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2021-04-03
Cambio a sorpresa dal rosso all’arancio. Caos sui criteri e nessun preavviso
È un vademecum sempre più complicato, quello con cui gli italiani avranno a che fare per i giorni a cavallo della Pasqua, riguardo a spostamenti e chiusure. Un dedalo di norme governative e ordinanze regionali che si intrecciano e si sovrappongono, delineando un quadro complicato che è estremamente difficile padroneggiare. Per di più, con un «giallo» che ha coinvolto Veneto, Marche e Trento. Per quanto possibile, proviamo a fare chiarezza, a partire da ciò che sarà consentito e cosa no da oggi e fino lunedì 5 aprile compreso. In questi tre giorni tutta l'Italia è da considerarsi zona rossa, con tutte le limitazioni che ne derivano, in primis il divieto di spostamento dalla propria abitazione, se non per motivi di comprovata necessità e previa autocertificazione. L'unica «concessione» pasquale riguarda la possibilità di visitare parenti o amici, per una sola volta al giorno tra le 5 e le 22, in numero non maggiore di due adulti accompagnati eventualmente da minori di 14 anni o adulti non autosufficienti. Restano chiusi, dunque, bar e ristoranti (che potranno però fare asporto e consegna a domicilio) e centri commerciali, oltre naturalmente a parrucchieri, centri estetici, cinema, teatri, palestre, piscine e centri sportivi. Per i pranzi delle feste di Pasqua il governo raccomanda vivamente di non «aprire» alle persone non conviventi, ricordando che feste e assembramenti sono vietati, mentre è possibile recarsi alle funzioni religiose. Un capitolo molto contrastato è quello delle seconde case, poiché alcune ordinanze regionali si sono aggiunte a quanto stabilito dall'esecutivo, creando una situazione eterogenea. Il decreto del governo consente infatti di raggiungere le seconde case anche fuori dalla propria regione di residenza solo al nucleo convivente, purché dimostri di aver maturato il titolo alla proprietà o all'affitto prima del 14 gennaio di quest'anno. Le decisioni di alcuni governatori, però, hanno reso lettera morta questa possibilità: in Toscana, Valle D'Aosta, Alto Adige, Marche, Calabria e Piemonte delle ordinanze hanno vietato ai non residenti di recarsi nelle seconde case, mentre in Liguria Giovanni Toti è andato oltre, vietandolo anche ai residenti. In Sicilia e Sardegna sarà possibile per tutti raggiungere le seconde case, previo tampone con esito negativo. Decisioni che non hanno mancato di sollevare polemiche, se confrontate con la beffarda possibilità, per chi ha prenotato un viaggio all'Estero, di raggiungere l'aeroporto anche se questo è ubicato fuori dai propri confini regionali e andare a trascorrere le vacanze altrove, mentre in Italia restano chiuse tutte le strutture ricettive. A poco è valsa, in questo senso, la «pezza» messa dal governo all'ultimo minuto, introducendo l'obbligo di una mini-quarantena di cinque giorni per chi rientra dai viaggi. Anche sulle chiusure, alcune regioni hanno legiferato in senso più restrittivo, come il Piemonte, che chiude i supermercati alle 13 domani e lunedì o la Toscana, che ha deciso di chiudere, sempre a Pasqua e Pasquetta, tutte le attività commerciali. Da martedì 6, poi, varrà l'ultimo dl approvato dal governo, che di fatto impedisce il ritorno a zona gialla per tutte le Regioni fino al 30 aprile, salvo verificare, in base all'andamento del contagio, la possibilità di alcune aperture. Da quel giorno, sappiamo già che Veneto, Marche e provincia autonoma di Trento raggiungeranno Basilicata, Lazio, Liguria, Molise, Sicilia, Sardegna, Umbria, Veneto e Bolzano in zona arancione, mentre resteranno in zona rossa Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Puglia, Toscana e Valle D'Aosta. Per queste ultime regioni, dunque, la situazione non cambierà di molto rispetto ai prossimi tre giorni, salvo la fine della possibilità di visitare amici e parenti, mentre chi passerà in arancione potrà circolare liberamente all'interno della propria regione e recarsi nei negozi a fare shopping. Resta però il mistero sulla scelta relativa a Veneto, Marche e Trento, che è arrivata in modo sorprendente, e per certi versi «misterioso»: i consueti parametri, infatti, avrebbero suggerito la permanenza in rosso, ma fonti del ministero, interpellate da La Verità, sostengono che se il dato dell'incidenza scende sotto quota 250 anche per una sola volta nell'arco di una sola settimana, è lecito il passaggio in arancione, a differenza che nel caso dell'Rt, che deve rimanere sotto la soglia di rischio per 14 giorni consecutivi. Ad ogni modo, ciò comporterà, per gli esercenti che dovranno riaprire, non pochi problemi dato il brevissimo preavviso, a dispetto della promessa fatta da Mario Draghi di non ripetere i «blitz» del venerdì sera del suo predecessore. Per il resto, l'incidenza generale di casi ogni 100mila abitanti, ha fatto registrare una diminuzione, attestandosi a 232, contro i 240 della scorsa settimana, mentre l'indice Rt nazionale è tornato sotto l'1, a 0,98 (la scorsa settimana era a da 1,08).
