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2020-11-30
Bruxelles vuole in ogni Paese una sede costosissima solo per farsi propaganda
Ansa
Si scrive «Europa Experience», si legge tempio dell'europeismo. Sono attualmente 5 i centri «concepiti per avvicinare i visitatori dell'Unione europea attraverso esposizioni che combinano elementi progettuali e allestimenti innovativi con tecnologie mediatiche all'avanguardia, nonché con funzionalità interattive»: Berlino, Copenaghen, Helsinki, Lubiana e Tallinn. Centri luminosi e futuristici, all'interno dei quali muovendosi tra tablet, giganteschi schermi e morbide poltroncine ci si può informare sul «ruolo degli attori dell'Ue, il modo in cui le istituzioni lavorano nella pratica, come i cittadini possono plasmare la politica dell'Unione e i vantaggi che l'Ue apporta nella vita quotidiana». Tra le possibilità offerta ai visitatori: l'esplorazione di una grande mappa per scoprire i traguardi e gli obiettivi dell'Ue; esplorare i profili dei parlamentari che siedono nell'emiciclo di Strasburgo; farsi un selfie da lasciare ai posteri; accomodarsi in una sala cinematografica a 360 gradi per immergersi in una sessione plenaria dell'Europarlamento quasi come se ci si trovasse tra i banchi. Insomma, si tratta di veri e propri mausolei costruiti apposta per inebriarsi di spirito europeista.
Tutto bene, se non fosse che le prestigiose location richiedono il pagamento di affitti a molti zeri, per non parlare dei costi di manutenzione e le spese ordinarie, come luce, gas e acqua. Senza contare il personale impiegato all'interno di queste strutture. Quantificare con precisione i soldi dei contribuenti investiti per l'allestimento e la gestione degli Europa Experience è risultata impresa impossibile anche per i nostri contatti all'interno del Parlamento europeo. Tanto per rendersi conto delle cifre in gioco, occorre andare al capitolo di spesa relativo a quei 35 uffici di collegamento (cosiddetti «liaison office») dell'Europarlamento disseminati un po' in tutto il continente, per scoprire che la cifra di 8,9 milioni di euro prevista per il 2020 sarà innalzata a 9,4 milioni nel corso dell'anno venturo.
Sono importi che tuttavia non comprendono gli interventi straordinari. Grazie a uno dei quesiti presentati dai parlamentari europei in occasione del discarico del bilancio 2019, è stato possibile sapere qualcosa in più di questi lavori. Per ciò che concerne la sede di Tallinn, in Estonia, si parla di 1.275.000 euro per ristrutturazione e allestimento, 198.000 euro per l'affitto di uno spazio addizionale (più 36.000 euro di spese accessorie) e 11.700 euro per consulenze tecniche, tutto a carico della Direzione generale infrastrutture e logistica (Dg Inlo).
A questi esborsi vanno aggiunti 1,9 milioni a carico della Direzione generale comunicazione (Dg Comm). Per la sede danese di Copenaghen, invece, la Dg Inlo ha sborsato 153.000 euro, mentre altri 686.000 euro sono arrivati dalla Dg Comm. Non paghi di questa emorragia di denaro, nel novembre 2019 gli euroburocrati hanno pensato bene di proporre l'estensione del progetto Europa Experience a tutti gli Stati membri entro il 2024. Ci avrà pensato la pandemia a bloccare tutto, direte voi. E invece no. Lo scorso 30 settembre è stata approvata una road map delle installazioni, successivamente esposta in un documento diramato una settimana dopo ai membri dell'Ufficio di presidenza. Nel giro di pochi anni, dunque, ogni Paese dell'Unione europea potrà vantare una sede tutta sua.
Tra gli otto progetti più avanzati, c'è quello riguardante la sede italiana. Nel mirino di Bruxelles un luogo davvero da favola. «Lo scorso 7 maggio 2020 (pochi giorni dopo la fine del lockdown, ndr)», si legge nella nota, «è stata avviata una procedura negoziata al fine di concludere un appalto immobiliare per un'installazione “Europa Experience" autonoma su Piazza Venezia, comprendente una mostra interattiva, un cinema e un gioco di ruolo destinati principalmente a gruppi scolastici». Quasi 1.000 metri quadrati nell'edificio delle Assicurazioni Generali, dirimpetto a Palazzo Venezia, quello cioè dal cui balcone si affacciava il duce per arringare le folle. Una location prestigiosa e allo stesso tempo centralissima sulla quale il Bureau aveva già messo gli occhi dal 2016, e che «permette di beneficiare dell'eccezionale situazione di Piazza Venezia in termini di visibilità e flusso pedonale».
Costo del giocattolino: 21 milioni di euro solo per il primo anno. Nel documento bollinato dalla Direzione generale Bilancio a metà novembre, l'elenco dei costi punto per punto. Metà dell'importo serve solo a pagare l'affitto, pari a 900.000 euro al mese. Al canone di locazione vanno poi aggiunti 4,4 milioni di costi operativi, l'acquisto di attrezzature multimediali e mobili per 1,9 milioni, il servizio di sorveglianza per 2,4 milioni. Le spese ricorrenti (pulizie, elettricità e assicurazioni) superano poi agevolmente 1,3 milioni di euro l'anno. Ormai siamo in dirittura d'arrivo: la firma del contratto è prevista infatti già per gennaio 2021, con la conclusione dei lavori fissata per luglio 2022 e relativa inaugurazione nel mese di agosto 2022.
