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2019-09-13
«Bibbiano? Ho denunciato invano 10 anni fa»
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Sfogliare il suo libro, dieci anni dopo, fa venire i brividi. Luca Steffenoni, criminologo milanese, nel 2009 pubblicò da Chiarelettere un saggio intitolato Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Dentro, pagina dopo pagina, c'era già tutto il sistema Bibbiano. Padri accusati ingiustamente di violenze, psicologi che fanno pressione sui bambini per farli raccontare violenze inesistenti, associazioni che lucrano sugli affidi. Manco a dirlo, in quel volume compare, tra gli altri, il nome di Claudio Foti. Insomma, Steffenoni aveva già denunciato tutto. Aveva spiegato come funzionava la macchina che strappa i figli ai genitori incolpevoli, aveva messo in luce le carenze (e le colpe) della politica e della magistratura. Ma non è servito. Anzi, il criminologo ne ha ricavato belle gatte da pelare, tra cui una denuncia per diffamazione dal magistrato Pietro Forno (che, caso più unico che raro, non ottenne ragione dal tribunale).
«Le dico una cosa», sospira oggi il criminologo, «già nel 2009 quello che raccontavo non era una novità. Il sistema anti abusi si può dire sia cominciato nel 1996, quando è stata modificata la legge in materia di abusi su minori. Quello è stato il cavallo di Troia che poi ha portato alla creazione dell'attuale sistema».
Per quale motivo?
«Quella norma avrebbe potuto e dovuto essere più chiara dal punto di vista sostanziale e procedurale, ma è stata fatta in modo diciamo aleatorio. Ha lasciato grandi vuoti. E, per vari motivi, i giudici hanno riempito questi vuoti alla loro maniera».
Quindi il sistema è nato con quella legge.
«Sì, lì è nato un meccanismo che ha creato mostri, tra cui il caso Bibbiano. Il quale non solo non mi stupisce ma, stando a quello che leggo, non è nemmeno uno dei più gravi. Mi viene da dire che sia soltanto la punta dell'iceberg di un sistema ormai consolidato e molto diffuso».
Come funziona, nel dettaglio, questo sistema?
«Come ho detto, a spalancare la porta è stata la legge di cui sopra. Poi è cambiato il modo di leggere la problematica riguardante le vittime di (presunti) abusi. In pratica l'abuso è diventato l'unico reato a cui si è tolto l'onere della prova. In compenso, attorno all'argomento si sono sviluppate teorie piuttosto balzane e antiscientifiche».
Ad esempio?
«Tutti i processi sui presunti reati sui minori non si basano sulle prove ma sul sintomo di abuso. Non si verifica se ci sia stato abuso oppure no, si va a cercare il sintomo psicologico dell'abuso. Dunque è facilissimo, per i consulenti di parte e i consulenti degli stessi giudici, rintracciare sintomi di abuso ovunque, specie quando ci sono di mezzo divorzi e liti famigliari. Del resto, quale bambino non è turbato e non dà segni di disagio quando vede i genitori litigare?».
Altre teorie balzane?
«Quella secondo cui il bambino non mente mai. Potrebbe anche essere suggestiva, dal punto di vista scientifico, se però il bambino fosse davvero lasciato libero di raccontare. E invece sappiamo che non è così, che il bimbo è ultramanipolabile».
E spesso manipolato...
«Ancora. Si dice che non esiste l'alienazione parentale. Come se i genitori non lottassero l'uno contro l'altro e non cercassero di influenzare il bambino, magari tentando di convincerlo di aver subito abusi. Non è finita. Si dice per esempio che le conoscenze sessuali sono un sintomo di abuso. Da qui l'interpretazione dei disegni dei bambini».
Proprio come a Bibbiano, dove per altro i disegni sono stati modificati.
«Il bambino disegna un pene e allora vuol dire che ha subito abuso...».
Lei già nel 2009 parlava del ruolo degli psicologi in situazioni come queste.
«Sì. Il punto è che la tutela del minore è uscita dai tribunali. Sono coinvolte persone dalla dubbia preparazione scientifica, persone che contribuiscono a confermare le teorie espresse in sede processuale sugli abusi. In base a quello che dicono costoro si tolgono i figli e si condannano i presunti abusatori, che nel 90% dei casi sono i padri. Il processo per abusi è stato subappaltato all'esterno a consulenti, all'associazionismo… È una sorta di metastasi che crea disastri».
Lei citò anche i giudici. Parlò addirittura di una vera e propria scuola processuale.
«A Milano nel 1996 si è formato il primo nucleo anti abusi e sicuramente ha fatto scuola. Ha avuto molto seguito, e ha utilizzato metodi molto discutibili e discussi. Ci furono, già all'epoca, parecchie perplessità anche all'interno della magistratura, l'Unione delle camere penali più volte ha denunciato quel modo di fare processi. Poi dopo Milano vennero Torino, Bologna, Firenze... Tante realtà giudiziarie si sono mosse costruendo di fatto la normativa anti abusi, producendo anche obbrobri che definire antiscientifici è dire poco».
Di nuovo, siamo dalle parti della Val d'Enza...
«Quello che mi interessa è far capire che Bibbiano non è assolutamente un'eccezione. Sembrerò cinico, ma non mi stupisco. Ci sono davvero stati casi peggiori, come quello di Biella, con un'intera famiglia che si è suicidata. Ci sono stati casi di bambini che, una volta divenuti adulti, hanno detto di essere stati manipolati, ma i casi dei genitori accusati ingiustamente non sono nemmeno stati riaperti. E poi, su tutto, c'è il business, che è immenso».
Quindi c'è un elemento economico dietro, secondo lei.
«Sì, c'è l'elemento economico. Ma c'è anche il potere. Sia quello che si esercita sul territorio ma anche quello che si esercita a livello ideologico».
A proposito di business, quali erano le cifre nel 2009?
«Raccoglierle fu molto difficile. Le istituzioni si chiusero a riccio. Ricordo che ci fu un famoso articolo di Panorama che ruppe il silenzio. Più o meno si parlava di 35.000/40.000 bambini tolti alle famiglie, che fruttavano alle varie case famiglia circa 75 euro al giorno. Cifre oggi più che raddoppiate. Però non bisogna concentrarsi solo su quanto “frutta" un bambino al giorno».
No?
«Non solo. Bisogna considerare che questo sistema dà da lavorare a un sacco di gente. Non ci sono solo gli incassi sulle rette. Ci sono perizie, controperizie, la gestione degli spazi in cui i genitori possono vedere i figli. Ci sono tantissime figure che ruotano attorno a tutto questo».
Quando uscì il suo libro che reazioni ci furono?
«A ripensarci provo profonda amarezza. Pensavo che avessimo ancora gli anticorpi necessari a farci affrontare quello che denunciavo. E invece... Il sistema si è chiuso a riccio. Non mi ha nemmeno attaccato frontalmente, salvo il giudice che mi ha accusato di diffamazione, poi smentito dai fatti. Salvo appunto Panorama e pochi altri nessuno cercò di approfondire. Prevaleva lo stupore o il fastidio verso un argomento delicato. Si diceva: ma non è che così si fa il gioco dei pedofili? Oggi mi cercano ma ormai il danno è stato fatto. Adesso è scoppiato il bubbone di Bibbiano, scusi il gioco di parole. Ma temo che anche quello verrà messo a tacere dalla cattiva stampa e dalla cattiva politica. Perché dietro tutto questo c'è sempre la politica. Non voglio attaccare un fronte o un altro, sia chiaro. Dico che la politica ha fatto il vuoto e la magistratura lo ha riempito. Poi sono arrivati i pesci pulitori vicino al pescecane. E a questo proposito anche i cattolici dovrebbe fare una riflessione. Perché una parte dell'associazionismo di cui parlo riguarda proprio una parte del mondo cattolico».
