In vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina, la Polizia di Stato ha rafforzato il dispositivo di sicurezza sul territorio con un’azione congiunta della polizia ferroviaria e della polizia di frontiera. L’obiettivo è garantire ordine pubblico, sicurezza e assistenza a cittadini, turisti e spettatori diretti verso le sedi delle competizioni. Alla stazione ferroviaria di Tirano, in provincia di Sondrio, è operativo un posto di polizia ferroviaria dedicato all’evento olimpico. La Polfer ha inoltre attivato due posti di polizia temporanei nelle stazioni di Tirano e Ponte nelle Alpi, dove gli agenti svolgono controlli sui viaggiatori, vigilanza degli scali e attività di prevenzione. La Polizia di Frontiera di Tirano sarà impegnata nel controllo dei principali valichi alpini con la Svizzera. I servizi sono stati ulteriormente intensificati nelle aree di confine e nei punti strategici di accesso.
I dem hanno sempre appiccicato l’etichetta di «fascista» al grande scrittore di fantasy solo perché caro ai conservatori. Ora, invece, lo considerano un «ostaggio» da liberare.
Pasolini no, perché era un fior di comunista. Ma anche Tolkien no, perché lo dice Chiara Valerio. Ma insomma, si può sapere un cristiano di destra che cosa dovrebbe avere l’autorizzazione di poter leggere senza sentir borbottare i vigili urbani del pensiero?
È lecito chiederselo dopo che, dal palco della Fondazione Feltrinelli, chiudendo la due giorni promossa dal Pd, «Un’altra storia. L’alternativa nel mondo che cambia», Elly Schlein ha pensato bene di tentare il numero: «Dobbiamo riprenderci Tolkien», ha scandito, citando espressamente Chiara Valerio che nel 2016 aveva curato un numero di Nuovi argomenti dedicato alla «misericordia di Tolkien», ospitando, tra gli altri, l’intervento di Michela Murgia. Ma ricordiamo anche l’operazione ben più insidiosa portata avanti negli ultimi anni dal collettivo Wu Ming, piena di intrighi e lobbismi per portarsi a casa lo scalpo dello scrittore britannico.
Difficile decidere da dove iniziare. Forse dall’idea di voler guidare un partito «a vocazione maggioritaria», come si diceva una volta da quelle parti, avendo come spin doctor Chiara Valerio, ovvero la figura sul cui profilo è stata coniata l’espressione «amichettismo», il commissario politico che sorveglia soddisfatto le fosse comuni culturali sul cui orlo avviene la resa dei conti decostruttiva perenne contro l’uomo comune. Ma che ora vuole convincerci che Frodo e Bilbo Baggins fossero invece iscritti al collettivo queer di quartiere. Se questa è l’idea geniale per costruire «l’alternativa nel mondo che cambia», auguri.
Ovviamente la Valerio e la Schlein sono libere di leggere e apprezzare qualunque autore, possibilmente riconoscendo tale diritto anche a parti invertite, senza la sindrome del giulemanismo: giù le mani da Pasolini, giù le mani da Gramsci etc. Insomma, quel che è tuo è mio, quel che è mio è mio, secondo le migliori tradizioni della casa. Ognuno può leggere quel che vuole e non è detto che un Tolkien «visto da sinistra» non porti spunti originali alla comprensione della sua opera. L’importante è mantenere un minimo di onestà intellettuale.
Il fatto stesso di dover giustificare che un autore conservatore e cattolico sia apprezzato da lettori conservatori e cattolici la dice lunga sull’assurdità della querelle. Che si basa su una marchiana falsificazione delle ragioni dell’avversario: basta dire che la destra ha voluto «fascistizzare» o, perché no, «nazificare» Tolkien e il gioco è fatto. Che l’autore del Silmarillion odiasse il nazismo è noto (si sorvola molto più spesso sulla sua avversione per il comunismo), quindi: scacco matto, camerati. Ma ovviamente questa ricostruzione è popolata di pupazzi di paglia, poiché di un Tolkien fascista, nazista, razzista hanno parlato sempre e solo i progressisti, nel tentativo di confutare i propri stessi fantasmi. La stessa avventura dei famosi Campi Hobbit invariabilmente citati, resta avvolta in un equivoco voluto: a quei giovani di destra, Tolkien serviva proprio per mandare in soffitta l’immaginario nostalgico, non per far indossare al britannico l’uniforme da Ss.
