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2019-10-10
Cartelloni pro trans in città con la benedizione dell’Ue
Ansa
Quella del Tribunale di Savona è una sentenza storica, forse, ma poco sorprendente e totalmente in linea con lo spirito dei tempi. Il caso ligure riguarda un paziente che si è sottoposto a un intervento per il cambio di sesso e ne è uscito con danni irreparabili. Il giudice, nel disporre il robusto risarcimento, ha spiegato che esiste un «diritto all'identità sessuale», ovvero il «diritto della persona a di scegliere la propria identità sessuale, femminile o maschile, a prescindere dal dato biologico e di essere riconosciuta e identificata».
È ormai più che diffusa, insomma, l'idea che non solo l'identità sessuale ma pure il sesso biologico e anatomico sia manipolabile, modificabile a piacimento in base ai desideri del singolo. Sta passando il concetto che cambiare sesso sia, in fondo, assolutamente normale. Proprio la vicenda di Savona dimostra che è vero il contrario: cambiare sesso è difficile, doloroso e spesso non risolve i nodi psichici delle persone che scelgono di operarsi, anzi può peggiorarli.
Eppure il pensiero dominante prevede che la fluidità sia imposta. La figura del trans - vero emblema della nostra epoca sconfinata e priva di limiti - deve essere celebrata come si conviene. È da questa ideologia che nascono progetti come quello patrocinato dall'Unione europea e chiamato «Call It Hate». L'obiettivo dovrebbe essere quello di «sensibilizzare i Paesi sulle violenze e la discriminazione nei confronti della comunità Lgbt». Nella realtà, tutto si traduce in una clamorosa operazione di propaganda a favore del cambiamento di sesso.
Ecco i fatti. Nei giorni scorsi, l'Università di Brescia – nell'ambito del progetto europeo «Call It Hate» - ha diffuso un bando rivolto a tutte le agenzie pubblicitarie sul territorio nazionale. A vincerlo è stata Studiomeme di Bergamo. L'agenzia in questione si occuperà di realizzare «due campagne pubblicitarie a scopo sociale», una delle quali appositamente dedicata ai transgender.
Tali campagne, spiegano i pubblicitari, Le campagne «sono state progettate per essere crossmediali, distribuite sia online che offline. La creatività verrà declinata sulla cartellonistica tradizionale in tre città: Brescia, Perugia e Taranto, strategicamente scelte per la loro storia e il valore che possono esercitare nella sensibilizzazione del pubblico. Inoltre, le campagne avranno anche una declinazione digital e social, con un sito web che verrà rivelato nelle prossime settimane e due spot, uno dei quali girato con il giornalista Saverio Tommasi».
Tradotto, significa che Studiomeme realizzerà manifesti e cartelloni che saranno posizionati lungo le strade o alle fermate dei mezzi pubblici. Il messaggio che conterranno è il seguente: cambiare sesso è assolutamente normale.
Un cartellone, per esempio, mostra lo schermo del cellulare di tale Francesca, su cui compare un elenco di canzoni, una «playlist», come si dice. Nel testo si legge: «Questa è la playlist di Francesca. Vedi qualcosa di strano?». Poi si spiega: «Francesca è impiegata in un ufficio. Adora la musica, la cucina e gli aperitivi in compagnia. [...] Francesca è transgender. Se continui a non vedere niente di strano, è perché non c'è niente di strano».
Chiaro, no? Cambiare sesso chirurgicamente è del tutto normale, una passeggiata. Non a caso, ormai, possono farlo anche i minorenni, e guai agli omofobi che cercano di far cambiare idea ai ragazzini. Per ribadire il concetto, era necessaria una campagna pubblicitaria sponsorizzata dall'Unione europea e curata da un'università italiana, con tanto di cartelloni affissi in giro per le città e mobilitazione sui social network.
