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Caro Giampaolo, i «proiettili» non devono però essere truccati

Caro Giampaolo, i «proiettili» non devono però essere truccati
ANSA

Caro Giampaolo, che tu sia un pericoloso killer da tastiera le cui parole lasciano il segno come pallottole non l'ho scoperto oggi, ma più di 40 anni fa quando, avendo raggiunto l'età della ragione, ho cominciato a leggere le tue cronache e i tuoi ritratti. È da allora, cioè dagli anni in cui scrivevi sul Corriere prima di migrare alla corte di Eugenio Scalfari, che ho imparato ad apprezzare i tuoi articoli senza reverenza e i tuoi giudizi sarcastici. Figurati, dunque, se mi stupisco ora che tu usi lo stesso metro con Matteo Salvini. Scrivendo della caccia grossa contro il capoccia della Lega certo non pensavo a te, che non mi pare abbia lo spirito e la voglia di partecipare a un safari.

Dire che Salvini ha preso i voti della 'ndrangheta perché è stato a Rosarno, dove tra l'altro c'è un'alta concentrazione di immigrati, mi pare una di quelle operazioni che servono a screditare un avversario politico e questo ho scritto parlando di caccia grossa. Per rafforzare il concetto, ho aggiunto che attaccare il ministro dell'Interno perché ha detto che dalla Tunisia ci arrivano galeotti è un altro tassello dell'operazione. Non solo perché è vero che dalla Tunisia sono approdati in Italia fior di avanzi di galera, ma perché a lanciare l'allarme sono stati gli stessi giornali che oggi attaccano Salvini per aver detto ciò che loro hanno scritto.

Questo significa affermare che i politici sono intoccabili e in particolare che lo è il capo della Lega? Non mi pare. Significa essere d'accordo con Alberoni quando scrive che, essendosi Salvini imposto al di là di ogni previsione, cercheranno di fargliela pagare, denigrandolo e cercandogli qualche scheletro nell'armadio. Mi sembra ovvio che dicendo queste cose non mi rivolgessi a te, che non sei mai andato a caccia di scheletri, ma semmai hai affrontato i potenti quando erano in carne, svergognandoli. Tu non hai parlato di un comizio a Rosarno, ma hai detto senza fronzoli che il capo bastone della Lega non ti piace, perché ha la pancia, suda, ha la barba e non ride mai, proprio come i dittatori. Tu lo ritieni pericoloso perché ha troppo potere, perché è populista, perché mette a rischio i nostri risparmi per consolidare la propria forza. È un'opinione che io, pur non condividendola, rispetto. E che, come vedi, non cerco neppure di confutare. Ma le opinioni sono una cosa, gli schizzi di fango un'altra.

Alla fine del Bestiario, però, tu ti chiedi se potrai continuare a scrivere di Salvini su La Verità come hai fatto, settimana dopo settimana, di Matteo Renzi. Vedi, caro Giampaolo, tu lavori per giornali da me diretti da un decennio e non abbiamo sempre avuto la stessa idea. In passato tu eri ferocemente critico con Silvio Berlusconi, mentre io non la pensavo come te. Tuttavia le tue opinioni hanno sempre avuto un posto d'onore in prima pagina. Anche su Mario Monti non avevamo la stessa visione. Tu eri convinto che ci avrebbe portato fuori dal pantano e io che ci avrebbe fatto affondare ancora di più. Ma la diversità di pensiero non ha impedito a te e a me di continuare a dire la nostra in maniera leale. Però non voglio parlare solo delle volte che negli ultimi anni abbiamo sostenuto tesi diverse. Ti voglio ricordare un articolo del maggio 2016 che tu scrivesti dopo il mio licenziamento da Libero. Su un giornale ormai non più diretto da me, cominciasti il tuo Bestiario dicendo che io ero la prima vittima della campagna referendaria, perché, essendo contrario alla riforma voluta da Renzi, ero stato cacciato su due piedi dall'editore Antonio Angelucci.

