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2022-01-30
«Bloody Sunday»: cinquant'anni fa la strage di Derry
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Derry, Irlanda del Nord. 30 gennaio 1972 (Robert White, courtesy Museum of Free Derry)
La «guerra dei trent’anni» combattuta dalla fine degli anni Sessanta al 1998 tra cattolici nazionalisti e protestanti unionisti dell’Irlanda del Nord visse un capitolo drammatico e indelebile nei fatti della «domenica di sangue», la «Bloody Sunday» del 30 gennaio 1972, che confermò al mondo ciò che le televisioni e i giornali stavano mostrando: si era di fronte ad una vera e propria guerra strisciante nel cuore dell’Europa. Il bilancio di quella tragica domenica fu di 13 morti e 15 feriti (uno di questi morirà qualche mese dopo aggravando il già pesante bilancio), colpiti durante lo svolgimento di una manifestazione per i diritti civili nel quartiere Bogside di Londonderry (o Derry, come la chiamano i cittadini cattolici). Quel massacro aveva radici lontane, ed era maturato a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando la tensione tra cattolici e protestanti crebbe in modo incontrollabile.
Le tensioni tra gli unionisti e i repubblicani cattolici avevano radici lontane, e si erano acuite in seguito alla partizione dell’Irlanda del 1922, che creò una questione etnico-religiosa all’interno del territorio dell’Irlanda nel Nord (Ulster) con una significativa presenza cattolica sottoposta a discriminazione socio-economica dal governo unionista e protestante, nel quale figuravano non pochi oltranzisti seguaci di Guglielmo d’Orange. Una breve guerra civile era stata combattuta tra le due fazioni tra il 1922 ed il 1923, dove per i cattolici repubblicani agì il primo nucleo dell’Irish Republican Army (IRA), che risorgerà come forza paramilitare alla metà degli anni Sessanta, un periodo cruciale in quanto i fondamentalisti protestanti dell’Ulster risposero con l’organizzazione paramilitare nota come UVF (Ulster Volunteer Force). Dalla seconda metà del decennio si moltiplicarono gli scontri e gli attentati contro obiettivi unionisti e contro le forze di Polizia dell’Ulster, la RUC (Royal Ulster Constabulary) che dall’altra parte rispose con un incremento proporzionale dell’uso della violenza. A fare da sfondo al clima di tensione contribuì la perdurante discriminazione nel mondo del lavoro e dei diritti nei confronti della popolazione cattolica dell’Ulster in un momento assai delicato per l’economia globale. Il bubbone scoppiò a metà del 1968 quando nella città di Derry si verificarono duri scontri in occasione di una marcia celebrativa dei protestanti, noti poi come la «battaglia di Bogside» dal nome del quartiere cattolico della città. Gli scontri furono durissimi e videro coinvolti gli attivisti cattolici della Citizens Defence Association (DCDA), e la RUC. Essendo le forze di polizia scarsamente preparate e non adeguatamente equipaggiate, la battaglia risultò in un bagno di sangue con scambi senza esclusione di colpi da ambo le parti. Gli attivisti cattolici spararono razzi e molotov contro la polizia priva di divise ignifughe provocando così un alto numero di ustionati. Dall’altra parte la Royal Ulster Constabulary fece per la prima volta massiccio uso di gas lacrimogeni che causarono gravi patologie respiratorie ai manifestanti e alla popolazione. Lo scontro durò due giorni e due notti senza interruzione. Dalla durezza degli scontri fu deciso l’intervento dell’esercito britannico, chiamato in aiuto dal primo ministro dell’Ulster James Chichester-Clark. Contemporaneamente il suo omologo dell’Eire Jack Lynch mandava l’esercito irlandese al confine dell’Ulster con la giustificazione di voler aiutare i feriti di Derry. La guerra sembrava alle porte, ed al confine rimase, generando una situazione di guerra cosiddetta «a bassa intensità» combattuta negli anni seguenti a suon di molotov e attentati dinamitardi. Il più grave prima della domenica di sangue avvenne a Belfast il 4 dicembre 1971 quando una bomba esplose distruggendo un pub frequentato da cattolici, il McCork. I morti furono 15 (tra i quali due bambini e la moglie e la figlia adolescente del gestore). La rabbia montò ulteriormente in quanto le autorità nordirlandesi indicarono una presunta responsabilità dell’IRA, ipotizzando l’espolsione accidentale di un ordigno originariamente destinato ad obiettivi protestanti. La verità emerse soltanto molti anni dopo, quando da un’indagine fu dimostrato che la bomba era stata piazzata da membri dell’Ulster Volunteer Force.
