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2022-08-21
Biden incassa il record di clandestini. Ma le città a guida dem non li vogliono
Joe Biden (Ansa)
Continua a rivelarsi particolarmente grave la crisi migratoria alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Nonostante negli ultimi due mesi si sia registrato un calo degli arrivi di immigrati clandestini, i numeri complessivi seguitano ad essere elevati, tanto che l’anno fiscale in corso - che si concluderà il 30 settembre prossimo - supererà certamente la soglia dei 2 milioni di arresti di migranti irregolari al confine: un record storico assoluto. Basti pensare che l’anno fiscale precedente si era chiuso con 1,7 milioni di arrivi (una cifra per l’epoca senza precedenti), mentre - stando ai dati ufficiali del governo statunitense fino a luglio 2022 - il numero di arresti è salito quest’anno (per ora) già a 1,9 milioni. In tutto questo, fonti ascoltate da Fox News hanno riferito che, con le prime tre settimane di agosto, la fatidica asticella dei due milioni sarebbe già stata superata.
La questione si sta facendo sempre più preoccupante per l’amministrazione Biden, che ha storicamente trovato nella gestione dell’immigrazione clandestina la propria principale spina nel fianco. La situazione d’altronde è grave su svariati fronti. In primis, a luglio la Us Customs and border protection ha riferito che alla frontiera i sequestri di fentanyl sono aumentati del 203%, quelli di eroina dell’8% e quelli di metanfetamina del 15%. Ricordiamo che soprattutto il fentanyl ha determinato degli impatti sanitari disastrosi negli Stati Uniti nel corso degli anni. Stando al Dipartimento della Salute, oltre un milione di americani sono morti di overdose dal 2001 a oggi (107.000 solo nel 2021).
In secondo luogo, una frontiera colabrodo costituisce un rischio anche sul piano della sicurezza nazionale. In un’audizione alla commissione Giustizia del Senato il 4 agosto, il direttore dell’Fbi, Chris Wray, ha definito «sbalorditivo» il numero di clandestini che attraversa il confine meridionale, parlando anche di un «problema di sicurezza significativo». «Mentre da un lato non abbiamo al momento [...] alcuna minaccia credibile imminente da parte di un’organizzazione terroristica straniera al confine, qualsiasi punto di ingresso, qualsiasi potenziale vulnerabilità è qualcosa che sappiamo che le organizzazioni terroristiche straniere e altri cercheranno di sfruttare», ha precisato il direttore del Bureau. Tra l’altro, è interessante notare come la questione della sicurezza nazionale si intersechi con quella sanitaria. La maggior parte del fentanyl viene infatti prodotto dai cartelli della droga in Messico, usando componenti chimici che provengono dalla Cina. In tal senso, la Dea ha affermato a maggio che Pechino dovrebbe «fare di più» per bloccare l’esportazione di quelle sostanze. D’altronde, già ai tempi dell’amministrazione Trump si erano verificate tensioni tra Stati Uniti e Cina su questo fronte.
Nel mentre, la difficoltà di Joe Biden è anche politica, oltre che gestionale. In questo anno e mezzo, il presidente ha cercato di barcamenarsi tra i repubblicani (che lo tacciano di tenere un approccio troppo blando) e la sinistra dem (che lo accusa invece di scarsa discontinuità rispetto alle politiche migratorie del predecessore). In questo caos, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha iniziato a organizzare dei pullman per trasportare i clandestini dalla frontiera verso alcune città più a Nord, amministrate dal Partito democratico. In particolare, i bus più sono stati inviati a New York e a Washington Dc: un elemento, questo, che ha irritato profondamente i sindaci dem delle due rispettive città, Eric Adams e Muriel Bowser. Adams, in particolare, ha accusato Abbott di essere «disumano». A replicare, qualche giorno fa, è stato Javier Villalobos, sindaco repubblicano di McAllen: città texana che era stata sommersa dai clandestini con relativa emergenza Covid. «Vedi New York, vedi Washington che stanno annegando con alcuni autobus», ha detto, «La città di McAllen è stata in grado di gestire migliaia di immigrati al giorno».
