True
2021-01-03
Caos vaccinazioni. Mancano le siringhe e si reclutano medici in pensione
S.Guidi/Getty Images
Il commissario straordinario Arcuri ha dichiarato che «a cavallo tra il secondo e il terzo trimestre saremo potenzialmente in condizione di vaccinare la totalità della popolazione», ma a questi ritmi sarà un miraggio riuscire a iniettare il farmaco al 50% degli italiani, come ipotizza il piano «strategico». Per farlo, bisognerebbe essere partiti subito con più di 100.000 vaccinazioni al giorno, sette giorni su sette, e da febbraio prevederne 200.000 visto che servirà il richiamo. Invece procediamo con numeri ridicoli. Su 469.950 dosi a nostra disposizione dal 31 dicembre, ieri pomeriggio ne erano state utilizzate appena 48.416. La Provincia autonoma di Trento aveva provveduto alla somministrazione del 34,8% dei quantitativi ricevuti, l'Abruzzo al 3,6%. Per le altre Regioni si andava dal 3% della Lombardia al 15,5% del Veneto, o al 9,2% della Campania. Nel frattempo, in Germania erano già arrivati a quota 165.575, Regno Unito e Israele superavano il milione di vaccinati, gli Stati Uniti erano a quota 2,8 milioni, la Cina a 4,5 milioni.
La Danimarca ha già immunizzato quasi 30.000 cittadini su una popolazione di appena 5,8 milioni, e meglio dell'Italia ha fatto anche il Barhein con 59.351 somministrazioni di farmaci anti Covid. Oltre ai dubbi su quanto vaccino riusciremo ad avere, e se potremo contare su altri 62 milioni di dosi dopo che l'Ema avrà autorizzato il 6 gennaio (ma non è certo) il vaccino Moderna, il problema enorme è la macchina organizzativa che non è decollata. La circolare del 24 dicembre del ministero della Salute sono 58 pagine di approssimazioni, nulla a che vedere con un piano dettagliato che affronti in ogni suo aspetto la complessità di inoculare il vaccino a milioni di persone. Mancano ancora infermieri e medici, indispensabili per una vaccinazione di massa. Molte Regioni segnalano carenze di personale sanitario e di siringhe, alle quali si cerca di sopperire anche con medici in pensione o volontari e con le scorte degli ospedali. E a mancare è anche l'elenco completo dei centri dove il vaccino verrà distribuito. Ieri, la testata ZetaLuiss, informava che alla domanda, il commissario Arcuri ha risposto: ««Ancora in divenire, ragion per cui non si dispone ancora di un'elencazione dei centri vaccinali come richiesta».
Ieri sul sito di Invitalia è comparso il decreto di aggiudicazione delle cinque agenzie per il lavoro che dovranno selezionare i 15.000 vaccinatori attesi sul territorio. Si tratta della multinazionale Manpower che effettuerà il reclutamento in Lombardia, Emilia Romagna, Sardegna, Umbria e Valle d'Aosta. Di Randstad Italia per Lazio, Piemonte, Liguria, Provincia autonoma di Trento. Gi Group avrà come area territoriale Campania, Puglia, Marche, Basilicata. Raggruppamento temporaneo di imprese (Rti) Synergie Italia agenzia per il lavoro (mandante Umana Spa) si occuperà di Sicilia, Toscana, Abruzzo, Provincia autonoma di Bolzano, mentre Rti Etjca (mandante Orienta Spa) cercherà medici e infermieri in Veneto, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Molise. Dal documento della presidenza del Consiglio non compaiono le cifre delle offerte che hanno permesso di scegliere queste aziende, scartando le altre di cui non è stato ancora pubblicato l'elenco. «Non conosciamo le offerte al ribasso, ma possiamo certo parlare con cognizione di causa di denaro che si poteva spendere diversamente», commenta Antonio Di Palma, presidente del sindacato infermieri Nursing up, riferendosi al 5% di guadagno delle agenzie sui 508 milioni di euro stanziati. Il decreto precisa che verrà stipulato l'accordo quadro con gli operatori economici «anche nelle more della verifica dei requisiti di partecipazione alla procedura di gara, in considerazione dell'urgenza della procedura in parola». Di Palma è preoccupato e si chiede: «Che cosa accadrebbe se una delle agenzie, successivamente dimostrasse di non avere i requisiti necessari? Questo passaggio non ci è chiaro. E ancor peggio: che cosa succederebbe se una delle aziende