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2023-09-19
Bruxelles si sveglia sulle batterie ma le auto si costruiscono a Pechino
L’Unione Europea potrebbe dipendere dalla Cina per le batterie agli ioni di litio e le celle a combustibile entro il 2030, così come dipendeva dalla Russia per l’energia prima della guerra in Ucraina, a meno che non prenda misure forti. Il documento, rilanciato dall’agenzia Reuters, sarà la base delle discussioni sulla sicurezza economica dell’Europa durante una riunione dei leader dell’Ue a Granada, in Spagna, il prossimo 5 ottobre. Preoccupati dalla crescente affermazione globale e dal peso economico della Cina, i leader discuteranno le proposte della Commissione europea per ridurre il rischio di un’eccessiva dipendenza dell’Europa dalla Cina e la necessità di una diversificazione verso l’Africa e l’America Latina. Ben svegliati, ci sentiremmo di aggiungere considerato che La Verità scrive ormai da mesi sul rischio dipendenza dalle batterie cinesi. A scoppio ritardato se ne sono accorti anche a Bruxelles. E ora il documento riportato da Reuters afferma che, a causa della natura intermittente delle fonti di energia rinnovabile come il solare o l’eolico, l’Europa avrà bisogno di modi per immagazzinare l’energia per raggiungere l’obiettivo di emissioni nette di anidride carbonica pari a zero entro il 2050. «Questo farà salire alle stelle la nostra domanda di batterie agli ioni di litio, celle a combustibile ed elettrolizzatori, che si prevede si moltiplicherà tra le dieci e le trenta volte nei prossimi anni», si legge nel testo preparato dalla presidenza spagnola della Ue. Che detiene una posizione di forza nelle fasi intermedie e di assemblaggio della produzione di elettrolizzatori, con una quota di mercato globale superiore al 50%, ma dipende fortemente dalla Cina per le celle a combustibile e le batterie agli ioni di litio, fondamentali per i veicoli elettrici. «Senza l’attuazione di misure incisive, entro il 2030 l’ecosistema energetico europeo potrebbe avere una dipendenza dalla Cina di natura diversa, ma con una gravità simile, a quella che aveva dalla Russia prima dell’invasione dell’Ucraina».
Secondo la Commissione europea, nel 2021, l’anno precedente all’invasione russa dell’Ucraina, l’Ue ha preso dalla Russia più del 40% del suo consumo totale di gas, il 27% delle importazioni di petrolio e il 46% delle importazioni di carbone. L’interruzione della maggior parte degli acquisti di energia dalla Russia ha causato uno shock dei prezzi energetici nell’Ue e un’impennata dell’inflazione al consumo, costringendo la Bce ad aumentare bruscamente i tassi di interesse in un’azione che ha frenato la crescita economica.
Ma quello delle batterie, purtroppo, è solo una minima parte del problema. L’Europa, oltre ad avere reazioni tardive, sta guardando alla pagliuzza nell’occhio senza accorgersi della trave della produzione. Ovvero che le fabbriche sono tutte in Cina. Ad alimentare la dipendenza da Pechino, infatti, c’è il tema del cosiddetto reshoring e della delocalizzazione. Da un lato, dunque, il nodo tecnologico delle batterie e dall’altro quello produttivo, nel senso che l’Europa non produce abbastanza auto elettriche.
