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2023-03-15
La Borsa ripiana il crac californiano. Ma la Bce insiste con i tassi gonfiati
Imagoeconomica
Il rimbalzo in Borsa dei titoli bancari, dopo le pesanti vendite di lunedì, c’è stato. Non solo a Piazza Affari, dove ieri il FtseMib ha chiuso la giornata con un +2,36 per cento. Ma ora i riflettori del mercato sono tutti puntati sulle mosse della Bce: vedremo se domani, nonostante il crac della Silicon valley bank, tirerà dritto con il rialzo dei tassi di mezzo punto percentuale, esito indicato come altamente probabile dalla presidente, Christine Lagarde, nella conferenza stampa seguita all’ultimo meeting della Banca centrale europea.
I dati sull’inflazione americana, ancora viva e vegeta a febbraio, hanno spinto il mercato a dare per scontato un rialzo di «soli» 25 punti base da parte della Federal Reserve a marzo, mentre la Bce viene in vista in bilico tra la guidance di 50 punti base e un ritocco più contenuto di 25 punti. Intanto, secondo i dati del rapporto mensile dell’Abi, i precedenti rialzi varati da Francoforte hanno portato il tasso medio sui mutui in Italia al livello più alto da 11 anni, mentre il tasso sui depositi vincolati supera il 2%, portandosi sui valori più alti dal 2031. Continua la frenata dei prestiti, soprattutto per quelli alle imprese mentre cala ancora, per il quinto mese consecutivo, la raccolta diretta. Cambiano le scelte di risparmio degli italiani che portano a un calo dei depositi, mentre aumenta la raccolta obbligazionaria.
Nel frattempo, anche a Wall Street la seduta di Borsa ieri si è aperta col segno positivo. L’inflazione negli Stati Uniti a febbraio si è attestata al 6%, in linea con il consenso degli economisti, ma - sebbene sia scesa rispetto al 6,4% del mese precedente - resta ben al di sopra del target del 2 per cento. Il quadro generale rimane lo stesso: se i prezzi dei beni sono piatti, i servizi di base sono in forte aumento. Guardando alla prossima riunione del 21-22 marzo, la Fed sembra ritrovarsi tra «incudine e martello», dovendo continuare ad alzare i tassi per combattere l’inflazione e dovendo altresì proteggere il sistema finanziario. Non solo. Anche se i funzionari della Fed decideranno di mantenere i tassi di interesse invariati la prossima settimana, sono ancora possibili ulteriori aumenti a maggio, a patto che l’attuale crisi bancaria non si allarghi.
La tensione sul caso Svb resta, dunque, alta. Secondo il Wall Street Journal, inoltre, il Dipartimento di Giustizia e la Sec, la Consob americana, hanno avviato un’inchiesta per indagare le cause del crollo e alcune operazioni avvenute nei giorni precedenti al crollo. L’amministratore delegato della capogruppo, Greg Becker, si era mostrato ad esempio assai ottimista, affermando durante una conferenza che era «un ottimo momento per avviare un’impresa». In un’altra conferenza, il mese scorso, aveva dichiarato che la focalizzazione della banca sulle startup non comportava rischi di un’eccessiva concentrazione. I documenti depositati dalla banca mostrano, tuttavia, che Becker e Daniel Beck, il direttore finanziario, hanno entrambi venduto azioni la settimana prima del crac della banca. Becker ha esercitato opzioni su 12.451 azioni il 27 febbraio e le ha vendute lo stesso giorno, ricavando circa 2,3 milioni di dollari. Beck ha venduto poco più di 575.000 dollari di azioni il 27 febbraio, circa un terzo delle sue partecipazioni nella società. Ricordiamo che la settimana scorsa le azioni di Svb Financial hanno perso fino al 60 per cento.