La strada che portò alla domenica di sangue era segnata, spianata da un’ulteriore aggravante: le autorità giudiziarie nordirlandesi avevano infatti deciso per la carcerazione senza processo dei cattolici attivisti sospettati di attività terroristica, un esempio applicato anche nel Sudafrica dell’apartheid. Proprio per protestare contro questa situazione fu organizzata dal Civil Rights Movement la marcia di protesta a Derry, fissata per il 30 gennaio 1972. Quindicimila partecipanti nazionalisti cattolici, comprese molte famiglie, si erano concentrate per la marcia che si prevedeva pacifica in quanto l’IRA aveva comunicato che non vi avrebbe preso parte. I dimostranti non sapevano che Londra avesse inviato in città un reggimento di specialisti dell’esercito britannico, i paracadutisti del 1st Batallion - Parachute Regiment (1 PARA) che si posizionarono agli accessi al quartiere di Bogside circondato dal filo spinato. Erano circa le 16:00 quando la tragedia ebbe inizio e la manifestazione sino ad allora pacifica si trasformò in una carneficina. Dopo una serie di schermaglie a colpi di gas lacrimogeno e proiettili di gomma, in un punto lontano dal luogo di destinazione dei manifestanti presso il «Free Darry Wall» dal checkpoint dei paracadutisti i militari aprirono il fuoco. I primi a essere colpiti furono John Johnston (59 anni) che morirà cinque mesi dopo per le ferite riportate e il quindicenne Damian Donaghy, morto sul posto. Furono i primi due caduti di un bilancio finale di 13 morti, alcuni dei quali colpiti nell’atto di soccorrere altre vittime. Tra di loro diversi giovanissimi tra i 17 ed i 22 anni in quanto fu colpita un’ala della manifestazione composta da famiglie e gruppi di ragazzi. Tra i feriti gravi anche una ragazza, Alana Burke, schiacciata contro un muro da un blindato dei paracadutisti, che in seguito agli scontri effettuarono molti arresti tra i manifestanti atterriti. La versione dei militari, tra l’eco di sdegno che seguì i fatti a livello mondiale, fu quella dell’aver risposto ad un’aggressione. L’indagine ufficiale istruita a Londra dal Lord Chief Justice barone John Widgery accolse pienamente la versione dei militari. La guerra «strisciante» era dichiarata e già il giorno seguente i fatti del 30 gennaio a Dublino l’ambasciata britannica fu data alle fiamme. La domenica di sangue aveva incrementato ed ampliato il risentimento e l’ostilità nei confronti dell’esercito di Londra in Irlanda del Nord ed un supporto sempre più largo ai miliziani dell’IRA , segnando la strada verso un conflitto constante che durerà per quasi tre decenni dei cosiddetti «troubles», per un bilancio finale di 3.720 morti e oltre 47mila feriti. Tra le vittime si contano 257 ragazzi sotto i 18 anni. Gli attentati con ordigni esplosivi furono più di 16mila. Tra gli episodi più significativi di quella che nelle cifre fu una guerra civile, gli scioperi della fame nelle carceri speciali nordirlandesi (H-Blocks) in cui persero la vita Bobby Sands e altri 9 detenuti tra il maggio e l’ottobre del 1981. La revisione del processo per la «Bloody Sunday» avverrà soltanto dopo il cessate il fuoco e gli accordi del «Venerdì Santo» tra la Repubblica d’Irlanda e il Regno Unito sulla questione nordirlandese del 1998. Contestualmente, l’allora premier britannico Tony Blair ordinò una nuova inchiesta guidata dal giudice Lord Saville of Newdigate, che portò alla caduta della sentenza originaria e dopo anni all’identificazione ed all’incriminazione di uno solo dei militari coinvolti nel 2019, quarantasette anni dopo la domenica di sangue. Il processo contro il «Soldato F» è attualmente in corso alla data del cinquantesimo anniversario di quella tragica domenica.