Ancora più costosa la sede di Parigi, situata a Place de la Madeleine, a poche centinaia di metri dal Louvre. L'affitto per 1.452 metri quadrati, pari a 1,75 milioni di euro al mese, è quasi il doppio rispetto a quello dei locali romani. Tra costi operativi (8,7 milioni), ristrutturazione (5 milioni) e spese fisse (8 milioni), l'impatto finanziario per il primo anno e mezzo si aggira intorno ai 54 milioni di euro.
Anche in questo caso il Covid non ha fermato il folle shopping di Bruxelles. La procedura negoziata per Europa Experience è stata infatti avviata il 6 aprile scorso e i tavoli tecnici sono andati avanti per tutto l'anno. Come per Roma, la firma del contratto è prevista per gennaio 2021, ma i lavori dovrebbero terminare prima, a marzo 2022, per poi avviare la struttura già il mese dopo. Sono a buon punto le sedi di Praga, Stoccolma, Varsavia e Vienna, tutte attese per la fine del 2022. Le altre installazioni seguiranno, come da cronoprogramma, entro il 2024. Pandemia o no, per quella data potremo «adorare» l'Unione europea da ogni angolo del continente.
A Kessler, alto dirigente in quota Pd 14.000 euro al mese senza lavorare
Un assegno mensile da oltre 14.000 euro lordi senza lavorare. È questo il regalo che la Commissione europea ha piazzato sotto l'albero di Natale di Giovanni Kessler, politico trentino di lungo corso con più incarichi nel cassetto che capelli sulla testa, nonché marito del giudice della Corte costituzionale Daria de Pretis. L'11 novembre scorso la Commissione europea ha infatti deciso di applicare nei suoi confronti l'articolo 50 dello Statuto dei funzionari delle istituzioni continentali, il quale prevede che «il funzionario dispensato dall'impiego, e che non venga assegnato ad altro impiego corrispondente al suo grado, gode di un'indennità» variabile in funzione dell'età e dell'anzianità di servizio. Non si tratta affatto di una prassi comune, dal momento che la Commissione l'ha applicata per l'ultima volta nel 2011.
Dopo nove lunghi anni, dunque, l'articolo 50 è stato riesumato. Ma vediamo cosa prevede la famigerata norma. «Il funzionario ha diritto: a) per tre mesi ad un'indennità mensile pari al suo stipendio base; b) per un periodo determinato, in funzione dell'età e della durata dei servizi, in base alla tabella di cui al paragrafo 3, a un'indennità mensile pari: all'85% del suo stipendio base dal quarto al sesto mese, al 70% del suo stipendio base durante i 5 anni seguenti, al 60% del suo stipendio base oltre tale periodo». L'indennità viene corrisposta fino al compimento dei 66 anni. Uno scivolo dorato fino alla pensione. Nel caso di Giovanni Kessler, che ricopre il massimo grado di funzionario europeo (Ad16) con una retribuzione che va dai 19.000 ai 20.600 euro, i conti sono presto fatti. Se i nostri calcoli sono esatti, a far data dal 1° dicembre, per tre mesi, Kessler percepirà lo stipendio pieno senza muovere un dito; da marzo a maggio circa 17.000 euro lordi al mese; da giugno in poi e fino al termine previsto (giugno 2022) circa 14.000 euro lordi al mese.
Non appena si è sparsa la voce sono piovute reazioni indignate nei confronti della decisione della Commissione. «È con stupore, per non dire costernazione», si legge in una nota firmata dal presidente del sindacato Renoveau et Democratie Cristiano Sebastiani, «che moltissimi colleghi si sono rivolti a noi a seguito della decisione della Commissione». Secondo Sebastiani «l'applicazione dell'articolo 50 al nostro collega è una decisione e un atto di generosità a spese del contribuente europeo assolutamente inspiegabile».
Ma l'attacco, oltre che la vituperata norma, riguarda il suo beneficiario. Giovanni Kessler è un curriculum vivente. Entrato in magistratura nel 1985, ha avuto modo di collaborare a vario titolo con la Commissione europea, con il Consiglio d'Europa e l'Ocse in materia di anticorruzione. Nel 2001 viene eletto deputato a Trento per i Democratici di sinistra-L'Ulivo, e una volta terminato il mandato nel 2006 ricopre alcuni incarichi minori tra cui quello di presidente della Provincia autonoma di Trento. Dopo aver vinto un concorso, a febbraio 2011 si insedia in qualità di direttore generale dell'Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf). Una carriera brillante e apparentemente inarrestabile. Almeno fino al caso che a seguito di un'indagine dell'Olaf ha portato, nell'ottobre 2012, alle dimissioni del maltese John Dalli, all'epoca commissario europeo per la Salute.