Ieri è stata anche la giornata del «risveglio» delle agenzie di rating. Moody’s ha deciso di tagliare l’outlook sul sistema bancario degli Stati Uniti da stabile a negativo in seguito al «rapido deterioramento del contesto operativo» dopo il fallimento di Silicon valley bank e Signature Bank (la stessa Moody’s, però, solo tre giorni prima del crac aveva assegnato alla solvibilità di Svb un giudizio «A», classificandolo dunque come un investimento sicuro). L’agenzia ha anche sottoposto a revisione tutti i rating e le valutazioni a lungo termini di First republic bank: si tratta di un’altra banca californiana che nel 2022 ha registrato interessi attivi pari a 4,8 miliardi di dollari, con i prestiti che sono ammontati a 73,4 miliardi, mostrando un’elevata dipendenza dal finanziamento dei depositi non assicurati e dalle perdite non realizzate nei portafogli dei clienti.
Sempre secondo Moody’s, i depositi delle banche italiane sono più stabili rispetto a quelli delle banche americane, ma non sono invulnerabili alla crisi che sta investendo il sistema statunitense. «L’inasprimento monetario deve ancora andare a regime e lo sviluppo di tensioni nel sistema bancario statunitense indebolirà la fiducia degli investitori. Aumenteranno le tensioni sui finanziamenti per le istituzioni europee che, come con qualsiasi banca, combinano disallineamenti di scadenza con leva finanziaria», si legge in un report.
«Generali non è esposta verso Svb»
«Non siamo preoccupati, da quando sono al timone delle Generali, sette anni fa, di crisi ne abbiamo viste diverse: la Brexit, il Covid, la guerra in Ucraina. Il problema di una banca regionale americana non ci impedisce di dormire la notte». Con queste parole l’amministratore delegato della compagnia assicurativa triestina, Philippe Donnet, ha escluso ieri un impatto sul Leone del crac della Silicon valley bank, che ha causato a sua volta un movimento al ribasso dei mercati. E ha escluso anche cambi di strategia. «Non vedo motivi per modificarla, visto che mostra di funzionare. La differenza maggiore rispetto al momento della sua presentazione è determinata dall’inflazione, ma per noi è un fattore gestibile». Quanto ai tassi di interesse, «il rialzo ha un impatto positivo sulla marginalità, sul business vita e sul valore del portafoglio Vita. Non siamo messi male in alcun contesto e non siamo preoccupati, ma ciò non significa non essere attenti e reattivi».
Donnet ieri ha presentato al mercato i conti 2022 delle Generali, che sono stati chiusi con 2,9 miliardi di utile netto (+2,3%), un risultato operativo record in aumento a 6,5 miliardi (+11,2%) e la proposta di un dividendo per azione pari a 1,16 euro, in aumento dell’8,4% rispetto al dividendo pagato nel 2021. I vertici del Leone hanno anche spiegato perché tecnicamente il caso Svb non li preoccupa. Non solo per il fatto che il modello operativo di una compagnia assicurativa è diverso da quello bancario. «Generali non ha di fatto alcuna esposizione nei confronti di Svb Bank, se non portafogli di rischio terzi, dunque completamente marginale», ha sottolineato il direttore finanziario, Cristiano Borean. «Stiamo monitorando il livello di solvibilità del gruppo post risultati e, a venerdì scorso, era vicina al 230%, dal 221% di fine anno», ha aggiunto. Precisando anche che il gruppo è ancora meno sensibile all’andamento dello spread. A fine 2022, il Leone aveva 44,3 miliardi di valore di mercato di Btp (erano 63 miliardi a fine 2021), tolti 0,7 miliardi di titoli afferenti alla riclassificazione degli investimenti di Bcc Iccrea.
