Solo che il funerale, ancora una volta, è stato rinviato. E i becchini della sinistra si ritrovano con la pala in mano e la faccia lunga. Perché i numeri, quei fastidiosi segni che non leggono i talk show e non frequentano i salotti buoni raccontano un’altra storia. Raccontano che l’Italia, nel primo trimestre del 2026, cresce più del previsto. Piano? Certo. Con prudenza? Ovvio. Ma cresce. E soprattutto cresce mentre da mesi l’opposizione dipingeva un Paese sull’orlo della carestia, una specie di Venezuela con le sagre di paese e il Parmigiano Reggiano.
Giuseppe Conte, il 26 maggio a È sempre Cartabianca sentenziava: «Questo governo in quattro anni non è riuscito a presentare una misura di crescita vera». Matteo Renzi, dal suo osservatorio del catastrofismo permanente, scriveva su X subito dopo il referendum: «Saranno 15 mesi di piano inclinato fino alle elezioni, il crollo è appena cominciato». Elly Schlein, invece, non perdeva occasione per annunciare il funerale dell’economia italiana: «Crescita zero, debito/Pil al 138%, politica economica fallita». Peccato che nel frattempo l’Istat ha pubblicato i dati veri. Una coltellata nelle sceneggiature scritte con la penna dell’ideologia.
Nel primo trimestre del 2026 il Pil cresce dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dello 0,8% su base annua. Non solo: la stima viene rivista al rialzo rispetto alle previsioni preliminari, ferme allo 0,2% trimestrale e allo 0,7% annuale. Una seccatura enorme per i profeti di sventura.
Ancora più interessante è la composizione della crescita. Perché non arriva da droghe fiscali o da qualche costoso bonus in stile grillino. Arriva dalla domanda interna salita dello 0,4%. Gli investimenti aumentano dello 0,7%. Le esportazioni fanno un balzo del 2,2%, mentre le importazioni scendono dello 0,7%. In pratica le imprese vendono di più all’estero e comprano di meno. Un dettaglio non proprio irrilevante considerato l’esplodere dei costi delle importazioni di gas e petrolio
Certo, ci sono le ombre. L’inflazione resta una zavorra. A maggio i prezzi salgono del 3,2% su base annua, contro il 2,7% del mese precedente. Gli energetici corrono. I trasporti aumentano. Le famiglie sentono la pressione sui bilanci. Nessuno lo nega. Ma qui arriva il punto che manda in cortocircuito la retorica apocalittica: nonostante inflazione, guerre, tensioni sullo Stretto di Hormuz, rallentamento europeo e crisi geopolitiche, l’Italia continua a crescere e soprattutto continua a creare lavoro. Ed è qui che il castello polemico dei profeti di sventura si sbriciola come un grissino nella bagna càuda.
Ad aprile gli occupati aumentano di 123.000 unità in un solo mese. Totale: 24 milioni e 337.000 persone al lavoro. Mai così tante. Il tasso di occupazione sale al 63,1%, il livello più alto dal 2004.
Il dato cresce ovunque: uomini e donne, dipendenti e autonomi, giovani e adulti. Tranne la fascia 35-49 anni, sostanzialmente stabile. Contemporaneamente calano i disoccupati; sono 1 milione e 310.000: 18.000 in meno rispetto a marzo e addirittura 260.000 in meno rispetto ad aprile 2025. Il tasso di disoccupazione scende al 5,1%. Anche gli inattivi diminuiscono. Sono 13.000 in meno rispetto a un anno fa. Resta un problema enorme, certo. Un terzo degli italiani tra 15 e 64 anni resta fuori dal mercato del lavoro. Il tasso di inattività, comunque, scende al 33,4%
E c’è un dettaglio che dovrebbe far arrossire anni di comizi progressisti contro la precarietà: aumentano i contratti stabili e diminuiscono quelli a termine. I dipendenti permanenti crescono di 143.000 unità in un anno. I contratti a tempo calano di 64.000. Gli autonomi aumentano di 190.000. Una dinamica che Giorgia Meloni ha rivendicato: «La sinistra ha sempre detto di voler combattere il precariato. La destra lo sta facendo».
Il governo di centrodestra, descritto per anni come incapace di governare l’economia, si ritrova oggi con occupazione record, Pil positivo, export in crescita e contratti stabili in aumento.
Naturalmente non tutto gira per il verso giusto. Sarebbe ridicolo sostenerlo. L’inflazione pesa. I salari reali devono ancora recuperare pienamente. La produttività italiana resta storicamente debole. L’agricoltura arretra dello 0,5%. L’industria ristagna. E il debito pubblico continua a essere una montagna parcheggiata sopra il bilancio dello Stato.
Ma proprio qui emerge la differenza tra propaganda e realtà. I gufi appollaiati sul ramo che gracchiano «crolla tutto», mentre sotto il ramo passa un treno pieno di occupati in più.