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2019-09-13
«Bibbiano? Ho denunciato invano 10 anni fa»
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Sfogliare il suo libro, dieci anni dopo, fa venire i brividi. Luca Steffenoni, criminologo milanese, nel 2009 pubblicò da Chiarelettere un saggio intitolato Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Dentro, pagina dopo pagina, c'era già tutto il sistema Bibbiano. Padri accusati ingiustamente di violenze, psicologi che fanno pressione sui bambini per farli raccontare violenze inesistenti, associazioni che lucrano sugli affidi. Manco a dirlo, in quel volume compare, tra gli altri, il nome di Claudio Foti. Insomma, Steffenoni aveva già denunciato tutto. Aveva spiegato come funzionava la macchina che strappa i figli ai genitori incolpevoli, aveva messo in luce le carenze (e le colpe) della politica e della magistratura. Ma non è servito. Anzi, il criminologo ne ha ricavato belle gatte da pelare, tra cui una denuncia per diffamazione dal magistrato Pietro Forno (che, caso più unico che raro, non ottenne ragione dal tribunale).
«Le dico una cosa», sospira oggi il criminologo, «già nel 2009 quello che raccontavo non era una novità. Il sistema anti abusi si può dire sia cominciato nel 1996, quando è stata modificata la legge in materia di abusi su minori. Quello è stato il cavallo di Troia che poi ha portato alla creazione dell'attuale sistema».
Per quale motivo?
«Quella norma avrebbe potuto e dovuto essere più chiara dal punto di vista sostanziale e procedurale, ma è stata fatta in modo diciamo aleatorio. Ha lasciato grandi vuoti. E, per vari motivi, i giudici hanno riempito questi vuoti alla loro maniera».
Quindi il sistema è nato con quella legge.
«Sì, lì è nato un meccanismo che ha creato mostri, tra cui il caso Bibbiano. Il quale non solo non mi stupisce ma, stando a quello che leggo, non è nemmeno uno dei più gravi. Mi viene da dire che sia soltanto la punta dell'iceberg di un sistema ormai consolidato e molto diffuso».
Come funziona, nel dettaglio, questo sistema?
«Come ho detto, a spalancare la porta è stata la legge di cui sopra. Poi è cambiato il modo di leggere la problematica riguardante le vittime di (presunti) abusi. In pratica l'abuso è diventato l'unico reato a cui si è tolto l'onere della prova. In compenso, attorno all'argomento si sono sviluppate teorie piuttosto balzane e antiscientifiche».
Ad esempio?
«Tutti i processi sui presunti reati sui minori non si basano sulle prove ma sul sintomo di abuso. Non si verifica se ci sia stato abuso oppure no, si va a cercare il sintomo psicologico dell'abuso. Dunque è facilissimo, per i consulenti di parte e i consulenti degli stessi giudici, rintracciare sintomi di abuso ovunque, specie quando ci sono di mezzo divorzi e liti famigliari. Del resto, quale bambino non è turbato e non dà segni di disagio quando vede i genitori litigare?».
Altre teorie balzane?
«Quella secondo cui il bambino non mente mai. Potrebbe anche essere suggestiva, dal punto di vista scientifico, se però il bambino fosse davvero lasciato libero di raccontare. E invece sappiamo che non è così, che il bimbo è ultramanipolabile».
E spesso manipolato...
«Ancora. Si dice che non esiste l'alienazione parentale. Come se i genitori non lottassero l'uno contro l'altro e non cercassero di influenzare il bambino, magari tentando di convincerlo di aver subito abusi. Non è finita. Si dice per esempio che le conoscenze sessuali sono un sintomo di abuso. Da qui l'interpretazione dei disegni dei bambini».
Proprio come a Bibbiano, dove per altro i disegni sono stati modificati.
«Il bambino disegna un pene e allora vuol dire che ha subito abuso...».
Lei già nel 2009 parlava del ruolo degli psicologi in situazioni come queste.
