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2023-03-15
La Borsa ripiana il crac californiano. Ma la Bce insiste con i tassi gonfiati
Imagoeconomica
Il rimbalzo in Borsa dei titoli bancari, dopo le pesanti vendite di lunedì, c’è stato. Non solo a Piazza Affari, dove ieri il FtseMib ha chiuso la giornata con un +2,36 per cento. Ma ora i riflettori del mercato sono tutti puntati sulle mosse della Bce: vedremo se domani, nonostante il crac della Silicon valley bank, tirerà dritto con il rialzo dei tassi di mezzo punto percentuale, esito indicato come altamente probabile dalla presidente, Christine Lagarde, nella conferenza stampa seguita all’ultimo meeting della Banca centrale europea.
I dati sull’inflazione americana, ancora viva e vegeta a febbraio, hanno spinto il mercato a dare per scontato un rialzo di «soli» 25 punti base da parte della Federal Reserve a marzo, mentre la Bce viene in vista in bilico tra la guidance di 50 punti base e un ritocco più contenuto di 25 punti. Intanto, secondo i dati del rapporto mensile dell’Abi, i precedenti rialzi varati da Francoforte hanno portato il tasso medio sui mutui in Italia al livello più alto da 11 anni, mentre il tasso sui depositi vincolati supera il 2%, portandosi sui valori più alti dal 2031. Continua la frenata dei prestiti, soprattutto per quelli alle imprese mentre cala ancora, per il quinto mese consecutivo, la raccolta diretta. Cambiano le scelte di risparmio degli italiani che portano a un calo dei depositi, mentre aumenta la raccolta obbligazionaria.
Nel frattempo, anche a Wall Street la seduta di Borsa ieri si è aperta col segno positivo. L’inflazione negli Stati Uniti a febbraio si è attestata al 6%, in linea con il consenso degli economisti, ma - sebbene sia scesa rispetto al 6,4% del mese precedente - resta ben al di sopra del target del 2 per cento. Il quadro generale rimane lo stesso: se i prezzi dei beni sono piatti, i servizi di base sono in forte aumento. Guardando alla prossima riunione del 21-22 marzo, la Fed sembra ritrovarsi tra «incudine e martello», dovendo continuare ad alzare i tassi per combattere l’inflazione e dovendo altresì proteggere il sistema finanziario. Non solo. Anche se i funzionari della Fed decideranno di mantenere i tassi di interesse invariati la prossima settimana, sono ancora possibili ulteriori aumenti a maggio, a patto che l’attuale crisi bancaria non si allarghi.
La tensione sul caso Svb resta, dunque, alta. Secondo il Wall Street Journal, inoltre, il Dipartimento di Giustizia e la Sec, la Consob americana, hanno avviato un’inchiesta per indagare le cause del crollo e alcune operazioni avvenute nei giorni precedenti al crollo. L’amministratore delegato della capogruppo, Greg Becker, si era mostrato ad esempio assai ottimista, affermando durante una conferenza che era «un ottimo momento per avviare un’impresa». In un’altra conferenza, il mese scorso, aveva dichiarato che la focalizzazione della banca sulle startup non comportava rischi di un’eccessiva concentrazione. I documenti depositati dalla banca mostrano, tuttavia, che Becker e Daniel Beck, il direttore finanziario, hanno entrambi venduto azioni la settimana prima del crac della banca. Becker ha esercitato opzioni su 12.451 azioni il 27 febbraio e le ha vendute lo stesso giorno, ricavando circa 2,3 milioni di dollari. Beck ha venduto poco più di 575.000 dollari di azioni il 27 febbraio, circa un terzo delle sue partecipazioni nella società. Ricordiamo che la settimana scorsa le azioni di Svb Financial hanno perso fino al 60 per cento.
