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2019-09-13
«Bibbiano? Ho denunciato invano 10 anni fa»
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Sfogliare il suo libro, dieci anni dopo, fa venire i brividi. Luca Steffenoni, criminologo milanese, nel 2009 pubblicò da Chiarelettere un saggio intitolato Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Dentro, pagina dopo pagina, c'era già tutto il sistema Bibbiano. Padri accusati ingiustamente di violenze, psicologi che fanno pressione sui bambini per farli raccontare violenze inesistenti, associazioni che lucrano sugli affidi. Manco a dirlo, in quel volume compare, tra gli altri, il nome di Claudio Foti. Insomma, Steffenoni aveva già denunciato tutto. Aveva spiegato come funzionava la macchina che strappa i figli ai genitori incolpevoli, aveva messo in luce le carenze (e le colpe) della politica e della magistratura. Ma non è servito. Anzi, il criminologo ne ha ricavato belle gatte da pelare, tra cui una denuncia per diffamazione dal magistrato Pietro Forno (che, caso più unico che raro, non ottenne ragione dal tribunale).
«Le dico una cosa», sospira oggi il criminologo, «già nel 2009 quello che raccontavo non era una novità. Il sistema anti abusi si può dire sia cominciato nel 1996, quando è stata modificata la legge in materia di abusi su minori. Quello è stato il cavallo di Troia che poi ha portato alla creazione dell'attuale sistema».
Per quale motivo?
«Quella norma avrebbe potuto e dovuto essere più chiara dal punto di vista sostanziale e procedurale, ma è stata fatta in modo diciamo aleatorio. Ha lasciato grandi vuoti. E, per vari motivi, i giudici hanno riempito questi vuoti alla loro maniera».
Quindi il sistema è nato con quella legge.
«Sì, lì è nato un meccanismo che ha creato mostri, tra cui il caso Bibbiano. Il quale non solo non mi stupisce ma, stando a quello che leggo, non è nemmeno uno dei più gravi. Mi viene da dire che sia soltanto la punta dell'iceberg di un sistema ormai consolidato e molto diffuso».
Come funziona, nel dettaglio, questo sistema?
«Come ho detto, a spalancare la porta è stata la legge di cui sopra. Poi è cambiato il modo di leggere la problematica riguardante le vittime di (presunti) abusi. In pratica l'abuso è diventato l'unico reato a cui si è tolto l'onere della prova. In compenso, attorno all'argomento si sono sviluppate teorie piuttosto balzane e antiscientifiche».
Ad esempio?
«Tutti i processi sui presunti reati sui minori non si basano sulle prove ma sul sintomo di abuso. Non si verifica se ci sia stato abuso oppure no, si va a cercare il sintomo psicologico dell'abuso. Dunque è facilissimo, per i consulenti di parte e i consulenti degli stessi giudici, rintracciare sintomi di abuso ovunque, specie quando ci sono di mezzo divorzi e liti famigliari. Del resto, quale bambino non è turbato e non dà segni di disagio quando vede i genitori litigare?».
Altre teorie balzane?
«Quella secondo cui il bambino non mente mai. Potrebbe anche essere suggestiva, dal punto di vista scientifico, se però il bambino fosse davvero lasciato libero di raccontare. E invece sappiamo che non è così, che il bimbo è ultramanipolabile».
E spesso manipolato...
«Ancora. Si dice che non esiste l'alienazione parentale. Come se i genitori non lottassero l'uno contro l'altro e non cercassero di influenzare il bambino, magari tentando di convincerlo di aver subito abusi. Non è finita. Si dice per esempio che le conoscenze sessuali sono un sintomo di abuso. Da qui l'interpretazione dei disegni dei bambini».
Proprio come a Bibbiano, dove per altro i disegni sono stati modificati.
«Il bambino disegna un pene e allora vuol dire che ha subito abuso...».
Lei già nel 2009 parlava del ruolo degli psicologi in situazioni come queste.
«Sì. Il punto è che la tutela del minore è uscita dai tribunali. Sono coinvolte persone dalla dubbia preparazione scientifica, persone che contribuiscono a confermare le teorie espresse in sede processuale sugli abusi. In base a quello che dicono costoro si tolgono i figli e si condannano i presunti abusatori, che nel 90% dei casi sono i padri. Il processo per abusi è stato subappaltato all'esterno a consulenti, all'associazionismo… È una sorta di metastasi che crea disastri».
Lei citò anche i giudici. Parlò addirittura di una vera e propria scuola processuale.
«A Milano nel 1996 si è formato il primo nucleo anti abusi e sicuramente ha fatto scuola. Ha avuto molto seguito, e ha utilizzato metodi molto discutibili e discussi. Ci furono, già all'epoca, parecchie perplessità anche all'interno della magistratura, l'Unione delle camere penali più volte ha denunciato quel modo di fare processi. Poi dopo Milano vennero Torino, Bologna, Firenze... Tante realtà giudiziarie si sono mosse costruendo di fatto la normativa anti abusi, producendo anche obbrobri che definire antiscientifici è dire poco».
Di nuovo, siamo dalle parti della Val d'Enza...
