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2022-08-21
Biden incassa il record di clandestini. Ma le città a guida dem non li vogliono
Joe Biden (Ansa)
Continua a rivelarsi particolarmente grave la crisi migratoria alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Nonostante negli ultimi due mesi si sia registrato un calo degli arrivi di immigrati clandestini, i numeri complessivi seguitano ad essere elevati, tanto che l’anno fiscale in corso - che si concluderà il 30 settembre prossimo - supererà certamente la soglia dei 2 milioni di arresti di migranti irregolari al confine: un record storico assoluto. Basti pensare che l’anno fiscale precedente si era chiuso con 1,7 milioni di arrivi (una cifra per l’epoca senza precedenti), mentre - stando ai dati ufficiali del governo statunitense fino a luglio 2022 - il numero di arresti è salito quest’anno (per ora) già a 1,9 milioni. In tutto questo, fonti ascoltate da Fox News hanno riferito che, con le prime tre settimane di agosto, la fatidica asticella dei due milioni sarebbe già stata superata.
La questione si sta facendo sempre più preoccupante per l’amministrazione Biden, che ha storicamente trovato nella gestione dell’immigrazione clandestina la propria principale spina nel fianco. La situazione d’altronde è grave su svariati fronti. In primis, a luglio la Us Customs and border protection ha riferito che alla frontiera i sequestri di fentanyl sono aumentati del 203%, quelli di eroina dell’8% e quelli di metanfetamina del 15%. Ricordiamo che soprattutto il fentanyl ha determinato degli impatti sanitari disastrosi negli Stati Uniti nel corso degli anni. Stando al Dipartimento della Salute, oltre un milione di americani sono morti di overdose dal 2001 a oggi (107.000 solo nel 2021).
In secondo luogo, una frontiera colabrodo costituisce un rischio anche sul piano della sicurezza nazionale. In un’audizione alla commissione Giustizia del Senato il 4 agosto, il direttore dell’Fbi, Chris Wray, ha definito «sbalorditivo» il numero di clandestini che attraversa il confine meridionale, parlando anche di un «problema di sicurezza significativo». «Mentre da un lato non abbiamo al momento [...] alcuna minaccia credibile imminente da parte di un’organizzazione terroristica straniera al confine, qualsiasi punto di ingresso, qualsiasi potenziale vulnerabilità è qualcosa che sappiamo che le organizzazioni terroristiche straniere e altri cercheranno di sfruttare», ha precisato il direttore del Bureau. Tra l’altro, è interessante notare come la questione della sicurezza nazionale si intersechi con quella sanitaria. La maggior parte del fentanyl viene infatti prodotto dai cartelli della droga in Messico, usando componenti chimici che provengono dalla Cina. In tal senso, la Dea ha affermato a maggio che Pechino dovrebbe «fare di più» per bloccare l’esportazione di quelle sostanze. D’altronde, già ai tempi dell’amministrazione Trump si erano verificate tensioni tra Stati Uniti e Cina su questo fronte.
Nel mentre, la difficoltà di Joe Biden è anche politica, oltre che gestionale. In questo anno e mezzo, il presidente ha cercato di barcamenarsi tra i repubblicani (che lo tacciano di tenere un approccio troppo blando) e la sinistra dem (che lo accusa invece di scarsa discontinuità rispetto alle politiche migratorie del predecessore). In questo caos, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha iniziato a organizzare dei pullman per trasportare i clandestini dalla frontiera verso alcune città più a Nord, amministrate dal Partito democratico. In particolare, i bus più sono stati inviati a New York e a Washington Dc: un elemento, questo, che ha irritato profondamente i sindaci dem delle due rispettive città, Eric Adams e Muriel Bowser. Adams, in particolare, ha accusato Abbott di essere «disumano». A replicare, qualche giorno fa, è stato Javier Villalobos, sindaco repubblicano di McAllen: città texana che era stata sommersa dai clandestini con relativa emergenza Covid. «Vedi New York, vedi Washington che stanno annegando con alcuni autobus», ha detto, «La città di McAllen è stata in grado di gestire migliaia di immigrati al giorno».