La presidente della Onlus ricattava le donne picchiate
Funziona sempre nello stesso modo: ogni volta che esplode a livello mediatico una «emergenza umanitaria», le istituzioni muovono soldi pubblici per risolverla, ed ecco che subito arrivano associazioni, cooperative e Onlus pronte ad approfittarne. Uno dei grandi temi di questi anni, è noto, è la «violenza sulle donne». Benché le violenze effettive siano in calo, l'attenzione sul fenomeno è più alta che mai. E questo ovviamente ha prodotto i consueti effetti.
Nel 2103, i «centri antiviolenza» riservati alle donne erano 188. Alla fine del 2017 erano già 296. Le case rifugio, nello stesso periodo, sono passate da 163 a 258. Nel 2013 fu varato il «Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere», e si stabilì che alle varie strutture andassero 10 milioni di euro l'anno.
sempre più fondi
I denari disponibili, negli anni seguenti, hanno continuato ad aumentare: per il biennio 2013-2014 sono stati stanziati 18 milioni, altrettanti per il biennio 2015-2016. Nel novembre del 2017, Maria Elena Boschi annunciò uno stanziamento di 33,9 milioni per il 2018 e 34 milioni per il 2019. Risultato: già nel 2016, la Corte dei conti spiegò che i finanziamenti venivano gestiti malissimo. Francesca Puglisi, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidi, disse al Sole 24 Ore: «Alcune regioni hanno gestito le risorse molto bene, in altre sono rimaste inevase. Inoltre sono nate come funghi organizzazioni e associazioni non qualificate».
Lo ha confermato, parlando con Donna moderna, Raffaella Palladino, presidente di Di.Re - Donne in rete contro la violenza: «Ogni Regione lancia dei bandi per distribuire i finanziamenti e, purtroppo, vi partecipa chiunque. Le istituzioni non verificano la documentazione oppure si accontentano dell'autocertificazione. In questo modo ad aggiudicarsi i soldi sono anche strutture che si occupano di povertà o migranti».
Una cosa simile è accaduta in Emilia Romagna, a Riccione, con l'associazione Butterfly. La presidente, Clarissa Matrella, 35 anni, originaria di Foggia, ieri è finita agli arresti domiciliari. È accusata di truffa, estorsione e malversazione ai danni delle donne maltrattate di cui avrebbe dovuto prendersi cura. Addirittura pare che la casa in cui viveva, a Morciano di Romagna, appartenesse a una delle sue vittime.
Stando a quanto raccontano gli inquirenti, la donna avrebbe creato un sistema terrificante. La Matrella era estremamente attiva a livello pubblico. Organizzava manifestazioni, marce, eventi, corsi. Ha partecipato a incontri assieme all'assessore regionale emiliano alle Pari opportunità, Emma Petitti del Pd, ma a quanto sembra la Matrella non si faceva problemi: non aveva referenti politici precisi, cercava semplicemente di muoversi come le conveniva.
pressioni pesanti
Nel 2014 ha fondato Butterfly, che doveva servire a fornire assistenza a donne vittime di molestie, violenze e stalking. In realtà, invece di prendersi cura di loro, se ne approfittava per ottenere soldi. In tutto, sono una ventina le persone - tutte in difficoltà economiche o psicologiche - che sono finite nelle sua mani. In sostanza la Matrella proponeva a queste donne dei «servizi investigativi».
«L'indagata», dicono gli investigatori, «induceva o tentava di indurre le donne ad avvalersi di diversi servizi a pagamento [...] quali servizi di osservazione e di pedinamento, di backup dei telefoni cellulari piuttosto che collocamento di registratori sonori ovvero di periferiche ambientali». La donna sosteneva che tutte queste misure erano «fondamentali per riuscire a raccogliere quelle prove inconfutabili che sarebbero state poi decisive in fase di giudizio, ma che di fatto sono sempre risultate inconsistenti ed inutili». Non solo, secondo il gip, «molte utenti, pur avendo pagato, non visualizzavano mai gli esiti dei servizi».
In pratica, la Matrella si faceva pagare da loro per raccogliere informazioni sugli uomini che le avevano maltrattate e per fornire consigli su come condurre le cause in tribunale. Le sue vittime potevano pagare in anticipo oppure a rate, centinaia e centinaia di euro. E se non sborsavano, lei le minacciava. Sosteneva che avrebbe potuto influenzare negativamente i processi e le cause di affidamento dei figli.
Fino a che, nel 2017, una delle donne non ha deciso di sporgere querela e poi di denunciare con l'assistenza dell'avvocato Milena Montemaggi. Quando i carabinieri di Riccione hanno cominciato a indagare, sono emersi tutti gli altarini. In particolare, è saltato fuori che la Matrella aveva intascato anche denaro pubblico. Dal piccolo Comune di Cattolica ha preso circa 28.000 euro per la gestione di una casa rifugio per donne vittime di violenza. I soldi provenivano dalla Regione Emilia Romagna, ma sono stati assegnati dall'amministrazione di Cattolica (all'epoca di centrosinistra).
senza controllo
«È una vicenda incredibile e che ci lascia sorpresi», dice il sindaco di Cattolica, Mariano Gennari. «Tutto è partito con un bando uscito nel 2015, prima della mia amministrazione, per l'affidamento della casa rifugio del distretto sud. La struttura ricadeva nel nostro territorio. In quella occasione, tuttavia, il bando andò deserto e, quindi, la casa rifugio venne assegnata alla Matrella con un affidamento diretto. Nel 2017, durante il nostro mandato, venne fatto un altro bando che venne vinto da un'altra associazione».
La donna, però, ha fatto in tempo a utilizzare i denari pubblici per le proprie spese personali. Si pagava cene, passaggi dal parrucchiere e altre frivolezze. Probabilmente, se una delle sue vittime non l'avesse denunciata tutto questo sarebbe andato avanti ancora a lungo. Nessuno, a quanto pare, ha controllato, a partire dalla Regione che erogava i fondi. Alla Matrella bastava farsi bella con le istituzioni, organizzare serate e perfino corsi nelle scuole assieme a rappresentanti delle forze dell'ordine (che però non hanno esitato a fare il proprio dovere quando è stato il momento).
Per l'ennesima volta, ci troviamo davanti alla dimostrazione che la gestione all'italiana del sociale ha tanti, troppi luoghi oscuri.
Le tolgono i bimbi con l’inganno. Per il tribunale è «un atto d’aiuto»
A una mamma di Verona due giorni fa i servizi sociali hanno portato via due figli, di 8 e 5 anni. Sono arrivati di buon mattino, le hanno comunicato che era stato disposto «il collocamento dei minori in un ambiente eterofamiliare senza la madre. Se lei collabora bene, altrimenti possiamo utilizzare la forza pubblica» ha intimato l'assistente alla donna.