Intendiamoci: fare in modo che le persone trans non siano discriminate e non siano vittime di violenze è cosa buona e giusta. Gli autori della campagna pubblicitaria sostengono che si debba «superare lo stereotipo culturale che le identifica unicamente come sex workers». Beh, a questo proposito allora sarebbe meglio prodigarsi per levare queste persone dalla strada o aiutarle a scegliere altri lavori al posto della prostituzione (sempre che lo vogliano, visto che l'attività è piuttosto redditizia).
Le campagne pubblicitarie non giovano a chi si prostituisce. Servono soltanto a diffondere un messaggio ideologico e cioè, appunto, che cambiare sesso sia normalissimo, naturale quasi. Che si tratti di propaganda, per altro, lo spiega proprio l'agenzia pubblicitaria. In Italia, dice Studiomeme, «non esiste ancora una legge che condanni le violenze omotransfobiche come crimini d'odio. Questa legge va ottenuta, come primo passo esemplare ed educativo da parte delle istituzioni». Ah, quindi la campagna promossa da Ue e Università di Brescia serve a sostenere un progetto politico, ovvero una legge bavaglio contro l'omofobia, tipo quelle che piacciono tanto a Monica Cirinnà e compagni.
Non solo. Tra gli obiettivi di Studiomeme c'è quello «di dare inizio ad un cambiamento sociale: le campagne sono state sviluppate per fornire uno strumento ai politici, agli attivisti, ai personaggi pubblici e ai cittadini considerati di seconda categoria per portare l'attenzione pubblica e mediatica su un tema in cui il nostro Paese è tragicamente indietro rispetto al resto del mondo civile. E, per farlo, occorre che ci sia qualcosa di esplicito, visibile, concreto e troppo scomodo da ignorare». Insomma: indottrinamento diffuso a beneficio di grandi e piccini. E se poi qualcosa nel percorso di transizione va storto, beh, si può sempre chiedere un bel risarcimento.
Francesco Borgonovo
Gli sbagliano l’intervento per cambiare sesso. Risarcito con 374.000 euro
I manuali di giurisprudenza e gli stessi codici, da domani, dovranno essere aggiornati. Sì, perché grazie all'ennesimo intervento della magistratura «creativa» è stato per la prima volta riconosciuto, nel nostro Paese, qualcosa di totalmente inedito: il «diritto all'identità sessuale». Per capire come si sia potuti arrivare a tutto ciò, urge un passo indietro per ripercorrere la vicenda giudiziaria sfociata in questo esito. La storia è quella di una donna transessuale, oggi quarantenne, che nell'aprile 2010, presso l'ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, in provincia di Savona, si era sottoposta ad un intervento per la riassegnazione sessuale.
Un'operazione delicata ed evidentemente non andata a buon fine, come prova il fatto che questa persona ha dovuto successivamente essere sottoposta ad un vero e proprio calvario - per un totale di otto interventi - rivelatosi peraltro del tutto inutile. Infatti le pur numerose operazioni, come ha riportato il Corriere della Sera nel raccontare la vicenda, non hanno condotto ai risultati sperati. Il tutto è così passato in mano ai legali che, come si diceva, sono riusciti a strappare alla magistratura quello che è a tutti gli effetti un traguardo epocale.
Il Tribunale di Savona, infatti, nella sua ordinanza ha riconosciuto alla donna un risarcimento pari a 214.000 euro per «le sofferenze fisiche patite», i tre mesi che è stata obbligata a passare in ospedale e le «difficoltà relazionali con le altre persone a causa dell'imperfetto passaggio da un genere all'altro» visto che, per forza di cose, ora «avrà difficoltà non comuni nelle relazioni sentimentali e in ogni situazione in cui l'intimità delle persone è particolarmente esposta». Fin qui, insomma, è stato riconosciuto il classico danno biologico.