Per ulteriori approfondimenti è possibile visitare il sito del Museum of Free Derry che conserva la collezione delle immagini, dei documenti e dei memorabilia della «Bloody Sunday». (museumoffreederry.org)
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il 30 gennaio 1972, al culmine della crescente tensione tra cattolici nazionalisti e protestanti unionisti, i paracadutisti britannici spararono sulla folla durante una manifestazione contro l'internamento senza processo dei prigionieri politici. Quattordici i morti, tra cui anche diversi minorenni.La «guerra dei trent’anni» combattuta dalla fine degli anni Sessanta al 1998 tra cattolici nazionalisti e protestanti unionisti dell’Irlanda del Nord visse un capitolo drammatico e indelebile nei fatti della «domenica di sangue», la «Bloody Sunday» del 30 gennaio 1972, che confermò al mondo ciò che le televisioni e i giornali stavano mostrando: si era di fronte ad una vera e propria guerra strisciante nel cuore dell’Europa. Il bilancio di quella tragica domenica fu di 13 morti e 15 feriti (uno di questi morirà qualche mese dopo aggravando il già pesante bilancio), colpiti durante lo svolgimento di una manifestazione per i diritti civili nel quartiere Bogside di Londonderry (o Derry, come la chiamano i cittadini cattolici). Quel massacro aveva radici lontane, ed era maturato a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, quando la tensione tra cattolici e protestanti crebbe in modo incontrollabile. Le tensioni tra gli unionisti e i repubblicani cattolici avevano radici lontane, e si erano acuite in seguito alla partizione dell’Irlanda del 1922, che creò una questione etnico-religiosa all’interno del territorio dell’Irlanda nel Nord (Ulster) con una significativa presenza cattolica sottoposta a discriminazione socio-economica dal governo unionista e protestante, nel quale figuravano non pochi oltranzisti seguaci di Guglielmo d’Orange. Una breve guerra civile era stata combattuta tra le due fazioni tra il 1922 ed il 1923, dove per i cattolici repubblicani agì il primo nucleo dell’Irish Republican Army (IRA), che risorgerà come forza paramilitare alla metà degli anni Sessanta, un periodo cruciale in quanto i fondamentalisti protestanti dell’Ulster risposero con l’organizzazione paramilitare nota come UVF (Ulster Volunteer Force). Dalla seconda metà del decennio si moltiplicarono gli scontri e gli attentati contro obiettivi unionisti e contro le forze di Polizia dell’Ulster, la RUC (Royal Ulster Constabulary) che dall’altra parte rispose con un incremento proporzionale dell’uso della violenza. A fare da sfondo al clima di tensione contribuì la perdurante discriminazione nel mondo del lavoro e dei diritti nei confronti della popolazione cattolica dell’Ulster in un momento assai delicato per l’economia globale. Il bubbone scoppiò a metà del 1968 quando nella città di Derry si verificarono duri scontri in occasione di una marcia celebrativa dei protestanti, noti poi come la «battaglia di Bogside» dal nome del quartiere cattolico della città. Gli scontri furono durissimi e videro coinvolti gli attivisti cattolici della Citizens Defence Association (DCDA), e la RUC. Essendo le forze di polizia scarsamente preparate e non adeguatamente equipaggiate, la battaglia risultò in un bagno di sangue con scambi senza esclusione di colpi da ambo le parti. Gli attivisti cattolici spararono razzi e molotov contro la polizia priva di divise ignifughe provocando così un alto numero di ustionati. Dall’altra parte la Royal Ulster Constabulary fece per la prima volta massiccio uso di gas lacrimogeni che causarono gravi patologie respiratorie ai manifestanti e alla popolazione. Lo scontro durò due giorni e due notti senza interruzione. Dalla durezza degli scontri fu deciso l’intervento dell’esercito britannico, chiamato in aiuto dal primo ministro dell’Ulster James Chichester-Clark. Contemporaneamente il suo omologo dell’Eire Jack Lynch mandava l’esercito irlandese al confine dell’Ulster con la giustificazione di voler aiutare i feriti di Derry. La guerra sembrava alle porte, ed al confine rimase, generando una situazione di guerra cosiddetta «a bassa intensità» combattuta negli anni seguenti a suon di molotov e attentati dinamitardi. Il più grave prima della domenica di sangue avvenne a Belfast il 4 dicembre 1971 quando una bomba esplose distruggendo un pub frequentato da cattolici, il McCork. I morti furono 15 (tra i quali due bambini e la moglie e la figlia adolescente del gestore). La rabbia montò ulteriormente in quanto le autorità