Le grandi case automobilistiche occidentali continuano a far costruire dai loro omologhi cinesi (che poi demonizzano e fanno finta di voler combattere) un’altissima percentuale delle vetture che poi vengono vendute nel Vecchio Continente. Basta visitare le fabbriche di Chengdu, Wuhan, o Wuhu per rendersene conto. Da lì escono il 58% delle Volvo, il 47% delle Tesla, il 38% delle Volkswagen, il 27% delle Bmw, il 25% delle Mercedes, il 35% delle Land Rover che noi guidiamo sulle nostre strade. A queste percentuali poi si aggiunge il fatto che il 90% delle batterie montate sulle auto elettriche dei costruttori di casa nostra arrivano dall’Oriente. La settimana scorsa, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Ursula von Der Leyen ha annunciato l’avvio di un’indagine anti-sovvenzioni nel settore elettrico dei veicoli provenienti dalla Cina. «I mercati globali sono inondati di auto elettriche cinesi più economiche», a prezzi «mantenuti artificialmente bassi da ingenti sussidi statali. Questo distorce il nostro mercato», ha detto giustamente. Il problema è che - come dimostrano le percentuali riportate nella tabella - molti manager dell’automotive sembrano lamentarsi con la Commissione Ue di danni che loro stessi hanno contribuito a creare.
Nel frattempo, secondo il documento della presidenza spagnola, le batterie agli ioni di litio e le celle a combustibile non sono l’unica area di vulnerabilità della Ue. «Uno scenario simile potrebbe verificarsi nel settore delle tecnologie digitali», si legge nel documento. «Le previsioni indicano che la domanda di dispositivi digitali come sensori, droni, server di dati, apparecchiature di archiviazione e reti di trasmissione dati aumenterà notevolmente in questo decennio». Entro il 2030, questa dipendenza dall’estero potrebbe ostacolare seriamente gli aumenti di produttività di cui l’industria e il settore dei servizi europei hanno urgentemente bisogno e potrebbe impedire la modernizzazione dei sistemi agricoli.
Si ferma Melfi: mancano i materiali
Lavoratori di Stellantis in sciopero per l’incertezza che riguarda il settore delle quattro ruote e per la mancanza di componenti delle auto elettriche. In particolare, ad aver incrociato le braccia sono i lavoratori dello stabilimento di Melfi in Basilicata. La manifestazione guidata dai sindacati di Cisl, Uil, Fismic e Ugl è durata otto ore. I lavoratori si sono detti «insoddisfatti» delle trattative che riguardano il quinto modello da realizzare nello stabilimento lucano. Oltre a quello di Melfi, lo sciopero (partito ieri alle 10 di mattina) ha interessato tutti i turni di lavoro e tutte le fabbriche della provincia di Potenza. Inoltre, una scarsa organizzazione nella filiera produttiva avrebbe portato a uno stop degli arrivi di alcuni componenti, fatto che avrebbe bloccato la produzione dell’impianto lucano.
«È stata altissima l’adesione allo sciopero al primo turno allo stabilimento Stellantis di Melfi e dell’indotto e in tutte le aziende automotive del territorio. Nello stabilimento Stellantis di Melfi la produzione è totalmente ferma», si legge in un comunicato pubblicato su Facebook, della Fiom Cgil Nazionale e Fiom Cgil Basilicata. Nel dettaglio, lo sciopero è legato alle mancate risposte dell’azienda sull’organizzazione del lavoro, su sicurezza e carichi di lavoro. «La Fiom chiede migliori condizioni di lavoro, un piano concreto per la produzione e garanzie occupazionali per i lavoratori di Stellantis, indotto e logistica», si legge.
«Nel mirino della protesta dei sindacati ci sono il governo, la Regione Basilicata e Stellantis», spiegava una nota sottoscritta dai sindacati venerdì scorso per annunciare la protesta avvenuta ieri. Obiettivo è «protestare contro la situazione di incertezza che si trascina ormai da diverso tempo e non più sostenibile per i lavoratori», spiegano i rappresentanti di Fim-Cisl, Uilm, Fismic e Ugl metalmeccanici.
Oggi alle 17 i sindacati incontreranno i vertici di Stellantis per decidere come riorganizzare gli stabilimenti e le strutture di approvvigionamento dei componenti.
