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2019-03-14
«Cambiare sesso non è peccato». «Avvenire» apre alla triptorelina
Ansa
Limiti e distinguo. Triptorelina no, ma anche sì, secondo il nuovo paradigma del «caso per caso» applicato alla dottrina morale. È questo quanto è stato espresso ieri in una lunga articolessa di Luciano Moia su Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. Sono, scrive Moia, «questioni complesse, delicate e controverse che sarebbe assurdo pensare di definire con una norma valida per tutte le circostanze». È la linea del quotidiano dei vescovi, che però solo il 6 marzo scorso teneva una posizione più attenta e più sollecita verso i dubbi che l'utilizzo di questo farmaco solleva anche a livello scientifico.
Ora l'accento, invece, si sposta radicalmente sul «caso per caso», sulla valutazione di una «periferia». Qualcosa è accaduto.
Intanto ricordiamo che si tratta del caso del farmaco antitumorale che viene utilizzato per bloccare la pubertà dei bambini a cui viene diagnosticata la disforia di genere, cioè la difficoltà a riconoscersi con il proprio sesso biologico. Il dibattito è decollato dopo che lo scorso 2 marzo sulla Gazzetta Ufficiale appariva l'annuncio dell'introduzione della triptorelina tra i farmaci erogati dal Servizio sanitario nazionale, solo in certi casi e dopo che ogni altra assistenza non abbia fornito risultati. «Caso per caso», come ha autorevolmente confermato sul portale ufficiale vaticano Vaticannews la professoressa Laura Palazzani, che del Comitato nazionale di bioetica (Cnb) è vicepresidente ed è anche membro corrispondente della pontificia Accademia per la vita.
La Palazzani, che Avvenire ovviamente richiama, si sarebbe limitata, sul portale ufficiale del Vaticano, a ribadire il «sì, in certi casi» che proprio il Cnb ha offerto come parere all'Agenzia del farmaco che chiedeva conto sulla possibilità appunto di inserire la triptorelina tra i farmaci passati dal Sistema sanitario. Il quotidiano dei vescovi scrive che l'intervento della Palazzani non è magistero e che non è la posizione ufficiale della Santa Sede, che da parte sua «non ha mai definito la liceità morale della riassegnazione chirurgica» del sesso. Ci mancherebbe. Però, ecco il nuovo paradigma promosso da tempo da Avvenire, la «complessità» è tale che «per quei due ragazzi, o ragazze, su dieci che non hanno avuto alcun beneficio dall'accompagnamento psicologico, che vivono la loro condizione con una sofferenza profonda, che hanno manifestato l'intenzione di rinunciare a vivere, e magari hanno anche già tentato il suicidio, come intervenire? Pensare alla chirurgia per salvare una vita è ipotesi così eticamente inaccettabile?».
È la stessa cosa che probabilmente pensano anche i cattolici che fanno parte, insieme alla Palazzani, del Comitato nazionale di bioetica e che tutti insieme, tranne il «no» di Assuntina Morresi, hanno condiviso il parere positivo all'Aifa. Tra questi c'è il presidente onorario, il professor Francesco D'Agostino, da tempo riferimento di Avvenire sulla bioetica e molto vicino a monsignor Vincenzo Paglia, che della pontificia Accademia della vita è presidente. È difficile pensare che l'intervista alla Palazzani su Vaticannews, il pezzo di Moia su Avvenire e il parere del Cnb all'Aifa siano sorti come opere estemporanee, molto più probabile che sia questa la posizione ufficiosa della stessa pontificia Accademia della vita su questo tema.
Sarebbe interessante sapere, e far sapere ai cattolici, cosa pensa questo organismo (cosa pensa Avvenire forse lo abbiamo capito) sul fatto che possa essere un farmaco la risposta a chi non si sente bene con il proprio sesso. Farmaco, lo ricordiamo, che può preludere a un'operazione di cambio di sesso che nulla ha a che vedere con l'antropologia cristiana. Non è questione di voler risolvere le cose con un «si può» o «non si può», come stigmatizza Moia, ma in fondo si tratta di capire quali sono i bastioni morali oltre i quali si gioca a sostituirsi al creatore.
Quante volte ci troviamo di fronte, per usare le parole di Avvenire, «a persone afflitte da una sofferenza che può essere distruttiva»? È lo stesso confine che possiamo incontrare in materia di aborto, eutanasia, fecondazione assistita, e allora dobbiamo forse pensare che la soluzione anche qui siano le Cinquanta sfumature di grigio del «caso per caso»?
Eppure anche papa Francesco, che su temi morali sembra prediligere un discernimento sui casi singoli, proprio sul gender ha probabilmente fatto le sue affermazioni più nette. Lo ha definito una «sbaglio della mente umana», una «colonizzazione ideologica, come lo fu quella imposta ai Balilla dal fascismo e alla gioventù hitleriana dal nazismo». E proprio all'Accademia per la vita ha detto che «la manipolazione biologica e psichica della differenza sessuale, che la tecnologia biomedica lascia intravvedere come completamente disponibile alla scelta della libertà - mentre non lo è! -, rischia così di smantellare la fonte di energia (la differenza sessuale) che alimenta l'alleanza dell'uomo e della donna e la rende creativa e feconda».
