sex workers». Beh, a questo proposito allora sarebbe meglio prodigarsi per levare queste persone dalla strada o aiutarle a scegliere altri lavori al posto della prostituzione (sempre che lo vogliano, visto che l'attività è piuttosto redditizia). Le campagne pubblicitarie non giovano a chi si prostituisce. Servono soltanto a diffondere un messaggio ideologico e cioè, appunto, che cambiare sesso sia normalissimo, naturale quasi. Che si tratti di propaganda, per altro, lo spiega proprio l'agenzia pubblicitaria. In Italia, dice Studiomeme, «non esiste ancora una legge che condanni le violenze omotransfobiche come crimini d'odio. Questa legge va ottenuta, come primo passo esemplare ed educativo da parte delle istituzioni». Ah, quindi la campagna promossa da Ue e Università di Brescia serve a sostenere un progetto politico, ovvero una legge bavaglio contro l'omofobia, tipo quelle che piacciono tanto a Monica Cirinnà e compagni. Non solo. Tra gli obiettivi di Studiomeme c'è quello «di dare inizio ad un cambiamento sociale: le campagne sono state sviluppate per fornire uno strumento ai politici, agli attivisti, ai personaggi pubblici e ai cittadini considerati di seconda categoria per portare l'attenzione pubblica e mediatica su un tema in cui il nostro Paese è tragicamente indietro rispetto al resto del mondo civile. E, per farlo, occorre che ci sia qualcosa di esplicito, visibile, concreto e troppo scomodo da ignorare». Insomma: indottrinamento diffuso a beneficio di grandi e piccini. E se poi qualcosa nel percorso di transizione va storto, beh, si può sempre chiedere un bel risarcimento. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cartelloni-pro-trans-in-citta-con-la-benedizione-dellue-2640903118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-sbagliano-lintervento-per-cambiare-sesso-risarcito-con-374-000-euro" data-post-id="2640903118" data-published-at="1768138144" data-use-pagination="False"> Gli sbagliano l’intervento per cambiare sesso. Risarcito con 374.000 euro I manuali di giurisprudenza e gli stessi codici, da domani, dovranno essere aggiornati. Sì, perché grazie all'ennesimo intervento della magistratura «creativa» è stato per la prima volta riconosciuto, nel nostro Paese, qualcosa di totalmente inedito: il «diritto all'identità sessuale». Per capire come si sia potuti arrivare a tutto ciò, urge un passo indietro per ripercorrere la vicenda giudiziaria sfociata in questo esito. La storia è quella di una donna transessuale, oggi quarantenne, che nell'aprile 2010, presso l'ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, in provincia di Savona, si era sottoposta ad un intervento per la riassegnazione sessuale. Un'operazione delicata ed evidentemente non andata a buon fine, come prova il fatto che questa persona ha dovuto successivamente essere sottoposta ad un vero e proprio calvario - per un totale di otto interventi - rivelatosi peraltro del tutto inutile. Infatti le pur numerose operazioni, come ha riportato il Corriere della Sera nel raccontare la vicenda, non hanno condotto ai risultati sperati. Il tutto è così passato in mano ai legali che, come si diceva, sono riusciti a strappare alla magistratura quello che è a tutti gli effetti un traguardo epocale. Il Tribunale di Savona, infatti, nella sua ordinanza ha riconosciuto alla donna un risarcimento pari a 214.000 euro per «le sofferenze fisiche patite», i tre mesi che è stata obbligata a passare in ospedale e le «difficoltà relazionali con le altre persone a causa dell'imperfetto passaggio da un genere all'altro» visto che, per forza di cose, ora «avrà difficoltà non comuni nelle relazioni sentimentali e in ogni situazione in cui l'intimità delle persone è particolarmente esposta». Fin qui, insomma, è stato riconosciuto il classico danno biologico. La novità sta però in un risarcimento supplementare - pari a 150.000 euro - per il danno morale riconosciuto alla transessuale. Un passaggio, quest'ultimo, motivato dal fatto che è doveroso «tener conto», recita l'ordinanza, anche della lesa identità sessuale e della sua «centralità nello sviluppo della persona». Più esattamente, i giudici di Savona hanno sottolineato come «la lesione patita» non coinvolga «solo il diritto alla salute, ma anche il diritto all'identità sessuale e alla dignità», un «diritto inviolabile della persona, quale essenziale forma di realizzazione della propria personalità» che quindi «gode di tutela costituzionale». Quindi non soltanto si è riconosciuta l'esistenza del «diritto all'identità sessuale», ma lo si è perfino elevato al rango costituzionale. Un motivo in più per soffermarsi sulla definizione di questo nuovo diritto, che secondo il giudice Fabrizio Pelosi è quello «della persona a di scegliere la propria identità sessuale, femminile o maschile, a prescindere dal dato biologico e di essere riconosciuta e identificata» in ogni ambito «in modo corrispondente al sesso a cui sente di appartenere anche se diverso da quello accertato al momento della nascita». Questo perché, continua il pronunciamento, «l'identità sessuale è strettamente connessa e strumentale alla dignità della persona che, tra l'altro, passa attraverso l'identificazione con un genere sessuale». Ora, comunque la si pensi, la svolta è davvero epocale. Lo conferma Alessandra Gracis, l'avvocato che ha assistito la donna nel procedimento la quale ha spiegato che è la prima volta che un simile diritto viene riconosciuto e, quindi, risarcito in Italia. Detto questo - e senza voler entrare nel merito del specifico, trionfalmente presentato da portali come Gay.it come un grande passo verso il progresso - è difficile non confrontarsi con tutte le implicazioni legate al riconoscimento del diritto «all'identità sessuale». Implicazioni, per capirci, che varcano di molto il già significativo perimetro medico. Pensiamo per esempio al caso di una famiglia con genitori o fratelli che fossero contrari al «cambio di sesso» di un loro congiunto: rischierebbero anche loro, se in qualche modo opponessero, di dover sborsare un generoso risarcimento per aver leso l'altrui «identità sessuale»? La domanda può apparire provocatoria ma non lo è affatto, se si pensa a quanto già accade nel resto del mondo. Basti guardare al Canada dove, solo pochi mesi fa, la giudice Francesca Marzari, a nome della Suprema corte della British Columbia, ha condannato per «violenza familiare» un padre reo d'essersi rivolto alla famiglia di 14 anni chiamandola con il «suo nome di nascita». Il motivo? La giovane identifica sé stessa come un ragazzo e si sta sottoponendo a trattamenti a base di testosterone per «cambiare sesso». Ebbene, se il Canada e altre nazioni in cui i giudici emettono sentenze che ci paiono surreali fino a ieri parevano lontane, da oggi non è più così. Per un motivo semplice e già implicito in quanto fin qui riportato: il diritto «all'identità sessuale» non è mai neutro. Perché a un diritto, da che mondo è mondo, corrisponde sempre un preciso dovere. Che in questo caso è quello di assistere a rivoluzioni antropologiche in perfetto, obbediente silenzio. Giuliano Guzzo
Emmanuel Macron (Ansa)
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
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La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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