In effetti, ieri hanno aderito all’iniziativa tra il 90 e il 100% dei lavoratori di Melfi, anche se Stellantis parla di una quota di circa il 25%. «È importante essere qui per ribadire a Stellantis che i patti si rispettano e per dire al governo che i tavoli sono utili se producono risultati concreti in termini di politiche e investimenti per il settore», ha detto ieri il segretario generale della Cisl Basilicata, Vincenzo Cavallo, secondo cui «qui a Melfi si gioca il futuro di tutta la nostra regione la cui economia dipende fortemente dalla presenza di questo importante sito industriale. La transizione verso la mobilità elettrica è una sfida che va accompagnata con investimenti concreti su occupazione, filiere, ricerca e sviluppo. Senza questi investimenti l'obiettivo del milione di vetture che il governo si è dato nelle interlocuzioni con Stellantis rischia di essere irrealistico».
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A ottobre i leader dell’Unione si incontreranno per cercare soluzioni al rischio dipendenza. Meglio tardi che mai. Il vero problema è che le case occidentali continuano a produrre buona parte delle loro vetture in Oriente.Sciopero dei lavoratori dello stabilimento Stellantis a Melfi: la situazione di incertezza sugli investimenti va avanti da troppo tempo. Non ci sono i componenti per l’elettrico.Lo speciale contiene due articoli.L’Unione Europea potrebbe dipendere dalla Cina per le batterie agli ioni di litio e le celle a combustibile entro il 2030, così come dipendeva dalla Russia per l’energia prima della guerra in Ucraina, a meno che non prenda misure forti. Il documento, rilanciato dall’agenzia Reuters, sarà la base delle discussioni sulla sicurezza economica dell’Europa durante una riunione dei leader dell’Ue a Granada, in Spagna, il prossimo 5 ottobre. Preoccupati dalla crescente affermazione globale e dal peso economico della Cina, i leader discuteranno le proposte della Commissione europea per ridurre il rischio di un’eccessiva dipendenza dell’Europa dalla Cina e la necessità di una diversificazione verso l’Africa e l’America Latina. Ben svegliati, ci sentiremmo di aggiungere considerato che La Verità scrive ormai da mesi sul rischio dipendenza dalle batterie cinesi. A scoppio ritardato se ne sono accorti anche a Bruxelles. E ora il documento riportato da Reuters afferma che, a causa della natura intermittente delle fonti di energia rinnovabile come il solare o l’eolico, l’Europa avrà bisogno di modi per immagazzinare l’energia per raggiungere l’obiettivo di emissioni nette di anidride carbonica pari a zero entro il 2050. «Questo farà salire alle stelle la nostra domanda di batterie agli ioni di litio, celle a combustibile ed elettrolizzatori, che si prevede si moltiplicherà tra le dieci e le trenta volte nei prossimi anni», si legge nel testo preparato dalla presidenza spagnola della Ue. Che detiene una posizione di forza nelle fasi intermedie e di assemblaggio della produzione di elettrolizzatori, con una quota di mercato globale superiore al 50%, ma dipende fortemente dalla Cina per le celle a combustibile e le batterie agli ioni di litio, fondamentali per i veicoli elettrici. «Senza l’attuazione di misure incisive, entro il 2030 l’ecosistema energetico europeo potrebbe avere una dipendenza dalla Cina di natura diversa, ma con una gravità simile, a quella che aveva dalla Russia prima dell’invasione dell’Ucraina».Secondo la Commissione europea, nel 2021, l’anno precedente all’invasione russa dell’Ucraina, l’Ue ha preso dalla Russia più del 40% del suo consumo totale di gas, il 27% delle importazioni di petrolio e il 46% delle importazioni di carbone. L’interruzione della maggior parte degli acquisti di energia dalla Russia ha causato uno shock dei prezzi energetici