Ieri è stata anche la giornata del «risveglio» delle agenzie di rating. Moody’s ha deciso di tagliare l’outlook sul sistema bancario degli Stati Uniti da stabile a negativo in seguito al «rapido deterioramento del contesto operativo» dopo il fallimento di Silicon valley bank e Signature Bank (la stessa Moody’s, però, solo tre giorni prima del crac aveva assegnato alla solvibilità di Svb un giudizio «A», classificandolo dunque come un investimento sicuro). L’agenzia ha anche sottoposto a revisione tutti i rating e le valutazioni a lungo termini di First republic bank: si tratta di un’altra banca californiana che nel 2022 ha registrato interessi attivi pari a 4,8 miliardi di dollari, con i prestiti che sono ammontati a 73,4 miliardi, mostrando un’elevata dipendenza dal finanziamento dei depositi non assicurati e dalle perdite non realizzate nei portafogli dei clienti.
Sempre secondo Moody’s, i depositi delle banche italiane sono più stabili rispetto a quelli delle banche americane, ma non sono invulnerabili alla crisi che sta investendo il sistema statunitense. «L’inasprimento monetario deve ancora andare a regime e lo sviluppo di tensioni nel sistema bancario statunitense indebolirà la fiducia degli investitori. Aumenteranno le tensioni sui finanziamenti per le istituzioni europee che, come con qualsiasi banca, combinano disallineamenti di scadenza con leva finanziaria», si legge in un report.
«Generali non è esposta verso Svb»
«Non siamo preoccupati, da quando sono al timone delle Generali, sette anni fa, di crisi ne abbiamo viste diverse: la Brexit, il Covid, la guerra in Ucraina. Il problema di una banca regionale americana non ci impedisce di dormire la notte». Con queste parole l’amministratore delegato della compagnia assicurativa triestina, Philippe Donnet, ha escluso ieri un impatto sul Leone del crac della Silicon valley bank, che ha causato a sua volta un movimento al ribasso dei mercati. E ha escluso anche cambi di strategia. «Non vedo motivi per modificarla, visto che mostra di funzionare. La differenza maggiore rispetto al momento della sua presentazione è determinata dall’inflazione, ma per noi è un fattore gestibile». Quanto ai tassi di interesse, «il rialzo ha un impatto positivo sulla marginalità, sul business vita e sul valore del portafoglio Vita. Non siamo messi male in alcun contesto e non siamo preoccupati, ma ciò non significa non essere attenti e reattivi».
Donnet ieri ha presentato al mercato i conti 2022 delle Generali, che sono stati chiusi con 2,9 miliardi di utile netto (+2,3%), un risultato operativo record in aumento a 6,5 miliardi (+11,2%) e la proposta di un dividendo per azione pari a 1,16 euro, in aumento dell’8,4% rispetto al dividendo pagato nel 2021. I vertici del Leone hanno anche spiegato perché tecnicamente il caso Svb non li preoccupa. Non solo per il fatto che il modello operativo di una compagnia assicurativa è diverso da quello bancario. «Generali non ha di fatto alcuna esposizione nei confronti di Svb Bank, se non portafogli di rischio terzi, dunque completamente marginale», ha sottolineato il direttore finanziario, Cristiano Borean. «Stiamo monitorando il livello di solvibilità del gruppo post risultati e, a venerdì scorso, era vicina al 230%, dal 221% di fine anno», ha aggiunto. Precisando anche che il gruppo è ancora meno sensibile all’andamento dello spread. A fine 2022, il Leone aveva 44,3 miliardi di valore di mercato di Btp (erano 63 miliardi a fine 2021), tolti 0,7 miliardi di titoli afferenti alla riclassificazione degli investimenti di Bcc Iccrea.
«Non ho commenti specifici sul caso di Eurovita, posso solo dire che abbiamo un business model molto solido e proponiamo ai clienti soluzioni di protezione personalizzate, attraverso una rete di agenti professionale. Noi facciamo un mestiere che non è quello di Eurovita, proponiamo soluzioni molto sicure ai nostri clienti a 360 gradi: questa è la nostra strategia di consulenza assicurativa, questo è il nostro mestiere e ancora una volta lo facciamo bene», ha poi risposto l’ad Donnet a chi gli chiedeva che cosa pensasse di un possibile salvataggio di sistema della compagnia Eurovita e se il gruppo del Leone fosse interessato a partecipare a tale messa in sicurezza.
