«Il Bitcoin può arrivare anche a 20 mila dollari. Il caso-Terra è una lezione per le criptovalute»

Per Debach, analista di eToro, Bitcoin potrebbe scendere fino a 20 mila dollari
I giorni di passione più intensi delle criptovalute sembrano essere terminati. Assorbito lo choc del collasso di TerraUSD e Luna, il mercato si sta riassestando senza sapere come la rumorosa scomparsa della stablecoin impatterà sull’attrattività del mercato.
In Italia, in particolare, i numeri erano in ascesa soprattutto tra i più giovani. «Essendo che il cliente retail si basa su entusiasmo e paura, mi aspetto che l’interesse per un periodo vada a scemare – spiega Gabriel Debach, italian market analyst di eToro intervistato da Verità&Affari – Come risponderà sul lungo periodo è la vera prova del 9».
Il momento per le criptovalute, però, era delicato anche prima di settimana scorsa.
«I fattori che incidono sono molteplici: dall’alta inflazione che fa tentennare gli investitori all’aggressività della Fed e alla mancanza di fiducia generalizzata. Le difficoltà stanno influenzando anche il mercato del mondo reale, non solo delle criptovalute, che non possono trascendere dalla situazione economica. In questo momento, le cripto sono gravate da una reazione eccessiva a un evento che ha riguardato una blockchain. Il collasso di TerraUSD e Luna non dovrebbe avere conseguenze dirette su altre criptovalute come il Bitcoin, se non una reazione di timore. È interessante il fatto che negli ultimi mesi sempre più soggetti, da Stati a compagnie aeree, stiano riconoscendo le criptovalute: si tratta di una certificazione del mondo delle valute virtuali».
Nell’ultimo periodo ha sofferto anche il Nasdaq, con un andamento molto simile a quello di Bitcoin. Condividono gli investitori?
«La correlazione tra Nasdaq e Bitcoin è sui massimi storici: 0,91 negli ultimi 30 giorni. È decisamente possibile che in questo momento ci siano gli stessi investitori, su scale di rischio e investimento diverse. In parte può essere un aspetto negativo, perché prima investire in Bitcoin offriva un’opportunità di diversificare rispetto al Nasdaq. Con una stretta correlazione cresce anche la necessità di intervenire per fare delle correzioni».
Bitcoin è tornato intorno ai 30 mila dollari, valore più basso dal luglio dell’anno scorso. È il suo plateau o ritiene possibile che la discesa continui ancora?
«Bitcoin, per sua natura, vive di momenti di crescita e di correzioni dei massimi raggiunti per lunghi periodi. Se guardiamo il suo andamento vediamo che è in un momento di correzione dal picco di novembre (69 mila dollari, ndr) da circa 180 giorni. Una correzione del 63% del valore che non rappresenta la discesa peggiore dalla sua storia: da dicembre 2017 a dicembre 2018 Bitcoin ha perso circa l’84%. Il rimbalzo di questi giorni è un bel segnale, ma non è detto che abbiamo toccato il fondo: potrebbe scendere anche intorno ai 20 mila dollari. L’alta volatilità del Bitcoin, nel bene e nel male, è il motivo per cui genera anche così tanto interesse».
Il collasso di Terra-Luna è il caso della settimana. Può spiegarci cos’è successo? Ritiene possibile che lo strumento “resusciti”?
«Partiamo dalla seconda: è difficile pensare che possa rinascere per una questione di fiducia nello strumento che ha un precedente così pesante alle spalle. Fare una ricostruzione dell’accaduto con precisione è difficile per il momento perché ci sono ancora molti elementi confusi. Quello che è certo è che c’è stato un attacco finanziario che ha generato le prime scosse. Da qui è partita una “corsa agli sportelli” simile a quella che hanno subito anche realtà della finanza tradizionale che ha fatto collassare l’intero sistema. Terra, basandosi su un algoritmo e sostenendosi con uno strumento volatile per natura come una criptovaluta, non ha retto».
Anche Tether ha tremato, ma nonostante l’oscillazione ha retto. È un segnale che le stablecoin possano effettivamente fare da architravi del sistema delle criptovalute?
