I nonni sono meglio di un orfanatrofio di Stato, e i nonni sono gratis, non costano un centesimo all’esausto contribuente italiano. C’è un paradosso italiano di quelli che fanno sorridere solo chi non ne è coinvolto: per «salvare» i bambini dal disagio, li si toglie alla famiglia causando un trauma atroce e irreversibile, un’attivazione cronica degli ormoni da stress che sulle lunghe distanze causeranno problematiche fisiche. Per inciso, l’assistenza ai bambini che li assiste mediante deportazione (unico termine corretto che indicare un bambino prelevato da un istante all’altro, spaccando i suoi legami con la mamma, il papà, i nonni, i fratellini se ne ha, gli amichetti che sicuramente aveva) è un affare che sottrae fiumi di denaro agli esausti contribuenti italiani per investirli in dolore, traumi non superabili e bambini chiusi di notte a chiave in una stanza dove la mamma non può raggiungerli anche se li sente piangere disperati, come la mamma dei bimbi della casa del bosco.
L’assistente sociale deve saper riconoscere i segnali di disagio, individuare le cause reali dei problemi e proporre soluzioni concrete, non limitandosi a gestire l’emergenza. Togliere un bambino alla propria famiglia non può e non deve essere lo strumento privilegiato d’intervento. La sottrazione deve rappresentare l’ultima ratio, dopo aver esaurito ogni tentativo di recupero del contesto familiare originario. Gli assistenti sociali, sulla carta, dovrebbero essere il perno di un sistema di sostegno, non di sottrazione. Dovrebbero entrare in punta di piedi nelle vite ferite, e provare, nei limiti del possibile, a guarirle. Invece, troppo spesso, il «progetto» che viene attuato è la rimozione del piccolo paziente, non la cura della malattia. Parliamo delle famiglie oggettivamente fragili, non quindi la famiglia del bosco che era solidissima e non aveva bisogno di niente. Molte famiglie fragili non sono irrecuperabili. Hanno solo bisogno di qualcuno che le aiuti a respirare, a capire, a ripartire. Una madre spaesata, un padre in difficoltà non si risanano con una sottrazione. Si accompagnano, si sorreggono, si educano. Ed è qui che il sistema mostra il suo essere patogeno: si distrugge la famiglia sprofondando sia i genitori che il bambino in un’angoscia senza possibilità di risoluzione. Il bambino è spostato altrove. «Altrove», molto spesso, significa una casa famiglia, un orfanatrofio statale, con cibo statale, una qualche cooperativa che fornisce cosiddetti educatori che si alternano nei turni e per i quali i bambini sono lavoro. I bambini vi trascorrono mesi, talvolta anni, con lo sguardo perso dietro finestre protette da sbarre, in nome della sicurezza, naturalmente. Ma chi li protegge dal senso di abbandono? Chi restituisce loro la voce, l’odore, la lingua dei propri cari? Una creatura umana stabilisce il senso del proprio valore attraverso le attenzioni che padre e soprattutto madre elargiscono. Ove queste attenzioni non ci siano perché le assistenti sociali impediscono visite, telefonate, consegna di regali anche per Natale, la fede in sé stesso del bambino si spegne per sempre, spesso diventa docile e malleabile, in caso contrario ci sono sempre gli psicofarmaci.
Molte volte i disagi genitoriali non derivano da cattiva volontà, ma da difficoltà economiche, sociali, relazionali o psicologiche che possono essere affrontate con un sostegno mirato. Quando una madre o un padre non riescono temporaneamente a garantire tutto ciò che serve al figlio, la prima strada da percorrere dovrebbe essere quella della famiglia allargata: nonni, zii, parenti disponibili e idonei. È meglio un bambino accolto da una nonna affettuosa, dinamica e collaborativa, anche sotto monitoraggio, che uno sradicato dal proprio ambiente e affidato a estranei, spesso costretto a un percorso psichiatrico o educativo forzato. Le reti familiari sono, o dovrebbero essere, una risorsa preziosa e, in molti casi, possono offrire al minore continuità affettiva, identitaria e culturale. O, meglio, potrebbero offrire continuità se fossero prese in considerazione.
I regolamenti regionali sul tema degli affidi e della tutela dei minori parlano di «progetti personalizzati di intervento». Un progetto, tuttavia, non può consistere nella mera sottrazione del minore. Salvare un bambino da una situazione di disagio non significa isolarlo, ma rimuovere le cause del disagio stesso. Gli assistenti sociali, in base alle norme vigenti, possono disporre l’affido ai nonni senza dover ricorrere automaticamente a un iter giudiziario complesso, quando questo risponde all’interesse superiore del minore. È fondamentale, inoltre, non estendere le carenze genitoriali dei genitori ai nonni, colpevolizzandoli per eventuali conflitti familiari. Le tensioni, inevitabili in ogni nucleo, vanno gestite con equilibrio, distinguendo le responsabilità e cercando di ricomporre il dialogo. Un litigio tra madre e nonna, per quanto spiacevole, non può essere considerato motivo sufficiente per allontanare un bambino dal suo mondo. Meglio un dissidio temporaneo tra familiari che il vuoto che spesso accompagna la vita in una casa famiglia.
Il problema degli affidi e delle adozioni in Italia non è nuovo. I casi sono circa 25.000 ogni anno. Le origini di questa situazione risalgono al 1993, quando fu istituita la figura professionale dell’assistente sociale con il compito di sostenere le famiglie in difficoltà. Tuttavia, quella riforma nacque in un periodo politicamente instabile e con tempi troppo brevi per una reale costruzione di un sistema solido. In Italia, ogni governo dispone di pochi anni di mandato e troppo spesso le riforme vengono avviate, modificate o abbandonate senza una visione di lungo periodo. Creare una legge «per il bene dei bambini» non basta: bisogna prevedere come le norme verranno applicate nella realtà quotidiana, anticipare gli effetti e garantire continuità formativa agli operatori. Gli assistenti sociali devono ricevere preparazione, aggiornamento e supervisione costanti, come avviene nei Paesi scandinavi, da sempre modelli d’eccellenza nel campo del welfare. Solo così potranno diventare veri mediatori del benessere familiare, non semplici esecutori di provvedimenti. Rifondare l’assistenza sociale significa quindi rimettere al centro la persona, la famiglia e la comunità, adottando un approccio umano, competente e proattivo. Perché ogni bambino ha il diritto di crescere circondato dall’affetto dei suoi cari, non dietro le sbarre di una finestra di casa famiglia. Imperdibile su questo argomento è il libro di Cinzia Battistini Diritto alla verità, un caso di affido a Fandogna. Un libro che racconta una storia dolente con una documentazione formidabile e che interessa tutti, non solo addetti ai lavori, non solo genitori, ma ogni singolo cittadino.