2018-09-03
Imagoeconomica
Nel caso di malviventi fermati in modo giudicato illecito mentre commettono un reato, i tribunali dovrebbero valutare il concorso di colpa. E quindi tagliare i fondi.
Difficile non condividere l’indignazione e lo sconcerto - di cui si è reso interprete, sulle colonne di questo giornale, il direttore Maurizio Belpietro - generati in larga parte della pubblica opinione dalla condanna, in primo grado, del vicebrigadiere dei carabinieri Emmanuele Marroccella, oltre che a tre anni di reclusione, anche al versamento di una provvisionale di 125.000 euro. Ed è senz’altro meritevole di attenzione l’idea, espressa anche da Franco Battaglia, nell’articolo a sua firma comparso sulla Verità del 18 gennaio scorso, che sarebbe opportuno un intervento normativo per impedire che casi del genere si ripetano.
Va detto, però, che un tale intervento difficilmente potrebbe consistere - come invece si vorrebbe - nella pura e semplice esclusione del diritto al risarcimento del danno quando esso sia stato prodotto, come nel caso in questione, da soggetto che abbia agito in presenza sì di una causa di giustificazione - qual’era, nella specie, quella dell’uso legittimo delle armi - ma eccedendo colposamente i limiti entro i quali l’azione doveva essere contenuta per risultare pienamente giustificabile. In tal caso, infatti, in base all’art. 55 del codice penale, si rende configurabile, a carico dell’autore di tale condotta, quando essa sia punibile anche a titolo di colpa, proprio il reato per il quale Marroccella è stato condannato. E la condanna per un qualsiasi reato, in base alla tassativa e ineludibile previsione dell’art. 185, comporta di necessità anche quella al risarcimento dei danni in favore della persona offesa o, nel caso in cui questa sia morta, dei suoi congiunti. Una norma che escludesse l’operatività della norma ora citata per il solo caso che la vittima del reato di eccesso colposo stesse a sua volta commettendo un reato sarebbe, con ogni probabilità, destinata a cadere sotto la mannaia della Corte costituzionale per manifesta violazione del principio di uguaglianza previsto dall’art. 3 della Costituzione. Infatti, qualora il reato di eccesso colposo non abbia causato la morte della vittima, il diritto di quest’ultima ad ottenere il risarcimento del danno si accompagna all’obbligo di risarcire, a sua volta, il danno prodotto alla vittima del reato da essa commesso. Le due posizioni, quindi, risultano perfettamente equilibrate. Qualora, invece, dall’eccesso colposo sia derivata la morte della vittima, il fatto che quest’ultima stesse a sua volta commettendo un reato non potrebbe giustificare la totale esclusione, «a priori», dei suoi prossimi congiunti dal diritto al risarcimento per la perdita comunque subita, in difformità di quanto generalmente previsto per i prossimi congiunti di chi sia stato vittima di un qualsiasi reato diverso dall’eccesso colposo.
