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2022-06-08
Bruxelles dice sì al salario minimo ma nega la sovranità sugli stipendi
Ursula von der Leyen (Ansa)
L’Unione europea ha deciso. Salario minimo obbligatorio per legge. Farà pressioni finché l’Italia non si sarà adeguata. Anche se l’attività di lobby non sarà certo ardua. Pd, 5 stelle, Leu e Cgil sono già pronti a festeggiare. La terza carica dello Stato, il presidente della Camera Roberto Fico, ha detto che non c’è tempo da perdere. Il salario minimo va approvato entro l’anno. Poco importa se a pagare saranno le aziende, le quali si troveranno a sborsare (in caso vengano riconosciuti 9 euro l’ora) 6,7 miliardi di oneri aggiuntivi. Poco importa se il rischio concreto è quello di perdere posti di lavoro e di continuare a ignorare la fascia più debole dei lavoratori. Bisogna ricordare infatti che gli autonomi e tutti i lavoratori della gig economy resterebbero comunque tagliati fuori.
Basta infatti prendere ad esempio la Francia (metro di paragone usato spesso al di qua delle Alpi) per capire che il salario minimo non è una panacea se in parallelo non si riforma l’intero mercato del lavoro.
Innanzitutto, all’incirca 4 milioni di lavoratori francesi sono comunque esclusi dallo Smic, la sigla che rappresenta il salario minimo. Inoltre il contesto francese della rappresentanza (prima del 2015) era decisamente diverso da quello italiano. Nel nostro caso all’incirca il 98% di chi presta lavoro subordinato è coperto da contrattazione collettiva. In molti casi è ferma da anni, per il fatto che le esigenze dei lavoratori vanno integrate a livello aziendale e di seconda fascia. Ciò che il salario minimo rischierebbe invece di appiattire. Anche dal punto di vista dell’importo da incassare, l’Italia non è posizionata per nulla male. Sulla base delle ultime informazioni disponibili del 2017, per i Paesi europei in cui è stato istituito il salario minimo è possibile osservare il suo peso sui salari medi mensili. Il range è compreso tra il 51,7% della Slovenia e il 36,9% della Spagna. In Germania e Regno Unito questa proporzione è pari rispettivamente al 41,4 e 44,6%, mentre per la Francia si attestava nel 2015, ultimo anno disponibile, al 47,1%. Per poi salire successivamente al 54%. Tutto ciò premesso, secondo lo studio Inapp diffuso nel 2019, un salario minimo di 9 euro netti corrisponderebbe, in Italia, al 119% del salario mediano nazionale. Se i 9 euro fossero lordi ce la caveremmo con l’87%. A dimostrazione che l’applicazione della norma in Italia estenderebbe il beneficio a 2 milioni di lavoratori, ma non risolverebbe in alcun modo le situazioni di precariato tanto meno il dumping salariale che è un altro fattore di tensione. Anzi su questo l’Unione europea fa un gioco pericoloso. Quando Emmanuel Macron e Giuseppe Conte si sono parlati sul tema alla fine del 2018 ne è emersa una posizione velleitaria. L’ipotesi era quella di trovare un valore mediano da imporre a tutta l’Unione. Una follia infattibile, aggiungiamo noi, e in ogni caso contraria all’ideologia di Bruxelles. Il paradosso dell’intero impianto sociale Ue sta proprio nel fatto che i Paesi non possano farsi dumping fiscale, ma debbano scontrarsi sul piano giuslavoristico.
Quando nel giugno del 2016 Parigi decise di imporre ai camionisti stranieri il proprio salario minimo, la Commissione aprì un procedimento legale contro la Francia. A protestare furono i trasportatori dell’Est. Secondo loro pagare di più i trasportatori avrebbe significato un aggravio di costi tale da mettere in grande difficoltà le aziende di trasporto, con il rischio di fallimento.