«Quello che mi interessa è far capire che Bibbiano non è assolutamente un'eccezione. Sembrerò cinico, ma non mi stupisco. Ci sono davvero stati casi peggiori, come quello di Biella, con un'intera famiglia che si è suicidata. Ci sono stati casi di bambini che, una volta divenuti adulti, hanno detto di essere stati manipolati, ma i casi dei genitori accusati ingiustamente non sono nemmeno stati riaperti. E poi, su tutto, c'è il business, che è immenso».
Quindi c'è un elemento economico dietro, secondo lei.
«Sì, c'è l'elemento economico. Ma c'è anche il potere. Sia quello che si esercita sul territorio ma anche quello che si esercita a livello ideologico».
A proposito di business, quali erano le cifre nel 2009?
«Raccoglierle fu molto difficile. Le istituzioni si chiusero a riccio. Ricordo che ci fu un famoso articolo di Panorama che ruppe il silenzio. Più o meno si parlava di 35.000/40.000 bambini tolti alle famiglie, che fruttavano alle varie case famiglia circa 75 euro al giorno. Cifre oggi più che raddoppiate. Però non bisogna concentrarsi solo su quanto “frutta" un bambino al giorno».
No?
«Non solo. Bisogna considerare che questo sistema dà da lavorare a un sacco di gente. Non ci sono solo gli incassi sulle rette. Ci sono perizie, controperizie, la gestione degli spazi in cui i genitori possono vedere i figli. Ci sono tantissime figure che ruotano attorno a tutto questo».
Quando uscì il suo libro che reazioni ci furono?
«A ripensarci provo profonda amarezza. Pensavo che avessimo ancora gli anticorpi necessari a farci affrontare quello che denunciavo. E invece... Il sistema si è chiuso a riccio. Non mi ha nemmeno attaccato frontalmente, salvo il giudice che mi ha accusato di diffamazione, poi smentito dai fatti. Salvo appunto Panorama e pochi altri nessuno cercò di approfondire. Prevaleva lo stupore o il fastidio verso un argomento delicato. Si diceva: ma non è che così si fa il gioco dei pedofili? Oggi mi cercano ma ormai il danno è stato fatto. Adesso è scoppiato il bubbone di Bibbiano, scusi il gioco di parole. Ma temo che anche quello verrà messo a tacere dalla cattiva stampa e dalla cattiva politica. Perché dietro tutto questo c'è sempre la politica. Non voglio attaccare un fronte o un altro, sia chiaro. Dico che la politica ha fatto il vuoto e la magistratura lo ha riempito. Poi sono arrivati i pesci pulitori vicino al pescecane. E a questo proposito anche i cattolici dovrebbe fare una riflessione. Perché una parte dell'associazionismo di cui parlo riguarda proprio una parte del mondo cattolico».
La presidente della Onlus ricattava le donne picchiate
Funziona sempre nello stesso modo: ogni volta che esplode a livello mediatico una «emergenza umanitaria», le istituzioni muovono soldi pubblici per risolverla, ed ecco che subito arrivano associazioni, cooperative e Onlus pronte ad approfittarne. Uno dei grandi temi di questi anni, è noto, è la «violenza sulle donne». Benché le violenze effettive siano in calo, l'attenzione sul fenomeno è più alta che mai. E questo ovviamente ha prodotto i consueti effetti.
Nel 2103, i «centri antiviolenza» riservati alle donne erano 188. Alla fine del 2017 erano già 296. Le case rifugio, nello stesso periodo, sono passate da 163 a 258. Nel 2013 fu varato il «Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere», e si stabilì che alle varie strutture andassero 10 milioni di euro l'anno.
sempre più fondi
I denari disponibili, negli anni seguenti, hanno continuato ad aumentare: per il biennio 2013-2014 sono stati stanziati 18 milioni, altrettanti per il biennio 2015-2016. Nel novembre del 2017, Maria Elena Boschi annunciò uno stanziamento di 33,9 milioni per il 2018 e 34 milioni per il 2019. Risultato: già nel 2016, la Corte dei conti spiegò che i finanziamenti venivano gestiti malissimo. Francesca Puglisi, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidi, disse al Sole 24 Ore: «Alcune regioni hanno gestito le risorse molto bene, in altre sono rimaste inevase. Inoltre sono nate come funghi organizzazioni e associazioni non qualificate».
Lo ha confermato, parlando con Donna moderna, Raffaella Palladino, presidente di Di.Re - Donne in rete contro la violenza: «Ogni Regione lancia dei bandi per distribuire i finanziamenti e, purtroppo, vi partecipa chiunque. Le istituzioni non verificano la documentazione oppure si accontentano dell'autocertificazione. In questo modo ad aggiudicarsi i soldi sono anche strutture che si occupano di povertà o migranti».
Una cosa simile è accaduta in Emilia Romagna, a Riccione, con l'associazione Butterfly. La presidente, Clarissa Matrella, 35 anni, originaria di Foggia, ieri è finita agli arresti domiciliari. È accusata di truffa, estorsione e malversazione ai danni delle donne maltrattate di cui avrebbe dovuto prendersi cura. Addirittura pare che la casa in cui viveva, a Morciano di Romagna, appartenesse a una delle sue vittime.
