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2022-06-08
Bruxelles dice sì al salario minimo ma nega la sovranità sugli stipendi
Ursula von der Leyen (Ansa)
L’Unione europea ha deciso. Salario minimo obbligatorio per legge. Farà pressioni finché l’Italia non si sarà adeguata. Anche se l’attività di lobby non sarà certo ardua. Pd, 5 stelle, Leu e Cgil sono già pronti a festeggiare. La terza carica dello Stato, il presidente della Camera Roberto Fico, ha detto che non c’è tempo da perdere. Il salario minimo va approvato entro l’anno. Poco importa se a pagare saranno le aziende, le quali si troveranno a sborsare (in caso vengano riconosciuti 9 euro l’ora) 6,7 miliardi di oneri aggiuntivi. Poco importa se il rischio concreto è quello di perdere posti di lavoro e di continuare a ignorare la fascia più debole dei lavoratori. Bisogna ricordare infatti che gli autonomi e tutti i lavoratori della gig economy resterebbero comunque tagliati fuori.
Basta infatti prendere ad esempio la Francia (metro di paragone usato spesso al di qua delle Alpi) per capire che il salario minimo non è una panacea se in parallelo non si riforma l’intero mercato del lavoro.
Innanzitutto, all’incirca 4 milioni di lavoratori francesi sono comunque esclusi dallo Smic, la sigla che rappresenta il salario minimo. Inoltre il contesto francese della rappresentanza (prima del 2015) era decisamente diverso da quello italiano. Nel nostro caso all’incirca il 98% di chi presta lavoro subordinato è coperto da contrattazione collettiva. In molti casi è ferma da anni, per il fatto che le esigenze dei lavoratori vanno integrate a livello aziendale e di seconda fascia. Ciò che il salario minimo rischierebbe invece di appiattire. Anche dal punto di vista dell’importo da incassare, l’Italia non è posizionata per nulla male. Sulla base delle ultime informazioni disponibili del 2017, per i Paesi europei in cui è stato istituito il salario minimo è possibile osservare il suo peso sui salari medi mensili. Il range è compreso tra il 51,7% della Slovenia e il 36,9% della Spagna. In Germania e Regno Unito questa proporzione è pari rispettivamente al 41,4 e 44,6%, mentre per la Francia si attestava nel 2015, ultimo anno disponibile, al 47,1%. Per poi salire successivamente al 54%. Tutto ciò premesso, secondo lo studio Inapp diffuso nel 2019, un salario minimo di 9 euro netti corrisponderebbe, in Italia, al 119% del salario mediano nazionale. Se i 9 euro fossero lordi ce la caveremmo con l’87%. A dimostrazione che l’applicazione della norma in Italia estenderebbe il beneficio a 2 milioni di lavoratori, ma non risolverebbe in alcun modo le situazioni di precariato tanto meno il dumping salariale che è un altro fattore di tensione. Anzi su questo l’Unione europea fa un gioco pericoloso. Quando Emmanuel Macron e Giuseppe Conte si sono parlati sul tema alla fine del 2018 ne è emersa una posizione velleitaria. L’ipotesi era quella di trovare un valore mediano da imporre a tutta l’Unione. Una follia infattibile, aggiungiamo noi, e in ogni caso contraria all’ideologia di Bruxelles. Il paradosso dell’intero impianto sociale Ue sta proprio nel fatto che i Paesi non possano farsi dumping fiscale, ma debbano scontrarsi sul piano giuslavoristico.
Quando nel giugno del 2016 Parigi decise di imporre ai camionisti stranieri il proprio salario minimo, la Commissione aprì un procedimento legale contro la Francia. A protestare furono i trasportatori dell’Est. Secondo loro pagare di più i trasportatori avrebbe significato un aggravio di costi tale da mettere in grande difficoltà le aziende di trasporto, con il rischio di fallimento.
La protesta ufficiale presentata al Consiglio dei ministri dei trasporti Ue dalla Polonia, appoggiata da altri dieci Paesi dell’Unione, portò alla condanna da parte della Commissione contro le norme attuate per limitare il dumping sociale dei conducenti di camion stranieri. «Il principio di un salario minimo è legittimo», motivò la Commissione, «ma la sua applicazione sistematica limita la libertà nella fornitura dei servizi e della libera circolazione delle merci». Il criterio che spinse Parigi era lo stesso che avrebbe dovuto spingere i nostri legislatori. Invece in Italia è successo il contrario. Migliaia di autisti e camionisti dell’Est hanno prima invaso il mercato del trasporto internazionale e poi quello anche locale o di piccolo cabotaggio, imprimendo una feroce sostituzione rispetto ai camionisti italiani. Dopo il lockdown del 2020 e la ripresa delle consegne, in Italia ci siamo trovati senza autisti. Quelli dell’Est sono tornati a casa beneficiando anche degli aumenti di stipendi in patria. Risultato, il mercato e i prezzi sono stati cannibalizzati e non si trovano autisti. Il salario minimo che piace al Pd, a Bruxelles e ai 5 stelle in un contesto variegato come quello Ue (in Bulgaria si superano di poco i 300 euro al mese) non potrà che favorire il dumping e l’arrivo continuo di lavoratori extracomunitari. Nel frattempo le nostre aziende saranno ancora meno competitive, soffocate dalle tasse e da quei 6,7 miliardi che sono il costo del salario minimo.