nell’Ue e un’impennata dell’inflazione al consumo, costringendo la Bce ad aumentare bruscamente i tassi di interesse in un’azione che ha frenato la crescita economica.Ma quello delle batterie, purtroppo, è solo una minima parte del problema. L’Europa, oltre ad avere reazioni tardive, sta guardando alla pagliuzza nell’occhio senza accorgersi della trave della produzione. Ovvero che le fabbriche sono tutte in Cina. Ad alimentare la dipendenza da Pechino, infatti, c’è il tema del cosiddetto reshoring e della delocalizzazione. Da un lato, dunque, il nodo tecnologico delle batterie e dall’altro quello produttivo, nel senso che l’Europa non produce abbastanza auto elettriche.Le grandi case automobilistiche occidentali continuano a far costruire dai loro omologhi cinesi (che poi demonizzano e fanno finta di voler combattere) un’altissima percentuale delle vetture che poi vengono vendute nel Vecchio Continente. Basta visitare le fabbriche di Chengdu, Wuhan, o Wuhu per rendersene conto. Da lì escono il 58% delle Volvo, il 47% delle Tesla, il 38% delle Volkswagen, il 27% delle Bmw, il 25% delle Mercedes, il 35% delle Land Rover che noi guidiamo sulle nostre strade. A queste percentuali poi si aggiunge il fatto che il 90% delle batterie montate sulle auto elettriche dei costruttori di casa nostra arrivano dall’Oriente. La settimana scorsa, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, Ursula von Der Leyen ha annunciato l’avvio di un’indagine anti-sovvenzioni nel settore elettrico dei veicoli provenienti dalla Cina. «I mercati globali sono inondati di auto elettriche cinesi più economiche», a prezzi «mantenuti artificialmente bassi da ingenti sussidi statali. Questo distorce il nostro mercato», ha detto giustamente. Il problema è che - come dimostrano le percentuali riportate nella tabella - molti manager dell’automotive sembrano lamentarsi con la Commissione Ue di danni che loro stessi hanno contribuito a creare.Nel frattempo, secondo il documento della presidenza spagnola, le batterie agli ioni di litio e le celle a combustibile non sono l’unica area di vulnerabilità della Ue. «Uno scenario simile potrebbe verificarsi nel settore delle tecnologie digitali», si legge nel documento. «Le previsioni indicano che la domanda di dispositivi digitali come sensori, droni, server di dati, apparecchiature di archiviazione e reti di trasmissione dati aumenterà notevolmente in questo decennio». Entro il 2030, questa dipendenza dall’estero potrebbe ostacolare seriamente gli aumenti di produttività di cui l’industria e il settore dei servizi europei hanno urgentemente bisogno e potrebbe impedire la modernizzazione dei sistemi agricoli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bruxelles-batterie-auto-costruiscono-pechino-2665618733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-ferma-melfi-mancano-i-materiali" data-post-id="2665618733" data-published-at="1695113679" data-use-pagination="False"> Si ferma Melfi: mancano i materiali Lavoratori di Stellantis in sciopero per l’incertezza che riguarda il settore delle quattro ruote e per la mancanza di componenti delle auto elettriche. In particolare, ad aver incrociato le braccia sono i lavoratori dello stabilimento di Melfi in Basilicata. La manifestazione guidata dai sindacati di Cisl, Uil, Fismic e Ugl è durata otto ore. I lavoratori si sono detti «insoddisfatti» delle trattative che riguardano il quinto modello da realizzare nello stabilimento lucano. Oltre a quello di Melfi, lo sciopero (partito ieri alle 10 di mattina) ha interessato tutti i turni di lavoro e tutte le fabbriche della provincia di Potenza. Inoltre, una scarsa organizzazione nella filiera produttiva avrebbe portato a uno stop degli arrivi di alcuni componenti, fatto che avrebbe bloccato