Stando a quanto raccontano gli inquirenti, la donna avrebbe creato un sistema terrificante. La Matrella era estremamente attiva a livello pubblico. Organizzava manifestazioni, marce, eventi, corsi. Ha partecipato a incontri assieme all'assessore regionale emiliano alle Pari opportunità, Emma Petitti del Pd, ma a quanto sembra la Matrella non si faceva problemi: non aveva referenti politici precisi, cercava semplicemente di muoversi come le conveniva.
pressioni pesanti
Nel 2014 ha fondato Butterfly, che doveva servire a fornire assistenza a donne vittime di molestie, violenze e stalking. In realtà, invece di prendersi cura di loro, se ne approfittava per ottenere soldi. In tutto, sono una ventina le persone - tutte in difficoltà economiche o psicologiche - che sono finite nelle sua mani. In sostanza la Matrella proponeva a queste donne dei «servizi investigativi».
«L'indagata», dicono gli investigatori, «induceva o tentava di indurre le donne ad avvalersi di diversi servizi a pagamento [...] quali servizi di osservazione e di pedinamento, di backup dei telefoni cellulari piuttosto che collocamento di registratori sonori ovvero di periferiche ambientali». La donna sosteneva che tutte queste misure erano «fondamentali per riuscire a raccogliere quelle prove inconfutabili che sarebbero state poi decisive in fase di giudizio, ma che di fatto sono sempre risultate inconsistenti ed inutili». Non solo, secondo il gip, «molte utenti, pur avendo pagato, non visualizzavano mai gli esiti dei servizi».
In pratica, la Matrella si faceva pagare da loro per raccogliere informazioni sugli uomini che le avevano maltrattate e per fornire consigli su come condurre le cause in tribunale. Le sue vittime potevano pagare in anticipo oppure a rate, centinaia e centinaia di euro. E se non sborsavano, lei le minacciava. Sosteneva che avrebbe potuto influenzare negativamente i processi e le cause di affidamento dei figli.
Fino a che, nel 2017, una delle donne non ha deciso di sporgere querela e poi di denunciare con l'assistenza dell'avvocato Milena Montemaggi. Quando i carabinieri di Riccione hanno cominciato a indagare, sono emersi tutti gli altarini. In particolare, è saltato fuori che la Matrella aveva intascato anche denaro pubblico. Dal piccolo Comune di Cattolica ha preso circa 28.000 euro per la gestione di una casa rifugio per donne vittime di violenza. I soldi provenivano dalla Regione Emilia Romagna, ma sono stati assegnati dall'amministrazione di Cattolica (all'epoca di centrosinistra).
senza controllo
«È una vicenda incredibile e che ci lascia sorpresi», dice il sindaco di Cattolica, Mariano Gennari. «Tutto è partito con un bando uscito nel 2015, prima della mia amministrazione, per l'affidamento della casa rifugio del distretto sud. La struttura ricadeva nel nostro territorio. In quella occasione, tuttavia, il bando andò deserto e, quindi, la casa rifugio venne assegnata alla Matrella con un affidamento diretto. Nel 2017, durante il nostro mandato, venne fatto un altro bando che venne vinto da un'altra associazione».
La donna, però, ha fatto in tempo a utilizzare i denari pubblici per le proprie spese personali. Si pagava cene, passaggi dal parrucchiere e altre frivolezze. Probabilmente, se una delle sue vittime non l'avesse denunciata tutto questo sarebbe andato avanti ancora a lungo. Nessuno, a quanto pare, ha controllato, a partire dalla Regione che erogava i fondi. Alla Matrella bastava farsi bella con le istituzioni, organizzare serate e perfino corsi nelle scuole assieme a rappresentanti delle forze dell'ordine (che però non hanno esitato a fare il proprio dovere quando è stato il momento).
Per l'ennesima volta, ci troviamo davanti alla dimostrazione che la gestione all'italiana del sociale ha tanti, troppi luoghi oscuri.
Le tolgono i bimbi con l’inganno. Per il tribunale è «un atto d’aiuto»
A una mamma di Verona due giorni fa i servizi sociali hanno portato via due figli, di 8 e 5 anni. Sono arrivati di buon mattino, le hanno comunicato che era stato disposto «il collocamento dei minori in un ambiente eterofamiliare senza la madre. Se lei collabora bene, altrimenti possiamo utilizzare la forza pubblica» ha intimato l'assistente alla donna.
Terrorizzata, la signora ha comunque avuto la prontezza di registrare l'intera conversazione sul suo cellulare. «Il tribunale dice: “Spero che la mamma capisca che questo è un intervento d'aiuto"», riferisce l'operatrice, incurante di quanto possano suonare mostruose quelle parole. «Non è un aiuto. L'aiuto è dalla mamma e dal papà», cerca di interromperla inutilmente la giovane. Poi implora: «Quando vedrò i miei figli? Adesso passeranno mesi prima che mi facciano vedere i miei bambini». Uno spezzone di questo angosciante colloquio è stato mandato in onda due sere fa, durante la trasmissione Mediaset Fuori dal coro di Mario Giordano, in prima serata su Rete 4. Si era tornato a parlare di ladri di bambini, di come il silenzio su Bibbiano non ci dia pace anche se «la voce del coro dice che se ne parla troppo».