Ma il problema per i dem rischia di presentarsi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Già a quelle del 2018 il dossier dell’immigrazione clandestina giocò a favore dei repubblicani. Inoltre, secondo un sondaggio Ipsos pubblicato giovedì, il 53% degli americani ritiene che al momento sarebbe in corso una «invasione» alla frontiera meridionale. Si tratta di un rilevante campanello d’allarme per l’asinello. Un problema, questo, che potrebbe avere conseguenze anche sulle prossime elezioni presidenziali. Posto che alla fine decida realmente di candidarsi, il dossier migratorio «perseguiterebbe» infatti l’attuale presidente, mentre le cose non andrebbero meglio per Kamala Harris. Era marzo dell’anno scorso, quando Biden la incaricò di gestire la crisi al confine, facendo leva sui rapporti diplomatici con i Paesi dell’America centrale. Risultato: dopo oltre un anno, gli arrivi di clandestini sono aumentati e l’influenza di Washington sull’America Latina si è notevolmente ridotta a vantaggio di Cina e Russia (che potrebbero adesso approfittarne per sfruttare i flussi migratori a proprio vantaggio). Avrebbero dovuto risollevare gli Stati Uniti. E invece i democratici al governo hanno creato soltanto un immane disastro.
Il «suo» muro lo pagano gli americani
È una simpatia selettiva quella che Joe Biden prova per i muri. Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano bloccò per decreto la realizzazione della barriera difensiva al confine meridionale: una struttura che, ricorderete, aveva rappresentato il cuore delle politiche migratorie di Donald Trump. Ad agosto 2020, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, l’allora candidato dem aveva del resto solennemente promesso: «Non ci sarà un altro piede di muro costruito durante la mia amministrazione». Per essere precisi non è che poi la promessa sia stata mantenuta proprio al 100%. Biden ha infatti ordinato comunque di chiudere alcuni varchi in Arizona particolarmente usati dagli immigrati clandestini: una decisione che a sinistra non è stata troppo gradita. «Non stiamo finendo il muro. Stiamo ripulendo il pasticcio che la precedente amministrazione ha lasciato», ha replicato (un po’ confusamente) la Casa Bianca a fine luglio, ribadendo la sua contrarietà alla barriera di Trump.
Tuttavia c’è muro e muro. Eh sì, perché Biden sta realizzando una costosa recinzione, per proteggere la sua dimora privata a Rehoboth Beach (in Delaware): casa con sei camere da letto e cinque bagni, acquistata nel 2017 per poco meno di tre milioni di dollari. Ebbene, direte voi, il presidente non ha forse il diritto di fare nella sua proprietà quello che vuole? Certo che ce l’ha. Semmai, è interessante notare che questa recinzione è finanziata dal denaro dei contribuenti. Era lo scorso settembre, quando il Dipartimento per la sicurezza interna assegnò infatti un contratto da 456.000 dollari per la sua realizzazione: peccato che, meno di un anno più tardi, il costo complessivo di questa «fondamentale» opera è salito a 490.324 dollari. Inoltre, secondo il New York Post, la recinzione avrebbe dovuto essere completata in pochi mesi: le tempistiche si sono invece allungate e il termine dei lavori è adesso previsto per la primavera dell’anno prossimo.
Ricordiamo che Biden è noto per trascorrere molto tempo nelle sue abitazioni private in Delaware. Un elemento, questo, che ha suscitato delle perplessità sulla questione della trasparenza. Come riferito a gennaio sempre dal New York Post, il presidente si è infatti rifiutato di rendere pubblico il registro delle visite che riceve nelle sue dimore. Addirittura, ad aprile, il Secret service (il servizio di protezione dell’inquilino della Casa Bianca e dei suoi famigliari) ha detto di non possedere le liste delle persone che hanno incontrato il presidente. E pensare che l’allora portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, aveva promesso che, con Biden, la trasparenza sarebbe tornata. Una trasparenza di cui ci sarebbe proprio bisogno, soprattutto in considerazione degli opachi affari condotti in passato dal figlio del presidente, Hunter, in Cina, Ucraina e Russia: opachi affari che sono attualmente sotto indagine da parte della procura federale del Delaware. E invece no. Non solo non si riesce ad avere accesso ai registri delle visite ricevute da Biden nelle due sue dimore, ma è stata anche stanziata un’ingente somma di denaro pubblico per una spesa fondamentalmente privata.
Tra l’altro, ad aprile scorso, il Guardian riportò che il Secret service paga oltre 30.000 dollari al mese per affittare una mega villa a Malibu, al fine di proteggere Hunter Biden (che abita nei paraggi). Che dire? Con il ritorno degli «adulti» alla Casa Bianca ci si sarebbe aspettati un po’ più di trasparenza. E magari, vista la crisi, anche di parsimonia.
