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2021-11-17
Assieme al mattone in Cina fallisce pure il calcio
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Un rendering del nuovo Guangzhou Evergrande Soccer Stadium (Ansa)
Doveva essere una delle tante nuove frontiere del calcio mondiale con investimenti multi miliardari tra ingaggi di calciatori provenienti dall'Europa e la costruzione di stadi nuovi e invece, la bolla del calcio cinese si è sgonfiata nel giro di pochi anni con il risultato di diversi club costretti a fare i conti con debiti e fallimenti, stelle in fuga e un progetto di crescita a livello giovanile che di fatto non è mai decollato che di riflesso non ha permesso alla Nazionale del Dragone di fare quel salto di qualità che auspicavano da Pechino, con l'obiettivo mancato di partecipare alla prossima e imminente coppa del mondo in Qatar visto il penultimo posto nel girone di qualificazione.
Dopo che già negli ultimi anni il governo cinese aveva imposto ai club un drastico taglio delle spese per l'acquisto di calciatori provenienti dall'estero, la recente crisi che ha coinvolto il settore immobiliare cinese ha affossato diverse squadre della Super League: dal Guangzhou Evergrande, costretto a vendere la maggior parte dei suoi giocatori, al Jiangsu Fc che ha dovuto addirittura cessare le attività dopo che Suning, società che ne deteneva la proprietà, ha deciso di non finanziare più la squadra. Parliamo di due dei club più importanti in Cina. Il Guangzhou Evergrande, la più antica e titolata squadra cinese che dopo essere stata rilevata nel 2010 dall'omonimo colosso immobiliare ha sì arricchito la sua bacheca con importanti trofei come due Champions League asiatiche nel 2013 e nel 2015 e 8 titoli nazionali in 9 stagioni sotto la guida degli italiani Marcello Lippi e Fabio Cannavaro, quest'ultimo costretto alle dimissioni lo scorso settembre proprio a causa della difficilissima situazione finanziaria, ma sta vedendo ora svanire anche il costosissimo e ambizioso progetto della costruzione del nuovo stadio, il Guangzhou Evergrande Soccer Stadium, un impianto dalla capienza di 100.000 posti e un costo di 1,7 miliardi. Il Jiangsu Fc ha vinto il campionato nel 2020 e il 21 febbraio di quest'anno, attraverso un comunicato ha fatto sapere di aver sospeso tutte le attività della società a causa di difficoltà finanziarie.
E adesso, in queste settimane, a rischiare grosso è l'Hebei Fortune. Nello scorso mese di ottobre, il club con sede a Langfang che in passato aveva speso molti milioni per avere in squadra giocatori come Ezequiel Lavezzi e Javier Mascherano, pagati rispettivamente con ingaggi da 27,5 e 7 milioni di euro a stagione, ha dovuto sospendere le attività delle formazioni del proprio settore giovanile e cessare le operazioni d'ufficio a causa delle difficoltà finanziarie. A confermare questa difficile situazione è stato anche uno dei giocatori in forza all'Hebei, Lei Tenglong, che a margine di un'intervista ha detto che quando era stato ingaggiato il club lo aveva informato «di una situazione economica piuttosto cupa». Il difensore cinese ha poi aggiunto che «oggi è diventato tutto molto più difficile e la società lotta per portare avanti le operazioni quotidiane», chiedendo poi aiuto al governo affinché possa intervenire per salvare l'Hebei dal fallimento. Così come il Guangzhou Evergrande, anche le sorti dell'Hebei dipendono dalla società proprietaria, la China Fortune Land Development, una delle aziende immobiliari che hanno investito in maniera pesante in questi ultimi anni nel calcio cinese.