esterne, che ha in carico più di una Regione, venisse rimossa dall'incarico una volta che gli infermieri di un determinato territorio di competenza fossero stati già contrattualizzati? Che fine farebbero questi operatori sanitari?». Saranno infatti le neo prescelte agenzie a stipulare i contratti di nove mesi con 3.000 medici e 12.000 infermieri. Non sappiamo ancora quanti abbiano risposto all'appello di Arcuri: il premier Conte nella conferenza stampa di fine anno ha parlato di circa 22.730 professionisti sanitari, ma attendiamo elenchi ufficiali e le Regioni di provenienza dei candidati, per capire se davvero sono disposti a spostarsi a proprie spese con un contratto di nove mesi. Buio fitto anche sulle aziende che dovevano consegnare le prime siringhe entro la fine dello scorso dicembre ed entro il prossimo 31 gennaio. Nel caos dell'assenza di siringhe, di vaccinatori, mentre nessuno ci rassicura che i farmaci rispetteranno le scadenze concordate (ma il Regno Unito non ha più bisogno dell'Ema e da metà gennaio riceverà 2 milioni di vaccino Astrazeneca), dobbiamo sopportare pure che ministro delle Regioni, Francesco Boccia, ci prenda per i fondelli definendoci «Paese serio» mentre la Germani acquista 30 milioni di dosi in più alla faccia dell'Unione europea.
Anche gli scienziati sono allarmati per le reazioni al siero della Pfizer
Le gravi reazioni allergiche insorte a seguito della somministrazione del vaccino Pfizer-Biontech sono al centro di un lungo approfondimento pubblicato sul numero di gennaio 2021 dall'autorevole rivista Science. Non esattamente, dunque, quella che si potrebbe definire la bibbia dei «no vax». L'articolo a firma del giornalista scientifico olandese Jop de Vrieze snocciola i primi dati di questa campagna vaccinale negli Stati Uniti e nel Regno Unito, sollevando importanti interrogativi. Né più né meno rispetto a quanto avete potuto leggere su queste stesse pagine nelle settimane a cavallo tra il vecchio e nuovo anno. Cosa sia l'anafilassi lo spiega l'Istituto superiore di sanità: si tratta di una «reazione allergica grave e pericolosa per la vita», causata dal rilascio da parte del sistema immunitario di «una serie di sostanze chimiche che provocano un abbassamento improvviso della pressione sanguigna e una restrizione delle vie respiratorie con blocco della respirazione».
Fino al 23 dicembre, su un totale di 614.117 persone vaccinate oltreoceano, erano state osservati 10 casi di anafilassi. Una percentuale solo a prima vista risibile: nei vaccini in commercio le reazioni allergiche gravi sono circa 1 su un milione, mentre per il farmaco Pfizer-Biontech questo rapporto è 15 volte superiore. L'elevata frequenza rispetto alla letteratura scientifica ha convinto l'Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive (Niaid) e la Food and drug administration (il regolatore americano) a convocare d'urgenza delle riunioni per discutere del problema e delle possibili soluzioni. Come spiegato sempre da Science in un articolo pubblicato il 21 dicembre scorso, l'indiziato numero uno per le reazioni allergiche gravi sarebbe il polietilenglicole (Peg), una sostanza contenuta in una gran quantità di cosmetici, e utilizzata per migliorare la stabilità e la durata delle nanoparticelle che trasportano il filamento di Rna messaggero vero e proprio «cuore» del vaccino. Se fosse confermato, si tratterebbe di una doppia preoccupazione, dal momento che la molecola sotto osservazione è contenuta anche nella formula sviluppata da Moderna. Fino a qualche tempo fa si pensava che il Peg fosse inerte, ma negli ultimi anni diversi studi hanno confermato la capacità di indurre una risposta da parte del sistema immunitario. In particolare, uno studio condotto nel 2016 da Samuel Lai, ingegnere farmaceutico all'Università della Carolina del Nord, proverebbe che il 7% della popolazione sarebbe predisposto a sviluppare reazione anafilattica a questo composto. Non per niente, a seguito della pubblicazione di questa ricerca diverse aziende hanno deciso di eliminare dalla propria filiera produttiva prodotti contenenti il polietilenglicole.
