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2022-06-08
Bruxelles dice sì al salario minimo ma nega la sovranità sugli stipendi
Ursula von der Leyen (Ansa)
L’Unione europea ha deciso. Salario minimo obbligatorio per legge. Farà pressioni finché l’Italia non si sarà adeguata. Anche se l’attività di lobby non sarà certo ardua. Pd, 5 stelle, Leu e Cgil sono già pronti a festeggiare. La terza carica dello Stato, il presidente della Camera Roberto Fico, ha detto che non c’è tempo da perdere. Il salario minimo va approvato entro l’anno. Poco importa se a pagare saranno le aziende, le quali si troveranno a sborsare (in caso vengano riconosciuti 9 euro l’ora) 6,7 miliardi di oneri aggiuntivi. Poco importa se il rischio concreto è quello di perdere posti di lavoro e di continuare a ignorare la fascia più debole dei lavoratori. Bisogna ricordare infatti che gli autonomi e tutti i lavoratori della gig economy resterebbero comunque tagliati fuori.
Basta infatti prendere ad esempio la Francia (metro di paragone usato spesso al di qua delle Alpi) per capire che il salario minimo non è una panacea se in parallelo non si riforma l’intero mercato del lavoro.
Innanzitutto, all’incirca 4 milioni di lavoratori francesi sono comunque esclusi dallo Smic, la sigla che rappresenta il salario minimo. Inoltre il contesto francese della rappresentanza (prima del 2015) era decisamente diverso da quello italiano. Nel nostro caso all’incirca il 98% di chi presta lavoro subordinato è coperto da contrattazione collettiva. In molti casi è ferma da anni, per il fatto che le esigenze dei lavoratori vanno integrate a livello aziendale e di seconda fascia. Ciò che il salario minimo rischierebbe invece di appiattire. Anche dal punto di vista dell’importo da incassare, l’Italia non è posizionata per nulla male. Sulla base delle ultime informazioni disponibili del 2017, per i Paesi europei in cui è stato istituito il salario minimo è possibile osservare il suo peso sui salari medi mensili. Il range è compreso tra il 51,7% della Slovenia e il 36,9% della Spagna. In Germania e Regno Unito questa proporzione è pari rispettivamente al 41,4 e 44,6%, mentre per la Francia si attestava nel 2015, ultimo anno disponibile, al 47,1%. Per poi salire successivamente al 54%. Tutto ciò premesso, secondo lo studio Inapp diffuso nel 2019, un salario minimo di 9 euro netti corrisponderebbe, in Italia, al 119% del salario mediano nazionale. Se i 9 euro fossero lordi ce la caveremmo con l’87%. A dimostrazione che l’applicazione della norma in Italia estenderebbe il beneficio a 2 milioni di lavoratori, ma non risolverebbe in alcun modo le situazioni di precariato tanto meno il dumping salariale che è un altro fattore di tensione. Anzi su questo l’Unione europea fa un gioco pericoloso. Quando Emmanuel Macron e Giuseppe Conte si sono parlati sul tema alla fine del 2018 ne è emersa una posizione velleitaria. L’ipotesi era quella di trovare un valore mediano da imporre a tutta l’Unione. Una follia infattibile, aggiungiamo noi, e in ogni caso contraria all’ideologia di Bruxelles. Il paradosso dell’intero impianto sociale Ue sta proprio nel fatto che i Paesi non possano farsi dumping fiscale, ma debbano scontrarsi sul piano giuslavoristico.
Quando nel giugno del 2016 Parigi decise di imporre ai camionisti stranieri il proprio salario minimo, la Commissione aprì un procedimento legale contro la Francia. A protestare furono i trasportatori dell’Est. Secondo loro pagare di più i trasportatori avrebbe significato un aggravio di costi tale da mettere in grande difficoltà le aziende di trasporto, con il rischio di fallimento.
La protesta ufficiale presentata al Consiglio dei ministri dei trasporti Ue dalla Polonia, appoggiata da altri dieci Paesi dell’Unione, portò alla condanna da parte della Commissione contro le norme attuate per limitare il dumping sociale dei conducenti di camion stranieri. «Il principio di un salario minimo è legittimo», motivò la Commissione, «ma la sua applicazione sistematica limita la libertà nella fornitura dei servizi e della libera circolazione delle merci». Il criterio che spinse Parigi era lo stesso che avrebbe dovuto spingere i nostri legislatori. Invece in Italia è successo il contrario. Migliaia di autisti e camionisti dell’Est hanno prima invaso il mercato del trasporto internazionale e poi quello anche locale o di piccolo cabotaggio, imprimendo una feroce sostituzione rispetto ai camionisti italiani. Dopo il lockdown del 2020 e la ripresa delle consegne, in Italia ci siamo trovati senza autisti. Quelli dell’Est sono tornati a casa beneficiando anche degli aumenti di stipendi in patria. Risultato, il mercato e i prezzi sono stati cannibalizzati e non si trovano autisti. Il salario minimo che piace al Pd, a Bruxelles e ai 5 stelle in un contesto variegato come quello Ue (in Bulgaria si superano di poco i 300 euro al mese) non potrà che favorire il dumping e l’arrivo continuo di lavoratori extracomunitari. Nel frattempo le nostre aziende saranno ancora meno competitive, soffocate dalle tasse e da quei 6,7 miliardi che sono il costo del salario minimo.