La novità sta però in un risarcimento supplementare - pari a 150.000 euro - per il danno morale riconosciuto alla transessuale. Un passaggio, quest'ultimo, motivato dal fatto che è doveroso «tener conto», recita l'ordinanza, anche della lesa identità sessuale e della sua «centralità nello sviluppo della persona». Più esattamente, i giudici di Savona hanno sottolineato come «la lesione patita» non coinvolga «solo il diritto alla salute, ma anche il diritto all'identità sessuale e alla dignità», un «diritto inviolabile della persona, quale essenziale forma di realizzazione della propria personalità» che quindi «gode di tutela costituzionale».
Quindi non soltanto si è riconosciuta l'esistenza del «diritto all'identità sessuale», ma lo si è perfino elevato al rango costituzionale. Un motivo in più per soffermarsi sulla definizione di questo nuovo diritto, che secondo il giudice Fabrizio Pelosi è quello «della persona a di scegliere la propria identità sessuale, femminile o maschile, a prescindere dal dato biologico e di essere riconosciuta e identificata» in ogni ambito «in modo corrispondente al sesso a cui sente di appartenere anche se diverso da quello accertato al momento della nascita».
Questo perché, continua il pronunciamento, «l'identità sessuale è strettamente connessa e strumentale alla dignità della persona che, tra l'altro, passa attraverso l'identificazione con un genere sessuale». Ora, comunque la si pensi, la svolta è davvero epocale. Lo conferma Alessandra Gracis, l'avvocato che ha assistito la donna nel procedimento la quale ha spiegato che è la prima volta che un simile diritto viene riconosciuto e, quindi, risarcito in Italia.
Detto questo - e senza voler entrare nel merito del specifico, trionfalmente presentato da portali come Gay.it come un grande passo verso il progresso - è difficile non confrontarsi con tutte le implicazioni legate al riconoscimento del diritto «all'identità sessuale». Implicazioni, per capirci, che varcano di molto il già significativo perimetro medico. Pensiamo per esempio al caso di una famiglia con genitori o fratelli che fossero contrari al «cambio di sesso» di un loro congiunto: rischierebbero anche loro, se in qualche modo opponessero, di dover sborsare un generoso risarcimento per aver leso l'altrui «identità sessuale»?
La domanda può apparire provocatoria ma non lo è affatto, se si pensa a quanto già accade nel resto del mondo. Basti guardare al Canada dove, solo pochi mesi fa, la giudice Francesca Marzari, a nome della Suprema corte della British Columbia, ha condannato per «violenza familiare» un padre reo d'essersi rivolto alla famiglia di 14 anni chiamandola con il «suo nome di nascita». Il motivo? La giovane identifica sé stessa come un ragazzo e si sta sottoponendo a trattamenti a base di testosterone per «cambiare sesso».
Ebbene, se il Canada e altre nazioni in cui i giudici emettono sentenze che ci paiono surreali fino a ieri parevano lontane, da oggi non è più così. Per un motivo semplice e già implicito in quanto fin qui riportato: il diritto «all'identità sessuale» non è mai neutro. Perché a un diritto, da che mondo è mondo, corrisponde sempre un preciso dovere. Che in questo caso è quello di assistere a rivoluzioni antropologiche in perfetto, obbediente silenzio.