«Sarà sicuramente una sfida da qui in avanti. La caduta di Terra potrebbe creare anticorpi nel mercato, farlo imparare dagli errori e correggere le falle evidenziate dal caso-Terra. Il Peg è difficile da mantenere anche per una banca centrale. Tether è stato avvantaggiato dal fatto di essere legato comunque a un valore reale. Non si tratta della prima oscillazione importante che subiscono le stablecoin. Tether, per esempio, nel 2017, aveva toccato i 92 centesimi. Penso che scosse “di assestamento” ce ne saranno ancora: sarà uno stress test per il mercato».
Il clamore suscitato dal caso-Terra ha fatto sollevare il tema di una possibile stretta della regolamentazione per dare più garanzie agli investitori. Pensa che arriverà? E nel caso, c’è il rischio di snaturare il mercato delle criptovalute?
«L’attenzione in questo momento è alta. Qualcuno ha definito Terra la Lehman Brothers delle criptovalute, il che è ironico considerato che Bitcoin è nato anche in risposta alla delusione creata dalla finanza tradizionale nel 2008. Io immagino che una restrizione arriverà visto che l’Europa sembrava già orientata in tal senso, mentre il caso Terra, negli Usa, è arrivato proprio nel momento in cui si stavano raccogliendo informazioni per prendere una decisione sulle criptovalute. Bisognerà trovare un compromesso tra gli interessi e la natura delle criptovalute, pensate per dare anche alti guadagni assumendosi rischi, e le necessità di una regolamentazione».
«Il conservatorismo sociale italiano che blocca crescita e investimenti». Questo era il titolo del commento firmato dalla professoressa Fornero, pubblicato ieri sulla Stampa. Un titolo che, confessiamo, ci aveva immediatamente fatto storcere il naso per quell’odore di snobismo che emanava. Però - ci siamo detti - mica possiamo essere proprio noi a cadere nell’errore di accoppiare titolo e articolo come fossero usciti dalla stessa mano, quindi ci siamo scrollati di dosso il pregiudizio e abbiamo cominciato la lettura del commento.
E… il pezzo era peggio del titolo. Lo snobismo del titolo era nulla rispetto alla tracotanza con cui l’ex ministro giudica gli italiani. Se infatti il «paziente Italia» non riesce ad avere una reazione rapida nonostante i finanziamenti del Pnrr, nonostante governi di diverso colore e pure uno guidato da Draghi, e nonostante quest’ultimo sia esempio della tanto osannata stabilità, di chi è la colpa? Qual è - per dirlo con la Fornero - il malessere profondo del Paese? Il conservatorismo degli italiani. «Un conservatorismo non ideologico, ma culturale e sociale: la tendenza a rifugiarsi nella rassicurante retorica della “grande bellezza”, del “genio italico”, del “piccolo è bello”»; l’idea che (attenzione qui, ci permettiamo di sottolineare) «casa e pensione rappresentino ancora gli approdi essenziali dell’esistenza». Per farla breve, se non cresciamo non è che le ricette miracolose di quelli bravi - quelle per cui l’austerity era dolorosa ma necessaria - erano e sono ricette fanatiche impregnate di neoliberismo; no, la colpa è degli italiani che sono conservatori, perché vorrebbero conservare quella ricchezza su cui invece tutti vorrebbero mettere le mani; una ricchezza che è impregnata di sudore del lavoro, una ricchezza che poggia su due asset considerati un bancomat da tutti i governi, cioè la casa e le pensioni, come se si trattasse di bottini di rapine!