Lorenzo Bertocchi
Di Maio insulta il Convegno. «È la destra degli sfigati». Presenti Salvini e Fontana
Patrocinio sì, patrocinio no, patrocinio… forse: Lega e M5s si dividono sul XIII Congresso mondiale delle famiglie, evento in programma a Verona dal 29 al 31 marzo prossimo. Sulla concessione del patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri e della Regione Veneto non si placano le polemiche. «È la destra degli sfigati»: così il vicepremier Luigi Di Maio ha definito gli organizzatori del Congresso. Intervenuto a Di Martedì, su La7, Di Maio ha sguainato la spada: «Chi è contro la parità uomo-donna», ha detto il capo politico del M5s, «non rappresenta niente della cultura M5s. Sono degli sfigati. Chi vuole tornare indietro e trattare le donne così probabilmente ne risponderà alla storia e anche agli elettori. Il patrocinio di Palazzo Chigi? A me risulta che non sia stata neanche inoltrata la domanda». Eppure, al Congresso sono attesi diversi esponenti della Lega, colleghi di governo di Di Maio: a Verona saranno presenti il vicepremier Matteo Salvini, il ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, e il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti.
Ieri, in un'intervista a Repubblica, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vincenzo Spadafora del M5s, molto sensibile alle istanze dei gay, ha spiegato di aver inviato «una nota ufficiale per far presente che non esistono i presupposti per il patrocinio e chiedere il ritiro. Su alcuni temi», ha aggiunto, «le forze che hanno firmato il contratto di governo hanno oggettivamente sensibilità diverse. Ma vorrei venir fuori dall'eterna contraddizione tra noi e la Lega per fare un discorso più ampio: alcune posizioni sono fuori dal tempo a prescindere dalla volontà delle forze politiche».
Ieri sera il logo della presidenza del Consiglio dei ministri era in bella vista sul sito dell'evento, insieme a quelli della Provincia di Verona e della Regione Veneto. «Non risulta alcuna richiesta di revoca del patrocinio al World congress of families di Verona», hanno fatto sapere fonti del ministero della Famiglia, «ed è spiacevole che questa notizia emerga mentre il ministro Fontana e il dipartimento Famiglia sono in viaggio per New York per un evento all'Onu sul tema della conciliazione dei tempi famiglia-lavoro».
Anche le opposizioni in consiglio regionale del Veneto hanno protestato per la concessione del patrocinio: «Se qualcuno», ha commentato il governatore Luca Zaia, «pensa di fare del Congresso mondiale delle famiglie un simposio dell'omofobia, avrà la mia totale condanna, ma al momento non abbiamo carte che vanno in questa direzione». Fiutata l'occasione di ottenere un po' di visibilità sui media, le attiviste dell'organizzazione Non una di meno hanno annunciato per il 29, 30 e 31 marzo una «tre giorni femminista» di mobilitazione contro l'evento: facile prevedere tentativi di incursione, sceneggiate a favore di telecamera, lazzi, frizzi e amenità tipiche di queste iniziative di protesta.
Sono stufi di tutte queste polemiche gli organizzatori dell'iniziativa: «Forse questi produttori di bufale ignorano», spiegano Antonio Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vicepresidente della kermesse, «che la posizione del Congresso è in linea con i principi fissati dalla Costituzione: l'articolo 37 parla di promozione di politiche che assicurino alla donna lavoratrice “gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore", e condizioni di lavoro che consentano l'adempimento della sua essenziale funzione familiare. Udite, udite», aggiungono Brandi e Coghe, «anche noi vogliamo tutte queste tutele per le donne, che scelgano il lavoro o di stare a casa. Cosa c'è di così orrendo e illegittimo? Non ultimo l'utero in affitto: è la stessa Cassazione da poco ad aver ribadito il divieto nel nostro Paese di ogni pratica di questo genere anche se gratis e attraverso il procuratore generale ad averlo indicato come “contrario all'ordine pubblico". Comunque», concludono Brandi e Coghe, «il Congresso sarà pieno di popolo (loro si tengano i palazzi) e affronterà questi temi. Se ne facciano una ragione».
L'Emilia Romagna rende obbligatorio il pensiero gender
Non solo i comportamenti, ma anche gli eventuali pensieri negativi nei confronti dei gay vanno puniti. Anche se ancora non sono diventati azioni. Perché è questo il modo giusto di prevenire l'omotransnegatività. Assomiglia parecchio a un editto orwelliano, di quelli che la sinistra dovrebbe aborrire, Invece, a pensarla esattamente così, è il Comune di Bologna, che ha sottoscritto e presentato alla Regione un progetto di legge che il Pd farà proprio in sede di assemblea legislativa, con il quale si pretende non solo di «superare le situazioni di discriminazione», nei confronti di chi manifesta la propria omosessualità, ma addirittura di stroncare sul nascere tutti gli atteggiamenti e le intenzioni che «potenzialmente» vanno nella stessa direzione. Nel disegno di legge c'è scritto proprio così: la Regione metterà in atto azioni volte a «prevenire situazioni anche potenziali di discriminazione e omotransnegatività».
