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2020-12-02
Nagorno Karabakh, entra in gioco Biden. E non è una buona notizia per gli armeni
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Joe Biden e Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
In particolare, l'allora candidato democratico accusava il presidente di aver delegato la questione alla Russia e di non essersi minimamente impegnato nel cercare di far arrivare le parti a un accordo. Il problema è che, partendo da quel comunicato, non sia granché chiaro comprendere quale sarà la posizione della (probabile) amministrazione Biden sul tema.
Cominciamo col dire che è senz'altro vero che Trump non abbia mostrato il minimo interesse sulla questione. Una posizione, quest'ultima, che - in linea generale - è anche comprensibilmente criticabile. Una posizione tuttavia che va anche inserita all'interno di un contesto più ampio e articolato. Innanzitutto ricordiamo che il conflitto regionale è riesploso alla fine dello scorso settembre: nel pieno quindi della campagna elettorale per le presidenziali americane. In secondo luogo, vale forse la pena rammentare che l'atteggiamento di Trump possa essere spiegabile con la sua linea realista in politica estera. L'attuale presidente americano ha sempre sostenuto infatti la necessità di ripartire il globo in varie aree di influenza, con l'obiettivo di non lasciar coinvolgere direttamente gli Stati Uniti in ogni scenario problematico. In questo senso, è possibile leggere il disinteresse di Trump come un'implicita delega alla Russia, la quale - non a caso - si è a sua volta impegnata nella negoziazione del cessate il fuoco. Un cessate il fuoco che si è rivelato, sì, territorialmente oneroso per gli armeni, ma che prevede al contempo la presenza in loco di truppe russe: un elemento che funge indirettamente da deterrente nei confronti delle forze azere, spalleggiate dalla Turchia.
Alla luce di tutto questo, come si accennava, è difficile capire quale sarà la posizione di Biden sulla questione del Nagorno-Karabakh. Probabilmente l'ambiguità del suo comunicato riflette l'incertezza della sua stessa politica estera. Sono infatti almeno due i nodi che andranno sciolti. Il primo è quello delle nomine ai dicasteri chiave: nomine che, in base a quanto prescrive la Costituzione americana, dovranno essere ratificate dal Senato. Un Senato la cui maggioranza, come sappiamo, è appesa per il momento al destino dei due ballottaggi della Georgia. In secondo luogo, bisognerà vedere come l'amministrazione Biden sceglierà di muoversi nella triangolazione tra Stati Uniti, Russia e Turchia: la crisi del Nagorno Karabakh sarà infatti inserita da Washington all'interno di questa complicata cornice.
E' almeno dal 2017 che Mosca e Ankara hanno avviato un progressivo avvicinamento politico, economico e militare. I due Stati hanno collaborato su vari teatri di crisi (dalla Siria allo stesso Nagorno-Karabakh), senza poi dimenticare questioni rilevanti come quella del sistema missilistico S-400. Non che il rapporto tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan sia tutto rose e fiori, ma - a livello generale - la progressiva convergenza tra i due è evidente. Una convergenza che alcuni settori dell'establishment di Washington non hanno mai troppo gradito, considerandola nociva soprattutto per la Nato (di cui Ankara fa parte). Ecco che dunque, per capire come si muoverà Biden sul Nagorno, bisognerà prima capire come si muoverà per cercare di frapporsi tra Russia e Turchia.
A oggi, l'ipotesi più probabile è che il presidente entrante adotterà un atteggiamento duro nei confronti di Mosca: gran parte del Partito democratico americano nutre posizioni di profonda ostilità nei confronti di Putin e - in campagna elettorale - lo stesso Biden ha pronunciato parole particolarmente critiche verso il capo del Cremlino. Ricordiamo del resto che proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della rottura tra Washington e Mosca, assumendo - nel 2014 - il ruolo di punto di raccordo tra Stati Uniti e Ucraina, nel pieno della crisi della Crimea. E' pur vero che negli ultimissimi anni dell'amministrazione Obama si fossero deteriorati i rapporti anche tra la Casa Bianca e Ankara. Tuttavia l'avversione di Biden verso la Russia rischia di essere più solida, anche alla luce delle recenti vicende politiche interne, dedicate al caso Russiagate. Senza poi contare che - come già accennato - la presenza della Turchia nella Nato possa dettare una preferenza del presidente americano entrante verso Ankara, dal momento che - almeno formalmente - Biden si è presentato come il candidato che avrebbe rafforzato l'Alleanza atlantica. Va quindi da sé che, qualora la nuova amministrazione statunitense dovesse appoggiarsi alla Turchia in funzione antirussa, sarebbero proprio gli armeni a farne le spese maggiori. Una Russia più debole e isolata, implicherebbe difatti un rafforzamento degli azeri.