Occorre precisare che il legame tra le reazioni allergiche e il Peg è ancora tutto da dimostrare, e alcuni scienziati sono scettici sulla connessione tra la presenza del composto nel vaccino e i casi di anafilassi occorsi nelle ultime settimane. Tuttavia, il giornalista di Science tiene a precisare che «le aziende erano consapevoli dei rischi». Nel 2018, infatti, Moderna aveva messo nero su bianco circa la possibilità di «reazioni al Peg», mentre lo scorso settembre i ricercatori della tedesca Biontech avevano proposto un'alternativa al polietilenglicole, osservando che il suo utilizzo «avrebbe potuto avere importanti svantaggi in merito all'attività e alla sicurezza». E come messo in luce dalla Verità, già a maggio Moderna aveva avvisato gli investitori dei rischi di reazioni al Peg. Nonostante tutto, sia Pfizer-Biontech che Moderna hanno deliberatamente escluso dalla sperimentazione soggetti con una storia clinica di allergia a questo composto. Una scelta che, alla luce dei casi di anafilassi fatti registrare finora, rischia di avere pesanti conseguenze.
Continua a leggereRiduci
Ignote le offerte delle agenzie interinali vincitrici e l'elenco dei centri designati per la somministrazione: «È in divenire».La rivista «Science» ha approfondito i dati sulle anafilassi sollevando importanti dubbi.Lo speciale contiene due articoli.Il commissario straordinario Arcuri ha dichiarato che «a cavallo tra il secondo e il terzo trimestre saremo potenzialmente in condizione di vaccinare la totalità della popolazione», ma a questi ritmi sarà un miraggio riuscire a iniettare il farmaco al 50% degli italiani, come ipotizza il piano «strategico». Per farlo, bisognerebbe essere partiti subito con più di 100.000 vaccinazioni al giorno, sette giorni su sette, e da febbraio prevederne 200.000 visto che servirà il richiamo. Invece procediamo con numeri ridicoli. Su 469.950 dosi a nostra disposizione dal 31 dicembre, ieri pomeriggio ne erano state utilizzate appena 48.416. La Provincia autonoma di Trento aveva provveduto alla somministrazione del 34,8% dei quantitativi ricevuti, l'Abruzzo al 3,6%. Per le altre Regioni si andava dal 3% della Lombardia al 15,5% del Veneto, o al 9,2% della Campania. Nel frattempo, in Germania erano già arrivati a quota 165.575, Regno Unito e Israele superavano il milione di vaccinati, gli Stati Uniti erano a quota 2,8 milioni, la Cina a 4,5 milioni. La Danimarca ha già immunizzato quasi 30.000 cittadini su una popolazione di appena 5,8 milioni, e meglio dell'Italia ha fatto anche il Barhein con 59.351 somministrazioni di farmaci anti Covid. Oltre ai dubbi su quanto vaccino riusciremo ad avere, e se potremo contare su altri 62 milioni di dosi dopo che l'Ema avrà autorizzato il 6 gennaio (ma non è certo) il vaccino Moderna, il problema enorme è la macchina organizzativa che non è decollata. La circolare del 24 dicembre del ministero della Salute sono 58 pagine di approssimazioni, nulla a che vedere con un piano dettagliato che affronti in ogni suo aspetto la complessità di inoculare il vaccino a milioni di persone. Mancano ancora infermieri e medici, indispensabili per una vaccinazione di massa. Molte Regioni segnalano carenze di personale sanitario e di siringhe, alle quali si cerca di sopperire anche con medici in pensione o volontari e con le scorte degli ospedali. E a mancare è anche l'elenco completo dei centri dove il vaccino verrà distribuito. Ieri, la testata ZetaLuiss, informava che alla domanda, il commissario Arcuri ha risposto: ««Ancora in divenire, ragion per cui non si dispone ancora di un'elencazione dei centri vaccinali come