Che, al netto del neologismo, altro non significa che censurare qualcosa che ancora non esiste (potenziale appunto) e, dunque, il pensiero. Chi stabilirà quali sono le «potenziali» situazioni negative per gli Lgbt? Quali saranno i parametri per valutare se una realtà, un ente o, perché no, una persona, è sufficientemente gay friendly o potenzialmente omotransnegativa? «Qui non si tratta certo di mettere in discussione i diritti delle persone di vivere ed esprimere l'orientamento sessuale che preferiscono, ma chi mi garantisce che se io dovessi pronunciarmi, un domani, contro l'utero in affitto, o le adozioni da parte dei gay o la registrazione all'anagrafe di due padri per un bambino, non verrò tacciato di essere potenzialmente omotransnegativo e dunque non verranno presi provvedimenti contro di me o contro chiunque la pensi diversamente dalla vulgata della sinistra?». A portare la questione in Assemblea legislativa è stato, ieri, il capogruppo di Forza Italia, Andrea Galli, che ha sottolineato quanto possa essere (potenzialmente) pericoloso un disegno di legge che mira a mettere sotto processo delle, non meglio definite, intenzioni. In realtà, leggendo tra le righe del documento, si scorge quello che, ancora una volta, potrebbe celarsi, dietro alla sbandierata volontà di tutelare i diritti sessuali di chiunque, da inesistenti pericoli: la voglia di togliere di mezzo, una volta per tutte, qualsiasi opposizione alla diffusione del pensiero unico gender nelle scuole e la volontà di riservare nuove corsie preferenziali di supporto economico alle realtà amiche che operano nella stessa direzione.
Nel testo, infatti, dopo le solite frasi di rito che ricalcano garanzie già sancite dalla Costituzione, del tipo «la Regione assicura l'accesso ai servizi senza alcuna discriminazione determinata dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere», arriva la sostanza. Per quanto riguarda la scuola il progetto prevede di «favorire l'acquisizione di una cultura della non discriminazione» valorizzando «l'integrazione tra le politiche educative scolastiche e sanitarie» e di «favorire nelle scuole di ogni ordine e grado la promozione di attività di formazione e aggiornamento del personale docente in materia di contrasto degli stereotipi, prevenzione del bullismo e cyberbullismo, motivato dall'orientamento sessuale». Per l'ambito sportivo, un nuovo fronte della possibile propaganda gender, si parla di «promuovere attività e iniziative a sostegno dell'associazionismo sportivo impegnato a favorire la partecipazione contrastando stereotipi di genere» e di «sostenere eventi socioculturali che diffondono la cultura della non discriminazione al fine di sensibilizzare i cittadini». E infine sul versante, sempre caro alla sinistra emiliano romagnola, dell'associazionismo monocolore il documento prevede di concedere «contributi alle organizzazioni di volontariato e associazioni» a sostegno «degli interventi a favore di gay e lesbiche, transessuali, transgender e intersex».
Alessia Pedrielli
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Il giornale dei vescovi cambia idea sul farmaco che blocca la pubertà: «Occorre misericordia, allevia la sofferenza delle persone». Una tesi che smentisce alcuni chiarissimi interventi di Bergoglio sul tema.Esecutivo diviso sulla kermesse veronese. Il vicepremier grillino si allinea a Spadafora, mentre i leghisti animeranno i lavori.La legge dem sulla «omotransnegatività» mette al bando anche le opinioni «potenzialmente discriminatorie verso il mondo Lgbt»Lo speciale contiene tre articoli.Limiti e distinguo. Triptorelina no, ma anche sì, secondo il nuovo paradigma del «caso per caso» applicato alla dottrina morale. È questo quanto è stato espresso ieri in una lunga articolessa di Luciano Moia su Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. Sono, scrive Moia, «questioni complesse, delicate e controverse che sarebbe assurdo pensare di definire con una norma valida per tutte le circostanze». È la linea del quotidiano dei vescovi, che però solo il 6 marzo scorso teneva una posizione più attenta e più sollecita verso i dubbi che l'utilizzo di questo farmaco solleva anche a livello scientifico.Ora l'accento, invece, si sposta radicalmente sul «caso per caso», sulla valutazione di una «periferia». Qualcosa è accaduto.Intanto ricordiamo che si tratta del caso del farmaco antitumorale che viene utilizzato per bloccare la pubertà dei bambini a cui viene diagnosticata la disforia di genere, cioè la difficoltà a riconoscersi con il proprio sesso biologico. Il dibattito è decollato dopo che lo scorso 2 marzo sulla Gazzetta Ufficiale appariva l'annuncio dell'introduzione della triptorelina tra i farmaci erogati dal Servizio sanitario nazionale, solo in certi casi e dopo che ogni altra assistenza non abbia fornito risultati. «Caso per caso», come ha autorevolmente confermato sul portale ufficiale vaticano Vaticannews la professoressa Laura Palazzani, che del Comitato nazionale di bioetica (Cnb) è vicepresidente ed è anche membro corrispondente della pontificia Accademia per la vita.La Palazzani, che Avvenire ovviamente richiama, si sarebbe limitata, sul portale ufficiale del Vaticano, a ribadire il «sì, in certi casi» che proprio il Cnb ha offerto come parere all'Agenzia del farmaco che chiedeva conto sulla possibilità appunto di inserire la triptorelina tra i farmaci passati dal Sistema sanitario. Il quotidiano dei vescovi scrive che l'intervento della Palazzani non è magistero e che non è la posizione ufficiale della Santa Sede, che da parte sua «non ha mai definito la liceità morale della riassegnazione chirurgica» del sesso. Ci mancherebbe. Però, ecco il nuovo paradigma promosso da tempo da Avvenire, la «complessità» è tale che «per quei due ragazzi, o ragazze, su dieci che non hanno avuto alcun beneficio dall'accompagnamento psicologico, che vivono la loro condizione con una sofferenza profonda, che hanno manifestato l'intenzione di rinunciare a vivere, e magari hanno anche già tentato il suicidio, come intervenire? Pensare alla chirurgia per salvare una vita è ipotesi così eticamente inaccettabile?».