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2022-08-21
Biden incassa il record di clandestini. Ma le città a guida dem non li vogliono
Joe Biden (Ansa)
Continua a rivelarsi particolarmente grave la crisi migratoria alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Nonostante negli ultimi due mesi si sia registrato un calo degli arrivi di immigrati clandestini, i numeri complessivi seguitano ad essere elevati, tanto che l’anno fiscale in corso - che si concluderà il 30 settembre prossimo - supererà certamente la soglia dei 2 milioni di arresti di migranti irregolari al confine: un record storico assoluto. Basti pensare che l’anno fiscale precedente si era chiuso con 1,7 milioni di arrivi (una cifra per l’epoca senza precedenti), mentre - stando ai dati ufficiali del governo statunitense fino a luglio 2022 - il numero di arresti è salito quest’anno (per ora) già a 1,9 milioni. In tutto questo, fonti ascoltate da Fox News hanno riferito che, con le prime tre settimane di agosto, la fatidica asticella dei due milioni sarebbe già stata superata.
La questione si sta facendo sempre più preoccupante per l’amministrazione Biden, che ha storicamente trovato nella gestione dell’immigrazione clandestina la propria principale spina nel fianco. La situazione d’altronde è grave su svariati fronti. In primis, a luglio la Us Customs and border protection ha riferito che alla frontiera i sequestri di fentanyl sono aumentati del 203%, quelli di eroina dell’8% e quelli di metanfetamina del 15%. Ricordiamo che soprattutto il fentanyl ha determinato degli impatti sanitari disastrosi negli Stati Uniti nel corso degli anni. Stando al Dipartimento della Salute, oltre un milione di americani sono morti di overdose dal 2001 a oggi (107.000 solo nel 2021).
In secondo luogo, una frontiera colabrodo costituisce un rischio anche sul piano della sicurezza nazionale. In un’audizione alla commissione Giustizia del Senato il 4 agosto, il direttore dell’Fbi, Chris Wray, ha definito «sbalorditivo» il numero di clandestini che attraversa il confine meridionale, parlando anche di un «problema di sicurezza significativo». «Mentre da un lato non abbiamo al momento [...] alcuna minaccia credibile imminente da parte di un’organizzazione terroristica straniera al confine, qualsiasi punto di ingresso, qualsiasi potenziale vulnerabilità è qualcosa che sappiamo che le organizzazioni terroristiche straniere e altri cercheranno di sfruttare», ha precisato il direttore del Bureau. Tra l’altro, è interessante notare come la questione della sicurezza nazionale si intersechi con quella sanitaria. La maggior parte del fentanyl viene infatti prodotto dai cartelli della droga in Messico, usando componenti chimici che provengono dalla Cina. In tal senso, la Dea ha affermato a maggio che Pechino dovrebbe «fare di più» per bloccare l’esportazione di quelle sostanze. D’altronde, già ai tempi dell’amministrazione Trump si erano verificate tensioni tra Stati Uniti e Cina su questo fronte.
Nel mentre, la difficoltà di Joe Biden è anche politica, oltre che gestionale. In questo anno e mezzo, il presidente ha cercato di barcamenarsi tra i repubblicani (che lo tacciano di tenere un approccio troppo blando) e la sinistra dem (che lo accusa invece di scarsa discontinuità rispetto alle politiche migratorie del predecessore). In questo caos, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha iniziato a organizzare dei pullman per trasportare i clandestini dalla frontiera verso alcune città più a Nord, amministrate dal Partito democratico. In particolare, i bus più sono stati inviati a New York e a Washington Dc: un elemento, questo, che ha irritato profondamente i sindaci dem delle due rispettive città, Eric Adams e Muriel Bowser. Adams, in particolare, ha accusato Abbott di essere «disumano». A replicare, qualche giorno fa, è stato Javier Villalobos, sindaco repubblicano di McAllen: città texana che era stata sommersa dai clandestini con relativa emergenza Covid. «Vedi New York, vedi Washington che stanno annegando con alcuni autobus», ha detto, «La città di McAllen è stata in grado di gestire migliaia di immigrati al giorno».