Casi in discesa e Rt sotto l'1. L'Iss: «La curva è in lento calo»
Trend in calo dei contagi ma peggiora la situazione nelle terapie intensive. Sono stati 21.932 i positivi al test del coronavirus in Italia nelle 24 ore scorse (23.649 giovedì) secondo i dati del ministero della Salute. Sale così ad almeno 3.629.000 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall'inizio dell'epidemia Le vittime 481, giovedì erano 501, per un totale di 110.328 morti da febbraio 2020. Le persone guarite o dimesse sono in tutto 2.953.377 e 19.620 quelle uscite ieri dall'incubo Covid (20.712 il giorno prima). Gli attuali positivi risultano essere in tutto 565.295 (di questi, sono in isolamento domiciliare 532.887 pazienti).
La Regione con più casi giornalieri ieri è stata la Lombardia (+3.941), seguita da Campania (+2.057), Puglia (+2.044), Piemonte (+1.942), Lazio (+1.918) e Emilia Romagna (+1.830). Sono stati eseguiti 331.154 test tra molecolari e antigenici. Il tasso di positività resta stabile al 6,6%. Rispetto al picco di venerdì 12 marzo con 26.824 casi, il trend della curva appare in decrescita. «Una decrescita molto lenta» ha detto il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, nel suo intervento alla conferenza stampa sull'analisi dei dati del monitoraggio settimanale della cabina di regia Iss-ministero della Salute. Scende a 0,98 sotto la soglia d'allarme di 1 il valore dell'Rt nazionale che la scorsa settimana era a da 1,08. L'incidenza si attesta a 232 casi ogni 100.000 abitanti contro i 240 della scorsa settimana.
Per il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, ha ribadito che «La situazione è in leggero miglioramento, ma persiste un elevato carico sul sistema sanitario, ora al 41%, contro il 39% della scorsa settimana che rischia di continuare ancora a lungo. Quindi ci sono dei segnali che ci dicono che da una parte l'infezione sta leggermente diminuendo ma dall'altro il carico sui servizi assistenziali resta pesante». Secondo l'esperto per quanto riguarda la variante inglese e brasiliana «abbiamo visto focolai anche tra i bambini più piccoli e gli adolescenti, e ci sono dati umbri che mostrano incidenze molto elevate». Inoltre, la circolazione di varianti a maggior trasmissibilità è «largamente dominante nel Paese il che indica la necessità di non ridurre le attuali misure di restrizione e mantenere la drastica riduzione delle interazioni fisiche». Inoltre, ha precisato Rezza il ritorno alla normalità può avvenire in tempi relativamente brevi se «aumentiamo il numero delle vaccinazioni». Anche Brusaferro si è detto preoccupato per la situazione ospedaliera: «I ricoveri sono ancora in crescita (ieri i nuovi ingressi in rianimazione sono stati 232), con un'età media intorno ai 40-50 anni e destano preoccupazione anche se l'andamento delle vaccinazioni sta rapidamente crescendo». Il presidente Iss ha fatto notare che i casi vanno abbassandosi in modo più marcato tra il personale sanitario e gli over 80 proprio «a conferma della validità delle vaccinazioni». E proprio in base alla curva pandemica e all'Rt, dopo le festività pasquali in rosso, ieri pomeriggio il ministro della salute Roberto Speranza ha firmato il provvedimento sui colori delle regioni dal 7 aprile: Veneto, Marche e Provincia autonoma di Trento passano da rosso ad arancione come Sicilia, Sardegna, Liguria, Lazio, Umbria, Abruzzo, Molise, Basilicata e la Provincia di Bolzano. Restano rosse Calabria, Campania, Puglia, Toscana, Emilia Romagna, Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia e Friuli Venezia Giulia.