«Sì. Il punto è che la tutela del minore è uscita dai tribunali. Sono coinvolte persone dalla dubbia preparazione scientifica, persone che contribuiscono a confermare le teorie espresse in sede processuale sugli abusi. In base a quello che dicono costoro si tolgono i figli e si condannano i presunti abusatori, che nel 90% dei casi sono i padri. Il processo per abusi è stato subappaltato all'esterno a consulenti, all'associazionismo… È una sorta di metastasi che crea disastri».
Lei citò anche i giudici. Parlò addirittura di una vera e propria scuola processuale.
«A Milano nel 1996 si è formato il primo nucleo anti abusi e sicuramente ha fatto scuola. Ha avuto molto seguito, e ha utilizzato metodi molto discutibili e discussi. Ci furono, già all'epoca, parecchie perplessità anche all'interno della magistratura, l'Unione delle camere penali più volte ha denunciato quel modo di fare processi. Poi dopo Milano vennero Torino, Bologna, Firenze... Tante realtà giudiziarie si sono mosse costruendo di fatto la normativa anti abusi, producendo anche obbrobri che definire antiscientifici è dire poco».
Di nuovo, siamo dalle parti della Val d'Enza...
«Quello che mi interessa è far capire che Bibbiano non è assolutamente un'eccezione. Sembrerò cinico, ma non mi stupisco. Ci sono davvero stati casi peggiori, come quello di Biella, con un'intera famiglia che si è suicidata. Ci sono stati casi di bambini che, una volta divenuti adulti, hanno detto di essere stati manipolati, ma i casi dei genitori accusati ingiustamente non sono nemmeno stati riaperti. E poi, su tutto, c'è il business, che è immenso».
Quindi c'è un elemento economico dietro, secondo lei.
«Sì, c'è l'elemento economico. Ma c'è anche il potere. Sia quello che si esercita sul territorio ma anche quello che si esercita a livello ideologico».
A proposito di business, quali erano le cifre nel 2009?
«Raccoglierle fu molto difficile. Le istituzioni si chiusero a riccio. Ricordo che ci fu un famoso articolo di Panorama che ruppe il silenzio. Più o meno si parlava di 35.000/40.000 bambini tolti alle famiglie, che fruttavano alle varie case famiglia circa 75 euro al giorno. Cifre oggi più che raddoppiate. Però non bisogna concentrarsi solo su quanto “frutta" un bambino al giorno».
No?
«Non solo. Bisogna considerare che questo sistema dà da lavorare a un sacco di gente. Non ci sono solo gli incassi sulle rette. Ci sono perizie, controperizie, la gestione degli spazi in cui i genitori possono vedere i figli. Ci sono tantissime figure che ruotano attorno a tutto questo».
Quando uscì il suo libro che reazioni ci furono?
«A ripensarci provo profonda amarezza. Pensavo che avessimo ancora gli anticorpi necessari a farci affrontare quello che denunciavo. E invece... Il sistema si è chiuso a riccio. Non mi ha nemmeno attaccato frontalmente, salvo il giudice che mi ha accusato di diffamazione, poi smentito dai fatti. Salvo appunto Panorama e pochi altri nessuno cercò di approfondire. Prevaleva lo stupore o il fastidio verso un argomento delicato. Si diceva: ma non è che così si fa il gioco dei pedofili? Oggi mi cercano ma ormai il danno è stato fatto. Adesso è scoppiato il bubbone di Bibbiano, scusi il gioco di parole. Ma temo che anche quello verrà messo a tacere dalla cattiva stampa e dalla cattiva politica. Perché dietro tutto questo c'è sempre la politica. Non voglio attaccare un fronte o un altro, sia chiaro. Dico che la politica ha fatto il vuoto e la magistratura lo ha riempito. Poi sono arrivati i pesci pulitori vicino al pescecane. E a questo proposito anche i cattolici dovrebbe fare una riflessione. Perché una parte dell'associazionismo di cui parlo riguarda proprio una parte del mondo cattolico».
