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2022-08-21
Biden incassa il record di clandestini. Ma le città a guida dem non li vogliono
Joe Biden (Ansa)
Continua a rivelarsi particolarmente grave la crisi migratoria alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Nonostante negli ultimi due mesi si sia registrato un calo degli arrivi di immigrati clandestini, i numeri complessivi seguitano ad essere elevati, tanto che l’anno fiscale in corso - che si concluderà il 30 settembre prossimo - supererà certamente la soglia dei 2 milioni di arresti di migranti irregolari al confine: un record storico assoluto. Basti pensare che l’anno fiscale precedente si era chiuso con 1,7 milioni di arrivi (una cifra per l’epoca senza precedenti), mentre - stando ai dati ufficiali del governo statunitense fino a luglio 2022 - il numero di arresti è salito quest’anno (per ora) già a 1,9 milioni. In tutto questo, fonti ascoltate da Fox News hanno riferito che, con le prime tre settimane di agosto, la fatidica asticella dei due milioni sarebbe già stata superata.
La questione si sta facendo sempre più preoccupante per l’amministrazione Biden, che ha storicamente trovato nella gestione dell’immigrazione clandestina la propria principale spina nel fianco. La situazione d’altronde è grave su svariati fronti. In primis, a luglio la Us Customs and border protection ha riferito che alla frontiera i sequestri di fentanyl sono aumentati del 203%, quelli di eroina dell’8% e quelli di metanfetamina del 15%. Ricordiamo che soprattutto il fentanyl ha determinato degli impatti sanitari disastrosi negli Stati Uniti nel corso degli anni. Stando al Dipartimento della Salute, oltre un milione di americani sono morti di overdose dal 2001 a oggi (107.000 solo nel 2021).
In secondo luogo, una frontiera colabrodo costituisce un rischio anche sul piano della sicurezza nazionale. In un’audizione alla commissione Giustizia del Senato il 4 agosto, il direttore dell’Fbi, Chris Wray, ha definito «sbalorditivo» il numero di clandestini che attraversa il confine meridionale, parlando anche di un «problema di sicurezza significativo». «Mentre da un lato non abbiamo al momento [...] alcuna minaccia credibile imminente da parte di un’organizzazione terroristica straniera al confine, qualsiasi punto di ingresso, qualsiasi potenziale vulnerabilità è qualcosa che sappiamo che le organizzazioni terroristiche straniere e altri cercheranno di sfruttare», ha precisato il direttore del Bureau. Tra l’altro, è interessante notare come la questione della sicurezza nazionale si intersechi con quella sanitaria. La maggior parte del fentanyl viene infatti prodotto dai cartelli della droga in Messico, usando componenti chimici che provengono dalla Cina. In tal senso, la Dea ha affermato a maggio che Pechino dovrebbe «fare di più» per bloccare l’esportazione di quelle sostanze. D’altronde, già ai tempi dell’amministrazione Trump si erano verificate tensioni tra Stati Uniti e Cina su questo fronte.
Nel mentre, la difficoltà di Joe Biden è anche politica, oltre che gestionale. In questo anno e mezzo, il presidente ha cercato di barcamenarsi tra i repubblicani (che lo tacciano di tenere un approccio troppo blando) e la sinistra dem (che lo accusa invece di scarsa discontinuità rispetto alle politiche migratorie del predecessore). In questo caos, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha iniziato a organizzare dei pullman per trasportare i clandestini dalla frontiera verso alcune città più a Nord, amministrate dal Partito democratico. In particolare, i bus più sono stati inviati a New York e a Washington Dc: un elemento, questo, che ha irritato profondamente i sindaci dem delle due rispettive città, Eric Adams e Muriel Bowser. Adams, in particolare, ha accusato Abbott di essere «disumano». A replicare, qualche giorno fa, è stato Javier Villalobos, sindaco repubblicano di McAllen: città texana che era stata sommersa dai clandestini con relativa emergenza Covid. «Vedi New York, vedi Washington che stanno annegando con alcuni autobus», ha detto, «La città di McAllen è stata in grado di gestire migliaia di immigrati al giorno».