Una vicenda assai intricata, nella quale Kessler è rimasto invischiato con l'accusa di aver suggerito a un testimone del caso di registrare una telefonata. Per questo motivo, il pubblico ministero belga aveva richiesto a suo tempo la revoca dell'immunità di cui godeva il funzionario per avviare un procedimento giudiziario. La querelle giudiziaria è ancora in piedi. Dimessosi nel 2017 prima della fine del mandato da capo dell'Antifrode, Kessler era stato trasferito alla Direzione generale bilancio per un posto di consigliere creato ad hoc per lui. Qualcuno sospetta al fine di traghettare l'ex deputato ai 10 anni di servizio necessari per la pensione europea. Ma a luglio dello stesso 2017 dal governo guidato da Paolo Gentiloni era arrivata la nomina a capo dell'Agenzia dogane e monopoli (240.000 euro lordi l'anno), e il relativo distacco dall'incarico europeo. Per tutto il periodo, l'Ue ha pagato all'ex magistrato la differenza di stipendio.
È l'agosto 2018 quando il governo gialloblù non conferma Kessler nel ruolo, ma il nostro non si perde d'animo e torna a lavorare per la Commissione, in qualità di consigliere per la Direzione budget. E arriviamo così ai giorni nostri, con la maxi-indennità donatagli da Ursula von der Leyen. Un'interrogazione dell'eurodeputato della Lega, Paolo Borchia, punta ora a fare chiarezza. «Si tratta di una vicenda che lascia basiti, dal punto di vista procedurale e, soprattutto, sotto il profilo dell'opportunità, in una fase storica dove la pioggia di miliardi promessa da Bruxelles tarda ad arrivare, in cui la maggior parte delle famiglie e delle imprese vivono mesi difficili, ritengo sia vergognoso concedere privilegi a chi per una vita è stato strapagato con denaro pubblico», dichiara Borchia alla Verità. «Inoltre, dal punto di vista procedurale, rispolverare l'articolo 50 dopo anni desta molti sospetti. Ora mi attendo risposte di sostanza da parte della Commissione europea. È una questione di credibilità».
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Cinque centri già aperti con esborsi astronomici. Per il 2022 è prevista l'inaugurazione di quello italiano nel cuore di Roma: 1.000 metri quadrati per 21 milioni di euro l'annoL'assegno gli è stato riconosciuto dalla Commissione: è una decisione applicata l'ultima volta nel 2011. L'ex deputato dell'Ulivo invischiato in una vicenda giudiziaria fu messo a capo dell'Agenzia delle doganeLo speciale contiene due articoliSi scrive «Europa Experience», si legge tempio dell'europeismo. Sono attualmente 5 i centri «concepiti per avvicinare i visitatori dell'Unione europea attraverso esposizioni che combinano elementi progettuali e allestimenti innovativi con tecnologie mediatiche all'avanguardia, nonché con funzionalità interattive»: Berlino, Copenaghen, Helsinki, Lubiana e Tallinn. Centri luminosi e futuristici, all'interno dei quali muovendosi tra tablet, giganteschi schermi e morbide poltroncine ci si può informare sul «ruolo degli attori dell'Ue, il modo in cui le istituzioni lavorano nella pratica, come i cittadini possono plasmare la politica dell'Unione e i vantaggi che l'Ue apporta nella vita quotidiana». Tra le possibilità offerta ai visitatori: l'esplorazione di una grande mappa per scoprire i traguardi e gli obiettivi dell'Ue; esplorare i profili dei parlamentari che siedono nell'emiciclo di Strasburgo; farsi un selfie da lasciare ai posteri; accomodarsi in una sala cinematografica a 360 gradi per immergersi in una sessione plenaria dell'Europarlamento quasi come se ci si trovasse tra i banchi. Insomma, si tratta di veri e propri mausolei costruiti apposta per inebriarsi di spirito europeista.Tutto bene, se non fosse che le prestigiose location richiedono il pagamento di affitti a molti zeri, per non parlare dei costi di manutenzione e le spese ordinarie, come luce, gas e acqua. Senza contare il personale impiegato all'interno di queste strutture. Quantificare con precisione i soldi dei contribuenti investiti per l'allestimento e la gestione degli Europa Experience è risultata impresa impossibile anche per i nostri contatti all'interno del Parlamento europeo. Tanto per rendersi conto delle cifre in gioco, occorre andare al capitolo di spesa relativo a quei 35 uffici di collegamento (cosiddetti «liaison office») dell'Europarlamento disseminati un po' in tutto il continente, per scoprire che la cifra di 8,9 milioni di euro prevista per il 2020 sarà innalzata a 9,4 milioni nel corso dell'anno venturo. Sono importi che tuttavia non comprendono gli interventi straordinari. Grazie a uno dei quesiti presentati dai parlamentari europei in occasione del discarico del bilancio 2019, è stato possibile sapere qualcosa in più di questi lavori. Per ciò che concerne la sede di Tallinn, in Estonia, si parla di 1.275.000 euro per ristrutturazione e allestimento, 198.000 euro per l'affitto di uno spazio addizionale (più 36.000 euro di spese accessorie) e 11.700 euro per consulenze tecniche, tutto a carico della Direzione generale infrastrutture e logistica (Dg Inlo).A questi esborsi vanno aggiunti 1,9 milioni a carico della