Un flop che riguarda anche la Nazionale

Ansa
Lunedì scorso la Cina ha inchiodato sul pareggio l'Australia, durante le qualificazioni per i mondiali in Qatar 2022. La squadra cinese è stata esaltata sui giornali, ma in realtà si tratta di un risultato che serve a poco per arrivare a Doha. La Cina è penultima in classifica, dietro anche all'Oman e vanta appena 5 punti in più dell'ultima, ovvero il Vietnam. Il fallimento calcistico cinese è sotto gli occhi di tutti. Certo, la pandemia di Covid 19 ha avuto il suo impatto, ma non è solo per questo motivo che il calcio sta diventando uno dei più grandi fallimenti del governo cinese. E pensare che il presidente Xi Jinping aveva nel 2016 raccontato il suo grande sogno di vedere la Cina rispettata e ammirata sulla scena mondiale calcistica. Del resto, grazie al calcio, il Partito Comunista cinese pensava di poter dimostrare di non avere nulla di meno rispetto alle altre super potenze mondiali. La rincorsa della Cina a dimostrare di essere uguale agli altri va avanti ormai da decenni. Nascono per questo motivo i grandi investimenti nell'ultimo decennio, in patria e all'estero. Basti pensare alla costruzione di stadi avveniristici come quello di Guangzhou o agli oltre 500 milioni di euro investiti nella Super League per accaparrarsi giocatori stranieri. L'obiettivo sarebbe stato quello di diventare competitivi almeno entro 20 anni e magari nel 2050 arrivare a vincere una Coppa del mondo. Il problema è che adesso, non andando in Qatar e con la scelta del governo di rompere gli accordi con le società straniere, potrebbe volerci molto più tempo. Per aumentare la passione calcistica, la Cina è arrivata a inserire persino nel curriculum scolastico il calcio come materia. Sono state create diverse scuole calcio. Ma ci vorrà molto tempo per vedere dei risultati. L'unico giocatore uscito dalla cantera di Shanghai è Wu Lei, attaccante dell'Espanyol, anche chiamato il Maradona cinese. Ha avuto un maestro come l'allenatore Marcello Lippi, ex ct dell'Italia, ma non è bastato. Bisogna ricordare che la nazionale maschile cinese si è qualificata per la Coppa del Mondo solo una volta, nel 2002, e ha perso tutte e tre le partite del torneo. La Cina ha raggiunto il suo punto più alto nella classifica della Fifa nel 1998, arrivando al 37° posto. Da allora continua a oscillare. La vera speranza di Pechino è di ospitare un giorno una Coppa del mondo. Ma l'unica possibilità potrebbe essere nel 2034, perché dopo il Qatar i prossimi mondiali saranno negli Stati Uniti e poi con tutta probabilità nel 2030 in Africa o Sud America.
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La crisi del settore immobiliare cinese ha affossato diversi club della Super League: dal Guangzhou Evergrande al Jiangsu Suning, e ora a tremare è l'Hebei Fortune.Il presidente Xi Jinping aveva raccontato nel 2016 il suo grande sogno di vedere la Cina rispettata e ammirata sulla scena mondiale calcistica con l'obiettivo di vincere una coppa del mondo entro il 2050. Ma intanto è penultima nel girone di qualificazione a Qatar 2022.Lo speciale contiene due articoli.Doveva essere una delle tante nuove frontiere del calcio mondiale con investimenti multi miliardari tra ingaggi di calciatori provenienti dall'Europa e la costruzione di stadi nuovi e invece, la bolla del calcio cinese si è sgonfiata nel giro di pochi anni con il risultato di diversi club costretti a fare i conti con debiti e fallimenti, stelle in fuga e un progetto di crescita a livello giovanile che di fatto non è mai decollato che di riflesso non ha permesso alla Nazionale del Dragone di fare quel salto di qualità che auspicavano da Pechino, con l'obiettivo mancato di partecipare alla prossima e imminente coppa del mondo in Qatar visto il penultimo posto nel girone di qualificazione.Dopo che già negli ultimi anni il governo cinese aveva imposto ai club un drastico taglio delle spese per l'acquisto di calciatori provenienti dall'estero, la recente crisi che ha coinvolto il settore immobiliare cinese ha affossato diverse squadre della Super League: dal Guangzhou Evergrande, costretto a vendere la maggior parte dei suoi giocatori, al Jiangsu Fc che ha dovuto addirittura cessare le attività dopo che Suning, società che ne deteneva la proprietà, ha deciso di non finanziare più la squadra. Parliamo di due dei club più importanti in Cina. Il Guangzhou Evergrande, la più antica e titolata squadra cinese che dopo essere stata rilevata nel 2010 dall'omonimo colosso immobiliare ha sì arricchito la sua bacheca con importanti trofei come due Champions League asiatiche nel 2013 e nel 2015 e 8 titoli nazionali in 9 stagioni sotto la guida degli italiani