Ma il problema per i dem rischia di presentarsi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Già a quelle del 2018 il dossier dell’immigrazione clandestina giocò a favore dei repubblicani. Inoltre, secondo un sondaggio Ipsos pubblicato giovedì, il 53% degli americani ritiene che al momento sarebbe in corso una «invasione» alla frontiera meridionale. Si tratta di un rilevante campanello d’allarme per l’asinello. Un problema, questo, che potrebbe avere conseguenze anche sulle prossime elezioni presidenziali. Posto che alla fine decida realmente di candidarsi, il dossier migratorio «perseguiterebbe» infatti l’attuale presidente, mentre le cose non andrebbero meglio per Kamala Harris. Era marzo dell’anno scorso, quando Biden la incaricò di gestire la crisi al confine, facendo leva sui rapporti diplomatici con i Paesi dell’America centrale. Risultato: dopo oltre un anno, gli arrivi di clandestini sono aumentati e l’influenza di Washington sull’America Latina si è notevolmente ridotta a vantaggio di Cina e Russia (che potrebbero adesso approfittarne per sfruttare i flussi migratori a proprio vantaggio). Avrebbero dovuto risollevare gli Stati Uniti. E invece i democratici al governo hanno creato soltanto un immane disastro.
Il «suo» muro lo pagano gli americani
È una simpatia selettiva quella che Joe Biden prova per i muri. Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano bloccò per decreto la realizzazione della barriera difensiva al confine meridionale: una struttura che, ricorderete, aveva rappresentato il cuore delle politiche migratorie di Donald Trump. Ad agosto 2020, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, l’allora candidato dem aveva del resto solennemente promesso: «Non ci sarà un altro piede di muro costruito durante la mia amministrazione». Per essere precisi non è che poi la promessa sia stata mantenuta proprio al 100%. Biden ha infatti ordinato comunque di chiudere alcuni varchi in Arizona particolarmente usati dagli immigrati clandestini: una decisione che a sinistra non è stata troppo gradita. «Non stiamo finendo il muro. Stiamo ripulendo il pasticcio che la precedente amministrazione ha lasciato», ha replicato (un po’ confusamente) la Casa Bianca a fine luglio, ribadendo la sua contrarietà alla barriera di Trump.
Tuttavia c’è muro e muro. Eh sì, perché Biden sta realizzando una costosa recinzione, per proteggere la sua dimora privata a Rehoboth Beach (in Delaware): casa con sei camere da letto e cinque bagni, acquistata nel 2017 per poco meno di tre milioni di dollari. Ebbene, direte voi, il presidente non ha forse il diritto di fare nella sua proprietà quello che vuole? Certo che ce l’ha. Semmai, è interessante notare che questa recinzione è finanziata dal denaro dei contribuenti. Era lo scorso settembre, quando il Dipartimento per la sicurezza interna assegnò infatti un contratto da 456.000 dollari per la sua realizzazione: peccato che, meno di un anno più tardi, il costo complessivo di questa «fondamentale» opera è salito a 490.324 dollari. Inoltre, secondo il New York Post, la recinzione avrebbe dovuto essere completata in pochi mesi: le tempistiche si sono invece allungate e il termine dei lavori è adesso previsto per la primavera dell’anno prossimo.
