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2023-02-12
Il Campidoglio ha censurato gli «Invisibili»
Roberto Gualtieri (Imagoeconomica)
Quando la casa Comune non è di tutti. Vietato l’accesso in Campidoglio per gli invisibili. Dopo il successo in tutta Italia del documentario Invisibili sugli effetti avversi del vaccino anti Covid 19, non c’è spazio sul Monte Capitolino.
Ad annunciarlo è il Comitato Ascoltami, Ali avvocati liberi e Playmastermovie spiegando che, attraverso un escamotage è stata di fatto «vietata la proiezione di Invisibili all’interno di uno spazio istituzionale, creando così un precedente che potrebbe essere adottato da altre giunte comunali per contrastare un documentario che, lungi dal trarre conclusioni dal punto di vista scientifico (il contributo di medici intervistati si basa sulla lettura dei dati Ema e Aifa), altro non fa che dare voce a testimonianze di cittadini che hanno riscontrato gravi patologie in seguito all’inoculazione del vaccino Covid-19 e a cui sono state negate una diagnosi e una cura».
Le tre associazioni avevano intenzione di organizzare in Campidoglio un evento-dibattito sul tema, con l’obiettivo di abbattere quella reticenza delle istituzioni ad accettare un confronto con i cittadini, anche ora che lo stato di emergenza è ormai alle spalle. Il docufilm racconta infatti il dramma delle vittime delle reazioni avverse da vaccino e si propone di tutelare i diritti di chi ha subito conseguenze gravi o addirittura letali.
Italiani invisibili, appunto, che chiedono cure, verità e giustizia. A Roma, con il sostegno di Fabrizio Santori, capogruppo della Lega nella giunta capitolina, era stata richiesta la sala della protomoteca del Campidoglio per la proiezione, domani, come fatto in altri Comuni italiani. Come raccontano i promotori dell’iniziativa, era stata quindi avviata una procedura che non prevedeva, al momento della comunicazione, un consenso da parte della giunta capitolina.
Giunta che ha pensato bene, però, di approvare con una delibera «ad hoc» una nuova disciplina per l’utilizzazione delle sale, attraverso cui è possibile che «la fruizione degli spazi sia negata in caso di tematiche delicate e oggetto di forti contrasti, come si potrebbe verificare per l’evento da noi proposto, che tocca argomenti che sollevano perplessità su recenti interventi legislativi ritenuti legittimi dalla Corte costituzionale». La conferma che dopo due anni, pandemia, obbligo vaccinale e conseguenze avverse, sono questioni ancora non chiuse anzi, molto sensibili al di là della scienza perché sul filo della costituzionalità. Infatti, a proposito delle sentenze con cui la Consulta ha assolto l’obbligo vaccinale, come ha ben spiegato alla Verità il giurista Carlo Iannello, «la Consulta non si è espressa sulla sospensione dei lavoratori e i ricorsi possono ancora essere portati in tribunale». Questo perché la Consulta, in merito ai ricorsi di alcuni medici, «se fosse entrata nel merito sarebbe stata difficilmente difendibile la razionalità della legge sull’obbligo». Inoltre, sulla sentenza firmata da Filippo Patroni Griffi, Iannello nota che «coincide con il contenuto di un documento dell’Oms dedicato alle “Considerazioni etiche sulla vaccinazione obbligatoria”, che al paragrafo 1 sosteneva: la vaccinazione obbligatoria dovrebbe essere considerata solo se necessaria e proporzionata al compimento di uno o più importanti obiettivi sociali o istituzionali, tipicamente ma non esclusivamente, di salute pubblica ma anche obiettivi di carattere economico e sociale come prevenire la crisi del sistema sanitario. Detta così, se però lo scopo è “salvare” il sistema di cura, possiamo imporre qualsiasi trattamento sanitario».
Al di là dei limiti costituzionali, restano le complicanze post vaccino di cui si evita di parlare, anche vietando la proiezione di un docufilm che raccoglie testimonianze dirette, come accade nel Campidoglio a guida Gualtieri.