Direzione generale comunicazione (Dg Comm). Per la sede danese di Copenaghen, invece, la Dg Inlo ha sborsato 153.000 euro, mentre altri 686.000 euro sono arrivati dalla Dg Comm. Non paghi di questa emorragia di denaro, nel novembre 2019 gli euroburocrati hanno pensato bene di proporre l'estensione del progetto Europa Experience a tutti gli Stati membri entro il 2024. Ci avrà pensato la pandemia a bloccare tutto, direte voi. E invece no. Lo scorso 30 settembre è stata approvata una road map delle installazioni, successivamente esposta in un documento diramato una settimana dopo ai membri dell'Ufficio di presidenza. Nel giro di pochi anni, dunque, ogni Paese dell'Unione europea potrà vantare una sede tutta sua.Tra gli otto progetti più avanzati, c'è quello riguardante la sede italiana. Nel mirino di Bruxelles un luogo davvero da favola. «Lo scorso 7 maggio 2020 (pochi giorni dopo la fine del lockdown, ndr)», si legge nella nota, «è stata avviata una procedura negoziata al fine di concludere un appalto immobiliare per un'installazione “Europa Experience" autonoma su Piazza Venezia, comprendente una mostra interattiva, un cinema e un gioco di ruolo destinati principalmente a gruppi scolastici». Quasi 1.000 metri quadrati nell'edificio delle Assicurazioni Generali, dirimpetto a Palazzo Venezia, quello cioè dal cui balcone si affacciava il duce per arringare le folle. Una location prestigiosa e allo stesso tempo centralissima sulla quale il Bureau aveva già messo gli occhi dal 2016, e che «permette di beneficiare dell'eccezionale situazione di Piazza Venezia in termini di visibilità e flusso pedonale».Costo del giocattolino: 21 milioni di euro solo per il primo anno. Nel documento bollinato dalla Direzione generale Bilancio a metà novembre, l'elenco dei costi punto per punto. Metà dell'importo serve solo a pagare l'affitto, pari a 900.000 euro al mese. Al canone di locazione vanno poi aggiunti 4,4 milioni di costi operativi, l'acquisto di attrezzature multimediali e mobili per 1,9 milioni, il servizio di sorveglianza per 2,4 milioni. Le spese ricorrenti (pulizie, elettricità e assicurazioni) superano poi agevolmente 1,3 milioni di euro l'anno. Ormai siamo in dirittura d'arrivo: la firma del contratto è prevista infatti già per gennaio 2021, con la conclusione dei lavori fissata per luglio 2022 e relativa inaugurazione nel mese di agosto 2022.Ancora più costosa la sede di Parigi, situata a Place de la Madeleine, a poche centinaia di metri dal Louvre. L'affitto per 1.452 metri quadrati, pari a 1,75 milioni di euro al mese, è quasi il doppio rispetto a quello dei locali romani. Tra costi operativi (8,7 milioni), ristrutturazione (5 milioni) e spese fisse (8 milioni), l'impatto finanziario per il primo anno e mezzo si aggira intorno ai 54 milioni di euro.Anche in questo caso il Covid non ha fermato il folle shopping di Bruxelles. La procedura negoziata per Europa Experience è stata infatti avviata il 6 aprile scorso e i tavoli tecnici sono andati avanti per tutto l'anno. Come per Roma, la firma del contratto è prevista per gennaio 2021, ma i lavori dovrebbero terminare prima, a marzo 2022, per poi avviare la struttura già il mese dopo. Sono a buon punto le sedi di Praga, Stoccolma, Varsavia e Vienna, tutte attese per la fine del 2022. Le altre installazioni seguiranno, come da cronoprogramma, entro il 2024. 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L'11 novembre scorso la Commissione europea ha infatti deciso di applicare nei suoi confronti l'articolo 50 dello Statuto dei funzionari delle istituzioni continentali, il quale prevede che «il funzionario dispensato dall'impiego, e che non venga assegnato ad altro impiego corrispondente al suo grado, gode di un'indennità» variabile in funzione dell'età e dell'anzianità di servizio. Non si tratta affatto di una prassi comune, dal momento che la Commissione l'ha applicata per l'ultima volta nel 2011. Dopo nove lunghi anni, dunque, l'articolo 50 è stato riesumato. Ma vediamo cosa prevede la famigerata norma. «Il funzionario ha diritto: a) per tre mesi ad un'indennità mensile pari al suo stipendio base; b) per un periodo determinato, in funzione dell'età e della durata dei servizi, in base alla tabella di cui al paragrafo 3, a un'indennità mensile pari: all'85% del suo stipendio base dal quarto al sesto mese, al 70% del suo stipendio base durante i 5 anni seguenti, al 60% del suo stipendio base oltre tale periodo». L'indennità viene corrisposta fino al compimento dei 66 anni. Uno scivolo dorato fino alla pensione. Nel caso di Giovanni Kessler, che ricopre il massimo grado di funzionario europeo (Ad16) con una retribuzione che va dai 19.000 ai 20.600 euro, i conti sono presto fatti. Se i nostri calcoli sono esatti, a far data dal 1° dicembre, per tre mesi, Kessler percepirà lo stipendio pieno senza muovere un dito; da marzo a maggio circa 17.000 euro lordi al mese; da giugno in poi e fino al termine previsto (giugno 2022) circa 14.000 euro lordi al mese. Non appena si è sparsa la voce sono piovute reazioni indignate nei confronti della decisione della Commissione. «È