Parole, quelle di Baghaei, che non sono passate inosservate, innescando la reazione di Donald Trump. «Gli Stati Uniti d’America sono impegnati in serie discussioni con un nuovo regime, più ragionevole, per porre fine alle nostre operazioni militari in Iran. Sono stati compiuti grandi progressi, ma se per qualsiasi motivo non si raggiungerà presto un accordo, cosa che probabilmente accadrà, e se lo Stretto di Hormuz non sarà immediatamente “aperto agli affari”, concluderemo il nostro piacevole “soggiorno” in Iran facendo saltare in aria e distruggendo completamente tutte le loro centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg (e forse anche tutti gli impianti di desalinizzazione!), che abbiamo volutamente lasciato intatti», ha tuonato il presidente americano su Truth. «Questo sarà un atto di rappresaglia per i nostri numerosi soldati, e non solo, che l’Iran ha massacrato e ucciso durante i 47 anni di “regno del terrore” del vecchio regime», ha continuato. Sempre ieri, parlando con il New York Post, Trump ha confermato che l’interlocutore di Washington a Teheran è il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf: a tal proposito, ha precisato che, entro una settimana, si capirà se costui sia realmente disposto a collaborare con gli Usa. L’inquilino della Casa Bianca ha poi aggiunto che sarebbe arrivata «a breve» la risposta statunitense al danneggiamento della raffineria israeliana di Haifa, avvenuto a seguito di un attacco missilistico della Repubblica islamica.
D’altronde, che la situazione diplomatica stia attraversando una fase complicata è stato ammesso anche dal segretario di Stato americano, Marco Rubio. «È evidente che ci sono persone che ci parlano in modi diversi da quelli in cui si sono espressi i precedenti responsabili dell’Iran. Ma dobbiamo anche essere preparati al fatto che questo tentativo potrebbe fallire. Abbiamo a che fare con un regime che dura da 47 anni e al cui interno sono ancora coinvolte molte persone che non sono necessariamente grandi sostenitrici della diplomazia e della pace», ha dichiarato. «Se ora al comando ci sono nuove persone con una visione più ragionevole del futuro, questa sarebbe una buona notizia per noi, per loro e per il mondo intero. Ma dobbiamo anche essere preparati alla possibilità, forse persino alla probabilità, che non sia così», ha continuato. Rubio ha inoltre detto che «non esiste la Nato senza gli Stati Uniti», per poi sottolineare che lo Stretto di Hormuz riaprirà «in un modo o nell’altro». Dal canto suo, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, oltre a sostenere che i colloqui starebbero «procedendo bene», ha affermato che Teheran pagherà «un prezzo altissimo» in caso di mancato accordo, per poi annunciare che Trump potrebbe chiedere ai Paesi arabi di contribuire a sostenere i costi della guerra.
Insomma, la situazione resta sospesa. Nonostante le critiche di Baghaei, non è ancora arrivata una risposta ufficiale al piano di pace statunitense da parte dell’Iran. Il regime khomeinista è d’altronde spaccato tra un’ala dialogante e un’altra che, legata soprattutto ai pasdaran, non ne vuole sapere di negoziati con Washington. Al contempo, Trump, mentre lavora per isolare internamente le Guardie della rivoluzione, deve fare attenzione. Il presidente americano sta valutando di schierare truppe di terra sia per conquistare l’isola di Kharg, da cui dipende circa il 90% dell’export di greggio iraniano, sia per sequestrare 450 chili di uranio arricchito attualmente in mano al regime. Oltre a impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica, Trump punterebbe a occupare Kharg per mettere economicamente sotto pressione i pasdaran e costringerli così a riaprire Hormuz. Non è detto che l’azione non gli riesca, ma dovrebbe comunque esporsi a un rischio notevole. Schierando soldati americani sul terreno, Trump non potrebbe infatti aprioristicamente escludere lo scenario di un pantano con ricadute negative sul consenso interno. Dall’altra parte, la sua natura di scommettitore potrebbe convincerlo a tentare. Il problema è che i pasdaran hanno tutto l’interesse a prolungare il conflitto, per tenere alto il costo dell’energia e danneggiare politicamente Trump in vista delle Midterm di novembre. Non a caso, secondo The Hill, l’Iran, in caso di conquista americana di Kharg, potrebbe intensificare i bombardamenti contro le infrastrutture energetiche del Golfo e bloccare lo Stretto di Bab El Mandeb. Insomma, a meno che la diplomazia non si sblocchi, quella che si delinea all’orizzonte è una guerra di nervi tra chi dei due contendenti cederà per primo.