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2021-01-03
Caos vaccinazioni. Mancano le siringhe e si reclutano medici in pensione
S.Guidi/Getty Images
Il commissario straordinario Arcuri ha dichiarato che «a cavallo tra il secondo e il terzo trimestre saremo potenzialmente in condizione di vaccinare la totalità della popolazione», ma a questi ritmi sarà un miraggio riuscire a iniettare il farmaco al 50% degli italiani, come ipotizza il piano «strategico». Per farlo, bisognerebbe essere partiti subito con più di 100.000 vaccinazioni al giorno, sette giorni su sette, e da febbraio prevederne 200.000 visto che servirà il richiamo. Invece procediamo con numeri ridicoli. Su 469.950 dosi a nostra disposizione dal 31 dicembre, ieri pomeriggio ne erano state utilizzate appena 48.416. La Provincia autonoma di Trento aveva provveduto alla somministrazione del 34,8% dei quantitativi ricevuti, l'Abruzzo al 3,6%. Per le altre Regioni si andava dal 3% della Lombardia al 15,5% del Veneto, o al 9,2% della Campania. Nel frattempo, in Germania erano già arrivati a quota 165.575, Regno Unito e Israele superavano il milione di vaccinati, gli Stati Uniti erano a quota 2,8 milioni, la Cina a 4,5 milioni.
La Danimarca ha già immunizzato quasi 30.000 cittadini su una popolazione di appena 5,8 milioni, e meglio dell'Italia ha fatto anche il Barhein con 59.351 somministrazioni di farmaci anti Covid. Oltre ai dubbi su quanto vaccino riusciremo ad avere, e se potremo contare su altri 62 milioni di dosi dopo che l'Ema avrà autorizzato il 6 gennaio (ma non è certo) il vaccino Moderna, il problema enorme è la macchina organizzativa che non è decollata. La circolare del 24 dicembre del ministero della Salute sono 58 pagine di approssimazioni, nulla a che vedere con un piano dettagliato che affronti in ogni suo aspetto la complessità di inoculare il vaccino a milioni di persone. Mancano ancora infermieri e medici, indispensabili per una vaccinazione di massa. Molte Regioni segnalano carenze di personale sanitario e di siringhe, alle quali si cerca di sopperire anche con medici in pensione o volontari e con le scorte degli ospedali. E a mancare è anche l'elenco completo dei centri dove il vaccino verrà distribuito. Ieri, la testata ZetaLuiss, informava che alla domanda, il commissario Arcuri ha risposto: ««Ancora in divenire, ragion per cui non si dispone ancora di un'elencazione dei centri vaccinali come richiesta».
Ieri sul sito di Invitalia è comparso il decreto di aggiudicazione delle cinque agenzie per il lavoro che dovranno selezionare i 15.000 vaccinatori attesi sul territorio. Si tratta della multinazionale Manpower che effettuerà il reclutamento in Lombardia, Emilia Romagna, Sardegna, Umbria e Valle d'Aosta. Di Randstad Italia per Lazio, Piemonte, Liguria, Provincia autonoma di Trento. Gi Group avrà come area territoriale Campania, Puglia, Marche, Basilicata. Raggruppamento temporaneo di imprese (Rti) Synergie Italia agenzia per il lavoro (mandante Umana Spa) si occuperà di Sicilia, Toscana, Abruzzo, Provincia autonoma di Bolzano, mentre Rti Etjca (mandante Orienta Spa) cercherà medici e infermieri in Veneto, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Molise. Dal documento della presidenza del Consiglio non compaiono le cifre delle offerte che hanno permesso di scegliere queste aziende, scartando le altre di cui non è stato ancora pubblicato l'elenco. «Non conosciamo le offerte al ribasso, ma possiamo certo parlare con cognizione di causa di denaro che si poteva spendere diversamente», commenta Antonio Di Palma, presidente del sindacato infermieri Nursing up, riferendosi al 5% di guadagno delle agenzie sui 508 milioni di euro stanziati. Il decreto precisa che verrà stipulato l'accordo quadro con gli operatori economici «anche nelle more della verifica dei requisiti di partecipazione alla procedura di gara, in considerazione dell'urgenza della procedura in parola». Di Palma è preoccupato e si chiede: «Che cosa accadrebbe se una delle agenzie, successivamente dimostrasse di non avere i requisiti necessari? Questo passaggio non ci è chiaro. E ancor peggio: che cosa