«Non ho commenti specifici sul caso di Eurovita, posso solo dire che abbiamo un business model molto solido e proponiamo ai clienti soluzioni di protezione personalizzate, attraverso una rete di agenti professionale. Noi facciamo un mestiere che non è quello di Eurovita, proponiamo soluzioni molto sicure ai nostri clienti a 360 gradi: questa è la nostra strategia di consulenza assicurativa, questo è il nostro mestiere e ancora una volta lo facciamo bene», ha poi risposto l’ad Donnet a chi gli chiedeva che cosa pensasse di un possibile salvataggio di sistema della compagnia Eurovita e se il gruppo del Leone fosse interessato a partecipare a tale messa in sicurezza.
Tornando ai conti, senza l’impatto degli investimenti russi, il risultato netto sarebbe stato pari a 3,066 miliardi (+7,7%). Crescono i premi lordi che ammontano a 81,5 miliardi di euro (+1,5%), grazie all’andamento positivo del segmento Danni, in particolare nel non auto. La raccolta netta Vita si attesta a 8,7 miliardi (-36,1%). La raccolta netta delle linee unit-linked e puro rischio e malattia si attesta rispettivamente a 8,9 euro e 5 miliardi. La linea risparmio registra masse in uscita per 5,2 miliardi. Il patrimonio netto del gruppo si attesta a 16,201 miliardi (-44,7%). La variazione è principalmente dovuta alle riserve disponibili per la vendita, in particolare a seguito dell’andamento dei titoli obbligazionari. La proposta di dividendo comporta un’erogazione massima complessiva di 1,7 miliardi. I risultati sono stati apprezzati dagli analisti e anche da Piazza Affari, dove il titolo Generali ha chiuso la seduta di ieri con un rialzo del 3,6%, attestandosi a quota 18,4 euro.
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Dopo un lunedì nero, Milano chiude a +2,36%. Occhi puntati su Francoforte, pronta a tirare dritto. Mentre secondo i dati Abi i precedenti rialzi hanno fatto volare i mutui. La Sec intanto indaga sulla vendita dei titoli.Generali festeggia un risultato operativo record di 6,5 miliardi (+11,2%). E propone un dividendo per azione pari a 1,16 euro (+8,4%). Il gruppo resiste anche allo spread.Lo speciale contiene due articoli.Il rimbalzo in Borsa dei titoli bancari, dopo le pesanti vendite di lunedì, c’è stato. Non solo a Piazza Affari, dove ieri il FtseMib ha chiuso la giornata con un +2,36 per cento. Ma ora i riflettori del mercato sono tutti puntati sulle mosse della Bce: vedremo se domani, nonostante il crac della Silicon valley bank, tirerà dritto con il rialzo dei tassi di mezzo punto percentuale, esito indicato come altamente probabile dalla presidente, Christine Lagarde, nella conferenza stampa seguita all’ultimo meeting della Banca centrale europea. I dati sull’inflazione americana, ancora viva e vegeta a febbraio, hanno spinto il mercato a dare per scontato un rialzo di «soli» 25 punti base da parte della Federal Reserve a marzo, mentre la Bce viene in vista in bilico tra la guidance di 50 punti base e un ritocco più contenuto di 25 punti. Intanto, secondo i dati del rapporto mensile dell’Abi, i precedenti rialzi varati da Francoforte hanno portato il tasso medio sui mutui in Italia al livello più alto da 11 anni, mentre il tasso sui depositi vincolati supera il 2%, portandosi sui valori più alti dal 2031. Continua la frenata dei prestiti, soprattutto per quelli alle imprese mentre cala ancora, per il quinto mese consecutivo, la raccolta diretta. Cambiano le scelte di risparmio degli italiani che portano a un calo dei depositi, mentre aumenta la raccolta obbligazionaria. Nel frattempo, anche a Wall Street la seduta di Borsa ieri si è aperta col segno positivo. L’inflazione negli Stati Uniti a febbraio si è attestata al 6%, in linea con il consenso degli economisti, ma - sebbene sia scesa