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2020-12-02
Nagorno Karabakh, entra in gioco Biden. E non è una buona notizia per gli armeni
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Joe Biden e Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
In particolare, l'allora candidato democratico accusava il presidente di aver delegato la questione alla Russia e di non essersi minimamente impegnato nel cercare di far arrivare le parti a un accordo. Il problema è che, partendo da quel comunicato, non sia granché chiaro comprendere quale sarà la posizione della (probabile) amministrazione Biden sul tema.
Cominciamo col dire che è senz'altro vero che Trump non abbia mostrato il minimo interesse sulla questione. Una posizione, quest'ultima, che - in linea generale - è anche comprensibilmente criticabile. Una posizione tuttavia che va anche inserita all'interno di un contesto più ampio e articolato. Innanzitutto ricordiamo che il conflitto regionale è riesploso alla fine dello scorso settembre: nel pieno quindi della campagna elettorale per le presidenziali americane. In secondo luogo, vale forse la pena rammentare che l'atteggiamento di Trump possa essere spiegabile con la sua linea realista in politica estera. L'attuale presidente americano ha sempre sostenuto infatti la necessità di ripartire il globo in varie aree di influenza, con l'obiettivo di non lasciar coinvolgere direttamente gli Stati Uniti in ogni scenario problematico. In questo senso, è possibile leggere il disinteresse di Trump come un'implicita delega alla Russia, la quale - non a caso - si è a sua volta impegnata nella negoziazione del cessate il fuoco. Un cessate il fuoco che si è rivelato, sì, territorialmente oneroso per gli armeni, ma che prevede al contempo la presenza in loco di truppe russe: un elemento che funge indirettamente da deterrente nei confronti delle forze azere, spalleggiate dalla Turchia.
Alla luce di tutto questo, come si accennava, è difficile capire quale sarà la posizione di Biden sulla questione del Nagorno-Karabakh. Probabilmente l'ambiguità del suo comunicato riflette l'incertezza della sua stessa politica estera. Sono infatti almeno due i nodi che andranno sciolti. Il primo è quello delle nomine ai dicasteri chiave: nomine che, in base a quanto prescrive la Costituzione americana, dovranno essere ratificate dal Senato. Un Senato la cui maggioranza, come sappiamo, è appesa per il momento al destino dei due ballottaggi della Georgia. In secondo luogo, bisognerà vedere come l'amministrazione Biden sceglierà di muoversi nella triangolazione tra Stati Uniti, Russia e Turchia: la crisi del Nagorno Karabakh sarà infatti inserita da Washington all'interno di questa complicata cornice.
E' almeno dal 2017 che Mosca e Ankara hanno avviato un progressivo avvicinamento politico, economico e militare. I due Stati hanno collaborato su vari teatri di crisi (dalla Siria allo stesso Nagorno-Karabakh), senza poi dimenticare questioni rilevanti come quella del sistema missilistico S-400. Non che il rapporto tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan sia tutto rose e fiori, ma - a livello generale - la progressiva convergenza tra i due è evidente. Una convergenza che alcuni settori dell'establishment di Washington non hanno mai troppo gradito, considerandola nociva soprattutto per la Nato (di cui Ankara fa parte). Ecco che dunque, per capire come si muoverà Biden sul Nagorno, bisognerà prima capire come si muoverà per cercare di frapporsi tra Russia e Turchia.
A oggi, l'ipotesi più probabile è che il presidente entrante adotterà un atteggiamento duro nei confronti di Mosca: gran parte del Partito democratico americano nutre posizioni di profonda ostilità nei confronti di Putin e - in campagna elettorale - lo stesso Biden ha pronunciato parole particolarmente critiche verso il capo del Cremlino. Ricordiamo del resto che proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della rottura tra Washington e Mosca, assumendo - nel 2014 - il ruolo di punto di raccordo tra Stati Uniti e Ucraina, nel pieno della crisi della Crimea. E' pur vero che negli ultimissimi anni dell'amministrazione Obama si fossero deteriorati i rapporti anche tra la Casa Bianca e Ankara. Tuttavia l'avversione di Biden verso la Russia rischia di essere più solida, anche alla luce delle recenti vicende politiche interne, dedicate al caso Russiagate. Senza poi contare che - come già accennato - la presenza della Turchia nella Nato possa dettare una preferenza del presidente americano entrante verso Ankara, dal momento che - almeno formalmente - Biden si è presentato come il candidato che avrebbe rafforzato l'Alleanza atlantica. Va quindi da sé che, qualora la nuova amministrazione statunitense dovesse appoggiarsi alla Turchia in funzione antirussa, sarebbero proprio gli armeni a farne le spese maggiori. Una Russia più debole e isolata, implicherebbe difatti un rafforzamento degli azeri.
