Sventato il blitz per cancellare il voto all’unanimità nel Consiglio Ue
Va a vuoto il tentativo di cancellare il principio di unanimità nelle decisioni del Consiglio europeo. Il Parlamento europeo in assemblea plenaria ha approvato ieri la proposta di riforma dei trattati sull’Unione europea, ma il risultato è deludente per la maggioranza rosso-verde più i popolari del Ppe. Resta infatti il principio dell’unanimità per le decisioni del Consiglio europeo e non passa il principio di maggioranza. Il relativo emendamento è stato bocciato clamorosamente, con 301 voti contrari, 282 a favore e 14 astenuti. Contrario praticamente tutto il Pppe. Bocciato anche il passaggio al voto a maggioranza sulla Difesa comune. Molti emendamenti della commissione Afco e dei relatori non sono passati, il che ha reso il testo una specie di rompicapo. La questione principale era quella dell’abolizione dell’unanimità per le decisioni del Consiglio europeo. Ebbene, il principio della decisione a maggioranza sulle materie più importanti non è passato. L’unanimità nel Consiglio europeo è uno degli ultimi brandelli di democrazia sopravvissuti a livello di Unione europea, considerato che lì siedono i governi espressione di maggioranze parlamentari elette a livello nazionale. Il principio di maggioranza avrebbe consentito la nascita di accordi nascosti a discapito di alcuni Paesi.
Non è passata neppure la richiesta di attribuire in esclusiva alla Ue la competenza sull’ambiente, che avrebbe significato regalare a Bruxelles le competenze sull’energia, tra le altre cose. La grande riforma che avrebbe dovuto far tremare il mondo si è trasformata insomma in un’accozzaglia di norme senza capo né coda.
La votazione di ieri alla plenaria si è rivelata un gioco tutto interno alla maggioranza, con molti deputati del Ppe a votare contro diversi emendamenti pesanti, proposti dai relatori o dalla commissione che ha elaborato il testo. I singoli emendamenti hanno avuto sorti alterne e non sempre la maggioranza è riuscita a raccogliere i voti sufficienti a farli passare. Ne risulta così un testo raffazzonato, in cui ad esempio si supera il principio dell’unanimità per decidere su alcune materie marginali, ma non su altre.
Il voto finale ha visto 291 voti a favore, 274 contrari e 44 astenuti. Numeri molto risicati rispetto a quelli di cui dispone in realtà la maggioranza Ursula, per un mostro giuridico che molto probabilmente finirà in una bolla di sapone.
La proposta di riforma è stata preparata dai relatori appartenenti ai gruppi di maggioranza del Parlamento di Bruxelles, capeggiati dall’olandese Guy Verhofstadt. I lavori sono rimasti riservati fino all’ultimo, senza la possibilità di accedere agli atti. Una seria questione di trasparenza, denunciata in aula due giorni fa da Antonio Rinaldi, eurodeputato della Lega-Identità e democrazia. Per un anno i relatori di maggioranza hanno lavorato a un testo senza darne visibilità, cosa che non è piaciuta neppure a molti parlamentari della stessa maggioranza.
La posizione del Parlamento europeo prevede il riconoscimento a se stesso «di un pieno diritto di iniziativa legislativa e del ruolo di co-legislatore per il bilancio a lungo termine». Forse non tutti sanno, infatti, che le regole attuali non assegnano al Parlamento l’iniziativa legislativa. Bizzarro. La proposta prevede anche che il Parlamento scelga i commissari Ue «in base alle preferenze politiche, tenendo conto dell’equilibrio geografico e demografico, e la possibilità di presentare una mozione di censura sui singoli commissari».
Non è passato un emendamento proposto da Id che puntava a modificare il protocollo numero 12 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue), che contiene i due parametri chiave dell’Unione europea, ovvero il 3% di rapporto deficit/Pil e il 60% nel rapporto debito/Pil. La modifica puntava a rendere flessibili, a decisione del Consiglio, questi parametri numerici. Se l’emendamento fosse passato avrebbe fornito un elemento pesante per risolvere in radice la trattativa in corso sulla modifica del Patto di stabilità.
Ora la proposta di modifica dei trattati, in teoria, passa al Consiglio europeo, che dovrebbe mettere in agenda una discussione sul tema e, in esito a questa, se lo ritiene, convocare in seguito una Convenzione con rappresentanti dei Parlamenti nazionali, dei capi di Stato o di governo degli Stati membri, del Parlamento e della Commissione. La Convenzione dovrebbe poi adottare una raccomandazione finale a una ulteriore conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri, che dovrebbero adottare un testo con consenso unanime.
Quel testo poi andrebbe ratificato dai Parlamenti di tutti gli Stati membri.
Il cammino della riforma appare dunque ancora lungo e assai incerto. Il Consiglio potrebbe ad esempio non mettere neppure la questione all’ordine del giorno, o potrebbe farlo molto in là nel tempo. Gli esiti poi della Convenzione, della conferenza e delle ratifiche nazionali non sarebbero affatto scontati.
Di mezzo ci sono le elezioni europee di inizio giugno, che potrebbero sparigliare le carte e regalare più di qualche sorpresa.