E andrebbe anche ricordato come quei ragazzi non dovettero strappare Tolkien proprio dalle mani di nessuno: immersa nei dogmi del realismo socialista, la cultura ufficiale degli anni Sessanta schifava il fantasy così come, su altri fronti, aveva schifato Nietzsche. Sarebbero passati solo pochi anni e quelle bocciature, quelle censure, quei blocchi sarebbero stati cancellati come dissidenti sulle vecchie foto sovietiche. Partiva la riscrittura della storia: quel bigottismo anti culturale non era mai esistito, era una leggenda, una diceria. Loro avevano sempre letto Tolkien e Nietzsche. E ora devono «ri-prenderselo», perché era roba loro, e gli abusivi sono gli altri, quelli che lo avevano raccattato nella pattumiera.
La burocrazia europea è più asfissiante che mai. Solo nel 2025 la Commissione ha emanato 1.456 atti giuridici, il numero più alto degli ultimi 15 anni, malgrado le promesse del presidente Ursula von der Leyen di semplificare la burocrazia. Nella stampa tedesca gli esperti lanciano l’allarme: per le aziende è praticamente impossibile ottemperare a tutte le norme. E parte dell’operato di Bruxelles resta fuori dai controlli democratici.
Nel 2025 la Commissione europea ha emanato 1.456 atti giuridici: in gran parte atti di esecuzione (1.196), oltre a 21 direttive, 102 regolamenti e 137 atti delegati. A sviscerare i numeri è uno studio di Gesamtmetall, un’associazione tedesca dell’industria metalmeccanica, riportato negli scorsi giorni dalla testata Welt am Sonntag.
I numeri rivelano non solo che il 2025 è stato l’anno dei record, ma anche che la precedente Commissione, tra il 2019 e il 2024, sempre a trazione Ursula, ha superato i suoi due precedenti predecessori. Eppure, lo scorso anno, la stessa Von der Leyen aveva promesso una riduzione «senza precedenti» delle normative.
«L’attuale Commissione europea promette costantemente agevolazioni per le imprese». Sono le accuse di Oliver Zander, direttore generale di Gesamtmetall. «Ma ancora una volta le aspettative sono state deluse». Tirando le somme, in effetti, Bruxelles grava le aziende mediamente con quattro nuovi atti normativi al giorno. «Questo è l’opposto di una semplificazione burocratica e molte aziende riescono a malapena a stare al passo con l’attuazione», ha concluso Zander.
Nell’epicentro delle polemiche sono finiti i 137 atti delegati. Si tratta di modifiche e integrazioni di dettagli tecnici a leggi esistenti, formulate dalla Commissione europea in piena autonomia. «Si tratta di un ambito di azione a Bruxelles che non è assolutamente soggetto a controlli democratici», ha spiegato a Welt am Sonntag Günter Verheugen, ex commissario europeo. «I burocrati si riuniscono e decidono su qualcosa che riguarda la vita di milioni di persone e migliaia di aziende in tutta Europa». Per Verheugen, quindi, l’operato di Von der Leyen avviene in una zona grigia, al riparo da ogni critica e controllo. «La Commissione naturalmente gradisce che sia così, ma considero questo processo molto preoccupante».
Immediata la replica di un portavoce della Commissione che ha vantato, anzi, dieci proposte di semplificazione avanzate nel 2025 e presumibilmente capaci di tagliare costi amministrativi per 15 miliardi di euro nel prossimo futuro. Ciò si tradurrebbe in una riduzione del 25% dei costi amministrativi (e del 35% per le piccole e medie imprese).
Guardando sempre al domani, il portavoce ha annunciato l’avvio di uno «stress test per gli atti delegati e di esecuzione», spiegando che, così, «circa il 30% di questi atti originariamente previsti per il 2026 viene rinviato. Ciò potrebbe portare al loro annullamento». Ad ogni modo, la sottolineatura del portavoce, «ciò che conta è il concreto sollievo per le imprese, non il numero di atti giuridici proposti».
Adesso, però, perfino il fronte europeista non si accontenta delle promesse e delle arrampicate dialettiche di Bruxelles. «L’Unione europea è diventata un luogo di eccessiva regolamentazione, non è così che l’avevamo immaginata e deve cambiare radicalmente», ha dichiarato venerdì scorso Michael Kretschmer, presidente della Sassonia e membro della Cdu. «La Germania è frenata da una moltitudine di vincoli. L’economia ha bisogno di più libertà».
Con l’Europa ragionano come con il comunismo e con il vaccino Covid: se non funziona, è perché ce ne vuole di più. È questo il senso dell’ennesima prolusione di Mario Draghi, stavolta ospite dell’Università di Lovanio, che ieri gli ha conferito la laurea honoris causa. Dal Belgio, l’ex presidente del Consiglio ha diagnosticato i mali dell’Unione e descritto la fine del «defunto» ordine internazionale, suggerendo poi la panacea.