Ma il problema per i dem rischia di presentarsi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Già a quelle del 2018 il dossier dell’immigrazione clandestina giocò a favore dei repubblicani. Inoltre, secondo un sondaggio Ipsos pubblicato giovedì, il 53% degli americani ritiene che al momento sarebbe in corso una «invasione» alla frontiera meridionale. Si tratta di un rilevante campanello d’allarme per l’asinello. Un problema, questo, che potrebbe avere conseguenze anche sulle prossime elezioni presidenziali. Posto che alla fine decida realmente di candidarsi, il dossier migratorio «perseguiterebbe» infatti l’attuale presidente, mentre le cose non andrebbero meglio per Kamala Harris. Era marzo dell’anno scorso, quando Biden la incaricò di gestire la crisi al confine, facendo leva sui rapporti diplomatici con i Paesi dell’America centrale. Risultato: dopo oltre un anno, gli arrivi di clandestini sono aumentati e l’influenza di Washington sull’America Latina si è notevolmente ridotta a vantaggio di Cina e Russia (che potrebbero adesso approfittarne per sfruttare i flussi migratori a proprio vantaggio). Avrebbero dovuto risollevare gli Stati Uniti. E invece i democratici al governo hanno creato soltanto un immane disastro.
Il «suo» muro lo pagano gli americani
È una simpatia selettiva quella che Joe Biden prova per i muri. Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano bloccò per decreto la realizzazione della barriera difensiva al confine meridionale: una struttura che, ricorderete, aveva rappresentato il cuore delle politiche migratorie di Donald Trump. Ad agosto 2020, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, l’allora candidato dem aveva del resto solennemente promesso: «Non ci sarà un altro piede di muro costruito durante la mia amministrazione». Per essere precisi non è che poi la promessa sia stata mantenuta proprio al 100%. Biden ha infatti ordinato comunque di chiudere alcuni varchi in Arizona particolarmente usati dagli immigrati clandestini: una decisione che a sinistra non è stata troppo gradita. «Non stiamo finendo il muro. Stiamo ripulendo il pasticcio che la precedente amministrazione ha lasciato», ha replicato (un po’ confusamente) la Casa Bianca a fine luglio, ribadendo la sua contrarietà alla barriera di Trump.
Tuttavia c’è muro e muro. Eh sì, perché Biden sta realizzando una costosa recinzione, per proteggere la sua dimora privata a Rehoboth Beach (in Delaware): casa con sei camere da letto e cinque bagni, acquistata nel 2017 per poco meno di tre milioni di dollari. Ebbene, direte voi, il presidente non ha forse il diritto di fare nella sua proprietà quello che vuole? Certo che ce l’ha. Semmai, è interessante notare che questa recinzione è finanziata dal denaro dei contribuenti. Era lo scorso settembre, quando il Dipartimento per la sicurezza interna assegnò infatti un contratto da 456.000 dollari per la sua realizzazione: peccato che, meno di un anno più tardi, il costo complessivo di questa «fondamentale» opera è salito a 490.324 dollari. Inoltre, secondo il New York Post, la recinzione avrebbe dovuto essere completata in pochi mesi: le tempistiche si sono invece allungate e il termine dei lavori è adesso previsto per la primavera dell’anno prossimo.
Ricordiamo che Biden è noto per trascorrere molto tempo nelle sue abitazioni private in Delaware. Un elemento, questo, che ha suscitato delle perplessità sulla questione della trasparenza. Come riferito a gennaio sempre dal New York Post, il presidente si è infatti rifiutato di rendere pubblico il registro delle visite che riceve nelle sue dimore. Addirittura, ad aprile, il Secret service (il servizio di protezione dell’inquilino della Casa Bianca e dei suoi famigliari) ha detto di non possedere le liste delle persone che hanno incontrato il presidente. E pensare che l’allora portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, aveva promesso che, con Biden, la trasparenza sarebbe tornata. Una trasparenza di cui ci sarebbe proprio bisogno, soprattutto in considerazione degli opachi affari condotti in passato dal figlio del presidente, Hunter, in Cina, Ucraina e Russia: opachi affari che sono attualmente sotto indagine da parte della procura federale del Delaware. E invece no. Non solo non si riesce ad avere accesso ai registri delle visite ricevute da Biden nelle due sue dimore, ma è stata anche stanziata un’ingente somma di denaro pubblico per una spesa fondamentalmente privata.
Tra l’altro, ad aprile scorso, il Guardian riportò che il Secret service paga oltre 30.000 dollari al mese per affittare una mega villa a Malibu, al fine di proteggere Hunter Biden (che abita nei paraggi). Che dire? Con il ritorno degli «adulti» alla Casa Bianca ci si sarebbe aspettati un po’ più di trasparenza. E magari, vista la crisi, anche di parsimonia.