rispetto al 6,4% del mese precedente - resta ben al di sopra del target del 2 per cento. Il quadro generale rimane lo stesso: se i prezzi dei beni sono piatti, i servizi di base sono in forte aumento. Guardando alla prossima riunione del 21-22 marzo, la Fed sembra ritrovarsi tra «incudine e martello», dovendo continuare ad alzare i tassi per combattere l’inflazione e dovendo altresì proteggere il sistema finanziario. Non solo. Anche se i funzionari della Fed decideranno di mantenere i tassi di interesse invariati la prossima settimana, sono ancora possibili ulteriori aumenti a maggio, a patto che l’attuale crisi bancaria non si allarghi. La tensione sul caso Svb resta, dunque, alta. Secondo il Wall Street Journal, inoltre, il Dipartimento di Giustizia e la Sec, la Consob americana, hanno avviato un’inchiesta per indagare le cause del crollo e alcune operazioni avvenute nei giorni precedenti al crollo. L’amministratore delegato della capogruppo, Greg Becker, si era mostrato ad esempio assai ottimista, affermando durante una conferenza che era «un ottimo momento per avviare un’impresa». In un’altra conferenza, il mese scorso, aveva dichiarato che la focalizzazione della banca sulle startup non comportava rischi di un’eccessiva concentrazione. I documenti depositati dalla banca mostrano, tuttavia, che Becker e Daniel Beck, il direttore finanziario, hanno entrambi venduto azioni la settimana prima del crac della banca. Becker ha esercitato opzioni su 12.451 azioni il 27 febbraio e le ha vendute lo stesso giorno, ricavando circa 2,3 milioni di dollari. Beck ha venduto poco più di 575.000 dollari di azioni il 27 febbraio, circa un terzo delle sue partecipazioni nella società. Ricordiamo che la settimana scorsa le azioni di Svb Financial hanno perso fino al 60 per cento.Ieri è stata anche la giornata del «risveglio» delle agenzie di rating. Moody’s ha deciso di tagliare l’outlook sul sistema bancario degli Stati Uniti da stabile a negativo in seguito al «rapido deterioramento del contesto operativo» dopo il fallimento di Silicon valley bank e Signature Bank (la stessa Moody’s, però, solo tre giorni prima del crac aveva assegnato alla solvibilità di Svb un giudizio «A», classificandolo dunque come un investimento sicuro). L’agenzia ha anche sottoposto a revisione tutti i rating e le valutazioni a lungo termini di First republic bank: si tratta di un’altra banca californiana che nel 2022 ha registrato interessi attivi pari a 4,8 miliardi di dollari, con i prestiti che sono ammontati a 73,4 miliardi, mostrando un’elevata dipendenza dal finanziamento dei depositi non assicurati e dalle perdite non realizzate nei portafogli dei clienti. Sempre secondo Moody’s, i depositi delle banche italiane sono più stabili rispetto a quelli delle banche americane, ma non sono invulnerabili alla crisi che sta investendo il sistema statunitense. «L’inasprimento monetario deve ancora andare a regime e lo sviluppo di tensioni nel sistema bancario statunitense indebolirà la fiducia degli investitori. 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Con queste parole l’amministratore delegato della compagnia assicurativa triestina, Philippe Donnet, ha escluso ieri un impatto sul Leone del crac della Silicon valley bank, che ha causato a sua volta un movimento al ribasso dei mercati. E ha escluso anche cambi di strategia. «Non vedo motivi per modificarla, visto che mostra di funzionare. La differenza maggiore rispetto al momento della sua presentazione è determinata dall’inflazione, ma per noi è un fattore gestibile». Quanto ai tassi di interesse, «il rialzo ha un impatto positivo sulla marginalità, sul business vita e sul valore del portafoglio Vita. Non siamo messi male in alcun contesto e non siamo