Pure a Verona il sistema degli affidi fa pensare a un altro caso «Angeli e demoni», lo sta verificando la Procura scaligera che ha avviato un'inchiesta dopo la denuncia di un'ex dirigente dell'Usl locale che parlava di «dieci casi di allontanamento dei bambini dai propri genitori, privi di motivazioni corrette» e di altri episodi riportati da colleghi.
Alla Verità pochi giorni fa un'operatrice scaligera aveva raccontato come il target preferito, per strappare i bambini alle loro famiglie naturali ricorrendo a escamotage illeciti, siano le «famiglie particolarmente disagiate, generalmente non radicate nel territorio, che hanno delle difficoltà dal punto di vista sociale, economico e culturale». Aggiungeva: «Generalmente è la madre la parte debole. Di solito viene in qualche modo giudicata dai servizi sociali».
La giovane mamma, rintracciata e intervistata da Tommaso Mattei di Mediaset, è proprio la conferma di un simile modus operandi. La signora vive in una casa di proprietà, ha un compagno ma non smette di scontare la «colpa» di essere nata in una famiglia problematica, come amano definirla i servizi sociali. Nessuna storia di droga, di delinquenza, di orrori nascosti tra le mura domestiche. Il padre era morto quando lei aveva solo 11 anni, la mamma aveva problemi di cuore ma aveva sempre lavorato e mantenuto la ragazzina e l'altro figlio, cerebroleso. La ragazza era ancora minorenne quando rimase incinta del primo figlio e il suo compagno perse la vita in un incidente, sei giorni prima che nascesse il bimbo. Una disgrazia, una vita iniziata presto tra difficoltà. Gli operatori sociali non la mollano nemmeno quando si trova un altro compagno e mette al mondo il secondo figlio.
Due giorni fa le hanno portato via i piccoli, proprio come fanno i ladri di bambini. A Tommaso Mattei la giovane donna ha spiegato che l'accusano di maltrattarli. «Ai miei figli non riesco a dare uno schiaffo», prova a dire con un filo di voce. La sua testimonianza a Fuori dal coro è interrotta dalle lacrime, irrefrenabili. Sullo schermo compare la lettera di una professionista veronese che ha consegnato a Mattei la prima delle sue pesantissime accuse al sistema degli affidi nella città in riva all'Adige.
Sistema che lei stessa definisce nella prima riga: «Non è Bibbiano. È un modello di lavoro anche peggiore». Spiega di aver lasciato il lavoro «sbattendo la porta, perché non riuscivo più a dormirci di notte». Nel suo lavoro «il benessere dell'utente non interessa a nessuno, ci parlano di procedure, di spese pro capite ma si passa come tir sulla disperazione delle persone». Anche la professionista punta il dito contro un'assistenza sociale che invece di aiutare prende di mira i più bisognosi. «I più deboli», scrive, «sono sempre le solite fasce meno abbienti e quasi sempre le donne, donne picchiate, violentate, madri abbandonate, senza lavoro a cui la società non riconosce nessun diritto e non offre nulla, quasi. Anzi spesso strappano loro i figli perché non sono all'altezza, troppo accudenti, troppo assenti, troppo sole, troppo povere».
La giovane mamma veronese, alla quale i servizi hanno rubato i bambini, forse aveva solo bisogno di essere sostenuta, confortata, accompagnata nel suo percorso di donna e di madre. «Che senso hanno i servizi sociosanitari se non aiutano le famiglie a superare il disagio ma si limitano a giudicare?», coglie nel segno l'ex operatrice. Dice di tormentarsi, pensando a quello che avrebbe potuto fare «ma in realtà dovevo gestire responsabilità firmando decisioni - che non avevo preso e non condividevo - di affido in comunità private dove “carcerieri" senza pietà sono attenti solo a far rispettare le regole, per un'azienda sempre in attivo». Dopo l'indifferenza, la mancanza di umanità nel gestire l'affido di minori, ecco la questione «soldi», il vergognoso filo rosso che accomuna le vicende «Angeli e demoni» presunte o accertate.
Nel finale della lettera c'è un preciso riferimento a «giudizi frettolosi e superficiali di chi con questo lavoro guadagna 3.500/ 4.000 euro a perizia e quindi ne accetta e ne sollecita tante, scambiandosi con pochi buoni colleghi il ruolo di consulente di parte, come si fa tra amici al bar e si decide ogni volta chi deve pagare. Qui pagano le famiglie più deboli e soprattutto i bambini che non vengono mai ascoltati».
