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2022-08-21
Biden incassa il record di clandestini. Ma le città a guida dem non li vogliono
Joe Biden (Ansa)
Continua a rivelarsi particolarmente grave la crisi migratoria alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Nonostante negli ultimi due mesi si sia registrato un calo degli arrivi di immigrati clandestini, i numeri complessivi seguitano ad essere elevati, tanto che l’anno fiscale in corso - che si concluderà il 30 settembre prossimo - supererà certamente la soglia dei 2 milioni di arresti di migranti irregolari al confine: un record storico assoluto. Basti pensare che l’anno fiscale precedente si era chiuso con 1,7 milioni di arrivi (una cifra per l’epoca senza precedenti), mentre - stando ai dati ufficiali del governo statunitense fino a luglio 2022 - il numero di arresti è salito quest’anno (per ora) già a 1,9 milioni. In tutto questo, fonti ascoltate da Fox News hanno riferito che, con le prime tre settimane di agosto, la fatidica asticella dei due milioni sarebbe già stata superata.
La questione si sta facendo sempre più preoccupante per l’amministrazione Biden, che ha storicamente trovato nella gestione dell’immigrazione clandestina la propria principale spina nel fianco. La situazione d’altronde è grave su svariati fronti. In primis, a luglio la Us Customs and border protection ha riferito che alla frontiera i sequestri di fentanyl sono aumentati del 203%, quelli di eroina dell’8% e quelli di metanfetamina del 15%. Ricordiamo che soprattutto il fentanyl ha determinato degli impatti sanitari disastrosi negli Stati Uniti nel corso degli anni. Stando al Dipartimento della Salute, oltre un milione di americani sono morti di overdose dal 2001 a oggi (107.000 solo nel 2021).
In secondo luogo, una frontiera colabrodo costituisce un rischio anche sul piano della sicurezza nazionale. In un’audizione alla commissione Giustizia del Senato il 4 agosto, il direttore dell’Fbi, Chris Wray, ha definito «sbalorditivo» il numero di clandestini che attraversa il confine meridionale, parlando anche di un «problema di sicurezza significativo». «Mentre da un lato non abbiamo al momento [...] alcuna minaccia credibile imminente da parte di un’organizzazione terroristica straniera al confine, qualsiasi punto di ingresso, qualsiasi potenziale vulnerabilità è qualcosa che sappiamo che le organizzazioni terroristiche straniere e altri cercheranno di sfruttare», ha precisato il direttore del Bureau. Tra l’altro, è interessante notare come la questione della sicurezza nazionale si intersechi con quella sanitaria. La maggior parte del fentanyl viene infatti prodotto dai cartelli della droga in Messico, usando componenti chimici che provengono dalla Cina. In tal senso, la Dea ha affermato a maggio che Pechino dovrebbe «fare di più» per bloccare l’esportazione di quelle sostanze. D’altronde, già ai tempi dell’amministrazione Trump si erano verificate tensioni tra Stati Uniti e Cina su questo fronte.
Nel mentre, la difficoltà di Joe Biden è anche politica, oltre che gestionale. In questo anno e mezzo, il presidente ha cercato di barcamenarsi tra i repubblicani (che lo tacciano di tenere un approccio troppo blando) e la sinistra dem (che lo accusa invece di scarsa discontinuità rispetto alle politiche migratorie del predecessore). In questo caos, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha iniziato a organizzare dei pullman per trasportare i clandestini dalla frontiera verso alcune città più a Nord, amministrate dal Partito democratico. In particolare, i bus più sono stati inviati a New York e a Washington Dc: un elemento, questo, che ha irritato profondamente i sindaci dem delle due rispettive città, Eric Adams e Muriel Bowser. Adams, in particolare, ha accusato Abbott di essere «disumano». A replicare, qualche giorno fa, è stato Javier Villalobos, sindaco repubblicano di McAllen: città texana che era stata sommersa dai clandestini con relativa emergenza Covid. «Vedi New York, vedi Washington che stanno annegando con alcuni autobus», ha detto, «La città di McAllen è stata in grado di gestire migliaia di immigrati al giorno».