Giuliano Guzzo
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La campagna promossa dall'Università di Brescia e sostenuta dall'Europa prevede la diffusione di manifesti in cui si spiega che mutare il genere è del tutto normale.Accade in Liguria: il paziente ha subito danni gravi e irreparabili. Per il giudice è stato leso il diritto della persona a scegliere la propria identità sessuale.Lo speciale contiene due articoliQuella del Tribunale di Savona è una sentenza storica, forse, ma poco sorprendente e totalmente in linea con lo spirito dei tempi. Il caso ligure riguarda un paziente che si è sottoposto a un intervento per il cambio di sesso e ne è uscito con danni irreparabili. Il giudice, nel disporre il robusto risarcimento, ha spiegato che esiste un «diritto all'identità sessuale», ovvero il «diritto della persona a di scegliere la propria identità sessuale, femminile o maschile, a prescindere dal dato biologico e di essere riconosciuta e identificata». È ormai più che diffusa, insomma, l'idea che non solo l'identità sessuale ma pure il sesso biologico e anatomico sia manipolabile, modificabile a piacimento in base ai desideri del singolo. Sta passando il concetto che cambiare sesso sia, in fondo, assolutamente normale. Proprio la vicenda di Savona dimostra che è vero il contrario: cambiare sesso è difficile, doloroso e spesso non risolve i nodi psichici delle persone che scelgono di operarsi, anzi può peggiorarli. Eppure il pensiero dominante prevede che la fluidità sia imposta. La figura del trans - vero emblema della nostra epoca sconfinata e priva di limiti - deve essere celebrata come si conviene. È da questa ideologia che nascono progetti come quello patrocinato dall'Unione europea e chiamato «Call It Hate». L'obiettivo dovrebbe essere quello di «sensibilizzare i Paesi sulle violenze e la discriminazione nei confronti della comunità Lgbt». Nella realtà, tutto si traduce in una clamorosa operazione di propaganda a favore del cambiamento di sesso. Ecco i fatti. Nei giorni scorsi, l'Università di Brescia – nell'ambito del progetto europeo «Call It Hate» - ha diffuso un bando rivolto a tutte le agenzie pubblicitarie sul territorio nazionale. A vincerlo è stata Studiomeme di Bergamo. L'agenzia in questione si occuperà di realizzare «due campagne pubblicitarie a scopo sociale», una delle quali appositamente dedicata ai transgender. Tali campagne, spiegano i pubblicitari, Le campagne «sono state progettate per essere crossmediali, distribuite sia online che offline. La creatività verrà declinata sulla cartellonistica tradizionale in tre città: Brescia, Perugia e Taranto, strategicamente scelte per la loro storia e il valore che possono esercitare nella sensibilizzazione del pubblico. Inoltre, le campagne avranno anche una declinazione digital e social, con un sito web che verrà rivelato nelle prossime settimane e due spot, uno dei quali girato con il giornalista Saverio Tommasi». Tradotto, significa che Studiomeme realizzerà manifesti e cartelloni che saranno posizionati lungo le strade o alle fermate dei mezzi pubblici. Il messaggio che conterranno è il seguente: cambiare sesso è assolutamente normale. Un cartellone, per esempio, mostra lo schermo del cellulare di tale Francesca, su cui compare un elenco di canzoni, una «playlist», come si dice. Nel testo si legge: «Questa è la playlist di Francesca. Vedi qualcosa di strano?». Poi si spiega: «Francesca è impiegata in un ufficio. Adora la musica, la cucina e gli aperitivi in compagnia. [...] Francesca è transgender. Se continui a non vedere niente di strano, è perché non c'è niente di strano». Chiaro, no? Cambiare sesso chirurgicamente è del tutto normale, una passeggiata. Non a caso, ormai, possono farlo anche i minorenni, e guai agli omofobi che cercano di far cambiare idea ai ragazzini. Per ribadire il concetto, era necessaria una campagna pubblicitaria sponsorizzata dall'Unione europea e curata da un'università italiana, con tanto di cartelloni affissi in giro per le città e mobilitazione sui social network.Intendiamoci: fare in modo che le persone trans non siano discriminate e non siano vittime di violenze è cosa buona e