nordirlandesi indicarono una presunta responsabilità dell’IRA, ipotizzando l’espolsione accidentale di un ordigno originariamente destinato ad obiettivi protestanti. La verità emerse soltanto molti anni dopo, quando da un’indagine fu dimostrato che la bomba era stata piazzata da membri dell’Ulster Volunteer Force. La strada che portò alla domenica di sangue era segnata, spianata da un’ulteriore aggravante: le autorità giudiziarie nordirlandesi avevano infatti deciso per la carcerazione senza processo dei cattolici attivisti sospettati di attività terroristica, un esempio applicato anche nel Sudafrica dell’apartheid. Proprio per protestare contro questa situazione fu organizzata dal Civil Rights Movement la marcia di protesta a Derry, fissata per il 30 gennaio 1972. Quindicimila partecipanti nazionalisti cattolici, comprese molte famiglie, si erano concentrate per la marcia che si prevedeva pacifica in quanto l’IRA aveva comunicato che non vi avrebbe preso parte. I dimostranti non sapevano che Londra avesse inviato in città un reggimento di specialisti dell’esercito britannico, i paracadutisti del 1st Batallion - Parachute Regiment (1 PARA) che si posizionarono agli accessi al quartiere di Bogside circondato dal filo spinato. Erano circa le 16:00 quando la tragedia ebbe inizio e la manifestazione sino ad allora pacifica si trasformò in una carneficina. Dopo una serie di schermaglie a colpi di gas lacrimogeno e proiettili di gomma, in un punto lontano dal luogo di destinazione dei manifestanti presso il «Free Darry Wall» dal checkpoint dei paracadutisti i militari aprirono il fuoco. I primi a essere colpiti furono John Johnston (59 anni) che morirà cinque mesi dopo per le ferite riportate e il quindicenne Damian Donaghy, morto sul posto. Furono i primi due caduti di un bilancio finale di 13 morti, alcuni dei quali colpiti nell’atto di soccorrere altre vittime. Tra di loro diversi giovanissimi tra i 17 ed i 22 anni in quanto fu colpita un’ala della manifestazione composta da famiglie e gruppi di ragazzi. Tra i feriti gravi anche una ragazza, Alana Burke, schiacciata contro un muro da un blindato dei paracadutisti, che in seguito agli scontri effettuarono molti arresti tra i manifestanti atterriti. La versione dei militari, tra l’eco di sdegno che seguì i fatti a livello mondiale, fu quella dell’aver risposto ad un’aggressione. L’indagine ufficiale istruita a Londra dal Lord Chief Justice barone John Widgery accolse pienamente la versione dei militari. La guerra «strisciante» era dichiarata e già il giorno seguente i fatti del 30 gennaio a Dublino l’ambasciata britannica fu data alle fiamme. La domenica di sangue aveva incrementato ed ampliato il risentimento e l’ostilità nei confronti dell’esercito di Londra in Irlanda del Nord ed un supporto sempre più largo ai miliziani dell’IRA , segnando la strada verso un conflitto constante che durerà per quasi tre decenni dei cosiddetti «troubles», per un bilancio finale di 3.720 morti e oltre 47mila feriti. Tra le vittime si contano 257 ragazzi sotto i 18 anni. Gli attentati con ordigni esplosivi furono più di 16mila. Tra gli episodi più significativi di quella che nelle cifre fu una guerra civile, gli scioperi della fame nelle carceri speciali nordirlandesi (H-Blocks) in cui persero la vita Bobby Sands e altri 9 detenuti tra il maggio e l’ottobre del 1981. La revisione del processo per la «Bloody Sunday» avverrà soltanto dopo il cessate il fuoco e gli accordi del «Venerdì Santo» tra la Repubblica d’Irlanda e il Regno Unito sulla questione nordirlandese del 1998. Contestualmente, l’allora premier britannico Tony Blair ordinò una nuova inchiesta guidata dal giudice Lord Saville of Newdigate, che portò alla caduta della sentenza originaria e dopo anni all’identificazione ed all’incriminazione di uno solo dei militari coinvolti nel 2019, quarantasette anni dopo la domenica di sangue. Il processo contro il «Soldato F» è attualmente in corso alla data del cinquantesimo anniversario di quella tragica domenica. Per ulteriori approfondimenti è possibile visitare il sito del Museum of Free Derry che conserva la collezione delle immagini, dei documenti e dei memorabilia della «Bloody Sunday». (museumoffreederry.org)
«Wonder Man» (Disney+)
La nuova serie, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, segue Simon Williams, supereroe con identità segreta, alle prese con una carriera da attore e la sorveglianza del Dipartimento per il controllo dei danni. Tra quotidiano e straordinario, lo show intrattiene senza promettere rivoluzioni.