con stupore, per non dire costernazione», si legge in una nota firmata dal presidente del sindacato Renoveau et Democratie Cristiano Sebastiani, «che moltissimi colleghi si sono rivolti a noi a seguito della decisione della Commissione». Secondo Sebastiani «l'applicazione dell'articolo 50 al nostro collega è una decisione e un atto di generosità a spese del contribuente europeo assolutamente inspiegabile». Ma l'attacco, oltre che la vituperata norma, riguarda il suo beneficiario. Giovanni Kessler è un curriculum vivente. Entrato in magistratura nel 1985, ha avuto modo di collaborare a vario titolo con la Commissione europea, con il Consiglio d'Europa e l'Ocse in materia di anticorruzione. Nel 2001 viene eletto deputato a Trento per i Democratici di sinistra-L'Ulivo, e una volta terminato il mandato nel 2006 ricopre alcuni incarichi minori tra cui quello di presidente della Provincia autonoma di Trento. Dopo aver vinto un concorso, a febbraio 2011 si insedia in qualità di direttore generale dell'Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf). Una carriera brillante e apparentemente inarrestabile. Almeno fino al caso che a seguito di un'indagine dell'Olaf ha portato, nell'ottobre 2012, alle dimissioni del maltese John Dalli, all'epoca commissario europeo per la Salute. Una vicenda assai intricata, nella quale Kessler è rimasto invischiato con l'accusa di aver suggerito a un testimone del caso di registrare una telefonata. Per questo motivo, il pubblico ministero belga aveva richiesto a suo tempo la revoca dell'immunità di cui godeva il funzionario per avviare un procedimento giudiziario. La querelle giudiziaria è ancora in piedi. Dimessosi nel 2017 prima della fine del mandato da capo dell'Antifrode, Kessler era stato trasferito alla Direzione generale bilancio per un posto di consigliere creato ad hoc per lui. Qualcuno sospetta al fine di traghettare l'ex deputato ai 10 anni di servizio necessari per la pensione europea. Ma a luglio dello stesso 2017 dal governo guidato da Paolo Gentiloni era arrivata la nomina a capo dell'Agenzia dogane e monopoli (240.000 euro lordi l'anno), e il relativo distacco dall'incarico europeo. Per tutto il periodo, l'Ue ha pagato all'ex magistrato la differenza di stipendio. È l'agosto 2018 quando il governo gialloblù non conferma Kessler nel ruolo, ma il nostro non si perde d'animo e torna a lavorare per la Commissione, in qualità di consigliere per la Direzione budget. E arriviamo così ai giorni nostri, con la maxi-indennità donatagli da Ursula von der Leyen. Un'interrogazione dell'eurodeputato della Lega, Paolo Borchia, punta ora a fare chiarezza. «Si tratta di una vicenda che lascia basiti, dal punto di vista procedurale e, soprattutto, sotto il profilo dell'opportunità, in una fase storica dove la pioggia di miliardi promessa da Bruxelles tarda ad arrivare, in cui la maggior parte delle famiglie e delle imprese vivono mesi difficili, ritengo sia vergognoso concedere privilegi a chi per una vita è stato strapagato con denaro pubblico», dichiara Borchia alla Verità. «Inoltre, dal punto di vista procedurale, rispolverare l'articolo 50 dopo anni desta molti sospetti. Ora mi attendo risposte di sostanza da parte della Commissione europea. È una questione di credibilità».
L’operazione odierna rappresenta la prosecuzione delle indagini economico-finanziarie condotte dal Nucleo PEF di Aosta, su delega e con il coordinamento della Procura della Repubblica, che avevano fatto emergere un articolato sistema di riciclaggio legato alla casa da gioco valdostana. Le indagini avevano inoltre portato al sequestro di denaro contante, conti correnti, disponibilità finanziarie e immobili per un valore complessivo di circa 5 milioni di euro, nei confronti di oltre trenta persone indagate, a vario titolo, per associazione per delinquere, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, riciclaggio, ricettazione e corruzione di incaricato di pubblico servizio.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, tali condotte sarebbero state rese possibili anche dall’inerzia dell’amministratore e di altri dirigenti, che non avrebbero adottato un sistema organizzativo adeguato a prevenire la commissione dei reati contestati. In particolare, sarebbero emerse significative carenze nella struttura organizzativa dell’ente, unite a un atteggiamento sostanzialmente passivo che avrebbe favorito, nel tempo, il consolidarsi di fenomeni illeciti, soprattutto in materia di corruzione e riciclaggio.
I vertici del casinò, pur non risultando direttamente coinvolti nei reati contestati, avrebbero ignorato numerosi segnali d’allarme senza intervenire in modo concreto ed efficace, omettendo di adempiere agli obblighi di controllo e segnalazione previsti anche dalla normativa antiriciclaggio.
Secondo l’impostazione accusatoria, questa condotta configurerebbe la cosiddetta «colpa di organizzazione»: la società, infatti, pur essendosi formalmente dotata di procedure e modelli di prevenzione previsti dal Decreto Legislativo n. 231/2001, non ne avrebbe garantito un’effettiva applicazione.