È la stessa cosa che probabilmente pensano anche i cattolici che fanno parte, insieme alla Palazzani, del Comitato nazionale di bioetica e che tutti insieme, tranne il «no» di Assuntina Morresi, hanno condiviso il parere positivo all'Aifa. Tra questi c'è il presidente onorario, il professor Francesco D'Agostino, da tempo riferimento di Avvenire sulla bioetica e molto vicino a monsignor Vincenzo Paglia, che della pontificia Accademia della vita è presidente. È difficile pensare che l'intervista alla Palazzani su Vaticannews, il pezzo di Moia su Avvenire e il parere del Cnb all'Aifa siano sorti come opere estemporanee, molto più probabile che sia questa la posizione ufficiosa della stessa pontificia Accademia della vita su questo tema.Sarebbe interessante sapere, e far sapere ai cattolici, cosa pensa questo organismo (cosa pensa Avvenire forse lo abbiamo capito) sul fatto che possa essere un farmaco la risposta a chi non si sente bene con il proprio sesso. Farmaco, lo ricordiamo, che può preludere a un'operazione di cambio di sesso che nulla ha a che vedere con l'antropologia cristiana. Non è questione di voler risolvere le cose con un «si può» o «non si può», come stigmatizza Moia, ma in fondo si tratta di capire quali sono i bastioni morali oltre i quali si gioca a sostituirsi al creatore. Quante volte ci troviamo di fronte, per usare le parole di Avvenire, «a persone afflitte da una sofferenza che può essere distruttiva»? È lo stesso confine che possiamo incontrare in materia di aborto, eutanasia, fecondazione assistita, e allora dobbiamo forse pensare che la soluzione anche qui siano le Cinquanta sfumature di grigio del «caso per caso»? Eppure anche papa Francesco, che su temi morali sembra prediligere un discernimento sui casi singoli, proprio sul gender ha probabilmente fatto le sue affermazioni più nette. Lo ha definito una «sbaglio della mente umana», una «colonizzazione ideologica, come lo fu quella imposta ai Balilla dal fascismo e alla gioventù hitleriana dal nazismo». E proprio all'Accademia per la vita ha detto che «la manipolazione biologica e psichica della differenza sessuale, che la tecnologia biomedica lascia intravvedere come completamente disponibile alla scelta della libertà - mentre non lo è! -, rischia così di smantellare la fonte di energia (la differenza sessuale) che alimenta l'alleanza dell'uomo e della donna e la rende creativa e feconda».Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cambiare-sesso-non-e-peccato-avvenire-apre-alla-triptorelina-2631535291.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="di-maio-insulta-il-convegno-e-la-destra-degli-sfigati-presenti-salvini-e-fontana" data-post-id="2631535291" data-published-at="1773578134" data-use-pagination="False"> Di Maio insulta il Convegno. «È la destra degli sfigati». Presenti Salvini e Fontana Patrocinio sì, patrocinio no, patrocinio… forse: Lega e M5s si dividono sul XIII Congresso mondiale delle famiglie, evento in programma a Verona dal 29 al 31 marzo prossimo. Sulla concessione del patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri e della Regione Veneto non si placano le polemiche. «È la destra degli sfigati»: così il vicepremier Luigi Di Maio ha definito gli organizzatori del Congresso. Intervenuto a Di Martedì, su La7, Di Maio ha sguainato la spada: «Chi è contro la parità uomo-donna», ha detto il capo politico del M5s, «non rappresenta niente della cultura M5s. Sono degli sfigati. Chi vuole tornare indietro e trattare le donne così probabilmente ne risponderà alla storia e anche agli elettori. Il patrocinio di Palazzo Chigi? A me risulta che non sia stata neanche inoltrata la domanda». Eppure, al Congresso sono attesi diversi esponenti della Lega, colleghi di governo di Di Maio: a Verona saranno presenti il vicepremier Matteo Salvini, il ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, e il ministro dell'Istruzione, Marco Bussetti. Ieri, in un'intervista a Repubblica, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vincenzo Spadafora del M5s, molto sensibile alle istanze dei gay, ha spiegato di aver inviato «una nota ufficiale per far presente che non esistono i presupposti per il patrocinio e chiedere il ritiro. Su alcuni temi», ha aggiunto, «le forze che hanno firmato il contratto di governo hanno oggettivamente sensibilità diverse. Ma vorrei venir fuori dall'eterna contraddizione tra noi e la Lega per fare un discorso più ampio: alcune posizioni sono fuori dal tempo a prescindere dalla volontà delle forze politiche». Ieri sera il logo della presidenza del Consiglio dei ministri era in bella vista sul sito dell'evento, insieme a quelli della Provincia di Verona e della Regione Veneto. «Non risulta alcuna richiesta di revoca del patrocinio al World congress of families di Verona», hanno fatto sapere fonti del ministero della Famiglia, «ed è spiacevole che questa notizia emerga mentre il ministro Fontana e il dipartimento Famiglia sono in viaggio per New York per un evento all'Onu sul tema della conciliazione dei tempi famiglia-lavoro». Anche le opposizioni in consiglio regionale del Veneto hanno protestato per la concessione del patrocinio: «Se qualcuno», ha commentato il governatore Luca Zaia, «pensa di fare del Congresso mondiale delle famiglie un simposio dell'omofobia, avrà la mia totale condanna, ma al momento non abbiamo carte che vanno in questa direzione». Fiutata l'occasione di ottenere un po' di visibilità sui media, le attiviste dell'organizzazione Non una di meno hanno annunciato per il 29, 30 e 31 marzo una «tre giorni femminista» di mobilitazione contro l'evento: facile prevedere tentativi di incursione, sceneggiate a favore di telecamera, lazzi, frizzi e amenità tipiche di queste iniziative