succederebbe se una delle aziende esterne, che ha in carico più di una Regione, venisse rimossa dall'incarico una volta che gli infermieri di un determinato territorio di competenza fossero stati già contrattualizzati? Che fine farebbero questi operatori sanitari?». Saranno infatti le neo prescelte agenzie a stipulare i contratti di nove mesi con 3.000 medici e 12.000 infermieri. Non sappiamo ancora quanti abbiano risposto all'appello di Arcuri: il premier Conte nella conferenza stampa di fine anno ha parlato di circa 22.730 professionisti sanitari, ma attendiamo elenchi ufficiali e le Regioni di provenienza dei candidati, per capire se davvero sono disposti a spostarsi a proprie spese con un contratto di nove mesi. Buio fitto anche sulle aziende che dovevano consegnare le prime siringhe entro la fine dello scorso dicembre ed entro il prossimo 31 gennaio. Nel caos dell'assenza di siringhe, di vaccinatori, mentre nessuno ci rassicura che i farmaci rispetteranno le scadenze concordate (ma il Regno Unito non ha più bisogno dell'Ema e da metà gennaio riceverà 2 milioni di vaccino Astrazeneca), dobbiamo sopportare pure che ministro delle Regioni, Francesco Boccia, ci prenda per i fondelli definendoci «Paese serio» mentre la Germani acquista 30 milioni di dosi in più alla faccia dell'Unione europea.
Anche gli scienziati sono allarmati per le reazioni al siero della Pfizer
Le gravi reazioni allergiche insorte a seguito della somministrazione del vaccino Pfizer-Biontech sono al centro di un lungo approfondimento pubblicato sul numero di gennaio 2021 dall'autorevole rivista Science. Non esattamente, dunque, quella che si potrebbe definire la bibbia dei «no vax». L'articolo a firma del giornalista scientifico olandese Jop de Vrieze snocciola i primi dati di questa campagna vaccinale negli Stati Uniti e nel Regno Unito, sollevando importanti interrogativi. Né più né meno rispetto a quanto avete potuto leggere su queste stesse pagine nelle settimane a cavallo tra il vecchio e nuovo anno. Cosa sia l'anafilassi lo spiega l'Istituto superiore di sanità: si tratta di una «reazione allergica grave e pericolosa per la vita», causata dal rilascio da parte del sistema immunitario di «una serie di sostanze chimiche che provocano un abbassamento improvviso della pressione sanguigna e una restrizione delle vie respiratorie con blocco della respirazione».
Fino al 23 dicembre, su un totale di 614.117 persone vaccinate oltreoceano, erano state osservati 10 casi di anafilassi. Una percentuale solo a prima vista risibile: nei vaccini in commercio le reazioni allergiche gravi sono circa 1 su un milione, mentre per il farmaco Pfizer-Biontech questo rapporto è 15 volte superiore. L'elevata frequenza rispetto alla letteratura scientifica ha convinto l'Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive (Niaid) e la Food and drug administration (il regolatore americano) a convocare d'urgenza delle riunioni per discutere del problema e delle possibili soluzioni. Come spiegato sempre da Science in un articolo pubblicato il 21 dicembre scorso, l'indiziato numero uno per le reazioni allergiche gravi sarebbe il polietilenglicole (Peg), una sostanza contenuta in una gran quantità di cosmetici, e utilizzata per migliorare la stabilità e la durata delle nanoparticelle che trasportano il filamento di Rna messaggero vero e proprio «cuore» del vaccino. Se fosse confermato, si tratterebbe di una doppia preoccupazione, dal momento che la molecola sotto osservazione è contenuta anche nella formula sviluppata da Moderna. Fino a qualche tempo fa si pensava che il Peg fosse inerte, ma negli ultimi anni diversi studi hanno confermato la capacità di indurre una risposta da parte del sistema immunitario. In particolare, uno studio condotto nel 2016 da Samuel Lai, ingegnere farmaceutico all'Università della Carolina del Nord, proverebbe che il 7% della popolazione sarebbe predisposto a sviluppare reazione anafilattica a questo composto. Non per niente, a seguito della pubblicazione di questa ricerca diverse aziende hanno deciso di eliminare dalla propria filiera produttiva prodotti contenenti il polietilenglicole.