Armenia e Azerbaigian, turbolenze che durano da oltre un secolo
La guerra del Nagorno Karabakh del 2020 è stata combattuta tra armeni e azeri dal 27 settembre e il 10 novembre. In particolare, a fronteggiarsi sono stati l'Azerbaigian (spalleggiato militarmente dalla Turchia) e la Repubblica dell'Artsakh (sostenuta dall'Armenia). Nonostante alcuni tentativi di negoziare una tregua, i combattimenti sono proseguiti, con significativi avanzamenti territoriali da parte degli azeri. Secondo molti analisti, il punto di svolta si sarebbe verificato il 9 novembre, quando un elicottero militare russo è stato abbattuto in Armenia a causa di un missile azero. L'evento ha scatenato una forte tensione, tanto da portare la Russia molto vicina a un intervento militare diretto. Una tensione che ha probabilmente giocato un ruolo decisivo nella stipulazione dell'attuale cessate il fuoco, di cui proprio Mosca si è di fatto imposta come principale garante.
Del resto, l'attuale conflitto affonda le sue radici in una turbolenza storica che dura da circa un secolo. Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, la regione del Nagorno Karabakh venne contesa tra armeni e azeri, fin quando – nel 1923 – fu creata l'Oblast' Autonoma del Nagorno Karabakh all'interno della Repubblica Socialista Sovietica Azera. La mossa fu probabilmente dettata dalla volontà dell'Unione Sovietica di mantenersi in buoni rapporti con la Turchia di Atatürk. A partire dal 1988, gli armeni hanno iniziato a richiedere nuovamente l'autonomia della regione, rimediando tuttavia il secco rifiuto degli azeri. Ne scaturirono scontri e atti di violenza, che si intersecarono con il progressivo sfaldamento dell'Unione Sovietica.
Nell'agosto del 1991, l'Azerbaigian lasciò infatti proprio l'Unione Sovietica, creando la repubblica dell'Azerbaigian. Nel settembre di quell'anno, il Nagorno-Karabakh si costituì in entità statale autonoma, incorrendo nell'ira degli azeri. Il il 6 gennaio del 1992 nacque comunque formalmente la Repubblica del Nagorno-Karabakh. Iniziò così un conflitto con l'Azerbaigian che sarebbe durato fino al 1994, con la stipulazione del cosiddetto Accordo di Biškek: un accordo che mise, sì, formalmente fine agli scontri (con un cessate il fuoco), ma che non ha comunque impedito situazioni di forte tensione tra armeni e azeri.
Le trattative di pace sono state avviate, nello stesso 1994, sotto l'egida dell'Osce, tramite il Gruppo di Minsk (la cui copresidenza è costituita da Francia, Russia e Stati Uniti d'America). Del Gruppo fanno inoltre parte rappresentanti di svariati Paesi, tra cui l'Italia, l'Armenia e l'Azerbaigian. Nel corso degli anni, i negoziati hanno portato a pochi risultati. Ciononostante, anche alla luce del nuovo cessate il fuoco, l'Armenia continua a sostenere la necessità di risolvere la controversia sul Nagorno con gli azeri tramite tale istituzione. E' questa del resto la posizione espressa, lo scorso 25 novembre, dal primo ministro armeno, Nikol Pashinyan. «I negoziati devono andare avanti nel quadro della copresidenza del Gruppo di Minsk dell'Osce», ha non a caso dichiarato. Il punto è che, a complicare la situazione odierna, ci si è messo il progetto del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan: progetto che mira a rafforzare in modo significativo l'influenza di Ankara nel Caucaso. La partita quindi è particolarmente delicata, perché l'atavico conflitto tra armeni e azeri si è inserito nel quadro più complesso del difficile equilibrio tra Russia e Turchia.