richiesta». Ieri sul sito di Invitalia è comparso il decreto di aggiudicazione delle cinque agenzie per il lavoro che dovranno selezionare i 15.000 vaccinatori attesi sul territorio. Si tratta della multinazionale Manpower che effettuerà il reclutamento in Lombardia, Emilia Romagna, Sardegna, Umbria e Valle d'Aosta. Di Randstad Italia per Lazio, Piemonte, Liguria, Provincia autonoma di Trento. Gi Group avrà come area territoriale Campania, Puglia, Marche, Basilicata. Raggruppamento temporaneo di imprese (Rti) Synergie Italia agenzia per il lavoro (mandante Umana Spa) si occuperà di Sicilia, Toscana, Abruzzo, Provincia autonoma di Bolzano, mentre Rti Etjca (mandante Orienta Spa) cercherà medici e infermieri in Veneto, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Molise. Dal documento della presidenza del Consiglio non compaiono le cifre delle offerte che hanno permesso di scegliere queste aziende, scartando le altre di cui non è stato ancora pubblicato l'elenco. «Non conosciamo le offerte al ribasso, ma possiamo certo parlare con cognizione di causa di denaro che si poteva spendere diversamente», commenta Antonio Di Palma, presidente del sindacato infermieri Nursing up, riferendosi al 5% di guadagno delle agenzie sui 508 milioni di euro stanziati. Il decreto precisa che verrà stipulato l'accordo quadro con gli operatori economici «anche nelle more della verifica dei requisiti di partecipazione alla procedura di gara, in considerazione dell'urgenza della procedura in parola». Di Palma è preoccupato e si chiede: «Che cosa accadrebbe se una delle agenzie, successivamente dimostrasse di non avere i requisiti necessari? Questo passaggio non ci è chiaro. E ancor peggio: che cosa succederebbe se una delle aziende esterne, che ha in carico più di una Regione, venisse rimossa dall'incarico una volta che gli infermieri di un determinato territorio di competenza fossero stati già contrattualizzati? Che fine farebbero questi operatori sanitari?». Saranno infatti le neo prescelte agenzie a stipulare i contratti di nove mesi con 3.000 medici e 12.000 infermieri. Non sappiamo ancora quanti abbiano risposto all'appello di Arcuri: il premier Conte nella conferenza stampa di fine anno ha parlato di circa 22.730 professionisti sanitari, ma attendiamo elenchi ufficiali e le Regioni di provenienza dei candidati, per capire se davvero sono disposti a spostarsi a proprie spese con un contratto di nove mesi. Buio fitto anche sulle aziende che dovevano consegnare le prime siringhe entro la fine dello scorso dicembre ed entro il prossimo 31 gennaio. Nel caos dell'assenza di siringhe, di vaccinatori, mentre nessuno ci rassicura che i farmaci rispetteranno le scadenze concordate (ma il Regno Unito non ha più bisogno dell'Ema e da metà gennaio riceverà 2 milioni di vaccino Astrazeneca), dobbiamo sopportare pure che ministro delle Regioni, Francesco Boccia, ci prenda per i fondelli definendoci «Paese serio» mentre la Germani acquista 30 milioni di dosi in più alla faccia dell'Unione europea.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caos-vaccinazioni-siringhe-medici-pensione-2649720622.