Occorre precisare che il legame tra le reazioni allergiche e il Peg è ancora tutto da dimostrare, e alcuni scienziati sono scettici sulla connessione tra la presenza del composto nel vaccino e i casi di anafilassi occorsi nelle ultime settimane. Tuttavia, il giornalista di Science tiene a precisare che «le aziende erano consapevoli dei rischi». Nel 2018, infatti, Moderna aveva messo nero su bianco circa la possibilità di «reazioni al Peg», mentre lo scorso settembre i ricercatori della tedesca Biontech avevano proposto un'alternativa al polietilenglicole, osservando che il suo utilizzo «avrebbe potuto avere importanti svantaggi in merito all'attività e alla sicurezza». E come messo in luce dalla Verità, già a maggio Moderna aveva avvisato gli investitori dei rischi di reazioni al Peg. Nonostante tutto, sia Pfizer-Biontech che Moderna hanno deliberatamente escluso dalla sperimentazione soggetti con una storia clinica di allergia a questo composto. Una scelta che, alla luce dei casi di anafilassi fatti registrare finora, rischia di avere pesanti conseguenze.
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Ignote le offerte delle agenzie interinali vincitrici e l'elenco dei centri designati per la somministrazione: «È in divenire».La rivista «Science» ha approfondito i dati sulle anafilassi sollevando importanti dubbi.Lo speciale contiene due articoli.Il commissario straordinario Arcuri ha dichiarato che «a cavallo tra il secondo e il terzo trimestre saremo potenzialmente in condizione di vaccinare la totalità della popolazione», ma a questi ritmi sarà un miraggio riuscire a iniettare il farmaco al 50% degli italiani, come ipotizza il piano «strategico». Per farlo, bisognerebbe essere partiti subito con più di 100.000 vaccinazioni al giorno, sette giorni su sette, e da febbraio prevederne 200.000 visto che servirà il richiamo. Invece procediamo con numeri ridicoli. Su 469.950 dosi a nostra disposizione dal 31 dicembre, ieri pomeriggio ne erano state utilizzate appena 48.416. La Provincia autonoma di Trento aveva provveduto alla somministrazione del 34,8% dei quantitativi ricevuti, l'Abruzzo al 3,6%. Per le altre Regioni si andava dal 3% della Lombardia al 15,5% del Veneto, o al 9,2% della Campania. Nel frattempo, in Germania erano già arrivati a quota 165.575, Regno Unito e Israele superavano il milione di vaccinati, gli Stati Uniti erano a quota 2,8 milioni, la Cina a 4,5 milioni. La Danimarca ha già immunizzato quasi 30.000 cittadini su una popolazione di appena 5,8 milioni, e meglio dell'Italia ha fatto anche il Barhein con 59.351 somministrazioni di farmaci anti Covid. Oltre ai dubbi su quanto vaccino riusciremo ad avere, e se potremo contare su altri 62 milioni di dosi dopo che l'Ema avrà autorizzato il 6 gennaio (ma non è certo) il vaccino Moderna, il problema enorme è la macchina organizzativa che non è decollata. La circolare del 24 dicembre del ministero della Salute sono 58 pagine di approssimazioni, nulla a che vedere con un piano dettagliato che affronti in ogni suo aspetto la complessità di inoculare il vaccino a milioni di persone. Mancano ancora infermieri e medici, indispensabili per una vaccinazione di massa. Molte Regioni segnalano carenze di personale sanitario e di siringhe, alle quali si cerca di sopperire anche con medici in pensione o volontari e con le scorte degli ospedali. E a mancare è anche l'elenco completo dei centri dove il vaccino verrà distribuito. Ieri, la testata ZetaLuiss, informava che alla domanda, il commissario Arcuri ha risposto: ««Ancora in divenire, ragion per cui non si dispone ancora di un'elencazione dei centri vaccinali come