2022-05-16
«Il Bitcoin può arrivare anche a 20 mila dollari. Il caso-Terra è una lezione per le criptovalute»

Per Debach, analista di eToro, Bitcoin potrebbe scendere fino a 20 mila dollari
I giorni di passione più intensi delle criptovalute sembrano essere terminati. Assorbito lo choc del collasso di TerraUSD e Luna, il mercato si sta riassestando senza sapere come la rumorosa scomparsa della stablecoin impatterà sull’attrattività del mercato.
In Italia, in particolare, i numeri erano in ascesa soprattutto tra i più giovani. «Essendo che il cliente retail si basa su entusiasmo e paura, mi aspetto che l’interesse per un periodo vada a scemare – spiega Gabriel Debach, italian market analyst di eToro intervistato da Verità&Affari – Come risponderà sul lungo periodo è la vera prova del 9».
Il momento per le criptovalute, però, era delicato anche prima di settimana scorsa.
«I fattori che incidono sono molteplici: dall’alta inflazione che fa tentennare gli investitori all’aggressività della Fed e alla mancanza di fiducia generalizzata. Le difficoltà stanno influenzando anche il mercato del mondo reale, non solo delle criptovalute, che non possono trascendere dalla situazione economica. In questo momento, le cripto sono gravate da una reazione eccessiva a un evento che ha riguardato una blockchain. Il collasso di TerraUSD e Luna non dovrebbe avere conseguenze dirette su altre criptovalute come il Bitcoin, se non una reazione di timore. È interessante il fatto che negli ultimi mesi sempre più soggetti, da Stati a compagnie aeree, stiano riconoscendo le criptovalute: si tratta di una certificazione del mondo delle valute virtuali».
Nell’ultimo periodo ha sofferto anche il Nasdaq, con un andamento molto simile a quello di Bitcoin. Condividono gli investitori?
«La correlazione tra Nasdaq e Bitcoin è sui massimi storici: 0,91 negli ultimi 30 giorni. È decisamente possibile che in questo momento ci siano gli stessi investitori, su scale di rischio e investimento diverse. In parte può essere un aspetto negativo, perché prima investire in Bitcoin offriva un’opportunità di diversificare rispetto al Nasdaq. Con una stretta correlazione cresce anche la necessità di intervenire per fare delle correzioni».
Bitcoin è tornato intorno ai 30 mila dollari, valore più basso dal luglio dell’anno scorso. È il suo plateau o ritiene possibile che la discesa continui ancora?
«Bitcoin, per sua natura, vive di momenti di crescita e di correzioni dei massimi raggiunti per lunghi periodi. Se guardiamo il suo andamento vediamo che è in un momento di correzione dal picco di novembre (69 mila dollari, ndr) da circa 180 giorni. Una correzione del 63% del valore che non rappresenta la discesa peggiore dalla sua storia: da dicembre 2017 a dicembre 2018 Bitcoin ha perso circa l’84%. Il rimbalzo di questi giorni è un bel segnale, ma non è detto che abbiamo toccato il fondo: potrebbe scendere anche intorno ai 20 mila dollari. L’alta volatilità del Bitcoin, nel bene e nel male, è il motivo per cui genera anche così tanto interesse».
Il collasso di Terra-Luna è il caso della settimana. Può spiegarci cos’è successo? Ritiene possibile che lo strumento “resusciti”?
«Partiamo dalla seconda: è difficile pensare che possa rinascere per una questione di fiducia nello strumento che ha un precedente così pesante alle spalle. Fare una ricostruzione dell’accaduto con precisione è difficile per il momento perché ci sono ancora molti elementi confusi. Quello che è certo è che c’è stato un attacco finanziario che ha generato le prime scosse. Da qui è partita una “corsa agli sportelli” simile a quella che hanno subito anche realtà della finanza tradizionale che ha fatto collassare l’intero sistema. Terra, basandosi su un algoritmo e sostenendosi con uno strumento volatile per natura come una criptovaluta, non ha retto».
Anche Tether ha tremato, ma nonostante l’oscillazione ha retto. È un segnale che le stablecoin possano effettivamente fare da architravi del sistema delle criptovalute?