Ricordiamo che Biden è noto per trascorrere molto tempo nelle sue abitazioni private in Delaware. Un elemento, questo, che ha suscitato delle perplessità sulla questione della trasparenza. Come riferito a gennaio sempre dal New York Post, il presidente si è infatti rifiutato di rendere pubblico il registro delle visite che riceve nelle sue dimore. Addirittura, ad aprile, il Secret service (il servizio di protezione dell’inquilino della Casa Bianca e dei suoi famigliari) ha detto di non possedere le liste delle persone che hanno incontrato il presidente. E pensare che l’allora portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, aveva promesso che, con Biden, la trasparenza sarebbe tornata. Una trasparenza di cui ci sarebbe proprio bisogno, soprattutto in considerazione degli opachi affari condotti in passato dal figlio del presidente, Hunter, in Cina, Ucraina e Russia: opachi affari che sono attualmente sotto indagine da parte della procura federale del Delaware. E invece no. Non solo non si riesce ad avere accesso ai registri delle visite ricevute da Biden nelle due sue dimore, ma è stata anche stanziata un’ingente somma di denaro pubblico per una spesa fondamentalmente privata.
Tra l’altro, ad aprile scorso, il Guardian riportò che il Secret service paga oltre 30.000 dollari al mese per affittare una mega villa a Malibu, al fine di proteggere Hunter Biden (che abita nei paraggi). Che dire? Con il ritorno degli «adulti» alla Casa Bianca ci si sarebbe aspettati un po’ più di trasparenza. E magari, vista la crisi, anche di parsimonia.
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L’anno fiscale si chiuderà a quota 2 milioni di arresti di migranti irregolari. L’Fbi denuncia rischi terrorismo e traffici di droga. Il governatore del Texas ne invia alcuni a New York e Washington, che però protestano.Il «suo» muro lo pagano gli americani. Il Dipartimento di Stato ha stanziato quasi mezzo milione di dollari per realizzare una recinzione attorno alla villa sul mare che il presidente possiede in Delaware.Lo speciale comprende due articoli. Continua a rivelarsi particolarmente grave la crisi migratoria alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Nonostante negli ultimi due mesi si sia registrato un calo degli arrivi di immigrati clandestini, i numeri complessivi seguitano ad essere elevati, tanto che l’anno fiscale in corso - che si concluderà il 30 settembre prossimo - supererà certamente la soglia dei 2 milioni di arresti di migranti irregolari al confine: un record storico assoluto. Basti pensare che l’anno fiscale precedente si era chiuso con 1,7 milioni di arrivi (una cifra per l’epoca senza precedenti), mentre - stando ai dati ufficiali del governo statunitense fino a luglio 2022 - il numero di arresti è salito quest’anno (per ora) già a 1,9 milioni. In tutto questo, fonti ascoltate da Fox News hanno riferito che, con le prime tre settimane di agosto, la fatidica asticella dei due milioni sarebbe già stata superata. La questione si sta facendo sempre più preoccupante per l’amministrazione Biden, che ha storicamente trovato nella gestione dell’immigrazione clandestina la propria principale spina nel fianco. La situazione d’altronde è grave su svariati fronti. In primis, a luglio la Us Customs and border protection ha riferito che alla frontiera i sequestri di fentanyl sono aumentati del 203%, quelli di eroina dell’8% e quelli di metanfetamina del 15%. Ricordiamo che soprattutto il fentanyl ha determinato degli impatti sanitari disastrosi negli Stati Uniti nel corso degli anni. Stando al Dipartimento della Salute, oltre un milione di americani sono morti di overdose dal 2001 a oggi (107.000 solo nel 2021). In secondo luogo, una frontiera colabrodo costituisce un rischio anche sul piano della sicurezza nazionale. In un’audizione alla commissione Giustizia del Senato il 4 agosto, il direttore dell’Fbi, Chris Wray, ha definito «sbalorditivo» il numero di clandestini che attraversa il confine