Ma il problema per i dem rischia di presentarsi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Già a quelle del 2018 il dossier dell’immigrazione clandestina giocò a favore dei repubblicani. Inoltre, secondo un sondaggio Ipsos pubblicato giovedì, il 53% degli americani ritiene che al momento sarebbe in corso una «invasione» alla frontiera meridionale. Si tratta di un rilevante campanello d’allarme per l’asinello. Un problema, questo, che potrebbe avere conseguenze anche sulle prossime elezioni presidenziali. Posto che alla fine decida realmente di candidarsi, il dossier migratorio «perseguiterebbe» infatti l’attuale presidente, mentre le cose non andrebbero meglio per Kamala Harris. Era marzo dell’anno scorso, quando Biden la incaricò di gestire la crisi al confine, facendo leva sui rapporti diplomatici con i Paesi dell’America centrale. Risultato: dopo oltre un anno, gli arrivi di clandestini sono aumentati e l’influenza di Washington sull’America Latina si è notevolmente ridotta a vantaggio di Cina e Russia (che potrebbero adesso approfittarne per sfruttare i flussi migratori a proprio vantaggio). Avrebbero dovuto risollevare gli Stati Uniti. E invece i democratici al governo hanno creato soltanto un immane disastro.
Il «suo» muro lo pagano gli americani
È una simpatia selettiva quella che Joe Biden prova per i muri. Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano bloccò per decreto la realizzazione della barriera difensiva al confine meridionale: una struttura che, ricorderete, aveva rappresentato il cuore delle politiche migratorie di Donald Trump. Ad agosto 2020, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, l’allora candidato dem aveva del resto solennemente promesso: «Non ci sarà un altro piede di muro costruito durante la mia amministrazione». Per essere precisi non è che poi la promessa sia stata mantenuta proprio al 100%. Biden ha infatti ordinato comunque di chiudere alcuni varchi in Arizona particolarmente usati dagli immigrati clandestini: una decisione che a sinistra non è stata troppo gradita. «Non stiamo finendo il muro. Stiamo ripulendo il pasticcio che la precedente amministrazione ha lasciato», ha replicato (un po’ confusamente) la Casa Bianca a fine luglio, ribadendo la sua contrarietà alla barriera di Trump.
Tuttavia c’è muro e muro. Eh sì, perché Biden sta realizzando una costosa recinzione, per proteggere la sua dimora privata a Rehoboth Beach (in Delaware): casa con sei camere da letto e cinque bagni, acquistata nel 2017 per poco meno di tre milioni di dollari. Ebbene, direte voi, il presidente non ha forse il diritto di fare nella sua proprietà quello che vuole? Certo che ce l’ha. Semmai, è interessante notare che questa recinzione è finanziata dal denaro dei contribuenti. Era lo scorso settembre, quando il Dipartimento per la sicurezza interna assegnò infatti un contratto da 456.000 dollari per la sua realizzazione: peccato che, meno di un anno più tardi, il costo complessivo di questa «fondamentale» opera è salito a 490.324 dollari. Inoltre, secondo il New York Post, la recinzione avrebbe dovuto essere completata in pochi mesi: le tempistiche si sono invece allungate e il termine dei lavori è adesso previsto per la primavera dell’anno prossimo.
Ricordiamo che Biden è noto per trascorrere molto tempo nelle sue abitazioni private in Delaware. Un elemento, questo, che ha suscitato delle perplessità sulla questione della trasparenza. Come riferito a gennaio sempre dal New York Post, il presidente si è infatti rifiutato di rendere pubblico il registro delle visite che riceve nelle sue dimore. Addirittura, ad aprile, il Secret service (il servizio di protezione dell’inquilino della Casa Bianca e dei suoi famigliari) ha detto di non possedere le liste delle persone che hanno incontrato il presidente. E pensare che l’allora portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, aveva promesso che, con Biden, la trasparenza sarebbe tornata. Una trasparenza di cui ci sarebbe proprio bisogno, soprattutto in considerazione degli opachi affari condotti in passato dal figlio del presidente, Hunter, in Cina, Ucraina e Russia: opachi affari che sono attualmente sotto indagine da parte della procura federale del Delaware. E invece no. Non solo non si riesce ad avere accesso ai registri delle visite ricevute da Biden nelle due sue dimore, ma è stata anche stanziata un’ingente somma di denaro pubblico per una spesa fondamentalmente privata.
Tra l’altro, ad aprile scorso, il Guardian riportò che il Secret service paga oltre 30.000 dollari al mese per affittare una mega villa a Malibu, al fine di proteggere Hunter Biden (che abita nei paraggi). Che dire? Con il ritorno degli «adulti» alla Casa Bianca ci si sarebbe aspettati un po’ più di trasparenza. E magari, vista la crisi, anche di parsimonia.