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-gli-scienziati-sono-allarmati-per-le-reazioni-al-siero-della-pfizer" data-post-id="2649720622" data-published-at="1609636004" data-use-pagination="False"> Anche gli scienziati sono allarmati per le reazioni al siero della Pfizer Le gravi reazioni allergiche insorte a seguito della somministrazione del vaccino Pfizer-Biontech sono al centro di un lungo approfondimento pubblicato sul numero di gennaio 2021 dall'autorevole rivista Science. Non esattamente, dunque, quella che si potrebbe definire la bibbia dei «no vax». L'articolo a firma del giornalista scientifico olandese Jop de Vrieze snocciola i primi dati di questa campagna vaccinale negli Stati Uniti e nel Regno Unito, sollevando importanti interrogativi. Né più né meno rispetto a quanto avete potuto leggere su queste stesse pagine nelle settimane a cavallo tra il vecchio e nuovo anno. Cosa sia l'anafilassi lo spiega l'Istituto superiore di sanità: si tratta di una «reazione allergica grave e pericolosa per la vita», causata dal rilascio da parte del sistema immunitario di «una serie di sostanze chimiche che provocano un abbassamento improvviso della pressione sanguigna e una restrizione delle vie respiratorie con blocco della respirazione». Fino al 23 dicembre, su un totale di 614.117 persone vaccinate oltreoceano, erano state osservati 10 casi di anafilassi. Una percentuale solo a prima vista risibile: nei vaccini in commercio le reazioni allergiche gravi sono circa 1 su un milione, mentre per il farmaco Pfizer-Biontech questo rapporto è 15 volte superiore. L'elevata frequenza rispetto alla letteratura scientifica ha convinto l'Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive (Niaid) e la Food and drug administration (il regolatore americano) a convocare d'urgenza delle riunioni per discutere del problema e delle possibili soluzioni. Come spiegato sempre da Science in un articolo pubblicato il 21 dicembre scorso, l'indiziato numero uno per le reazioni allergiche gravi sarebbe il polietilenglicole (Peg), una sostanza contenuta in una gran quantità di cosmetici, e utilizzata per migliorare la stabilità e la durata delle nanoparticelle che trasportano il filamento di Rna messaggero vero e proprio «cuore» del vaccino. Se fosse confermato, si tratterebbe di una doppia preoccupazione, dal momento che la molecola sotto osservazione è contenuta anche nella formula sviluppata da Moderna. Fino a qualche tempo fa si pensava che il Peg fosse inerte, ma negli ultimi anni diversi studi hanno confermato la capacità di indurre una risposta da parte del sistema immunitario. In particolare, uno studio condotto nel 2016 da Samuel Lai, ingegnere farmaceutico all'Università della Carolina del Nord, proverebbe che il 7% della popolazione sarebbe predisposto a sviluppare reazione anafilattica a questo composto. Non per niente, a seguito della pubblicazione di questa ricerca diverse aziende hanno deciso di eliminare dalla propria filiera produttiva prodotti contenenti il polietilenglicole. Occorre precisare che il legame tra le reazioni allergiche e il Peg è ancora tutto da dimostrare, e alcuni scienziati sono scettici sulla connessione tra la presenza del composto nel vaccino e i casi di anafilassi occorsi nelle ultime settimane. Tuttavia, il giornalista di Science tiene a precisare che «le aziende erano consapevoli dei rischi». Nel 2018, infatti, Moderna aveva messo nero su bianco circa la possibilità di «reazioni al Peg», mentre lo scorso settembre i ricercatori della tedesca Biontech avevano proposto un'alternativa al polietilenglicole, osservando che il suo utilizzo «avrebbe potuto avere importanti svantaggi in merito all'attività e alla sicurezza». E come messo in luce dalla Verità, già a maggio Moderna aveva avvisato gli investitori dei rischi di reazioni al Peg. Nonostante tutto, sia Pfizer-Biontech che Moderna hanno deliberatamente escluso dalla sperimentazione soggetti con una storia clinica di allergia a questo composto. Una scelta che, alla luce dei casi di anafilassi fatti registrare finora, rischia di avere pesanti conseguenze.