la produzione dell’impianto lucano. «È stata altissima l’adesione allo sciopero al primo turno allo stabilimento Stellantis di Melfi e dell’indotto e in tutte le aziende automotive del territorio. Nello stabilimento Stellantis di Melfi la produzione è totalmente ferma», si legge in un comunicato pubblicato su Facebook, della Fiom Cgil Nazionale e Fiom Cgil Basilicata. Nel dettaglio, lo sciopero è legato alle mancate risposte dell’azienda sull’organizzazione del lavoro, su sicurezza e carichi di lavoro. «La Fiom chiede migliori condizioni di lavoro, un piano concreto per la produzione e garanzie occupazionali per i lavoratori di Stellantis, indotto e logistica», si legge. «Nel mirino della protesta dei sindacati ci sono il governo, la Regione Basilicata e Stellantis», spiegava una nota sottoscritta dai sindacati venerdì scorso per annunciare la protesta avvenuta ieri. Obiettivo è «protestare contro la situazione di incertezza che si trascina ormai da diverso tempo e non più sostenibile per i lavoratori», spiegano i rappresentanti di Fim-Cisl, Uilm, Fismic e Ugl metalmeccanici. Oggi alle 17 i sindacati incontreranno i vertici di Stellantis per decidere come riorganizzare gli stabilimenti e le strutture di approvvigionamento dei componenti. In effetti, ieri hanno aderito all’iniziativa tra il 90 e il 100% dei lavoratori di Melfi, anche se Stellantis parla di una quota di circa il 25%. «È importante essere qui per ribadire a Stellantis che i patti si rispettano e per dire al governo che i tavoli sono utili se producono risultati concreti in termini di politiche e investimenti per il settore», ha detto ieri il segretario generale della Cisl Basilicata, Vincenzo Cavallo, secondo cui «qui a Melfi si gioca il futuro di tutta la nostra regione la cui economia dipende fortemente dalla presenza di questo importante sito industriale. La transizione verso la mobilità elettrica è una sfida che va accompagnata con investimenti concreti su occupazione, filiere, ricerca e sviluppo. Senza questi investimenti l'obiettivo del milione di vetture che il governo si è dato nelle interlocuzioni con Stellantis rischia di essere irrealistico».
Sergio Mattarella (Getty Images)
Il «Picconatore» si oppose alla pretesa di trasformare il Consiglio superiore in una specie di terza Camera dello Stato e ritenne che l’intervento a gamba tesa di un ristretto gruppo di magistrati nei confronti del capo del governo fosse ai limiti dell’insurrezione e al di fuori dei poteri previsti dalla Costituzione.
Ma appunto quella di Cossiga fu un’azione che appartiene a una stagione passata, perché adesso, qualsiasi cosa faccia o decida il Csm non trova un altolà da parte del Quirinale, ma semmai un via libera. Lo si è visto anche ieri, quando a sorpresa Mattarella ha deciso di partecipare al plenum del Consiglio superiore della magistratura. Pur essendone il presidente, il capo dello Stato non è mai stato presente alle riunioni dell’organo di autogoverno. I suoi interventi del resto sono limitati alle occasioni in cui il Colle ha qualche messaggio da recapitare. E ieri di certo ce n’era uno importante, da rendere noto proprio nel mezzo della polemica politica in vista del referendum. Ma Mattarella non è andato a Palazzo dei Marescialli per rimettere in riga le toghe e per ribadire che al pari di tanti altri anche i magistrati sono servitori dello Stato, i quali pur se tutelati da indipendenza e autonomia garantita dalla Costituzione devono rispettare e applicare le leggi della Repubblica. No, il presidente ha voluto presiedere il plenum per ribadire il suo sostegno all’organismo di autogoverno dei magistrati, ma soprattutto per dare una botta al governo, che proprio in questi giorni è impegnato in una campagna referendaria sulla riforma della giustizia.