preoccupati, ma ciò non significa non essere attenti e reattivi». Donnet ieri ha presentato al mercato i conti 2022 delle Generali, che sono stati chiusi con 2,9 miliardi di utile netto (+2,3%), un risultato operativo record in aumento a 6,5 miliardi (+11,2%) e la proposta di un dividendo per azione pari a 1,16 euro, in aumento dell’8,4% rispetto al dividendo pagato nel 2021. I vertici del Leone hanno anche spiegato perché tecnicamente il caso Svb non li preoccupa. Non solo per il fatto che il modello operativo di una compagnia assicurativa è diverso da quello bancario. «Generali non ha di fatto alcuna esposizione nei confronti di Svb Bank, se non portafogli di rischio terzi, dunque completamente marginale», ha sottolineato il direttore finanziario, Cristiano Borean. «Stiamo monitorando il livello di solvibilità del gruppo post risultati e, a venerdì scorso, era vicina al 230%, dal 221% di fine anno», ha aggiunto. Precisando anche che il gruppo è ancora meno sensibile all’andamento dello spread. A fine 2022, il Leone aveva 44,3 miliardi di valore di mercato di Btp (erano 63 miliardi a fine 2021), tolti 0,7 miliardi di titoli afferenti alla riclassificazione degli investimenti di Bcc Iccrea. «Non ho commenti specifici sul caso di Eurovita, posso solo dire che abbiamo un business model molto solido e proponiamo ai clienti soluzioni di protezione personalizzate, attraverso una rete di agenti professionale. Noi facciamo un mestiere che non è quello di Eurovita, proponiamo soluzioni molto sicure ai nostri clienti a 360 gradi: questa è la nostra strategia di consulenza assicurativa, questo è il nostro mestiere e ancora una volta lo facciamo bene», ha poi risposto l’ad Donnet a chi gli chiedeva che cosa pensasse di un possibile salvataggio di sistema della compagnia Eurovita e se il gruppo del Leone fosse interessato a partecipare a tale messa in sicurezza. Tornando ai conti, senza l’impatto degli investimenti russi, il risultato netto sarebbe stato pari a 3,066 miliardi (+7,7%). Crescono i premi lordi che ammontano a 81,5 miliardi di euro (+1,5%), grazie all’andamento positivo del segmento Danni, in particolare nel non auto. La raccolta netta Vita si attesta a 8,7 miliardi (-36,1%). La raccolta netta delle linee unit-linked e puro rischio e malattia si attesta rispettivamente a 8,9 euro e 5 miliardi. La linea risparmio registra masse in uscita per 5,2 miliardi. Il patrimonio netto del gruppo si attesta a 16,201 miliardi (-44,7%). La variazione è principalmente dovuta alle riserve disponibili per la vendita, in particolare a seguito dell’andamento dei titoli obbligazionari. La proposta di dividendo comporta un’erogazione massima complessiva di 1,7 miliardi. I risultati sono stati apprezzati dagli analisti e anche da Piazza Affari, dove il titolo Generali ha chiuso la seduta di ieri con un rialzo del 3,6%, attestandosi a quota 18,4 euro.
Marine Le Pen (Ansa)
Analizzando più attentamente i dati e pur tenendo presente che il voto locale ha sempre logiche proprie, potrebbero però emergere effetti contrastanti e indicazioni di una certa rilevanza anche in vista delle presidenziali previste nel 2027. La prima indicazione evidenzia che il secondo turno delle elezioni municipali francesi ha confermato l’avanzata del Rassemblement national sul piano nazionale, anche se non si è tradotta nella conquista delle principali grandi città, offrendo così letture discordanti in vista del voto del prossimo anno. Il Rassemblement non sfonda nei grandi centri urbani in presenza di un elettorato più giovane, più istruito, più globalizzato, mentre guadagna i favori di un elettorato periferico e rurale, evidenziando così che la frattura tra una Francia urbana e una Francia periferica è una frattura politica strutturale.
