Carlo Cottarelli s’è ridesto e fa la lezioncina sui dazi
Carlo Cottarelli (Ansa)

I figli della Troika, alla Mario Monti per intendersi, sono spesso anche profeti di sventura. Di solito operano in «modalità tragedia», ammonendo che un certo debito pubblico non è sostenibile, nuotano volentieri nelle acque dei mercati che contribuiscono ad agitare, quindi passano con la ricettina già pronta e all’insegna di lacrime e sangue.

Poi c’è Carlo Cottarelli, l’ex direttore del Fondo monetario dal volto umano, da tempo impegnato a far dimenticare quello che ha combinato in Grecia. Per Pasqua, l’economista di Cremona ha cercato di convincere i lettori del Corriere della Sera che in fondo questa battaglia dei dazi non è una catastrofe e neppure un pasticcio irrisolvibile, come dicono i giornaloni. Evviva, modestamente lo scriviamo da settimane anche noi, mentre tutto intorno si ascoltano progetti folli, come ritorsioni contro Washington e minacce di avvicinarsi per ripicca a Pechino. Cottarelli sostiene che proprio la Cina è il vero obiettivo di Donald Trump e noi gli vogliamo credere, anche se a quel punto non si capirebbe più tanto perché la Casa Bianca se la sia presa anche con l’Europa. In ogni caso, Cottarelli spiega che su molte categorie di prodotti ci sono margini di trattativa, tra noi e gli Usa. Ah, «noi sarebbe l’Ue, non l’Italia. «La logica direbbe quindi che America ed Europa giungeranno a un accordo commerciale. L’unico caveat è che, talvolta, tra le nazioni non prevale la logica». Cioè, l’Ue sarebbe una nazione, per Cottarelli. Veramente, con tutto il rispetto, la nazione è quella con i parlamenti sovrani, che quando dall’alto qualcuno propone un Cottarelli come premier (2018) rispondono con una pernacchia. L’Unione europea come nazione è come le scritte sui viadotti «Sardigna Natzione», o «Vda libra» (come se qualcuno avesse mai invaso la Valle d’Aosta): propaganda senza popoli.

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