La presidente della Onlus ricattava le donne picchiate
Funziona sempre nello stesso modo: ogni volta che esplode a livello mediatico una «emergenza umanitaria», le istituzioni muovono soldi pubblici per risolverla, ed ecco che subito arrivano associazioni, cooperative e Onlus pronte ad approfittarne. Uno dei grandi temi di questi anni, è noto, è la «violenza sulle donne». Benché le violenze effettive siano in calo, l'attenzione sul fenomeno è più alta che mai. E questo ovviamente ha prodotto i consueti effetti.
Nel 2103, i «centri antiviolenza» riservati alle donne erano 188. Alla fine del 2017 erano già 296. Le case rifugio, nello stesso periodo, sono passate da 163 a 258. Nel 2013 fu varato il «Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere», e si stabilì che alle varie strutture andassero 10 milioni di euro l'anno.
sempre più fondi
I denari disponibili, negli anni seguenti, hanno continuato ad aumentare: per il biennio 2013-2014 sono stati stanziati 18 milioni, altrettanti per il biennio 2015-2016. Nel novembre del 2017, Maria Elena Boschi annunciò uno stanziamento di 33,9 milioni per il 2018 e 34 milioni per il 2019. Risultato: già nel 2016, la Corte dei conti spiegò che i finanziamenti venivano gestiti malissimo. Francesca Puglisi, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidi, disse al Sole 24 Ore: «Alcune regioni hanno gestito le risorse molto bene, in altre sono rimaste inevase. Inoltre sono nate come funghi organizzazioni e associazioni non qualificate».
Lo ha confermato, parlando con Donna moderna, Raffaella Palladino, presidente di Di.Re - Donne in rete contro la violenza: «Ogni Regione lancia dei bandi per distribuire i finanziamenti e, purtroppo, vi partecipa chiunque. Le istituzioni non verificano la documentazione oppure si accontentano dell'autocertificazione. In questo modo ad aggiudicarsi i soldi sono anche strutture che si occupano di povertà o migranti».
Una cosa simile è accaduta in Emilia Romagna, a Riccione, con l'associazione Butterfly. La presidente, Clarissa Matrella, 35 anni, originaria di Foggia, ieri è finita agli arresti domiciliari. È accusata di truffa, estorsione e malversazione ai danni delle donne maltrattate di cui avrebbe dovuto prendersi cura. Addirittura pare che la casa in cui viveva, a Morciano di Romagna, appartenesse a una delle sue vittime.
Stando a quanto raccontano gli inquirenti, la donna avrebbe creato un sistema terrificante. La Matrella era estremamente attiva a livello pubblico. Organizzava manifestazioni, marce, eventi, corsi. Ha partecipato a incontri assieme all'assessore regionale emiliano alle Pari opportunità, Emma Petitti del Pd, ma a quanto sembra la Matrella non si faceva problemi: non aveva referenti politici precisi, cercava semplicemente di muoversi come le conveniva.
pressioni pesanti
Nel 2014 ha fondato Butterfly, che doveva servire a fornire assistenza a donne vittime di molestie, violenze e stalking. In realtà, invece di prendersi cura di loro, se ne approfittava per ottenere soldi. In tutto, sono una ventina le persone - tutte in difficoltà economiche o psicologiche - che sono finite nelle sua mani. In sostanza la Matrella proponeva a queste donne dei «servizi investigativi».
«L'indagata», dicono gli investigatori, «induceva o tentava di indurre le donne ad avvalersi di diversi servizi a pagamento [...] quali servizi di osservazione e di pedinamento, di backup dei telefoni cellulari piuttosto che collocamento di registratori sonori ovvero di periferiche ambientali». La donna sosteneva che tutte queste misure erano «fondamentali per riuscire a raccogliere quelle prove inconfutabili che sarebbero state poi decisive in fase di giudizio, ma che di fatto sono sempre risultate inconsistenti ed inutili». Non solo, secondo il gip, «molte utenti, pur avendo pagato, non visualizzavano mai gli esiti dei servizi».
In pratica, la Matrella si faceva pagare da loro per raccogliere informazioni sugli uomini che le avevano maltrattate e per fornire consigli su come condurre le cause in tribunale. Le sue vittime potevano pagare in anticipo oppure a rate, centinaia e centinaia di euro. E se non sborsavano, lei le minacciava. Sosteneva che avrebbe potuto influenzare negativamente i processi e le cause di affidamento dei figli.