«Meglio usare i contratti collettivi»
Il salario minimo serve a poco. Bisogna alzare i minimi salariali all’interno dei contratti collettivi. A parlarne con La Verità è Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis e presidente di Assosomm, l’associazione italiana delle agenzie per il lavoro.
Il salario minimo funzionerà in Italia secondo lei?
«Io non credo che sia la soluzione per il mondo del lavoro italiano, che è già normato dai contratti collettivi nazionali. Questi ultimi regolamentano un salario in base al livello. Un quarto livello del commercio, ad esempio, ha dei minimi molto chiari e così via. Quello che fa la differenza è la competenza, se si è o meno al primo impiego e altre variabili. Non capisco quindi perché ci sia il bisogno di introdurre un salario minimo, quando ci sono già degli accordi collettivi. Se poi i salari sono bassi, aggiorniamo i contratti collettivi nazionali. I sindacati dovrebbero fare la loro parte e fare proposte costruttive, invece di fare spesso solo polemiche. Dovrebbero chiedere un adeguamento all’inflazione e a tutte le difficoltà che stanno vivendo i lavoratori e aggiornare i contratti. Noi come agenzia per il lavoro saremmo felici di avere contratti migliori. Noi siamo obbligati a offrire il contratto di riferimento dell’azienda utilizzatrice e non possiamo decidere quanto dare a un lavoratore in somministrazione. Inoltre, come Assosomm, tra qualche settimana dovremmo rinnovare il nostro contratto collettivo e saremo disponibili a migliorare le condizioni per i lavoratori in arrivo attraverso le agenzie di somministrazione del lavoro».
L’obiettivo del ministro del Lavoro Andrea Orlando è che il salario minimo spinga tutti i salari italiani verso l’alto. Sarà così?
«Purtroppo, questo non sarà possibile. Il ministro deve ricordarsi che un professionista tendenzialmente lavora se c’è un’impresa che fa profitto e se c’è un datore di lavoro che assume le persone. La verità è che bisogna trovare il giusto equilibrio tra le esigenze dei lavoratori e quelle dell’imprenditore. È chiaro che nessuno, in teoria, si può dire sfavorevole all’aumento dei salari. Il problema è che, per fare ciò, si dovrebbero trovare anche incentivi per i datori di lavoro. Basterebbe, ad esempio, una riduzione del cuneo fiscale. Più semplicemente, basterebbe anche solo che i premi di produttività siano esenti da contribuzione. Non capisco perché si debbano pagare altre tasse se un imprenditore vuole condividere il successo di una azienda con i dipendenti. Non viene mai fatto nulla per le aziende».
Ci dobbiamo attendere un calo dei posti di lavoro?
«Difficile dirlo, non credo. Anche perché si tratta di una norma solo consigliata dall’Unione europea. Il motivo per cui se ne parla è anche perché ci sono le elezioni e in periodo elettorale si parla sempre di lavoro e pensioni. Nella realtà, quello che esploderà sarà il lavoro in nero. Se il salario minimo sarà troppo alto, il rischio è che alcuni imprenditori non daranno nulla di regolare e proporranno lavoro in nero. Alzare troppo l’asticella è pericoloso. Ricordiamoci anche che tanti percettori del reddito di cittadinanza preferiscono il sommerso, così possono continuare a percepire anche il sussidio. Questi aiuti non servono a molto. Questo non è un problema di soldi, è un tema di competenze. Un tornitore o un saldatore in Veneto vengono strapagati. O anche un infermiere specializzato nelle cliniche private. Gli abusi, purtroppo, si verificano spesso in settori dove le competenze richieste sono poche».
Con il salario minimo la situazione potrebbe cambiare?
«In questo caso il problema è che non ci sono incentivi per pagare questi lavoratori in modo regolare. Anche in questo caso il salario basso è solo una parte del problema. Oggi in Italia, ad esempio, l’assunzione di badanti e colf non prevede alcuna detrazione significativa. La soluzione è agire sui contratti collettivi e sulla fiscalità. Noi un sistema che tuteli i lavoratori già ce l’abbiamo ed è uno dei più avanzati in Europa. Quello che serve è che venga rispettato».