Ma il problema per i dem rischia di presentarsi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Già a quelle del 2018 il dossier dell’immigrazione clandestina giocò a favore dei repubblicani. Inoltre, secondo un sondaggio Ipsos pubblicato giovedì, il 53% degli americani ritiene che al momento sarebbe in corso una «invasione» alla frontiera meridionale. Si tratta di un rilevante campanello d’allarme per l’asinello. Un problema, questo, che potrebbe avere conseguenze anche sulle prossime elezioni presidenziali. Posto che alla fine decida realmente di candidarsi, il dossier migratorio «perseguiterebbe» infatti l’attuale presidente, mentre le cose non andrebbero meglio per Kamala Harris. Era marzo dell’anno scorso, quando Biden la incaricò di gestire la crisi al confine, facendo leva sui rapporti diplomatici con i Paesi dell’America centrale. Risultato: dopo oltre un anno, gli arrivi di clandestini sono aumentati e l’influenza di Washington sull’America Latina si è notevolmente ridotta a vantaggio di Cina e Russia (che potrebbero adesso approfittarne per sfruttare i flussi migratori a proprio vantaggio). Avrebbero dovuto risollevare gli Stati Uniti. E invece i democratici al governo hanno creato soltanto un immane disastro.
Il «suo» muro lo pagano gli americani
È una simpatia selettiva quella che Joe Biden prova per i muri. Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano bloccò per decreto la realizzazione della barriera difensiva al confine meridionale: una struttura che, ricorderete, aveva rappresentato il cuore delle politiche migratorie di Donald Trump. Ad agosto 2020, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, l’allora candidato dem aveva del resto solennemente promesso: «Non ci sarà un altro piede di muro costruito durante la mia amministrazione». Per essere precisi non è che poi la promessa sia stata mantenuta proprio al 100%. Biden ha infatti ordinato comunque di chiudere alcuni varchi in Arizona particolarmente usati dagli immigrati clandestini: una decisione che a sinistra non è stata troppo gradita. «Non stiamo finendo il muro. Stiamo ripulendo il pasticcio che la precedente amministrazione ha lasciato», ha replicato (un po’ confusamente) la Casa Bianca a fine luglio, ribadendo la sua contrarietà alla barriera di Trump.
Tuttavia c’è muro e muro. Eh sì, perché Biden sta realizzando una costosa recinzione, per proteggere la sua dimora privata a Rehoboth Beach (in Delaware): casa con sei camere da letto e cinque bagni, acquistata nel 2017 per poco meno di tre milioni di dollari. Ebbene, direte voi, il presidente non ha forse il diritto di fare nella sua proprietà quello che vuole? Certo che ce l’ha. Semmai, è interessante notare che questa recinzione è finanziata dal denaro dei contribuenti. Era lo scorso settembre, quando il Dipartimento per la sicurezza interna assegnò infatti un contratto da 456.000 dollari per la sua realizzazione: peccato che, meno di un anno più tardi, il costo complessivo di questa «fondamentale» opera è salito a 490.324 dollari. Inoltre, secondo il New York Post, la recinzione avrebbe dovuto essere completata in pochi mesi: le tempistiche si sono invece allungate e il termine dei lavori è adesso previsto per la primavera dell’anno prossimo.
Ricordiamo che Biden è noto per trascorrere molto tempo nelle sue abitazioni private in Delaware. Un elemento, questo, che ha suscitato delle perplessità sulla questione della trasparenza. Come riferito a gennaio sempre dal New York Post, il presidente si è infatti rifiutato di rendere pubblico il registro delle visite che riceve nelle sue dimore. Addirittura, ad aprile, il Secret service (il servizio di protezione dell’inquilino della Casa Bianca e dei suoi famigliari) ha detto di non possedere le liste delle persone che hanno incontrato il presidente. E pensare che l’allora portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, aveva promesso che, con Biden, la trasparenza sarebbe tornata. Una trasparenza di cui ci sarebbe proprio bisogno, soprattutto in considerazione degli opachi affari condotti in passato dal figlio del presidente, Hunter, in Cina, Ucraina e Russia: opachi affari che sono attualmente sotto indagine da parte della procura federale del Delaware. E invece no. Non solo non si riesce ad avere accesso ai registri delle visite ricevute da Biden nelle due sue dimore, ma è stata anche stanziata un’ingente somma di denaro pubblico per una spesa fondamentalmente privata.
Tra l’altro, ad aprile scorso, il Guardian riportò che il Secret service paga oltre 30.000 dollari al mese per affittare una mega villa a Malibu, al fine di proteggere Hunter Biden (che abita nei paraggi). Che dire? Con il ritorno degli «adulti» alla Casa Bianca ci si sarebbe aspettati un po’ più di trasparenza. E magari, vista la crisi, anche di parsimonia.