di protesta. Sono stufi di tutte queste polemiche gli organizzatori dell'iniziativa: «Forse questi produttori di bufale ignorano», spiegano Antonio Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vicepresidente della kermesse, «che la posizione del Congresso è in linea con i principi fissati dalla Costituzione: l'articolo 37 parla di promozione di politiche che assicurino alla donna lavoratrice “gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore", e condizioni di lavoro che consentano l'adempimento della sua essenziale funzione familiare. Udite, udite», aggiungono Brandi e Coghe, «anche noi vogliamo tutte queste tutele per le donne, che scelgano il lavoro o di stare a casa. Cosa c'è di così orrendo e illegittimo? Non ultimo l'utero in affitto: è la stessa Cassazione da poco ad aver ribadito il divieto nel nostro Paese di ogni pratica di questo genere anche se gratis e attraverso il procuratore generale ad averlo indicato come “contrario all'ordine pubblico". Comunque», concludono Brandi e Coghe, «il Congresso sarà pieno di popolo (loro si tengano i palazzi) e affronterà questi temi. Se ne facciano una ragione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cambiare-sesso-non-e-peccato-avvenire-apre-alla-triptorelina-2631535291.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="l-emilia-romagna-rende-obbligatorio-il-pensiero-gender" data-post-id="2631535291" data-published-at="1773578134" data-use-pagination="False"> L'Emilia Romagna rende obbligatorio il pensiero gender Non solo i comportamenti, ma anche gli eventuali pensieri negativi nei confronti dei gay vanno puniti. Anche se ancora non sono diventati azioni. Perché è questo il modo giusto di prevenire l'omotransnegatività. Assomiglia parecchio a un editto orwelliano, di quelli che la sinistra dovrebbe aborrire, Invece, a pensarla esattamente così, è il Comune di Bologna, che ha sottoscritto e presentato alla Regione un progetto di legge che il Pd farà proprio in sede di assemblea legislativa, con il quale si pretende non solo di «superare le situazioni di discriminazione», nei confronti di chi manifesta la propria omosessualità, ma addirittura di stroncare sul nascere tutti gli atteggiamenti e le intenzioni che «potenzialmente» vanno nella stessa direzione. Nel disegno di legge c'è scritto proprio così: la Regione metterà in atto azioni volte a «prevenire situazioni anche potenziali di discriminazione e omotransnegatività». Che, al netto del neologismo, altro non significa che censurare qualcosa che ancora non esiste (potenziale appunto) e, dunque, il pensiero. Chi stabilirà quali sono le «potenziali» situazioni negative per gli Lgbt? Quali saranno i parametri per valutare se una realtà, un ente o, perché no, una persona, è sufficientemente gay friendly o potenzialmente omotransnegativa? «Qui non si tratta certo di mettere in discussione i diritti delle persone di vivere ed esprimere l'orientamento sessuale che preferiscono, ma chi mi garantisce che se io dovessi pronunciarmi, un domani, contro l'utero in affitto, o le adozioni da parte dei gay o la registrazione all'anagrafe di due padri per un bambino, non verrò tacciato di essere potenzialmente omotransnegativo e dunque non verranno presi provvedimenti contro di me o contro chiunque la pensi diversamente dalla vulgata della sinistra?». A portare la questione in Assemblea legislativa è stato, ieri, il capogruppo di Forza Italia, Andrea Galli, che ha sottolineato quanto possa essere (potenzialmente) pericoloso un disegno di legge che mira a mettere sotto processo delle, non meglio definite, intenzioni. In realtà, leggendo tra le righe del documento, si scorge quello che, ancora una volta, potrebbe celarsi, dietro alla sbandierata volontà di tutelare i diritti sessuali di chiunque, da inesistenti pericoli: la voglia di togliere di mezzo, una volta per tutte, qualsiasi opposizione alla diffusione del pensiero unico gender nelle scuole e la volontà di riservare nuove corsie preferenziali di supporto economico alle realtà amiche che operano nella stessa direzione. Nel testo, infatti, dopo le solite frasi di rito che ricalcano garanzie già sancite dalla Costituzione, del tipo «la Regione assicura l'accesso ai servizi senza alcuna discriminazione determinata dall'orientamento sessuale o dall'identità di genere», arriva la sostanza. Per quanto riguarda la scuola il progetto prevede di «favorire l'acquisizione di una cultura della non discriminazione» valorizzando «l'integrazione tra le politiche educative scolastiche e sanitarie» e di «favorire nelle scuole di ogni ordine e grado la promozione di attività di formazione e aggiornamento del personale docente in materia di contrasto degli stereotipi, prevenzione del bullismo e cyberbullismo, motivato dall'orientamento sessuale». Per l'ambito sportivo, un nuovo fronte della possibile propaganda gender, si parla di «promuovere attività e iniziative a sostegno dell'associazionismo sportivo impegnato a favorire la partecipazione contrastando stereotipi di genere» e di «sostenere eventi socioculturali che diffondono la cultura della non discriminazione al fine di sensibilizzare i cittadini». E infine sul versante, sempre caro alla sinistra emiliano romagnola, dell'associazionismo monocolore il documento prevede di concedere «contributi alle organizzazioni di volontariato e associazioni» a sostegno «degli interventi a favore di gay e lesbiche, transessuali, transgender e intersex». Alessia Pedrielli
Nel riquadro, il pm Anna Gallucci (Ansa)
Anna Gallucci, pm di Pesaro
Io, da pubblico ministero, voterò Sì alla riforma, perché voglio una giustizia davvero uguale per tutti e una magistratura libera da qualsiasi condizionamento, reale o anche solo apparente. Il magistrato, infatti, non deve solo essere imparziale: deve anche apparire tale. Durante questa campagna referendaria la magistratura si è espressa con slogan, con toni forti, con attacchi alla politica.