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L’Ue che oggi approva la direttiva è la stessa che ha impedito a Parigi di combattere la concorrenza sleale dei camionisti dell’Est imponendo loro paghe più alte. La norma costerà 6,7 miliardi alle aziende italiane.L’ad di Openjobmetis e presidente di Assosomm: «Per aumentare i compensi basta aggiornare le intese esistenti e tagliare il cuneo. Invece si favorisce il nero».Lo speciale contiene due articoli.L’Unione europea ha deciso. Salario minimo obbligatorio per legge. Farà pressioni finché l’Italia non si sarà adeguata. Anche se l’attività di lobby non sarà certo ardua. Pd, 5 stelle, Leu e Cgil sono già pronti a festeggiare. La terza carica dello Stato, il presidente della Camera Roberto Fico, ha detto che non c’è tempo da perdere. Il salario minimo va approvato entro l’anno. Poco importa se a pagare saranno le aziende, le quali si troveranno a sborsare (in caso vengano riconosciuti 9 euro l’ora) 6,7 miliardi di oneri aggiuntivi. Poco importa se il rischio concreto è quello di perdere posti di lavoro e di continuare a ignorare la fascia più debole dei lavoratori. Bisogna ricordare infatti che gli autonomi e tutti i lavoratori della gig economy resterebbero comunque tagliati fuori. Basta infatti prendere ad esempio la Francia (metro di paragone usato spesso al di qua delle Alpi) per capire che il salario minimo non è una panacea se in parallelo non si riforma l’intero mercato del lavoro. Innanzitutto, all’incirca 4 milioni di lavoratori francesi sono comunque esclusi dallo Smic, la sigla che rappresenta il salario minimo. Inoltre il contesto francese della rappresentanza (prima del 2015) era decisamente diverso da quello italiano. Nel nostro caso all’incirca il 98% di chi presta lavoro subordinato è coperto da contrattazione collettiva. In molti casi è ferma da anni, per il fatto che le esigenze dei lavoratori vanno integrate a livello aziendale e di seconda fascia. Ciò che il salario minimo rischierebbe invece di appiattire. Anche dal punto di vista dell’importo da incassare, l’Italia non è posizionata per nulla male. Sulla base delle ultime informazioni disponibili del 2017, per i Paesi europei in cui è stato istituito il salario minimo è possibile osservare il suo peso sui salari medi mensili. Il range è compreso tra il 51,7% della Slovenia e il 36,9% della Spagna. In Germania e Regno Unito questa proporzione è pari rispettivamente al 41,4 e 44,6%, mentre per la Francia si attestava nel 2015, ultimo anno disponibile, al 47,1%. Per poi salire successivamente al 54%. Tutto ciò premesso, secondo lo studio Inapp diffuso nel 2019, un salario minimo di 9 euro netti corrisponderebbe, in Italia, al 119% del salario mediano nazionale. Se i 9 euro fossero lordi ce la caveremmo con l’87%. A dimostrazione che l’applicazione della norma in Italia estenderebbe il beneficio a 2 milioni di lavoratori, ma non risolverebbe in alcun modo le situazioni di precariato tanto meno il dumping salariale che è un altro fattore di tensione. Anzi su questo l’Unione europea fa un gioco pericoloso. Quando Emmanuel Macron e Giuseppe Conte si sono parlati sul tema alla fine del 2018 ne è emersa una posizione velleitaria. L’ipotesi era quella di trovare un valore mediano da imporre a tutta l’Unione. Una follia infattibile, aggiungiamo noi, e in ogni caso contraria all’ideologia di Bruxelles. Il paradosso dell’intero impianto sociale Ue sta proprio nel fatto che i Paesi non possano farsi dumping fiscale, ma debbano scontrarsi sul piano giuslavoristico. Quando nel giugno del 2016 Parigi decise di imporre ai camionisti stranieri il proprio salario minimo, la Commissione aprì un procedimento legale contro la Francia. A protestare furono i trasportatori dell’Est. Secondo loro pagare di più i trasportatori avrebbe significato un aggravio di costi tale da mettere in grande difficoltà le aziende di trasporto, con il rischio di fallimento.La protesta ufficiale presentata al Consiglio dei ministri dei trasporti Ue dalla Polonia, appoggiata da altri dieci Paesi dell’Unione, portò alla condanna da parte della Commissione contro le norme attuate per limitare il dumping sociale dei conducenti di camion stranieri. «Il principio di un salario minimo è legittimo», motivò la Commissione, «ma la sua applicazione sistematica limita la libertà nella fornitura dei servizi e della libera circolazione delle merci». Il criterio che spinse Parigi era lo stesso che avrebbe dovuto spingere i nostri legislatori. Invece in Italia è successo il contrario. Migliaia di autisti e camionisti dell’Est hanno prima invaso il mercato del trasporto internazionale e poi quello anche locale o di piccolo cabotaggio, imprimendo una feroce sostituzione rispetto ai camionisti italiani. Dopo il lockdown del 2020 e la ripresa delle consegne, in Italia ci siamo trovati senza autisti. Quelli dell’Est sono tornati a casa beneficiando anche degli aumenti di stipendi in patria. Risultato, il mercato e i prezzi sono stati cannibalizzati e non si trovano autisti. Il salario minimo che piace al Pd, a Bruxelles e ai 5 stelle in un contesto variegato come quello Ue (in Bulgaria si superano di poco i 300 euro al mese) non potrà che favorire il dumping e l’arrivo continuo di lavoratori extracomunitari. 