Emiliano. «Dalla Puglia con ardore», si è inzigato dopo la notizia della cena di lavoro in un ristorante deserto, perché prenotato tutto da lui, con l’avvocato Nancy Dell’Olio, avvenente nostra coetanea, nata a New York da famiglia originaria di Bisceglie.
Dell’Olio il 24 giugno 2025 ribadirà in tv, a Storie al bivio di Monica Setta: «Ah, sostiene non sia successo nulla? Certo: solo perché io ho voluto che non accadesse niente», e chi ha orecchie per intendere...
Non è chiaro se il menu prevedesse un piatto di cozze pelose, già indigeste in passato per Emiliano.
Do you remember?
Diventato primo cittadino barese, Emiliano finisce sotto i riflettori per la sua decisione di radere al suolo (con tanto di show sul lungomare) l’ecomostro di Punta Perrotti. Bene, bravo, bis.
Peccato che nel 2012 la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia condannato l’Italia a risarcire con 49 milioni di euro la famiglia Matarrese per «confisca illegittima», e vabbé.
«Mentre Emiliano affossava i Matarrese, altri gruppi prendevano il loro posto nell’egemonia degli appalti pubblici locali. La prima è stata la famiglia Degennaro», così Annarita Digiorgio che sul Foglio dell’8 aprile 2024 si è occupata delle - non di rado spregiudicate - giravolte politiche del Nostro, in una compilation da mal di testa.
Un piccolo esempio? Il suo endorsement a favore di Giuseppe «Pippi» Mellone, sindaco uscente di Nardò, in corsa di nuovo nel 2021, riconfermato con il 74% dei voti, ritenuto un esponente di estrema destra, con un passato in Azione giovani, contro il candidato del Pd Carlo Falangone. Vicenda che portò il pugliese Dario Stefano, senatore del Pd, ad autosospendersi dal partito.
Il Franti che è in me non si è però sorpreso più di tanto, memore della battuta di Massimo D’Alema («che, per toglierlo dalla Procura - da cui aveva messo sotto inchiesta la famosa missione Arcobaleno, gli aiuti umanitari ai civili per la guerra in Kosovo decisi proprio da D’Alema con il suo primo governo nel 1999- l’ha portato in politica»): «Chi dice che nel Pd siamo solo ex comunisti mente: abbiamo anche i fascisti. Come Emiliano».
In occasione del Natale 2007 Emiliano si vede recapitare champagne, vino e formaggi, quattro «spigolone», venti scampi, ostriche imperiali, cinquanta noci bianche, cinquanta cozze pelose, due chili di seppioline, «allievi» locali di Molfetta (altra specie di seppie) e otto astici. Mittente: Gennaro Degennaro, imprenditore poi finito agli arresti per aver ottenuto agevolazioni e linee preferenziali da parte dei tecnici del cComune di Bari.
Emiliano non viene indagato, non sussistendo alcunché di penalmente rilevante a suo carico, ma resta agli atti l’annotazione riferita dall’edizione barese di Repubblica il 15 marzo 2012: ricevuta quella quantità industriale di cibo, «il sindaco ha ringraziato ma si è lamentato che non ha il ghiaccio per conservarli, e allora Degennaro provvede immediatamente a inviarglielo: “le formette, mi raccomando, subito”».
Dettaglio marginale: il cozza-gate fu sollevato dal pm Francesca Pirrelli, moglie di Gianrico Carofiglio, di Bari pure lui, ex magistrato pure lui, del Pd pure lui (senatore per una legislatura).
In Puglia tout se tient, sono tutti una famiglia.
Risentimenti? Macché. Come insegnava il campione della «fluidità» in politica Agostino Depretis a fine ’800, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto è trasformismo.
E difatti nel 2015 Emiliano non si oppone alla nomina (voluta da Decaro) di Carofiglio alla presidenza della fondazione del Teatro Petruzzelli.
Emiliano chiuse le polemiche ittiche more solito, vestendo i panni di Alice nel paese delle cime di rapa: «Le cozze pelose? Io fesso, non corrotto».
Ma del resto: cadere dall’albero è uno sport in cui Emiliano eccelle, come quando la ditta dei fratelli ha ricevuto affidamenti diretti dalla Regione Puglia, riguardanti l’arredo di spazi del Consiglio regionale, per un totale di circa 77.000 euro.
Procedure formalmente corrette in quanto «sotto soglia».
Emiliano era naturalmente «all’oscuro di tutto».
Certo, il Franti di cui sopra osserverebbe che due appalti in tre mesi, per la stessa categoria merceologica e dalla stessa centrale di spesa, sembrano quasi un frazionamento fatto apposta per aggirare la norma sulla soglia da rispettare per l’assegnazione senza gara, un modo per non dare nell’occhio, insomma, ma transeat.