Un eventuale intervento normativo, quindi, ad altro risultato non potrebbe mirare se non a quello di imporre particolari limiti e condizioni ai quali, in fattispecie come quella in discorso, dovrebbe sottostare il risarcimento dei danni in favore dei familiari della vittima. Ma, a tal fine, potrebbe già essere sufficiente una puntuale e rigorosa applicazione del principio, assolutamente pacifico in giurisprudenza, secondo cui il risarcimento dovuto ai congiunti della vittima di un fatto ingiusto altrui dev’essere sempre ridotto in misura corrispondente all’eventuale concorso di colpa della stessa vittima nella causazione dell’evento mortale. E non sembra potersi dubitare che sia qualificabile come concorso di colpa della vittima anche il reato commesso da quest’ultima ed al quale colui che ne ha cagionato la morte si sia legittimamente opposto, eccedendo però colposamente i limiti entro i quali avrebbe dovuto contenere la sua reazione. In tal senso, del resto, ha già avuto modo di esprimersi la Cassazione penale, affermando, con la sentenza n. 17571 del 1989, in un caso di eccesso colposo in legittima difesa, che il risarcimento dovuto alla vittima di tale reato doveva essere adeguatamente ridotto in considerazione del concorso di colpa configurabile a carico di colui che aveva posto in essere l’aggressione dalla quale era nata la necessità della difesa. Applicando tale principio, non appare troppo azzardato affermare che, nel caso del carabiniere Marroccella, il risarcimento dovuto ai familiari della vittima avrebbe potuto essere pressoché azzerato, attesa l’entità dell’incidenza causale che nella produzione dell’evento mortale aveva avuto l’illecito comportamento della vittima. Non risulta, però, per quanto è dato sapere, che, nel caso di cui si parla, il giudice si sia preoccupato, nello stabilire l’entità della somma dovuta, a titolo di provvisionale, ai congiunti dell’ucciso, di valutare se ed in quale misura fosse configurabile, a carico di quest’ultimo, un concorso di colpa per cui quella somma dovesse essere proporzionalmente ridotta. Si tratta di una manchevolezza - se così stanno le cose - difficilmente giustificabile ed alla quale, quindi, in sede di appello, ove non si addivenga ad una totale assoluzione del Marroccella, con conseguente esclusione di ogni suo obbligo risarcitorio, dovrebbe porsi rimedio. E qualora ciò non avvenisse, a provvedervi dovrebbe essere, come giudice di ultima istanza, la Corte di cassazione, in continuità con l’indirizzo a suo tempo espresso nella sentenza sopra citata.
Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione
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Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino (Ansa)
I vertici dem puntano a candidare Mario Calabresi, l’ex direttore di «Repubblica» Il piano: primarie farlocche senza big. Ma Pierfrancesco Majorino non vuole rinunciare alla corsa.
C’è una data cerchiata di rosso sui calendari degli esponenti del Partito democratico di Milano. È quella del 30 gennaio, quando Mario Calabresi - giornalista, ex direttore di Repubblica e oggi direttore editoriale di Chora Media - farà la sua prima vera «entrata in scena» nell’orbita del Pd milanese, intervenendo a un’iniziativa pubblica organizzata dall’ex assessore Pierfrancesco Maran. Un debutto atteso, perché fin qui il suo nome come candidato sindaco del centrosinistra nel 2027 è circolato più nelle conversazioni di partito che in un confronto politico esplicito. E anche perché, paradosso tipicamente meneghino, attorno a lui si sta già costruendo un mondo di ipotesi, cautele, tattiche e «procedurine» che con ogni probabilità lo stesso Calabresi potrebbe non conoscere affatto.
A Milano, infatti, una parte dei dem si sta muovendo per evitare del tutto le primarie o, al più, per organizzarle in forma puramente simbolica, così da spianare la strada al giornalista. In pratica, mentre a destra il problema resta chi candidare - l’autocandidatura di Antonio Civita del Panino Giusto non ha scaldato gli animi e continuano a circolare i nomi dell’ex calciatore Demetrio Albertini e dell’avvocato Annamaria Bernardini de Pace - a sinistra il nodo è il metodo. L’idea di primarie «addomesticate» non arriva tanto dal Pd nazionale, che osserva con cautela, quanto da una parte del Pd milanese, timorosa di una competizione reale e orientata verso un percorso più controllato: una democrazia che si muove, sì, ma su binari già tracciati.
In questo scenario, alcune figure di peso sembrano poco inclini a entrare in un confronto costruito in questo modo. Maran, oggi eurodeputato, appare più concentrato su temi e contenuti per la città che su una candidatura personale. Lia Quartapelle, deputata del Pd con un profilo ormai nazionale, non dà segnali di voler lasciare Roma per Palazzo Marino. Resta poi l’incognita Anna Scavuzzo, attuale vicesindaco, che in passato ha lasciato intendere una possibile disponibilità, anche se c’è chi la considera troppo identificata con l’eredità di Beppe Sala, pur essendo tra le poche a conoscere a fondo la macchina comunale.
Se le «figure forti» restano ai margini, per dare alle primarie una parvenza di competizione potrebbero scendere in campo profili politicamente riconoscibili ma non divisivi, come Anita Pirovano ed Emmanuel Conte, assessore comunale dell’area riformista. Candidature utili a legittimare il percorso, senza renderlo davvero imprevedibile.