Tornando ai conti, senza l’impatto degli investimenti russi, il risultato netto sarebbe stato pari a 3,066 miliardi (+7,7%). Crescono i premi lordi che ammontano a 81,5 miliardi di euro (+1,5%), grazie all’andamento positivo del segmento Danni, in particolare nel non auto. La raccolta netta Vita si attesta a 8,7 miliardi (-36,1%). La raccolta netta delle linee unit-linked e puro rischio e malattia si attesta rispettivamente a 8,9 euro e 5 miliardi. La linea risparmio registra masse in uscita per 5,2 miliardi. Il patrimonio netto del gruppo si attesta a 16,201 miliardi (-44,7%). La variazione è principalmente dovuta alle riserve disponibili per la vendita, in particolare a seguito dell’andamento dei titoli obbligazionari. La proposta di dividendo comporta un’erogazione massima complessiva di 1,7 miliardi. I risultati sono stati apprezzati dagli analisti e anche da Piazza Affari, dove il titolo Generali ha chiuso la seduta di ieri con un rialzo del 3,6%, attestandosi a quota 18,4 euro.
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Dopo un lunedì nero, Milano chiude a +2,36%. Occhi puntati su Francoforte, pronta a tirare dritto. Mentre secondo i dati Abi i precedenti rialzi hanno fatto volare i mutui. La Sec intanto indaga sulla vendita dei titoli.Generali festeggia un risultato operativo record di 6,5 miliardi (+11,2%). E propone un dividendo per azione pari a 1,16 euro (+8,4%). Il gruppo resiste anche allo spread.Lo speciale contiene due articoli.Il rimbalzo in Borsa dei titoli bancari, dopo le pesanti vendite di lunedì, c’è stato. Non solo a Piazza Affari, dove ieri il FtseMib ha chiuso la giornata con un +2,36 per cento. Ma ora i riflettori del mercato sono tutti puntati sulle mosse della Bce: vedremo se domani, nonostante il crac della Silicon valley bank, tirerà dritto con il rialzo dei tassi di mezzo punto percentuale, esito indicato come altamente probabile dalla presidente, Christine Lagarde, nella conferenza stampa seguita all’ultimo meeting della Banca centrale europea. I dati sull’inflazione americana, ancora viva e vegeta a febbraio, hanno spinto il mercato a dare per scontato un rialzo di «soli» 25 punti base da parte della Federal Reserve a marzo, mentre la Bce viene in vista in bilico tra la guidance di 50 punti base e un ritocco più contenuto di 25 punti. Intanto, secondo i dati del rapporto mensile dell’Abi, i precedenti rialzi varati da Francoforte hanno portato il tasso medio sui mutui in Italia al livello più alto da 11 anni, mentre il tasso sui depositi vincolati supera il 2%, portandosi sui valori più alti dal 2031. Continua la frenata dei prestiti, soprattutto per quelli alle imprese mentre cala ancora, per il quinto mese consecutivo, la raccolta diretta. Cambiano le scelte di risparmio degli italiani che portano a un calo dei depositi, mentre aumenta la raccolta obbligazionaria. Nel frattempo, anche a Wall Street la seduta di Borsa ieri si è aperta col segno positivo. L’inflazione negli Stati Uniti a febbraio si è attestata al 6%, in linea con il consenso degli economisti, ma - sebbene sia scesa rispetto al 6,4% del mese precedente - resta ben al di sopra del target del 2 per cento. Il quadro generale rimane lo stesso: se i prezzi dei beni sono piatti, i servizi di base sono in forte aumento. Guardando alla prossima riunione del 21-22 marzo, la Fed sembra ritrovarsi tra «incudine e martello», dovendo continuare ad alzare i tassi per combattere l’inflazione e dovendo altresì proteggere il sistema finanziario. Non solo. Anche se i funzionari della Fed decideranno di mantenere i tassi di interesse invariati la prossima settimana, sono ancora possibili ulteriori