Vi chiedo: vi è sembrata davvero terza? Vi sentireste tranquilli a entrare in un’aula di giustizia dopo aver sostenuto il referendum, di fronte a una campagna così massiccia da parte della magistratura per il No? Vi sentireste sicuri dopo che alcuni sostenitori del No hanno portato avanti una vera e propria campagna d’odio contro chi, legittimamente e democraticamente, ha espresso una semplice opinione? Molti magistrati del Sì sono stati pesantemente attaccati. A una collega è stato detto «Dimettiti». Solo perché ha avuto il coraggio di raccontare come stiano le cose e di dire Sì. E allora mi chiedo: è questa l’indipendenza della magistratura che i sostenitori del No dicono di voler difendere?
La campagna per il No si è basata spesso su un pregiudizio: un giudizio negativo formulato prima ancora di leggere il testo della riforma e ripetuto nonostante la riforma chiarisca espressamente, tramite l’articolo 104 della Costituzione, che la magistratura resta un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, composto da magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente. Trovo allarmante e pericoloso che durante questa campagna referendaria siano stati usati toni di disprezzo e siano state rivolte minacce, anche nei confronti di alcuni giornali, proprio da parte di coloro che dovrebbero essere i primi tutori della legalità. Ho sentito dire dai fautori del No che, con questa riforma, il pubblico ministero non svolgerà più indagini anche a favore della difesa.
Permettetemi una domanda: cittadini che siete entrati in un processo come indagati o imputati, quante indagini a vostro favore avete visto davvero fare dal pubblico ministero? Con la riforma, invece, questo potrà accadere maggiormente. Il pm svolge un mestiere diverso da quello del giudice: la riforma va nella direzione della specializzazione. A mio giudizio, un magistrato requirente più specializzato e responsabilizzato sentirà l’esigenza, ancor più di oggi, di valorizzare davvero anche gli elementi portati dalla difesa. E, a maggior ragione, dovrà essere sanzionato se non li considera.
Ho sentito dire anche che l’estrazione a sorte dei consiglieri del Consiglio superiore della magistratura sarebbe umiliante. Io rispondo che un po’ di umiltà non farebbe male a nessuno. La vera mortificazione della magistratura è un’altra: essere costretti a fare campagne elettorali per diventare membri del Csm; essere costretti a lunghe e faticose attività all’interno delle correnti per ottenere una candidatura. La vera mortificazione è che tutte le correnti, anche Magistratura indipendente, alla quale mi sono iscritta proprio perché colpita da quella parola, «indipendente», si siano allineate nel fare opposizione senza sé e senza ma a questa riforma.
Una riforma che, storicamente, nasce a sinistra e viene portata a compimento da un governo di destra. Purtroppo, oggi, alcuni esponenti progressisti, coerentemente con il loro ruolo di oppositori della maggioranza, sostengono il contrario pensando di danneggiare l’esecutivo, ma finendo per danneggiare i cittadini. La sinistra politica si è divisa. Le correnti dell’Associazione nazionale magistrati, invece, no. Da iscritta all’Anm ho potuto constatare direttamente cosa significhi fare campagne elettorali all’interno della magistratura associata. Sono esperienze che possono anche arricchire sul piano personale: si costruiscono rapporti umani, ci si confronta su temi importanti. Ma devo dire con sincerità che l’attività associativa e le campagne elettorali nulla hanno a che vedere con la nostra funzione di magistrati. Si vota sulla base della conoscenza e dell’appartenenza correntizia. Esattamente come accade nelle elezioni politiche o amministrative: si sceglie sulla base del partito o dei rapporti personali.
Quando i sostenitori del No sostengono che oggi al Csm entrano i più meritevoli, bisognerebbe ricordare loro che anche le fake news dovrebbero avere un limite di decenza. Meritevoli in base a quali criteri? Non esiste alcun concorso per entrare al Csm: entrano i più votati, non necessariamente i più bravi, esattamente come succede in politica.
Ho deciso di scendere in campo in questa campagna referendaria perché sono profondamente convinta che i cittadini vadano rispettati e non intimiditi, né ingannati con bugie sistematiche. Fin dalla mia prima intervista ho sentito il dovere di raccontare la verità. All’inizio ero sola. Poi una collega mi ha contattata via mail per sapere se volessi unirmi ad altri magistrati per il Sì. Magistrati che neppure si conoscevano tra loro. La cosa sorprendente è che, senza coordinarci e spesso senza neppure esserci mai visti, abbiamo iniziato a dire le stesse cose.
Questo significa una cosa sola: che stiamo semplicemente raccontando la verità. E lo facciamo assumendoci tutti i rischi, perché siamo stati delegittimati da alcuni quotidiani ed esposti alla gogna mediatica. C’è chi si è messo a scavare nelle nostre vite private. Come se parlare fosse un privilegio riservato solo ai sostenitori del No. Durante la campagna referendaria sono stata spesso attaccata e offesa sui social, ma non dagli inevitabili leoni da tastiera, bensì da profili fake creati appositamente per screditare l’avversario. Uno strumento a cui ricorre chi non ha argomentazioni per sostenere un vero dibattito. Eppure questa campagna referendaria mi ha anche restituito qualcosa di molto importante: tantissime attestazioni di solidarietà. Da colleghi, che magari preferiscono non esporsi pubblicamente, ma soprattutto da tanti cittadini. Cittadini che non hanno nulla a che fare con i palazzi di giustizia, ma che da sempre percepiscono che qualcosa nella magistratura non funzioni e che hanno capito che ora abbiamo l’occasione di cambiare le cose.