«Meglio usare i contratti collettivi»
Il salario minimo serve a poco. Bisogna alzare i minimi salariali all’interno dei contratti collettivi. A parlarne con La Verità è Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis e presidente di Assosomm, l’associazione italiana delle agenzie per il lavoro.
Il salario minimo funzionerà in Italia secondo lei?
«Io non credo che sia la soluzione per il mondo del lavoro italiano, che è già normato dai contratti collettivi nazionali. Questi ultimi regolamentano un salario in base al livello. Un quarto livello del commercio, ad esempio, ha dei minimi molto chiari e così via. Quello che fa la differenza è la competenza, se si è o meno al primo impiego e altre variabili. Non capisco quindi perché ci sia il bisogno di introdurre un salario minimo, quando ci sono già degli accordi collettivi. Se poi i salari sono bassi, aggiorniamo i contratti collettivi nazionali. I sindacati dovrebbero fare la loro parte e fare proposte costruttive, invece di fare spesso solo polemiche. Dovrebbero chiedere un adeguamento all’inflazione e a tutte le difficoltà che stanno vivendo i lavoratori e aggiornare i contratti. Noi come agenzia per il lavoro saremmo felici di avere contratti migliori. Noi siamo obbligati a offrire il contratto di riferimento dell’azienda utilizzatrice e non possiamo decidere quanto dare a un lavoratore in somministrazione. Inoltre, come Assosomm, tra qualche settimana dovremmo rinnovare il nostro contratto collettivo e saremo disponibili a migliorare le condizioni per i lavoratori in arrivo attraverso le agenzie di somministrazione del lavoro».
L’obiettivo del ministro del Lavoro Andrea Orlando è che il salario minimo spinga tutti i salari italiani verso l’alto. Sarà così?
«Purtroppo, questo non sarà possibile. Il ministro deve ricordarsi che un professionista tendenzialmente lavora se c’è un’impresa che fa profitto e se c’è un datore di lavoro che assume le persone. La verità è che bisogna trovare il giusto equilibrio tra le esigenze dei lavoratori e quelle dell’imprenditore. È chiaro che nessuno, in teoria, si può dire sfavorevole all’aumento dei salari. Il problema è che, per fare ciò, si dovrebbero trovare anche incentivi per i datori di lavoro. Basterebbe, ad esempio, una riduzione del cuneo fiscale. Più semplicemente, basterebbe anche solo che i premi di produttività siano esenti da contribuzione. Non capisco perché si debbano pagare altre tasse se un imprenditore vuole condividere il successo di una azienda con i dipendenti. Non viene mai fatto nulla per le aziende».
Ci dobbiamo attendere un calo dei posti di lavoro?
«Difficile dirlo, non credo. Anche perché si tratta di una norma solo consigliata dall’Unione europea. Il motivo per cui se ne parla è anche perché ci sono le elezioni e in periodo elettorale si parla sempre di lavoro e pensioni. Nella realtà, quello che esploderà sarà il lavoro in nero. Se il salario minimo sarà troppo alto, il rischio è che alcuni imprenditori non daranno nulla di regolare e proporranno lavoro in nero. Alzare troppo l’asticella è pericoloso. Ricordiamoci anche che tanti percettori del reddito di cittadinanza preferiscono il sommerso, così possono continuare a percepire anche il sussidio. Questi aiuti non servono a molto. Questo non è un problema di soldi, è un tema di competenze. Un tornitore o un saldatore in Veneto vengono strapagati. O anche un infermiere specializzato nelle cliniche private. Gli abusi, purtroppo, si verificano spesso in settori dove le competenze richieste sono poche».
Con il salario minimo la situazione potrebbe cambiare?
«In questo caso il problema è che non ci sono incentivi per pagare questi lavoratori in modo regolare. Anche in questo caso il salario basso è solo una parte del problema. Oggi in Italia, ad esempio, l’assunzione di badanti e colf non prevede alcuna detrazione significativa. La soluzione è agire sui contratti collettivi e sulla fiscalità. Noi un sistema che tuteli i lavoratori già ce l’abbiamo ed è uno dei più avanzati in Europa. Quello che serve è che venga rispettato».