aumenti a maggio, a patto che l’attuale crisi bancaria non si allarghi. La tensione sul caso Svb resta, dunque, alta. Secondo il Wall Street Journal, inoltre, il Dipartimento di Giustizia e la Sec, la Consob americana, hanno avviato un’inchiesta per indagare le cause del crollo e alcune operazioni avvenute nei giorni precedenti al crollo. L’amministratore delegato della capogruppo, Greg Becker, si era mostrato ad esempio assai ottimista, affermando durante una conferenza che era «un ottimo momento per avviare un’impresa». In un’altra conferenza, il mese scorso, aveva dichiarato che la focalizzazione della banca sulle startup non comportava rischi di un’eccessiva concentrazione. I documenti depositati dalla banca mostrano, tuttavia, che Becker e Daniel Beck, il direttore finanziario, hanno entrambi venduto azioni la settimana prima del crac della banca. Becker ha esercitato opzioni su 12.451 azioni il 27 febbraio e le ha vendute lo stesso giorno, ricavando circa 2,3 milioni di dollari. Beck ha venduto poco più di 575.000 dollari di azioni il 27 febbraio, circa un terzo delle sue partecipazioni nella società. Ricordiamo che la settimana scorsa le azioni di Svb Financial hanno perso fino al 60 per cento.Ieri è stata anche la giornata del «risveglio» delle agenzie di rating. Moody’s ha deciso di tagliare l’outlook sul sistema bancario degli Stati Uniti da stabile a negativo in seguito al «rapido deterioramento del contesto operativo» dopo il fallimento di Silicon valley bank e Signature Bank (la stessa Moody’s, però, solo tre giorni prima del crac aveva assegnato alla solvibilità di Svb un giudizio «A», classificandolo dunque come un investimento sicuro). L’agenzia ha anche sottoposto a revisione tutti i rating e le valutazioni a lungo termini di First republic bank: si tratta di un’altra banca californiana che nel 2022 ha registrato interessi attivi pari a 4,8 miliardi di dollari, con i prestiti che sono ammontati a 73,4 miliardi, mostrando un’elevata dipendenza dal finanziamento dei depositi non assicurati e dalle perdite non realizzate nei portafogli dei clienti. Sempre secondo Moody’s, i depositi delle banche italiane sono più stabili rispetto a quelli delle banche americane, ma non sono invulnerabili alla crisi che sta investendo il sistema statunitense. «L’inasprimento monetario deve ancora andare a regime e lo sviluppo di tensioni nel sistema bancario statunitense indebolirà la fiducia degli investitori. Aumenteranno le tensioni sui finanziamenti per le istituzioni europee che, come con qualsiasi banca, combinano disallineamenti di scadenza con leva finanziaria», si legge in un report.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/borsa-ripiana-crac-svb-2659598201.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="generali-non-e-esposta-verso-svb" data-post-id="2659598201" data-published-at="1678848447" data-use-pagination="False"> «Generali non è esposta verso Svb» «Non siamo preoccupati, da quando sono al timone delle Generali, sette anni fa, di crisi ne abbiamo viste diverse: la Brexit, il Covid, la guerra in Ucraina. Il problema di una banca regionale americana non ci impedisce di dormire la notte». Con queste parole l’amministratore delegato della compagnia assicurativa triestina, Philippe Donnet, ha escluso ieri un impatto sul Leone del crac della Silicon valley bank, che ha causato a sua volta un movimento al ribasso dei mercati. E ha escluso anche cambi di strategia. «Non vedo motivi per modificarla, visto che mostra di funzionare. La differenza maggiore rispetto al momento della sua presentazione è determinata dall’inflazione, ma per noi è un fattore