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 10 marzo con Carlo Cambi
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’ipotesi più probabile è che si stia lavorando ad un pacchetto ampio per sterilizzare l’emergenza prezzi dovuta all’attacco all’Iran. Quindi non solo accise mobile come già annunciato dal premier Giorgia Meloni. Su questo l’esecutivo è al lavoro da giorni. Ieri al Mimit il ministro Adolfo Urso ha convocato una cabina di regia urgente della Commissione allerta rapida con il ministero dell’Economia e delle finanze, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, la Guardia di Finanza, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm). Ore di riunione per un’analisi dell’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e per fornire immediati riscontri al governo che è al lavoro per verificare la necessità di eventuali interventi e la loro natura, soprattutto nell’ipotesi in cui dovesse continuare il fenomeno della speculazione sui prezzi. La cabina di regia ha osservato che «i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento. Una dinamica che sarà ora oggetto di controlli mirati nell’ambito del piano operativo attivato nei giorni scorsi».
Per quanto riguarda l’ipotesi accise, dal marzo 2023 è prevista, «ai fini della tutela del cittadino consumatore», la possibilità, con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di disporre una riduzione delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti o combustibili per riscaldamento per usi civili, a fronte delle maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni di prezzo internazionale del petrolio greggio. Questo meccanismo può essere attivato se il prezzo aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza o nella relativa Nota di aggiornamento presentati alle Camere. Il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, ha spiegato che però c’è un problema perché il meccanismo «non prevede una rapida applicazione con un decreto interministeriale, ma l’analisi del benchmark di un differenziale fra i due mesi precedenti, per capire se lo scostamento possa giustificare un un’applicazione. So che stanno facendo dei calcoli e probabilmente domani (oggi, ndr) in consiglio dei ministri arriveranno con questa proposta, anche perché con un prezzo del gasolio a 2 euro l’Iva è salita quasi di 10 centesimi; quindi, sarebbe immediatamente fruibile a gettito invariato». Oggi in cdm ogni ministero porterà la sua proposta di intervento. Sul tavolo potrebbe esserci anche la presentazione di un pezzo del piano casa.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che sta lavorando alla possibilità di eventuali coperture per tamponare l’emergenza prezzi dell’energia coglie un altro aspetto dell’emergenza: «L’Italia è leader in Europa per produzione manifatturiera ma non ha indipendenza energetica: un mix che in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo diventa pericoloso. L’instabilità energetica mette a rischio non solo la competitività delle nostre aziende ma anche la nostra sicurezza economica». E poi avverte: «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza e invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie, sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022».
Intanto la Lega ha presentato alcuni emendamenti per migliorare il decreto bollette promossi dal viceministro del Mase, Vannia Gava. Si lavora su accise e sulle centrali a carbone. Si interviene sull’idroelettrico per consentire alle Regioni di riassegnare le concessioni scadute. Sul biogas la Lega propone di evitare il taglio degli incentivi, perché un taglio metterebbe a rischio la sostenibilità economica degli impianti esistenti, con la concreta possibilità di chiusura di oltre mille strutture, mentre il beneficio sulla bolletta sarebbe marginale, poco più di un euro. Infine su riserve e stoccaggi un emendamento propone la soppressione dell’articolo 9, che prevedeva la vendita di parte del gas stoccato nel 2022 per finanziare riduzioni temporanee di alcune componenti tariffarie, anche qui l’impatto sarebbe marginale.