Fino a che, nel 2017, una delle donne non ha deciso di sporgere querela e poi di denunciare con l'assistenza dell'avvocato Milena Montemaggi. Quando i carabinieri di Riccione hanno cominciato a indagare, sono emersi tutti gli altarini. In particolare, è saltato fuori che la Matrella aveva intascato anche denaro pubblico. Dal piccolo Comune di Cattolica ha preso circa 28.000 euro per la gestione di una casa rifugio per donne vittime di violenza. I soldi provenivano dalla Regione Emilia Romagna, ma sono stati assegnati dall'amministrazione di Cattolica (all'epoca di centrosinistra).
senza controllo
«È una vicenda incredibile e che ci lascia sorpresi», dice il sindaco di Cattolica, Mariano Gennari. «Tutto è partito con un bando uscito nel 2015, prima della mia amministrazione, per l'affidamento della casa rifugio del distretto sud. La struttura ricadeva nel nostro territorio. In quella occasione, tuttavia, il bando andò deserto e, quindi, la casa rifugio venne assegnata alla Matrella con un affidamento diretto. Nel 2017, durante il nostro mandato, venne fatto un altro bando che venne vinto da un'altra associazione».
La donna, però, ha fatto in tempo a utilizzare i denari pubblici per le proprie spese personali. Si pagava cene, passaggi dal parrucchiere e altre frivolezze. Probabilmente, se una delle sue vittime non l'avesse denunciata tutto questo sarebbe andato avanti ancora a lungo. Nessuno, a quanto pare, ha controllato, a partire dalla Regione che erogava i fondi. Alla Matrella bastava farsi bella con le istituzioni, organizzare serate e perfino corsi nelle scuole assieme a rappresentanti delle forze dell'ordine (che però non hanno esitato a fare il proprio dovere quando è stato il momento).
Per l'ennesima volta, ci troviamo davanti alla dimostrazione che la gestione all'italiana del sociale ha tanti, troppi luoghi oscuri.
Le tolgono i bimbi con l’inganno. Per il tribunale è «un atto d’aiuto»
A una mamma di Verona due giorni fa i servizi sociali hanno portato via due figli, di 8 e 5 anni. Sono arrivati di buon mattino, le hanno comunicato che era stato disposto «il collocamento dei minori in un ambiente eterofamiliare senza la madre. Se lei collabora bene, altrimenti possiamo utilizzare la forza pubblica» ha intimato l'assistente alla donna.
Terrorizzata, la signora ha comunque avuto la prontezza di registrare l'intera conversazione sul suo cellulare. «Il tribunale dice: “Spero che la mamma capisca che questo è un intervento d'aiuto"», riferisce l'operatrice, incurante di quanto possano suonare mostruose quelle parole. «Non è un aiuto. L'aiuto è dalla mamma e dal papà», cerca di interromperla inutilmente la giovane. Poi implora: «Quando vedrò i miei figli? Adesso passeranno mesi prima che mi facciano vedere i miei bambini». Uno spezzone di questo angosciante colloquio è stato mandato in onda due sere fa, durante la trasmissione Mediaset Fuori dal coro di Mario Giordano, in prima serata su Rete 4. Si era tornato a parlare di ladri di bambini, di come il silenzio su Bibbiano non ci dia pace anche se «la voce del coro dice che se ne parla troppo».
Pure a Verona il sistema degli affidi fa pensare a un altro caso «Angeli e demoni», lo sta verificando la Procura scaligera che ha avviato un'inchiesta dopo la denuncia di un'ex dirigente dell'Usl locale che parlava di «dieci casi di allontanamento dei bambini dai propri genitori, privi di motivazioni corrette» e di altri episodi riportati da colleghi.
Alla Verità pochi giorni fa un'operatrice scaligera aveva raccontato come il target preferito, per strappare i bambini alle loro famiglie naturali ricorrendo a escamotage illeciti, siano le «famiglie particolarmente disagiate, generalmente non radicate nel territorio, che hanno delle difficoltà dal punto di vista sociale, economico e culturale». Aggiungeva: «Generalmente è la madre la parte debole. Di solito viene in qualche modo giudicata dai servizi sociali».