Terrorizzata, la signora ha comunque avuto la prontezza di registrare l'intera conversazione sul suo cellulare. «Il tribunale dice: “Spero che la mamma capisca che questo è un intervento d'aiuto"», riferisce l'operatrice, incurante di quanto possano suonare mostruose quelle parole. «Non è un aiuto. L'aiuto è dalla mamma e dal papà», cerca di interromperla inutilmente la giovane. Poi implora: «Quando vedrò i miei figli? Adesso passeranno mesi prima che mi facciano vedere i miei bambini». Uno spezzone di questo angosciante colloquio è stato mandato in onda due sere fa, durante la trasmissione Mediaset Fuori dal coro di Mario Giordano, in prima serata su Rete 4. Si era tornato a parlare di ladri di bambini, di come il silenzio su Bibbiano non ci dia pace anche se «la voce del coro dice che se ne parla troppo».
Pure a Verona il sistema degli affidi fa pensare a un altro caso «Angeli e demoni», lo sta verificando la Procura scaligera che ha avviato un'inchiesta dopo la denuncia di un'ex dirigente dell'Usl locale che parlava di «dieci casi di allontanamento dei bambini dai propri genitori, privi di motivazioni corrette» e di altri episodi riportati da colleghi.
Alla Verità pochi giorni fa un'operatrice scaligera aveva raccontato come il target preferito, per strappare i bambini alle loro famiglie naturali ricorrendo a escamotage illeciti, siano le «famiglie particolarmente disagiate, generalmente non radicate nel territorio, che hanno delle difficoltà dal punto di vista sociale, economico e culturale». Aggiungeva: «Generalmente è la madre la parte debole. Di solito viene in qualche modo giudicata dai servizi sociali».
La giovane mamma, rintracciata e intervistata da Tommaso Mattei di Mediaset, è proprio la conferma di un simile modus operandi. La signora vive in una casa di proprietà, ha un compagno ma non smette di scontare la «colpa» di essere nata in una famiglia problematica, come amano definirla i servizi sociali. Nessuna storia di droga, di delinquenza, di orrori nascosti tra le mura domestiche. Il padre era morto quando lei aveva solo 11 anni, la mamma aveva problemi di cuore ma aveva sempre lavorato e mantenuto la ragazzina e l'altro figlio, cerebroleso. La ragazza era ancora minorenne quando rimase incinta del primo figlio e il suo compagno perse la vita in un incidente, sei giorni prima che nascesse il bimbo. Una disgrazia, una vita iniziata presto tra difficoltà. Gli operatori sociali non la mollano nemmeno quando si trova un altro compagno e mette al mondo il secondo figlio.
Due giorni fa le hanno portato via i piccoli, proprio come fanno i ladri di bambini. A Tommaso Mattei la giovane donna ha spiegato che l'accusano di maltrattarli. «Ai miei figli non riesco a dare uno schiaffo», prova a dire con un filo di voce. La sua testimonianza a Fuori dal coro è interrotta dalle lacrime, irrefrenabili. Sullo schermo compare la lettera di una professionista veronese che ha consegnato a Mattei la prima delle sue pesantissime accuse al sistema degli affidi nella città in riva all'Adige.
Sistema che lei stessa definisce nella prima riga: «Non è Bibbiano. È un modello di lavoro anche peggiore». Spiega di aver lasciato il lavoro «sbattendo la porta, perché non riuscivo più a dormirci di notte». Nel suo lavoro «il benessere dell'utente non interessa a nessuno, ci parlano di procedure, di spese pro capite ma si passa come tir sulla disperazione delle persone». Anche la professionista punta il dito contro un'assistenza sociale che invece di aiutare prende di mira i più bisognosi. «I più deboli», scrive, «sono sempre le solite fasce meno abbienti e quasi sempre le donne, donne picchiate, violentate, madri abbandonate, senza lavoro a cui la società non riconosce nessun diritto e non offre nulla, quasi. Anzi spesso strappano loro i figli perché non sono all'altezza, troppo accudenti, troppo assenti, troppo sole, troppo povere».
La giovane mamma veronese, alla quale i servizi hanno rubato i bambini, forse aveva solo bisogno di essere sostenuta, confortata, accompagnata nel suo percorso di donna e di madre. «Che senso hanno i servizi sociosanitari se non aiutano le famiglie a superare il disagio ma si limitano a giudicare?», coglie nel segno l'ex operatrice. Dice di tormentarsi, pensando a quello che avrebbe potuto fare «ma in realtà dovevo gestire responsabilità firmando decisioni - che non avevo preso e non condividevo - di affido in comunità private dove “carcerieri" senza pietà sono attenti solo a far rispettare le regole, per un'azienda sempre in attivo». Dopo l'indifferenza, la mancanza di umanità nel gestire l'affido di minori, ecco la questione «soldi», il vergognoso filo rosso che accomuna le vicende «Angeli e demoni» presunte o accertate.
Nel finale della lettera c'è un preciso riferimento a «giudizi frettolosi e superficiali di chi con questo lavoro guadagna 3.500/ 4.000 euro a perizia e quindi ne accetta e ne sollecita tante, scambiandosi con pochi buoni colleghi il ruolo di consulente di parte, come si fa tra amici al bar e si decide ogni volta chi deve pagare. Qui pagano le famiglie più deboli e soprattutto i bambini che non vengono mai ascoltati».
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Il criminologo milanese Luca Steffenoni nel 2009 scrisse un libro in cui mostrava gli orrori dei finti abusi e spiegava le storture del sistema di gestione dei minori. Citava anche i protagonisti dell'attuale inchiesta. Ma non fu ascoltato: «E oggi ci ritroviamo i mostri».Invece di prendersi cura delle poverette maltrattate, la presidente della Onlus le truffava estorcendo denaro. Se non pagavano, le minacciava. Ha incassato pure soldi dall'Emilia Romagna.A «Fuori dal coro», su Rete 4, l'assurda storia di una madre di Verona a cui sono stati sottratti i figli. La testimonianza di una operatrice scaligera: «Qui funziona anche peggio che in Val d'Enza».Lo speciale contiene tre articoli.Sfogliare il suo libro, dieci anni dopo, fa venire i brividi. Luca Steffenoni, criminologo milanese, nel 2009 pubblicò da Chiarelettere un saggio intitolato Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Dentro, pagina dopo pagina, c'era già tutto il sistema Bibbiano. Padri accusati ingiustamente di violenze, psicologi che fanno pressione sui bambini per farli raccontare violenze inesistenti, associazioni che lucrano sugli affidi. Manco a dirlo, in quel volume compare, tra gli altri, il nome di Claudio Foti. Insomma, Steffenoni aveva già denunciato tutto. Aveva spiegato come funzionava la macchina che strappa i figli ai genitori incolpevoli, aveva messo in luce le carenze (e le colpe) della politica e della magistratura. Ma non è servito. Anzi, il criminologo ne ha ricavato belle gatte da pelare, tra cui una denuncia per diffamazione dal magistrato Pietro Forno (che, caso più unico che raro, non ottenne ragione dal tribunale).