meridionale, parlando anche di un «problema di sicurezza significativo». «Mentre da un lato non abbiamo al momento [...] alcuna minaccia credibile imminente da parte di un’organizzazione terroristica straniera al confine, qualsiasi punto di ingresso, qualsiasi potenziale vulnerabilità è qualcosa che sappiamo che le organizzazioni terroristiche straniere e altri cercheranno di sfruttare», ha precisato il direttore del Bureau. Tra l’altro, è interessante notare come la questione della sicurezza nazionale si intersechi con quella sanitaria. La maggior parte del fentanyl viene infatti prodotto dai cartelli della droga in Messico, usando componenti chimici che provengono dalla Cina. In tal senso, la Dea ha affermato a maggio che Pechino dovrebbe «fare di più» per bloccare l’esportazione di quelle sostanze. D’altronde, già ai tempi dell’amministrazione Trump si erano verificate tensioni tra Stati Uniti e Cina su questo fronte. Nel mentre, la difficoltà di Joe Biden è anche politica, oltre che gestionale. In questo anno e mezzo, il presidente ha cercato di barcamenarsi tra i repubblicani (che lo tacciano di tenere un approccio troppo blando) e la sinistra dem (che lo accusa invece di scarsa discontinuità rispetto alle politiche migratorie del predecessore). In questo caos, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha iniziato a organizzare dei pullman per trasportare i clandestini dalla frontiera verso alcune città più a Nord, amministrate dal Partito democratico. In particolare, i bus più sono stati inviati a New York e a Washington Dc: un elemento, questo, che ha irritato profondamente i sindaci dem delle due rispettive città, Eric Adams e Muriel Bowser. Adams, in particolare, ha accusato Abbott di essere «disumano». A replicare, qualche giorno fa, è stato Javier Villalobos, sindaco repubblicano di McAllen: città texana che era stata sommersa dai clandestini con relativa emergenza Covid. «Vedi New York, vedi Washington che stanno annegando con alcuni autobus», ha detto, «La città di McAllen è stata in grado di gestire migliaia di immigrati al giorno». Ma il problema per i dem rischia di presentarsi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Già a quelle del 2018 il dossier dell’immigrazione clandestina giocò a favore dei repubblicani. Inoltre, secondo un sondaggio Ipsos pubblicato giovedì, il 53% degli americani ritiene che al momento sarebbe in corso una «invasione» alla frontiera meridionale. Si tratta di un rilevante campanello d’allarme per l’asinello. Un problema, questo, che potrebbe avere conseguenze anche sulle prossime elezioni presidenziali. Posto che alla fine decida realmente di candidarsi, il dossier migratorio «perseguiterebbe» infatti l’attuale presidente, mentre le cose non andrebbero meglio per Kamala Harris. Era marzo dell’anno scorso, quando Biden la incaricò di gestire la crisi al confine, facendo leva sui rapporti diplomatici con i Paesi dell’America centrale. Risultato: dopo oltre un anno, gli arrivi di clandestini sono aumentati e l’influenza di Washington sull’America Latina si è notevolmente ridotta a vantaggio di Cina e Russia (che potrebbero adesso approfittarne per sfruttare i flussi migratori a proprio vantaggio). Avrebbero dovuto risollevare gli Stati Uniti. E invece i democratici al governo hanno creato soltanto un immane disastro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-incassa-il-record-di-clandestini-ma-le-citta-a-guida-dem-non-li-vogliono-2657891871.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-suo-muro-lo-pagano-gli-americani" data-post-id="2657891871" data-published-at="1661023216" data-use-pagination="False"> Il «suo» muro lo pagano gli americani È una simpatia selettiva quella che Joe Biden prova per i muri. Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano bloccò per decreto la realizzazione della barriera difensiva al confine meridionale: una struttura che, ricorderete, aveva rappresentato il cuore delle politiche migratorie di Donald Trump. Ad agosto 2020, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, l’allora candidato dem aveva del resto solennemente promesso: «Non ci sarà un altro piede di muro costruito durante la mia amministrazione». Per essere precisi non è che poi la promessa sia stata mantenuta proprio al 100%. Biden ha infatti ordinato comunque di chiudere alcuni varchi in Arizona particolarmente usati dagli immigrati clandestini: una decisione che a sinistra non è stata troppo gradita. «Non stiamo finendo il muro. Stiamo ripulendo il pasticcio che la precedente amministrazione ha lasciato», ha replicato (un po’ confusamente) la Casa Bianca a fine luglio, ribadendo la sua contrarietà alla barriera di Trump. Tuttavia c’è muro e muro. Eh sì, perché Biden sta realizzando una costosa recinzione, per proteggere la sua dimora privata a Rehoboth Beach (in Delaware): casa con sei camere da letto e cinque bagni, acquistata nel 2017 per poco meno di tre milioni di dollari. Ebbene, direte voi, il presidente non ha forse il diritto di fare nella sua proprietà quello che vuole? Certo che ce l’ha. Semmai, è interessante notare che questa recinzione è finanziata dal denaro dei contribuenti. Era lo scorso settembre, quando il Dipartimento per la sicurezza interna assegnò infatti un contratto da 456.000 dollari per la sua realizzazione: peccato che, meno di un anno più tardi, il costo complessivo di questa «fondamentale» opera è salito a 490.324 dollari. Inoltre, secondo il New York Post, la recinzione avrebbe dovuto essere completata in pochi mesi: le tempistiche si sono invece allungate e il termine dei lavori è adesso previsto per la primavera dell’anno prossimo. Ricordiamo che Biden è noto per trascorrere molto tempo nelle sue abitazioni private in Delaware. Un elemento, questo, che ha suscitato delle perplessità sulla questione della trasparenza. Come riferito a gennaio sempre dal New York Post, il presidente si è infatti rifiutato di rendere pubblico il registro delle visite che riceve nelle sue dimore. Addirittura, ad aprile, il Secret service (il servizio di protezione dell’inquilino della Casa Bianca e dei suoi famigliari) ha detto di non possedere le liste delle persone che hanno incontrato il presidente. E pensare che l’allora portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, aveva promesso che, con Biden, la trasparenza sarebbe tornata. Una trasparenza di cui ci sarebbe proprio bisogno, soprattutto in considerazione degli opachi affari condotti in passato dal figlio del presidente, Hunter, in Cina, Ucraina e Russia: opachi affari che sono attualmente sotto indagine da parte della procura federale del Delaware. E invece no. Non solo non si riesce ad avere accesso ai registri delle visite ricevute da Biden nelle due sue dimore, ma è stata anche stanziata un’ingente somma di denaro pubblico per una spesa fondamentalmente privata. Tra l’altro, ad aprile scorso, il Guardian riportò che il Secret service paga oltre 30.000 dollari al mese per affittare una mega villa a Malibu, al fine di proteggere Hunter Biden (che abita nei paraggi). Che dire? Con il ritorno degli «adulti» alla Casa Bianca ci si sarebbe aspettati un po’ più di trasparenza. E magari, vista la crisi, anche di parsimonia.
Jannik Sinner (Ansa)
Sport strano, il tennis. Una partita può durare due giorni e farti attraversare la notte abbracciato ai dubbi e alle incertezze. Chi dorme? Rigiochi mentalmente tutti i colpi dei game appena finiti. Ripassi quel dritto uscito di un centimetro. Rivedi la tattica, il piano gara. Si decide tutto l’indomani, nervi saldi. Però, all’italiano testa fredda basta vincere i suoi due servizi per planare in finale agli Internazionali d’Italia. Oggi, 50 anni dopo Adriano Panatta: «Vincere Roma ti dà un posto nella storia». Mezzo secolo dopo quel formidabile 1976, Roma, Parigi e la Coppa Davis. Jannik lo sa. Conosce l’appuntamento che lo attende oltre l’ostacolo di questi pochi game contro lo scorbutico Medvedev.