La giovane mamma, rintracciata e intervistata da Tommaso Mattei di Mediaset, è proprio la conferma di un simile modus operandi. La signora vive in una casa di proprietà, ha un compagno ma non smette di scontare la «colpa» di essere nata in una famiglia problematica, come amano definirla i servizi sociali. Nessuna storia di droga, di delinquenza, di orrori nascosti tra le mura domestiche. Il padre era morto quando lei aveva solo 11 anni, la mamma aveva problemi di cuore ma aveva sempre lavorato e mantenuto la ragazzina e l'altro figlio, cerebroleso. La ragazza era ancora minorenne quando rimase incinta del primo figlio e il suo compagno perse la vita in un incidente, sei giorni prima che nascesse il bimbo. Una disgrazia, una vita iniziata presto tra difficoltà. Gli operatori sociali non la mollano nemmeno quando si trova un altro compagno e mette al mondo il secondo figlio.
Due giorni fa le hanno portato via i piccoli, proprio come fanno i ladri di bambini. A Tommaso Mattei la giovane donna ha spiegato che l'accusano di maltrattarli. «Ai miei figli non riesco a dare uno schiaffo», prova a dire con un filo di voce. La sua testimonianza a Fuori dal coro è interrotta dalle lacrime, irrefrenabili. Sullo schermo compare la lettera di una professionista veronese che ha consegnato a Mattei la prima delle sue pesantissime accuse al sistema degli affidi nella città in riva all'Adige.
Sistema che lei stessa definisce nella prima riga: «Non è Bibbiano. È un modello di lavoro anche peggiore». Spiega di aver lasciato il lavoro «sbattendo la porta, perché non riuscivo più a dormirci di notte». Nel suo lavoro «il benessere dell'utente non interessa a nessuno, ci parlano di procedure, di spese pro capite ma si passa come tir sulla disperazione delle persone». Anche la professionista punta il dito contro un'assistenza sociale che invece di aiutare prende di mira i più bisognosi. «I più deboli», scrive, «sono sempre le solite fasce meno abbienti e quasi sempre le donne, donne picchiate, violentate, madri abbandonate, senza lavoro a cui la società non riconosce nessun diritto e non offre nulla, quasi. Anzi spesso strappano loro i figli perché non sono all'altezza, troppo accudenti, troppo assenti, troppo sole, troppo povere».
La giovane mamma veronese, alla quale i servizi hanno rubato i bambini, forse aveva solo bisogno di essere sostenuta, confortata, accompagnata nel suo percorso di donna e di madre. «Che senso hanno i servizi sociosanitari se non aiutano le famiglie a superare il disagio ma si limitano a giudicare?», coglie nel segno l'ex operatrice. Dice di tormentarsi, pensando a quello che avrebbe potuto fare «ma in realtà dovevo gestire responsabilità firmando decisioni - che non avevo preso e non condividevo - di affido in comunità private dove “carcerieri" senza pietà sono attenti solo a far rispettare le regole, per un'azienda sempre in attivo». Dopo l'indifferenza, la mancanza di umanità nel gestire l'affido di minori, ecco la questione «soldi», il vergognoso filo rosso che accomuna le vicende «Angeli e demoni» presunte o accertate.
Nel finale della lettera c'è un preciso riferimento a «giudizi frettolosi e superficiali di chi con questo lavoro guadagna 3.500/ 4.000 euro a perizia e quindi ne accetta e ne sollecita tante, scambiandosi con pochi buoni colleghi il ruolo di consulente di parte, come si fa tra amici al bar e si decide ogni volta chi deve pagare. Qui pagano le famiglie più deboli e soprattutto i bambini che non vengono mai ascoltati».