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La difficile situazione nella regione contesa tra Armenia e Azerbaigian pone l'incognita di come si muoveranno gli Stati Uniti su questa spinosa questione. Nelle scorse settimane, il nuovo presidente eletto ha emesso un comunicato stampa, criticando Donald Trump per non aver avviato un'iniziativa diplomatica, volta a risolvere il conflitto.Le attuali tensioni affondano le radici in una turbolenza storica che dura da circa un secolo. La partita è delicata perché si è inserita nel quadro più complesso del difficile equilibrio tra Russia e Turchia.Lo speciale contiene due articoli.In particolare, l'allora candidato democratico accusava il presidente di aver delegato la questione alla Russia e di non essersi minimamente impegnato nel cercare di far arrivare le parti a un accordo. Il problema è che, partendo da quel comunicato, non sia granché chiaro comprendere quale sarà la posizione della (probabile) amministrazione Biden sul tema.Cominciamo col dire che è senz'altro vero che Trump non abbia mostrato il minimo interesse sulla questione. Una posizione, quest'ultima, che - in linea generale - è anche comprensibilmente criticabile. Una posizione tuttavia che va anche inserita all'interno di un contesto più ampio e articolato. Innanzitutto ricordiamo che il conflitto regionale è riesploso alla fine dello scorso settembre: nel pieno quindi della campagna elettorale per le presidenziali americane. In secondo luogo, vale forse la pena rammentare che l'atteggiamento di Trump possa essere spiegabile con la sua linea realista in politica estera. L'attuale presidente americano ha sempre sostenuto infatti la necessità di ripartire il globo in varie aree di influenza, con l'obiettivo di non lasciar coinvolgere direttamente gli Stati Uniti in ogni scenario problematico. In questo senso, è possibile leggere il disinteresse di Trump come un'implicita delega alla Russia, la quale - non a caso - si è a sua volta impegnata nella negoziazione del cessate il fuoco. Un cessate il fuoco che si è rivelato, sì, territorialmente oneroso per gli armeni, ma che prevede al contempo la presenza in loco di truppe russe: un elemento che funge indirettamente da deterrente nei confronti delle forze azere, spalleggiate dalla Turchia. Alla luce di tutto questo, come si accennava, è difficile capire quale sarà la posizione di Biden sulla questione del Nagorno-Karabakh. Probabilmente l'ambiguità del suo comunicato riflette l'incertezza della sua stessa politica estera. Sono infatti almeno due i nodi che andranno sciolti. Il primo è quello delle nomine ai dicasteri chiave: nomine che, in base a quanto prescrive la Costituzione americana, dovranno essere ratificate dal Senato. Un Senato la cui maggioranza, come sappiamo, è appesa per il momento al destino dei due ballottaggi della Georgia. In secondo luogo, bisognerà vedere come l'amministrazione Biden sceglierà di muoversi nella triangolazione tra Stati Uniti, Russia e Turchia: la crisi del Nagorno Karabakh sarà infatti inserita da Washington all'interno di questa complicata cornice. E' almeno dal 2017 che Mosca e Ankara hanno avviato un progressivo avvicinamento politico, economico e militare. I due Stati hanno collaborato su vari teatri di crisi (dalla Siria allo stesso Nagorno-Karabakh), senza poi dimenticare questioni rilevanti come quella del sistema missilistico S-400. Non che il rapporto tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan sia tutto rose e fiori, ma - a livello generale - la progressiva convergenza tra i due è evidente. Una convergenza che alcuni settori dell'establishment di Washington non hanno mai troppo gradito, considerandola nociva soprattutto per la Nato (di cui Ankara fa parte). Ecco che dunque, per capire come si muoverà Biden sul Nagorno, bisognerà prima capire come si muoverà per cercare di frapporsi tra Russia e Turchia. A oggi, l'ipotesi più probabile è che il presidente entrante adotterà un atteggiamento duro nei confronti di Mosca: gran parte del Partito democratico americano nutre posizioni di profonda ostilità nei confronti di Putin e - in campagna elettorale - lo stesso Biden ha pronunciato parole particolarmente critiche verso il capo del Cremlino. Ricordiamo del resto che proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della rottura tra Washington e Mosca, assumendo - nel 2014 - il ruolo di punto di raccordo tra Stati Uniti e Ucraina, nel pieno della crisi della Crimea. E' pur vero che negli ultimissimi anni dell'amministrazione Obama si fossero deteriorati