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L’anno fiscale si chiuderà a quota 2 milioni di arresti di migranti irregolari. L’Fbi denuncia rischi terrorismo e traffici di droga. Il governatore del Texas ne invia alcuni a New York e Washington, che però protestano.Il «suo» muro lo pagano gli americani. Il Dipartimento di Stato ha stanziato quasi mezzo milione di dollari per realizzare una recinzione attorno alla villa sul mare che il presidente possiede in Delaware.Lo speciale comprende due articoli. Continua a rivelarsi particolarmente grave la crisi migratoria alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Nonostante negli ultimi due mesi si sia registrato un calo degli arrivi di immigrati clandestini, i numeri complessivi seguitano ad essere elevati, tanto che l’anno fiscale in corso - che si concluderà il 30 settembre prossimo - supererà certamente la soglia dei 2 milioni di arresti di migranti irregolari al confine: un record storico assoluto. Basti pensare che l’anno fiscale precedente si era chiuso con 1,7 milioni di arrivi (una cifra per l’epoca senza precedenti), mentre - stando ai dati ufficiali del governo statunitense fino a luglio 2022 - il numero di arresti è salito quest’anno (per ora) già a 1,9 milioni. In tutto questo, fonti ascoltate da Fox News hanno riferito che, con le prime tre settimane di agosto, la fatidica asticella dei due milioni sarebbe già stata superata. La questione si sta facendo sempre più preoccupante per l’amministrazione Biden, che ha storicamente trovato nella gestione dell’immigrazione clandestina la propria principale spina nel fianco. La situazione d’altronde è grave su svariati fronti. In primis, a luglio la Us Customs and border protection ha riferito che alla frontiera i sequestri di fentanyl sono aumentati del 203%, quelli di eroina dell’8% e quelli di metanfetamina del 15%. Ricordiamo che soprattutto il fentanyl ha determinato degli impatti sanitari disastrosi negli Stati Uniti nel corso degli anni. Stando al Dipartimento della Salute, oltre un milione di americani sono morti di overdose dal 2001 a oggi (107.000 solo nel 2021). In secondo luogo, una frontiera colabrodo costituisce un rischio anche sul piano della sicurezza nazionale. In un’audizione alla commissione Giustizia del Senato il 4 agosto, il direttore dell’Fbi, Chris Wray, ha definito «sbalorditivo» il numero di clandestini che attraversa il confine meridionale, parlando anche di un «problema di sicurezza significativo». «Mentre da un lato non abbiamo al momento [...] alcuna minaccia credibile imminente da parte di un’organizzazione terroristica straniera al confine, qualsiasi punto di ingresso, qualsiasi potenziale vulnerabilità è qualcosa che sappiamo che le organizzazioni terroristiche straniere e altri cercheranno di sfruttare», ha precisato il direttore del Bureau. Tra l’altro, è interessante notare come la questione della sicurezza nazionale si intersechi con quella sanitaria. La maggior parte del fentanyl viene infatti prodotto dai cartelli della droga in Messico, usando componenti chimici che provengono dalla Cina. In tal senso, la Dea ha affermato a maggio che Pechino dovrebbe «fare di più» per bloccare l’esportazione di quelle sostanze. D’altronde, già ai tempi dell’amministrazione Trump si erano verificate tensioni tra Stati Uniti e Cina su questo fronte. Nel mentre, la difficoltà di Joe Biden è anche politica, oltre che gestionale. In questo anno e mezzo, il presidente ha cercato di barcamenarsi tra i repubblicani (che lo tacciano di tenere un approccio troppo blando) e la sinistra dem (che lo accusa invece di scarsa discontinuità rispetto alle politiche migratorie del predecessore). In questo caos, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha iniziato a organizzare dei pullman per trasportare i clandestini dalla frontiera verso alcune città più a Nord, amministrate dal Partito democratico. In particolare, i bus più sono stati inviati a New York e a Washington Dc: un elemento, questo, che ha irritato profondamente i sindaci dem delle due rispettive città, Eric Adams e Muriel Bowser. Adams, in particolare, ha accusato Abbott di essere «disumano». A replicare, qualche giorno fa, è stato Javier Villalobos, sindaco repubblicano di McAllen: città texana che era stata sommersa dai clandestini con relativa emergenza Covid. «Vedi New York, vedi Washington che stanno annegando con alcuni autobus», ha detto, «La città di McAllen è stata in grado di gestire migliaia di immigrati al giorno». Ma il problema per i dem rischia di presentarsi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Già a quelle del 2018 il dossier dell’immigrazione clandestina giocò a favore dei repubblicani. Inoltre, secondo un sondaggio Ipsos pubblicato giovedì, il 53% degli americani ritiene che al momento sarebbe in