Alla luce di queste criticità, il Tribunale della prevenzione ha disposto un’attività di «tutoraggio» affidata a due Amministratori giudiziari nominati dalla stessa Autorità. Per un periodo iniziale di un anno, i due professionisti eserciteranno specifici poteri di amministrazione con l’obiettivo di rimuovere le carenze emerse e rafforzare i sistemi di controllo interno.
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(Ansa)
Ma c’è poco da stare allegri. Quello che salterà in aria, infatti, sarà con buona probabilità il primo anticipo d’estate degli italiani, oltre all’importante pezzo di economia italiana che ruota attorno al turismo. E di tutto ciò dovremo ringraziare le Milizie rossoverdi, gli estremisti scioperaioli, i kamikaze della contestazione senza se e senza ma. Ma soprattutto senza senso.
Si comincia stasera alle 21 con uno sciopero di treni, bus e metropolitane che proseguirà fino alle 21 di domani. Ovviamente, come da consuetudine, di venerdì, così da garantire il weekend lunghissimo a chi protesta e rovinarlo a chi deve partire. Ottimo, no? Proprio alla vigilia di quello che è ritenuto da tutti gli operatori del settore uno dei weekend più importanti dell’anno, con il maggior numero di spostamenti, che cosa viene in mente ai sindacati Usi Cit, Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas (ma, si badi bene, aderiscono anche Usi 1912, Sbm, Fisi, Fi-si)? Di certificare la propria esistenza in vita rompendo l’anima agli italiani. Certo: altrimenti chi si sarebbe mai accorto dell’esistenza di Sgb, Sbm e Adl Varese? Solo il rischio di rimanere con la valigia in mano in stazione davanti alla scritta «treno cancellato» ti fa considerare per un attimo l’esistenza di Usi Cit e Usi 1912, qualsiasi cosa essi siano. Per non dire della fondamentale differenza tra Fisi e Fi-si, su cui occorrerà un apposito trattato di storia del sindacato.
Eppure siamo qui a parlarne. Quindi hanno ottenuto il loro effetto: minacciare la serenità degli italiani che già attraversano un momento duro, tra guerra, benzina alle stelle, inflazioni e allarmismi vari. Perché togliere loro pure il sogno di tre giorni di svago? Il ritorno da mammà? Una passeggiata in montagna? La prima tintarella in spiaggia? Come se non bastasse, alla follia rossa Cub si aggiunge la follia verde degli ambientalisti, in questo caso austriaci, che nella giornata di sabato bloccheranno il Brennero dalle 11 alle 19, con gravi conseguenze sul traffico in Italia. La A22 resterà infatti chiusa da Vipiteno in su dalle 10.30 alle 20 e si prevedono ulteriori blocchi in caso di (probabilissimi) ingorghi. Tanto che il sindaco di Bolzano ha già di «limitare gli spostamenti e l’uso dell’auto privata». Meglio prendere il treno, ovvio. Ammesso che non sia ancora in sciopero.
Riassumendo, nei prossimi due giorni succederà questo:
1 si cercheranno di bloccare treni, bus e metro;
2 in ogni caso si creeranno disagi a chi usa i mezzi;
3 si paralizzerà sicuramente la A22, cioè una delle più importanti autostrade italiane;
4 si renderà off limits una delle zone a più alta intensità turistica, dall’Alto Adige fino a Verona;
5si renderà di fatto impossibile l’uso dell’automobile ai cittadini della zona;
6 si inviteranno i turisti a dirigersi altrove, dove il senno, almeno quello, non è andato in sciopero. E tutto questo perché? Qui viene il bello. Perché, è ovvio, il diritto di manifestare e di protestare è sacrosanto. Ma ci sarà pure un limite alla follia.
Cominciamo dagli ambientalisti. Protestano per l’inquinamento provocato dal traffico. E che fanno? Aumentano l’inquinamento provocato dal traffico. Grazie al loro blocco si creerà un maxi ingorgo transnazionale con effetti devastanti anche sull’ambiente, oltre che sull’economia. Non esiste un’altra forma di protesta? Possibile che le loro menti ecologiche non possano produrre qualcosa di meno dannoso per quell’ambiente che dicono di proteggere? E che non si rendano conto che, in un’Europa che fatica a stare in piedi, bloccare i commerci e il turismo in un modo così rozzo e brutale significa, di fatto, suicidarsi?
Ancor meglio però le motivazioni dello sciopero generale del trasporto di venerdì. Cito testualmente. L’astensione del lavoro viene proclamata «contro la guerra e l’aumento delle spese militari; contro lo sfruttamento sul lavoro, la precarietà e il mancato adeguamento delle retribuzioni dei lavoratori del settore pubblico e del settore privato; contro il genocidio in Palestina e la fornitura di armi a Israele; contro l’assenza di politiche sociali a cominciare dall’emergenza abitativa; contro politiche repressive dei diversi decreti Sicurezza; contro gli abusi della Commissione di garanzia, le delibere che restringono il diritto di sciopero e il tentativo di imbavagliare le lotte nel settore della logistica; contro l’assenza di politiche industriali capaci di affrontare le transizioni in corso; contro le morti sul lavoro». Per l’amore del cielo, tutto legittimo, si capisce: ma perché non metterci dentro anche la solidarietà con Cuba? E i bimbi nelle miniere in Sierra Leone?