gestibile». Quanto ai tassi di interesse, «il rialzo ha un impatto positivo sulla marginalità, sul business vita e sul valore del portafoglio Vita. Non siamo messi male in alcun contesto e non siamo preoccupati, ma ciò non significa non essere attenti e reattivi». Donnet ieri ha presentato al mercato i conti 2022 delle Generali, che sono stati chiusi con 2,9 miliardi di utile netto (+2,3%), un risultato operativo record in aumento a 6,5 miliardi (+11,2%) e la proposta di un dividendo per azione pari a 1,16 euro, in aumento dell’8,4% rispetto al dividendo pagato nel 2021. I vertici del Leone hanno anche spiegato perché tecnicamente il caso Svb non li preoccupa. Non solo per il fatto che il modello operativo di una compagnia assicurativa è diverso da quello bancario. «Generali non ha di fatto alcuna esposizione nei confronti di Svb Bank, se non portafogli di rischio terzi, dunque completamente marginale», ha sottolineato il direttore finanziario, Cristiano Borean. «Stiamo monitorando il livello di solvibilità del gruppo post risultati e, a venerdì scorso, era vicina al 230%, dal 221% di fine anno», ha aggiunto. Precisando anche che il gruppo è ancora meno sensibile all’andamento dello spread. A fine 2022, il Leone aveva 44,3 miliardi di valore di mercato di Btp (erano 63 miliardi a fine 2021), tolti 0,7 miliardi di titoli afferenti alla riclassificazione degli investimenti di Bcc Iccrea. «Non ho commenti specifici sul caso di Eurovita, posso solo dire che abbiamo un business model molto solido e proponiamo ai clienti soluzioni di protezione personalizzate, attraverso una rete di agenti professionale. Noi facciamo un mestiere che non è quello di Eurovita, proponiamo soluzioni molto sicure ai nostri clienti a 360 gradi: questa è la nostra strategia di consulenza assicurativa, questo è il nostro mestiere e ancora una volta lo facciamo bene», ha poi risposto l’ad Donnet a chi gli chiedeva che cosa pensasse di un possibile salvataggio di sistema della compagnia Eurovita e se il gruppo del Leone fosse interessato a partecipare a tale messa in sicurezza. Tornando ai conti, senza l’impatto degli investimenti russi, il risultato netto sarebbe stato pari a 3,066 miliardi (+7,7%). Crescono i premi lordi che ammontano a 81,5 miliardi di euro (+1,5%), grazie all’andamento positivo del segmento Danni, in particolare nel non auto. La raccolta netta Vita si attesta a 8,7 miliardi (-36,1%). La raccolta netta delle linee unit-linked e puro rischio e malattia si attesta rispettivamente a 8,9 euro e 5 miliardi. La linea risparmio registra masse in uscita per 5,2 miliardi. Il patrimonio netto del gruppo si attesta a 16,201 miliardi (-44,7%). La variazione è principalmente dovuta alle riserve disponibili per la vendita, in particolare a seguito dell’andamento dei titoli obbligazionari. La proposta di dividendo comporta un’erogazione massima complessiva di 1,7 miliardi. I risultati sono stati apprezzati dagli analisti e anche da Piazza Affari, dove il titolo Generali ha chiuso la seduta di ieri con un rialzo del 3,6%, attestandosi a quota 18,4 euro.
Ansa
Nel suo intervento, Trump ha rivendicato l’ampiezza dei poteri del futuro Consiglio: «Una volta che questo comitato sarà completamente formato, potremo fare praticamente tutto ciò che vogliamo», ha affermato, precisando che l’azione avverrà «in collaborazione con le Nazioni Unite». Tuttavia, al momento, Russia e Cina non hanno accettato l’invito ad aderire. Anche alleati storici degli Usa, come Regno Unito e Francia, hanno espresso forti riserve, temendo che il nuovo organismo possa legittimare regimi autoritari, incluso quello del presidente russo Vladimir Putin.