Il capo dello Stato non ha sentito il bisogno di replicare al procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, il quale ha detto che massoni, indagati e imputati voteranno Sì alla riforma, arruolando dunque nel malaffare chiunque non si opponga come lui alla separazione delle carriere. No, il presidente non ha trovato nulla da ridire sul fatto che un importante magistrato considerasse pendagli da forca coloro che non si intruppano nella battaglia dell’Anm contro la legge Nordio. Né ha invocato la presunzione di innocenza per chi pur indagato potrebbe essere vittima della giustizia e da vittima decidere che gli errori dei magistrati debbano essere oggetto di un procedimento disciplinare indipendente, non condizionato dall’appartenenza ad alcuna corrente della quale magari gli stessi pm e giudici facciano parte.
Mattarella invece ha voluto sottolineare «il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio superiore della magistratura», bacchettando dunque, pur senza nominarlo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, colpevole di aver ripetuto ciò che disse un giudice antimafia come Nino Di Matteo, ovvero che la gestione delle nomine degli uffici giudiziari risponde spesso a un sistema molto simile a quello mafioso. Che altro è il Sistema emerso con le intercettazioni a carico dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara se non uno scambio di favori, un traffico di interessi, una lottizzazione della giustizia e una spartizione delle poltrone in nome della legge? Ma di tutto ciò Mattarella non ha parlato. Si è limitato a esercitare quella che i giornali hanno chiamato una «moral suasion energica». Nei confronti delle balle che il fronte del No sta propagandando, dicendo che il governo vuole mettere i pm sotto il controllo della politica? Macché: il richiamo energico è a Palazzo Chigi e al ministro della Giustizia, a cui è chiesto «il rispetto che occorre ribadire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione». Con le sue frasi felpate il presidente non dice di essere schierato in questa battaglia referendaria, da una parte, ossia quella dei magistrati. Ma il suo No anche senza essere stato pronunciato si è sentito forte e chiaro.
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I volenterosi (Ansa)
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, oggi, su mandato del governo e del Parlamento, sarà a Washington per partecipare «in qualità di osservatore» alla riunione inaugurale del Board of peace, l’organismo internazionale voluto da Donald Trump per sovrintendere alla pacificazione e alla ricostruzione di Gaza. Oltre non era possibile andare, perché la nostra Costituzione impedisce all’Italia di partecipare ad organismi sovranazionali se non in condizione di assoluta parità con tutti gli altri Stati membri, cosa che lo statuto di Board of peace non prevede.
Per la sinistra, manco a dirlo, la scelta di essere comunque presenti all’atto costitutivo è una dimostrazione di subordinazione e servilismo nei confronti di Trump, che di quell’organismo è l’ideatore e coordinatore con ampi poteri decisionali. Insomma, partecipare a una coalizione di Paesi che spontaneamente si mettono insieme sotto l’egida di uno o più di essi con l’obiettivo di affrontare emergenze internazionali per l’opposizione è uno scandalo. In verità non è sempre uno scandalo. A Giorgia Meloni, per esempio, è stato rinfacciato di non essersi iscritta ai primi passi alla «Coalizione dei volenterosi», associazione spontanea e non riconosciuta internazionalmente che Francia e Gran Bretagna hanno messo su per affrontare in modo comune la crisi ucraina. Eppure, anche quella voluta da Macron e Starmer è una alleanza temporanea tra diverse nazioni per dare il via a operazioni militari o umanitarie che non si pongono sotto l’egida delle Nazioni unite. Questi hanno un concetto assai elastico della Costituzione: la interpretano in modo diverso a seconda che ci sia di mezzo Trump oppure Macron. Ma, soprattutto, interpretano malamente il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale. Mi spiego meglio.
L’interesse primario del nostro Paese è avere un ruolo in tutto ciò che accade nell’area del Mediterraneo dove madre natura ci ha piazzato all’inizio dei tempi. Ma non è soltanto una questione di pura geografia: è che qualsiasi onda di Mare nostrum, anche quella che parte dalla coste più lontane tipo Gaza, prima o poi si infrange sulle nostre spiagge, a volte con effetti simili a uno tsunami.