giusta. Gli autori della campagna pubblicitaria sostengono che si debba «superare lo stereotipo culturale che le identifica unicamente come sex workers». Beh, a questo proposito allora sarebbe meglio prodigarsi per levare queste persone dalla strada o aiutarle a scegliere altri lavori al posto della prostituzione (sempre che lo vogliano, visto che l'attività è piuttosto redditizia). Le campagne pubblicitarie non giovano a chi si prostituisce. Servono soltanto a diffondere un messaggio ideologico e cioè, appunto, che cambiare sesso sia normalissimo, naturale quasi. Che si tratti di propaganda, per altro, lo spiega proprio l'agenzia pubblicitaria. In Italia, dice Studiomeme, «non esiste ancora una legge che condanni le violenze omotransfobiche come crimini d'odio. Questa legge va ottenuta, come primo passo esemplare ed educativo da parte delle istituzioni». Ah, quindi la campagna promossa da Ue e Università di Brescia serve a sostenere un progetto politico, ovvero una legge bavaglio contro l'omofobia, tipo quelle che piacciono tanto a Monica Cirinnà e compagni. Non solo. Tra gli obiettivi di Studiomeme c'è quello «di dare inizio ad un cambiamento sociale: le campagne sono state sviluppate per fornire uno strumento ai politici, agli attivisti, ai personaggi pubblici e ai cittadini considerati di seconda categoria per portare l'attenzione pubblica e mediatica su un tema in cui il nostro Paese è tragicamente indietro rispetto al resto del mondo civile. E, per farlo, occorre che ci sia qualcosa di esplicito, visibile, concreto e troppo scomodo da ignorare». Insomma: indottrinamento diffuso a beneficio di grandi e piccini. E se poi qualcosa nel percorso di transizione va storto, beh, si può sempre chiedere un bel risarcimento. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cartelloni-pro-trans-in-citta-con-la-benedizione-dellue-2640903118.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-sbagliano-lintervento-per-cambiare-sesso-risarcito-con-374-000-euro" data-post-id="2640903118" data-published-at="1769155298" data-use-pagination="False"> Gli sbagliano l’intervento per cambiare sesso. Risarcito con 374.000 euro I manuali di giurisprudenza e gli stessi codici, da domani, dovranno essere aggiornati. Sì, perché grazie all'ennesimo intervento della magistratura «creativa» è stato per la prima volta riconosciuto, nel nostro Paese, qualcosa di totalmente inedito: il «diritto all'identità sessuale». Per capire come si sia potuti arrivare a tutto ciò, urge un passo indietro per ripercorrere la vicenda giudiziaria sfociata in questo esito. La storia è quella di una donna transessuale, oggi quarantenne, che nell'aprile 2010, presso l'ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, in provincia di Savona, si era sottoposta ad un intervento per la riassegnazione sessuale. Un'operazione delicata ed evidentemente non andata a buon fine, come prova il fatto che questa persona ha dovuto successivamente essere sottoposta ad un vero e proprio calvario - per un totale di otto interventi - rivelatosi peraltro del tutto inutile. Infatti le pur numerose operazioni, come ha riportato il Corriere della Sera nel raccontare la vicenda, non hanno condotto ai risultati sperati. Il tutto è così passato in mano ai legali che, come si diceva, sono riusciti a strappare alla magistratura quello che è a tutti gli effetti un traguardo epocale. Il Tribunale di Savona, infatti, nella sua ordinanza ha riconosciuto alla donna un risarcimento pari a 214.000 euro per «le sofferenze fisiche patite», i tre mesi che è stata obbligata a passare in ospedale e le «difficoltà relazionali con le altre persone a causa dell'imperfetto passaggio da un genere all'altro» visto che, per forza di cose, ora «avrà difficoltà non comuni nelle relazioni sentimentali e in ogni situazione in cui l'intimità delle persone è particolarmente esposta». Fin qui, insomma, è stato riconosciuto il classico danno biologico. La novità sta però in un risarcimento supplementare - pari a 150.000 euro - per il danno morale riconosciuto alla transessuale. Un passaggio, quest'ultimo, motivato dal fatto che è doveroso «tener conto», recita l'ordinanza, anche