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Il criminologo milanese Luca Steffenoni nel 2009 scrisse un libro in cui mostrava gli orrori dei finti abusi e spiegava le storture del sistema di gestione dei minori. Citava anche i protagonisti dell'attuale inchiesta. Ma non fu ascoltato: «E oggi ci ritroviamo i mostri».Invece di prendersi cura delle poverette maltrattate, la presidente della Onlus le truffava estorcendo denaro. Se non pagavano, le minacciava. Ha incassato pure soldi dall'Emilia Romagna.A «Fuori dal coro», su Rete 4, l'assurda storia di una madre di Verona a cui sono stati sottratti i figli. La testimonianza di una operatrice scaligera: «Qui funziona anche peggio che in Val d'Enza».Lo speciale contiene tre articoli.Sfogliare il suo libro, dieci anni dopo, fa venire i brividi. Luca Steffenoni, criminologo milanese, nel 2009 pubblicò da Chiarelettere un saggio intitolato Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Dentro, pagina dopo pagina, c'era già tutto il sistema Bibbiano. Padri accusati ingiustamente di violenze, psicologi che fanno pressione sui bambini per farli raccontare violenze inesistenti, associazioni che lucrano sugli affidi. Manco a dirlo, in quel volume compare, tra gli altri, il nome di Claudio Foti. Insomma, Steffenoni aveva già denunciato tutto. Aveva spiegato come funzionava la macchina che strappa i figli ai genitori incolpevoli, aveva messo in luce le carenze (e le colpe) della politica e della magistratura. Ma non è servito. Anzi, il criminologo ne ha ricavato belle gatte da pelare, tra cui una denuncia per diffamazione dal magistrato Pietro Forno (che, caso più unico che raro, non ottenne ragione dal tribunale).«Le dico una cosa», sospira oggi il criminologo, «già nel 2009 quello che raccontavo non era una novità. Il sistema anti abusi si può dire sia cominciato nel 1996, quando è stata modificata la legge in materia di abusi su minori. Quello è stato il cavallo di Troia che poi ha portato alla creazione dell'attuale sistema». Per quale motivo? «Quella norma avrebbe potuto e dovuto essere più chiara dal punto di vista sostanziale e procedurale, ma è stata fatta in modo diciamo aleatorio. Ha lasciato grandi vuoti. E, per vari motivi, i giudici hanno riempito questi vuoti alla loro maniera». Quindi il sistema è nato con quella legge. «Sì, lì è nato un meccanismo che ha creato mostri, tra cui il caso Bibbiano. Il quale non solo non mi stupisce ma, stando a quello che leggo, non è nemmeno uno dei più gravi. Mi viene da dire che sia soltanto la punta dell'iceberg di un sistema ormai consolidato e molto diffuso». Come funziona, nel dettaglio, questo sistema?«Come ho detto, a spalancare la porta è stata la legge di cui sopra. Poi è cambiato il modo di leggere la problematica riguardante le vittime di (presunti) abusi. In pratica l'abuso è diventato l'unico reato a cui si è tolto l'onere della prova. In compenso, attorno all'argomento si sono sviluppate teorie piuttosto balzane e antiscientifiche». Ad esempio?«Tutti i processi sui presunti reati sui minori non si basano sulle prove ma sul sintomo di abuso. Non si verifica se ci sia stato abuso oppure no, si va a cercare il sintomo psicologico dell'abuso. Dunque è facilissimo, per i consulenti di parte e i consulenti degli stessi giudici, rintracciare sintomi di abuso ovunque, specie quando ci sono di mezzo divorzi e liti famigliari. Del resto, quale bambino non è turbato e non dà segni di disagio quando vede i genitori litigare?». Altre teorie balzane?«Quella secondo cui il bambino non mente mai. Potrebbe anche essere suggestiva, dal punto di vista scientifico, se però il bambino fosse davvero lasciato libero di raccontare. E invece sappiamo che non è così, che il bimbo è ultramanipolabile». E spesso manipolato...