«Le dico una cosa», sospira oggi il criminologo, «già nel 2009 quello che raccontavo non era una novità. Il sistema anti abusi si può dire sia cominciato nel 1996, quando è stata modificata la legge in materia di abusi su minori. Quello è stato il cavallo di Troia che poi ha portato alla creazione dell'attuale sistema». Per quale motivo? «Quella norma avrebbe potuto e dovuto essere più chiara dal punto di vista sostanziale e procedurale, ma è stata fatta in modo diciamo aleatorio. Ha lasciato grandi vuoti. E, per vari motivi, i giudici hanno riempito questi vuoti alla loro maniera». Quindi il sistema è nato con quella legge. «Sì, lì è nato un meccanismo che ha creato mostri, tra cui il caso Bibbiano. Il quale non solo non mi stupisce ma, stando a quello che leggo, non è nemmeno uno dei più gravi. Mi viene da dire che sia soltanto la punta dell'iceberg di un sistema ormai consolidato e molto diffuso». Come funziona, nel dettaglio, questo sistema?«Come ho detto, a spalancare la porta è stata la legge di cui sopra. Poi è cambiato il modo di leggere la problematica riguardante le vittime di (presunti) abusi. In pratica l'abuso è diventato l'unico reato a cui si è tolto l'onere della prova. In compenso, attorno all'argomento si sono sviluppate teorie piuttosto balzane e antiscientifiche». Ad esempio?«Tutti i processi sui presunti reati sui minori non si basano sulle prove ma sul sintomo di abuso. Non si verifica se ci sia stato abuso oppure no, si va a cercare il sintomo psicologico dell'abuso. Dunque è facilissimo, per i consulenti di parte e i consulenti degli stessi giudici, rintracciare sintomi di abuso ovunque, specie quando ci sono di mezzo divorzi e liti famigliari. Del resto, quale bambino non è turbato e non dà segni di disagio quando vede i genitori litigare?». Altre teorie balzane?«Quella secondo cui il bambino non mente mai. Potrebbe anche essere suggestiva, dal punto di vista scientifico, se però il bambino fosse davvero lasciato libero di raccontare. E invece sappiamo che non è così, che il bimbo è ultramanipolabile». E spesso manipolato...«Ancora. Si dice che non esiste l'alienazione parentale. Come se i genitori non lottassero l'uno contro l'altro e non cercassero di influenzare il bambino, magari tentando di convincerlo di aver subito abusi. Non è finita. Si dice per esempio che le conoscenze sessuali sono un sintomo di abuso. Da qui l'interpretazione dei disegni dei bambini». Proprio come a Bibbiano, dove per altro i disegni sono stati modificati. «Il bambino disegna un pene e allora vuol dire che ha subito abuso...». Lei già nel 2009 parlava del ruolo degli psicologi in situazioni come queste. «Sì. Il punto è che la tutela del minore è uscita dai tribunali. Sono coinvolte persone dalla dubbia preparazione scientifica, persone che contribuiscono a confermare le teorie espresse in sede processuale sugli abusi. In base a quello che dicono costoro si tolgono i figli e si condannano i presunti abusatori, che nel 90% dei casi sono i padri. Il processo per abusi è stato subappaltato all'esterno a consulenti, all'associazionismo… È una sorta di metastasi che crea disastri». Lei citò anche i giudici. Parlò addirittura di una vera e propria scuola processuale. «A Milano nel 1996 si è formato il primo nucleo anti abusi e sicuramente ha fatto scuola. Ha avuto molto seguito, e ha utilizzato metodi molto discutibili e discussi. Ci furono, già all'epoca, parecchie perplessità anche all'interno della magistratura, l'Unione delle camere penali più volte ha denunciato quel modo di fare processi. Poi dopo Milano vennero Torino, Bologna, Firenze... Tante realtà giudiziarie si sono mosse costruendo di fatto la normativa anti abusi, producendo anche obbrobri che definire antiscientifici è dire poco». Di nuovo, siamo dalle parti della Val d'Enza...«Quello che mi interessa è far capire che Bibbiano non è assolutamente un'eccezione. Sembrerò cinico, ma non mi stupisco. Ci sono davvero stati casi peggiori, come quello di Biella, con un'intera famiglia che si è suicidata. Ci sono stati casi di bambini che, una volta divenuti adulti, hanno detto di essere stati manipolati, ma i casi dei genitori accusati ingiustamente non sono nemmeno stati riaperti. E poi, su tutto, c'è il business, che è immenso». Quindi c'è un elemento economico dietro, secondo lei. «Sì, c'è l'elemento economico. Ma c'è anche il potere. Sia quello che si esercita sul territorio ma anche quello che si esercita a livello ideologico». A proposito di business, quali erano le cifre nel 2009?«Raccoglierle fu molto difficile. Le istituzioni si chiusero a riccio. Ricordo che ci fu un famoso articolo di Panorama che ruppe il silenzio. Più o meno si parlava di 35.000/40.000 bambini tolti alle famiglie, che fruttavano alle varie case famiglia circa 75 euro al giorno. Cifre oggi più che raddoppiate. Però non bisogna concentrarsi solo su quanto “frutta" un bambino al giorno». No?«Non solo. Bisogna considerare che questo sistema dà da lavorare a un sacco di gente. Non ci sono solo gli incassi sulle rette. Ci sono perizie, controperizie, la gestione degli spazi in cui i genitori possono vedere i figli. Ci sono tantissime figure che ruotano attorno a tutto questo». Quando uscì il suo libro che reazioni ci furono?«A ripensarci provo profonda amarezza. Pensavo che avessimo ancora gli anticorpi necessari a farci affrontare quello che denunciavo. E invece... Il sistema si è chiuso a riccio. Non mi ha nemmeno attaccato frontalmente, salvo il giudice che mi ha accusato di diffamazione, poi smentito dai fatti. Salvo appunto Panorama e pochi altri nessuno cercò di approfondire. Prevaleva lo stupore o il fastidio verso un argomento delicato. Si diceva: ma non è che così si fa il gioco dei pedofili? Oggi mi cercano ma ormai il danno è stato fatto. Adesso è scoppiato il bubbone di Bibbiano, scusi il gioco di parole. Ma temo che anche quello verrà messo a tacere dalla cattiva stampa e dalla cattiva politica. Perché dietro tutto questo c'è sempre la politica. Non voglio attaccare un fronte o un altro, sia chiaro. Dico che la politica ha fatto il vuoto e la magistratura lo ha riempito. Poi sono arrivati i pesci pulitori vicino al pescecane. E a questo proposito anche i cattolici dovrebbe fare una riflessione. Perché una parte dell'associazionismo di cui parlo riguarda proprio una parte del mondo cattolico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibbiano-ho-denunciato-invano-10-anni-fa-2640325692.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-presidente-della-onlus-ricattava-le-donne-picchiate" data-post-id="2640325692" data-published-at="1780315023" data-use-pagination="False"> La presidente della Onlus ricattava le donne picchiate Funziona sempre nello stesso modo: ogni volta che esplode a livello mediatico una «emergenza umanitaria», le istituzioni muovono soldi pubblici per risolverla, ed ecco che subito arrivano associazioni, cooperative e Onlus pronte ad approfittarne. Uno dei grandi temi di questi anni, è noto, è la «violenza sulle donne». Benché le violenze effettive siano in calo, l'attenzione sul fenomeno è più alta che mai. E questo ovviamente ha prodotto i consueti effetti. Nel 2103, i «centri antiviolenza» riservati alle donne erano 188. Alla fine del 2017 erano già 296. Le case rifugio, nello stesso periodo, sono passate da 163 a 258. Nel 2013 fu varato il «Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere», e si stabilì che alle varie strutture andassero 10 milioni di euro l'anno. sempre più fondi I denari disponibili, negli anni seguenti, hanno continuato ad aumentare: per il biennio 2013-2014 sono stati stanziati 18 milioni, altrettanti