Armenia e Azerbaigian, turbolenze che durano da oltre un secolo
La guerra del Nagorno Karabakh del 2020 è stata combattuta tra armeni e azeri dal 27 settembre e il 10 novembre. In particolare, a fronteggiarsi sono stati l'Azerbaigian (spalleggiato militarmente dalla Turchia) e la Repubblica dell'Artsakh (sostenuta dall'Armenia). Nonostante alcuni tentativi di negoziare una tregua, i combattimenti sono proseguiti, con significativi avanzamenti territoriali da parte degli azeri. Secondo molti analisti, il punto di svolta si sarebbe verificato il 9 novembre, quando un elicottero militare russo è stato abbattuto in Armenia a causa di un missile azero. L'evento ha scatenato una forte tensione, tanto da portare la Russia molto vicina a un intervento militare diretto. Una tensione che ha probabilmente giocato un ruolo decisivo nella stipulazione dell'attuale cessate il fuoco, di cui proprio Mosca si è di fatto imposta come principale garante.
Del resto, l'attuale conflitto affonda le sue radici in una turbolenza storica che dura da circa un secolo. Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, la regione del Nagorno Karabakh venne contesa tra armeni e azeri, fin quando – nel 1923 – fu creata l'Oblast' Autonoma del Nagorno Karabakh all'interno della Repubblica Socialista Sovietica Azera. La mossa fu probabilmente dettata dalla volontà dell'Unione Sovietica di mantenersi in buoni rapporti con la Turchia di Atatürk. A partire dal 1988, gli armeni hanno iniziato a richiedere nuovamente l'autonomia della regione, rimediando tuttavia il secco rifiuto degli azeri. Ne scaturirono scontri e atti di violenza, che si intersecarono con il progressivo sfaldamento dell'Unione Sovietica.
Nell'agosto del 1991, l'Azerbaigian lasciò infatti proprio l'Unione Sovietica, creando la repubblica dell'Azerbaigian. Nel settembre di quell'anno, il Nagorno-Karabakh si costituì in entità statale autonoma, incorrendo nell'ira degli azeri. Il il 6 gennaio del 1992 nacque comunque formalmente la Repubblica del Nagorno-Karabakh. Iniziò così un conflitto con l'Azerbaigian che sarebbe durato fino al 1994, con la stipulazione del cosiddetto Accordo di Biškek: un accordo che mise, sì, formalmente fine agli scontri (con un cessate il fuoco), ma che non ha comunque impedito situazioni di forte tensione tra armeni e azeri.
Le trattative di pace sono state avviate, nello stesso 1994, sotto l'egida dell'Osce, tramite il Gruppo di Minsk (la cui copresidenza è costituita da Francia, Russia e Stati Uniti d'America). Del Gruppo fanno inoltre parte rappresentanti di svariati Paesi, tra cui l'Italia, l'Armenia e l'Azerbaigian. Nel corso degli anni, i negoziati hanno portato a pochi risultati. Ciononostante, anche alla luce del nuovo cessate il fuoco, l'Armenia continua a sostenere la necessità di risolvere la controversia sul Nagorno con gli azeri tramite tale istituzione. E' questa del resto la posizione espressa, lo scorso 25 novembre, dal primo ministro armeno, Nikol Pashinyan. «I negoziati devono andare avanti nel quadro della copresidenza del Gruppo di Minsk dell'Osce», ha non a caso dichiarato. Il punto è che, a complicare la situazione odierna, ci si è messo il progetto del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan: progetto che mira a rafforzare in modo significativo l'influenza di Ankara nel Caucaso. La partita quindi è particolarmente delicata, perché l'atavico conflitto tra armeni e azeri si è inserito nel quadro più complesso del difficile equilibrio tra Russia e Turchia.