corso una «invasione» alla frontiera meridionale. Si tratta di un rilevante campanello d’allarme per l’asinello. Un problema, questo, che potrebbe avere conseguenze anche sulle prossime elezioni presidenziali. Posto che alla fine decida realmente di candidarsi, il dossier migratorio «perseguiterebbe» infatti l’attuale presidente, mentre le cose non andrebbero meglio per Kamala Harris. Era marzo dell’anno scorso, quando Biden la incaricò di gestire la crisi al confine, facendo leva sui rapporti diplomatici con i Paesi dell’America centrale. Risultato: dopo oltre un anno, gli arrivi di clandestini sono aumentati e l’influenza di Washington sull’America Latina si è notevolmente ridotta a vantaggio di Cina e Russia (che potrebbero adesso approfittarne per sfruttare i flussi migratori a proprio vantaggio). Avrebbero dovuto risollevare gli Stati Uniti. E invece i democratici al governo hanno creato soltanto un immane disastro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-incassa-il-record-di-clandestini-ma-le-citta-a-guida-dem-non-li-vogliono-2657891871.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-suo-muro-lo-pagano-gli-americani" data-post-id="2657891871" data-published-at="1661023216" data-use-pagination="False"> Il «suo» muro lo pagano gli americani È una simpatia selettiva quella che Joe Biden prova per i muri. Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano bloccò per decreto la realizzazione della barriera difensiva al confine meridionale: una struttura che, ricorderete, aveva rappresentato il cuore delle politiche migratorie di Donald Trump. Ad agosto 2020, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, l’allora candidato dem aveva del resto solennemente promesso: «Non ci sarà un altro piede di muro costruito durante la mia amministrazione». Per essere precisi non è che poi la promessa sia stata mantenuta proprio al 100%. Biden ha infatti ordinato comunque di chiudere alcuni varchi in Arizona particolarmente usati dagli immigrati clandestini: una decisione che a sinistra non è stata troppo gradita. «Non stiamo finendo il muro. Stiamo ripulendo il pasticcio che la precedente amministrazione ha lasciato», ha replicato (un po’ confusamente) la Casa Bianca a fine luglio, ribadendo la sua contrarietà alla barriera di Trump. Tuttavia c’è muro e muro. Eh sì, perché Biden sta realizzando una costosa recinzione, per proteggere la sua dimora privata a Rehoboth Beach (in Delaware): casa con sei camere da letto e cinque bagni, acquistata nel 2017 per poco meno di tre milioni di dollari. Ebbene, direte voi, il presidente non ha forse il diritto di fare nella sua proprietà quello che vuole? Certo che ce l’ha. Semmai, è interessante notare che questa recinzione è finanziata dal denaro dei contribuenti. Era lo scorso settembre, quando il Dipartimento per la sicurezza interna assegnò infatti un contratto da 456.000 dollari per la sua realizzazione: peccato che, meno di un anno più tardi, il costo complessivo di questa «fondamentale» opera è salito a 490.324 dollari. Inoltre, secondo il New York Post, la recinzione avrebbe dovuto essere completata in pochi mesi: le tempistiche si sono invece allungate e il termine dei lavori è adesso previsto per la primavera dell’anno prossimo. Ricordiamo che Biden è noto per trascorrere molto tempo nelle sue abitazioni private in Delaware. Un elemento, questo, che ha suscitato delle perplessità sulla questione della trasparenza. Come riferito a gennaio sempre dal New York Post, il presidente si è infatti rifiutato di rendere pubblico il registro delle visite che riceve nelle sue dimore. Addirittura, ad aprile, il Secret service (il servizio di protezione dell’inquilino della Casa Bianca e dei suoi famigliari) ha detto di non possedere le liste delle persone che hanno incontrato il presidente. E pensare che l’allora portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, aveva promesso che, con Biden, la trasparenza sarebbe tornata. Una trasparenza di cui ci sarebbe proprio bisogno, soprattutto in considerazione degli opachi affari condotti in passato dal figlio del presidente, Hunter, in Cina, Ucraina e Russia: opachi affari che sono attualmente sotto indagine da parte della procura federale del Delaware. E invece no. Non solo non si riesce ad avere accesso ai registri delle visite ricevute da Biden nelle due sue dimore, ma è stata anche stanziata un’ingente somma di denaro pubblico per una spesa fondamentalmente privata. Tra l’altro, ad aprile scorso, il Guardian riportò che il Secret service paga oltre 30.000 dollari al mese per affittare una mega villa a Malibu, al fine di proteggere Hunter Biden (che abita nei paraggi). Che dire? Con il ritorno degli «adulti» alla Casa Bianca ci si sarebbe aspettati un po’ più di trasparenza. E magari, vista la crisi, anche di parsimonia.