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Martedì Veneto, Marche e Trento passano in fascia intermedia grazie al dato dell'incidenza. Italia blindata da oggi fino a lunedì.Tasso di positività stabile al 6,6%. Silvio Brusaferro: «Meno contagi tra sanitari e over 80».Lo speciale contiene due articoli.È un vademecum sempre più complicato, quello con cui gli italiani avranno a che fare per i giorni a cavallo della Pasqua, riguardo a spostamenti e chiusure. Un dedalo di norme governative e ordinanze regionali che si intrecciano e si sovrappongono, delineando un quadro complicato che è estremamente difficile padroneggiare. Per di più, con un «giallo» che ha coinvolto Veneto, Marche e Trento. Per quanto possibile, proviamo a fare chiarezza, a partire da ciò che sarà consentito e cosa no da oggi e fino lunedì 5 aprile compreso. In questi tre giorni tutta l'Italia è da considerarsi zona rossa, con tutte le limitazioni che ne derivano, in primis il divieto di spostamento dalla propria abitazione, se non per motivi di comprovata necessità e previa autocertificazione. L'unica «concessione» pasquale riguarda la possibilità di visitare parenti o amici, per una sola volta al giorno tra le 5 e le 22, in numero non maggiore di due adulti accompagnati eventualmente da minori di 14 anni o adulti non autosufficienti. Restano chiusi, dunque, bar e ristoranti (che potranno però fare asporto e consegna a domicilio) e centri commerciali, oltre naturalmente a parrucchieri, centri estetici, cinema, teatri, palestre, piscine e centri sportivi. Per i pranzi delle feste di Pasqua il governo raccomanda vivamente di non «aprire» alle persone non conviventi, ricordando che feste e assembramenti sono vietati, mentre è possibile recarsi alle funzioni religiose. Un capitolo molto contrastato è quello delle seconde case, poiché alcune ordinanze regionali si sono aggiunte a quanto stabilito dall'esecutivo, creando una situazione eterogenea. Il decreto del governo consente infatti di raggiungere le seconde case anche fuori dalla propria regione di residenza solo al nucleo convivente, purché dimostri di aver maturato il titolo alla proprietà o all'affitto prima del 14 gennaio di quest'anno. Le decisioni di alcuni governatori, però, hanno reso lettera morta questa possibilità: in Toscana, Valle D'Aosta, Alto Adige, Marche, Calabria e Piemonte delle ordinanze hanno vietato ai non residenti di recarsi nelle seconde case, mentre in Liguria Giovanni Toti è andato oltre, vietandolo anche ai residenti. In Sicilia e Sardegna sarà possibile per tutti raggiungere le seconde case, previo tampone con esito negativo. Decisioni che non hanno mancato di sollevare polemiche, se confrontate con la beffarda possibilità, per chi ha prenotato un viaggio all'Estero, di raggiungere l'aeroporto anche se questo è ubicato fuori dai propri confini regionali e andare a trascorrere le vacanze altrove, mentre in Italia restano chiuse tutte le strutture ricettive. A poco è valsa, in questo senso, la «pezza» messa dal governo all'ultimo minuto, introducendo l'obbligo di una mini-quarantena di cinque giorni per chi rientra dai viaggi. Anche sulle chiusure, alcune regioni hanno legiferato in senso più restrittivo, come il Piemonte, che chiude i supermercati alle 13 domani e lunedì o la Toscana, che ha deciso di chiudere, sempre a Pasqua e Pasquetta, tutte le attività commerciali. Da martedì 6, poi, varrà l'ultimo dl approvato dal governo, che di fatto impedisce il ritorno a zona gialla per tutte le Regioni fino al 30 aprile, salvo verificare, in base all'andamento del contagio, la possibilità di alcune aperture. Da quel giorno, sappiamo già che Veneto, Marche e provincia autonoma di Trento raggiungeranno Basilicata, Lazio, Liguria, Molise, Sicilia, Sardegna, Umbria, Veneto e Bolzano in zona arancione, mentre resteranno in zona rossa Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Puglia, Toscana e Valle D'Aosta. Per queste ultime regioni, dunque, la situazione non cambierà di molto rispetto ai prossimi tre giorni, salvo la fine della possibilità di visitare amici e parenti, mentre chi passerà in arancione potrà circolare liberamente all'interno della propria regione e recarsi nei negozi a fare shopping. Resta però il mistero sulla scelta relativa a Veneto, Marche e Trento, che è arrivata in modo sorprendente, e per certi versi «misterioso»: i consueti parametri, infatti, avrebbero suggerito la permanenza in rosso, ma fonti del ministero, interpellate da La Verità, sostengono che se il dato dell'incidenza scende sotto quota 250 anche per una sola volta nell'arco di una sola settimana, è lecito il passaggio in arancione, a differenza che nel caso dell'Rt, che deve rimanere sotto la soglia di rischio per 14 giorni consecutivi. Ad ogni modo, ciò comporterà, per gli esercenti che dovranno riaprire, non pochi problemi dato il brevissimo preavviso, a dispetto della promessa fatta da Mario Draghi di non ripetere i «blitz» del venerdì sera del suo predecessore. Per il resto, l'incidenza generale di casi ogni 100mila abitanti, ha fatto registrare una diminuzione, attestandosi a 232, contro i 240 della scorsa settimana, mentre l'indice Rt nazionale è tornato sotto l'1, a 0,98 (la scorsa settimana era a da 1,08). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cambio-a-sorpresa-dal-rosso-allarancio-caos-sui-criteri-e-nessun-preavviso-2651336652.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="casi-in-discesa-e-rt-sotto-l-1-l-iss-la-curva-e-in-lento-calo" data-post-id="2651336652" data-published-at="1617392867" data-use-pagination="False"> Casi in discesa e Rt sotto l'1. L'Iss: «La curva è in lento calo» Trend in calo dei contagi ma peggiora la situazione nelle terapie intensive. Sono stati 21.932 i positivi al test del coronavirus in Italia nelle 24 ore scorse (23.649 giovedì) secondo i dati del ministero della Salute. Sale così ad almeno 3.629.000 il numero di persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2 (compresi guariti e morti) dall'inizio dell'epidemia Le vittime 481, giovedì erano 501, per un totale di 110.328 morti da febbraio 2020. Le persone guarite o dimesse sono in tutto 2.953.377 e 19.620 quelle uscite ieri dall'incubo Covid (20.712 il giorno prima). Gli attuali positivi risultano essere in tutto 565.295 (di questi, sono in isolamento domiciliare 532.887 pazienti). La Regione con più casi giornalieri ieri è stata la Lombardia (+3.941), seguita da Campania (+2.057), Puglia (+2.044), Piemonte (+1.942), Lazio (+1.918) e Emilia Romagna (+1.830). Sono stati eseguiti 331.154 test tra molecolari e antigenici. Il tasso di positività resta stabile al 6,6%. Rispetto al picco di venerdì 12 marzo con 26.824 casi, il trend della curva appare in decrescita. «Una decrescita molto lenta» ha detto il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, nel suo intervento alla conferenza stampa sull'analisi dei dati del monitoraggio settimanale della cabina di regia Iss-ministero della Salute. Scende a 0,98 sotto la soglia d'allarme di 1 il valore dell'Rt nazionale che la scorsa settimana era a da 1,08. L'incidenza si attesta a 232 casi ogni 100.000 abitanti contro i 240 della scorsa settimana. Per il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, ha ribadito che «La situazione è in leggero miglioramento, ma persiste un elevato carico sul sistema sanitario, ora al 41%, contro il 39% della scorsa settimana che rischia di continuare ancora a lungo. Quindi ci sono dei segnali che ci dicono che da una parte l'infezione sta leggermente diminuendo ma dall'altro il carico sui servizi assistenziali resta pesante». Secondo l'esperto per quanto riguarda la variante inglese e brasiliana «abbiamo visto focolai anche tra i bambini più piccoli e gli adolescenti, e ci sono dati umbri che mostrano incidenze molto elevate». Inoltre, la circolazione di varianti a maggior trasmissibilità è «largamente dominante nel Paese il che indica la necessità di non ridurre le attuali misure di restrizione e mantenere la drastica riduzione delle interazioni fisiche». Inoltre, ha precisato Rezza il ritorno alla normalità può avvenire in tempi relativamente brevi se «aumentiamo il numero delle vaccinazioni». Anche Brusaferro si è detto preoccupato per la situazione ospedaliera: «I ricoveri sono ancora in crescita (ieri i nuovi ingressi in rianimazione sono stati 232), con un'età media intorno ai 40-50 anni e destano preoccupazione anche se l'andamento delle vaccinazioni sta rapidamente crescendo». Il presidente Iss ha fatto notare che i casi vanno abbassandosi in modo più marcato tra il personale sanitario e gli over 80 proprio «a conferma della validità delle vaccinazioni». E proprio in base alla curva pandemica e all'Rt, dopo le festività pasquali in rosso, ieri pomeriggio il ministro della salute Roberto Speranza ha firmato il provvedimento sui colori delle regioni dal 7 aprile: Veneto, Marche e Provincia autonoma di Trento passano da rosso ad arancione come Sicilia, Sardegna, Liguria, Lazio, Umbria, Abruzzo, Molise, Basilicata e la Provincia di Bolzano. Restano rosse Calabria, Campania, Puglia, Toscana, Emilia Romagna, Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia e Friuli Venezia Giulia.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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