La combinazione di IA e robotica produrrà beni e servizi di gran lunga superiori all’aumento di offerta di moneta, quindi non ci sarà inflazione».
Poche righe delineano uno scenario possibile che sembra quasi rimandare al reddito di cittadinanza grillino, condito del vaticinio del fondatore di Tesla (e molto altro), nonché uomo più ricco del mondo. Come detto, lo spunto non è nuovo. Musk non è completamente assimilabile nel filone iper ottimista e sa che l’impatto tecnologico (di cui è come ovvio attore primario) sta già avendo effetti in termini di riduzione degli occupati. Quando parla di combinazione di IA e robotica, cita due filoni in cui è protagonista assoluto: già l’anno scorso aveva previsto un impiego in tempi relativamente rapidi dei suoi robot Optimus nelle fabbriche delle sue automobili elettriche. Difficile immaginare che in un’azienda sempre più robotizzata gli impiegati aumentino: da qui il problema, in capo a 5-10 anni, di come gestire probabili masse di esuberi nei Paesi sviluppati. E non solo operai, ma anche - e soprattutto - colletti bianchi, investiti da software in grado di fare il loro lavoro più rapidamente e senza ferie, maternità, problemi di salute, permessi, aspettative. Soprattutto: senza salario. In questo momento molti di loro sono pagati - benino - per addestrare un’IA che potrebbe sostituirli a breve.
In Italia, il Crisp della Bicocca ha provato a fare una stima dell’impatto dell’IA sui settori professionali calcolando la cosiddetta «esposizione» di compiti specifici del lavoro (detti «task») ad applicativi realizzati con Intelligenza artificiale. Il sito è Terminator economy, e i risultati non sono tranquillizzanti. Come i ricercatori del Crisp, Musk non si rifugia nel ritornello della ricollocazione/formazione del personale «sostituito». Il patron di Starlink ha in mente da anni, uno scenario ardito, tra il distopico e l’idilliaco. Nella biografia scritta da Walter Isaacson e tradotta in Italia da Mondadori (Elon Musk, 2024), è riportata la seguente frase: «Bisognerà forse istituire un reddito universale. E lavorare potrebbe diventare una libera scelta». Su questo, gli va riconosciuta coerenza. Nel futuro di Musk i Paesi sviluppati conosceranno forti aumenti dell’indicatore che da lustri catalizza l’attenzione degli economisti di tutto il mondo: la produttività. Tecnicamente, il valore della produttività si calcola con il rapporto tra il valore aggiunto di una produzione e le ore lavorate per realizzarla. Se prendiamo per buono l’assunto sull’impatto combinato di IA e robotica, non è sbagliato immaginare che, aumentando il numeratore (ad esempio con procedure industriali meccanizzate in modo impeccabile) mentre cala il denominatore (ad esempio con un progetto, uno spot, un testo realizzati in pochi secondi anziché in settimane), la produttività schizzi verso l’alto. Seguiamo la profezia dell’inventore di Grok: un’industria che evolva verso uno scenario robotizzato, lecite inquietudini fantascientifiche a parte, produrrebbe beni e servizi tali da eccedere strutturalmente la domanda perché si produrrebbe di più, meglio e più in fretta. Problema: se nessuno lavora, chi compra?
Qui si fa strada la soluzione di Musk, che in realtà è concettualmente piuttosto diversa dal reddito di cittadinanza. L’idea non è quella di un sussidio di sussistenza ma di un reddito «alto» (una «giusta mercede»? Ma di cosa?), erogato direttamente dai governi in un ambiente economico caratterizzato da eccesso costante di produzione (che metterebbe al riparo dall’inflazione figlia di restrizioni nell’offerta). Più ricchezza prodotta significa anche più raccolta fiscale, ma non per forza più vendite, come detto. Verrebbe da dire che tale reddito servirebbe anche a guidare una domanda non certo trainata dai salari. È difficile non registrare un paradosso tra la logica ultra liberista dell’imprenditore globale (ma che deve comunque parte dei ricavi smodati ai contratti col pubblico, Pentagono in testa) e l’invocazione di una misura a carico della collettività. Tuttavia, la distanza dalla logica del reddito «grillino» c’è: non si tratta di garantire la pace sociale evitando gli assalti ai forni, ma di fronteggiare il rischio di un mondo senza lavoro spaccato tra un manipolo di padroni che governino le macchine, un piccolo esercito di ingegneri che le programmino, un vasto secondo mondo di residui lavoratori manuali e uno sterminato esercito di inoccupati.
Se il futuro renderà davvero il lavoro un’opzione, sarà insieme un ritorno a ciò che ha preceduto quello che Hilaire Belloc chiamava lo «Stato servile» e un tuffo in un futuro incognito in cui trovare un senso al nostro posto nel mondo potrebbe diventare di colpo drammaticamente problematico. Basta chiedere a un quarantenne disoccupato: bastano i soldi a placare il desiderio di significato? La Rerum novarum di Musk, col suo stile allucinato e rapsodico, è abbozzata. In attesa di quella cui starebbe lavorando Leone XIV, in mezzo a catastrofismi e disinteresse, non si vede granché d’altro.