Il leader del Rassemblement national Jordan Bardella ha comunque rivendicato «la più grande svolta della sua storia», sostenendo che il partito ha acquisito «un forte slancio», spendibile nel prossimo futuro. La destra ha infatti ottenuto una vittoria significativa a Nizza e si è imposta in diverse città piccole e medie, soprattutto nel Sud del Paese, come Carcassonne, Agde e Mentone, aggiungendo questi risultati al successo del primo turno a Perpignan.
Secondo un sondaggio della società di ricerca Harris Interactive, Bardella resterebbe il favorito per il primo turno delle prossime presidenziali con il 35%, 17 punti sopra l’ex primo ministro Édouard Philippe. Tuttavia, e questa è la seconda indicazione, l’esito delle municipali ha mostrato la persistente difficoltà del Rassemblement national nei ballottaggi, dove si scontra con la tradizionale convergenza delle altre forze politiche per bloccarne l’ascesa. A Tolone, ad esempio, la candidata del partito Laure Lavalette, in vantaggio al primo turno, è stata superata al ballottaggio dalla sindaca conservatrice uscente José Massi. I risultati hanno premiato anche Philippe, rieletto a Le Havre, e acceso la competizione nel campo conservatore, dove i Repubblicani, pur rivendicando il ruolo di principale forza politica, appaiono ancora privi di una candidatura presidenziale unitaria. Nel complesso, il voto municipale consegna al Rassemblement national un rafforzamento territoriale e politico, ma al contempo, conferma anche che il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella continua a incontrare forti resistenze quando si tratta di trasformare il consenso in vittorie decisive nei principali centri, dove affronta un «soffitto urbano» che può essere decisivo al secondo turno.
In questo quadro una terza indicazione emerge dall’esito elettorale di Nizza, che potrebbe configurarsi forse come un piccolo laboratorio per il resto del Paese. Da questa città infatti, la quinta della Francia, sono emersi equilibri tali da poter influenzare le prossime presidenziali. Le recenti esperienze hanno dimostrato che, quando al secondo turno arrivava una lista della destra, l’appello al cosiddetto Rassemblement republicain, l’alleanza trasversale delle altre forze politiche, bastava spesso ad orientare il voto. A Nizza questo non è avvenuto e una più ragionata politica delle alleanze ha permesso alla destra, con Eric Ciotti, di conquistare la città. Certo, e questo vale per tutti, è necessario non eccedere troppo nel considerare queste elezioni un «antipasto presidenziale», dal momento che il voto per i sindaci francesi rimane quello con maggiori implicazioni locali: sono gli stessi francesi a ritenerlo tale. Tuttavia, le indicazioni emerse invitano a un’attenta valutazione, mantenendo lo sguardo sulla Costa Azzurra, oggi più di ieri.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia a margine dell'evento «Stop the Ets to save the ceramics sector» organizzato dall'eurodeputato Stefano Cavedagna dello stesso partito.
Ursula von der Leyen (Getty Images)
Da Camberra annuncia che oggi firma l’ennesimo «accordo storico» con l’Australia. Anche questo è in gestazione da 18 anni ed è la fotocopia del Mercosur: ci guadagnano industria e finanza, ci perdono gli agricoltori. Per la verità, la Coldiretti, che dopo il sì di Francesco Lollobrigida al Mercosur (bisognava dare l’impressione che l’Italia è europeista e non si può mettere in discussione la Commissione dove siede Rafaele Fitto) si è molto ammorbidita, prova a dire che il patto con i canguri crea opportunità all’agroalimentare italiano facendoci sapere che, mentre noi esportiamo in Australia per quasi 900 milioni loro per ora ci vendono per qualcosa meno di 90. Però è un ragionamento che non guarda lontano. L’accordo azzera in un arco di tempo di almeno dieci anni i dazi su buona parte di prodotti europei e di fatto su tutti i prodotti australiani, ma a un prezzo: consentire a loro di continuare a produrre il falso made in Italy.