Marcello Lippi e Fabio Cannavaro, quest'ultimo costretto alle dimissioni lo scorso settembre proprio a causa della difficilissima situazione finanziaria, ma sta vedendo ora svanire anche il costosissimo e ambizioso progetto della costruzione del nuovo stadio, il Guangzhou Evergrande Soccer Stadium, un impianto dalla capienza di 100.000 posti e un costo di 1,7 miliardi. Il Jiangsu Fc ha vinto il campionato nel 2020 e il 21 febbraio di quest'anno, attraverso un comunicato ha fatto sapere di aver sospeso tutte le attività della società a causa di difficoltà finanziarie.E adesso, in queste settimane, a rischiare grosso è l'Hebei Fortune. Nello scorso mese di ottobre, il club con sede a Langfang che in passato aveva speso molti milioni per avere in squadra giocatori come Ezequiel Lavezzi e Javier Mascherano, pagati rispettivamente con ingaggi da 27,5 e 7 milioni di euro a stagione, ha dovuto sospendere le attività delle formazioni del proprio settore giovanile e cessare le operazioni d'ufficio a causa delle difficoltà finanziarie. A confermare questa difficile situazione è stato anche uno dei giocatori in forza all'Hebei, Lei Tenglong, che a margine di un'intervista ha detto che quando era stato ingaggiato il club lo aveva informato «di una situazione economica piuttosto cupa». Il difensore cinese ha poi aggiunto che «oggi è diventato tutto molto più difficile e la società lotta per portare avanti le operazioni quotidiane», chiedendo poi aiuto al governo affinché possa intervenire per salvare l'Hebei dal fallimento. Così come il Guangzhou Evergrande, anche le sorti dell'Hebei dipendono dalla società proprietaria, la China Fortune Land Development, una delle aziende immobiliari che hanno investito in maniera pesante in questi ultimi anni nel calcio cinese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/calcio-cina-2655749949.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-flop-che-riguarda-anche-la-nazionale" data-post-id="2655749949" data-published-at="1637150660" data-use-pagination="False"> Un flop che riguarda anche la Nazionale Ansa Lunedì scorso la Cina ha inchiodato sul pareggio l'Australia, durante le qualificazioni per i mondiali in Qatar 2022. La squadra cinese è stata esaltata sui giornali, ma in realtà si tratta di un risultato che serve a poco per arrivare a Doha. La Cina è penultima in classifica, dietro anche all'Oman e vanta appena 5 punti in più dell'ultima, ovvero il Vietnam. Il fallimento calcistico cinese è sotto gli occhi di tutti. Certo, la pandemia di Covid 19 ha avuto il suo impatto, ma non è solo per questo motivo che il calcio sta diventando uno dei più grandi fallimenti del governo cinese. E pensare che il presidente Xi Jinping aveva nel 2016 raccontato il suo grande sogno di vedere la Cina rispettata e ammirata sulla scena mondiale calcistica. Del resto, grazie al calcio, il Partito Comunista cinese pensava di poter dimostrare di non avere nulla di meno rispetto alle altre super potenze mondiali. La rincorsa della Cina a dimostrare di essere uguale agli altri va avanti ormai da decenni. Nascono per questo motivo i grandi investimenti nell'ultimo decennio, in patria e all'estero. Basti pensare alla costruzione di stadi avveniristici come quello di Guangzhou o agli oltre 500 milioni di euro investiti nella Super League per accaparrarsi giocatori stranieri. L'obiettivo sarebbe stato quello di diventare competitivi almeno entro 20 anni e magari nel 2050 arrivare a vincere una Coppa del mondo. Il problema è che adesso, non andando in Qatar e con la scelta del governo di rompere gli accordi con le società straniere, potrebbe volerci molto più tempo. Per aumentare la passione calcistica, la Cina è arrivata a inserire persino nel curriculum scolastico il calcio come materia. Sono state create diverse scuole calcio. Ma ci vorrà molto tempo per vedere dei risultati. L'unico giocatore uscito dalla cantera di Shanghai è Wu Lei, attaccante dell'Espanyol, anche chiamato il Maradona cinese. Ha avuto un maestro come l'allenatore Marcello Lippi, ex ct dell'Italia, ma non è bastato. Bisogna ricordare che la nazionale maschile cinese si è qualificata per la Coppa del Mondo solo una volta, nel 2002, e ha perso tutte e tre le partite del torneo. La Cina ha raggiunto il suo punto più alto nella classifica della Fifa nel 1998, arrivando al 37° posto. Da allora continua a oscillare. La vera speranza di Pechino è di ospitare un giorno una Coppa del mondo. Ma l'unica possibilità potrebbe essere nel 2034, perché dopo il Qatar i prossimi mondiali saranno negli Stati Uniti e poi con tutta probabilità nel 2030 in Africa o Sud America.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».