Roberto Gualtieri (Ansa)
Un bilancio impietoso, stilato ogni giorno dalle associazioni civiche, da Curaa (Cittadini uniti per Roma, i suoi alberi e i suoi abitanti) di Jacopa Stinchelli a Italia nostra, che ha chiesto una moratoria dei cantieri della metro C per le archeo-stazioni «Chiesa Nuova» e «Castel Sant’Angelo». Si parla di circa 40.000 alberi abbattuti ma il conteggio potrebbe essere molto più alto perché il Comune, dopo essersi fatto sfuggire un bilancio ufficiale provvisorio di circa 17.000 fusti demoliti nei primi due anni di mandato di Gualtieri (che aveva promesso di piantare un milione di alberi), da settembre 2021 a settembre 2023, non fornisce più i dati e, alla richiesta di accesso agli atti, risponde che il sistema è in aggiornamento. Fatto sta che l’«ecocidio», come ormai lo definiscono le associazioni di cittadini, si fa sempre più intenso e ha colpito in maniera impressionante il centro storico della città, vetrina per i turisti che arrivano nella capitale pensando di villeggiare all’interno di un polmone verde. Ma non è così: dopo l’abbattimento selvaggio di pini secolari nella collina del Pincio ad aprile del 2024, il Comune è andato avanti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 falcidiando 67 cipressi storici a Piazza Augusto Imperatore, accanto a via del Corso. L’intervento, sulla carta finalizzato al restauro e alla valorizzazione del monumento, ha suscitato polemiche per la rimozione del «bosco sacro» degli alberi centenari, gran parte dei quali - hanno denunciato agronomi indipendenti e cittadini - erano sani. Contro l’abbattimento massiccio si è schierato anche Andrea Carandini, archeologo e saggista italiano di fama internazionale, che già a novembre aveva denunciato l’abbattimento dei pini secolari accanto alla Torre dei Conti, parzialmente crollata a seguito dei lavori della metropolitana. A febbraio è toccato ad altri 12 pini secolari in via dei Fori Imperiali, la passeggiata che taglia il cuore archeologico di Roma, collegando Piazza Venezia al Colosseo, museo a cielo aperto di cui quegli alberi costituivano parte rilevante. Tra febbraio e marzo, è stato il turno delle tre paulonie secolari di piazza della Chiesa Nuova, proseguimento di Corso Vittorio, l’arteria che collega l’area archeologica di Largo di Torre Argentina al Vaticano: una delle tre specie aveva 300 anni. Alla potatura dei «tre alberi di Trilussa» sono scattate anche le denunce penali.
Pini, platani, cipressi, paulonie, lecci: la marcia delle motoseghe capitoline non si è fermata neanche davanti al Campidoglio, dove a febbraio sono stati fatti a pezzi altri due esemplari di pinus pinea, dopo quelli già abbattuti nel 2023 che erano finiti perfino nelle cronache del New York Times. A Piazza Pia, di fronte a Castel San’Angelo, è stato sradicato tutto: la veduta aerea è sconsolante e anche nell’area adiacente a piazza Adriana sono scomparse decine di lecci. Gli abbattimenti selvaggi colpiscono l’intera città e le periferie.
Il Comune di Roma si difende: sul sito si parla genericamente di alberi non sani, «morti in piedi», tesi discutibile considerato l’elevatissimo numero di abbattimenti. Non solo: molti abbattimenti avvengono in primavera, quando ogni operazione sarebbe vietata dalla legge 157/1992 che li proibisce in periodo di nidificazione. E quando non sono tirati giù, gli alberi di Roma sono spesso capitozzati, una tecnica esplicitamente vietata per legge dal Regolamento del verde pubblico, puntualmente disatteso. A marzo, l’associazione Curaa ha depositato un ricorso d’urgenza al Tar per chiedere una sospensiva cautelare degli abbattimenti nelle aree vincolate del Municipio 1 (centro storico). Ma il Tar non l’ha concessa, rinviando la decisione a mercoledì prossimo.
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Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
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Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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