«Sarà sicuramente una sfida da qui in avanti. La caduta di Terra potrebbe creare anticorpi nel mercato, farlo imparare dagli errori e correggere le falle evidenziate dal caso-Terra. Il Peg è difficile da mantenere anche per una banca centrale. Tether è stato avvantaggiato dal fatto di essere legato comunque a un valore reale. Non si tratta della prima oscillazione importante che subiscono le stablecoin. Tether, per esempio, nel 2017, aveva toccato i 92 centesimi. Penso che scosse “di assestamento” ce ne saranno ancora: sarà uno stress test per il mercato».
Il clamore suscitato dal caso-Terra ha fatto sollevare il tema di una possibile stretta della regolamentazione per dare più garanzie agli investitori. Pensa che arriverà? E nel caso, c’è il rischio di snaturare il mercato delle criptovalute?
«L’attenzione in questo momento è alta. Qualcuno ha definito Terra la Lehman Brothers delle criptovalute, il che è ironico considerato che Bitcoin è nato anche in risposta alla delusione creata dalla finanza tradizionale nel 2008. Io immagino che una restrizione arriverà visto che l’Europa sembrava già orientata in tal senso, mentre il caso Terra, negli Usa, è arrivato proprio nel momento in cui si stavano raccogliendo informazioni per prendere una decisione sulle criptovalute. Bisognerà trovare un compromesso tra gli interessi e la natura delle criptovalute, pensate per dare anche alti guadagni assumendosi rischi, e le necessità di una regolamentazione».
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Toghe (Imagoeconomica)
La separazione delle carriere e il superamento delle correnti sono strumenti di trasparenza. Finora, le lotte tra fazioni delle toghe avevano condannato al precariato i magistrati onorari, sui quali pesa il 50% del lavoro.
Ho scelto di votare Sì alla riforma costituzionale della giustizia non per spirito di contrapposizione, ma per coerenza istituzionale. Chi, come me, ha attraversato più stagioni del processo - prima da avvocato, oggi da magistrato onorario che esercita le funzioni dell’accusa - avverte con particolare nettezza quando un sistema inizia a richiedere una correzione strutturale, non più rinviabile.
La separazione delle carriere e il superamento del correntismo non sono bandiere ideologiche, ma strumenti di chiarezza. Rendono il processo più leggibile, più affidabile, più onesto anche nella sua percezione esterna. Definiscono ruoli, responsabilità e confini, evitando quella sovrapposizione - formale o sostanziale - per cui chi giudica e chi accusa finiscono per condividere non solo, come è giusto, una cultura giuridica, ma talvolta anche percorsi di carriera, valutazioni e dinamiche di potere.
Chi giudica deve essere distinto, anche negli organi di autogoverno, da chi accusa. Non è una scelta «contro» qualcuno, ma «per» il sistema. È una scelta di trasparenza, non di schieramento. Ed è, in ultima analisi, una scelta di rispetto verso i cittadini che al processo affidano libertà, diritti e reputazioni.
In questo quadro, la magistratura onoraria - a lungo vista da quella di carriera come una manovalanza a basso costo o come una sorta di corpo estraneo all’interno dell’ordine giudiziario - diviene una potente lente d’ingrandimento per leggere le storture di un sistema che la riforma costituzionale consentirà di superare con il consenso della maggioranza degli italiani.
Questa sarà la posizione della maggioranza dei magistrati onorari, la cui esperienza quotidiana nelle aule ha generato una sensibilità diffusa a favore di una riforma orientata al funzionamento della giurisdizione e non alla conservazione di assetti corporativi dei quali, va detto senza infingimenti, la magistratura onoraria ha sofferto a lungo le conseguenze.
Negli ultimi venticinque anni, infatti, il correntismo giudiziario, oltre a incrinare la fiducia dei cittadini nei giudici e nei pubblici ministeri, ha inciso - tanto silenziosamente quanto drammaticamente - sulle sorti dei magistrati onorari, favorendo il sistematico rinvio di una loro riforma che solo in questa legislatura ha finalmente ottenuto il via libera del Parlamento.
Tutto ciò non per distrazione, ma per una presunta convenienza che, in realtà, altro non era che il riflesso di una preoccupazione autoconservativa: mantenere l’egemonia sulla giurisdizione, anche a costo di negare ai magistrati onorari prerogative e guarentigie - come il congedo di maternità o gli accantonamenti previdenziali - che li avrebbero collocati su un piano ordinamentale più vicino a quello della magistratura di ruolo.