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L’anno fiscale si chiuderà a quota 2 milioni di arresti di migranti irregolari. L’Fbi denuncia rischi terrorismo e traffici di droga. Il governatore del Texas ne invia alcuni a New York e Washington, che però protestano.Il «suo» muro lo pagano gli americani. Il Dipartimento di Stato ha stanziato quasi mezzo milione di dollari per realizzare una recinzione attorno alla villa sul mare che il presidente possiede in Delaware.Lo speciale comprende due articoli. Continua a rivelarsi particolarmente grave la crisi migratoria alla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Nonostante negli ultimi due mesi si sia registrato un calo degli arrivi di immigrati clandestini, i numeri complessivi seguitano ad essere elevati, tanto che l’anno fiscale in corso - che si concluderà il 30 settembre prossimo - supererà certamente la soglia dei 2 milioni di arresti di migranti irregolari al confine: un record storico assoluto. Basti pensare che l’anno fiscale precedente si era chiuso con 1,7 milioni di arrivi (una cifra per l’epoca senza precedenti), mentre - stando ai dati ufficiali del governo statunitense fino a luglio 2022 - il numero di arresti è salito quest’anno (per ora) già a 1,9 milioni. In tutto questo, fonti ascoltate da Fox News hanno riferito che, con le prime tre settimane di agosto, la fatidica asticella dei due milioni sarebbe già stata superata. La questione si sta facendo sempre più preoccupante per l’amministrazione Biden, che ha storicamente trovato nella gestione dell’immigrazione clandestina la propria principale spina nel fianco. La situazione d’altronde è grave su svariati fronti. In primis, a luglio la Us Customs and border protection ha riferito che alla frontiera i sequestri di fentanyl sono aumentati del 203%, quelli di eroina dell’8% e quelli di metanfetamina del 15%. Ricordiamo che soprattutto il fentanyl ha determinato degli impatti sanitari disastrosi negli Stati Uniti nel corso degli anni. Stando al Dipartimento della Salute, oltre un milione di americani sono morti di overdose dal 2001 a oggi (107.000 solo nel 2021). In secondo luogo, una frontiera colabrodo costituisce un rischio anche sul piano della sicurezza nazionale. In un’audizione alla commissione Giustizia del Senato il 4 agosto, il direttore dell’Fbi, Chris Wray, ha definito «sbalorditivo» il numero di clandestini che attraversa il confine meridionale, parlando anche di un «problema di sicurezza significativo». «Mentre da un lato non abbiamo al momento [...] alcuna minaccia credibile imminente da parte di un’organizzazione terroristica straniera al confine, qualsiasi punto di ingresso, qualsiasi potenziale vulnerabilità è qualcosa che sappiamo che le organizzazioni terroristiche straniere e altri cercheranno di sfruttare», ha precisato il direttore del Bureau. Tra l’altro, è interessante notare come la questione della sicurezza nazionale si intersechi con quella sanitaria. La maggior parte del fentanyl viene infatti prodotto dai cartelli della droga in Messico, usando componenti chimici che provengono dalla Cina. In tal senso, la Dea ha affermato a maggio che Pechino dovrebbe «fare di più» per bloccare l’esportazione di quelle sostanze. D’altronde, già ai tempi dell’amministrazione Trump si erano verificate tensioni tra Stati Uniti e Cina su questo fronte. Nel mentre, la difficoltà di Joe Biden è anche politica, oltre che gestionale. In questo anno e mezzo, il presidente ha cercato di barcamenarsi tra i repubblicani (che lo tacciano di tenere un approccio troppo blando) e la sinistra dem (che lo accusa invece di scarsa discontinuità rispetto alle politiche migratorie del predecessore). In questo caos, il governatore repubblicano del Texas, Greg Abbott, ha iniziato a organizzare dei pullman per trasportare i clandestini dalla frontiera verso alcune città più a Nord, amministrate dal Partito democratico. In particolare, i bus più sono stati inviati a New York e a Washington Dc: un elemento, questo, che ha irritato profondamente i sindaci dem delle due rispettive città, Eric Adams e Muriel Bowser. Adams, in particolare, ha accusato Abbott di essere «disumano». A replicare, qualche giorno fa, è stato Javier Villalobos, sindaco repubblicano di McAllen: città texana che era stata sommersa dai clandestini con relativa emergenza Covid. «Vedi New York, vedi Washington che stanno annegando con alcuni autobus», ha detto, «La città di McAllen è stata in grado di gestire migliaia di immigrati al giorno». Ma il problema per i dem rischia di presentarsi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Già a quelle del 2018 il dossier dell’immigrazione clandestina giocò a favore dei repubblicani. Inoltre, secondo un sondaggio Ipsos pubblicato giovedì, il 53% degli americani ritiene che al momento sarebbe in corso una «invasione» alla frontiera meridionale. Si