Il Parmesan, che loro producono a imitazione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, possono continuare a venderlo in giro per il mondo, e così il loro «Prosecco». Esiste il Prosecco della King Valley, dove fin dagli anni Novanta viene spumantizzata l’uva glera importata lì da alcuni italoaustraliani. La cantina più nota è la Otto Dal Zotto che a imitazione della strada del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene (sito Unesco) ha anche tracciato la Prosecco-road.
Questo spumante soddisfa al 78% il mercato interno australiano e viene esportato anche in Cina, dove noi facciamo grande fatica a vendere.
Il fatturato del Prosecco dei canguri è attorno ai 300 milioni di dollari australiani, pari a circa 130 milioni di euro, circa il 5% del fatturato dello spumante italiano. L’accordo che la Von der Leyen presenta come epocale prevede che per i prossimi dieci anni i vignaioli di Victoria possano continuare a mandare il loro Prosecco in giro per il mondo senza che nessuno possa dir loro nulla. Lo stesso vale per il Parmesan e per tutti i formaggi australiani tra cui un ottimo Gorgonzola, un saporito Romano e una Feta che è un’offesa nazionale alla Grecia. La cosa curiosa è che questi formaggi potranno essere esportati a dazio zero e così tutti gli altri prodotti a imitazione di quelli tricolore che sono in gran parte fatti da emigranti italiani.
L’Ue, come contentino agli agricoltori, ha previsto un contingentamento all’export di carne di agnello, di manzo, un tetto per lo zucchero, per il riso. Ma quello che non torna è che, come già col Mercosur, si mettono in discussione i criteri dell’etichettatura a marchio europeo. Si accetta di separare il prodotto dal luogo di produzione e il nome dalla storicità del processo. Il presidente del Consorzio del Prosecco Doc (è quello che costa meno) Giancarlo Guidolin prova a fare buon viso a cattivo gioco: «Li costringiamo a scriverci australian in etichetta, è un passo avanti». Ciò che Guidolin non dice è che gli australiani sono liberi di vendere il loro Prosecco su tutti i mercati dove la tutela del nostro Doc non vale e cioè in tutto il mondo tranne che in Europa dove però arriverà egualmente. E lo stesso vale per i formaggi. Questo accordo, che Ursula von der Leyen magnifica perché «consente agli australiani di entrare in contatto con i prodotti europei e offre anche una platea di 450 milioni di consumatori ci dà un risparmio di un miliardo sulle tariffe doganali» in realtà all’Ue interessa per due ragioni: il rafforzamento delle intese militari sulla sicurezza soprattutto in mare e progetti di ricerca comuni.
La Von der Leyen dice che in dieci anni l’interscambio crescerà del 33% e quasi a sfiorare i 18 miliardi di export. E a questo guardano i nostri produttori convinti che l’Australia sia il nuovo Eldorado (lo dice Assolatte) ma devono non aver fatto i conti con la concorrenza di ritorno e sull’esiguità del vantaggio: in fine dei conti i dazi in ingresso in Australia delle nostre merci era tra il 5 e il 15%, ma oggi gli australiani avranno via libera in Europa anche perché, come nel caso del Mercosur, non ci sono le clausole di salvaguardia. La butta in politica il capo del Ppe Manfred Weber che parla di un protagonismo europeo nell’area del Pacifico: «Approfondire i legami con un partner fidato dall’altra parte del mondo è particolarmente importante in questo periodo geopolitico, in quanto garantisce maggiore stabilità e prevedibilità per tutti noi». Gli risponde indirettamente l’eurodeputata dei 5 Stelle, Carolina Morace che nota: «L’accordo commerciale Ue-Australia è un insulto all’Italia perché autorizza vini australiani a utilizzare il termine Prosecco. Con questa decisione la Commissione europea legalizza l’Italian sounding e cioè l’imitazione delle nostre eccellenze agroalimentari nel mondo». A darle torto si fa davvero fatica.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'italia a margine dell'evento «Piumini e catene. Storie di Maranza» al Parlamento europeo a Bruxelles.