Nei giorni precedenti alla cerimonia, anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era detto contrario sia al Board of Peace sia al Comitato esecutivo incaricato di supervisionare, insieme a un governo tecnico palestinese, il cessate il fuoco e la ricostruzione di Gaza. Secondo Netanyahu, l’assetto previsto lasciava troppo spazio a Turchia e Qatar, Paesi ostili allo Stato ebraico. Nelle ultime ore, tuttavia, la posizione israeliana si è ammorbidita, un cambio di rotta che fonti diplomatiche attribuiscono a pressioni statunitensi. Le perplessità di Londra sono state esplicitate dal ministro degli Esteri Yvette Cooper, che in un’intervista alla Bbc ha detto che l’Inghilterra non aderirà per ora al comitato. Pur ribadendo il sostegno al Piano di pace per Gaza, Cooper ha definito il Board «un trattato legale che solleva questioni molto più ampie», citando in particolare il possibile coinvolgimento di Putin. Analoga diffidenza viene registrata a Parigi, Pechino e Mosca, dove si teme che l’organismo finisca sotto il controllo diretto di Trump, ridimensionando di fatto il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’Onu e il diritto di veto dei suoi membri permanenti.
Anche diversi Paesi più piccoli, che vedono nelle Nazioni Unite il principale forum multilaterale, guardano con sospetto all’iniziativa.
Formalmente, il Board of Peace nasce per coordinare la ricostruzione della Gaza del dopoguerra. Ma lo statuto, redatto dalla Casa Bianca, va oltre: l’obiettivo è «promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto», senza limiti geografici espliciti.
La presentazione politica è stata accompagnata da una forte impronta economica. Dopo l’introduzione del segretario di Stato Marco Rubio, che ha lodato la capacità di Trump di «rendere trattabile ciò che sembrava irrisolvibile», e l’intervento emotivo dell’inviato speciale Steve Witkoff, la scena è stata dominata da Jared Kushner. Il genero del presidente ha illustrato un piano in 20 punti per Gaza con un linguaggio da sviluppatore immobiliare: slide, rendering e titoli come «New Gaza» e «Prosperity» hanno trasformato la pacificazione in un vero e proprio masterplan economico. «La pace è un deal diverso da un affare commerciale», ha spiegato, invitando gli investitori presenti a cogliere le «incredibili opportunità».
Trump ha inoltre chiesto ai Paesi che aspirano a un seggio permanente nel consiglio di contribuire con un miliardo di dollari ciascuno. «Farà il lavoro che le Nazioni Unite avrebbero dovuto fare», ha dichiarato, difendendo l’ipotesi di un ruolo per la Russia. Da Mosca, Putin ha risposto aprendo alla possibilità di versare un miliardo di dollari, a condizione di poter utilizzare beni russi congelati, secondo quanto riportato dall’agenzia Tass.
Nei principali Paesi occidentali lo scetticismo resta diffuso. Anche Germania Norvegia, Svezia e Svizzera hanno già escluso l’adesione, mentre l’Italia di Giorgia Meloni si trova di fatto bloccata da vincoli costituzionali. Altri governi preferiscono attendere, ma il debutto del Board of Peace ha già aperto una frattura significativa nel sistema multilaterale tradizionale.
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La famiglia Trevallion (Ansa)
Come noto, infatti, un imprenditore locale, mesi fa, aveva messo a disposizione uno stabile di sua proprietà, in cui i Trevallion avrebbero potuto stabilirsi gratuitamente in attesa che la loro abitazione fosse rimessa a nuovo. Ma, invece di consentire che la famiglia si riunisse sotto un tetto comune, il tribunale ha deciso di tenerla separata: il padre da una parte, i figli e la madre dentro la casa protetta, a loro volta separati. In pratica, i contribuenti pagano per fare soffrire ancora genitori e figli.
Purtroppo non è finita qui. Oggi, era noto da tempo, avrebbe dovuto prendere il via la perizia psicologica sui genitori richiesta dal tribunale e affidata all’esperta Simona Ceccoli. Sono settimane che questa data è fissata, eppure le istituzioni sono riuscite in un miracolo: l’inizio della valutazione psicologica è stato ulteriormente rinviato. Motivo? Manca il traduttore che dovrebbe mediare fra la psicologa e i genitori. Il risultato è che la perizia partirà probabilmente la prossima settimana. E così siamo arrivati alla fine di gennaio senza nulla di fatto. A ciò va aggiunto che la Ceccoli avrà a disposizione 120 giorni per svolgere il suo complicato lavoro. Poi ci saranno valutazioni ulteriori ed è facile fare due conti: a meno di sorprese che non sembrano essere all’orizzonte, la famiglia nel bosco ha ancora davanti lunghi mesi di separazione. Mesi costosi, che se va avanti così dovranno continuare a pagare i contribuenti abruzzesi.