Nel frattempo, Comitato Ascoltami, Ali avvocati liberi e Playmastermovie, stanno procedendo legalmente contro «questi fatti gravissimi che tentano una volta di più di silenziare coloro che hanno attraversato, e attraversano tuttora, difficoltà significative» ma nello stesso tempo si rivolgeranno ad «associazioni e gruppi che intendono organizzare una proiezione-dibattito di Invisibili coinvolgendo ovunque possibile le istituzioni». Iniziative che il gruppo ribadirà in una conferenza stampa lunedì 13 febbraio alle ore 19,30 in Piazza Campitelli, vicina al Campidoglio, sottolineando ancora una volta «l’appello di quanti, portatori di verità scomode, stanno rischiando di essere ridotti ad uno status di invisibilità; ma anche della cittadinanza che, a fronte di una presa di coscienza della progressiva e inesorabile cancellazione di diritti connaturati all’essere umano in quanto tale, avverta ancora forte la determinazione a far sentire, in un fronte unito, la propria voce». E sempre su questi temi, da mercoledì 15 febbraio, sul sito della Verità sarà disponibile Covid-19, dodici mesi di pensiero critico, il docufilm che racconta «l’altra storia della pandemia», tra imposizioni, contraddizioni, censure, domande senza risposte e rischi per il futuro.
Pronta a partire la commissione d’inchiesta sulla gestione pandemica
La commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia da Covid in Italia è finalmente realtà: mercoledì prossimo, 15 febbraio, è stato calendarizzato in Commissione Affari Sociali a Montecitorio l’esame della proposta di legge «recante», si legge sul sito della Camera dei Deputati, «l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sull’operato del governo e sulle misure da esso adottate per prevenire e affrontare l’emergenza epidemiologica del Covid-19». La relatrice è Alice Buonguerrieri, di Fratelli d’Italia; le firme alla proposta sono di Galeazzo Bignami (Fdi), Riccardo Molinari (Lega) e Davide Faraone (Terzo polo).
«Sono onorata», dice alla Verità la Buonguerrieri, «del ruolo di relatrice che mi è stato affidato da Fratelli d’Italia nella costituzione di questa commissione che per noi è molto importante. È un organismo che ha l’obiettivo di cercare la verità, a 360 gradi: lo dobbiamo agli italiani». L’istituzione della commissione di inchiesta sulla (mala) gestione della pandemia è una storica battaglia della Verità, e ora finalmente la nascita dell’organismo è prossima.
A quanto apprendiamo da fonti bene informate, la commissione non nasce per «processare» nessuno, ma per fare chiarezza su quanto accaduto in Italia durante gli anni bui della pandemia. L’obiettivo, ci viene spiegato, è di capire fino a che punto i provvedimenti presi durante l’emergenza, a partire da quelli che hanno limitato i diritti costituzionali degli italiani, sono stati varati con cognizione di causa e se ce ne fosse realmente la necessità.
Non solo: a quanto apprendiamo, inoltre, si tenterà di fare chiarezza anche sulle spese sostenute dallo Stato per far fronte alla pandemia, approfondendo ad esempio le forniture di mascherine e di tutto ciò che, durante quella fase, è stato acquistato in fretta e furia.
La proposta di istituire una commissione di inchiesta sulla gestione del Covid è storicamente una battaglia di Fratelli d’Italia, ma anche gli esponenti di Italia viva ne hanno sempre auspicato il varo, e non è un caso se la firma di Davide Faraone sia in calce alla proposta che verrà esaminata mercoledì prossimo.