L'idea è ormai sedimentata. I supereroi, la cui narrazione un tempo era appannaggio di pochi e magnifici film, sarebbero stati sfruttati dalla serialità televisiva. Un do ut des, perché la domanda non rimanesse mai senza risposta e perché anche i personaggi minori degli universi fumettistici potessero trovare un loro spazio. Ci sarebbe stata reciprocità, uno scambio consensuale fra il pubblico e la parte creativa. E così, in questi ultimi anni, è stato. Così continuerà ad essere.
Wonder Man, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, sembra portare avanti quel che è iniziato diverse stagioni fa, l'idea ormai sedimentata. Al centro, dunque, non ha alcun personaggio noto. Non ai più. Protagonista dello show è Simon Williams, un ragazzo all'apparenza ordinario, impegnato a intraprendere una carriera da attore. Parrebbe desiderare quello che tanti, come lui, desiderano: un posto nel mondo patinato dello spettacolo, sotto i riflettori, dove il lavoro si possa mescolare al gioco e il gioco al divertimento. Per farlo, parrebbe anche disposto a tutto. Ivi compreso nascondere quel che più lo renderebbe straordinario, i suoi super poteri. Simon Williams, di cui è stato raccontato (ad oggi) solo all'interno dei fumetti, non è un uomo qualunque, ma un supereroe. Un supereroe che il Dipartimento per il Controllo dei Danni, guidato dall'agente P. Cleary, considera alla stregua di una minaccia. Troppo spesso i supereroi si sono ritagliati ruoli che, all'interno della società, non avrebbero dovuto ricoprire. Troppo spesso i media sono andati loro dietro, accecati da quell'abbaglio che il Dipartimento vuole denunciare come tale.Williams abbozza, concentrando ogni energia su di sé, l'occultamento dei poteri e la carriera da attore. Una carriera che potrebbe prendere il volo, qualora il ragazzo riuscisse ad aggiudicarsi la parte del protagonista in un remake d'autore.Wonder Man si muove così, su un binario duplice, sfruttando l'alterità tra identità segreta e identità pubblica. C'è l'uomo, quello semplice e comune, con i drammi e le difficoltà, le gioie e l'evolversi di un quotidiano che in nulla differisce da quello di chi guardi. E c'è il supereroe, messo alle strette da un'istituzione ambigua, che vorrebbe controllarne il potenziale. Non è irrinunciabile e non promette di inaugurare un nuovo filone, una nuova epopea. Però, intrattiene, con quel po' di genuina magia che i supereroi sanno portarsi appresso.
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Secondo il Rapporto Censis-United, quasi metà dei laureati non avrebbe completato gli studi senza la formazione digitale. La flessibilità, l’autonomia nello studio e la possibilità di conciliare lavoro e università spingono sempre più adulti verso le università telematiche.
In Italia, quasi metà dei laureati delle università telematiche ammette che senza la didattica digitale non avrebbe mai conseguito il titolo: il 45,1% non ce l’avrebbe fatta, mentre un ulteriore 39,4% avrebbe impiegato molto più tempo. È il primo dato che emerge dal Rapporto Censis-United sulla formazione digitale, basato su quasi 4.000 laureati delle sette università telematiche associate United nel periodo 2020-2024.
Il quadro che ne viene fuori racconta di un sistema che non sostituisce gli atenei tradizionali, ma li integra. La principale motivazione degli studenti è la flessibilità: il 73,7% ha scelto l’università telematica per conciliare studio e lavoro, e oltre la metà apprezza la gestione autonoma dei tempi di vita. Anche le agevolazioni economiche giocano un ruolo importante: tra chi ne ha usufruito, l’80,6% le considera determinanti nella scelta del percorso.
Il profilo del laureato digitale è chiaro. Più della metà ha completato una laurea triennale, il 53,7% è donna e quasi il 40% ha 46 anni o più. La maggior parte degli iscritti era già occupata al momento dell’iscrizione (75,3%), e quasi la metà proviene da percorsi tecnici o professionali. Significativa anche la presenza territoriale: il 51,2% dei partecipanti risiede nel Mezzogiorno.