Dopo il primo set incamerato venerdì sera in 32 minuti, la sfida con il russo, già numero 1 del mondo, ora sceso al nono posto ma rinato con l’arrivo del nuovo coach Thomas Johansson, sembrava una pratica di rapida soluzione, come i turni precedenti qui al Foro Italico (32 le vittorie consecutive nei Master 1000, record tolto a Novak Djokovic). Invece, il secondo set si era complicato, l’umidità di una giornata piovosa che aveva ritardato l’inizio del match, i problemi di stomaco e il vomito. Nel secondo set Jannik era andato sotto 0-3, mentre dall’altra parte Daniil imprimeva il suo ritmo, comandando il gioco e costringendolo a troppe rincorse. Il numero 1 era risalito nel punteggio fino al 5 pari. Ma poi, alla terza occasione aveva dovuto cedere il set, il primo perso in tutto il torneo. All’inizio del terzo, Sinner scuoteva la testa, sfiduciato, ma un passaggio a vuoto del russo gli consegnava il break. L’arrivo della pioggia costringeva al rinvio al giorno successivo.
Dopo la notte, ora si ricomincia. Anche per uno freddo come il rosso di Sesto Pusteria sono tante le variabili da tenere a bada. L’aspetto psicologico. Il controllo. Il non offrire occasioni all’avversario di recuperare lo svantaggio. Dopo l’ace fulminante che avvicina il russo sul 3-4, Jannik va al servizio e se lo prende senza lasciare un punto. Medvedev, invece, con un doppio fallo gli concede due match point consecutivi, ma li annulla con un altro ace e una prima vincente. Ora Jannik serve sul 5-4 per conquistarsi il posto in finale. Va sotto 0-15 poi risale e con un dritto dopo un’ottima prima conquista un’altra palla match. Un’altra prima e due rovesci incrociati inchiodano l’avversario. L’appuntamento con la storia è confermato. «Anche per uno come me che non ha mai problemi, ieri sera non è stato facile prendere sonno», ha ammesso a fine match.
Oggi è il gran giorno, ma sarebbe sbagliato sottovalutare il norvegese Casper Ruud. È un giocatore che dà il meglio sulla terra rossa, è stato già due volte finalista a Parigi, ha disputato un torneo convincente, impreziosito dall’eliminazione di Luciano Darderi con un inequivocabile doppio 6-1. I precedenti tra i due dicono 4 a 0 per Jannik. Quest’anno il norvegese appare molto più solido e preparato di un anno fa quando, nei quarti qui al Foro Italico, Sinner gli aveva lasciato un solo game. Poi, in finale, a Jannik era sfuggita l’occasione al cospetto di un Carlos Alcaraz superiore e più agonista di lui che veniva dallo stop per il caso Clostebol. Stavolta, in tribuna ci sarà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Speriamo porti fortuna e che si goda lo spettacolo, preceduto dall’antipasto della finale di doppio maschile che parla anche lei italiano dopo il successo di Simone Bolelli e Andrea Vavassori sui vincitori degli Open d’Australia Harrison-Skupski. Nel 2025 il capo dello Stato aveva presenziato alla finale di Jasmine Paolini, non a quella di Jannik. E qualcuno aveva interpretato quella scelta come una risposta alla mancata partecipazione del numero 1 del mondo al ricevimento al Quirinale delle squadre nazionali dopo la conquista della Coppa Davis e della Billie Jean King Cup. Invece, oggi il presidente ci sarà, a completare un periodo di visibilità sportiva, dopo la recente visita dei tennisti per i trofei conquistati anche nel 2025, e il ricevimento delle squadre finaliste della Coppa Italia di calcio.
Sinner è il numero 1 del mondo, ha già vinto quattro slam, ma non si è ancora consacrato nel torneo di casa. Un italiano che vince gli Internazionali d’Italia fa la storia. Prima di Panatta, nel 1976, ci era riuscito due volte Nicola Pietrangeli, nel 1961 e nel 1957. E andando ancora più indietro, Giovanni Palmieri (1934) e Emanuele Sertorio (1933). Questa, però, è preistoria più che storia. A premiare il vincitore sarà proprio Panatta. E speriamo che, 50 anni dopo il suo 1976, venga il 2026 di Sinner.