della lesa identità sessuale e della sua «centralità nello sviluppo della persona». Più esattamente, i giudici di Savona hanno sottolineato come «la lesione patita» non coinvolga «solo il diritto alla salute, ma anche il diritto all'identità sessuale e alla dignità», un «diritto inviolabile della persona, quale essenziale forma di realizzazione della propria personalità» che quindi «gode di tutela costituzionale». Quindi non soltanto si è riconosciuta l'esistenza del «diritto all'identità sessuale», ma lo si è perfino elevato al rango costituzionale. Un motivo in più per soffermarsi sulla definizione di questo nuovo diritto, che secondo il giudice Fabrizio Pelosi è quello «della persona a di scegliere la propria identità sessuale, femminile o maschile, a prescindere dal dato biologico e di essere riconosciuta e identificata» in ogni ambito «in modo corrispondente al sesso a cui sente di appartenere anche se diverso da quello accertato al momento della nascita». Questo perché, continua il pronunciamento, «l'identità sessuale è strettamente connessa e strumentale alla dignità della persona che, tra l'altro, passa attraverso l'identificazione con un genere sessuale». Ora, comunque la si pensi, la svolta è davvero epocale. Lo conferma Alessandra Gracis, l'avvocato che ha assistito la donna nel procedimento la quale ha spiegato che è la prima volta che un simile diritto viene riconosciuto e, quindi, risarcito in Italia. Detto questo - e senza voler entrare nel merito del specifico, trionfalmente presentato da portali come Gay.it come un grande passo verso il progresso - è difficile non confrontarsi con tutte le implicazioni legate al riconoscimento del diritto «all'identità sessuale». Implicazioni, per capirci, che varcano di molto il già significativo perimetro medico. Pensiamo per esempio al caso di una famiglia con genitori o fratelli che fossero contrari al «cambio di sesso» di un loro congiunto: rischierebbero anche loro, se in qualche modo opponessero, di dover sborsare un generoso risarcimento per aver leso l'altrui «identità sessuale»? La domanda può apparire provocatoria ma non lo è affatto, se si pensa a quanto già accade nel resto del mondo. Basti guardare al Canada dove, solo pochi mesi fa, la giudice Francesca Marzari, a nome della Suprema corte della British Columbia, ha condannato per «violenza familiare» un padre reo d'essersi rivolto alla famiglia di 14 anni chiamandola con il «suo nome di nascita». Il motivo? La giovane identifica sé stessa come un ragazzo e si sta sottoponendo a trattamenti a base di testosterone per «cambiare sesso». Ebbene, se il Canada e altre nazioni in cui i giudici emettono sentenze che ci paiono surreali fino a ieri parevano lontane, da oggi non è più così. Per un motivo semplice e già implicito in quanto fin qui riportato: il diritto «all'identità sessuale» non è mai neutro. Perché a un diritto, da che mondo è mondo, corrisponde sempre un preciso dovere. Che in questo caso è quello di assistere a rivoluzioni antropologiche in perfetto, obbediente silenzio. Giuliano Guzzo
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 23 gennaio con Flaminia Camilletti
Giulia Bongiorno (Ansa)
Il testo originario era stato approvato all’unanimità alla Camera nel novembre scorso, al termine di un confronto diretto tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Si era deciso di fare una legge che desse anche una risposta politica forte. Tuttavia, in fase di stesura del testo, le parti si sono allontanate e si è acceso un duro scontro maggioranza e opposizioni. La nuova proposta, piaccia o meno, sarà votata dalla commissione Giustizia nelle prossime settimane.
Bongiorno difende la nuova impostazione come un punto di equilibrio tra tutela delle vittime e certezza del diritto: «All’interno del testo resta centrale la volontà della donna. Il nuovo documento include anche le condotte a sorpresa, come il cosiddetto freezing. Mi sembra un buon punto di equilibrio». Secondo l’avvocato leghista, il riferimento al dissenso consentirebbe di ricomprendere situazioni in cui la vittima, per choc o paralisi emotiva, non riesca a manifestare un rifiuto esplicito.