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L’anno fiscale si chiuderà a quota 2 milioni di arresti di migranti irregolari. L’Fbi denuncia rischi terrorismo e traffici di droga. Il governatore del Texas ne invia alcuni a New York e Washington, che però protestano.Il «suo» muro lo pagano gli americani. Il Dipartimento di Stato ha stanziato quasi mezzo milione di dollari per realizzare una recinzione attorno alla villa sul mare che il presidente possiede in Delaware.Lo speciale comprende due articoli. Continua a rivelarsi particolarmente grave la crisi migratoria alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Nonostante negli ultimi due mesi si sia registrato un calo degli arrivi di immigrati clandestini, i numeri complessivi seguitano ad essere elevati, tanto che l’anno fiscale in corso - che si concluderà il 30 settembre prossimo - supererà certamente la soglia dei 2 milioni di arresti di migranti irregolari al confine: un record storico assoluto. Basti pensare che l’anno fiscale precedente si era chiuso con 1,7 milioni di arrivi (una cifra per l’epoca senza precedenti), mentre - stando ai dati ufficiali del governo statunitense fino a luglio 2022 - il numero di arresti è salito quest’anno (per ora) già a 1,9 milioni. In tutto questo, fonti ascoltate da Fox News hanno riferito che, con le prime tre settimane di agosto, la fatidica asticella dei due milioni sarebbe già stata superata. La questione si sta facendo sempre più preoccupante per l’amministrazione Biden, che ha storicamente trovato nella gestione dell’immigrazione clandestina la propria principale spina nel fianco. La situazione d’altronde è grave su svariati fronti. In primis, a luglio la Us Customs and border protection ha riferito che alla frontiera i sequestri di fentanyl sono aumentati del 203%, quelli di eroina dell’8% e quelli di metanfetamina del 15%. Ricordiamo che soprattutto il fentanyl ha determinato degli impatti sanitari disastrosi negli Stati Uniti nel corso degli anni. Stando al Dipartimento della Salute, oltre un milione di americani sono morti di overdose dal 2001 a oggi (107.000 solo nel 2021). In secondo luogo, una frontiera colabrodo costituisce un rischio anche sul piano della sicurezza nazionale. In un’audizione alla commissione Giustizia del Senato il 4 agosto, il direttore dell’Fbi, Chris Wray, ha definito «sbalorditivo» il numero di clandestini che attraversa il confine meridionale, parlando anche di un «problema di sicurezza significativo». «Mentre da un lato non abbiamo al momento [...] alcuna minaccia credibile imminente da parte di un’organizzazione terroristica straniera al confine, qualsiasi punto di ingresso, qualsiasi potenziale vulnerabilità è qualcosa che sappiamo che le organizzazioni terroristiche straniere e altri cercheranno di sfruttare», ha precisato il direttore del Bureau. Tra l’altro, è interessante notare come la questione della sicurezza nazionale si intersechi con quella sanitaria. La maggior parte del fentanyl viene infatti prodotto dai cartelli della droga in Messico, usando componenti chimici che provengono dalla Cina. In tal senso, la Dea ha affermato a maggio che Pechino dovrebbe «fare di più» per bloccare l’esportazione di quelle sostanze. D’altronde, già ai tempi dell’amministrazione Trump si erano verificate tensioni tra Stati Uniti e Cina su questo fronte. Nel mentre, la difficoltà di Joe Biden è anche politica, oltre che gestionale. In questo anno e mezzo, il presidente ha cercato di barcamenarsi tra i repubblicani (che lo tacciano di tenere un approccio troppo blando) e la sinistra dem (che lo accusa invece di scarsa discontinuità rispetto alle politiche migratorie del predecessore). In questo caos, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha iniziato a organizzare dei pullman per trasportare i clandestini dalla frontiera verso alcune città più a Nord, amministrate dal Partito democratico. In particolare, i bus più sono stati inviati a New York e a Washington Dc: un elemento, questo, che ha irritato profondamente i sindaci dem delle due rispettive città, Eric Adams e Muriel Bowser. Adams, in particolare, ha accusato Abbott di essere «disumano». A replicare, qualche giorno fa, è stato Javier Villalobos, sindaco repubblicano di McAllen: città texana che era stata sommersa dai clandestini con relativa emergenza Covid. «Vedi New York, vedi Washington che stanno annegando con alcuni autobus», ha detto, «La città di McAllen è stata in grado di gestire migliaia di immigrati al giorno». Ma il problema per i dem rischia di presentarsi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Già a quelle del 2018 il dossier dell’immigrazione clandestina giocò a favore dei repubblicani. Inoltre, secondo un sondaggio Ipsos pubblicato giovedì, il 53% degli americani ritiene che al momento sarebbe in corso una «invasione» alla frontiera meridionale. Si