per il biennio 2015-2016. Nel novembre del 2017, Maria Elena Boschi annunciò uno stanziamento di 33,9 milioni per il 2018 e 34 milioni per il 2019. Risultato: già nel 2016, la Corte dei conti spiegò che i finanziamenti venivano gestiti malissimo. Francesca Puglisi, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidi, disse al Sole 24 Ore: «Alcune regioni hanno gestito le risorse molto bene, in altre sono rimaste inevase. Inoltre sono nate come funghi organizzazioni e associazioni non qualificate». Lo ha confermato, parlando con Donna moderna, Raffaella Palladino, presidente di Di.Re - Donne in rete contro la violenza: «Ogni Regione lancia dei bandi per distribuire i finanziamenti e, purtroppo, vi partecipa chiunque. Le istituzioni non verificano la documentazione oppure si accontentano dell'autocertificazione. In questo modo ad aggiudicarsi i soldi sono anche strutture che si occupano di povertà o migranti». Una cosa simile è accaduta in Emilia Romagna, a Riccione, con l'associazione Butterfly. La presidente, Clarissa Matrella, 35 anni, originaria di Foggia, ieri è finita agli arresti domiciliari. È accusata di truffa, estorsione e malversazione ai danni delle donne maltrattate di cui avrebbe dovuto prendersi cura. Addirittura pare che la casa in cui viveva, a Morciano di Romagna, appartenesse a una delle sue vittime. Stando a quanto raccontano gli inquirenti, la donna avrebbe creato un sistema terrificante. La Matrella era estremamente attiva a livello pubblico. Organizzava manifestazioni, marce, eventi, corsi. Ha partecipato a incontri assieme all'assessore regionale emiliano alle Pari opportunità, Emma Petitti del Pd, ma a quanto sembra la Matrella non si faceva problemi: non aveva referenti politici precisi, cercava semplicemente di muoversi come le conveniva. pressioni pesanti Nel 2014 ha fondato Butterfly, che doveva servire a fornire assistenza a donne vittime di molestie, violenze e stalking. In realtà, invece di prendersi cura di loro, se ne approfittava per ottenere soldi. In tutto, sono una ventina le persone - tutte in difficoltà economiche o psicologiche - che sono finite nelle sua mani. In sostanza la Matrella proponeva a queste donne dei «servizi investigativi». «L'indagata», dicono gli investigatori, «induceva o tentava di indurre le donne ad avvalersi di diversi servizi a pagamento [...] quali servizi di osservazione e di pedinamento, di backup dei telefoni cellulari piuttosto che collocamento di registratori sonori ovvero di periferiche ambientali». La donna sosteneva che tutte queste misure erano «fondamentali per riuscire a raccogliere quelle prove inconfutabili che sarebbero state poi decisive in fase di giudizio, ma che di fatto sono sempre risultate inconsistenti ed inutili». Non solo, secondo il gip, «molte utenti, pur avendo pagato, non visualizzavano mai gli esiti dei servizi». In pratica, la Matrella si faceva pagare da loro per raccogliere informazioni sugli uomini che le avevano maltrattate e per fornire consigli su come condurre le cause in tribunale. Le sue vittime potevano pagare in anticipo oppure a rate, centinaia e centinaia di euro. E se non sborsavano, lei le minacciava. Sosteneva che avrebbe potuto influenzare negativamente i processi e le cause di affidamento dei figli. Fino a che, nel 2017, una delle donne non ha deciso di sporgere querela e poi di denunciare con l'assistenza dell'avvocato Milena Montemaggi. Quando i carabinieri di Riccione hanno cominciato a indagare, sono emersi tutti gli altarini. In particolare, è saltato fuori che la Matrella aveva intascato anche denaro pubblico. Dal piccolo Comune di Cattolica ha preso circa 28.000 euro per la gestione di una casa rifugio per donne vittime di violenza. I soldi provenivano dalla Regione Emilia Romagna, ma sono stati assegnati dall'amministrazione di Cattolica (all'epoca di centrosinistra). senza controllo «È una vicenda incredibile e che ci lascia sorpresi», dice il sindaco di Cattolica, Mariano Gennari. «Tutto è partito con un bando uscito nel 2015, prima della mia amministrazione, per l'affidamento della casa rifugio del distretto sud. La struttura ricadeva nel nostro territorio. In quella occasione, tuttavia, il bando andò deserto e, quindi, la casa rifugio venne assegnata alla Matrella con un affidamento diretto. Nel 2017, durante il nostro mandato, venne fatto un altro bando che venne vinto da un'altra associazione». La donna, però, ha fatto in tempo a utilizzare i denari pubblici per le proprie spese personali. Si pagava cene, passaggi dal parrucchiere e altre frivolezze. Probabilmente, se una delle sue vittime non l'avesse denunciata tutto questo sarebbe andato avanti ancora a lungo. Nessuno, a quanto pare, ha controllato, a partire dalla Regione che erogava i fondi. Alla Matrella bastava farsi bella con le istituzioni, organizzare serate e perfino corsi nelle scuole assieme a rappresentanti delle forze dell'ordine (che però non hanno esitato a fare il proprio dovere quando è stato il momento). Per l'ennesima volta, ci troviamo davanti alla dimostrazione che la gestione all'italiana del sociale ha tanti, troppi luoghi oscuri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibbiano-ho-denunciato-invano-10-anni-fa-2640325692.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-tolgono-i-bimbi-con-linganno-per-il-tribunale-e-un-atto-daiuto" data-post-id="2640325692" data-published-at="1780315023" data-use-pagination="False"> Le tolgono i bimbi con l’inganno. Per il tribunale è «un atto d’aiuto» A una mamma di Verona due giorni fa i servizi sociali hanno portato via due figli, di 8 e 5 anni. Sono arrivati di buon mattino, le hanno comunicato che era stato disposto «il collocamento dei minori in un ambiente eterofamiliare senza la madre. Se lei collabora bene, altrimenti possiamo utilizzare la forza pubblica» ha intimato l'assistente alla donna. Terrorizzata, la signora ha comunque avuto la prontezza di registrare l'intera conversazione sul suo cellulare. «Il tribunale dice: “Spero che la mamma capisca che questo è un intervento d'aiuto"», riferisce l'operatrice, incurante di quanto possano suonare mostruose quelle parole. «Non è un aiuto. L'aiuto è dalla mamma e dal papà», cerca di interromperla inutilmente la giovane. Poi implora: «Quando vedrò i miei figli? Adesso passeranno mesi prima che mi facciano vedere i miei bambini». Uno spezzone di questo angosciante colloquio è stato mandato in onda due sere fa, durante la trasmissione Mediaset Fuori dal coro di Mario Giordano, in prima serata su Rete 4. Si era tornato a parlare di ladri di bambini, di come il silenzio su Bibbiano non ci dia pace anche se «la voce del coro dice che se ne parla troppo». Pure a Verona il sistema degli affidi fa pensare a un altro caso «Angeli e demoni», lo sta verificando la Procura scaligera che ha avviato un'inchiesta dopo la denuncia di un'ex dirigente dell'Usl locale che parlava di «dieci casi di allontanamento dei bambini dai propri genitori, privi di motivazioni corrette» e di altri episodi riportati da colleghi. Alla Verità pochi giorni fa un'operatrice scaligera aveva raccontato come il target preferito, per strappare i bambini alle loro famiglie naturali ricorrendo a escamotage illeciti, siano le «famiglie