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Il criminologo milanese Luca Steffenoni nel 2009 scrisse un libro in cui mostrava gli orrori dei finti abusi e spiegava le storture del sistema di gestione dei minori. Citava anche i protagonisti dell'attuale inchiesta. Ma non fu ascoltato: «E oggi ci ritroviamo i mostri».Invece di prendersi cura delle poverette maltrattate, la presidente della Onlus le truffava estorcendo denaro. Se non pagavano, le minacciava. Ha incassato pure soldi dall'Emilia Romagna.A «Fuori dal coro», su Rete 4, l'assurda storia di una madre di Verona a cui sono stati sottratti i figli. La testimonianza di una operatrice scaligera: «Qui funziona anche peggio che in Val d'Enza».Lo speciale contiene tre articoli.Sfogliare il suo libro, dieci anni dopo, fa venire i brividi. Luca Steffenoni, criminologo milanese, nel 2009 pubblicò da Chiarelettere un saggio intitolato Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Dentro, pagina dopo pagina, c'era già tutto il sistema Bibbiano. Padri accusati ingiustamente di violenze, psicologi che fanno pressione sui bambini per farli raccontare violenze inesistenti, associazioni che lucrano sugli affidi. Manco a dirlo, in quel volume compare, tra gli altri, il nome di Claudio Foti. Insomma, Steffenoni aveva già denunciato tutto. Aveva spiegato come funzionava la macchina che strappa i figli ai genitori incolpevoli, aveva messo in luce le carenze (e le colpe) della politica e della magistratura. Ma non è servito. Anzi, il criminologo ne ha ricavato belle gatte da pelare, tra cui una denuncia per diffamazione dal magistrato Pietro Forno (che, caso più unico che raro, non ottenne ragione dal tribunale).«Le dico una cosa», sospira oggi il criminologo, «già nel 2009 quello che raccontavo non era una novità. Il sistema anti abusi si può dire sia cominciato nel 1996, quando è stata modificata la legge in materia di abusi su minori. Quello è stato il cavallo di Troia che poi ha portato alla creazione dell'attuale sistema». Per quale motivo? «Quella norma avrebbe potuto e dovuto essere più chiara dal punto di vista sostanziale e procedurale, ma è stata fatta in modo diciamo aleatorio. Ha lasciato grandi vuoti. E, per vari motivi, i giudici hanno riempito questi vuoti alla loro maniera». Quindi il sistema è nato con quella legge. «Sì, lì è nato un meccanismo che ha creato mostri, tra cui il caso Bibbiano. Il quale non solo non mi stupisce ma, stando a quello che leggo, non è nemmeno uno dei più gravi. Mi viene da dire che sia soltanto la punta dell'iceberg di un sistema ormai consolidato e molto diffuso». Come funziona, nel dettaglio, questo sistema?«Come ho detto, a spalancare la porta è stata la legge di cui sopra. Poi è cambiato il modo di leggere la problematica riguardante le vittime di (presunti) abusi. In pratica l'abuso è diventato l'unico reato a cui si è tolto l'onere della prova. In compenso, attorno all'argomento si sono sviluppate teorie piuttosto balzane e antiscientifiche». Ad esempio?«Tutti i processi sui presunti reati sui minori non si basano sulle prove ma sul sintomo di abuso. Non si verifica se ci sia stato abuso oppure no, si va a cercare il sintomo psicologico dell'abuso. Dunque è facilissimo, per i consulenti di parte e i consulenti degli stessi giudici, rintracciare sintomi di abuso ovunque, specie quando ci sono di mezzo divorzi e liti famigliari. Del resto, quale bambino non è turbato e non dà segni di disagio quando vede i genitori litigare?». Altre teorie balzane?«Quella secondo cui il bambino non mente mai. Potrebbe anche essere suggestiva, dal punto di vista scientifico, se però il bambino fosse davvero lasciato libero di raccontare. E invece sappiamo che non è così, che il bimbo è ultramanipolabile». E spesso manipolato...«Ancora. Si dice che non esiste l'alienazione parentale. Come se i genitori non lottassero l'uno contro l'altro e non cercassero di influenzare il bambino, magari tentando di convincerlo di aver subito abusi. Non è finita. Si dice per esempio che le conoscenze sessuali sono un sintomo di abuso. Da qui l'interpretazione dei disegni dei bambini». Proprio come a Bibbiano, dove per altro i disegni sono stati modificati. «Il bambino disegna un pene e allora vuol dire che ha subito abuso...». Lei già nel 2009 parlava del ruolo degli psicologi in situazioni come queste. «Sì. Il punto è che la tutela del minore è uscita dai tribunali. Sono coinvolte persone dalla dubbia preparazione scientifica, persone che contribuiscono a confermare le teorie espresse in sede processuale sugli abusi. In base a quello che dicono costoro si tolgono i figli e si condannano i presunti abusatori, che nel 90% dei casi sono i padri. Il processo per abusi è stato subappaltato all'esterno a consulenti, all'associazionismo… È una sorta di metastasi che crea disastri». Lei citò anche i giudici. Parlò addirittura di una vera e propria scuola processuale. «A Milano nel 1996 si è formato il primo nucleo anti abusi e sicuramente ha fatto scuola. Ha avuto molto seguito, e ha utilizzato metodi molto discutibili e discussi. Ci furono, già all'epoca, parecchie perplessità anche all'interno della magistratura, l'Unione delle camere penali più volte ha denunciato quel modo di fare processi. Poi dopo Milano vennero Torino, Bologna, Firenze... Tante realtà giudiziarie si sono mosse costruendo di fatto la normativa anti abusi, producendo anche obbrobri che definire antiscientifici è dire poco». Di nuovo, siamo dalle parti della Val d'Enza...