Ma andiamo oltre nell’analisi della Fornero: il conservatorismo culturale e sociale «alimenta l’opinione che gli immigrati o il prolungamento della vita lavorativa sottraggano opportunità ai giovani, interpretando il mercato del lavoro come se fosse caratterizzato da un numero fisso di posti, secondo una logica di sostituzione (“esci tu che entro io”) anziché di inclusione e complementarità». La vicenda di Modena è la spia di come senza lavoro dignitoso non ci sia vera integrazione, con la differenza che se finora gli italiani di prima generazione non si sono infilati in una macchina per sterminare un po’ di gente che passeggiava in centro città, lo dobbiamo al ruolo di chi - grazie alla casa e alla pensione - si è prestato come ammortizzatore sociale. Vedremo cosa succederà con quel «cambiamento» che tanto piace alla Fornero, la cui moderna composizione vedrà robot e intelligenza artificiale concorrenti dei lavoratori in carne e ossa, con la differenza che per automazione e IA fanno a gara per dare incentivi, mentre i lavoratori costano sempre un botto di tasse! Siccome gli italiani conservatori, colpevoli appunto di difendere casa e pensioni, sono i veri colpevoli della mancata crescita e comandano il gioco, ecco che la politica - maggiormente quella di centrodestra -«non ha contrastato questa tendenza; al contrario, vi si è adattata. Facendosi ispirare dal populismo, ha progressivamente rinunciato al suo ruolo di indirizzo e di guida per adottare quello del “buonismo”, del protezionismo, del nazionalismo, del ricorso generalizzato a sussidi e bonus. Si “proteggono” gli individui, le imprese, la nazione, senza un vero ordine di priorità come se le risorse fossero illimitate; […] si scelgono le generazioni presenti a scapito di quelle giovani e future, che hanno scarso peso politico ma sopporteranno il costo delle decisioni odierne».
Ancora con questa gigantesca balla, costruita dalla propaganda mercatista, per cui se difendi la casa, le pensioni, le pmi fai il male delle nuove generazioni e dell’Italia. Sono convinto che la Fornero sia solo una fanatica in buona fede e che non veda le contraddizioni della sua ipocrita narrazione consegnata alla Stampa (ahi, il conservatorismo…); tuttavia questo non la esenta dal dover cominciare a dire che gli italiani hanno pagato sempre il prezzo più alto e si sono sempre ritrovati - la maggioranza, non solo il Cipputi - il famoso ombrello nel didietro perché i grandi prenditori tipo la famiglia Agnelli/Elkann ci hanno fregati. (Inviterei la Fornero alla prudenza quando parla di italiani evasori: la Procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio per John Elkann e per il commercialista Gianluca Ferrero con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato ed evasione fiscale fraudolenta. Volesse qualche volta vergare anche su questo...). Così come ci hanno fregati tutti quei manager che di industria non capiscono nulla ma sanno ogni trucchetto per moltiplicare i loro guadagni con bonus e prestidigitazioni varie. Sono costoro che fregano l’Italia e gli italiani; ed è a costoro che persino il governo Meloni non ha saputo mettere un freno.
Pertanto è ora di finirla con queste prediche ipocrite sul «conservatorismo», tipo quella scritta dalla Fornero o dall’altro professore, Aldo Grasso, che ieri se l’è presa con la creatività dei balneari impegnati a difendere la loro piccola impresa. È vero, professor Grasso: vorrebbero allargare la mappatura delle spiagge includendo quelle dei fiumi e dei laghi (del resto anche quelle generano attività imprenditoriali analoghe), ma se la mappatura creativa è l’esempio tipico del malcostume italiano, Grasso si faccia spiegare come, con trucchetti decisamente più pelosi di quello dei balneari, fior di aziende - private e pubbliche - abbelliscono bilanci profondamente in rosso, quasi da fallimento. Sempre di salvataggi si tratta, no?
«Tutte le mattine quando entro in reparto leggo “Infettivologia Carlo Urbani” e mi dico che vale la pena fare questa professione, che la fatica è nulla in confronto a ciò che ha fatto lui». Chiara Valeriani non è una virostar, lei, laureata giovanissima alla Politecnica delle Marche in quel Policlinico Torrette più e più volte premiato come migliore ospedale pubblico d’Italia, è un medico «da corsia» sul fronte dell’infinitamente piccolo e del sempre potenzialmente mortale.
E mette in guardia: «Avremo altre epidemie, ma non dobbiamo vivere con la paura: questa variante Ebola, anche se per ora sta in Africa, va seguita con estrema attenzione». Capelli rossi, sorriso appena melanconico, minuta, carattere d’acciaio anche se - sussurra - «più di una volta ho pianto di fronte a storie di Hiv, quando hai fra le mani la vita di un bimbo e vorresti poter entrare nelle sue cellule e liberarlo dal male». Due figli piccoli - la teppa e il genietto -, un marito medico «altrimenti non mi sopporterebbe» e una scelta fatta da adolescente: sarò medico. E poi l’incontro con Carlo Urbani: il virologo che ha liberato il mondo dalla Sars (la sindrome respiratoria acuta) prevenendo una devastante epidemia e per farlo c’è morto. «Qui a Macerata, nelle Marche, non c’è studente di medicina o un medico che non senta parte dell’eredità del professor Urbani. Il suo piano pandemico era stato adottato nel 2003 dall’Oms, e studiare ciò che lui ha fatto e intuito è una fonte inesauribile. Forse è per questo che la virologia clinica è quella che mi affascina: la ricerca è fondamentale, ma la cura è la mia scelta».