particolarmente disagiate, generalmente non radicate nel territorio, che hanno delle difficoltà dal punto di vista sociale, economico e culturale». Aggiungeva: «Generalmente è la madre la parte debole. Di solito viene in qualche modo giudicata dai servizi sociali». La giovane mamma, rintracciata e intervistata da Tommaso Mattei di Mediaset, è proprio la conferma di un simile modus operandi. La signora vive in una casa di proprietà, ha un compagno ma non smette di scontare la «colpa» di essere nata in una famiglia problematica, come amano definirla i servizi sociali. Nessuna storia di droga, di delinquenza, di orrori nascosti tra le mura domestiche. Il padre era morto quando lei aveva solo 11 anni, la mamma aveva problemi di cuore ma aveva sempre lavorato e mantenuto la ragazzina e l'altro figlio, cerebroleso. La ragazza era ancora minorenne quando rimase incinta del primo figlio e il suo compagno perse la vita in un incidente, sei giorni prima che nascesse il bimbo. Una disgrazia, una vita iniziata presto tra difficoltà. Gli operatori sociali non la mollano nemmeno quando si trova un altro compagno e mette al mondo il secondo figlio. Due giorni fa le hanno portato via i piccoli, proprio come fanno i ladri di bambini. A Tommaso Mattei la giovane donna ha spiegato che l'accusano di maltrattarli. «Ai miei figli non riesco a dare uno schiaffo», prova a dire con un filo di voce. La sua testimonianza a Fuori dal coro è interrotta dalle lacrime, irrefrenabili. Sullo schermo compare la lettera di una professionista veronese che ha consegnato a Mattei la prima delle sue pesantissime accuse al sistema degli affidi nella città in riva all'Adige. Sistema che lei stessa definisce nella prima riga: «Non è Bibbiano. È un modello di lavoro anche peggiore». Spiega di aver lasciato il lavoro «sbattendo la porta, perché non riuscivo più a dormirci di notte». Nel suo lavoro «il benessere dell'utente non interessa a nessuno, ci parlano di procedure, di spese pro capite ma si passa come tir sulla disperazione delle persone». Anche la professionista punta il dito contro un'assistenza sociale che invece di aiutare prende di mira i più bisognosi. «I più deboli», scrive, «sono sempre le solite fasce meno abbienti e quasi sempre le donne, donne picchiate, violentate, madri abbandonate, senza lavoro a cui la società non riconosce nessun diritto e non offre nulla, quasi. Anzi spesso strappano loro i figli perché non sono all'altezza, troppo accudenti, troppo assenti, troppo sole, troppo povere». La giovane mamma veronese, alla quale i servizi hanno rubato i bambini, forse aveva solo bisogno di essere sostenuta, confortata, accompagnata nel suo percorso di donna e di madre. «Che senso hanno i servizi sociosanitari se non aiutano le famiglie a superare il disagio ma si limitano a giudicare?», coglie nel segno l'ex operatrice. Dice di tormentarsi, pensando a quello che avrebbe potuto fare «ma in realtà dovevo gestire responsabilità firmando decisioni - che non avevo preso e non condividevo - di affido in comunità private dove “carcerieri" senza pietà sono attenti solo a far rispettare le regole, per un'azienda sempre in attivo». Dopo l'indifferenza, la mancanza di umanità nel gestire l'affido di minori, ecco la questione «soldi», il vergognoso filo rosso che accomuna le vicende «Angeli e demoni» presunte o accertate. Nel finale della lettera c'è un preciso riferimento a «giudizi frettolosi e superficiali di chi con questo lavoro guadagna 3.500/ 4.000 euro a perizia e quindi ne accetta e ne sollecita tante, scambiandosi con pochi buoni colleghi il ruolo di consulente di parte, come si fa tra amici al bar e si decide ogni volta chi deve pagare. Qui pagano le famiglie più deboli e soprattutto i bambini che non vengono mai ascoltati».
Un piccolo reattore modulare sperimentale di Newcleo (Ansa). Nel riquadro Elisabeth Rizzotti, cofondatrice della società che progetta e sviluppa reattori di quarta generazione
Ha lanciato il sasso e riaperto il capitolo dell’energia atomica. Giorgia Meloni di fronte al mondo industriale italiano ha affermato che per il governo il nucleare è la soluzione più pulita ed efficace, tecnologia su cui investire e accelerare. E per capire come sarebbero le centrali di nuova generazione, lo abbiamo chiesto a Elisabeth Rizzotti, co-fondatrice di Newcleo, start up dell’energia atomica.
Per affrontare il problema energetico, la premier Meloni ha rilanciato il nucleare in tema di sicurezza nazionale e ha annunciato una legge delega entro l’estate. Un quadro normativo accelerato è possibile?
«Giorgia Meloni ha acceso un faro su un tema importantissimo. Il disegno di legge delega rappresenta un segnale importante per il nostro settore. L’Italia ha bisogno di recuperare il tempo perduto, rimediare agli errori passati e ogni settimana è importante per farlo. La vera prova sarà istituire rapidamente l’Autorità per la sicurezza nucleare: senza di essa nessun progetto può partire e nessun investitore privato può impegnarsi seriamente nel nostro Paese. Anche Newcleo è pronta a realizzare progetti concreti con partner italiani già coinvolti e non vediamo l’ora di poter richiedere le prime autorizzazioni».
Come cambierebbe concretamente la roadmap industriale in Italia nei prossimi due anni?
«Ci sono differenti step che vanno rispettati. Nel momento in cui ci sarà un’Autorità per la sicurezza nucleare pronta ad accogliere le domande per realizzare reattori in Italia, saremo tra i primi a presentare la documentazione necessaria ad avviare il processo di autorizzazione. È qualcosa che abbiamo già fatto in Francia e che ci stiamo preparando a fare anche negli Stati Uniti. Operare in più di un Paese ci consente di vedere come diverse autorità di regolamentazione affrontano l’approvazione dei progetti nucleari. In Italia, il processo autorizzativo accelerato - il cosiddetto fast track previsto dal disegno di legge delega - è una misura che accogliamo con entusiasmo: portare in Italia l’esperienza maturata all’estero ci consentirà di autorizzare i progetti nel minor tempo possibile».
L’Italia ha chiuso le centrali nel 1987 e ribadito il no nel 2011. Quali condizioni politiche, normative e industriali servirebbero per costruire un vostro reattore sul territorio italiano entro il 2035?
«L’Italia è, come ha riconosciuto Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, ovvero l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, il Paese più nucleare tra i Paesi non nucleari. Sembra un gioco di parole ma, invece, non lo è. Abbiamo una filiera che ha dimostrato eccellenza e resilienza, con oltre 70 aziende specializzate che coprono l’intera catena di valore e un forte posizionamento internazionale. Manca solo il quadro normativo: un’Autorità per la sicurezza nucleare e un processo autorizzativo snello che mantenga al centro la sicurezza degli impianti. Gli Stati Uniti sono esemplari in questo senso e hanno stabilito di autorizzare il disegno di un reattore in 18 mesi, garantendo tutti gli standard di sicurezza internazionali. Con questi strumenti, il 2035 non è affatto un target ambizioso, ma un obiettivo che l’Italia può e deve darsi».
E quanto tempo sarebbe necessario per godere di benefici economici sulle bollette e i conti degli italiani?