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Giorgia Meloni (Ansa)
«Quanto accaduto a Modena», ha commentato, «dove un uomo ha investito diversi pedoni e poi avrebbe accoltellato un passante, è gravissimo. Esprimo la mia vicinanza alle persone ferite e alle loro famiglie. Rivolgo anche un ringraziamento ai cittadini che con coraggio sono intervenuti per fermare il responsabile e alle forze dell’ordine per il loro intervento. Ho sentito il sindaco», ha aggiunto la premier, «e resto in costante contatto con le autorità per seguire l’evolversi della vicenda. Confido che il responsabile risponda fino in fondo delle sue azioni». Sergio Mattarella ha telefonato al sindaco di Modena «per avere notizie dei feriti, esprimendo vicinanza alla Città e chiedergli di trasmettere i ringraziamenti a quei cittadini che con coraggio hanno bloccato il colpevole», fanno sapere dalla presidenza della Repubblica.
Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha parlato di «un’azione di brutale violenza e che nella dinamica ricorda tristemente molti episodi simili avvenuti in Europa. A nome mio personale e del Senato della Repubblica», ha sottolineato, «rivolgo affettuosa vicinanza alla comunità di Modena, sinceri ringraziamenti a quei cittadini che con grande coraggio hanno fermato l’aggressore e i migliori auguri di pronta guarigione ai numerosi feriti». «Sono scioccato», ha sottolineato il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «per quanto avvenuto a Modena. Seguo con grande apprensione gli sviluppi di questa gravissima vicenda ed esprimo la mia vicinanza ai feriti e alle loro famiglie. Un sentito ringraziamento alle forze dell’ordine, ai soccorsi e a quanti, con grande coraggio, sono intervenuti».
«Prego per la salute di tutti i feriti. Alcuni di loro», ha scritto suo social il vicepremier Antonio Tajani, «purtroppo sono in gravi condizioni. Per fortuna l’autore di questa violenta e brutale aggressione è stato fermato». «Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione», ha commentato il vicepremier Matteo Salvini, «che a Modena ha falciato, con la sua auto a folle velocità, dei passanti innocenti. Fermato da coraggiosi cittadini nonostante avesse un coltello, è stato arrestato. Non ci può essere nessuna giustificazione per un delitto così infame». «In attesa di ulteriori informazioni», ha fatto sapere la Lega, «da parte delle forze dell’ordine, una cosa è certa: in troppe città italiane l’integrazione delle cosiddette “seconde generazioni” è fallita. Altro che ius soli o cittadinanze facili, bisogna proseguire con ancora più determinazione sulla strada di permessi di soggiorno revocabili in caso di reati gravi. Certe persone non sono assolutamente integrabili, inutile che per motivi ideologici qualcuno neghi la drammatica evidenza».
«La nostra piena e totale vicinanza», ha sottolineato il segretario del Pd, Elly Schlein, «va alle persone ferite, alcune in condizioni molto gravi, e alle loro famiglie. Così come siamo vicini a tutta la comunità modenese e grati ai soccorritori e al personale sanitario per il delicato lavoro di queste ore». «Tutto il Movimento 5 stelle», ha scritto sui social il leader Giuseppe Conte, «si stringe attorno alla comunità di Modena, ai feriti, ai loro familiari. Ringraziamo le persone che sono intervenute con coraggio e senso civico per contribuire a fermare subito chi ha compiuto questa ignobile aggressione, i soccorritori e le forze dell’ordine sul posto. Auspichiamo si faccia rapidamente luce su quanto accaduto e che chi è responsabile paghi per questo folle gesto».
Parole di condanna per l’accaduto e di solidarietà per le vittime sono arrivate da tantissimi esponenti politici, tra i quali Matteo Renzi, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni. In mattinata, l’ex segretario del Pd, Walter Veltroni, aveva detto di ritenere che «la sicurezza sia un tema della sinistra perché ad avere bisogno di sicurezza sono soprattutto i più deboli. Il tema dell’immigrazione va governato da diverse parti».