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L’Ue che oggi approva la direttiva è la stessa che ha impedito a Parigi di combattere la concorrenza sleale dei camionisti dell’Est imponendo loro paghe più alte. La norma costerà 6,7 miliardi alle aziende italiane.L’ad di Openjobmetis e presidente di Assosomm: «Per aumentare i compensi basta aggiornare le intese esistenti e tagliare il cuneo. Invece si favorisce il nero».Lo speciale contiene due articoli.L’Unione europea ha deciso. Salario minimo obbligatorio per legge. Farà pressioni finché l’Italia non si sarà adeguata. Anche se l’attività di lobby non sarà certo ardua. Pd, 5 stelle, Leu e Cgil sono già pronti a festeggiare. La terza carica dello Stato, il presidente della Camera Roberto Fico, ha detto che non c’è tempo da perdere. Il salario minimo va approvato entro l’anno. Poco importa se a pagare saranno le aziende, le quali si troveranno a sborsare (in caso vengano riconosciuti 9 euro l’ora) 6,7 miliardi di oneri aggiuntivi. Poco importa se il rischio concreto è quello di perdere posti di lavoro e di continuare a ignorare la fascia più debole dei lavoratori. Bisogna ricordare infatti che gli autonomi e tutti i lavoratori della gig economy resterebbero comunque tagliati fuori. Basta infatti prendere ad esempio la Francia (metro di paragone usato spesso al di qua delle Alpi) per capire che il salario minimo non è una panacea se in parallelo non si riforma l’intero mercato del lavoro. Innanzitutto, all’incirca 4 milioni di lavoratori francesi sono comunque esclusi dallo Smic, la sigla che rappresenta il salario minimo. Inoltre il contesto francese della rappresentanza (prima del 2015) era decisamente diverso da quello italiano. Nel nostro caso all’incirca il 98% di chi presta lavoro subordinato è coperto da contrattazione collettiva. In molti casi è ferma da anni, per il fatto che le esigenze dei lavoratori vanno integrate a livello aziendale e di seconda fascia. Ciò che il salario minimo rischierebbe invece di appiattire. Anche dal punto di vista dell’importo da incassare, l’Italia non è posizionata per nulla male. Sulla base delle ultime informazioni disponibili del 2017, per i Paesi europei in cui è stato istituito il salario minimo è possibile osservare il suo peso sui salari medi mensili. Il range è compreso tra il 51,7% della Slovenia e il 36,9% della Spagna. In Germania e Regno Unito questa proporzione è pari rispettivamente al 41,4 e 44,6%, mentre per la Francia si attestava nel 2015, ultimo anno disponibile, al 47,1%. Per poi salire successivamente al 54%. Tutto ciò premesso, secondo lo studio Inapp diffuso nel 2019, un salario minimo di 9 euro netti corrisponderebbe, in Italia, al 119% del salario mediano nazionale. Se i 9 euro fossero lordi ce la caveremmo con l’87%. A dimostrazione che l’applicazione della norma in Italia estenderebbe il beneficio a 2 milioni di lavoratori, ma non risolverebbe in alcun modo le situazioni di precariato tanto meno il dumping salariale che è un altro fattore di tensione. Anzi su questo l’Unione europea fa un gioco pericoloso. Quando Emmanuel Macron e Giuseppe Conte si sono parlati sul tema alla fine del 2018 ne è emersa una posizione velleitaria. L’ipotesi era quella di trovare un valore mediano da imporre a tutta l’Unione. Una follia infattibile, aggiungiamo noi, e in ogni caso contraria all’ideologia di Bruxelles. Il paradosso dell’intero impianto sociale Ue sta proprio nel fatto che i Paesi non possano farsi dumping fiscale, ma debbano scontrarsi sul piano giuslavoristico. Quando nel giugno del 2016 Parigi decise di imporre ai camionisti stranieri il proprio salario minimo, la Commissione aprì un procedimento legale contro la Francia. A protestare furono i trasportatori dell’Est. Secondo loro pagare di più i trasportatori avrebbe significato un aggravio di costi tale da mettere in grande difficoltà le aziende di trasporto, con il rischio di fallimento.La protesta ufficiale presentata al Consiglio dei ministri dei trasporti Ue dalla Polonia, appoggiata da altri dieci Paesi dell’Unione, portò alla condanna da parte della Commissione contro le norme attuate per limitare il dumping sociale dei conducenti di camion stranieri. «Il principio di un salario minimo è legittimo», motivò la Commissione, «ma la sua applicazione sistematica limita la libertà nella fornitura dei servizi e della libera circolazione delle merci». Il criterio che spinse Parigi era lo stesso che avrebbe dovuto spingere i nostri legislatori. Invece in Italia è successo il contrario. Migliaia di autisti e camionisti dell’Est hanno prima invaso il mercato del trasporto internazionale e poi quello anche locale o di piccolo cabotaggio, imprimendo una feroce sostituzione rispetto ai camionisti italiani. Dopo il lockdown del 2020 e la ripresa delle consegne, in Italia ci siamo trovati senza autisti. Quelli dell’Est sono tornati a casa beneficiando anche degli aumenti di stipendi in patria. Risultato, il mercato e i prezzi sono stati cannibalizzati e non si trovano autisti. Il salario minimo che piace al Pd, a Bruxelles e ai 5 stelle in un contesto variegato come quello Ue (in Bulgaria si superano di poco i 300 euro al mese) non potrà che favorire il dumping e l’arrivo continuo di lavoratori extracomunitari. 