Ti stai chiedendo perché ti racconti fatti di due anni fa? Te lo spiego subito: sono stato cacciato più volte per non aver voluto piegare la testa e cambiare opinione. Non lo dico per celebrarmi ma solo per spiegare che le censure non mi piacciono e, avendole patite sulla mia pelle, non le farò mai subire ad altri. Io credo che i giornali siano una palestra di idee e non una caserma dove tutta la truppa marcia in una direzione. Dunque, alla tua domanda rispondo tranquillamente che questo giornale è nato contro ogni bavaglio e, come hai sempre fatto, potrai dire ciò che ti pare. Però, caro Giampaolo, spero che tu voglia concedere anche a me lo stesso diritto di scrivere ciò che penso.

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A sinistra il golpe si può anche fare purché colpisca qualcuno  sgradito
Manifestazione pro Maduro davanti al consolato Usa a Milano (Ansa)
Se gli Usa fanno cadere un comunista, gridano al golpe. Con Berlusconi esultavano.

Restiamo ancora in attesa che i maggiori leader europei, magari con il francese Emmanuel Macron e il britannico Keir Starmer in testa, formino una coalizione di volenterosi per correre in soccorso del Venezuela assaltato dagli Stati Uniti di Donald Trump. Dopo tutto ci siamo sentiti ripetere per anni, riguardo all’Ucraina, che esistevano un aggredito e un aggressore, e che da tale verità non si poteva prescindere. Eppure per il Sudamerica il discorso, chissà come mai, sembra differente. La mobilitazione degli eroici difensori della libertà stenta a decollare, gli slogan rabbiosi sono più sommessi. A quanto pare, la constatazione che il diritto internazionale non esiste e che in politica estera conta - da sempre - la legge del più forte, ha lasciato atterrita la gran parte dei progressisti occidentali.

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(Guardia di Finanza)

Le Fiamme Gialle hanno concluso una grande operazione a contrasto del traffico di stupefacenti sequestrando oltre 110 chilogrammi di cocaina nascosti in un camion. Avrebbero fruttato alla malavita circa 20 milioni di euro.

Nello specifico, militari del Gruppo di Gorizia, nell’ambito della quotidiana e sistematica attività di servizio per il controllo economico del territorio ed alla repressione dei traffici illeciti, hanno intercettato un autoarticolato che, dopo aver attraversato la barriera autostradale del Lisert (GO), procedeva lungo la tratta autostradale in direzione uscita Stato verso la Slovenia.

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Maduro in gabbia, ma è caos sul successore
Ansa

L’esercito venezuelano riconosce la Rodriguez. Trump: «Faccia ciò che è giusto o pagherà un prezzo alto». Sulla Groenlandia: «Ci serve per difesa». I seals avevano riprodotto in America la villa del tiranno per il blitz.

Secondo la ricostruzione del New York Times, il cambio di scenario a Caracas non è stato il frutto di un’improvvisazione, ma l’esito di un lavoro preparato da settimane negli ambienti decisionali statunitensi. Già prima dell’epilogo militare, Washington aveva individuato nella vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez, e non in María Corina Machado, una figura ritenuta «gestibile» per una fase di transizione successiva all’uscita di scena di Nicolás Maduro. A convincere i collaboratori del presidente Donald Trump sarebbe stata soprattutto la sua esperienza nella gestione del comparto petrolifero, considerata una garanzia di affidabilità per tutelare e rilanciare gli investimenti energetici americani in Venezuela.

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Per giocare un ruolo nel contesto globale servono Stati sovrani
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Sulla scena dominano le superpotenze, ma l’Ue è rimasta fuori dalla Storia. Bisogna tornare all’Europa pre Maastricht.

La politica internazionale vive per lo più del dietro le quinte: qualcuno può parlare con certezza delle conversazioni bilaterali tra Usa e Russia, tra Cina e Russia, tra Cina e America? Il solo bisbigliare ci fa intercettare che si stiano spartendo il mondo in un giro di compasso che ricrea l’ordine mondiale, ridiscutendo le linee rosse e pure quelle di tutti gli altri colori che il business dispone: fondi sovrani, colossi energetici, multinazionali del settore digitale o delle armi, proprietà e controllo delle aree dove si innervano i minerali preziosi per le industrie moderne; e poi il controllo delle infrastrutture, quelle che poggiano in fondo agli oceani o sulla terra o sono sospese nei cieli.

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