- Dopo un lunedì nero, Milano chiude a +2,36%. Occhi puntati su Francoforte, pronta a tirare dritto. Mentre secondo i dati Abi i precedenti rialzi hanno fatto volare i mutui. La Sec intanto indaga sulla vendita dei titoli.
- Generali festeggia un risultato operativo record di 6,5 miliardi (+11,2%). E propone un dividendo per azione pari a 1,16 euro (+8,4%). Il gruppo resiste anche allo spread.
Lo speciale contiene due articoli.
Il rimbalzo in Borsa dei titoli bancari, dopo le pesanti vendite di lunedì, c’è stato. Non solo a Piazza Affari, dove ieri il FtseMib ha chiuso la giornata con un +2,36 per cento. Ma ora i riflettori del mercato sono tutti puntati sulle mosse della Bce: vedremo se domani, nonostante il crac della Silicon valley bank, tirerà dritto con il rialzo dei tassi di mezzo punto percentuale, esito indicato come altamente probabile dalla presidente, Christine Lagarde, nella conferenza stampa seguita all’ultimo meeting della Banca centrale europea.
I dati sull’inflazione americana, ancora viva e vegeta a febbraio, hanno spinto il mercato a dare per scontato un rialzo di «soli» 25 punti base da parte della Federal Reserve a marzo, mentre la Bce viene in vista in bilico tra la guidance di 50 punti base e un ritocco più contenuto di 25 punti. Intanto, secondo i dati del rapporto mensile dell’Abi, i precedenti rialzi varati da Francoforte hanno portato il tasso medio sui mutui in Italia al livello più alto da 11 anni, mentre il tasso sui depositi vincolati supera il 2%, portandosi sui valori più alti dal 2031. Continua la frenata dei prestiti, soprattutto per quelli alle imprese mentre cala ancora, per il quinto mese consecutivo, la raccolta diretta. Cambiano le scelte di risparmio degli italiani che portano a un calo dei depositi, mentre aumenta la raccolta obbligazionaria.
Nel frattempo, anche a Wall Street la seduta di Borsa ieri si è aperta col segno positivo. L’inflazione negli Stati Uniti a febbraio si è attestata al 6%, in linea con il consenso degli economisti, ma – sebbene sia scesa rispetto al 6,4% del mese precedente – resta ben al di sopra del target del 2 per cento. Il quadro generale rimane lo stesso: se i prezzi dei beni sono piatti, i servizi di base sono in forte aumento. Guardando alla prossima riunione del 21-22 marzo, la Fed sembra ritrovarsi tra «incudine e martello», dovendo continuare ad alzare i tassi per combattere l’inflazione e dovendo altresì proteggere il sistema finanziario. Non solo. Anche se i funzionari della Fed decideranno di mantenere i tassi di interesse invariati la prossima settimana, sono ancora possibili ulteriori aumenti a maggio, a patto che l’attuale crisi bancaria non si allarghi.
La tensione sul caso Svb resta, dunque, alta. Secondo il Wall Street Journal, inoltre, il Dipartimento di Giustizia e la Sec, la Consob americana, hanno avviato un’inchiesta per indagare le cause del crollo e alcune operazioni avvenute nei giorni precedenti al crollo. L’amministratore delegato della capogruppo, Greg Becker, si era mostrato ad esempio assai ottimista, affermando durante una conferenza che era «un ottimo momento per avviare un’impresa». In un’altra conferenza, il mese scorso, aveva dichiarato che la focalizzazione della banca sulle startup non comportava rischi di un’eccessiva concentrazione. I documenti depositati dalla banca mostrano, tuttavia, che Becker e Daniel Beck, il direttore finanziario, hanno entrambi venduto azioni la settimana prima del crac della banca. Becker ha esercitato opzioni su 12.451 azioni il 27 febbraio e le ha vendute lo stesso giorno, ricavando circa 2,3 milioni di dollari. Beck ha venduto poco più di 575.000 dollari di azioni il 27 febbraio, circa un terzo delle sue partecipazioni nella società. Ricordiamo che la settimana scorsa le azioni di Svb Financial hanno perso fino al 60 per cento.
Ieri è stata anche la giornata del «risveglio» delle agenzie di rating. Moody’s ha deciso di tagliare l’outlook sul sistema bancario degli Stati Uniti da stabile a negativo in seguito al «rapido deterioramento del contesto operativo» dopo il fallimento di Silicon valley bank e Signature Bank (la stessa Moody’s, però, solo tre giorni prima del crac aveva assegnato alla solvibilità di Svb un giudizio «A», classificandolo dunque come un investimento sicuro). L’agenzia ha anche sottoposto a revisione tutti i rating e le valutazioni a lungo termini di First republic bank: si tratta di un’altra banca californiana che nel 2022 ha registrato interessi attivi pari a 4,8 miliardi di dollari, con i prestiti che sono ammontati a 73,4 miliardi, mostrando un’elevata dipendenza dal finanziamento dei depositi non assicurati e dalle perdite non realizzate nei portafogli dei clienti.
Sempre secondo Moody’s, i depositi delle banche italiane sono più stabili rispetto a quelli delle banche americane, ma non sono invulnerabili alla crisi che sta investendo il sistema statunitense. «L’inasprimento monetario deve ancora andare a regime e lo sviluppo di tensioni nel sistema bancario statunitense indebolirà la fiducia degli investitori. Aumenteranno le tensioni sui finanziamenti per le istituzioni europee che, come con qualsiasi banca, combinano disallineamenti di scadenza con leva finanziaria», si legge in un report.
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