«Desta allarme una dilatazione, incomprensibile, dei tempi indicati per l’inizio delle operazioni peritali», ha detto al Centro l’avvocato Danila Solinas, difensore dei Trevallion, «giacché gli stessi rischiano di risultare disancorati e, anzi, ampliare il dramma che quotidianamente vive questa famiglia per la quale ogni singolo giorno trascorso è un giorno di dolore che si aggiunge». L’avvocato ha pienamente ragione; è possibile che si continui a prolungare l’agonia di questa famiglia per ragioni così stupide? Davvero non era possibile trovare un traduttore che si presentasse nel giorno stabilito visto che c’erano settimane a disposizione?
Ora l’associazione Sos utenti fa sapere di essere disposta a fornire gratuitamente la collaborazione di una persona titolata. L’interprete individuata si chiama Paola Pica, dalla provincia di Teramo, «già consulente e traduttrice nei tribunali di Roma e provincia, nonché insegnante di lingua italiana presso varie ambasciate straniere». Chissà, magari si sarebbe potuta coinvolgere prima questa associazione per evitare di perdere tempo.
Per altro non è nemmeno la prima volta che accade qualcosa di simile. Anche con la maestra ci sono stati problemi. Ne era stata individuata una, poi non si è presentata nel giorno stabilito e la tutrice Maria Luisa Palladino ne ha dovuta reclutare un’altra. Nel frattempo, i piccoli sono rimasti da novembre a gennaio senza istruzione: ben peggio di quanto accadeva quando stavano a casa con i genitori. Senza contare che la stessa curatrice e, in seguito, pure la nuova insegnante hanno rilasciato dichiarazioni in lungo e in largo fornendo al grande pubblico informazioni sui bambini che avrebbero dovuto rimanere riservate.
In tutto questo tempo, i Trevallion hanno dimostrato una tenuta psicologica straordinaria. Hanno cercato di mediare con il tribunale e hanno accettato di vaccinare i figli. Imposizione, quest’ultima, non necessaria né obbligatoria. Ma, a quanto pare, la tutrice Palladino intende imporre ai Trevallion di mandare i bambini alla scuola pubblica, anche se l’homeschooling in Italia è legale.
Tutto questo avviene di fatto nel disinteresse generale. È vero che sulla famiglia nel bosco escono ancora articoli di giornale e servizi televisivi, ma i Trevallion continuano a essere in balia dell’arbitrio del tribunale. Hanno subito un ricatto disgustoso, si sono dovuti piegare e, nonostante questo, la loro disponibilità non è stata presa in considerazione per mesi. Per paradosso, anche se la famiglia venisse riunita domani, il danno sarebbe già stato fatto e quanto accaduto finora sarebbe comunque da considerare una profonda ingiustizia commessa nei riguardi di genitori che non hanno maltrattato i figli ma hanno la sola colpa di essere un po’ strani. Una colpa che il tribunale dell’Aquila li costringe a scontare amaramente.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 23 gennaio con Flaminia Camilletti
Giulia Bongiorno (Ansa)
Il testo originario era stato approvato all’unanimità alla Camera nel novembre scorso, al termine di un confronto diretto tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Si era deciso di fare una legge che desse anche una risposta politica forte. Tuttavia, in fase di stesura del testo, le parti si sono allontanate e si è acceso un duro scontro maggioranza e opposizioni. La nuova proposta, piaccia o meno, sarà votata dalla commissione Giustizia nelle prossime settimane.
Bongiorno difende la nuova impostazione come un punto di equilibrio tra tutela delle vittime e certezza del diritto: «All’interno del testo resta centrale la volontà della donna. Il nuovo documento include anche le condotte a sorpresa, come il cosiddetto freezing. Mi sembra un buon punto di equilibrio». Secondo l’avvocato leghista, il riferimento al dissenso consentirebbe di ricomprendere situazioni in cui la vittima, per choc o paralisi emotiva, non riesca a manifestare un rifiuto esplicito.