La protesta ufficiale presentata al Consiglio dei ministri dei trasporti Ue dalla Polonia, appoggiata da altri dieci Paesi dell’Unione, portò alla condanna da parte della Commissione contro le norme attuate per limitare il dumping sociale dei conducenti di camion stranieri. «Il principio di un salario minimo è legittimo», motivò la Commissione, «ma la sua applicazione sistematica limita la libertà nella fornitura dei servizi e della libera circolazione delle merci». Il criterio che spinse Parigi era lo stesso che avrebbe dovuto spingere i nostri legislatori. Invece in Italia è successo il contrario. Migliaia di autisti e camionisti dell’Est hanno prima invaso il mercato del trasporto internazionale e poi quello anche locale o di piccolo cabotaggio, imprimendo una feroce sostituzione rispetto ai camionisti italiani. Dopo il lockdown del 2020 e la ripresa delle consegne, in Italia ci siamo trovati senza autisti. Quelli dell’Est sono tornati a casa beneficiando anche degli aumenti di stipendi in patria. Risultato, il mercato e i prezzi sono stati cannibalizzati e non si trovano autisti. Il salario minimo che piace al Pd, a Bruxelles e ai 5 stelle in un contesto variegato come quello Ue (in Bulgaria si superano di poco i 300 euro al mese) non potrà che favorire il dumping e l’arrivo continuo di lavoratori extracomunitari. Nel frattempo le nostre aziende saranno ancora meno competitive, soffocate dalle tasse e da quei 6,7 miliardi che sono il costo del salario minimo.
«Meglio usare i contratti collettivi»
Il salario minimo serve a poco. Bisogna alzare i minimi salariali all’interno dei contratti collettivi. A parlarne con La Verità è Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis e presidente di Assosomm, l’associazione italiana delle agenzie per il lavoro.
Il salario minimo funzionerà in Italia secondo lei?
«Io non credo che sia la soluzione per il mondo del lavoro italiano, che è già normato dai contratti collettivi nazionali. Questi ultimi regolamentano un salario in base al livello. Un quarto livello del commercio, ad esempio, ha dei minimi molto chiari e così via. Quello che fa la differenza è la competenza, se si è o meno al primo impiego e altre variabili. Non capisco quindi perché ci sia il bisogno di introdurre un salario minimo, quando ci sono già degli accordi collettivi. Se poi i salari sono bassi, aggiorniamo i contratti collettivi nazionali. I sindacati dovrebbero fare la loro parte e fare proposte costruttive, invece di fare spesso solo polemiche. Dovrebbero chiedere un adeguamento all’inflazione e a tutte le difficoltà che stanno vivendo i lavoratori e aggiornare i contratti. Noi come agenzia per il lavoro saremmo felici di avere contratti migliori. Noi siamo obbligati a offrire il contratto di riferimento dell’azienda utilizzatrice e non possiamo decidere quanto dare a un lavoratore in somministrazione. Inoltre, come Assosomm, tra qualche settimana dovremmo rinnovare il nostro contratto collettivo e saremo disponibili a migliorare le condizioni per i lavoratori in arrivo attraverso le agenzie di somministrazione del lavoro».
L’obiettivo del ministro del Lavoro Andrea Orlando è che il salario minimo spinga tutti i salari italiani verso l’alto. Sarà così?
«Purtroppo, questo non sarà possibile. Il ministro deve ricordarsi che un professionista tendenzialmente lavora se c’è un’impresa che fa profitto e se c’è un datore di lavoro che assume le persone. La verità è che bisogna trovare il giusto equilibrio tra le esigenze dei lavoratori e quelle dell’imprenditore. È chiaro che nessuno, in teoria, si può dire sfavorevole all’aumento dei salari. Il problema è che, per fare ciò, si dovrebbero trovare anche incentivi per i datori di lavoro. Basterebbe, ad esempio, una riduzione del cuneo fiscale. Più semplicemente, basterebbe anche solo che i premi di produttività siano esenti da contribuzione. Non capisco perché si debbano pagare altre tasse se un imprenditore vuole condividere il successo di una azienda con i dipendenti. Non viene mai fatto nulla per le aziende».