Ho incontrato persone di ogni orientamento politico, di sinistra e di destra, unite solo dal desiderio di informarsi e capire. Quando si dice che questa riforma è troppo tecnica e difficile da spiegare ai cittadini, si dice una cosa falsa. La riforma non è incomprensibile. Se viene spiegata in modo complicato è perché qualcuno preferisce tenere all’oscuro i cittadini, invece di raccontare la verità in modo chiaro. Cari lettori, per tutte queste ragioni e per contrastare questa deriva antidemocratica, vi chiedo, il 22 e 23 marzo, di andare a votare e di scegliere il Sì.
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Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Ora però vediamo di non perdere di vista la situazione più generale e non sacrificare gli interessi nazionali sull’altare dell’Europa. L’opinione pubblica non ha più alcuna intenzione di veder indebolito ulteriormente il proprio potere d’acquisto: il caro petrolio non è soltanto lo sciacallaggio di alcuni alla pompa di benzina ma è pure l’incremento dei prezzi nei prodotti che mettiamo nel carrello della spesa.
Se l’America ha deciso di allargare le maglie verso la Russia rispetto alle sanzioni energetiche, non si capisce l’intransigenza europea nel tenerle strette. Non credo che l’Europa sia nelle condizioni di giocare una partita energetica con la forza negoziale degli States, quindi invitiamo il governo italiano a differenziarsi rispetto alla strategia di Bruxelles. Di sicuro l’atteggiamento ostile che il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha verso il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco non ci fanno ben sperare. La Biennale parla un linguaggio che è «oltre» la politica, è un ponte o se volete un by-pass che la politica usa per negoziare con registri differenti.
Se dall’inizio della guerra in Medio Oriente la Russia ha incassato 150 milioni di dollari in più al giorno dalla vendita di petrolio, non possiamo non considerare il peso del petrolio sugli scenari globali (alla faccia delle rivoluzioni green della Ue). Non so cosa vogliano fare a Bruxelles, ma so cosa vorrei che facesse questo governo di centrodestra: fare gli interessi degli italiani! Ecco perché lascerei perdere sbandamenti del tipo «Non diamo vantaggi a Putin»: se la Russia racimola poco meno di due miliardi nel giro di 14 giorni, è evidente che non ha bisogno di noi. Al limite siamo noi che tra poco faremo i conti con l’ammutinamento degli italiani spazientiti.
Ora, il ministro Giuli può anche giocare a indignarsi ma qui il gioco non regge: prima dell’attacco all’Iran e dopo l’invasione russa in Ucraina, fior di multinazionali (americane ed europee, anche italiane) non hanno mai smesso di operare sul mercato russo, lo sa? E hanno generato circa 41,4 miliardi di dollari di tasse versate all’erario russo tra il 2022 e il 2023, cioè una cifra equivalente a circa un terzo dell’intero bilancio militare della Russia per il 2025? Se volete qualche nome eccolo: la britannica Unilever, le francesi Total, Auchan, Leroy Merlin. Nell’elenco non mancano le italiane Ferrero, Barilla, Fenzi e Calzedonia tanto per fare qualche nome. Fanno bene? Assolutamente sì e infatti nessuno si sognerebbe di puntare l’indice contro di loro. A voler essere precisi - caro Giuli - quando si parlò di usare gli asset finanziari russi congelati in Belgio per finanziare la resistenza ucraina, il nostro presidente del Consiglio si oppose anche per difendere le aziende italiane in Russia. Ma andiamo oltre, facciamo sempre parlare i numeri, invece di una retorica che francamente mi ha anche stancato. Ebbene i numeri dicono che, a fronte dei vari pacchetti di sanzioni, l’Europa compra ancora direttamente o indirettamente energia da Mosca. Prendo per buono ciò che ha scritto Mattia Feltri pochi giorni fa sulla Stampa a proposito dell’acquisto europeo di gas russo, alla faccia dei venti pacchetti: «Dal nemico irriducibile, secondo logica, non dovremmo più acquistare nemmeno un barattolo di caviale da un triennio. E invece va così. Ma restate seduti perché non è finita. Tutto il gas naturale liquefatto estratto a febbraio nella penisola russa di Yamal è stato trasportato nei terminali dell’Unione europea. Non un po’, non tanto: tutto. Un milione e mezzo di tonnellate. E, già a gennaio, proprio tutto no, ma il 93 per cento ce lo eravamo accaparrati. E cioè: si è stabilito di non comprare più gas dalla Russia? Bene, nel frattempo compriamone più che si può». Non vi basta? Ecco cosa scriveva Federico Fubini qualche tempo fa sul Corriere della Sera: «Lo stretto fra la Danimarca e la Svezia in entrata e uscita dal Baltico misura appena quattro chilometri nel suo punto più stretto, tutto in acque della Nato e dell’Unione europea e dunque in teoria è controllato dalle organizzazioni più ricche e potenti che la storia abbia mai visto. Eppure continuiamo a far passare esportazioni di petrolio russo per decine di miliardi di euro all’anno: l’equivalente di quanto stiamo pagando ogni anno per cercare di difendere l’Ucraina dall’aggressione della Russia stessa, finanziata con quei fondi. […] Il risultato è che l’export di greggio e prodotti petroliferi, con cui Mosca sostiene la guerra, in volume sta aumentando: 21 milioni di tonnellate di export in gennaio scorso, 22 milioni in agosto, 23 a settembre e probabilmente ancora di più ottobre. La chiave è nel Mar Baltico». Prima dell’attacco americano e israeliano in Iran e prima della scelta Usa di allentare le sanzioni.