E mentre si lavora sulle ripercussioni economiche della guerra rispunta Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Colle beccato dalla Verità a una cena di tifosi della Roma a Terrazza Borromini, mentre parlava di eventuali scenari per far cadere il governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti convocato il Consiglio supremo di Difesa per venerdì alle 10. Ordine del giorno: la guerra in Iran e in Medioriente. Come prevedibile. Alla riunione da prassi parteciperanno sia Garofani che Meloni, nella prima riunione ufficiale dopo i fatti di Terrazza Borromini.
Sui tassi arriva una doppia mazzata
La guerra in Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno riaperto, in poche sedute, un capitolo che i mercati sembravano aver già chiuso: la possibilità che il 2026 non sia l’anno dei tagli, ma di nuovi rialzi dei tassi da parte della Bce. La catena di cause che ha scatenato tutto è chiara: shock geopolitico, premio per il rischio sulle materie prime, aspettative d’inflazione in salita e rendimenti obbligazionari sotto pressione.
Il detonatore, sia chiaro, è l’energia. Il Brent è balzato ieri fino a ridosso dei 120 dollari al barile, massimo da metà 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale per una quota stimata intorno a un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl – ha congelato parte dei traffici e alzato il costo dell’assicurazione del rischio. Nel Golfo, poi, tagli di produzione e catene logistiche sotto scacco hanno reso più credibile lo scenario di un’offerta meno elastica. Anche il gas europeo (Ttf) è tornato a muoversi in modo violento, con rialzi giornalieri a doppia cifra.
Il riprezzamento è diventato nitido anche sui derivati: gli swap indicizzati alle scadenze di policy della Bce implicano ora circa il 70% di probabilità di due rialzi da 25 punti base nel 2026 scrive Bloomberg, contro l’unico rialzo che solo fino a venerdì scorso si riteneva plausibile quest’anno. Un primo aumento risulta dunque interamente prezzato entro luglio. In più, un altro rialzo potrebbe arrivare verso la fine dell’anno.
Per la Banca centrale europea il dilemma è chiaro: «guardare oltre» un puro shock dell’offerta di energia, oppure reagire al più presto per evitare che l’energia si trasformi in inflazione persistente attraverso salari e servizi. La Bce ha confermato il 5 febbraio i tassi (con quelli sui depositi al 2%), ribadendo un approccio guidato dai dati («data-dependent»), con una prudente riduzione del costo del denaro a fronte di un’inflazione in calo verso l’obiettivo del 2%.
Ora, molti economisti avvertono che, sei i mercati reagiranno a questa crisi in modo eccessivo, questo potrebbe comportare un rischio per l’economia del Vecchio Continente: una stretta aggressiva su uno shock energetico potrebbe peggiorare la crescita senza spegnere la componente importata dell’inflazione. Ma, se i prezzi restano elevati a lungo, l’impatto sull’inflazione potrebbe valere fino a circa un punto percentuale aggiuntivo, riaprendo anche lo spettro della stagflazione. Il punto è che il 2022 (in cui l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva spaventato non poco i mercati energetici) ha lasciato cicatrici di incertezza: oggi, però, la tolleranza per un nuovo shock energetico sembra più bassa.
Sul fronte politico, il G7 discute l’eventuale ricorso alle riserve strategiche coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia. Una mossa del genere potrebbe attenuare la corsa dei prezzi e comprare tempo, ma non cancella il rischio geopolitico: la variabile decisiva resta la durata del conflitto, la tenuta delle rotte energetiche e la capacità di evitare che il rialzo dell’energia diventi inflazione strutturale.
Ora, insomma, la Bce è a un bivio: tagliare i tassi ne minerebbe probabilmente la credibilità, alzarli rischierebbe di frenare la crescita. Lo stesso vale anche per la Banca centrale inglese e, più in generale, per tutti i mercati europei. Quello che è certo è che, senza una soluzione immediata, per le tasche dei cittadini europei rischia di tornare lo spettro di una inflazione al galoppo.
Continua a leggereRiduci