Ci dobbiamo attendere un calo dei posti di lavoro?
«Difficile dirlo, non credo. Anche perché si tratta di una norma solo consigliata dall’Unione europea. Il motivo per cui se ne parla è anche perché ci sono le elezioni e in periodo elettorale si parla sempre di lavoro e pensioni. Nella realtà, quello che esploderà sarà il lavoro in nero. Se il salario minimo sarà troppo alto, il rischio è che alcuni imprenditori non daranno nulla di regolare e proporranno lavoro in nero. Alzare troppo l’asticella è pericoloso. Ricordiamoci anche che tanti percettori del reddito di cittadinanza preferiscono il sommerso, così possono continuare a percepire anche il sussidio. Questi aiuti non servono a molto. Questo non è un problema di soldi, è un tema di competenze. Un tornitore o un saldatore in Veneto vengono strapagati. O anche un infermiere specializzato nelle cliniche private. Gli abusi, purtroppo, si verificano spesso in settori dove le competenze richieste sono poche».
Con il salario minimo la situazione potrebbe cambiare?
«In questo caso il problema è che non ci sono incentivi per pagare questi lavoratori in modo regolare. Anche in questo caso il salario basso è solo una parte del problema. Oggi in Italia, ad esempio, l’assunzione di badanti e colf non prevede alcuna detrazione significativa. La soluzione è agire sui contratti collettivi e sulla fiscalità. Noi un sistema che tuteli i lavoratori già ce l’abbiamo ed è uno dei più avanzati in Europa. Quello che serve è che venga rispettato».
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L’Ue che oggi approva la direttiva è la stessa che ha impedito a Parigi di combattere la concorrenza sleale dei camionisti dell’Est imponendo loro paghe più alte. La norma costerà 6,7 miliardi alle aziende italiane.L’ad di Openjobmetis e presidente di Assosomm: «Per aumentare i compensi basta aggiornare le intese esistenti e tagliare il cuneo. Invece si favorisce il nero».Lo speciale contiene due articoli.L’Unione europea ha deciso. Salario minimo obbligatorio per legge. Farà pressioni finché l’Italia non si sarà adeguata. Anche se l’attività di lobby non sarà certo ardua. Pd, 5 stelle, Leu e Cgil sono già pronti a festeggiare. La terza carica dello Stato, il presidente della Camera Roberto Fico, ha detto che non c’è tempo da perdere. Il salario minimo va approvato entro l’anno. Poco importa se a pagare saranno le aziende, le quali si troveranno a sborsare (in caso vengano riconosciuti 9 euro l’ora) 6,7 miliardi di oneri aggiuntivi. Poco importa se il rischio concreto è quello di perdere posti di lavoro e di continuare a ignorare la fascia più debole dei lavoratori. Bisogna ricordare infatti che gli autonomi e tutti i lavoratori della gig economy resterebbero comunque tagliati fuori. Basta infatti prendere ad esempio la Francia (metro di paragone usato spesso al di qua delle Alpi) per capire che il salario minimo non è una panacea se in parallelo non si riforma l’intero mercato del lavoro. Innanzitutto, all’incirca 4 milioni di lavoratori francesi sono comunque esclusi dallo Smic, la sigla che rappresenta il salario minimo. Inoltre il contesto francese della rappresentanza (prima del 2015) era decisamente diverso da quello italiano. Nel nostro caso all’incirca il 98% di chi presta lavoro subordinato è coperto da contrattazione collettiva. In molti casi è ferma da anni, per il fatto che le esigenze dei lavoratori vanno integrate a livello aziendale e di seconda fascia. Ciò che il salario minimo rischierebbe invece di appiattire. Anche dal punto di vista dell’importo da incassare, l’Italia non è posizionata per nulla male. Sulla base delle ultime informazioni disponibili del 2017, per i Paesi europei in cui è stato istituito il salario minimo è possibile osservare il suo peso sui salari