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L’anno fiscale si chiuderà a quota 2 milioni di arresti di migranti irregolari. L’Fbi denuncia rischi terrorismo e traffici di droga. Il governatore del Texas ne invia alcuni a New York e Washington, che però protestano.Il «suo» muro lo pagano gli americani. Il Dipartimento di Stato ha stanziato quasi mezzo milione di dollari per realizzare una recinzione attorno alla villa sul mare che il presidente possiede in Delaware.Lo speciale comprende due articoli. Continua a rivelarsi particolarmente grave la crisi migratoria alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Nonostante negli ultimi due mesi si sia registrato un calo degli arrivi di immigrati clandestini, i numeri complessivi seguitano ad essere elevati, tanto che l’anno fiscale in corso - che si concluderà il 30 settembre prossimo - supererà certamente la soglia dei 2 milioni di arresti di migranti irregolari al confine: un record storico assoluto. Basti pensare che l’anno fiscale precedente si era chiuso con 1,7 milioni di arrivi (una cifra per l’epoca senza precedenti), mentre - stando ai dati ufficiali del governo statunitense fino a luglio 2022 - il numero di arresti è salito quest’anno (per ora) già a 1,9 milioni. In tutto questo, fonti ascoltate da Fox News hanno riferito che, con le prime tre settimane di agosto, la fatidica asticella dei due milioni sarebbe già stata superata. La questione si sta facendo sempre più preoccupante per l’amministrazione Biden, che ha storicamente trovato nella gestione dell’immigrazione clandestina la propria principale spina nel fianco. La situazione d’altronde è grave su svariati fronti. In primis, a luglio la Us Customs and border protection ha riferito che alla frontiera i sequestri di fentanyl sono aumentati del 203%, quelli di eroina dell’8% e quelli di metanfetamina del 15%. Ricordiamo che soprattutto il fentanyl ha determinato degli impatti sanitari disastrosi negli Stati Uniti nel corso degli anni. Stando al Dipartimento della Salute, oltre un milione di americani sono morti di overdose dal 2001 a oggi (107.000 solo nel 2021). In secondo luogo, una frontiera colabrodo costituisce un rischio anche sul piano della sicurezza nazionale. In un’audizione alla commissione Giustizia del Senato il 4 agosto, il direttore dell’Fbi, Chris Wray, ha definito «sbalorditivo» il numero di clandestini che attraversa il confine meridionale, parlando anche di un «problema di sicurezza significativo». «Mentre da un lato non abbiamo al momento [...] alcuna minaccia credibile imminente da parte di un’organizzazione terroristica straniera al confine, qualsiasi punto di ingresso, qualsiasi potenziale vulnerabilità è qualcosa che sappiamo che le organizzazioni terroristiche straniere e altri cercheranno di sfruttare», ha precisato il direttore del Bureau. Tra l’altro, è interessante notare come la questione della sicurezza nazionale si intersechi con quella sanitaria. La maggior parte del fentanyl viene infatti prodotto dai cartelli della droga in Messico, usando componenti chimici che provengono dalla Cina. In tal senso, la Dea ha affermato a maggio che Pechino dovrebbe «fare di più» per bloccare l’esportazione di quelle sostanze. D’altronde, già ai tempi dell’amministrazione Trump si erano verificate tensioni tra Stati Uniti e Cina su questo fronte. Nel mentre, la difficoltà di Joe Biden è anche politica, oltre che gestionale. In questo anno e mezzo, il presidente ha cercato di barcamenarsi tra i repubblicani (che lo tacciano di tenere un approccio troppo blando) e la sinistra dem (che lo accusa invece di scarsa discontinuità rispetto alle politiche migratorie del predecessore). In questo caos, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha iniziato a organizzare dei pullman per trasportare i clandestini dalla frontiera verso alcune città più a Nord, amministrate dal Partito democratico. In particolare, i bus più sono stati inviati a New York e a Washington Dc: un elemento, questo, che ha irritato profondamente i sindaci dem delle due rispettive città, Eric Adams e Muriel Bowser. Adams, in particolare, ha accusato Abbott di essere «disumano». A replicare, qualche giorno fa, è stato Javier Villalobos, sindaco repubblicano di McAllen: città texana che era stata sommersa dai clandestini con relativa emergenza Covid. «Vedi New York, vedi Washington che stanno annegando con alcuni autobus», ha detto, «La città di McAllen è stata in grado di gestire migliaia di immigrati al giorno». Ma il problema per i dem rischia di presentarsi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Già a quelle del 2018 il dossier dell’immigrazione clandestina giocò a favore dei repubblicani. Inoltre, secondo un sondaggio Ipsos pubblicato giovedì, il 53% degli americani ritiene che al momento sarebbe in