«Ancora. Si dice che non esiste l'alienazione parentale. Come se i genitori non lottassero l'uno contro l'altro e non cercassero di influenzare il bambino, magari tentando di convincerlo di aver subito abusi. Non è finita. Si dice per esempio che le conoscenze sessuali sono un sintomo di abuso. Da qui l'interpretazione dei disegni dei bambini». Proprio come a Bibbiano, dove per altro i disegni sono stati modificati. «Il bambino disegna un pene e allora vuol dire che ha subito abuso...». Lei già nel 2009 parlava del ruolo degli psicologi in situazioni come queste. «Sì. Il punto è che la tutela del minore è uscita dai tribunali. Sono coinvolte persone dalla dubbia preparazione scientifica, persone che contribuiscono a confermare le teorie espresse in sede processuale sugli abusi. In base a quello che dicono costoro si tolgono i figli e si condannano i presunti abusatori, che nel 90% dei casi sono i padri. Il processo per abusi è stato subappaltato all'esterno a consulenti, all'associazionismo… È una sorta di metastasi che crea disastri». Lei citò anche i giudici. Parlò addirittura di una vera e propria scuola processuale. «A Milano nel 1996 si è formato il primo nucleo anti abusi e sicuramente ha fatto scuola. Ha avuto molto seguito, e ha utilizzato metodi molto discutibili e discussi. Ci furono, già all'epoca, parecchie perplessità anche all'interno della magistratura, l'Unione delle camere penali più volte ha denunciato quel modo di fare processi. Poi dopo Milano vennero Torino, Bologna, Firenze... Tante realtà giudiziarie si sono mosse costruendo di fatto la normativa anti abusi, producendo anche obbrobri che definire antiscientifici è dire poco». Di nuovo, siamo dalle parti della Val d'Enza...«Quello che mi interessa è far capire che Bibbiano non è assolutamente un'eccezione. Sembrerò cinico, ma non mi stupisco. Ci sono davvero stati casi peggiori, come quello di Biella, con un'intera famiglia che si è suicidata. Ci sono stati casi di bambini che, una volta divenuti adulti, hanno detto di essere stati manipolati, ma i casi dei genitori accusati ingiustamente non sono nemmeno stati riaperti. E poi, su tutto, c'è il business, che è immenso». Quindi c'è un elemento economico dietro, secondo lei. «Sì, c'è l'elemento economico. Ma c'è anche il potere. Sia quello che si esercita sul territorio ma anche quello che si esercita a livello ideologico». A proposito di business, quali erano le cifre nel 2009?«Raccoglierle fu molto difficile. Le istituzioni si chiusero a riccio. Ricordo che ci fu un famoso articolo di Panorama che ruppe il silenzio. Più o meno si parlava di 35.000/40.000 bambini tolti alle famiglie, che fruttavano alle varie case famiglia circa 75 euro al giorno. Cifre oggi più che raddoppiate. Però non bisogna concentrarsi solo su quanto “frutta" un bambino al giorno». No?«Non solo. Bisogna considerare che questo sistema dà da lavorare a un sacco di gente. Non ci sono solo gli incassi sulle rette. Ci sono perizie, controperizie, la gestione degli spazi in cui i genitori possono vedere i figli. Ci sono tantissime figure che ruotano attorno a tutto questo». Quando uscì il suo libro che reazioni ci furono?«A ripensarci provo profonda amarezza. Pensavo che avessimo ancora gli anticorpi necessari a farci affrontare quello che denunciavo. E invece... Il sistema si è chiuso a riccio. Non mi ha nemmeno attaccato frontalmente, salvo il giudice che mi ha accusato di diffamazione, poi smentito dai fatti. Salvo appunto Panorama e pochi altri nessuno cercò di approfondire. Prevaleva lo stupore o il fastidio verso un argomento delicato. Si diceva: ma non è che così si fa il gioco dei pedofili? Oggi mi cercano ma ormai il danno è stato fatto. Adesso è scoppiato il bubbone di Bibbiano, scusi il gioco di parole. Ma temo che anche quello verrà messo a tacere dalla cattiva stampa e dalla cattiva politica. Perché dietro tutto questo c'è sempre la politica. Non voglio attaccare un fronte o un altro, sia chiaro. Dico che la politica ha fatto il vuoto e la magistratura lo ha riempito. Poi sono arrivati i pesci pulitori vicino al pescecane. E a questo proposito anche i cattolici dovrebbe fare una riflessione. Perché una parte dell'associazionismo di cui parlo riguarda proprio una parte del mondo cattolico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibbiano-ho-denunciato-invano-10-anni-fa-2640325692.