In questo quadro si inserisce anche Matteo Renzi, oggi non più regista della partita milanese, ma possibile influenza laterale su un elettorato riformista e moderato che può contare sia alle primarie sia alle comunali.
Resta però una variabile capace di cambiare l’equazione: Pierfrancesco Majorino. Oggi è consigliere regionale in Lombardia e figura centrale dell’opposizione; il suo mandato scade nel 2028, quindi non è formalmente in uscita. Tuttavia, la politica vive di incastri: nel 2027 sono previste le elezioni politiche e per Majorino esiste una possibile traiettoria verso un ruolo nazionale. Allo stesso tempo, non ha mai nascosto di avere una visione forte della Milano sociale e di considerare Palazzo Marino un obiettivo possibile. Non è affatto scontato che decida di candidarsi, ma il suo profilo rende difficile costruire percorsi troppo rigidi: se si muovesse, le primarie «educate» diventerebbero primarie vere, con la possibilità che Calabresi alla fine ne esca sconfitto.
L’ex direttore di Repubblica si affaccia il 30 gennaio dal lato civile, per ora lontano dalle logiche di corrente. Attorno, però, si discute già di regole e candidati «compatibili». Milano ama definirsi laboratorio di partecipazione, salvo poi metterlo sottovuoto. E la politica, così, prima o poi presenta il conto. Di solito alle urne.
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La nostra iniziativa termina con una valanga di generosità. Adesso, però, bisogna fermare certe follie e cambiare le leggi.
Grazie! Nel corso degli anni mi è capitato più volte di chiedere aiuto ai lettori per far fronte a gravi emergenze. E nei casi di alluvioni e terremoti ogni volta ho avuto la prova della solidarietà di chi quotidianamente ci segue. Così come ho toccato con mano il sentimento di umanità di chi ci legge quando un carabiniere, vittima di uno squilibrato, fu ridotto su una sedia a rotelle. Tuttavia, nonostante i risultati assolutamente eccezionali del passato, temevo che questa volta, per la raccolta fondi in favore del brigadiere Emanuele Marroccella, sarebbe stato difficile. Un po’ per via della crisi dell’editoria, che ha ridotto di molto il numero di lettori, e un po’ perché anche l’inflazione, che si mangia stipendi e pensioni, ci mette del suo, dimezzando le disponibilità delle famiglie.
Invece, voi lettori mi avete sorpreso, perché avete risposto al nostro appello con una generosità commovente. Puntavamo a raccogliere 150.000 euro per pagare gli avvocati al militare dell’Arma e per fare fronte alla provvisionale a cui è stato condannato per aver fermato un criminale. Ma la cifra che intendevamo raggiungere è stata abbondantemente superata, al punto che ormai abbiamo toccato quota 450.000. Con il vostro beneplacito, appena sarà necessario verseremo sul conto del brigadiere la somma dovuta, mentre il resto costituirà un fondo per altri casi del genere. Non è la prima volta che uomini delle forze dell’ordine sono costretti a pagare di tasca propria l’adempimento del proprio dovere. E purtroppo non sarà l’ultima: dunque, ciò che avanzerà a seguito del saldo delle pendenze a carico del brigadiere resterà a disposizione di altri uomini delle forze dell’ordine, come ad esempio i carabinieri del caso Ramy, indagati per aver inseguito due giovani che non si erano fermati all’alt, una fuga finita tragicamente per uno dei due ragazzi e che, incredibilmente, ha fatto finire sul banco degli accusati sette militari.