«Quello che mi interessa è far capire che Bibbiano non è assolutamente un'eccezione. Sembrerò cinico, ma non mi stupisco. Ci sono davvero stati casi peggiori, come quello di Biella, con un'intera famiglia che si è suicidata. Ci sono stati casi di bambini che, una volta divenuti adulti, hanno detto di essere stati manipolati, ma i casi dei genitori accusati ingiustamente non sono nemmeno stati riaperti. E poi, su tutto, c'è il business, che è immenso». Quindi c'è un elemento economico dietro, secondo lei. «Sì, c'è l'elemento economico. Ma c'è anche il potere. Sia quello che si esercita sul territorio ma anche quello che si esercita a livello ideologico». A proposito di business, quali erano le cifre nel 2009?«Raccoglierle fu molto difficile. Le istituzioni si chiusero a riccio. Ricordo che ci fu un famoso articolo di Panorama che ruppe il silenzio. Più o meno si parlava di 35.000/40.000 bambini tolti alle famiglie, che fruttavano alle varie case famiglia circa 75 euro al giorno. Cifre oggi più che raddoppiate. Però non bisogna concentrarsi solo su quanto “frutta" un bambino al giorno». No?«Non solo. Bisogna considerare che questo sistema dà da lavorare a un sacco di gente. Non ci sono solo gli incassi sulle rette. Ci sono perizie, controperizie, la gestione degli spazi in cui i genitori possono vedere i figli. Ci sono tantissime figure che ruotano attorno a tutto questo». Quando uscì il suo libro che reazioni ci furono?«A ripensarci provo profonda amarezza. Pensavo che avessimo ancora gli anticorpi necessari a farci affrontare quello che denunciavo. E invece... Il sistema si è chiuso a riccio. Non mi ha nemmeno attaccato frontalmente, salvo il giudice che mi ha accusato di diffamazione, poi smentito dai fatti. Salvo appunto Panorama e pochi altri nessuno cercò di approfondire. Prevaleva lo stupore o il fastidio verso un argomento delicato. Si diceva: ma non è che così si fa il gioco dei pedofili? Oggi mi cercano ma ormai il danno è stato fatto. Adesso è scoppiato il bubbone di Bibbiano, scusi il gioco di parole. Ma temo che anche quello verrà messo a tacere dalla cattiva stampa e dalla cattiva politica. Perché dietro tutto questo c'è sempre la politica. Non voglio attaccare un fronte o un altro, sia chiaro. Dico che la politica ha fatto il vuoto e la magistratura lo ha riempito. Poi sono arrivati i pesci pulitori vicino al pescecane. E a questo proposito anche i cattolici dovrebbe fare una riflessione. Perché una parte dell'associazionismo di cui parlo riguarda proprio una parte del mondo cattolico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibbiano-ho-denunciato-invano-10-anni-fa-2640325692.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-presidente-della-onlus-ricattava-le-donne-picchiate" data-post-id="2640325692" data-published-at="1780028165" data-use-pagination="False"> La presidente della Onlus ricattava le donne picchiate Funziona sempre nello stesso modo: ogni volta che esplode a livello mediatico una «emergenza umanitaria», le istituzioni muovono soldi pubblici per risolverla, ed ecco che subito arrivano associazioni, cooperative e Onlus pronte ad approfittarne. Uno dei grandi temi di questi anni, è noto, è la «violenza sulle donne». Benché le violenze effettive siano in calo, l'attenzione sul fenomeno è più alta che mai. E questo ovviamente ha prodotto i consueti effetti. Nel 2103, i «centri antiviolenza» riservati alle donne erano 188. Alla fine del 2017 erano già 296. Le case rifugio, nello stesso periodo, sono passate da 163 a 258. Nel 2013 fu varato il «Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere», e si stabilì che alle varie strutture andassero 10 milioni di euro l'anno. sempre più fondi I denari disponibili, negli anni seguenti, hanno continuato ad aumentare: per il biennio 2013-2014 sono stati stanziati 18 milioni, altrettanti per il biennio 2015-2016. Nel novembre del 2017, Maria Elena Boschi annunciò uno stanziamento di 33,9 milioni per il 2018 e 34 milioni per il 2019. Risultato: già nel 2016, la Corte dei conti spiegò che i finanziamenti venivano gestiti malissimo. Francesca Puglisi, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidi, disse al Sole 24 Ore: «Alcune regioni hanno gestito le risorse molto bene, in altre sono rimaste inevase. Inoltre sono nate come funghi organizzazioni e associazioni non qualificate». Lo ha confermato, parlando con Donna moderna, Raffaella Palladino, presidente di Di.Re - Donne in rete contro la violenza: «Ogni Regione lancia dei bandi per distribuire i finanziamenti e, purtroppo, vi partecipa chiunque. Le istituzioni non verificano la documentazione oppure si accontentano dell'autocertificazione. In questo modo ad aggiudicarsi i soldi sono anche strutture che si occupano di povertà