medi mensili. Il range è compreso tra il 51,7% della Slovenia e il 36,9% della Spagna. In Germania e Regno Unito questa proporzione è pari rispettivamente al 41,4 e 44,6%, mentre per la Francia si attestava nel 2015, ultimo anno disponibile, al 47,1%. Per poi salire successivamente al 54%. Tutto ciò premesso, secondo lo studio Inapp diffuso nel 2019, un salario minimo di 9 euro netti corrisponderebbe, in Italia, al 119% del salario mediano nazionale. Se i 9 euro fossero lordi ce la caveremmo con l’87%. A dimostrazione che l’applicazione della norma in Italia estenderebbe il beneficio a 2 milioni di lavoratori, ma non risolverebbe in alcun modo le situazioni di precariato tanto meno il dumping salariale che è un altro fattore di tensione. Anzi su questo l’Unione europea fa un gioco pericoloso. Quando Emmanuel Macron e Giuseppe Conte si sono parlati sul tema alla fine del 2018 ne è emersa una posizione velleitaria. L’ipotesi era quella di trovare un valore mediano da imporre a tutta l’Unione. Una follia infattibile, aggiungiamo noi, e in ogni caso contraria all’ideologia di Bruxelles. Il paradosso dell’intero impianto sociale Ue sta proprio nel fatto che i Paesi non possano farsi dumping fiscale, ma debbano scontrarsi sul piano giuslavoristico. Quando nel giugno del 2016 Parigi decise di imporre ai camionisti stranieri il proprio salario minimo, la Commissione aprì un procedimento legale contro la Francia. A protestare furono i trasportatori dell’Est. Secondo loro pagare di più i trasportatori avrebbe significato un aggravio di costi tale da mettere in grande difficoltà le aziende di trasporto, con il rischio di fallimento.La protesta ufficiale presentata al Consiglio dei ministri dei trasporti Ue dalla Polonia, appoggiata da altri dieci Paesi dell’Unione, portò alla condanna da parte della Commissione contro le norme attuate per limitare il dumping sociale dei conducenti di camion stranieri. «Il principio di un salario minimo è legittimo», motivò la Commissione, «ma la sua applicazione sistematica limita la libertà nella fornitura dei servizi e della libera circolazione delle merci». Il criterio che spinse Parigi era lo stesso che avrebbe dovuto spingere i nostri legislatori. Invece in Italia è successo il contrario. Migliaia di autisti e camionisti dell’Est hanno prima invaso il mercato del trasporto internazionale e poi quello anche locale o di piccolo cabotaggio, imprimendo una feroce sostituzione rispetto ai camionisti italiani. Dopo il lockdown del 2020 e la ripresa delle consegne, in Italia ci siamo trovati senza autisti. Quelli dell’Est sono tornati a casa beneficiando anche degli aumenti di stipendi in patria. Risultato, il mercato e i prezzi sono stati cannibalizzati e non si trovano autisti. Il salario minimo che piace al Pd, a Bruxelles e ai 5 stelle in un contesto variegato come quello Ue (in Bulgaria si superano di poco i 300 euro al mese) non potrà che favorire il dumping e l’arrivo continuo di lavoratori extracomunitari. Nel frattempo le nostre aziende saranno ancora meno competitive, soffocate dalle tasse e da quei 6,7 miliardi che sono il costo del salario minimo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bruxelles-dice-si-al-salario-minimo-ma-nega-la-sovranita-sugli-stipendi-2657473354.