A fronte di questi dati vogliamo ancora giocare a fare i duri e puri con Buttafuoco, il quale almeno ha il merito di giocare a carte scoperte in nome del dialogo culturale?
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Ansa
I più pacati scandivano «governo Meloni dimissioni» o «cacciamo il governo dei fascisti guerrafondai», esibendo striscioni sui quali avvertono: «Non ci arruoliamo». Poi a comando saltellavano, intonando «chi non salta è un fascista», sulle note di Bella ciao, cercando goffamente di fare il verso alla premier che saltava con il ministro degli esteri, Antonio Tajani, lo scorso novembre in chiusura dell’intervento al comizio dei big del centrodestra a Napoli, mentre la folla intonava «Chi non salta comunista è».
Ma la violenza che percorre manifestazioni come quella del Comitato No sociale, ieri a Roma, dove ai presunti pacifisti si mescola ogni genere di attivisti avvolti in kefiah e sventolando pure la bandiera di Hezbollah, ha portato subito a bruciare con fumogeni due immagini. La prima, che raffigurava il presidente del Consiglio mentre teneva a guinzaglio e con la museruola il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, recava la scritta «No al vostro referendum».
Sulla seconda fotografia, con la stretta di mano tra Meloni e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, era scritto: «No al vostro genocidio, 75.000 civili uccisi, 2 milioni di sfollati». I manifestanti saranno denunciati per vilipendio delle istituzioni, anche attraverso l’analisi delle immagini registrate dalla Scientifica.
In piazza a Roma, Milano e Torino c’era un po’ di tutto, da Potere al popolo a collettivi studenteschi come Osa e Cambiare Rotta; da Movimento migranti e rifugiati di Napoli a No Ponte Calabria; da Global movement to Gaza a Unione democratica arabo palestinese; da Moschea Omar a Emilia por Cuba passando per Strasaffica e via con le sigle che fremono per avere visibilità. Tra i cartelli, «Giù le mani dall’Iran», «Nessuna base, nessun soldato. Fuori l’Italia dalla Nato» e anche «No al colonialismo». Dimostranti hanno esibito uno striscione con scritto «Contro le aggressioni imperialiste. Difendere Cuba socialista». L’Associazione nazionale magistrati è intervenuta sulla violenza di quelle fotografie strappate e del messaggio devastante che gesti simili vogliono trasmettere. «Esprimiamo la nostra solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio per quanto accaduto al corteo di Roma. Il nostro invito ad abbassare i toni nel corso di questa campagna referendaria è sempre valso e sempre varrà per chiunque e a prescindere dai propri orientamenti personali e collettivi», ha fatto sapere.
Solidarietà è stata espressa dal presidente del Comitato Giusto dire No, Enrico Grosso. «Pensare che bruciare le immagini di Nordio e Meloni sia un atto che contenga un qualche senso è quanto di più distante dal nostro modo di intendere questa campagna referendaria», ha detto. Ed è stato costretto a pronunciare parole di condanna anche Giuseppe Conte, presidente M5s: «Questo governo deve andare a casa con la forza delle idee e della democrazia, non a colpi di odio e violenza. Mancano una manciata di giorni all’appuntamento del referendum, a chi scende in piazza oggi (ieri per chi legge, ndr) e nei prossimi giorni dico: continuiamo a spiegare e ribadire le ragioni del No democraticamente». Ringrazio di cuore chi ha manifestato la sua solidarietà, in particolare il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, e l’Anm. Auspico anche io che nei prossimi giorni il dibattito si mantenga nei termini indicati da Sergio Mattarella, con pacatezza e lealtà, sui reali contenuti. Naturalmente questi eccessi aggressivi, lungi dall’intimorirmi, mi sollecitano a proseguire con sempre maggior determinazione e vigore», ha dichiarato Nordio.
Il corteo romano, partito da piazza della Repubblica, si era concluso a piazza San Giovanni dove zainetti rosa e fagotti bianchi cosparsi di petali volevano ricordare le 175 bambine della scuola elementare Shajareh Tayyebeh in Iran, uccise da un missile americano nel primo giorno di bombardamenti. Manifestazioni che si dichiarano contro la violenza, eppure la fanno entrare. Come è accaduto ieri a Milano, dove alcuni manifestanti hanno bruciato una bandiera di Israele lungo un corteo partito dall’Arco della Pace con lo slogan «Contro guerra imperialista e sionismo». Promosso da realtà antagoniste nell’ambito della tre giorni di eventi per ricordare Davide Cesare, «Dax», ucciso nel 2003 da militanti di estrema destra, è stato il pretesto per occupare ancora una volta il Palasharp. Anche a Torino, nel corteo regionale per la Palestina, sotto una pioggia battente è stata bruciata la bandiera di Israele.
Ieri Meloni ha rilanciato sui social un video in cui il costituzionalista (ed ex parlamentare del Pd) Stefano Ceccanti spiega le ragioni del Sì al referendum. «Il professor Ceccanti, sicuramente non tacciabile di essere un mio sostenitore o elettore, spiega in pochi secondi perché votare Sì al referendum. Un invito ad andare oltre appartenenze politiche e contrapposizioni ideologiche, guardando semplicemente al merito del quesito».
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