
I dem hanno sempre appiccicato l’etichetta di «fascista» al grande scrittore di fantasy solo perché caro ai conservatori. Ora, invece, lo considerano un «ostaggio» da liberare.
Pasolini no, perché era un fior di comunista. Ma anche Tolkien no, perché lo dice Chiara Valerio. Ma insomma, si può sapere un cristiano di destra che cosa dovrebbe avere l’autorizzazione di poter leggere senza sentir borbottare i vigili urbani del pensiero?
È lecito chiederselo dopo che, dal palco della Fondazione Feltrinelli, chiudendo la due giorni promossa dal Pd, «Un’altra storia. L’alternativa nel mondo che cambia», Elly Schlein ha pensato bene di tentare il numero: «Dobbiamo riprenderci Tolkien», ha scandito, citando espressamente Chiara Valerio che nel 2016 aveva curato un numero di Nuovi argomenti dedicato alla «misericordia di Tolkien», ospitando, tra gli altri, l’intervento di Michela Murgia. Ma ricordiamo anche l’operazione ben più insidiosa portata avanti negli ultimi anni dal collettivo Wu Ming, piena di intrighi e lobbismi per portarsi a casa lo scalpo dello scrittore britannico.
Difficile decidere da dove iniziare. Forse dall’idea di voler guidare un partito «a vocazione maggioritaria», come si diceva una volta da quelle parti, avendo come spin doctor Chiara Valerio, ovvero la figura sul cui profilo è stata coniata l’espressione «amichettismo», il commissario politico che sorveglia soddisfatto le fosse comuni culturali sul cui orlo avviene la resa dei conti decostruttiva perenne contro l’uomo comune. Ma che ora vuole convincerci che Frodo e Bilbo Baggins fossero invece iscritti al collettivo queer di quartiere. Se questa è l’idea geniale per costruire «l’alternativa nel mondo che cambia», auguri.
Ovviamente la Valerio e la Schlein sono libere di leggere e apprezzare qualunque autore, possibilmente riconoscendo tale diritto anche a parti invertite, senza la sindrome del giulemanismo: giù le mani da Pasolini, giù le mani da Gramsci etc. Insomma, quel che è tuo è mio, quel che è mio è mio, secondo le migliori tradizioni della casa. Ognuno può leggere quel che vuole e non è detto che un Tolkien «visto da sinistra» non porti spunti originali alla comprensione della sua opera. L’importante è mantenere un minimo di onestà intellettuale.
Il fatto stesso di dover giustificare che un autore conservatore e cattolico sia apprezzato da lettori conservatori e cattolici la dice lunga sull’assurdità della querelle. Che si basa su una marchiana falsificazione delle ragioni dell’avversario: basta dire che la destra ha voluto «fascistizzare» o, perché no, «nazificare» Tolkien e il gioco è fatto. Che l’autore del Silmarillion odiasse il nazismo è noto (si sorvola molto più spesso sulla sua avversione per il comunismo), quindi: scacco matto, camerati. Ma ovviamente questa ricostruzione è popolata di pupazzi di paglia, poiché di un Tolkien fascista, nazista, razzista hanno parlato sempre e solo i progressisti, nel tentativo di confutare i propri stessi fantasmi. La stessa avventura dei famosi Campi Hobbit invariabilmente citati, resta avvolta in un equivoco voluto: a quei giovani di destra, Tolkien serviva proprio per mandare in soffitta l’immaginario nostalgico, non per far indossare al britannico l’uniforme da Ss.
E andrebbe anche ricordato come quei ragazzi non dovettero strappare Tolkien proprio dalle mani di nessuno: immersa nei dogmi del realismo socialista, la cultura ufficiale degli anni Sessanta schifava il fantasy così come, su altri fronti, aveva schifato Nietzsche. Sarebbero passati solo pochi anni e quelle bocciature, quelle censure, quei blocchi sarebbero stati cancellati come dissidenti sulle vecchie foto sovietiche. Partiva la riscrittura della storia: quel bigottismo anti culturale non era mai esistito, era una leggenda, una diceria. Loro avevano sempre letto Tolkien e Nietzsche. E ora devono «ri-prenderselo», perché era roba loro, e gli abusivi sono gli altri, quelli che lo avevano raccattato nella pattumiera.