Quando ero piccolo mia mamma mi insegnava: se vuoi ottenere qualcosa, chiedi una cosa per volta. Questi sindacalisti non hanno avuto una mamma? Come si fa a mettere insieme i decreti Sicurezza e il genocidio in Palestina, le politiche sulla casa e la guerra? E soprattutto: se si sa che non si riuscirà a ottenere nulla, perché bombardare il ponte degli italiani, insieme agli ambientalisti? Per il gusto di fare i guastafeste? Per vocazione tafazziana? O perché, a forza di bloccare treni e strade, gli si sono bloccati pure i cervelli?
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Perché lì siamo, agli incroci. L’energia è una «minaccia esistenziale», per dirla con Orsini, quindi vorremmo sapere che direzione intende prendere il governo Meloni ai seguenti incroci: 1) gas e petrolio russo, sì o no?; 2) se l’Europa fa melina su energia e burocrazia, l’Italia eserciterà il diritto di veto come pistola sul tavolo, sì o no?; 3) siamo disposti a bloccare le vendite di petrolio o suoi derivati fuori dall’Italia, sì o no?
Entriamo nello specifico, ricordando quello che Confindustria ha lasciato sull’agenda del premier (ma tu guarda se la Meloni deve pure fare il lavoro per conto di Urso, sul cui conto gli industriali ne hanno dette di tutti i colori, a ragione), in un quadro generale economico peggiorato negli ultimi dodici mesi, appesantito dalle guerre e da quella burocrazia «lunare» targata Ue. Negli ultimi tempi, su entrambe le questioni abbiamo ascoltato interventi netti, precisi e condivisibili da parte di Confindustria (con Orsini) e di Coldiretti (con Gesmundo), segno che l’Europa rischia di tenere tutti incollati nella sua stessa colla burocratica.
Chi fa impresa non può limitarsi a sognare l’Europa che verrà, ma deve fare i conti con quello che oggi passa il ricco convento di Bruxelles. Chi sta al governo, di contro, deve decidersi: se gli imprenditori hanno ragione nell’analisi, allora deve andare in Europa col coltello tra i denti anche a costo di svelare che il re è nudo; se invece ha paura di violare questo santuario, eviti finti annunci. La questione è troppo seria per concedersi alla manipolazione delle idee. È pura manipolazione, per esempio, la questione delle sanzioni sull’energia dalla Russia. Sono mesi che ci sorbiamo la morale sul fatto che non possiamo comprare energia da Putin per evitare di finanziare la sua guerra. Nel frattempo, la macchina delle forniture non si è mai fermata! E fa ridere che la propaganda anti Putin se la prenda ora con Buttafuoco ora con la coppia Pirlo-Materazzi o con i cantanti che tengono i concerti a Mosca. Nel mese di aprile, nella zona Ue abbiamo comprato 1,7 miliardi tra gas e petrolio: la parte del leone l’hanno fatta i francesi (la TotalEnergies è nell’azionariato di Novatek e di Yamal Lng, sebbene non riesca a riscuotere i dividendi) con acquisti di gnl per un valore di 413 milioni; poi l’Ungheria, che ha comprato gas e greggio per 380 milioni; il Belgio con 363 milioni di gas naturale; la Slovacchia con 228 milioni di gas e greggio; la Spagna con 181 milioni di gnl. Tutti accordi legali perché per tutto aprile 2026 erano ancora valide le importazioni basate su contratti a lungo termine. Ovviamente l’acquisto bulimico di gas e di petrolio nasce dalla necessità di affrontare le crisi di Hormuz e cripta i carichi di navi fantasma con carichi importanti che arrivano in Europa, Italia compresa. Allora perché continuiamo a far finta di nulla: c’è una retorica da difendere? Beh, è una retorica impregnata di ipocrisia visto che ovunque si sta comprando dai russi tutta l’energia possibile!
Questo è dunque uno di quegli incroci strategici: finora l’Europa ha finanziato Putin acquistando gas e petrolio forse persino più di quel che abbiamo girato all’Ucraina per difendersi. E comunque non si può pensare di sacrificare la crescita economica (l’industria italiana vale il 15% del Pil e milioni di posti di lavoro) perché non vogliamo ammettere che abbiamo bisogno di energia; a meno che non si dica che hanno diritto di stare in piedi solo le industrie del comparto Difesa.
Secondo incrocio: dall’energia alla burocrazia, stupida, fanatica, «lunare» dell’Unione europea. Lo sentiamo dire da tempo ma i burocrati di Bruxelles scoppiano di salute. Del resto, che aspettarsi da una Europa che tiene in vita due Parlamenti (e mezzo) con un surplus di costi vergognoso? «L’Europa è sempre più necessaria, ma deve cambiare strada e marciare», ha spiegato il presidente di Confindustria Orsini senza tuttavia aggiungere che l’Europa non può bloccare la crescita, come accade con la tassa sulle emissioni (Ets). Capisco l’esigenza di Orsini di chiedere all’Europa di farsi mercato unico dell’energia, ma se in un mercato di squali (l’America fa affari con la Russia; la Cina ha comprato energia russa per 7,3 miliardi; l’India per 5 miliardi; la Turchia per 3 miliardi) l’Europa ci va come la Vispa Teresa allora stiamo freschi. Se l’energia è davvero una «minaccia esistenziale» - e lo è - occorrono decisioni, non giri di minuetto. Se l’Europa mostra la faccia dura con l’Italia (la seconda manifattura del Continente e l’ottava nel mondo, nonostante tutto), il governo minacci seriamente l’uso del potere di veto.