«Prima di quanto si pensi. Con la quarta generazione stiamo passando da un nucleare pagato dai contribuenti a un nucleare finanziato dai privati, ponendo al centro la sicurezza a lungo termine degli impianti, la loro sostenibilità finanziaria e i benefici per gli utenti finali – e quindi il costo per il consumatore. I nostri reattori sono intrinsecamente sicuri, più piccoli, meno costosi, e possono essere costruiti in circa tre anni. I numeri di Confindustria ci dicono già oggi qual è il costo dell’assenza del nucleare: nel primo semestre 2025 le imprese italiane hanno pagato l’energia quasi il 30% in più della media europea. Un mix energetico senza nucleare è strutturalmente più costoso. Dotarsi di questa tecnologia è quindi una scelta che va ben oltre l’energia: è una questione di competitività industriale e di autonomia strategica per il nostro Paese».
Newcleo punta sui reattori a piombo fuso e sul combustibile da scorie riprocessate. Faccio l’avvocato del diavolo, perché questa tecnologia dovrebbe convincere chi oggi associa il nucleare alle tragedie di Chernobyl e Fukushima?
«I nostri reattori affrontano due sfide fondamentali per la percezione e l’immagine del nucleare: la sicurezza e il riciclo dei materiali radioattivi. Si tratta di una tecnologia passivamente sicura, che elimina il rischio di incidenti gravi. Semplificando, in caso di blackout, il piombo aumenta di temperatura e spegne il reattore senza intervento umano per la fisica stessa. In secondo luogo, sono reattori “veloci”, pensati per funzionare con combustibile prodotto a partire da materiali radioattivi riprocessati, vale a dire le cosiddette scorie. In questo modo possiamo non solo contribuire alla gestione efficace di questi materiali, ma gli diamo anche nuova vita riducendo il quantitativo di scorie da stoccare e, soprattutto, la loro radioattività nel tempo».
Ci spiega come funziona il vostro impianto?
«A parte per gli aspetti tecnologici legati all’utilizzo del piombo, un nostro reattore è simile ad altri reattori. Al centro si trova il combustibile nucleare che, attraverso la fissione degli atomi, si scalda. A sua volta, questo calore scalda il piombo liquido all’interno del reattore, che poi lo trasferisce ad un generatore che produce vapore veicolato successivamente in una turbina per produrre elettricità. In parole semplici, è come un grande bollitore collegato ad una dinamo che accende una lampadina».
Avete raccolto oltre un miliardo di euro da investitori privati. Che ruolo dovrebbe avere lo Stato - italiano o europeo - nel finanziare il nucleare di nuova generazione, e quanto pesano i ritardi burocratici rispetto a concorrenti cinesi e americani?
«La raccolta dimostra che il mercato crede in questa tecnologia. Il ruolo del pubblico rimane però essenziale per abilitare il privato, non per sostituirlo: per ogni euro ricevuto dal pubblico ne abbiamo raccolti 34 dai privati. L’Europa ha individuato i bisogni del settore, ma manca ancora un piano chiaro di policy e di finanziamento - la Strategia sui Piccoli Reattori Modulari prevede fino a 200 milioni in garanzie dal Fondo per l’innovazione entro il 2028 per tutti i progetti europei, inclusi quelli che guardano alla fusione, mentre Newcleo da sola ha raccolto oltre un miliardo. Capisce che la matematica non gira? Apprezziamo la determinazione del governo italiano su questo dossier, e mi aspetto ora lo stesso coraggio a Bruxelles: la burocrazia europea rischia di essere il nostro vero concorrente».
Perché la decisione di Newcleo di quotarsi negli Usa?
«Il Nasdaq è da sempre lo sbocco naturale per chi vuole fare innovazione. È il listino al mondo che raccoglie più capitali per lo sviluppo di tecnologie innovative. Basti pensare alle grandi aziende che lo hanno scelto: Nvidia, Apple, Microsoft, Amazon, Google, Tesla. Negli Stati Uniti c’è una disponibilità di capitali per l’innovazione 100 volte maggiore rispetto all’Europa. Per la nostra ambizione il Nasdaq era l’unico listino adatto».
I critici sostengono che i piccoli reattori modulari non raggiungeranno mai costi competitivi con eolico e solare: l’esempio, sempre citato, è quello spagnolo dove l’energia alternativa copre il 20% del fabbisogno nazionale…
«È una domanda legittima, ma i dati ci dicono qualcosa di importante. Il vero costo dell’energia non è solo il prezzo di produzione, ma il costo di sistema: le rinnovabili richiedono accumuli, infrastrutture di bilanciamento e capacità di riserva che pesano su tutti i consumatori. Non si tratta di scegliere tra nucleare e rinnovabili: si tratta di costruire un sistema energetico completo, e il nucleare può integrare le rinnovabili rendendo il sistema più sostenibile e competitivo».
Cosa direbbe a chi pensa che il nucleare di quarta generazione sia l’ennesima illusione che arriverà troppo tardi e costerà troppo?
«Risponderei che la tecnologia esiste ed è già stata provata. Noi affrontiamo la sfida industriale e ingegneristica di combinare tecnologie esistenti per produrre energia a prezzi competitivi. All’inizio del Novecento c’era chi affermava che l’automobile sarebbe stata solo una moda passeggera. Negli anni Novanta pensare che tutti avremmo avuto un cellulare in grado di connettersi ad internet sembrava fantascienza. Eppure, la forza di chi ha avuto il coraggio di andare avanti anche di fronte alle sfide più grandi è ciò che oggi consente a tutti, detrattori originali inclusi, di godere dei vantaggi delle grandi innovazioni».
La Meloni ha legato nucleare e competitività delle imprese, puntando il dito contro l’Europa: è d’accordo?
«La presidente Meloni ha ragione: l’energia è competitività, e la competitività è sovranità. Accelerare sul nucleare significa restituire alle imprese italiane le condizioni per competere ad armi pari in Europa e nel mondo e questo governo sta finalmente dando i segnali giusti».
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Damiano Tommasi (Ansa)
Le siamo grati, caro sindaco, per aver voluto dare questo segnale forte. C’era stato qualche precedente, anni fa, in altre città, ma è adesso, e a Verona, che l’allarme democratico suona forte: chi non vede i manipoli di camicie nere che marciano compatti verso l’ufficio Passi Carrabili? Pugnale, fez e autorizzazione ministeriale: sono i nuovi arditi del divieto di sosta. Vanno fermati in ogni modo. Prima di tutto facendo loro firmare, per l’appunto, l’apposita dichiarazione: chi vuole transitare dal portone di casa deve «riconoscersi nei valori della Costituzione e ripudiare il fascismo». Altrimenti resta bloccato in cortile. A cantare Faccetta nera, aspetta e spera che il carro attrezzi s’avvicina.
Questa iniziativa ci conforta, caro sindaco, perché da un po’ di tempo non avevamo più sue notizie. Quando giocava a calcio lo chiamavano «Chierichetto» oppure «Anima candida», da quando è primo cittadino la chiamano «Fantasma». A parte una apparizione al Gay Pride, noto tempio dei valori cattolici a lei cari, e a parte il tentativo di trasformare in eroe Moussa Diarra, un immigrato ucciso mentre seminava il panico in stazione e cercava di aggredire i poliziotti, poco altro. Tanto che nell’ultima classifica di gradimento dei sindaci italiani è arrivato 91esimo su 96. Sestultimo. Un altro potrebbe dire anche «me ne frego», ma lei come fa? C’è il rischio che poi si debba vietare da solo di uscire dal portone di casa.
