Il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele continua ad allargarsi coinvolgendo progressivamente un’area sempre più ampia del Medio Oriente. Mentre gli attacchi militari si moltiplicano su diversi fronti, all’interno della Repubblica islamica cresce l’incertezza sulla stabilità del potere politico, alimentando rivalità e manovre tra alcune delle figure più influenti del regime. La campagna militare israeliana prosegue con intensità. Le Forze di difesa israeliane hanno reso noto che dall’avvio dell’operazione «Leone Ruggente», iniziata il 28 febbraio, sono stati effettuati oltre 7.600 attacchi sul territorio iraniano e più di 1.100 in Libano.
Secondo il bilancio diffuso dai vertici militari, circa 2.000 raid hanno preso di mira centri di comando e infrastrutture legate all’apparato del regime, mentre circa 4.700 operazioni hanno colpito strutture connesse al programma missilistico iraniano. In risposta ai bombardamenti, Teheran continua a lanciare missili e droni contro Israele, spesso in coordinamento con Hezbollah. La maggior parte dei vettori viene intercettata dalla difesa antiaerea israeliana, ma i frammenti che ricadono al suolo provocano comunque danni e feriti. Dall’inizio del conflitto, secondo i dati disponibili, 12 persone sono state uccise in Israele. Nuove esplosioni sono state segnalate anche a Tel Aviv, dove le sirene di allarme hanno risuonato dopo il rilevamento di missili provenienti dall’Iran. Le detonazioni sono state percepite fino a Gerusalemme, distante circa 50 chilometri. In serata un cratere si è aperto sull’autostrada 431, a Sud della città, dopo l’impatto di un ordigno che, secondo le prime ipotesi, potrebbe essere stato provocato da munizioni a grappolo.
L’escalation militare non riguarda soltanto Israele e il Golfo persico, attaccato anche ieri. Un missile balistico lanciato dall’Iran e diretto verso la Turchia è stato intercettato e distrutto dalle difese aeree della Nato nel Mediterraneo orientale. Secondo il ministero della Difesa di Ankara si tratta del terzo episodio di questo tipo registrato dall’inizio della guerra. «Impediremo qualsiasi violazione del nostro spazio aereo», ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, assicurando che la Turchia è pronta ad affrontare ogni eventualità per tenere il Paese fuori dalla cintura di fuoco del conflitto. Nelle stesse ore Ankara ha reso noto anche un episodio legato alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. Una nave di proprietà di un armatore turco è riuscita ad attraversare il passaggio marittimo con l’autorizzazione delle autorità iraniane. Di fronte all’allargamento della crisi, Washington ha deciso di rafforzare la propria presenza militare nell’area.
Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, il Pentagono ha autorizzato il dispiegamento in Medio Oriente di una unità di spedizione dei Marines per rispondere all’aumento degli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz. Il contingente potrebbe arrivare a comprendere fino a circa 5.000 militari. La guerra colpisce duramente anche il Libano. Nelle ultime ore l’aviazione israeliana ha effettuato nuovi bombardamenti in diverse zone del Paese, compresi i sobborghi meridionali di Beirut e alcune località della valle della Bekaa. L’Ordine di Malta ha annunciato la morte di Chadi Ammar, giovane membro dello staff dell’organizzazione in Libano, rimasto ucciso in un attacco aereo che ha colpito la località di Aïn Ebel, nel Sud del Paese.
Nel Sud del Libano le bombe sono cadute anche mentre era in corso la visita dell’inviato del Papa nei villaggi più devastati dal conflitto. Secondo il ministero della Sanità, dall’inizio della guerra sono morte 773 persone, tra cui oltre 100 bambini e 62 donne, mentre i feriti hanno superato quota 1.900. Il primo ministro Nawaf Salam ha chiesto la cessazione degli attacchi israeliani dopo aver incontrato a Beirut il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. «Il Libano non ha scelto questa guerra», ha dichiarato il premier, criticando anche i lanci di razzi di Hezbollah contro Israele. Salam ha inoltre affermato che il governo è impegnato nel disarmo delle milizie sciite e che oltre 500 postazioni militari e depositi di armi nel Sud del Paese sarebbero già stati smantellati. In risposta l’esercito israeliano ha annunciato il trasferimento di ulteriori truppe nel Nord del Paese in vista di una possibile espansione delle operazioni in Libano.
Mentre il conflitto si estende su più fronti cresce anche l’incertezza politica all’interno dell’Iran. In questo clima sta riemergendo Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ed ex presidente del Parlamento, tornato a esporsi pubblicamente insieme ad altre personalità, per rafforzare il proprio peso politico. Ieri era a Teheran alla manifestazione per la «Giornata di Quds», durante la quale sono stati lanciati slogan e minacce contro Israele e Usa. Nel corso del corteo una bomba è caduta nelle vicinanze provocando la morte di una donna. Resta intanto avvolta nel mistero la condizione della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, intervistato da Fox News Radio, ha dichiarato di ritenere che il leader iraniano possa essere stato gravemente ferito ma non necessariamente ucciso: «Credo che sia stato colpito duramente, ma penso che probabilmente sia ancora vivo». In Israele, invece, diversi ambienti della sicurezza ritengono che Mojtaba possa essere morto già nei primi giorni di guerra. Trump ha inoltre aggiunto che la Russia starebbe offrendo un certo livello di supporto a Teheran.