tratta di un rilevante campanello d’allarme per l’asinello. Un problema, questo, che potrebbe avere conseguenze anche sulle prossime elezioni presidenziali. Posto che alla fine decida realmente di candidarsi, il dossier migratorio «perseguiterebbe» infatti l’attuale presidente, mentre le cose non andrebbero meglio per Kamala Harris. Era marzo dell’anno scorso, quando Biden la incaricò di gestire la crisi al confine, facendo leva sui rapporti diplomatici con i Paesi dell’America centrale. Risultato: dopo oltre un anno, gli arrivi di clandestini sono aumentati e l’influenza di Washington sull’America Latina si è notevolmente ridotta a vantaggio di Cina e Russia (che potrebbero adesso approfittarne per sfruttare i flussi migratori a proprio vantaggio). Avrebbero dovuto risollevare gli Stati Uniti. E invece i democratici al governo hanno creato soltanto un immane disastro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-incassa-il-record-di-clandestini-ma-le-citta-a-guida-dem-non-li-vogliono-2657891871.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-suo-muro-lo-pagano-gli-americani" data-post-id="2657891871" data-published-at="1661023216" data-use-pagination="False"> Il «suo» muro lo pagano gli americani È una simpatia selettiva quella che Joe Biden prova per i muri. Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano bloccò per decreto la realizzazione della barriera difensiva al confine meridionale: una struttura che, ricorderete, aveva rappresentato il cuore delle politiche migratorie di Donald Trump. Ad agosto 2020, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, l’allora candidato dem aveva del resto solennemente promesso: «Non ci sarà un altro piede di muro costruito durante la mia amministrazione». Per essere precisi non è che poi la promessa sia stata mantenuta proprio al 100%. Biden ha infatti ordinato comunque di chiudere alcuni varchi in Arizona particolarmente usati dagli immigrati clandestini: una decisione che a sinistra non è stata troppo gradita. «Non stiamo finendo il muro. Stiamo ripulendo il pasticcio che la precedente amministrazione ha lasciato», ha replicato (un po’ confusamente) la Casa Bianca a fine luglio, ribadendo la sua contrarietà alla barriera di Trump. Tuttavia c’è muro e muro. Eh sì, perché Biden sta realizzando una costosa recinzione, per proteggere la sua dimora privata a Rehoboth Beach (in Delaware): casa con sei camere da letto e cinque bagni, acquistata nel 2017 per poco meno di tre milioni di dollari. Ebbene, direte voi, il presidente non ha forse il diritto di fare nella sua proprietà quello che vuole? Certo che ce l’ha. Semmai, è interessante notare che questa recinzione è finanziata dal denaro dei contribuenti. Era lo scorso settembre, quando il Dipartimento per la sicurezza interna assegnò infatti un contratto da 456.000 dollari per la sua realizzazione: peccato che, meno di un anno più tardi, il costo complessivo di questa «fondamentale» opera è salito a 490.324 dollari. Inoltre, secondo il New York Post, la recinzione avrebbe dovuto essere completata in pochi mesi: le tempistiche si sono invece allungate e il termine dei lavori è adesso previsto per la primavera dell’anno prossimo. Ricordiamo che Biden è noto per trascorrere molto tempo nelle sue abitazioni private in Delaware. Un elemento, questo, che ha suscitato delle perplessità sulla questione della trasparenza. Come riferito a gennaio sempre dal New York Post, il presidente si è infatti rifiutato di rendere pubblico il registro delle visite che riceve nelle sue dimore. Addirittura, ad aprile, il Secret service (il servizio di protezione dell’inquilino della Casa Bianca e dei suoi famigliari) ha detto di non possedere le liste delle persone che hanno incontrato il presidente. E pensare che l’allora portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, aveva promesso che, con Biden, la trasparenza sarebbe tornata. Una trasparenza di cui ci sarebbe proprio bisogno, soprattutto in considerazione degli opachi affari condotti in passato dal figlio del presidente, Hunter, in Cina, Ucraina e Russia: opachi affari che sono attualmente sotto indagine da parte della procura federale del Delaware. E invece no. Non solo non si riesce ad avere accesso ai registri delle visite ricevute da Biden nelle due sue dimore, ma è stata anche stanziata un’ingente somma di denaro pubblico per una spesa fondamentalmente privata. Tra l’altro, ad aprile scorso, il Guardian riportò che il Secret service paga oltre 30.000 dollari al mese per affittare una mega villa a Malibu, al fine di proteggere Hunter Biden (che abita nei paraggi). Che dire? Con il ritorno degli «adulti» alla Casa Bianca ci si sarebbe aspettati un po’ più di trasparenza. E magari, vista la crisi, anche di parsimonia.
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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