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Iraq tra oleodotti e barili. Sinopec sempre più in profondità. L'Europa dipende troppo dal gas americano. Il solare spagnolo non ripaga il mutuo. Washington Post contro il Green Deal. Grano e zucchero sotto pressione.
Quanti sono gli attentatori che in Spagna, in Francia, in Belgio o in Gran Bretagna avevano la cittadinanza del Paese che hanno colpito a morte? Alcuni degli autori della strage di Barcellona del 2017 erano nati in Catalogna, figli di immigrati di origine marocchina, come l’autore della tentata carneficina di ieri, ma questo non ha impedito loro di uccidere 16 persone e ferirne altre 130, travolgendole con un pulmino sulla rambla. Un anno prima, a Nizza, un nordafricano con passaporto francese aveva guidato il camion in mezzo alla folla sulla Promenade des Anglais , uccidendo 86 persone e ferendone altre 458. A Bruxelles, nel 2016 alcuni dei componenti della cellula criminale che uccise 32 persone e ne ferì 340 erano belgi, nati da famiglie immigrate marocchine. E che dire dell’attentatore di Manchester, in Gran Bretagna, che nel 2017 si fece esplodere in mezzo ai fan della cantante americana Ariana Grande, una strage che fece 22 morti e 250 feriti? Era nato nel Regno Unito, figlio di immigrati libici, accolti in Inghilterra come rifugiati politici in fuga dal regime di Muhammar Gheddafi. Anche lui, come l’autore dell’«incidente stradale» di Modena, aveva studiato economia all’università ma poi, invece di occuparsi di profitti e perdite, aveva imboccato la via del terrorismo, anzi, dello Stato islamico.
Nel caso di Modena, il sindaco della città emiliana, Massimo Mezzetti, si è affrettato a definire il marocchino che ha investito deliberatamente otto persone, alcune delle quali fino a ieri sera lottavano fra la vita e la morte, un «pazzo criminale», aggiungendo che l’uomo «non avrebbe tutte le rotelle a posto». In serata in effetti si è appreso che era stato in cura psichiatrica. Ma è un commento che gira al largo dalla questione principale, e che evita di usare termini come attentato, ma parla solo di atto scellerato o sciagurato. E cosa può essere se non un attentato la decisione di invadere ad alta velocità un marciapiede nel centro città, accelerando la corsa della vettura e dirigendola direttamente contro la folla? Come può essere definita la scelta di investire decine di passanti se non un attentato? Altro che pazzo, che automobilista a cui manca qualche rotella. A prescindere dalla motivazione, cioè che si tratti un attentato di matrice religiosa, culturale o ambientale (ho sentito che l’autore della tentata strage si giustificherebbe dicendo di essere bullizzato), è evidente che quanto è successo a Modena non è altro che terrorismo. Lo so, adesso ci diranno che, nonostante avesse la carta d’identità italiana, nonostante avesse studiato a Bergamo e fosse laureato in economia, il killer della città emiliana si sentiva emarginato. Colpa insomma della mancata integrazione e dunque, anche se aveva le carte in regola per trovare un lavoro e costruirsi un futuro in Italia, rispettandone le leggi, alla fine ci spiegheranno che la responsabilità è nostra, perché dobbiamo fare di più per far sentire queste persone a casa propria, altrimenti vivranno da estranei e matureranno un rancore contro di noi. Insomma, averli accolti non basta, lasciare che spesso la facciano da padroni a casa nostra neppure. Dobbiamo anche comprenderli e coccolarli, perché altrimenti rischiamo che salgano a bordo di una vettura e sfoghino la loro frustrazione contro di noi. Se questo è il modo di ragionare, tanto vale arrenderci. Tanto vale stabilire che hanno vinto loro. Le vittime non siamo noi, ma loro. È il ribaltamento della realtà, ma soprattutto del buon senso. Ed è la nostra fine.
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