Ora che vi ho informato su come intendiamo procedere con i soldi che ci avete affidato, consentitemi però di fare alcune riflessioni. La prima riguarda la vittima, cioè il ladro per la cui uccisione è stato condannato Marroccella. L’uomo, un siriano che non avrebbe dovuto trovarsi in Italia, aveva una lunga lista di precedenti. Era un ex militare dell’esercito di Assad, esperto di arti marziali, che neppure la minaccia di una pistola ha fermato. Dopo aver colpito il collega del brigadiere con un cacciavite lungo venti centimetri, con quell’arma avrebbe potuto colpire altri carabinieri. Ed è per questo che il brigadiere ha sparato: per evitare la possibilità di un’aggressione e il conseguente ferimento di altri militari dell’Arma. In pratica, Marroccella è stato costretto a intervenire. Non difendeva sé stesso, ma doveva impedire che altri rimanessero vittime del siriano, il quale non aveva nessunissima intenzione di arrendersi. Perciò il suo è stato un uso legittimo dell’arma che gli era stata affidata. La seconda considerazione riguarda i parenti del ladro. Il tribunale ne ha ammessi come parti civili 13. E questi, nonostante in gran parte vivano all’estero, hanno sostenuto di frequentare con assiduità la vittima e dunque di aver diritto a un risarcimento per la sua morte. In totale hanno chiesto circa 13 milioni, ma il tribunale per ora ha riconosciuti 133.800 euro, comprensivi di spese legali. Apparentemente il tribunale ha ridotto a un centesimo le pretese di moglie, figli e fratelli del ladro, peccato che la provvisionale sia immediatamente esecutiva e dunque, nonostante una sentenza di secondo grado possa riformare la condanna del brigadiere, sia praticamente a fondo perduto. Già perché se gli eredi dovessero essere costretti a restituire la somma, sarà difficile riaverla indietro, dato che i parenti sono disseminati all’estero, dove notoriamente le esecuzioni non sono facili. Proprio questo avrebbe dovuto indurre i giudici a maggiore cautela. Se di fronte a condanne per errori medici le toghe non accordano un immediato risarcimento, perché con un carabiniere sì? Perché far gravare sulle sue spalle una provvisionale esecutiva?
C’è poi un’altra considerazione da fare: il siriano, ossia il ladro, era stato più volte incarcerato e avrebbe dovuto essere espulso. Le forze dell’ordine ne avevano chiesto il trattenimento in un Cpr, ossia in un centro di rimpatrio, ma come per l’assassino di Aurora, la giovane stuprata e uccisa a Milano, non se n’era fatto niente. Non perché, come nel caso del peruviano, fosse incompatibile con la custodia nel Cpr, ma perché non c’era posto. Così, mentre l’assassino di Aurora è stato lasciato libero di uccidere, al ladro siriano è stato consentito di continuare a rubare. Fino a quando non ha incontrato un uomo che non si è voltato dall’altra parte ma ha fatto il suo dovere.
La morale di questa storia mi pare evidente: non sono i carabinieri a dover essere trascinati sul banco degli imputati ma i criminali, i Cpr vanno aumentati per consentire le espulsioni e bisogna porre un argine ai risarcimenti in favore dei parenti di delinquenti rimasti vittime - come lo ha definito il cugino del rom ucciso a Lonate Pozzolo - del proprio «lavoro».
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Dieci indagati dalla Finanza nel Padovano: estorcevano contratti o finanziamenti con il porta a porta. Raggirate soprattutto donne.
Dopo quattro visite in tre anni di un venditore porta a porta, una pensionata è stata costretta ad acquistare prodotti per 22.000 euro, con 3.000 euro di interessi e un finanziamento dilazionato fino al 2030. Vincolata a vita.
Una storia, ha scoperto la Guardia di finanza di Padova, simile a quella di altre 1.200 pensionate sparse per 54 province del Nord e del Centro Italia. La truffa porta a porta era diventata un metodo. I dieci indagati, hanno ricostruito gli investigatori, si presentavano a casa di persone anziane, avrebbero estorto loro contratti con l’inganno e imposto finanziamenti con ricarichi fino all’800% su prodotti di scarso valore. Un copione ripetuto, pieno di parole rassicuranti e un’escalation di pressioni.
Così la banda, che per la Procura è un’associazione a delinquere radicata nel Padovano, avrebbe raggirato in modo seriale un’infinita lista di pensionate, spesso sole, i cui profili sarebbero in alcuni casi stati attentamente selezionati da società di profilazione. In altri casi, invece, venivano battute aree territoriali residenziali in cui sarebbe stato più semplice trovare nelle abitazioni anziani, casalinghe e persone sole. Quartieri tranquilli, porte aperte, fiducia concessa.