C’è da scommettere che il percorso della commissione sarà assai accidentato. Dal punto di vista politico, per esempio, la posizione di Forza Italia sulle misure prese durante la pandemia è sempre stata diversa da quella di Lega e Fdi. I partiti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini si sono sempre dichiarati scettici su molte delle restrizioni introdotte dal governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte e da quello che vedeva a Palazzo Chigi Mario Draghi, anche se quest’ultimo esecutivo aveva il Carroccio in maggioranza e quindi con margini di manovra politica limitati. Il partito di Silvio Berlusconi, invece, ha sempre avuto un atteggiamento più favorevole alle restrizioni. In questo senso, il sostegno del Terzo polo sarà molto importante affinché la navigazione della costituenda commissione possa essere più tranquilla. Fuoco e fiamme farà invece, inevitabilmente, il Pd, che ha avuto in Roberto Speranza, eletto lo scorso settembre con i dem, un punto di riferimento assoluto per tutto ciò che ha riguardato l’emergenza coronavirus.
È inevitabile che i riflettori della commissione si accenderanno anche sull’operato dell’ex ministro della Salute, e dunque prepariamoci a un atteggiamento ostruzionistico da parte della sinistra e pure del M5s, considerato che anche l’operato dell’ex premier Giuseppe Conte e del suo successore Mario Draghi verranno accuratamente analizzati dalla commissione. In ogni caso, ciò che conta davvero è che finalmente i cittadini potranno ricevere le dovute risposte ai tanti interrogativi sollevati dalla gestione della pandemia in Italia.
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Il Comune di Roma cancella la proiezione del documentario sugli effetti avversi con una modifica al regolamento che consente di negare la sala in caso di «temi delicati e oggetto di contrasti». I promotori annunciano provvedimenti legali: «Grave precedente».Pronta a partire la commissione d’inchiesta sulla gestione pandemica.La proposta di legge di Fdi, Lega e Terzo polo in esame mercoledì a Montecitorio.Lo speciale contiene due articoli.Quando la casa Comune non è di tutti. Vietato l’accesso in Campidoglio per gli invisibili. Dopo il successo in tutta Italia del documentario Invisibili sugli effetti avversi del vaccino anti Covid 19, non c’è spazio sul Monte Capitolino. Ad annunciarlo è il Comitato Ascoltami, Ali avvocati liberi e Playmastermovie spiegando che, attraverso un escamotage è stata di fatto «vietata la proiezione di Invisibili all’interno di uno spazio istituzionale, creando così un precedente che potrebbe essere adottato da altre giunte comunali per contrastare un documentario che, lungi dal trarre conclusioni dal punto di vista scientifico (il contributo di medici intervistati si basa sulla lettura dei dati Ema e Aifa), altro non fa che dare voce a testimonianze di cittadini che hanno riscontrato gravi patologie in seguito all’inoculazione del vaccino Covid-19 e a cui sono state negate una diagnosi e una cura». Le tre associazioni avevano intenzione di organizzare in Campidoglio un evento-dibattito sul tema, con l’obiettivo di abbattere quella reticenza delle istituzioni ad accettare un confronto con i cittadini, anche ora che lo stato di emergenza è ormai alle spalle. Il docufilm racconta infatti il dramma delle vittime delle reazioni avverse da vaccino e si propone di tutelare i diritti di chi ha subito conseguenze gravi o addirittura letali. Italiani invisibili, appunto, che chiedono cure, verità e giustizia. A Roma, con il sostegno di Fabrizio Santori, capogruppo della Lega nella giunta capitolina, era stata richiesta la sala della protomoteca del Campidoglio per la proiezione, domani, come fatto in altri Comuni italiani. Come raccontano i promotori dell’iniziativa, era stata quindi avviata una procedura che non prevedeva, al momento della comunicazione, un consenso da parte della giunta capitolina. Giunta che ha pensato bene, però, di approvare con una delibera «ad hoc» una nuova disciplina per l’utilizzazione delle sale, attraverso cui è possibile che «la fruizione degli spazi sia negata in caso di tematiche delicate e oggetto di forti contrasti, come si potrebbe verificare per l’evento da noi proposto, che tocca argomenti che