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meglio-usare-i-contratti-collettivi" data-post-id="2657473354" data-published-at="1654662590" data-use-pagination="False"> «Meglio usare i contratti collettivi» Il salario minimo serve a poco. Bisogna alzare i minimi salariali all’interno dei contratti collettivi. A parlarne con La Verità è Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis e presidente di Assosomm, l’associazione italiana delle agenzie per il lavoro. Il salario minimo funzionerà in Italia secondo lei? «Io non credo che sia la soluzione per il mondo del lavoro italiano, che è già normato dai contratti collettivi nazionali. Questi ultimi regolamentano un salario in base al livello. Un quarto livello del commercio, ad esempio, ha dei minimi molto chiari e così via. Quello che fa la differenza è la competenza, se si è o meno al primo impiego e altre variabili. Non capisco quindi perché ci sia il bisogno di introdurre un salario minimo, quando ci sono già degli accordi collettivi. Se poi i salari sono bassi, aggiorniamo i contratti collettivi nazionali. I sindacati dovrebbero fare la loro parte e fare proposte costruttive, invece di fare spesso solo polemiche. Dovrebbero chiedere un adeguamento all’inflazione e a tutte le difficoltà che stanno vivendo i lavoratori e aggiornare i contratti. Noi come agenzia per il lavoro saremmo felici di avere contratti migliori. Noi siamo obbligati a offrire il contratto di riferimento dell’azienda utilizzatrice e non possiamo decidere quanto dare a un lavoratore in somministrazione. Inoltre, come Assosomm, tra qualche settimana dovremmo rinnovare il nostro contratto collettivo e saremo disponibili a migliorare le condizioni per i lavoratori in arrivo attraverso le agenzie di somministrazione del lavoro». L’obiettivo del ministro del Lavoro Andrea Orlando è che il salario minimo spinga tutti i salari italiani verso l’alto. Sarà così? «Purtroppo, questo non sarà possibile. Il ministro deve ricordarsi che un professionista tendenzialmente lavora se c’è un’impresa che fa profitto e se c’è un datore di lavoro che assume le persone. La verità è che bisogna trovare il giusto equilibrio tra le esigenze dei lavoratori e quelle dell’imprenditore. È chiaro che nessuno, in teoria, si può dire sfavorevole all’aumento dei salari. Il problema è che, per fare ciò, si dovrebbero trovare anche incentivi per i datori di lavoro. Basterebbe, ad esempio, una riduzione del cuneo fiscale. Più semplicemente, basterebbe anche solo che i premi di produttività siano esenti da contribuzione. Non capisco perché si debbano pagare altre tasse se un imprenditore vuole condividere il successo di una azienda con i dipendenti. Non viene mai fatto nulla per le aziende». Ci dobbiamo attendere un calo dei posti di lavoro? «Difficile dirlo, non credo. Anche perché si tratta di una norma solo consigliata dall’Unione europea. Il motivo per cui se ne parla è anche perché ci sono le elezioni e in periodo elettorale si parla sempre di lavoro e pensioni. Nella realtà, quello che esploderà sarà il lavoro in nero. Se il salario minimo sarà troppo alto, il rischio è che alcuni imprenditori non daranno nulla di regolare e proporranno lavoro in nero. Alzare troppo l’asticella è pericoloso. Ricordiamoci anche che tanti percettori del reddito di cittadinanza preferiscono il sommerso, così possono continuare a percepire anche il sussidio. Questi aiuti non servono a molto. Questo non è un problema di soldi, è un tema di competenze. Un tornitore o un saldatore in Veneto vengono strapagati. O anche un infermiere specializzato nelle cliniche private. Gli abusi, purtroppo, si verificano spesso in settori dove le competenze richieste sono poche». Con il salario minimo la situazione potrebbe cambiare? «In questo caso il problema è che non ci sono incentivi per pagare questi lavoratori in modo regolare. Anche in questo caso il salario basso è solo una parte del problema. Oggi in Italia, ad esempio, l’assunzione di badanti e colf non prevede alcuna detrazione significativa. La soluzione è agire sui contratti collettivi e sulla fiscalità. Noi un sistema che tuteli i lavoratori già ce l’abbiamo ed è uno dei più avanzati in Europa. Quello che serve è che venga rispettato».
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.