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La difficile situazione nella regione contesa tra Armenia e Azerbaigian pone l'incognita di come si muoveranno gli Stati Uniti su questa spinosa questione. Nelle scorse settimane, il nuovo presidente eletto ha emesso un comunicato stampa, criticando Donald Trump per non aver avviato un'iniziativa diplomatica, volta a risolvere il conflitto.Le attuali tensioni affondano le radici in una turbolenza storica che dura da circa un secolo. La partita è delicata perché si è inserita nel quadro più complesso del difficile equilibrio tra Russia e Turchia.Lo speciale contiene due articoli.In particolare, l'allora candidato democratico accusava il presidente di aver delegato la questione alla Russia e di non essersi minimamente impegnato nel cercare di far arrivare le parti a un accordo. Il problema è che, partendo da quel comunicato, non sia granché chiaro comprendere quale sarà la posizione della (probabile) amministrazione Biden sul tema.Cominciamo col dire che è senz'altro vero che Trump non abbia mostrato il minimo interesse sulla questione. Una posizione, quest'ultima, che - in linea generale - è anche comprensibilmente criticabile. Una posizione tuttavia che va anche inserita all'interno di un contesto più ampio e articolato. Innanzitutto ricordiamo che il conflitto regionale è riesploso alla fine dello scorso settembre: nel pieno quindi della campagna elettorale per le presidenziali americane. In secondo luogo, vale forse la pena rammentare che l'atteggiamento di Trump possa essere spiegabile con la sua linea realista in politica estera. L'attuale presidente americano ha sempre sostenuto infatti la necessità di ripartire il globo in varie aree di influenza, con l'obiettivo di non lasciar coinvolgere direttamente gli Stati Uniti in ogni scenario problematico. In questo senso, è possibile leggere il disinteresse di Trump come un'implicita delega alla Russia, la quale - non a caso - si è a sua volta impegnata nella negoziazione del cessate il fuoco. Un cessate il fuoco che si è rivelato, sì, territorialmente oneroso per gli armeni, ma che prevede al contempo la presenza in loco di truppe russe: un elemento che funge indirettamente da deterrente nei confronti delle forze azere, spalleggiate dalla Turchia. Alla luce di tutto questo, come si accennava, è difficile capire quale sarà la posizione di Biden sulla questione del Nagorno-Karabakh. Probabilmente l'ambiguità del suo comunicato riflette l'incertezza della sua stessa politica estera. Sono infatti almeno due i nodi che andranno sciolti. Il primo è quello delle nomine ai dicasteri chiave: nomine che, in base a quanto prescrive la Costituzione americana, dovranno essere ratificate dal Senato. Un Senato la cui maggioranza, come sappiamo, è appesa per il momento al destino dei due ballottaggi della Georgia. In secondo luogo, bisognerà vedere come l'amministrazione Biden sceglierà di muoversi nella triangolazione tra Stati Uniti, Russia e Turchia: la crisi del Nagorno Karabakh sarà infatti inserita da Washington all'interno di questa complicata cornice. E' almeno dal 2017 che Mosca e Ankara hanno avviato un progressivo avvicinamento politico, economico e militare. I due Stati hanno collaborato su vari teatri di crisi (dalla Siria allo stesso Nagorno-Karabakh), senza poi dimenticare questioni rilevanti come quella del sistema missilistico S-400. Non che il rapporto tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan sia tutto rose e fiori, ma - a livello generale - la progressiva convergenza tra i due è evidente. Una convergenza che alcuni settori dell'establishment di Washington non hanno mai troppo gradito, considerandola nociva soprattutto per la Nato (di cui Ankara fa parte). Ecco che dunque, per capire come si muoverà Biden sul Nagorno, bisognerà prima capire come si muoverà per cercare di frapporsi tra Russia e Turchia. A oggi, l'ipotesi più probabile è che il presidente entrante adotterà un atteggiamento duro nei confronti di Mosca: gran parte del Partito democratico americano nutre posizioni di profonda ostilità nei confronti di Putin e - in campagna elettorale - lo stesso Biden ha pronunciato parole particolarmente critiche verso il capo del Cremlino. Ricordiamo del resto che proprio Biden, da vicepresidente, fu tra i protagonisti della rottura tra Washington e Mosca, assumendo - nel 2014 - il ruolo di punto di raccordo tra Stati Uniti e Ucraina, nel pieno della crisi della Crimea. E' pur vero che negli ultimissimi anni dell'amministrazione Obama si fossero deteriorati i rapporti anche tra la Casa Bianca e Ankara. Tuttavia