sollevano perplessità su recenti interventi legislativi ritenuti legittimi dalla Corte costituzionale». La conferma che dopo due anni, pandemia, obbligo vaccinale e conseguenze avverse, sono questioni ancora non chiuse anzi, molto sensibili al di là della scienza perché sul filo della costituzionalità. Infatti, a proposito delle sentenze con cui la Consulta ha assolto l’obbligo vaccinale, come ha ben spiegato alla Verità il giurista Carlo Iannello, «la Consulta non si è espressa sulla sospensione dei lavoratori e i ricorsi possono ancora essere portati in tribunale». Questo perché la Consulta, in merito ai ricorsi di alcuni medici, «se fosse entrata nel merito sarebbe stata difficilmente difendibile la razionalità della legge sull’obbligo». Inoltre, sulla sentenza firmata da Filippo Patroni Griffi, Iannello nota che «coincide con il contenuto di un documento dell’Oms dedicato alle “Considerazioni etiche sulla vaccinazione obbligatoria”, che al paragrafo 1 sosteneva: la vaccinazione obbligatoria dovrebbe essere considerata solo se necessaria e proporzionata al compimento di uno o più importanti obiettivi sociali o istituzionali, tipicamente ma non esclusivamente, di salute pubblica ma anche obiettivi di carattere economico e sociale come prevenire la crisi del sistema sanitario. Detta così, se però lo scopo è “salvare” il sistema di cura, possiamo imporre qualsiasi trattamento sanitario». Al di là dei limiti costituzionali, restano le complicanze post vaccino di cui si evita di parlare, anche vietando la proiezione di un docufilm che raccoglie testimonianze dirette, come accade nel Campidoglio a guida Gualtieri. Nel frattempo, Comitato Ascoltami, Ali avvocati liberi e Playmastermovie, stanno procedendo legalmente contro «questi fatti gravissimi che tentano una volta di più di silenziare coloro che hanno attraversato, e attraversano tuttora, difficoltà significative» ma nello stesso tempo si rivolgeranno ad «associazioni e gruppi che intendono organizzare una proiezione-dibattito di Invisibili coinvolgendo ovunque possibile le istituzioni». Iniziative che il gruppo ribadirà in una conferenza stampa lunedì 13 febbraio alle ore 19,30 in Piazza Campitelli, vicina al Campidoglio, sottolineando ancora una volta «l’appello di quanti, portatori di verità scomode, stanno rischiando di essere ridotti ad uno status di invisibilità; ma anche della cittadinanza che, a fronte di una presa di coscienza della progressiva e inesorabile cancellazione di diritti connaturati all’essere umano in quanto tale, avverta ancora forte la determinazione a far sentire, in un fronte unito, la propria voce». E sempre su questi temi, da mercoledì 15 febbraio, sul sito della Verità sarà disponibile Covid-19, dodici mesi di pensiero critico, il docufilm che racconta «l’altra storia della pandemia», tra imposizioni, contraddizioni, censure, domande senza risposte e rischi per il futuro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/campidoglio-censurato-invisibili-2659403794.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pronta-a-partire-la-commissione-dinchiesta-sulla-gestione-pandemica" data-post-id="2659403794" data-published-at="1676142546" data-use-pagination="False"> Pronta a partire la commissione d’inchiesta sulla gestione pandemica La commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia da Covid in Italia è finalmente realtà: mercoledì prossimo, 15 febbraio, è stato calendarizzato in Commissione Affari Sociali a Montecitorio l’esame della proposta di legge «recante», si legge sul sito della Camera dei Deputati, «l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sull’operato del governo e sulle misure da esso adottate per prevenire e affrontare l’emergenza epidemiologica del Covid-19». La relatrice è Alice Buonguerrieri, di Fratelli d’Italia; le firme alla proposta sono di Galeazzo Bignami (Fdi), Riccardo Molinari (Lega) e Davide Faraone (Terzo polo). «Sono onorata», dice alla Verità la Buonguerrieri, «del ruolo di relatrice che mi è stato affidato da Fratelli d’Italia nella costituzione di questa commissione che per noi è molto importante. È un organismo che ha l’obiettivo di cercare la verità, a 360 gradi: lo dobbiamo agli italiani». L’istituzione della commissione di inchiesta sulla (mala) gestione della pandemia è una storica battaglia della Verità, e ora finalmente la nascita dell’organismo è prossima. A quanto apprendiamo da fonti bene informate, la commissione non nasce per «processare» nessuno, ma per fare chiarezza su quanto accaduto in Italia durante gli anni bui della pandemia. L’obiettivo, ci viene spiegato, è di capire fino a che punto i provvedimenti presi durante l’emergenza, a partire da quelli che hanno limitato i diritti costituzionali degli italiani, sono stati varati con cognizione di causa e se ce ne fosse realmente la necessità. Non solo: a quanto apprendiamo, inoltre, si tenterà di fare chiarezza anche sulle spese sostenute dallo Stato per far fronte alla pandemia, approfondendo ad esempio le forniture di mascherine e di tutto ciò che, durante quella fase, è stato acquistato in fretta e furia. La proposta di istituire una commissione di inchiesta sulla gestione del Covid è storicamente una battaglia di Fratelli d’Italia, ma anche gli esponenti di Italia viva ne hanno sempre auspicato il varo, e non è un caso se la firma di Davide Faraone sia in calce alla proposta che verrà esaminata mercoledì prossimo. C’è da scommettere che il percorso della commissione sarà assai accidentato. Dal punto di vista politico, per esempio, la posizione di Forza Italia sulle misure prese durante la pandemia è sempre stata diversa da quella di Lega e Fdi. I partiti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini si sono sempre dichiarati scettici su molte delle restrizioni introdotte dal governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte e da quello che vedeva a Palazzo Chigi Mario Draghi, anche se quest’ultimo esecutivo aveva il Carroccio in maggioranza e quindi con margini di manovra politica limitati. Il partito di Silvio Berlusconi, invece, ha sempre avuto un atteggiamento più favorevole alle restrizioni. In questo senso, il sostegno del Terzo polo sarà molto importante affinché la navigazione della costituenda commissione possa essere più tranquilla. Fuoco e fiamme farà invece, inevitabilmente, il Pd, che ha avuto in Roberto Speranza, eletto lo scorso settembre con i dem, un punto di riferimento assoluto per tutto ciò che ha riguardato l’emergenza coronavirus. È inevitabile che i riflettori della commissione si accenderanno anche sull’operato dell’ex ministro della Salute, e dunque prepariamoci a un atteggiamento ostruzionistico da parte della sinistra e pure del M5s, considerato che anche l’operato dell’ex premier Giuseppe Conte e del suo successore Mario Draghi verranno accuratamente analizzati dalla commissione. In ogni caso, ciò che conta davvero è che finalmente i cittadini potranno ricevere le dovute risposte ai tanti interrogativi sollevati dalla gestione della pandemia in Italia.
Il busto reliquiario di Sant'Agata a Catania (Getty Images)
Perdona loro. Nel capolavoro di Giambattista Tiepolo, Sant’Agata allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. Lo sta facendo anche adesso, mentre commenta con la dolente postura la decisione di una scuola siciliana di annullare la visita alla sua reliquia per paura dei ruggiti dell’Uaar. Sarebbe l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, infuriata anche solo all’idea che maestre e bambini dedichino mezza mattinata a un atto di cultura e devozione popolare millenario, nel nome di una delle sante più celebrate, raffigurate, pregate del mondo.
La faccenda è surreale e la crociata degli atei (ossimoro voluto) ha toni da Robespierre. Tutto comincia qualche giorno fa, quando il preside dell’istituto comprensivo (elementari e medie) «Federico De Roberto» di Zafferana Etnea, in provincia di Catania, decide di far partecipare la scuola alle celebrazioni di Sant’Agata, culminate con l’arrivo in paese di una reliquia (il braccio della santa) alla parrocchia di Santa Maria della Provvidenza, portata in pompa magna dall’arcivescovo Luigi Renna. L’evento, molto partecipato, si inserisce nel programma per il nono centenario della traslazione delle reliquie a Catania da Costantinopoli, dov’erano state trafugate quasi mille anni fa fra la disperazione generale, poiché Sant’Agata era ed è considerata nella tradizione cristiana la principale protettrice dalle eruzioni dell’Etna che balugina lassù.