Come se non avesse fatto parte delle élite che li hanno traghettati entrambi verso il fallimento: è stato presidente del Financial stability board, governatore di Bankitalia, presidente della Bce (celebrato perché fece fare alla Banca centrale europea quel che tutte le banche centrali del mondo facevano e solo la nostra si rifiutava di fare), infine inquilino di Palazzo Chigi. Non proprio un passante. E se, da quell’ottica privilegiata, l’analisi della patologia è stata sostanzialmente corretta, la terapia che Draghi propone rischia di essere peggiore della malattia: trasformare l’Ue da una «confederazione», una comunità di nazioni sovrane che cooperano su alcune materie strategiche, in una «federazione». Un superstato, che avoca a sé più competenze e finisce per attribuirle al consueto comitato di burocrati.
Per insospettirsi, bastava ascoltare l’ex banchiere sostenere che «l’euro è l’esempio di maggior successo» di un «approccio» difeso, giorni fa, pure da Romano Prodi: «Chi decide va avanti e gli altri si arrangino», aveva detto alla Stampa il fondatore dell’Ulivo; di «federalismo pragmatico» ha parlato ieri Draghi, suggerendo di «compiere i passi che sono attualmente possibili, con i partner che sono attualmente interessati». Il che si tradurrà nell’imporre l’agenda dei più forti ai più deboli, neutralizzando il loro diritto di veto.
Finora, soltanto la sfrontatezza di Mario Monti gli aveva consentito di affermare che «la Grecia è la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro», capace di diffondere nel Vecchio continente «la cultura tedesca della stabilità». Secondo Draghi, al contempo più felpato del bocconiano e più radicale nelle conclusioni, «laddove l’Europa si è federata - nel commercio, nella concorrenza, nel mercato unico, nella politica monetaria - siamo rispettati come potenza e negoziamo come un’entità unica». Negli altri settori, «difesa», «politica industriale», «affari esteri», «siamo trattati come un’assemblea frammentata di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza». Il tutto, a uso e consumo degli Usa, i quali «cercano insieme dominio e alleanza»; e della Cina, che «sostiene il proprio modello di crescita esportando i suoi costi sugli altri», senza farsi scrupolo di «sfruttare» la «leva» del controllo dei «nodi critici nelle catene di approvvigionamento globali». Tanto che, nella ricostruzione storica accennata da Mr Bce, l’idea di perseguire l’integrazione del Dragone, lasciandolo entrare nel Wto, appare, se non un errore, almeno un’ingenuità.
Dunque, il modello sarebbe l’euro? Guardiamo in faccia la realtà: il «pragmatismo» in virtù del quale l’Europa si è «federata» sulla moneta unica non solo non ha «forgiato» l’«unità», come pretende Draghi, ma anzi, ha avvicinato l’Unione all’implosione definitiva. Un esito che la «cultura tedesca della stabilità», per dirla con Monti, avrebbe quasi sicuramente prodotto, se la scelta dell’ex banchiere centrale - costringere Francoforte a comportarsi come la Fed o la Bank of England, diventando prestatore di ultima istanza - non lo avesse scongiurato. Non è comunque bastato il «whatever it takes» a impedire la crescita progressiva dei movimenti populisti e sovranisti. Che non sono un incidente di percorso, bensì la conseguenza logica di un sistema congegnato per depauperare le classi medie, cinesizzare il mercato del lavoro e veicolare l’imperialismo di Berlino sulla periferia dell’Ue. Per capirci: prima dell’euro (e dell’invasione di migrnati), sarebbe stato impensabile avere una Giorgia Meloni al governo, un Rassemblement national sopra il 30% e una Afd primo partito di Germania. Anche di questi temi, Draghi aveva avuto l’occasione di discutere, sempre col piglio di chi si sente estraneo ai fatti: a dicembre 2024, bacchettò la «costellazione economica» «basata sullo sfruttamento della domanda estera e sull’esportazione di capitale con bassi livelli salariali». Risultato: a Lovanio, l’ex premier celebra gli accordi commerciali stipulati con sudamericani e indiani dall’Ue in quanto «unica potenza»; intanto, il glorioso mercato interno si contrae. È la «distruzione della domanda interna», un altro cavallo di battaglia montiano.
L’ex capo della Bce ci ha visto giusto: la «minaccia» non sta tanto nella fine dell’ordine costruito dopo il 1945, quanto in «ciò che lo sostituisce». Ed è vero che, per l’Europa, «la transizione non sarà facile», che essa «rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata». Ma siamo certi che la soluzione sia allevare un Leviatano? Il Green deal che ci ha consegnati a Pechino è stato una trovata degli Stati sovrani o della Commissione, che il laureato honoris causa vorrebbe far comandare di più?
Ieri, mentre Draghi pontificava e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, informava che lui ed Enrico Letta saranno invitati al vertice del 12 febbraio, affinché illustrino - sarà la centesima volta? - i loro piani per la competitività, Kaja Kallas si abbandonava a un bagno di realtà. L’Unione europea è dipendente dagli Stati Uniti per la sicurezza, ha ammesso l’Alto rappresentante; e la sua «strategia per l’Artico» è «un po’ datata».