o migranti». Una cosa simile è accaduta in Emilia Romagna, a Riccione, con l'associazione Butterfly. La presidente, Clarissa Matrella, 35 anni, originaria di Foggia, ieri è finita agli arresti domiciliari. È accusata di truffa, estorsione e malversazione ai danni delle donne maltrattate di cui avrebbe dovuto prendersi cura. Addirittura pare che la casa in cui viveva, a Morciano di Romagna, appartenesse a una delle sue vittime. Stando a quanto raccontano gli inquirenti, la donna avrebbe creato un sistema terrificante. La Matrella era estremamente attiva a livello pubblico. Organizzava manifestazioni, marce, eventi, corsi. Ha partecipato a incontri assieme all'assessore regionale emiliano alle Pari opportunità, Emma Petitti del Pd, ma a quanto sembra la Matrella non si faceva problemi: non aveva referenti politici precisi, cercava semplicemente di muoversi come le conveniva. pressioni pesanti Nel 2014 ha fondato Butterfly, che doveva servire a fornire assistenza a donne vittime di molestie, violenze e stalking. In realtà, invece di prendersi cura di loro, se ne approfittava per ottenere soldi. In tutto, sono una ventina le persone - tutte in difficoltà economiche o psicologiche - che sono finite nelle sua mani. In sostanza la Matrella proponeva a queste donne dei «servizi investigativi». «L'indagata», dicono gli investigatori, «induceva o tentava di indurre le donne ad avvalersi di diversi servizi a pagamento [...] quali servizi di osservazione e di pedinamento, di backup dei telefoni cellulari piuttosto che collocamento di registratori sonori ovvero di periferiche ambientali». La donna sosteneva che tutte queste misure erano «fondamentali per riuscire a raccogliere quelle prove inconfutabili che sarebbero state poi decisive in fase di giudizio, ma che di fatto sono sempre risultate inconsistenti ed inutili». Non solo, secondo il gip, «molte utenti, pur avendo pagato, non visualizzavano mai gli esiti dei servizi». In pratica, la Matrella si faceva pagare da loro per raccogliere informazioni sugli uomini che le avevano maltrattate e per fornire consigli su come condurre le cause in tribunale. Le sue vittime potevano pagare in anticipo oppure a rate, centinaia e centinaia di euro. E se non sborsavano, lei le minacciava. Sosteneva che avrebbe potuto influenzare negativamente i processi e le cause di affidamento dei figli. Fino a che, nel 2017, una delle donne non ha deciso di sporgere querela e poi di denunciare con l'assistenza dell'avvocato Milena Montemaggi. Quando i carabinieri di Riccione hanno cominciato a indagare, sono emersi tutti gli altarini. In particolare, è saltato fuori che la Matrella aveva intascato anche denaro pubblico. Dal piccolo Comune di Cattolica ha preso circa 28.000 euro per la gestione di una casa rifugio per donne vittime di violenza. I soldi provenivano dalla Regione Emilia Romagna, ma sono stati assegnati dall'amministrazione di Cattolica (all'epoca di centrosinistra). senza controllo «È una vicenda incredibile e che ci lascia sorpresi», dice il sindaco di Cattolica, Mariano Gennari. «Tutto è partito con un bando uscito nel 2015, prima della mia amministrazione, per l'affidamento della casa rifugio del distretto sud. La struttura ricadeva nel nostro territorio. In quella occasione, tuttavia, il bando andò deserto e, quindi, la casa rifugio venne assegnata alla Matrella con un affidamento diretto. Nel 2017, durante il nostro mandato, venne fatto un altro bando che venne vinto da un'altra associazione». La donna, però, ha fatto in tempo a utilizzare i denari pubblici per le proprie spese personali. Si pagava cene, passaggi dal parrucchiere e altre frivolezze. Probabilmente, se una delle sue vittime non l'avesse denunciata tutto questo sarebbe andato avanti ancora a lungo. Nessuno, a quanto pare, ha controllato, a partire dalla Regione che erogava i fondi. Alla Matrella bastava farsi bella con le istituzioni, organizzare serate e perfino corsi nelle scuole assieme a rappresentanti delle forze dell'ordine (che però non hanno esitato a fare il proprio dovere quando è stato il momento). Per l'ennesima volta, ci troviamo davanti alla dimostrazione che la gestione all'italiana del sociale ha tanti, troppi luoghi oscuri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibbiano-ho-denunciato-invano-10-anni-fa-2640325692.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-tolgono-i-bimbi-con-linganno-per-il-tribunale-e-un-atto-daiuto" data-post-id="2640325692" data-published-at="1780028165" data-use-pagination="False"> Le tolgono i bimbi con l’inganno. Per il tribunale è «un atto d’aiuto» A una mamma di Verona due giorni fa i servizi sociali hanno portato via due figli, di 8 e 5 anni. Sono arrivati di buon mattino, le hanno comunicato che era stato disposto «il collocamento dei minori in un ambiente eterofamiliare senza la madre. Se lei collabora bene, altrimenti possiamo utilizzare la forza pubblica» ha intimato l'assistente alla donna. Terrorizzata, la signora ha comunque avuto la prontezza di registrare l'intera conversazione sul suo cellulare. «Il tribunale dice: “Spero che la mamma capisca che questo è un