Si pensava, passata l’emergenza Covid, di stare tranquilli e invece prima l’Hantavirus, ora l’Ebola: che succede?
«Precisiamo subito: il Covid è vivo e lotta insieme a noi. Lo abbiamo messo sotto controllo, non fa più paura, ma non si è dissolto. Però ci ha fatto anche un piacere: adesso siamo molto più pronti ad affrontare le emergenze. Abbiamo i kit, abbiamo diagnostiche più avanzate e gli ospedali - almeno è il caso di quello di Macerata, ma anche di quelli nel resto delle Marche -, sul fronte delle infezioni e delle virosi oggi sono molto capaci di rispondere. Quanto alle nuove emergenze, il quadro è da prendere in seria considerazione. Per quel che riguarda l’Hantavirus ci sono stati pochi casi segnalati. È molto più preoccupante in potenza l’allarme Ebola e non è un caso che l’Oms abbia subito attivato una procedura di stretta sorveglianza e abbia alzato al massimo il livello di rischio con valenza globale. È il gradino sotto la pandemia. A conferma di quanto dicevo il nostro Epicentro, che è la cabina di regia, per così dire, di noi infettivologi, ha subito diramato un vademecum. Geograficamente il rischio Ebola è molto lontano da noi, ma questo non deve farci abbassare la guardia per due ragioni. La prima è che la velocità di diffusione del virus è impressionante, la seconda è che viaggiamo tanto e le probabilità di contagio aumentano esponenzialmente».
Lei è molto decisa nel delimitare il rischio, precisa nell’illustrarlo e al tempo stesso cauta, ma le persone nel post Covid come si pongono? Sono più informate o spaventate?
«Le persone sono più spaventate. S’informano, chiedono, ma fanno fatica a capire la reale minaccia di questo o quel virus. Su Ebola siamo bombardati di richieste. Credo che derivi anche dal fatto che le persone in generale hanno più patologie perché sono più anziane e quindi si preoccupano di più. Ma anche i virus sono più aggressivi, perfino il Cmv (citomegalovirus, che è un herpes comunissimo, ndr) e la banale mononucleosi sembrano poter dare quadri con necessità di ricovero! L’abbiamo notato. E i batteri sono tutti o quasi multiresistenti. Colpa dei sanitari che usano in modo eccessivo e improprio gli antibiotici, degli agricoltori e allevatori che usano nel bestiame antibatterici misti a cibi e selezionano resistenze. I batteri sono intelligentissimi. Veloci nell’adattarsi e un passo sempre avanti anche nel superare le molecole più “nuove”. Ecco perché nel territorio e in ospedale nel primo accesso bisogna mantenersi bassi con antibiotici di largo spettro. Solo successivamente o in casi gravissimi (shock settico) lo specialista infettivologo si confronta con l’internista e si può alzare il tiro usando farmaci più potenti, ma con maggiore selezione di resistenza. E se il paziente sta meglio e non è più molto grave si deve andare a scalare».
Lei sembra parlare con i virus e i batteri. Che tipi sono?
«Sono furbi. I batteri comunicano tra loro attraverso segnali chimici per monitorare la propria densità di popolazione. Quando raggiungono un certo numero coordinano comportamenti di gruppo, come l’attacco al sistema immunitario ospite o la formazione di biofilm per difendersi dagli antibiotici. Sono in grado di modificare il proprio comportamento e il proprio genoma per sopravvivere ad ambienti ostili. I virus hanno invece una intelligenza “evolutiva”. Pur essendo semplici parassiti intracellulari, i virus dimostrano una grande capacità di adattamento. Mutano rapidamente per sfuggire alle difese immunitarie e per infettare nuove cellule. Studi recenti, non ancora approfonditi, suggeriscono che anche i virus abbiano una sorta di vita sociale, cooperando e rivaleggiando all’interno dell’ospite, influenzando la loro forma fisica e la loro evoluzione».