corso una «invasione» alla frontiera meridionale. Si tratta di un rilevante campanello d’allarme per l’asinello. Un problema, questo, che potrebbe avere conseguenze anche sulle prossime elezioni presidenziali. Posto che alla fine decida realmente di candidarsi, il dossier migratorio «perseguiterebbe» infatti l’attuale presidente, mentre le cose non andrebbero meglio per Kamala Harris. Era marzo dell’anno scorso, quando Biden la incaricò di gestire la crisi al confine, facendo leva sui rapporti diplomatici con i Paesi dell’America centrale. Risultato: dopo oltre un anno, gli arrivi di clandestini sono aumentati e l’influenza di Washington sull’America Latina si è notevolmente ridotta a vantaggio di Cina e Russia (che potrebbero adesso approfittarne per sfruttare i flussi migratori a proprio vantaggio). Avrebbero dovuto risollevare gli Stati Uniti. E invece i democratici al governo hanno creato soltanto un immane disastro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-incassa-il-record-di-clandestini-ma-le-citta-a-guida-dem-non-li-vogliono-2657891871.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-suo-muro-lo-pagano-gli-americani" data-post-id="2657891871" data-published-at="1661023216" data-use-pagination="False"> Il «suo» muro lo pagano gli americani È una simpatia selettiva quella che Joe Biden prova per i muri. Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano bloccò per decreto la realizzazione della barriera difensiva al confine meridionale: una struttura che, ricorderete, aveva rappresentato il cuore delle politiche migratorie di Donald Trump. Ad agosto 2020, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, l’allora candidato dem aveva del resto solennemente promesso: «Non ci sarà un altro piede di muro costruito durante la mia amministrazione». Per essere precisi non è che poi la promessa sia stata mantenuta proprio al 100%. Biden ha infatti ordinato comunque di chiudere alcuni varchi in Arizona particolarmente usati dagli immigrati clandestini: una decisione che a sinistra non è stata troppo gradita. «Non stiamo finendo il muro. Stiamo ripulendo il pasticcio che la precedente amministrazione ha lasciato», ha replicato (un po’ confusamente) la Casa Bianca a fine luglio, ribadendo la sua contrarietà alla barriera di Trump. Tuttavia c’è muro e muro. Eh sì, perché Biden sta realizzando una costosa recinzione, per proteggere la sua dimora privata a Rehoboth Beach (in Delaware): casa con sei camere da letto e cinque bagni, acquistata nel 2017 per poco meno di tre milioni di dollari. Ebbene, direte voi, il presidente non ha forse il diritto di fare nella sua proprietà quello che vuole? Certo che ce l’ha. Semmai, è interessante notare che questa recinzione è finanziata dal denaro dei contribuenti. Era lo scorso settembre, quando il Dipartimento per la sicurezza interna assegnò infatti un contratto da 456.000 dollari per la sua realizzazione: peccato che, meno di un anno più tardi, il costo complessivo di questa «fondamentale» opera è salito a 490.324 dollari. Inoltre, secondo il New York Post, la recinzione avrebbe dovuto essere completata in pochi mesi: le tempistiche si sono invece allungate e il termine dei lavori è adesso previsto per la primavera dell’anno prossimo. Ricordiamo che Biden è noto per trascorrere molto tempo nelle sue abitazioni private in Delaware. Un elemento, questo, che ha suscitato delle perplessità sulla questione della trasparenza. Come riferito a gennaio sempre dal New York Post, il presidente si è infatti rifiutato di rendere pubblico il registro delle visite che riceve nelle sue dimore. Addirittura, ad aprile, il Secret service (il servizio di protezione dell’inquilino della Casa Bianca e dei suoi famigliari) ha detto di non possedere le liste delle persone che hanno incontrato il presidente. E pensare che l’allora portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, aveva promesso che, con Biden, la trasparenza sarebbe tornata. Una trasparenza di cui ci sarebbe proprio bisogno, soprattutto in considerazione degli opachi affari condotti in passato dal figlio del presidente, Hunter, in Cina, Ucraina e Russia: opachi affari che sono attualmente sotto indagine da parte della procura federale del Delaware. E invece no. Non solo non si riesce ad avere accesso ai registri delle visite ricevute da Biden nelle due sue dimore, ma è stata anche stanziata un’ingente somma di denaro pubblico per una spesa fondamentalmente privata. Tra l’altro, ad aprile scorso, il Guardian riportò che il Secret service paga oltre 30.000 dollari al mese per affittare una mega villa a Malibu, al fine di proteggere Hunter Biden (che abita nei paraggi). Che dire? Con il ritorno degli «adulti» alla Casa Bianca ci si sarebbe aspettati un po’ più di trasparenza. E magari, vista la crisi, anche di parsimonia.