Domanda: la colpa è dei veti dell’Ungheria, oppure di una classe dirigente miope e insipiente? E se, anche solo per un secondo, riconoscessimo che la responsabilità è degli eurocrati, in che modo dare loro più potere ci potrebbe salvare dal mondo cattivo che ci aspetta?
Iniziano già i primi sgambetti a Roberto Vannacci. L’associazione Nazione Futura si oppone presso l’ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo), alla domanda di registrazione (ancora in fase di esame) del marchio «Futuro Nazionale», presentata dall’ex generale il 24 gennaio scorso.
«Elevato rischio di confusione e di somiglianza», dice il presidente, Francesco Giubilei, il quale sostiene che il suo simbolo sia uguale a quello partorito da Vannacci.
Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura».
«Non si può nemmeno pensare a una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.
Per chi si chiedesse chi sia questo Giubilei, è un ragazzo di Cesena di 34 anni, puntiglioso e pignolo, collaboratore del Giornale, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università̀ Giustino Fortunato di Benevento e anche presidente della Fondazione Tatarella. Essendo un noto rompiscatole c’è da immaginarsi che non mollerà la presa. Ma ha trovato davanti a sé uno altrettanto accanito. Infatti, la risposta di Vannacci è stata sobria: «Giubilei è prolisso, io rispondo molto più succintamente al suo ricorso: me ne frego. La paura fa 90!». Accusandolo di strumentalizzare la vicenda per ottenere visibilità. In effetti, a seguito di questo polverone, Nazione Futura ha annunciato la campagna di tesseramento 2026 con lo slogan «Leali e coerenti» rivolgendosi ai delusi da Vannacci. Giubilei si riferisce ai responsabili dei team di Milano, Varese e Verona che, qualche giorno fa, hanno abbandonato l’ex generale con un aspro comunicato definendo «Il mondo al contrario», «un bluff politico e organizzativo».
Su Instagram Giubilei risponde a Vannacci definendolo «a corto di idee» e ironizza sul fatto che, non contento di aver copiato nome e logo dalla sua associazione, si sia appropriato anche dello slogan «me ne frego» degli Arditi e di D’Annunzio. «Lo vedo abbastanza nervoso, lo saremmo anche noi se fossimo in lui, visti i fuoriusciti da Il mondo al contrario che si stanno iscrivendo a Nazione Futura. Ormai Vannacci ha più amici a sinistra che a destra», graffia. Il profeta Giubilei si riferisce alle notizie non confermate, anzi smentite dai diretti interessati, di fantomatici incontri tra Vannacci, Renzi e Conte. «Dopo Renzi, ora anche il M5s!», scrive Vannacci su Facebook commentando un articolo del Giornale, «di questo passo i giornali di Angelucci ci diranno che, nel mio tutto ipotetico nuovo partito, sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Sumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». Lo stesso Renzi smentisce: «Il Corriere scrive che io vedo regolarmente Vannacci in un circolo canottieri di Roma. Non solo falso ma ridicolo».
Analizzando meglio questa contesa, che sta assumendo sempre più i toni di una rissa da bar, condita da rancore personale e invidia, sembra che più del logo «copiato», a Giubilei interessi fare le scarpe a Vannacci sul piano politico. Lo si evince da certe sue considerazioni, non richieste, che nulla hanno a che vedere con la forma e il colore del simbolo. La ramanzina di Giubilei è che Vannacci vedrebbe «nemici ovunque» avvisandolo che se «attacca il governo e assume posizioni divergenti rispetto alla linea del suo partito, fa il gioco della sinistra». E ammonisce: «Se si è all’interno di un partito e di una coalizione ci sono delle regole da rispettare e continuare pubblicamente ad assumere posizioni diverse dal proprio segretario e dal leader della coalizione, provando a metterli in difficoltà, non è un comportamento né costruttivo né leale». Su una paventata espulsione di Vannacci dalla Lega, di cui è ancora vicesegretario, oggi Salvini ha convocato un consiglio federale d’urgenza, per fare il punto della situazione politica.
Il pretesto è il pacchetto sicurezza e il referendum giustizia, ma Vannacci è il vero tema rovente.
Nel centrodestra c’è fermento. Ieri, sul Foglio, Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, non si perita a dire che, se glielo chiedessero, sarebbe disponibile a fare il segretario di Forza Italia perché «al partito serve più turnover» e che Tajani lo vedrebbe bene «come presidente della Repubblica».
Anche Mark Zuckerberg lo incolparono di aver copiato Facebook. E sappiamo tutti com’è andata a finire.