intervento d'aiuto"», riferisce l'operatrice, incurante di quanto possano suonare mostruose quelle parole. «Non è un aiuto. L'aiuto è dalla mamma e dal papà», cerca di interromperla inutilmente la giovane. Poi implora: «Quando vedrò i miei figli? Adesso passeranno mesi prima che mi facciano vedere i miei bambini». Uno spezzone di questo angosciante colloquio è stato mandato in onda due sere fa, durante la trasmissione Mediaset Fuori dal coro di Mario Giordano, in prima serata su Rete 4. Si era tornato a parlare di ladri di bambini, di come il silenzio su Bibbiano non ci dia pace anche se «la voce del coro dice che se ne parla troppo». Pure a Verona il sistema degli affidi fa pensare a un altro caso «Angeli e demoni», lo sta verificando la Procura scaligera che ha avviato un'inchiesta dopo la denuncia di un'ex dirigente dell'Usl locale che parlava di «dieci casi di allontanamento dei bambini dai propri genitori, privi di motivazioni corrette» e di altri episodi riportati da colleghi. Alla Verità pochi giorni fa un'operatrice scaligera aveva raccontato come il target preferito, per strappare i bambini alle loro famiglie naturali ricorrendo a escamotage illeciti, siano le «famiglie particolarmente disagiate, generalmente non radicate nel territorio, che hanno delle difficoltà dal punto di vista sociale, economico e culturale». Aggiungeva: «Generalmente è la madre la parte debole. Di solito viene in qualche modo giudicata dai servizi sociali». La giovane mamma, rintracciata e intervistata da Tommaso Mattei di Mediaset, è proprio la conferma di un simile modus operandi. La signora vive in una casa di proprietà, ha un compagno ma non smette di scontare la «colpa» di essere nata in una famiglia problematica, come amano definirla i servizi sociali. Nessuna storia di droga, di delinquenza, di orrori nascosti tra le mura domestiche. Il padre era morto quando lei aveva solo 11 anni, la mamma aveva problemi di cuore ma aveva sempre lavorato e mantenuto la ragazzina e l'altro figlio, cerebroleso. La ragazza era ancora minorenne quando rimase incinta del primo figlio e il suo compagno perse la vita in un incidente, sei giorni prima che nascesse il bimbo. Una disgrazia, una vita iniziata presto tra difficoltà. Gli operatori sociali non la mollano nemmeno quando si trova un altro compagno e mette al mondo il secondo figlio. Due giorni fa le hanno portato via i piccoli, proprio come fanno i ladri di bambini. A Tommaso Mattei la giovane donna ha spiegato che l'accusano di maltrattarli. «Ai miei figli non riesco a dare uno schiaffo», prova a dire con un filo di voce. La sua testimonianza a Fuori dal coro è interrotta dalle lacrime, irrefrenabili. Sullo schermo compare la lettera di una professionista veronese che ha consegnato a Mattei la prima delle sue pesantissime accuse al sistema degli affidi nella città in riva all'Adige. Sistema che lei stessa definisce nella prima riga: «Non è Bibbiano. È un modello di lavoro anche peggiore». Spiega di aver lasciato il lavoro «sbattendo la porta, perché non riuscivo più a dormirci di notte». Nel suo lavoro «il benessere dell'utente non interessa a nessuno, ci parlano di procedure, di spese pro capite ma si passa come tir sulla disperazione delle persone». Anche la professionista punta il dito contro un'assistenza sociale che invece di aiutare prende di mira i più bisognosi. «I più deboli», scrive, «sono sempre le solite fasce meno abbienti e quasi sempre le donne, donne picchiate, violentate, madri abbandonate, senza lavoro a cui la società non riconosce nessun diritto e non offre nulla, quasi. Anzi spesso strappano loro i figli perché non sono all'altezza, troppo accudenti, troppo assenti, troppo sole, troppo povere». La giovane mamma veronese, alla quale i servizi hanno rubato i bambini, forse aveva solo bisogno di essere sostenuta, confortata, accompagnata nel suo percorso di donna e di madre. «Che senso hanno i servizi sociosanitari se non aiutano le famiglie a superare il disagio ma si limitano a giudicare?», coglie nel segno l'ex operatrice. Dice di tormentarsi, pensando a quello che avrebbe potuto fare «ma in realtà dovevo gestire responsabilità firmando decisioni - che non avevo preso e non condividevo - di affido in comunità private dove “carcerieri" senza pietà sono attenti solo a far rispettare le regole, per un'azienda sempre in attivo». Dopo l'indifferenza, la mancanza di umanità nel gestire l'affido di minori, ecco la questione «soldi», il vergognoso filo rosso che accomuna le vicende «Angeli e demoni» presunte o accertate. Nel finale della lettera c'è un preciso riferimento a «giudizi frettolosi e superficiali di chi con questo lavoro guadagna 3.500/ 4.000 euro a perizia e quindi ne accetta e ne sollecita tante, scambiandosi con pochi buoni colleghi il ruolo di consulente di parte, come si fa tra amici al bar e si decide ogni volta chi deve pagare. Qui pagano le famiglie più deboli e soprattutto i bambini che non vengono mai ascoltati».
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Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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