La sola idea di rimanere completamente tagliati fuori, sia pure per presunti «motivi costituzionali», dal futuro di Gaza è un suicidio politico bello e buono, una mancanza di visione e strategia. Per stare in gioco bisogna giocare al gioco di Trump? Giochiamo, con cautela e buon senso ma giochiamo anche nell’interesse delle nostre aziende (la bonifica e la ricostruzione della Striscia sarà, probabilmente, il più grande affare dei prossimi anni). E giochiamo pure nell’interesse del popolo palestinese che, per la prima volta nella sua millenaria storia, ha la possibilità di uscire dalla miseria e dal degrado in cui i suoi leader lo hanno tenuto e vorrebbero tenerlo all’infinito per poter continuare ad arricchirsi personalmente con gli aiuti umanitari senza fondo.
Rendere civile e vivibile quella terra arida è possibile, Israele lo dimostra. E se per farlo bisogna accompagnarsi a Trump e non all’Onu, beh, a mio avviso ne vale la pena.
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Carlo Nordio (Ansa)
Insomma Nordio è come se sottolineasse di non aver iniziato lui ad alzare i toni aggiungendo che si adeguerà come riteneva di aver già fatto perché «certe espressioni che ho usato non erano mie, ho citato espressioni altrui» riferendosi alla frase sul sistema paramafioso delle correnti. Il suo invito è quello «di entrare in una fase di dialogo costruttivo che sia essenzialmente contenutistico» chiarendo infine che «ci sono stati dei momenti in cui hanno detto piduista, revanscista, addirittura contiguo con la camorra o altro e allora qualche reazione magari c’è, ma se come auspico e auspichiamo tutti, manteniamo il dialogo in un ambito civile, pacato e razionale i toni si abbasseranno e finalmente ragioneremo sul contenuto della riforma».
«Importanti e significative le parole del presidente Mattarella che come sempre va ascoltato con grande attenzione», il commento molto istituzionale del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami. Il vicepremier Antonio Tajani, pur d’accordo con i colleghi di maggioranza ha colto l’occasione per precisare: «Mattarella ha invitato ad abbassare i toni in generale, ma tutti quanti dovrebbero farlo a cominciare dai magistrati che hanno incarichi di grande responsabilità, come il procuratore Gratteri, che talvolta usa un linguaggio che non è consono al ruolo che svolge».
La sinistra come prevedibile tenta di mettere il cappello sulle parole del capo dello Stato interpretandole a proprio favore. «Sono parole, le sue, che vanno ascoltate e per le quali va ringraziato. In particolare per aver ricordato il necessario rispetto reciproco tra le istituzioni per il bene del Paese» ha detto il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Anche il Movimento 5 stelle fa suo l’intervento di Mattarella. «Il nostro auspicio è che questo messaggio sia stato ben compreso da chi ha lanciato attacchi e ingiurie al Csm per sostenere una riforma costituzionale che punta a scardinare proprio quell’autonomia e quell’indipendenza». Il leader pentastellato Giuseppe Conte aggiunge: «Le polemiche, gli attacchi al Csm avevano superato i livelli di guardia. Addirittura avevano convolto anche il ministro della Giustizia Nordio». Dimenticandosi tuttavia di citare Nicola Gratteri.
Tra i membri del Csm, a commentare la notizia, Isabella Bertolini, consigliere laico, che così ha interpretato quelle parole: «Mattarella non ha fatto una difesa corporativa della magistratura, ma anzi ha messo in luce i problemi e le carenze che ci sono anche nel Csm. Mi auguro che adesso il confronto torni ad essere nel merito della riforma, in modo da aiutare tutti gli Italiani a capire il quesito referendario». «Non intendo rilasciare alcun commento», ha detto invece il presidente dell’Anm, Cesare Parodi. «Non perché è un fatto che non è importante, ma perché è talmente importante, significativo ed eccezionale che non merita un mio commento».
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