Torniamo all’Hantavirus. È un pericolo reale? Si è detto che lo portano i topi, che viene dal contatto con le feci dei ratti. Ma chi ragionevolmente sta a contatto con i bisognini dei roditori? Piuttosto: è vero che non c’è un vaccino?
«Domanda complessa. Provo a rispondere. Sull’Hantavirus abbiamo informazioni di diversi casi in Cile, in Olanda, ma ciò che più conta è che stavolta - al contrario dei ritardi accumulati col Covid - c’è molta più attenzione sul monitoraggio e sull’informazione da dare alle persone. Quanto al vaccino si è detto che in nove mesi sarebbe stato pronto basandosi sull’esperienza fatta con gli anti Covid. E tuttavia si deve tenere conto che i batteri e i virus ad alta mortalità che non conosciamo mutano molto velocemente o che le diffusioni sono rapide. Bisogna perciò monitorare attentamente gli spostamenti di popolazione. Su Ebola si sta mettendo molta attenzione a questo aspetto, ma su Hantavirus ci sono stati dei buchi. È vero che è un virus che per ora non è mutato, ma ha un’alta mortalità».
Per l’Hantavirus si è detto che c’era un vaccino quasi pronto, ma che non è stato portato avanti perché non ha mercato. Dunque anche i virus hanno le quotazioni a Wall Street?
«Mettiamola così: la ricerca si indirizza dove più alte sono le probabilità che via sia necessità d’intervento. L’Hantavirus è un virus poco diffuso e dunque ci si concentra a sviluppare presidi là dove si sente maggiore emergenza. Nel caso di Ebola sappiamo molto, fin dal 2014 con l’epidemia in Sierra Leone. Sappiamo quali sono le cure e che bisogna essere tempestivi nell’isolamento, ma nel caso della variante che circola ora, la Bundibubugyo (in sigla Bdvbv), non abbiamo né vaccini né farmaci perché è rarissima. Sappiamo che i sintomi sono febbre, dolori muscolari, diarree, che l’incubazione può durare anche tre settimane e che la diffusione è rapidissima e che, sembrerà un paradosso, si diffonde più rapidamente tra i morti che tra i vivi. Si parla già di oltre 65 morti solo in Congo e oltre 500 infetti».
Ma in Europa e in Italia c’è un rischio reale?
«Astrattamente quando l’Oms ti dice che c’è un’emergenza globale il rischio c’è. Dagli ultimi aggiornamenti sappiamo però - è l’ultima valutazione fatta un paio di giorni fa dal Centro europeo di controllo sulle malattie - che il rischio in Europa è molto basso. I casi importati sarebbero comunque rapidamente individuati e isolati. L’allerta c’è ed è efficace».
Diamo un’occhiata al Covid: come stiamo messi? Ed è vero che Covid e Hantavirus sono entrambi scaturiti da zoonosi?
«Sul Covid abbiano ormai terapie e situazione totalmente sotto controllo. Quanto all’Hantavirus ha una serie di almeno venti varianti. È un virus a Rna, e dunque potenzialmente in grado di compiere mutazioni, vive in alcune specie di roditori, che ne costituiscono il reservoir. Cinque di queste mutazioni sono gravi: hanno tempo di incubazione molto lungo e da quel che sappiamo però non ci sono casi di trasmissione da uomo a uomo. Per quel che riguarda le zoonosi, è ovvio che il nostro modo di vivere, i viaggi continui, ma anche i cambiamenti climatici favoriscono questi salti di specie (il Covid quello è stato). E tuttavia con i nostri animali domestici la regola è: avere un’igiene corretta. Cioè lavarsi le mani dopo i contatti con gli animali, pulire le lettiere senza arrivare però a comportamenti ossessivi che isolano completamente l’uomo dai microbi naturali che anzi sono utili per sviluppare la tolleranza immunitaria».
Arbore cantava la vita è tutta un quiz: ma forse è tutta un virus?
«No la vita è bella, quanto ai virus ci sono: dobbiamo solo imparare a evitarli e curarli».