Nato a Negrar in Valpolicella, 52 anni, 6 figli, perito commerciale, ex calciatore professionista, dieci anni nella Roma, 25 presenze in Nazionale, già presidente del sindacato dei calciatori, lei ci ha inondato fino alla nausea con la sua retorica buonista: don Milani, il rifiuto della naja, il lavoro a Telepace... Però appena arrivato al potere si è dimostrato tutt’altro che Anima Candida: infatti ha subito cacciato gli amministratori della municipalizzata dell’energia che avevano come unica colpa quella di non essere di sinistra. E l’ha fatto così maldestramente che il Comune è stato condannato a risarcirli con 200.000 euro. Tanto che importa? Mica sono soldi suoi.
A proposito di soldi. Lei ama dichiararsi sempre solidale con gli immigrati. E un giorno ha confessato il perché: «So cosa vuol dire sono stato emigrante anch’io. Infatti sono stato il primo calciatore ad andare in Cina». Certo: si è dimenticato di dire che come emigrante in Cina la pagavano 40.000 dollari al mese, ma non si può avere tutto dalla vita. Ogni cosa va conquistata. Per esempio: da oggi a Verona il passo carrabile va conquistato dichiarandosi antifascisti. O bella ciao. Partigiano portami via. Ma soprattutto porta via la macchina in divieto di sosta.
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Nel riquadro Alberto Chierici, esperto di sistemi di governance dell’Intelligenza artificiale (iStock)
Alberto Chierici, nato in Italia, vive e lavora a Sydney in un istituto che studia sistemi di governance dell’Intelligenza artificiale. Come imprenditore, sta avviando una startup che si chiama Aqura (aqurastudio.com) e si propone di intercettare uno degli snodi più delicati: come far «avanzare» marchi, contenuti, idee, aziende nelle risposte dei chatbot e nella cosiddetta IA «agentica», cioè l’insieme di applicazioni che sempre più manderanno mail, comporranno agende, disporranno pagamenti, scriveranno documenti per noi.
In cosa consiste l’idea centrale di Aqura e chi c’è dietro?
«Il progetto nasce con un’amica italiana con 18 anni di esperienza in marketing e marchi globali e il nome sta per Adaptability quotient. Nelle enormi incertezze sul futuro del lavoro, una cosa è molto chiara: a tutti sarà chiesto un alto quoziente di adattabilità. A questa sigla, Aq, abbiamo aggiunto il suono della parola “cura”: vogliamo creare un servizio di marketing, automatizzato dove serve, ma dove manteniamo questo livello di “cura” perché l’IA non arriva a tutto. C’è sempre un 10% dove l’umano fa tutta la differenza».
Concretamente cosa fate?
«Prima un audit sulla visibilità online della persona o del marchio, poi suggerimenti per una strategia».
Che tipo di sforzo occorre fare per «sedurre» gli algoritmi di Chatgpt e soci?
«Ogni applicativo funziona in modo molto diverso, ma avendo algoritmi poco trasparenti si fa fatica a capire come: bisogna fondamentalmente usarli. Noi ci concentriamo su Chatgpt, Claude, Gemini, Google AI mode e Perplexity. Questi cinque citano fonti diverse e hanno motori di ricerca sottostanti diversi: l’opacità di funzionamento non permette visibilità piena ma solo valutazione dei risultati. Quello che è utile fare, quindi, è studiarli e vedere come cambia la narrazione di un marchio da sistema a sistema. A seconda di queste differenze, i contenuti vanno ottimizzati organizzandoli come risposta alla domanda che si suppone l’utente ponga ai chatbot o agli “agenti”».
Alla luce di questo, che futuro hanno motori di ricerca e i siti? Spariranno?
«Non penso. Ritengo più probabile lo sviluppo di due Internet paralleli: uno per agenti dell’IA e uno per gli utenti umani. Lo stesso sito dovrà avere sempre più una duplice fruibilità. A livello grafico e di interfaccia resteranno caratteristiche fruibili da uomini e donne, ma con un sottostante di codice invisibile all’utente ma decisivo per essere letto e utilizzato dall’IA agentica».
Può farci un esempio di come funzioni un’IA agentica?
«Ho appena sentito il racconto in prima persona di un imprenditore che stava provando Codex, un applicativo di OpenAI per scrivere in codice. Avendo necessità di assumere un manager nell’ambito Formazione e sviluppo dell’IA, ha provato a usare Codex chiedendo a questo “agente” di saltare i passaggi classici di ricerca del personale (apertura di una posizione, selezione curriculum, colloqui), trovandogli direttamente un profilo adatto alle necessità. In poco tempo ha avuto un nome e cognome, e dopo una cena questa persona è stata assunta. Credo spieghi bene quanto sarà sempre più necessario essere “raccontati” in maniera corretta e fedele online».
In che tipo di «rapporto» sono le IA con i social network? Ci sono social più utili o efficaci per “apparire” sui chatbot?
«Alcuni hanno un grado di affidabilità più alto: per esempio, Reddit è molto controllato dagli utenti rispetto al rischio di fake news. Linkedin ha incentivi a essere professionali e credibili più alti rispetto, per esempio, a Facebook. Anche Substack, dopo Wikipedia, sta emergendo come piattaforma interessante per lo “sguardo” dell’IA».
Che tipo scrittura «vince» da questo punto di vista rispetto a quella forgiata per i motori di ricerca con il Seo?
«Chi scrive deve chiedersi a che domanda risponda il suo articolo, esplicitandola nel testo. La firma deve sempre contenere una mini biografia, così si associano meglio contenuto ed esperienza dell’autore. Consiglio sempre di studiare le domande fatte dagli utenti nell’ambito di interesse. Un approccio pigro valuta le domande simulate dai LLM e modella le risposte in base a queste e non a quelle reali».
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Il ministro degli Affari Esteri canadese Anita Anand (a destra) dà il benvenuto al ministro degli Esteri cinese Wang Yi (a sinistra) prima del loro incontro a Ottawa (Ansa)
«Il rapporto economico tra Canada e Cina è significativo», ha aggiunto. Nell’occasione, ha anche asserito che il Canada punta ad aumentare le esportazioni verso la Cina del 50% entro il 2030.
Insomma, il governo di Mark Carney conferma la sua linea di progressivo avvicinamento a Pechino: una strategia con cui il premier canadese punta a controbilanciare gli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca l'anno scorso, i rapporti tra Washington e Ottawa si sono fatti particolarmente tesi (soprattutto su commercio e fentanyl).
Certo, il premier dà a intendere di voler salvaguardare il rapporto con gli Usa. Appena giovedì scorso, parlando a New York, si è infatti detto favorevole a realizzare una «nuova partnership» con Washington. Tuttavia, è chiaro come Carney stia portando avanti una linea sempre più filocinese. Non a caso, a gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e firmare contestualmente un accordo di natura commerciale.
Ottawa sa del resto bene che, nella sua volontà di rilanciare la Dottrina Monroe, Trump punta ad arginare il più possibile l’influenza cinese sull’Emisfero occidentale. Sotto questo aspetto, Carney ha quindi intenzione di rompere le uova nel paniere all’inquilino della Casa Bianca. Tuttavia, la linea del premier canadese sta creando delle fibrillazioni in politica interna. Il Partito conservatore sta infatti criticando l'eccessiva vicinanza a Pechino dell'esecutivo di Ottawa.
Insomma, non è escluso che le tensioni tra Carney e Trump possano presto riemergere. D’altronde, la riedizione della Dottrina Monroe rappresenta uno dei principali capisaldi della politica estera dell’attuale Casa Bianca, proprio perché chiama in causa la crescente competizione geopolitica e tecnologica di Washington nei confronti di Pechino.
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