i rapporti anche tra la Casa Bianca e Ankara. Tuttavia l'avversione di Biden verso la Russia rischia di essere più solida, anche alla luce delle recenti vicende politiche interne, dedicate al caso Russiagate. Senza poi contare che - come già accennato - la presenza della Turchia nella Nato possa dettare una preferenza del presidente americano entrante verso Ankara, dal momento che - almeno formalmente - Biden si è presentato come il candidato che avrebbe rafforzato l'Alleanza atlantica. Va quindi da sé che, qualora la nuova amministrazione statunitense dovesse appoggiarsi alla Turchia in funzione antirussa, sarebbero proprio gli armeni a farne le spese maggiori. Una Russia più debole e isolata, implicherebbe difatti un rafforzamento degli azeri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-nagorno-karabakh-2649103481.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="armenia-e-azerbaigian-turbolenze-che-durano-da-oltre-un-secolo" data-post-id="2649103481" data-published-at="1606886376" data-use-pagination="False"> Armenia e Azerbaigian, turbolenze che durano da oltre un secolo La guerra del Nagorno Karabakh del 2020 è stata combattuta tra armeni e azeri dal 27 settembre e il 10 novembre. In particolare, a fronteggiarsi sono stati l'Azerbaigian (spalleggiato militarmente dalla Turchia) e la Repubblica dell'Artsakh (sostenuta dall'Armenia). Nonostante alcuni tentativi di negoziare una tregua, i combattimenti sono proseguiti, con significativi avanzamenti territoriali da parte degli azeri. Secondo molti analisti, il punto di svolta si sarebbe verificato il 9 novembre, quando un elicottero militare russo è stato abbattuto in Armenia a causa di un missile azero. L'evento ha scatenato una forte tensione, tanto da portare la Russia molto vicina a un intervento militare diretto. Una tensione che ha probabilmente giocato un ruolo decisivo nella stipulazione dell'attuale cessate il fuoco, di cui proprio Mosca si è di fatto imposta come principale garante. Del resto, l'attuale conflitto affonda le sue radici in una turbolenza storica che dura da circa un secolo. Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, la regione del Nagorno Karabakh venne contesa tra armeni e azeri, fin quando – nel 1923 – fu creata l'Oblast' Autonoma del Nagorno Karabakh all'interno della Repubblica Socialista Sovietica Azera. La mossa fu probabilmente dettata dalla volontà dell'Unione Sovietica di mantenersi in buoni rapporti con la Turchia di Atatürk. A partire dal 1988, gli armeni hanno iniziato a richiedere nuovamente l'autonomia della regione, rimediando tuttavia il secco rifiuto degli azeri. Ne scaturirono scontri e atti di violenza, che si intersecarono con il progressivo sfaldamento dell'Unione Sovietica. Nell'agosto del 1991, l'Azerbaigian lasciò infatti proprio l'Unione Sovietica, creando la repubblica dell'Azerbaigian. Nel settembre di quell'anno, il Nagorno-Karabakh si costituì in entità statale autonoma, incorrendo nell'ira degli azeri. Il il 6 gennaio del 1992 nacque comunque formalmente la Repubblica del Nagorno-Karabakh. Iniziò così un conflitto con l'Azerbaigian che sarebbe durato fino al 1994, con la stipulazione del cosiddetto Accordo di Biškek: un accordo che mise, sì, formalmente fine agli scontri (con un cessate il fuoco), ma che non ha comunque impedito situazioni di forte tensione tra armeni e azeri. Le trattative di pace sono state avviate, nello stesso 1994, sotto l'egida dell'Osce, tramite il Gruppo di Minsk (la cui copresidenza è costituita da Francia, Russia e Stati Uniti d'America). Del Gruppo fanno inoltre parte rappresentanti di svariati Paesi, tra cui l'Italia, l'Armenia e l'Azerbaigian. Nel corso degli anni, i negoziati hanno portato a pochi risultati. Ciononostante, anche alla luce del nuovo cessate il fuoco, l'Armenia continua a sostenere la necessità di risolvere la controversia sul Nagorno con gli azeri tramite tale istituzione. E' questa del resto la posizione espressa, lo scorso 25 novembre, dal primo ministro armeno, Nikol Pashinyan. «I negoziati devono andare avanti nel quadro della copresidenza del Gruppo di Minsk dell'Osce», ha non a caso dichiarato. Il punto è che, a complicare la situazione odierna, ci si è messo il progetto del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan: progetto che mira a rafforzare in modo significativo l'influenza di Ankara nel Caucaso. La partita quindi è particolarmente delicata, perché l'atavico conflitto tra armeni e azeri si è inserito nel quadro più complesso del difficile equilibrio tra Russia e Turchia.