L’accordo Usa-Iran premia più la resistenza del regime che la campagna bellica di Donald Trump. Hormuz, intanto, resta chiuso fino alla firma del trattato. E nel frattempo Vladimir Putin compie una dura rappresaglia sulla capitale ucraina. Se non è una sconfitta, poco ci manca: l’accordo che si profila tra Usa e Iran conquisterebbe la pace, o comunque una lunga tregua, al prezzo di un sostanziale fallimento militare, politico e diplomatico. Con il rinvio alle calende greche della discussione sul nucleare, che è stato il casus belli, una profonda incertezza sul destino di Hormuz, il graduale sblocco di fondi congelati e il superamento delle sanzioni.
Il fiasco militare è difficile da nascondere: nonostante abbiano martellato la Repubblica islamica, gli americani non ne hanno piegato la resistenza. E se Teheran è riuscita a proteggere non solo buona parte dei suoi asset, ma anche a ricostituire in fretta le scorte distrutte, Washington ha invece svuotato i propri arsenali. È anche per questo che Donald Trump preferisce il negoziato alla ripresa delle ostilità. Le difficoltà statunitensi si stanno già ripercuotendo su alleati strategici: Taiwan e Giappone non avranno i missili che attendevano, per la somma delizia di Xi Jinping. La pessima performance della prima potenza mondiale, così, ha finito per rassicurare Pechino, alimentando le sue ambizione nell’Asia Pacifica.
Lo smacco politico attiene agli effetti del conflitto: anziché innescare un cambio di regime, la guerra ha confermato il ruolo dell’Iran quale potenza regionale, forse capace di imporre ancora il suo controllo su Hormuz. La catena di comando è stata alterata: forse, una dittatura confessionale, retta da un’élite incendiaria nelle parole ma cauta nelle azioni, è stata soppiantata a una dittatura militare i cui pretoriani, probabilmente, terranno sotto scacco il più accomodante Masoud Pezeshkian. Per Teheran non saranno rose e fiori: lo Stretto diventerà sempre meno centrale, perché i traffici commerciali troveranno sbocchi alternativi; bisognerà fare i conti con la crisi economica e con la ricostruzione. Ma se avessimo assistito a una partita di calcio, avremmo visto il Real Madrid pareggiare con il Como.
L’impasse internazionale degli Usa, ora, minaccia di ripercuotersi sulla situazione interna: Trump avrà pure attirato nel Golfo del Messico - d’America, pardon… - molte delle navi che prima transitavano a Hormuz; starà pure rendendo gli Stati Uniti esportatori netti di greggio; ma ai cittadini che voteranno al medio termine di novembre, i profitti delle compagnie petrolifere e il risiko energetico interessano meno della benzina a 5 dollari al gallone.
Sul piano diplomatico, poi, sembra non sia riuscita l’operazione di unire le monarchie sunnite contro gli ayatollah (e al fianco di Israele, nello spirito dei patti di Abramo). È forte il sospetto che l’Oman si stia spartendo la gestione delle rotte navali con gli iraniani, i cui raid hanno compromesso gli impianti di materie prime dei Paesi del Golfo e la reputazione delle loro megalopoli. È significativo che la svolta nelle trattative sia arrivata dopo le pressioni di quegli Stati.
Per carità, sul versante opposto a quello di Trump non splende il sole. La guerra ha scoperchiato almeno due vulnerabilità della Cina: anzitutto, la sua esposizione a insidiosi colli di bottiglia; in secondo luogo, la sua sostanziale indisponibilità ad assumersi delle responsabilità vere nel mantenimento della stabilità internazionale. Il Dragone continua a comportarsi da piantagrane, stando almeno alle ricostruzioni che parlano di un suo supporto logistico e militare alla Russia e all’Iran. Xi già evoca la trappola di Tucidide - l’inevitabilità dello scontro armato tra potenza in declino e potenza in ascesa - ma Pechino è ben lungi dal poter rivendicare una funzione di guida, al posto dell’egemone decaduto.
Sul futuro - tra le tante - aleggia un’incognita strategica: che ne sarà del legame storico tra Israele e Stati Uniti? Essersi lasciati trascinare da Tel Aviv in una campagna azzardata e deludente costituirà un precedente al quale aggrapparsi, per accantonare il sostegno incondizionato allo Stato ebraico? La tesissima telefonata tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu separerà le loro strade? Sono finiti i tempi dei mega resort a Gaza? Sul Medio Oriente, sia pure a spizzichi e bocconi, sorgerà un’alba diversa?