I profitti, secondo chi indaga, finivano in auto sportive, locali esclusivi, ristoranti di lusso e vacanze a Cortina. La bella vita alle spalle dei pensionati truffati. Fino agli arresti di ieri mattina e al sequestro di 2,5 milioni di euro, somma ritenuta corrispondente ai profitti illecitamente accumulati. Dietro la facciata di una normale società operante nel settore (con sede operativa in provincia di Padova e sede legale in provincia di Venezia), si è scoperto, agiva un’organizzazione strutturata. Che conquistava fiducia, esercitava pressione e poi, stando all’accusa, svuotava i conti correnti. Per il vertice dell’organizzazione è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Per i due uomini a lui più vicini sono scattati gli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico. Per altri due indagati, invece, il gip ha disposto l’obbligo di dimora con divieto di uscire dal comune di residenza nelle ore notturne e l’obbligo quotidiano di firma. Misure che fotografano i diversi ruoli all’interno del gruppo.
Parallelamente sono scattate le perquisizioni nelle abitazioni dei dieci indagati, nella sede della società finita sotto la lente delle Fiamme gialle e anche negli uffici di altre società con sedi a Lecce, Mantova, Roma e Treviso. Realtà che, secondo gli investigatori, avrebbero avuto un ruolo nel fornire elenchi di potenziali vittime. Un mercato di nomi e indirizzi (sul quale è ora concentrata l’attenzione degli inquirenti). Nomi, indirizzi, profili fragili. Liste da sfruttare. Il sistema, però, è franato proprio sul tenore di vita ostentato dagli indagati. Tutti ufficialmente con redditi dichiarati al fisco incompatibili con giri in Ferrari, abiti firmati, hotel di lusso e ristoranti stellati. Gli accertamenti bancari avrebbero subito evidenziato evidenti discrepanze tra le entrate ufficiali e le spese sostenute. Ma a colpire gli inquirenti è stato anche un altro dato: la quasi totalità della clientela della società era composta da donne over 60. Un’anomalia che ha acceso definitivamente i riflettori sull’attività.
È cominciata così l’attività investigativa. Primo step: l’ascolto delle clienti. Con non poco imbarazzo, molte di loro hanno ammesso di essere state raggirate. I verbali delle vittime sembrano uno la fotocopia dell’altro. Ed ecco il filo conduttore: si presentava a casa un agente, illustrava il prodotto come un affare e, dopo l’acquisto, cominciavano le pressioni. E anche se il primo incontro non si concludeva con l’acquisto, i venditori sarebbero riusciti comunque a far firmare un modulo alle vittime, presentandolo come un semplice «attestato di passaggio» da consegnare al responsabile. In realtà si trattava di un documento vincolante, un vero contratto. Quella firma diventava il grimaldello per obbligare le vittime all’acquisto di articoli per la casa: pentole, materassi, ferri da stiro, poltrone reclinabili, dispositivi elettromedicali per la magnetoterapia. Oggetti di scarso valore, ma presentati come prodotti di altissima qualità. Il costo? In media tra i 5.000 e i 7.000 euro. Cifre fuori portata per molte delle pensionate raggirate.
E a quel punto entrava in scena il finanziamento. I venditori avrebbero indotto le vittime ad aprire linee di credito con società finanziarie. Il debito come unica via d’uscita apparente. Ma il meccanismo non si fermava lì. I rappresentanti tornavano, soprattutto dalle clienti più fragili. E le avrebbero costrette a ulteriori acquisti, rimodulando i finanziamenti già attivi, che crescevano a dismisura nell’importo delle rate e nella durata. Un indebitamento progressivo, costruito visita dopo visita. E il cappio si stringeva lentamente.
Il secondo snodo investigativo si è concentrato sulle minacce. Perché con le vittime, secondo l’accusa, gli indagati avrebbero fatto continui riferimenti ad avvocati e ad azioni legali imminenti. In alcuni casi il legale (in realtà inesistente), come ultimo strumento di persuasione, accompagnava i venditori, pronto a intervenire per piegare le resistenze (e forse è anche per questo che non sono partite denunce). A quel punto, per paura, le vittime cedevano. Ed è per questo che ad alcuni indagati viene contestata oltre alla truffa anche l’estorsione.
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