Durissime le reazioni delle opposizioni. «Per la Bongiorno e per la destra, chi subisce violenza ha l’onere di dimostrare perché non ha reagito o perché non ha detto un “no” abbastanza forte. Le leggi sulla violenza sessuale devono proteggere le vittime, non offrire nuovi alibi agli aggressori», ha attaccato la senatrice di Avs Ilaria Cucchi. Che, definendo la proposta «inaccettabile», ha anche accusato il governo di aver tradito l’impegno politico iniziale: «Quella sul consenso libero e attuale è una legge di civiltà che ribalta decenni di stereotipi. Giorgia Meloni su questa legge ci ha messo la faccia e oggi l’ha persa».
«Dalla legge sul consenso hanno tolto il consenso», attacca Laura Boldrini, deputata Pd e prima firmataria del progetto di legge iniziale sul consenso. «Il testo proposto dalla senatrice Bongiorno non solo smonta radicalmente la legge approvata all’unanimità alla Camera dei deputati, ma segna un passo indietro incredibile nella tutela delle vittime di stupro. Di consenso non si parla più. Non c’è più traccia né della parola né del concetto stesso. E, inoltre, si diminuisce la pena per chi commette uno stupro. Uno schiaffo in faccia a tutte le donne». «Un passo indietro, non solo rispetto all’accordo tra Schlein e Meloni che aveva portato all’approvazione del testo sul consenso alla Camera e rispetto alle stesse dichiarazioni di Bongiorno, ma anche rispetto alla giurisprudenza vigente e rischia quindi di rappresentare una scelta pericolosa», la reazione dei capigruppo dem di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia.
Per la relatrice della proposta alla Camera, la dem Michela De Biase, la proposta Bongiorno è «retrograda e pericolosa». Per Alessandro Zan, Pd, il testo è «paradossale e grave. “Sì è sì” significa indebolire la legge e soprattutto la tutela delle donne. Meno male che si erano presi del tempo per “migliorare” il testo. Questa è una presa in giro imbarazzante».
Naturalmente si esprime severissima anche la Cgil, oramai vero e proprio partito di opposizione: «Se l’esecutivo proseguirà sul concetto dell’azione contraria alla volontà della vittima, come Cgil preferiamo non avere la legge e continuare ad affidarci al diritto internazionale e agli orientamenti della giurisprudenza evitando, così, un salto indietro pesante, che si spiega solo con la misoginia della Lega di cui Bongiorno fa parte».
In difesa dell’esponente del Carroccio si schiera la collega Erika Stefani, capogruppo in commissione Giustizia: «Inaccettabili le strumentalizzazioni di queste ore delle opposizioni sul ddl in materia di consenso e violenza sulle donne. Ricordiamo ai colleghi che, trattandosi di un testo unificato, fu proprio il Pd a chiedere delle modifiche, proponendo di non innalzare ulteriormente le pene, ma di diversificarle per quanto riguardava la prima ipotesi di reato di consenso rispetto quella di atti sessuali con violenza o minaccia. Non a caso la senatrice Bongiorno, in commissione, parlò di “cascata di aggravanti”: il testo proposto prevede, infatti, una graduazione delle pene. Ora, proprio loro attaccano, politicizzando un argomento che richiederebbe la massima serietà».
Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, definisce le critiche a Bongiorno «ingiuste e fuori luogo» e ricorda: «Su questioni così sensibili non servono slogan né polemiche sterili, ma rispetto per il lavoro parlamentare e per chi opera con serietà nell’interesse delle vittime. Ogni altra strada rischia solo di indebolire una battaglia che dovrebbe unire tutti».
«La Bongiorno è notoriamente in prima linea da sempre su questi temi, sia come legislatore, sia come giurista, sia come protagonista di tante iniziative nella società civile», rammenta Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia.
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