Ansa
Per prima cosa sento il dovere di avvertire i piccoli risparmiatori che per ridurre i rischi di perdite nel settore tecnologico/borsistico futurizzante dovrebbero inserire il loro denaro in strumenti finanziari gestiti da soggetti professionali. Non è roba per il fai da te. Raccomandazione rinforzata da una notevole varietà di opinioni specialistiche sulle prospettive di guadagno di SpaceX. Da un lato lo scenario di medio-lungo termine trova probabilità ottimistiche. Ma, dall’altro, quello di breve-medio individua un’altalena di valori, con rischio di dimezzamento. Come mai, allora, venerdì scorso la domanda di azioni di SpaceX è arrivata a 250 miliardi di dollari a fronte di un’offerta di 75, portando la capitalizzazione dell’azienda verso i 2.000 miliardi di dollari, quasi il Pil italiano?
I grandi fondi finanziari possono gestire senza gravi problemi un’altalena di valori e tra questi i fondi sovrani, in particolare arabi, hanno la forza finanziaria per scambiare investimento con accessi alla tecnologia. L’agenzia Bloomberg ha rilevato che almeno 70 dei 250 miliardi detti sono stati proposti da piccoli risparmiatori trainati dalle aspettative o speranze speculative di brevissimo periodo. Per capire il fenomeno è utile osservare l’andamento dei titoli tecnologici statunitensi negli ultimi 10-15 anni: prevale il numero di quelli (grandi) che hanno moltiplicato in quantità enorme il loro valore e tale evidenza regge una profezia ottimistica sulle capacità delle aziende tecnologiche statunitensi di cambiare il mondo ottenendo per un certo periodo un monopolio super tecnologico con poca concorrenza che favorisce iper-guadagni. Per esempio, l’azienda innovativa Tesla di Musk in pochi anni ha ottenuto una capitalizzazione molto più elevata di altre case automobilistiche tradizionali. Probabilmente nel prossimo futuro ci saranno più competitori e i valori verranno riequilibrati dalla concorrenza, ma per un periodo non breve gli investitori iniziali hanno visto un aumento enorme del loro investimento iniziale. In sintesi, la speranza di superprofitti per le quotate tecnologiche statunitensi non è infondata. Tuttavia, prudenza come detto sopra.
Studio da almeno 25 anni lo scenario di esoeconomia cercando di capire il momento in cui avrà un ciclo di capitale autonomo e dinamico. Finora l’economia extraterrestre è stata finanziata per lo più con denaro statale in buona parte connesso agli investimenti di superiorità militare per scopi di dominio osservativo sulla superficie terrestre. Ora ci sono i primi segnali - in realtà anticipati già da un decennio - di irruzione del capitale privato nel settore. Non parlo di turismo spaziale strapagato che resta una piccola cosa, pur affascinante. Vedo invece nella logica di SpaceX una forte spinta a creare un esociclo specifico del capitale. Lanciatori a parte, Musk ha integrato Starlink (megarete satellitare per comunicazioni) ed esosistemi di Intelligenza artificiale. Questi ultimi hanno il potenziale di semplificare e velocizzare le immagini e altri dati della superficie terrestre ora ottenuti con procedure più complesse e nodi di inefficienza. Qui il potenziale di profitto è enorme. Ma in prospettiva il progetto di portare esseri umani su Marte ne promette di più. Migliaia di nuove tecnologie, dalla costruzione di astronavi in cantieri spaziali alla robotica medica. Siamo, vicini ad un esosalto entro uno scenario di 30-40 anni. Accelerato dalla esocompetizione tra America e Cina che potrebbe essere ancor più velocizzata dall’irruzione dall’Intelligenza artificiale basata su tecnologia quantistica che preferisco chiamare «robotica cognitiva». L’irruzione del capitale privato è un acceleratore dello sfruttamento e concorrenza nell’esospazio. Chi è ottimista su questo scenario secondo me non sbaglia l’analisi di destino, ma deve fare attenzione ai tempi di rendimento di un ciclo di capitale esospecifico. Che secondo me sarà massimo nel settore della robotica.