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Il salario minimo funzionerà in Italia secondo lei? «Io non credo che sia la soluzione per il mondo del lavoro italiano, che è già normato dai contratti collettivi nazionali. Questi ultimi regolamentano un salario in base al livello. Un quarto livello del commercio, ad esempio, ha dei minimi molto chiari e così via. Quello che fa la differenza è la competenza, se si è o meno al primo impiego e altre variabili. Non capisco quindi perché ci sia il bisogno di introdurre un salario minimo, quando ci sono già degli accordi collettivi. Se poi i salari sono bassi, aggiorniamo i contratti collettivi nazionali. I sindacati dovrebbero fare la loro parte e fare proposte costruttive, invece di fare spesso solo polemiche. Dovrebbero chiedere un adeguamento all’inflazione e a tutte le difficoltà che stanno vivendo i lavoratori e aggiornare i contratti. Noi come agenzia per il lavoro saremmo felici di avere contratti migliori. Noi siamo obbligati a offrire il contratto di riferimento dell’azienda utilizzatrice e non possiamo decidere quanto dare a un lavoratore in somministrazione. Inoltre, come Assosomm, tra qualche settimana dovremmo rinnovare il nostro contratto collettivo e saremo disponibili a migliorare le condizioni per i lavoratori in arrivo attraverso le agenzie di somministrazione del lavoro». L’obiettivo del ministro del Lavoro Andrea Orlando è che il salario minimo spinga tutti i salari italiani verso l’alto. Sarà così? «Purtroppo, questo non sarà possibile. Il ministro deve ricordarsi che un professionista tendenzialmente lavora se c’è un’impresa che fa profitto e se c’è un datore di lavoro che assume le persone. La verità è che bisogna trovare il giusto equilibrio tra le esigenze dei lavoratori e quelle dell’imprenditore. È chiaro che nessuno, in teoria, si può dire sfavorevole all’aumento dei salari. Il problema è che, per fare ciò, si dovrebbero trovare anche incentivi per i datori di lavoro. Basterebbe, ad esempio, una riduzione del cuneo fiscale. Più semplicemente, basterebbe anche solo che i premi di produttività siano esenti da contribuzione. Non capisco perché si debbano pagare altre tasse se un imprenditore vuole condividere il successo di una azienda con i dipendenti. Non viene mai fatto nulla per le aziende». Ci dobbiamo attendere un calo dei posti di lavoro? «Difficile dirlo, non credo. Anche perché si tratta di una norma solo consigliata dall’Unione europea. Il motivo per cui se ne parla è anche perché ci sono le elezioni e in periodo elettorale si parla sempre di lavoro e pensioni. Nella realtà, quello che esploderà sarà il lavoro in nero. Se il salario minimo sarà troppo alto, il rischio è che alcuni imprenditori non daranno nulla di regolare e proporranno lavoro in nero. Alzare troppo l’asticella è pericoloso. Ricordiamoci anche che tanti percettori del reddito di cittadinanza preferiscono il sommerso, così possono continuare a percepire anche il sussidio. Questi aiuti non servono a molto. Questo non è un problema di soldi, è un tema di competenze. Un tornitore o un saldatore in Veneto vengono strapagati. O anche un infermiere specializzato nelle cliniche private. Gli abusi, purtroppo, si verificano spesso in settori dove le competenze richieste sono poche». Con il salario minimo la situazione potrebbe cambiare? «In questo caso il problema è che non ci sono incentivi per pagare questi lavoratori in modo regolare. Anche in questo caso il salario basso è solo una parte del problema. Oggi in Italia, ad esempio, l’assunzione di badanti e colf non prevede alcuna detrazione significativa. La soluzione è agire sui contratti collettivi e sulla fiscalità. Noi un sistema che tuteli i lavoratori già ce l’abbiamo ed è uno dei più avanzati in Europa. Quello che serve è che venga rispettato».
Christine Lagarde (Ansa)
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.
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Gianluigi Paragone smaschera il paradosso del fronte del No: un giorno difende l'autonomia dei giudici come fosse sacra e il giorno dopo, sul caso di Nicole Minetti, si arrabbia perché il Ministero non ha dato ordini ai magistrati o non ha inseguito i colpevoli in Uruguay.