Giusto o sbagliato, è così da sempre nel segno della storia e dell’identità. Ma vallo a spiegare agli atei, agli agnostici e agli Odifreddi boys che al solo sentire il nome di Cristo innalzano roghi, mentre su Maometto sono molto più distratti, non si sa mai. Tornando a Zafferana, il preside organizza la visita nei dettagli: le elementari con tulipano bianco, le medie con fazzoletto bianco. Ovviamente tutto facoltativo, chi non fosse interessato rimane in classe a seguire le lezioni. Ebbene, il numero uno dell’istituto non riesce neppure a divulgare la circolare. L’Unione degli atei, sezione di Catania, interviene preventivamente con una diffida, minaccia denunce per «violazione del principio di laicità delle scuole pubbliche» ed entra in modalità trincea permanente.
La santa patrona diventa un casus belli, il preside Salvatore Musumeci è costretto a tornare sui suoi passi e a revocare la circolare. Forse indotto dal silenzio accondiscendente delle istituzioni locali (il sindaco Salvatore Russo è un civico sostenuto dal Pd) e dalle stesse autorità religiose, da tempo più inclini ad appiattirsi sulle ragioni dei senza Dio piuttosto che difendere la fede. Così l’Uaar può cantare vittoria: «Quella decisione era illegittima. Gli atti di culto in orario scolastico sono infatti vietati, come chiarito da norme e sentenze, definitiva quella del Consiglio di Stato del 27 marzo 2017». Il crinale è impervio e la distinzione fra atto di culto in classe e gita in parrocchia a vedere una reliquia abbastanza evidente.
È curioso notare la muscolare alzata di scudi da parte di chi predica ogni tipo di libertà (tranne quelle degli altri) in nome di un laicismo che tende all’assolutismo. L’Uaar è famosa per le sue battaglie frontali contro la religione cattolica: lo sbattezzo, la lotta contro il crocifisso negli edifici pubblici, l’ora di religione, gli slogan provocatori sui bus. A Zafferana gli atei scatenati non si risparmiano neppure un dettaglio imbarazzante: «La visita non avrebbe nemmeno tenuto conto dei risvolti macabri, dato che l’oggetto esposto sarebbe il braccio del cadavere di Sant’Agata». Siamo al «cadaverino appeso fra due legnetti» televisivo di Adel Smith. C’è gente da 23 anni con lo sguardo nello specchietto retrovisore.
Con un dettaglio in più. Il progressista illuminato, impegnato a bollare come oscurantista il ministro Giuseppe Valditara dopo la decisione di non autorizzare in automatico le lezioni genderfluid a scuola, sembra del tutto silente riguardo al diktat imposto da un’associazione di parte all’esercizio della libertà altrui di partecipare a un evento popolare inserito da secoli nel contesto sociale del territorio. Il preside avrebbe potuto tenere duro ma deve avere fiutato l’aria. Nessuna intenzione di rimanere solo e con il cerino acceso in mano. Alla fine, si è limitato a precisare al quotidiano La Sicilia: «Nessuno ha imposto niente. Gli alunni che, a seguito del parere contrario dei genitori, non volevano partecipare alla visita sarebbero rimasti in classe a fare lezione, all’insegna della piena libertà». Parola sconosciuta ai liberal per decreto.
Così Sant’Agata, celebrata dalle processioni e dalle candelore in Sicilia e in tutto il mondo dove un emigrante abbia lasciato il seme della devozione, non può essere avvicinata dai bambini e dai ragazzi di Zafferana in orario scolastico. Mentre l’Etna distratto sta a guardare. La leggenda vuole che nell’antichità il vulcano abbia inghiottito Empedocle risputandone per sdegno un calzare. Era un filosofo pagano che si credeva un dio. Praticamente un ateo.
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La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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