L’esperienza di studio è giudicata complessivamente positiva: il 93,4% dei laureati dichiara di essere soddisfatto del percorso intrapreso. Gli aspetti più apprezzati sono la possibilità di conciliare impegni personali e professionali (82,5%) e l’autonomia nello studio (47,7%). Anche l’uso delle tecnologie è valutato positivamente: oltre il 96% ritiene intuitivi i materiali e le piattaforme online, e il 78,4% segnala come vantaggio l’adozione di strumenti avanzati come intelligenza artificiale, metaverso e laboratori virtuali.
Il Rapporto evidenzia inoltre un effetto concreto sul fronte occupazionale. Tra i laureati che hanno trovato o cambiato lavoro entro un anno, il 79,1% ritiene la laurea utile per ottenere un impiego, soprattutto grazie alle competenze acquisite.
In sintesi, la didattica digitale emerge come uno strumento strategico per ampliare l’accesso all’università, ridurre i divari formativi e rafforzare il capitale umano del Paese, confermandosi più di una semplice alternativa: una risposta strutturale alle esigenze di flessibilità e personalizzazione sempre più richieste dagli studenti.
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Il settore italiano degli imballaggi vale 51,3 miliardi e impiega 12.000 addetti. Alla luce del nuovo regolamento europeo PPWR che punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, la filiera chiede strumenti stabili e un tavolo con governo e Parlamento per innovare senza penalizzare competitività e lavoro.
L’Italia dell’imballaggio è un settore solido e innovativo, un pezzo importante del Made in Italy che vale complessivamente 51,3 miliardi di euro, tra produttori di materiali e costruttori di macchine per confezionamento, stampa e converting. Con oltre 17 milioni di tonnellate di produzione nel 2024, pari all’1,7% del Pil, la filiera registra una crescita costante e prevede incrementi stabili anche nei prossimi anni.
Ma mentre i numeri confermano la salute del comparto, la sfida principale resta la transizione verso la sostenibilità. Il nuovo regolamento europeo Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, spingendo il settore a trovare un equilibrio tra crescita della domanda e riduzione dell’impatto ambientale.
Proprio su questo tema si è concentrato l’incontro Filiera a confronto: l’Italia dell’imballaggio verso la nuova normativa europea, organizzato al Senato dal senatore Gianluca Cantalamessa con il supporto di Giflex, l’associazione dei produttori di imballaggi flessibili. L’iniziativa ha messo sul tavolo dati, prospettive e richieste del settore, alla luce della nuova regolamentazione europea. «Oggi servono strumenti stabili e applicabili per chi produce, per chi utilizza, per chi recupera e per chi ricicla gli imballaggi. Le imprese non possono lavorare nell’incertezza: devono programmare, investire, innovare», ha dichiarato Alberto Palaveri, presidente di Giflex. «Siamo qui per rafforzare e difendere nel nuovo contesto europeo la leadership della nostra filiera». Il messaggio chiave è chiaro: servono regole praticabili, supportate da investimenti mirati che permettano alle imprese di trasformare gli obiettivi normativi in risultati concreti. La filiera chiede anche di potenziare i sistemi di raccolta e riciclo, compreso il riciclo chimico, e di accompagnare la transizione verso imballaggi innovativi con strumenti capaci di compensare i costi e proteggere la competitività del settore.
Un ruolo centrale è giocato dall’imballaggio flessibile, leggero ed efficiente: pesa in media solo il 2-3% del prodotto contenuto, richiede meno materie prime e genera basse emissioni di CO2, contribuendo così agli obiettivi europei. Il comparto europeo ha registrato nel 2024 un fatturato di 18,8 miliardi di euro e le previsioni per il 2029 stimano una crescita significativa, sia a livello mondiale sia in Europa. In Italia, il flessibile impiega circa 12.000 addetti, produce circa 400.000 tonnellate e fattura oltre 4,3 miliardi di euro. «Il Made in Italy dell’imballaggio è un modello industriale di eccellenza, competitivo e sostenibile», ha sottolineato il senatore Cantalamessa. «L’Europa deve riconoscere chi è avanti, non penalizzarlo con burocrazia e norme rigide uguali per tutti. La riduzione dei rifiuti si ottiene con filiera, dialogo e flessibilità normativa, non con regolazioni ideologiche».
Per affrontare queste sfide, Giflex ha annunciato la volontà di promuovere un tavolo di lavoro di filiera con governo e Parlamento, finalizzato a costruire soluzioni condivise per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi senza compromettere innovazione, crescita e competitività.
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