Questa magistratura precaria, priva di pieno riconoscimento ordinamentale, valutata dall’alto e sprovvista di reale rappresentanza, è stata funzionale a mantenere, all’interno della magistratura di carriera, equilibri interni, tamponandone le carenze di organico senza affrontarne le cause strutturali e rinviando di anno in anno scelte che avrebbero restituito efficienza alla risposta giudiziaria, incidendo al contempo sugli assetti di potere.
Il risultato è noto: una magistratura onoraria chiamata a farsi carico di oltre il 50% della domanda giudiziaria, in assenza di pur minime tutele. Una contraddizione che ha retto finché ha potuto e che oggi non è più sostenibile né sul piano costituzionale né su quello della credibilità del sistema.
La provenienza di molti magistrati onorari dalle fila dell’avvocatura non ha favorito buone relazioni con i colleghi di carriera, sebbene questo ruolo vicario assunto da una componente dell’avvocatura italiana non sia un accidente, ma la conseguenza diretta di un consapevole contingentamento degli organici della magistratura di ruolo e di un deliberato rallentamento delle politiche assunzionali. Una scelta protratta nel tempo, che ha alimentato un ricorso strutturale ai giudici e ai pubblici ministeri onorari e che oggi non può essere liquidata con una battuta.
La stabilizzazione della magistratura onoraria, fortemente voluta dal governo Meloni, va dunque letta insieme alla riforma costituzionale sulla quale si voterà a marzo: entrambe chiariscono ruoli e responsabilità di chi amministra la giustizia italiana.
Naturalmente, occorreranno ulteriori passi: rafforzare le piante organiche della magistratura di ruolo e colmare le scoperture attuali, gestendo con intelligenza le procedure concorsuali già finanziate.
La riforma costituzionale non è una scorciatoia né la panacea di tutti i mali: è la base di lancio per una nuova partenza, che conduce a compimento il disegno iniziato dai padri costituenti, restituendo indipendenza ai magistrati, anche rispetto ai propri colleghi.
Qualcuno obietta che la separazione delle carriere metterebbe in discussione la terzietà dei giudici. L’argomento non convince. Nessuno mette in dubbio la professionalità dei singoli magistrati italiani, molti dei quali hanno aderito al Comitato per il Sì; ciò nondimeno è innegabile che la riforma assecondi anche l’esigenza secondaria - di rango pur sempre costituzionale - di rafforzare la fiducia nella giustizia. Perché nel processo contano i fatti, certo, ma conta anche la percezione che gli utenti della giustizia hanno di chi quei fatti accerta e, senza fiducia, anche la decisione più corretta rischia di apparire opaca o, peggio, «orientata».
A chi teme che separare carriere e organi di autogoverno dei giudici e dei pubblici ministeri li indebolisca, si può rispondere che i magistrati onorari offrono già oggi una rappresentazione anticipata di ciò che potrebbe essere l’intero sistema dopo il Sì. Le loro carriere sono separate da anni, senza che ciò abbia impedito la condivisione di una comune cultura della giurisdizione. La separazione delle carriere non spezza tale cultura né impoverisce il confronto professionale; restituisce piuttosto a ciascuna funzione il proprio perimetro di responsabilità.
In una nazione civile, la distinzione dei ruoli non è una frattura ideologica, ma una garanzia di equilibrio e di valorizzazione della volontà popolare; l’intera Costituzione italiana è, del resto, un esempio di come la distribuzione dei poteri presidi, meglio di qualsiasi formula astratta, la vocazione democratica dell’ordinamento repubblicano.
Eppure, tra gli argomenti del No, rimane trainante quello secondo cui un riparto più chiaro dei ruoli giudicante e requirente indebolirebbe la giurisdizione. Accade esattamente il contrario. La chiarezza non sottrae autorevolezza, la redistribuisce. Gli assetti consolidati hanno il conforto del precedente storico, ma le cronache degli ultimi anni dimostrano che l’attuale modello presenta criticità strutturali.
Da qui il tema del sorteggio negli organi di autogoverno, che introduce una risposta pragmatica a una patologia reale: il lobbismo corrivo di un associazionismo autocratico, che spesso ostacola le carriere dei magistrati poco inclini all’antagonismo correntizio. Quel sistema di relazioni, scambi e appartenenze - emerso anche attraverso le indagini sulle interferenze politiche e giudiziarie che hanno coinvolto il già presidente dell’Anm e poi consigliere del Csm Luca Palamara - ha condizionato per gran parte della storia repubblicana la magistratura, le sue nomine e i relativi percorsi professionali.