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Il salario minimo funzionerà in Italia secondo lei? «Io non credo che sia la soluzione per il mondo del lavoro italiano, che è già normato dai contratti collettivi nazionali. Questi ultimi regolamentano un salario in base al livello. Un quarto livello del commercio, ad esempio, ha dei minimi molto chiari e così via. Quello che fa la differenza è la competenza, se si è o meno al primo impiego e altre variabili. Non capisco quindi perché ci sia il bisogno di introdurre un salario minimo, quando ci sono già degli accordi collettivi. Se poi i salari sono bassi, aggiorniamo i contratti collettivi nazionali. I sindacati dovrebbero fare la loro parte e fare proposte costruttive, invece di fare spesso solo polemiche. Dovrebbero chiedere un adeguamento all’inflazione e a tutte le difficoltà che stanno vivendo i lavoratori e aggiornare i contratti. Noi come agenzia per il lavoro saremmo felici di avere contratti migliori. Noi siamo obbligati a offrire il contratto di riferimento dell’azienda utilizzatrice e non possiamo decidere quanto dare a un lavoratore in somministrazione. Inoltre, come Assosomm, tra qualche settimana dovremmo rinnovare il nostro contratto collettivo e saremo disponibili a migliorare le condizioni per i lavoratori in arrivo attraverso le agenzie di somministrazione del lavoro». L’obiettivo del ministro del Lavoro Andrea Orlando è che il salario minimo spinga tutti i salari italiani verso l’alto. Sarà così? «Purtroppo, questo non sarà possibile. Il ministro deve ricordarsi che un professionista tendenzialmente lavora se c’è un’impresa che fa profitto e se c’è un datore di lavoro che assume le persone. La verità è che bisogna trovare il giusto equilibrio tra le esigenze dei lavoratori e quelle dell’imprenditore. È chiaro che nessuno, in teoria, si può dire sfavorevole all’aumento dei salari. Il problema è che, per fare ciò, si dovrebbero trovare anche incentivi per i datori di lavoro. Basterebbe, ad esempio, una riduzione del cuneo fiscale. Più semplicemente, basterebbe anche solo che i premi di produttività siano esenti da contribuzione. Non capisco perché si debbano pagare altre tasse se un imprenditore vuole condividere il successo di una azienda con i dipendenti. Non viene mai fatto nulla per le aziende». Ci dobbiamo attendere un calo dei posti di lavoro? «Difficile dirlo, non credo. Anche perché si tratta di una norma solo consigliata dall’Unione europea. Il motivo per cui se ne parla è anche perché ci sono le elezioni e in periodo elettorale si parla sempre di lavoro e pensioni. Nella realtà, quello che esploderà sarà il lavoro in nero. Se il salario minimo sarà troppo alto, il rischio è che alcuni imprenditori non daranno nulla di regolare e proporranno lavoro in nero. Alzare troppo l’asticella è pericoloso. Ricordiamoci anche che tanti percettori del reddito di cittadinanza preferiscono il sommerso, così possono continuare a percepire anche il sussidio. Questi aiuti non servono a molto. Questo non è un problema di soldi, è un tema di competenze. Un tornitore o un saldatore in Veneto vengono strapagati. O anche un infermiere specializzato nelle cliniche private. Gli abusi, purtroppo, si verificano spesso in settori dove le competenze richieste sono poche». Con il salario minimo la situazione potrebbe cambiare? «In questo caso il problema è che non ci sono incentivi per pagare questi lavoratori in modo regolare. Anche in questo caso il salario basso è solo una parte del problema. Oggi in Italia, ad esempio, l’assunzione di badanti e colf non prevede alcuna detrazione significativa. La soluzione è agire sui contratti collettivi e sulla fiscalità. Noi un sistema che tuteli i lavoratori già ce l’abbiamo ed è uno dei più avanzati in Europa. Quello che serve è che venga rispettato».
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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