richiesta». Ieri sul sito di Invitalia è comparso il decreto di aggiudicazione delle cinque agenzie per il lavoro che dovranno selezionare i 15.000 vaccinatori attesi sul territorio. Si tratta della multinazionale Manpower che effettuerà il reclutamento in Lombardia, Emilia Romagna, Sardegna, Umbria e Valle d'Aosta. Di Randstad Italia per Lazio, Piemonte, Liguria, Provincia autonoma di Trento. Gi Group avrà come area territoriale Campania, Puglia, Marche, Basilicata. Raggruppamento temporaneo di imprese (Rti) Synergie Italia agenzia per il lavoro (mandante Umana Spa) si occuperà di Sicilia, Toscana, Abruzzo, Provincia autonoma di Bolzano, mentre Rti Etjca (mandante Orienta Spa) cercherà medici e infermieri in Veneto, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Molise. Dal documento della presidenza del Consiglio non compaiono le cifre delle offerte che hanno permesso di scegliere queste aziende, scartando le altre di cui non è stato ancora pubblicato l'elenco. «Non conosciamo le offerte al ribasso, ma possiamo certo parlare con cognizione di causa di denaro che si poteva spendere diversamente», commenta Antonio Di Palma, presidente del sindacato infermieri Nursing up, riferendosi al 5% di guadagno delle agenzie sui 508 milioni di euro stanziati. Il decreto precisa che verrà stipulato l'accordo quadro con gli operatori economici «anche nelle more della verifica dei requisiti di partecipazione alla procedura di gara, in considerazione dell'urgenza della procedura in parola». Di Palma è preoccupato e si chiede: «Che cosa accadrebbe se una delle agenzie, successivamente dimostrasse di non avere i requisiti necessari? Questo passaggio non ci è chiaro. E ancor peggio: che cosa succederebbe se una delle aziende esterne, che ha in carico più di una Regione, venisse rimossa dall'incarico una volta che gli infermieri di un determinato territorio di competenza fossero stati già contrattualizzati? Che fine farebbero questi operatori sanitari?». Saranno infatti le neo prescelte agenzie a stipulare i contratti di nove mesi con 3.000 medici e 12.000 infermieri. Non sappiamo ancora quanti abbiano risposto all'appello di Arcuri: il premier Conte nella conferenza stampa di fine anno ha parlato di circa 22.730 professionisti sanitari, ma attendiamo elenchi ufficiali e le Regioni di provenienza dei candidati, per capire se davvero sono disposti a spostarsi a proprie spese con un contratto di nove mesi. Buio fitto anche sulle aziende che dovevano consegnare le prime siringhe entro la fine dello scorso dicembre ed entro il prossimo 31 gennaio. Nel caos dell'assenza di siringhe, di vaccinatori, mentre nessuno ci rassicura che i farmaci rispetteranno le scadenze concordate (ma il Regno Unito non ha più bisogno dell'Ema e da metà gennaio riceverà 2 milioni di vaccino Astrazeneca), dobbiamo sopportare pure che ministro delle Regioni, Francesco Boccia, ci prenda per i fondelli definendoci «Paese serio» mentre la Germani acquista 30 milioni di dosi in più alla faccia dell'Unione europea.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/caos-vaccinazioni-siringhe-medici-pensione-2649720622.