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Nel riquadro, la locandina del centro culturale «Islam è Luce» di Udine (iStock)
Invece quell’annuncio risulta sorprendente, anche perché il supporto carcerario è compreso all’interno di un pacchetto che prevede «insegnamenti sull’Islam, dialogo interreligioso, madrassa (la scuola islamica per bambini), memorizzazione del Corano, 5 salat (le preghiere quotidiane), l’appello all’Islam, consigli matrimoniali, l’accompagnamento di extracomunitari in questura, in Comune, all’Asl e ai colloqui di lavoro in caso di problemi». Segue numero di telefono.
Il patronato alternativo è il core business dell’associazione «Islam è luce», che nel «nome di Allah il misericordioso e compassionevole» si è installata nel quartiere della stazione di Udine, zona semicentrale afflitta da degrado e spaccio, con numerosi profughi e migranti ospitati nelle case dell’Arci oppure abbandonati per strada dall’amministrazione piddina. Anche nel capoluogo friulano il grande abbraccio progressista è la causa di una situazione ormai fuori controllo. E la presenza islamica è importante con problemi di ordine pubblico sempre più pressanti. Le modalità sono identiche ovunque: i comitati cittadini denunciano, la polizia interviene, la sinistra stigmatizza e dopo un mese tutto torna come prima.
Così quel negozio disadorno e senza insegne, con il cartello solitario sulla porta, in realtà è la quarta moschea abusiva della città friulana, allestita da un gruppo di cittadini africani guidati da un addetto alle pulizia italiano (ma ghanese di nascita): Baba Cracki. Secondo gli organizzatori non ci sarebbe nulla di strano; quelle visite in carcere hanno lo scopo di portare conforto, consulenze legali e spirituali ai musulmani che scontano una pena.
È però prudente non sentirsi rassicurati dopo le vicende di Modena e Reggio Emilia. Ed è difficile non far suonare il campanello d’allarme dopo una notizia che arriva da fonti del Viminale: gli stranieri arrestati durante il governo di Giorgia Meloni per atti di terrorismo e radicalizzazione sono stati 68, un numero molto alto rispetto al passato. Un dato che comprende i radicalizzati che già hanno attraversato la frontiera della violenza e coloro che hanno espresso (attraverso scritti, ricerche internet, contatti con amici nel sottobosco dell’illegalità) la volontà di seguirli. È un fenomeno da non sottovalutare e gli investigatori aggiungono che uno dei luoghi di reclutamento è il carcere.
L’emergenza (che fino a prova contraria non riguarda la vicenda di Udine) è ufficiale: uno straniero di fede musulmana ogni 115 residenti in Italia è attualmente detenuto in un carcere italiano. Lo ha portato alla luce l’ultima relazione sul tema del guardasigilli Carlo Nordio. Il ministero della Giustizia ricostruisce così: «I cittadini provenienti dai paesi islamici sono 13.814 su un totale di 63.198 detenuti. E poiché i residenti stranieri di fede musulmana sono circa 1,6 milioni (dato rilevato dalla Fondazione Ismu, iniziative e studi sulla multietnicità), il rapporto è questo: 13.814 detenuti su 1.600.000 residenti. I praticanti, sui 13.814, sono 7.477». C’è un altro dato importante, che impone la necessità di mantenere alta l’attenzione: fra i detenuti ci sono 36 imam «che conducono la preghiera all’interno dei penitenziari». E fanno proseliti: al 30 settembre scorso risultano convertiti all’Islam 37 detenuti.
In questo contesto la deriva jihadista non è scontata ma neppure da banalizzare. Sempre secondo il rapporto di via Arenula i detenuti musulmani «attenzionati» in prigione dai nuclei specializzati della polizia penitenziaria sono 194. Con una ripartizione di tre livelli. 1) Rischio alto: 65 sono detenuti per reati connessi al terrorismo internazionale o di particolare interesse per atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo, radicalizzazione o reclutamento. 2) Rischio medio: 61 sono coloro i quali, all’interno del penitenziario, hanno posto in essere più atteggiamenti che fanno presupporre una vicinanza all’ideologia jihadista. 3) Rischio basso: 68 sono i casi in cui le notizie raccolte negli istituti di pena risultano generiche e richiedono un ulteriore approfondimento.
Sono tenuti sotto controllo anche i detenuti delle carceri minorili, spesso immigrati di seconda generazione che si compattano in gang o giovanissimi senza fissa dimora e privi di riferimenti. Quindi facilmente arruolabili. Uno studio del ministero degli Esteri con «The Siracusa international institute» sottolinea che l’ambiente carcerario offre «opportunità di contatto con altri detenuti radicalizzati e può creare o amplificare le condizioni conduttive alla radicalizzazione». E al di là della sociologia spicciola, con il ruolo centrale degli imam.
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