Una sola volta ha provato a fare il salto per approdare al palcoscenico della politica a livello nazionale: quando nel 2017 si è candidato alla segreteria del Pd, raggranellando l’8% dei voti nei circoli e l’11 nelle primarie «aperte» (con Matteo Renzi al 69% e Andrea Orlando al 20).
L’anno dopo, ecco la rinuncia alla tessera del Pd: «Una scelta dolorosa ma inevitabile, me lo impone il mio ruolo di magistrato».
No: lo obbligò una sentenza della Corte costituzionale, la n. 170 del 20 luglio 2018.
Intervenuta dopo l’apertura di un procedimento disciplinare da parte del Csm.
Repubblica dell’11 marzo 2018: «Emiliano - che prima di entrare in politica faceva il pm- è accusato di aver violato il divieto per i magistrati di iscriversi a partiti politici, anche per essere stato in passato segretario e presidente del Pd pugliese. La procura generale della Cassazione ha chiesto per lui la condanna all’ammonimento, la sanzione più lieve. Ma il Csm ha sospeso il processo sollevando una questione di legittimità costituzionale», ipotizzando fossero stati conculcati i diritti del «cittadino» Emiliano, visto che il «magistrato» Emiliano si era messo comunque in aspettativa.
Manco per niente, ha statuito la Consulta: un conto è ottenere incarichi di natura politica, mettendosi fuori ruolo, un altro è l’iscrizione a partiti politici, che integra l’illecito disciplinare.
Se ti metti una casacca e fai propaganda di partito, insomma, sfregi i requisiti di indipendenza e imparzialità: «Per i magistrati, in qualunque posizione si trovino, deve rimanere salda la distinzione tra esercizio dell’elettorato passivo e organico schieramento con una delle parti politiche in gioco».
Passano 8 anni, e oplà: la querelle si ripropone.
Emiliano aspira all’incarico di consigliere giuridico di Decaro governatore.
La Regione ha chiesto al Csm di autorizzarlo. Si vedrà.
Emiliano, se dovesse rientrare in magistratura, immagina il disorientamento di «un qualunque utente della giustizia» di ritrovarsi in udienza, con la toga addosso, l’ex presidente di Regione.
In ogni caso, lui è «a disposizione»: «Il presidente Decaro può fare di me e può chiedermi quello che vuole, in qualunque momento e sempre».
Che umiltà.
Diversa fu la reazione quando apprese che il veto di Decaro alle candidature sua e di Vendola al Consiglio regionale era sì caduto, ma solo per Nichi.
«Un leone ferito, che si sente vittima di una macchinazione ingiusta, di un tradimento, di un parricidio» così Monica Guerzoni sul Corriere della sera del 6 settembre 2025 (e comunque poi Vendola non è stato eletto per insufficienza di voti, tiè).
A Decaro Emiliano aveva combinato uno scherzetto niente male.
23 marzo 2024. Manifestazione di piazza «Giù le mani da Bari» contro l’arrivo della commissione ministeriale incaricata di verificare eventuali infiltrazioni mafiose nel Comune del sindaco Decaro.
Emiliano va sul palco e si mette a raccontare di quella volta che, da sindaco, siccome il suo assessore Decaro, «bianco come un cencio», gli aveva confidato di essere stato minacciato con la pistola nei vicoli di Bari vecchia, lo aveva portato a casa della sorella del boss che controllava il quartiere per metterlo, di fatto, sotto la sua protezione.
Un modo per affossare Decaro, quella pubblica confessione? Una gaffe dovuta all’esibizionismo ipertrofico di Emiliano, che voleva far intendere quanto gli debba essere grato Decaro?
Richiesto di un parere in merito, il calabrese Marco Minniti, già dalemiano ed ex ministro dell’Interno nel governo di Paolo Gentiloni, è andato giù piatto, il 28 marzo 2024 su La7: «A casa dei mafiosi o dei parenti dei mafiosi non si va, punto».
Emiliano, rinvigorito dall’essere diventato padre per la quarta volta lo scorso settembre (ha altri tre figli già grandi, ed è nonno), guarda al futuro: «Vorrei essere ricordato per quello che farò nei prossimi 10 anni».
Per quanto fatto negli ultimi 20, invece, la medaglia di populista ideologico - specialista di manovre di Palazzo, abile nel cavalcare la cosiddetta pancia dell’elettorato, non per convinzione ma per convenienza, capace di adattarsi darwiniamente al contesto e all’interlocutore di turno - non gliela toglie nessuno.
Ipse dixit: «Ho fatto il politico per fare in modo che l’Italia avesse il ruolo che le spetta nella storia». Poi si è svegliato tutto sudato...