l'avversione di Biden verso la Russia rischia di essere più solida, anche alla luce delle recenti vicende politiche interne, dedicate al caso Russiagate. Senza poi contare che - come già accennato - la presenza della Turchia nella Nato possa dettare una preferenza del presidente americano entrante verso Ankara, dal momento che - almeno formalmente - Biden si è presentato come il candidato che avrebbe rafforzato l'Alleanza atlantica. Va quindi da sé che, qualora la nuova amministrazione statunitense dovesse appoggiarsi alla Turchia in funzione antirussa, sarebbero proprio gli armeni a farne le spese maggiori. Una Russia più debole e isolata, implicherebbe difatti un rafforzamento degli azeri.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-nagorno-karabakh-2649103481.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="armenia-e-azerbaigian-turbolenze-che-durano-da-oltre-un-secolo" data-post-id="2649103481" data-published-at="1606886376" data-use-pagination="False"> Armenia e Azerbaigian, turbolenze che durano da oltre un secolo La guerra del Nagorno Karabakh del 2020 è stata combattuta tra armeni e azeri dal 27 settembre e il 10 novembre. In particolare, a fronteggiarsi sono stati l'Azerbaigian (spalleggiato militarmente dalla Turchia) e la Repubblica dell'Artsakh (sostenuta dall'Armenia). Nonostante alcuni tentativi di negoziare una tregua, i combattimenti sono proseguiti, con significativi avanzamenti territoriali da parte degli azeri. Secondo molti analisti, il punto di svolta si sarebbe verificato il 9 novembre, quando un elicottero militare russo è stato abbattuto in Armenia a causa di un missile azero. L'evento ha scatenato una forte tensione, tanto da portare la Russia molto vicina a un intervento militare diretto. Una tensione che ha probabilmente giocato un ruolo decisivo nella stipulazione dell'attuale cessate il fuoco, di cui proprio Mosca si è di fatto imposta come principale garante. Del resto, l'attuale conflitto affonda le sue radici in una turbolenza storica che dura da circa un secolo. Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, la regione del Nagorno Karabakh venne contesa tra armeni e azeri, fin quando – nel 1923 – fu creata l'Oblast' Autonoma del Nagorno Karabakh all'interno della Repubblica Socialista Sovietica Azera. La mossa fu probabilmente dettata dalla volontà dell'Unione Sovietica di mantenersi in buoni rapporti con la Turchia di Atatürk. A partire dal 1988, gli armeni hanno iniziato a richiedere nuovamente l'autonomia della regione, rimediando tuttavia il secco rifiuto degli azeri. Ne scaturirono scontri e atti di violenza, che si intersecarono con il progressivo sfaldamento dell'Unione Sovietica. Nell'agosto del 1991, l'Azerbaigian lasciò infatti proprio l'Unione Sovietica, creando la repubblica dell'Azerbaigian. Nel settembre di quell'anno, il Nagorno-Karabakh si costituì in entità statale autonoma, incorrendo nell'ira degli azeri. Il il 6 gennaio del 1992 nacque comunque formalmente la Repubblica del Nagorno-Karabakh. Iniziò così un conflitto con l'Azerbaigian che sarebbe durato fino al 1994, con la stipulazione del cosiddetto Accordo di Biškek: un accordo che mise, sì, formalmente fine agli scontri (con un cessate il fuoco), ma che non ha comunque impedito situazioni di forte tensione tra armeni e azeri. Le trattative di pace sono state avviate, nello stesso 1994, sotto l'egida dell'Osce, tramite il Gruppo di Minsk (la cui copresidenza è costituita da Francia, Russia e Stati Uniti d'America). Del Gruppo fanno inoltre parte rappresentanti di svariati Paesi, tra cui l'Italia, l'Armenia e l'Azerbaigian. Nel corso degli anni, i negoziati hanno portato a pochi risultati. Ciononostante, anche alla luce del nuovo cessate il fuoco, l'Armenia continua a sostenere la necessità di risolvere la controversia sul Nagorno con gli azeri tramite tale istituzione. E' questa del resto la posizione espressa, lo scorso 25 novembre, dal primo ministro armeno, Nikol Pashinyan. «I negoziati devono andare avanti nel quadro della copresidenza del Gruppo di Minsk dell'Osce», ha non a caso dichiarato. Il punto è che, a complicare la situazione odierna, ci si è messo il progetto del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan: progetto che mira a rafforzare in modo significativo l'influenza di Ankara nel Caucaso. La partita quindi è particolarmente delicata, perché l'atavico conflitto tra armeni e azeri si è inserito nel quadro più complesso del difficile equilibrio tra Russia e Turchia.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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