Il sorteggio non è una panacea, ma uno strumento per ridurre il peso delle appartenenze e restituire libertà morale ai magistrati e trasparenza agli organi di governo autonomo.
Nessuna riforma è perfetta. Serviranno norme attuative, costruite con attenzione e partecipazione. Ma la direzione è quella giusta. Rimandare ancora significherebbe rallentare un adeguamento costituzionale di cui la comunità nazionale - la cosiddetta società civile - ha un disperato bisogno.
Tra i miei amici magistrati di carriera non mancano quelli favorevoli al Sì. Alcuni guardano alla riforma con curiosità, altri con convinta adesione. Molti, comprensibilmente, mantengono oggi un profilo prudente; ma è interessante notare come il numero dei favorevoli cresca sensibilmente man mano che i sondaggi registrano l’incremento dei Sì, toccando punte ancora più alte tra coloro che, avendo cessato il servizio, sono più liberi di esprimere un pensiero non allineato.
Al di là delle polemiche del momento, spesso pretestuose, occorre votare le nuove norme costituzionali sapendo che sono destinate, per loro natura, a vivere ben oltre la stagione politica in cui prendono forma, e ricordando, al contempo, che sono pur sempre norme modificabili e migliorabili, che dovranno essere valutate per ciò che producono in termini di indipendenza ed efficienza della magistratura e di garanzie per i cittadini, indipendentemente dai mutevoli contesti politici.
Certamente questa riforma renderà l’ordine giudiziario più imparziale, rafforzandone autorevolezza, responsabilità e credibilità pubblica e internazionale, dando nuovo spazio al pensiero critico di figure di grande valore, non allineate.
La lista degli esclusi sarebbe molto lunga; ma ce n’è uno che ogni volta cito con pudore e commozione, che ha pagato più di altri il prezzo del corporativismo, ben prima delle stagioni del Sistema e di vicende come quella dell’Hotel Champagne sulle quali sarebbe auspicabile istituire una commissione parlamentare di inchiesta perché molti profili sono rimasti volutamente nell’oscurità e poi nel dimenticatoio. È un magistrato che provò a cambiare il nostro Paese e le sue logiche politiche e giudiziarie, ma fu messo in disparte proprio dalle correnti: era Giovanni Falcone e, per me, votare Sì, significa anche onorare il suo monito riformatore.
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2026-01-28
Pusher ucciso a Rogoredo, il Sap: «Ennesimo caso di un collega indagato fin da subito»
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(Ansa)
«Anche ieri abbiamo visto, per l’ennesima volta, l’ennesimo collega indagato fin dall’inizio della vicenda, ancora prima dell’accertamento dei fatti, per essere intervenuto in difesa di altri colleghi e di sé stesso mentre si procedeva a un’operazione antidroga», ha detto Massimiliano Pirola, segretario regionale del Sindacato Autonomo di Polizia (Sap), all’indomani della sparatoria a Rogoredo, a Milano, che ha portato alla morte di un 28enne marocchino. «Il collega adesso si ritrova a dover affrontare un percorso giudiziale molto pesante e difficile per essere sceso in strada a fare il proprio dovere. Non siamo dalla sua parte senza se e senza ma: il collega ha fatto solo e unicamente il proprio dovere. Serve una legge affinché i colleghi vengano iscritti nel registro degli indagati solo al termine di tutti gli accertamenti, perché questo atto dovuto è davvero una spada di Damocle sul personale che ogni giorno rischia la propria vita per difendere quella degli altri», ha concluso Pirola.
(Guardia Costiera)
La frana di Niscemi vista dall'alto. Fanno davvero impressione le immagini girate a bordo dell'elicottero della Guardia Costiera che riprendono la frana che ha colpito il Comune di Niscemi, in provincia di Caltanissetta. Il cedimento del terreno è cominciato domenica 25 gennaio a causa del ciclone Harry e della violenta ondata di maltempo che si sono abbattuti sulla Sicilia, e la frana ha trascinato via strade, case e terreni per oltre 25 metri.