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Paul Magnier, francese del Team Soudal Quick-Step, festeggia sul podio come vincitore della Maglia Rosa di leader durante la 1ª tappa del 109° Giro d'Italia 2026 (Getty Images)
La corsa rosa parte da Nessebar e incorona subito il francese Paul Magnier, vincitore della volata di Burgas dopo una maxi caduta nel finale. Delusione per Jonathan Milan, solo quarto. Giornata tranquilla per il favorito Vingegaard e gli uomini di classifica.
Il Giro d’Italia 2026 parte dalla Bulgaria e la prima maglia rosa prende la strada della Francia. A Burgas vince Paul Magnier, il più rapido a uscire dal caos di un finale segnato da una maxi caduta a meno di un chilometro dall’arrivo. Il francese della Soudal Quick-Step brucia allo sprint Tobias Lund Andresen e Ethan Vernon, mentre Jonathan Milan, uno dei grandi favoriti di giornata, resta fuori dal podio e chiude quarto.
La prima tappa del Giro numero 109, 147 chilometri da Nessebar a Burgas lungo la costa del Mar Nero, era disegnata per i velocisti. E infatti tutto è andato in quella direzione fino agli ultimi metri, quando una caduta ha spezzato il gruppo e cambiato completamente la volata. Magnier è stato il più lucido nel trovare spazio, Milan invece si è ritrovato senza il suo treno proprio nel momento decisivo. Per il friulano della Lidl-Trek la situazione si era complicata già negli ultimi tre chilometri. La squadra si è disunita nella battaglia per prendere posizione e lui è rimasto costretto a inseguire ruote e varchi in un finale sempre più nervoso. Quando davanti è caduto mezzo gruppo, a giocarsi la vittoria sono rimasti in pochi.
La giornata era vissuta soprattutto sulla fuga di Manuele Tarozzi e dello spagnolo Diego Sevilla, scattati subito dopo il chilometro zero e rimasti all’attacco per oltre cento chilometri. Sevilla si è preso i due Gran premi della montagna e la prima maglia azzurra, mentre Tarozzi ha vinto il traguardo volante e il Red Bull Km davanti allo stesso Sevilla. Dietro, però, il gruppo non ha mai lasciato troppo spazio e la fuga si è chiusa a poco più di venti chilometri dall’arrivo. Tra gli uomini di classifica, invece, come da pronostico nessuna scossa. Jonas Vingegaard, indicato come il grande favorito per la vittoria finale viste le assenze di due fuoriclasse come Tadej Pogačar e Remco Evenepoel, ha corso una tappa prudente, restando lontano dai rischi e senza esporsi nel finale. Con la neutralizzazione dei tempi scattata a cinque chilometri dall’arrivo, la classifica non cambia.
Domani il Giro propone subito una tappa diversa: da Burgas a Veliko Tarnovo, 221 chilometri e un finale più duro, tra le valli dei Balcani e le strade che attraversano la catena montuosa nel cuore della Bulgaria. Ci saranno tre Gran premi della montagna e un ultimo tratto più nervoso, con la salita del monastero di Lyaskovets a undici chilometri dall’arrivo e alcuni settori in pavé nel finale. Sulle strade bulgare, intanto, il Giro ha trovato una cornice inattesa ma molto partecipata. Da Nessebar, antica città sul Mar Nero con tracce greche, romane e ottomane, fino a Burgas, il pubblico ha accompagnato il passaggio della corsa per tutta la giornata: tifosi ai bordi della strada, ponti affollati e bandiere bulgare lungo il percorso. Una partenza dall’estero che il Giro considera ormai una consuetudine: quella di quest’anno è la sedicesima nella storia della corsa rosa.
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