tratta di un rilevante campanello d’allarme per l’asinello. Un problema, questo, che potrebbe avere conseguenze anche sulle prossime elezioni presidenziali. Posto che alla fine decida realmente di candidarsi, il dossier migratorio «perseguiterebbe» infatti l’attuale presidente, mentre le cose non andrebbero meglio per Kamala Harris. Era marzo dell’anno scorso, quando Biden la incaricò di gestire la crisi al confine, facendo leva sui rapporti diplomatici con i Paesi dell’America centrale. Risultato: dopo oltre un anno, gli arrivi di clandestini sono aumentati e l’influenza di Washington sull’America Latina si è notevolmente ridotta a vantaggio di Cina e Russia (che potrebbero adesso approfittarne per sfruttare i flussi migratori a proprio vantaggio). Avrebbero dovuto risollevare gli Stati Uniti. E invece i democratici al governo hanno creato soltanto un immane disastro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-incassa-il-record-di-clandestini-ma-le-citta-a-guida-dem-non-li-vogliono-2657891871.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-suo-muro-lo-pagano-gli-americani" data-post-id="2657891871" data-published-at="1661023216" data-use-pagination="False"> Il «suo» muro lo pagano gli americani È una simpatia selettiva quella che Joe Biden prova per i muri. Appena entrato in carica, l’attuale presidente americano bloccò per decreto la realizzazione della barriera difensiva al confine meridionale: una struttura che, ricorderete, aveva rappresentato il cuore delle politiche migratorie di Donald Trump. Ad agosto 2020, nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, l’allora candidato dem aveva del resto solennemente promesso: «Non ci sarà un altro piede di muro costruito durante la mia amministrazione». Per essere precisi non è che poi la promessa sia stata mantenuta proprio al 100%. Biden ha infatti ordinato comunque di chiudere alcuni varchi in Arizona particolarmente usati dagli immigrati clandestini: una decisione che a sinistra non è stata troppo gradita. «Non stiamo finendo il muro. Stiamo ripulendo il pasticcio che la precedente amministrazione ha lasciato», ha replicato (un po’ confusamente) la Casa Bianca a fine luglio, ribadendo la sua contrarietà alla barriera di Trump. Tuttavia c’è muro e muro. Eh sì, perché Biden sta realizzando una costosa recinzione, per proteggere la sua dimora privata a Rehoboth Beach (in Delaware): casa con sei camere da letto e cinque bagni, acquistata nel 2017 per poco meno di tre milioni di dollari. Ebbene, direte voi, il presidente non ha forse il diritto di fare nella sua proprietà quello che vuole? Certo che ce l’ha. Semmai, è interessante notare che questa recinzione è finanziata dal denaro dei contribuenti. Era lo scorso settembre, quando il Dipartimento per la sicurezza interna assegnò infatti un contratto da 456.000 dollari per la sua realizzazione: peccato che, meno di un anno più tardi, il costo complessivo di questa «fondamentale» opera è salito a 490.324 dollari. Inoltre, secondo il New York Post, la recinzione avrebbe dovuto essere completata in pochi mesi: le tempistiche si sono invece allungate e il termine dei lavori è adesso previsto per la primavera dell’anno prossimo. Ricordiamo che Biden è noto per trascorrere molto tempo nelle sue abitazioni private in Delaware. Un elemento, questo, che ha suscitato delle perplessità sulla questione della trasparenza. Come riferito a gennaio sempre dal New York Post, il presidente si è infatti rifiutato di rendere pubblico il registro delle visite che riceve nelle sue dimore. Addirittura, ad aprile, il Secret service (il servizio di protezione dell’inquilino della Casa Bianca e dei suoi famigliari) ha detto di non possedere le liste delle persone che hanno incontrato il presidente. E pensare che l’allora portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, aveva promesso che, con Biden, la trasparenza sarebbe tornata. Una trasparenza di cui ci sarebbe proprio bisogno, soprattutto in considerazione degli opachi affari condotti in passato dal figlio del presidente, Hunter, in Cina, Ucraina e Russia: opachi affari che sono attualmente sotto indagine da parte della procura federale del Delaware. E invece no. Non solo non si riesce ad avere accesso ai registri delle visite ricevute da Biden nelle due sue dimore, ma è stata anche stanziata un’ingente somma di denaro pubblico per una spesa fondamentalmente privata. Tra l’altro, ad aprile scorso, il Guardian riportò che il Secret service paga oltre 30.000 dollari al mese per affittare una mega villa a Malibu, al fine di proteggere Hunter Biden (che abita nei paraggi). Che dire? Con il ritorno degli «adulti» alla Casa Bianca ci si sarebbe aspettati un po’ più di trasparenza. E magari, vista la crisi, anche di parsimonia.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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