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-gli-scienziati-sono-allarmati-per-le-reazioni-al-siero-della-pfizer" data-post-id="2649720622" data-published-at="1609636004" data-use-pagination="False"> Anche gli scienziati sono allarmati per le reazioni al siero della Pfizer Le gravi reazioni allergiche insorte a seguito della somministrazione del vaccino Pfizer-Biontech sono al centro di un lungo approfondimento pubblicato sul numero di gennaio 2021 dall'autorevole rivista Science. Non esattamente, dunque, quella che si potrebbe definire la bibbia dei «no vax». L'articolo a firma del giornalista scientifico olandese Jop de Vrieze snocciola i primi dati di questa campagna vaccinale negli Stati Uniti e nel Regno Unito, sollevando importanti interrogativi. Né più né meno rispetto a quanto avete potuto leggere su queste stesse pagine nelle settimane a cavallo tra il vecchio e nuovo anno. Cosa sia l'anafilassi lo spiega l'Istituto superiore di sanità: si tratta di una «reazione allergica grave e pericolosa per la vita», causata dal rilascio da parte del sistema immunitario di «una serie di sostanze chimiche che provocano un abbassamento improvviso della pressione sanguigna e una restrizione delle vie respiratorie con blocco della respirazione». Fino al 23 dicembre, su un totale di 614.117 persone vaccinate oltreoceano, erano state osservati 10 casi di anafilassi. Una percentuale solo a prima vista risibile: nei vaccini in commercio le reazioni allergiche gravi sono circa 1 su un milione, mentre per il farmaco Pfizer-Biontech questo rapporto è 15 volte superiore. L'elevata frequenza rispetto alla letteratura scientifica ha convinto l'Istituto nazionale per le allergie e le malattie infettive (Niaid) e la Food and drug administration (il regolatore americano) a convocare d'urgenza delle riunioni per discutere del problema e delle possibili soluzioni. Come spiegato sempre da Science in un articolo pubblicato il 21 dicembre scorso, l'indiziato numero uno per le reazioni allergiche gravi sarebbe il polietilenglicole (Peg), una sostanza contenuta in una gran quantità di cosmetici, e utilizzata per migliorare la stabilità e la durata delle nanoparticelle che trasportano il filamento di Rna messaggero vero e proprio «cuore» del vaccino. Se fosse confermato, si tratterebbe di una doppia preoccupazione, dal momento che la molecola sotto osservazione è contenuta anche nella formula sviluppata da Moderna. Fino a qualche tempo fa si pensava che il Peg fosse inerte, ma negli ultimi anni diversi studi hanno confermato la capacità di indurre una risposta da parte del sistema immunitario. In particolare, uno studio condotto nel 2016 da Samuel Lai, ingegnere farmaceutico all'Università della Carolina del Nord, proverebbe che il 7% della popolazione sarebbe predisposto a sviluppare reazione anafilattica a questo composto. Non per niente, a seguito della pubblicazione di questa ricerca diverse aziende hanno deciso di eliminare dalla propria filiera produttiva prodotti contenenti il polietilenglicole. Occorre precisare che il legame tra le reazioni allergiche e il Peg è ancora tutto da dimostrare, e alcuni scienziati sono scettici sulla connessione tra la presenza del composto nel vaccino e i casi di anafilassi occorsi nelle ultime settimane. Tuttavia, il giornalista di Science tiene a precisare che «le aziende erano consapevoli dei rischi». Nel 2018, infatti, Moderna aveva messo nero su bianco circa la possibilità di «reazioni al Peg», mentre lo scorso settembre i ricercatori della tedesca Biontech avevano proposto un'alternativa al polietilenglicole, osservando che il suo utilizzo «avrebbe potuto avere importanti svantaggi in merito all'attività e alla sicurezza». E come messo in luce dalla Verità, già a maggio Moderna aveva avvisato gli investitori dei rischi di reazioni al Peg. Nonostante tutto, sia Pfizer-Biontech che Moderna hanno deliberatamente escluso dalla sperimentazione soggetti con una storia clinica di allergia a questo composto. Una scelta che, alla luce dei casi di anafilassi fatti registrare finora, rischia di avere pesanti conseguenze.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.