Non posso evitare di scrivere che, in base ai dati, il potenziale dell’industria italiana per la robotica eso, endo, aerea e sub è enorme. Ma il capitale privato di investimento che servirebbe per ingrandire le aziende specializzate nel settore è scarso. Saranno di manifattura italiana le costruzioni della futura base lunare nel programma statunitense Artemis. Semplificando, sono decine i settori esospaziali dove la tecnologia residente in Italia è la più evoluta nel mondo. Ma tutto questo potenziale è sottocapitalizzato come osservato con amarezza giustamente provocatoria da Mario Draghi: una start up di qualità innovativa promettente in Italia e in Europa deve andare in America per trovare i capitali utili al suo sviluppo. Cioè i Musk li abbiamo - forse anche migliori - ma non le regole e il luogo per capitalizzarli. E aggiungo che paradossalmente in Italia abbiamo un livello di risparmio tra i più alti al mondo. Sto proponendo un Nasdaq in Italia che capitalizzi le aziende tecnologiche residenti e attiri quelle europee e del Mediterraneo e perfino americane o giapponesi?
Sì, senza offesa per Euronext o autorità borsistiche oppure per chi pone troppi limiti ai fondi di investimento. Ma la rivoluzione tecnologica va gestita con più libertà per sperimentazioni ed investimenti e non con più regole.
www.carlopelanda.com
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Si è chiusa la 99ª edizione della Freccia Rossa, tra paesaggi italiani e auto d'epoca. Il successo è andato agli argentini Juan e Margarita Tonconogy, che riportano il loro nome nell'albo d'oro dopo sei anni di dominio di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli.
C'è chi la definisce la corsa più bella del mondo e chi, da quasi un secolo, la considera un rito capace di raccontare l'Italia attraverso le sue strade. La 1000 Miglia continua a essere molto più di una competizione automobilistica: è il fascino senza tempo delle vetture storiche, l'abbraccio delle piazze gremite e il legame tra tradizione sportiva e territorio.
L'edizione 2026 si è chiusa a Brescia con il trionfo degli argentini Juan e Margarita Tonconogy, vincitori a bordo di un'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931. Un successo che interrompe la lunga egemonia di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, protagonisti delle ultime sei edizioni della Freccia Rossa. Per Juan Tonconogy si tratta del quarto successo personale alla 1000 Miglia, dopo quelli conquistati nel 2013, nel 2016 e nel 2018. Questa volta, però, il trionfo assume un significato particolare: a condividere l'abitacolo dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931 c'era la sorella Margarita, con cui il pilota argentino conquista la sua prima vittoria in coppia. Alle loro spalle si sono classificati proprio Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, secondi su Alfa Romeo 6C 1750 SS Spider Zagato del 1929 al termine di un confronto serrato che ha accompagnato gran parte della corsa. Sul terzo gradino del podio sono saliti Lorenzo e Mario Turelli, autori di una prova regolare e precisa sulla O.M. 665 S MM Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini che, insieme a Francesca Ruggeri su Cisitalia 202 S MM Spider del 1947, conquista ancora una volta il successo nella classifica riservata agli equipaggi femminili. Nel Ferrari Tribute 1000 Miglia hanno esultato Vittorino Battaglia e Giordano Mozzi su Ferrari 488 Spider del 2019, mentre nella Gran Turismo Experience il successo è andato a Shimitzu Ryotaro e Jari-Matti Latvala.
L'edizione 2026 si chiude dopo cinque intense tappe e quasi 2.000 chilometri percorsi lungo alcune delle strade più suggestive della Penisola. Un itinerario che ha unito la sfida sportiva alla scoperta del territorio, mettendo alla prova gli equipaggi attraverso 144 Prove Cronometrate e 8 Prove di Media. Partita da Brescia, la carovana della Freccia Rossa ha attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, per poi proseguire verso il lago di Garda e il Veneto. Dopo il passaggio sul Passo dell'Abetone, la corsa ha toccato Toscana e Lazio, regalando immagini simboliche come le prove sulle mura di Lucca e la sosta in Piazza del Campo a Siena. La risalita verso l'Adriatico ha portato gli equipaggi ad Assisi, con il passaggio sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola nel ricordo di San Francesco, prima di attraversare la Gola del Furlo e raggiungere San Marino. L'ultima tappa, partita da Rimini, ha accompagnato le vetture storiche attraverso Ferrara e Mantova fino al ritorno a Brescia, dove il Controllo Orario finale e la tradizionale passerella in viale Venezia hanno sancito la conclusione della manifestazione.
Archiviata l'edizione numero 99, lo sguardo è già rivolto al prossimo appuntamento. Il 2027 sarà infatti l'anno del Centenario: la 1000 Miglia tornerà alla sua tradizionale collocazione di fine maggio, dal 22 al 29, pronta a scrivere un nuovo capitolo della sua lunga storia.
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