Durissime le reazioni delle opposizioni. «Per la Bongiorno e per la destra, chi subisce violenza ha l’onere di dimostrare perché non ha reagito o perché non ha detto un “no” abbastanza forte. Le leggi sulla violenza sessuale devono proteggere le vittime, non offrire nuovi alibi agli aggressori», ha attaccato la senatrice di Avs Ilaria Cucchi. Che, definendo la proposta «inaccettabile», ha anche accusato il governo di aver tradito l’impegno politico iniziale: «Quella sul consenso libero e attuale è una legge di civiltà che ribalta decenni di stereotipi. Giorgia Meloni su questa legge ci ha messo la faccia e oggi l’ha persa».
«Dalla legge sul consenso hanno tolto il consenso», attacca Laura Boldrini, deputata Pd e prima firmataria del progetto di legge iniziale sul consenso. «Il testo proposto dalla senatrice Bongiorno non solo smonta radicalmente la legge approvata all’unanimità alla Camera dei deputati, ma segna un passo indietro incredibile nella tutela delle vittime di stupro. Di consenso non si parla più. Non c’è più traccia né della parola né del concetto stesso. E, inoltre, si diminuisce la pena per chi commette uno stupro. Uno schiaffo in faccia a tutte le donne». «Un passo indietro, non solo rispetto all’accordo tra Schlein e Meloni che aveva portato all’approvazione del testo sul consenso alla Camera e rispetto alle stesse dichiarazioni di Bongiorno, ma anche rispetto alla giurisprudenza vigente e rischia quindi di rappresentare una scelta pericolosa», la reazione dei capigruppo dem di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia.
Per la relatrice della proposta alla Camera, la dem Michela De Biase, la proposta Bongiorno è «retrograda e pericolosa». Per Alessandro Zan, Pd, il testo è «paradossale e grave. “Sì è sì” significa indebolire la legge e soprattutto la tutela delle donne. Meno male che si erano presi del tempo per “migliorare” il testo. Questa è una presa in giro imbarazzante».
Naturalmente si esprime severissima anche la Cgil, oramai vero e proprio partito di opposizione: «Se l’esecutivo proseguirà sul concetto dell’azione contraria alla volontà della vittima, come Cgil preferiamo non avere la legge e continuare ad affidarci al diritto internazionale e agli orientamenti della giurisprudenza evitando, così, un salto indietro pesante, che si spiega solo con la misoginia della Lega di cui Bongiorno fa parte».
In difesa dell’esponente del Carroccio si schiera la collega Erika Stefani, capogruppo in commissione Giustizia: «Inaccettabili le strumentalizzazioni di queste ore delle opposizioni sul ddl in materia di consenso e violenza sulle donne. Ricordiamo ai colleghi che, trattandosi di un testo unificato, fu proprio il Pd a chiedere delle modifiche, proponendo di non innalzare ulteriormente le pene, ma di diversificarle per quanto riguardava la prima ipotesi di reato di consenso rispetto quella di atti sessuali con violenza o minaccia. Non a caso la senatrice Bongiorno, in commissione, parlò di “cascata di aggravanti”: il testo proposto prevede, infatti, una graduazione delle pene. Ora, proprio loro attaccano, politicizzando un argomento che richiederebbe la massima serietà».
Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, definisce le critiche a Bongiorno «ingiuste e fuori luogo» e ricorda: «Su questioni così sensibili non servono slogan né polemiche sterili, ma rispetto per il lavoro parlamentare e per chi opera con serietà nell’interesse delle vittime. Ogni altra strada rischia solo di indebolire una battaglia che dovrebbe unire tutti».
«La Bongiorno è notoriamente in prima linea da sempre su questi temi, sia come legislatore, sia come giurista, sia come protagonista di tante iniziative nella società civile», rammenta Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia.
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Guido Gallese (Ansa) e la Tesla parcheggiata nel capannone della mensa
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
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