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-presidente-della-onlus-ricattava-le-donne-picchiate" data-post-id="2640325692" data-published-at="1777826333" data-use-pagination="False"> La presidente della Onlus ricattava le donne picchiate Funziona sempre nello stesso modo: ogni volta che esplode a livello mediatico una «emergenza umanitaria», le istituzioni muovono soldi pubblici per risolverla, ed ecco che subito arrivano associazioni, cooperative e Onlus pronte ad approfittarne. Uno dei grandi temi di questi anni, è noto, è la «violenza sulle donne». Benché le violenze effettive siano in calo, l'attenzione sul fenomeno è più alta che mai. E questo ovviamente ha prodotto i consueti effetti. Nel 2103, i «centri antiviolenza» riservati alle donne erano 188. Alla fine del 2017 erano già 296. Le case rifugio, nello stesso periodo, sono passate da 163 a 258. Nel 2013 fu varato il «Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere», e si stabilì che alle varie strutture andassero 10 milioni di euro l'anno. sempre più fondi I denari disponibili, negli anni seguenti, hanno continuato ad aumentare: per il biennio 2013-2014 sono stati stanziati 18 milioni, altrettanti per il biennio 2015-2016. Nel novembre del 2017, Maria Elena Boschi annunciò uno stanziamento di 33,9 milioni per il 2018 e 34 milioni per il 2019. Risultato: già nel 2016, la Corte dei conti spiegò che i finanziamenti venivano gestiti malissimo. Francesca Puglisi, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidi, disse al Sole 24 Ore: «Alcune regioni hanno gestito le risorse molto bene, in altre sono rimaste inevase. Inoltre sono nate come funghi organizzazioni e associazioni non qualificate». Lo ha confermato, parlando con Donna moderna, Raffaella Palladino, presidente di Di.Re - Donne in rete contro la violenza: «Ogni Regione lancia dei bandi per distribuire i finanziamenti e, purtroppo, vi partecipa chiunque. Le istituzioni non verificano la documentazione oppure si accontentano dell'autocertificazione. In questo modo ad aggiudicarsi i soldi sono anche strutture che si occupano di povertà o migranti». Una cosa simile è accaduta in Emilia Romagna, a Riccione, con l'associazione Butterfly. La presidente, Clarissa Matrella, 35 anni, originaria di Foggia, ieri è finita agli arresti domiciliari. È accusata di truffa, estorsione e malversazione ai danni delle donne maltrattate di cui avrebbe dovuto prendersi cura. Addirittura pare che la casa in cui viveva, a Morciano di Romagna, appartenesse a una delle sue vittime. Stando a quanto raccontano gli inquirenti, la donna avrebbe creato un sistema terrificante. La Matrella era estremamente attiva a livello pubblico. Organizzava manifestazioni, marce, eventi, corsi. Ha partecipato a incontri assieme all'assessore regionale emiliano alle Pari opportunità, Emma Petitti del Pd, ma a quanto sembra la Matrella non si faceva problemi: non aveva referenti politici precisi, cercava semplicemente di muoversi come le conveniva. pressioni pesanti Nel 2014 ha fondato Butterfly, che doveva servire a fornire assistenza a donne vittime di molestie, violenze e stalking. In realtà, invece di prendersi cura di loro, se ne approfittava per ottenere soldi. In tutto, sono una ventina le persone - tutte in difficoltà economiche o psicologiche - che sono finite nelle sua mani. In sostanza la Matrella proponeva a queste donne dei «servizi investigativi». «L'indagata», dicono gli investigatori, «induceva o tentava di indurre le donne ad avvalersi di diversi servizi a pagamento [...] quali servizi di osservazione e di pedinamento, di backup dei telefoni cellulari piuttosto che collocamento di registratori sonori ovvero di periferiche ambientali». La donna sosteneva che tutte queste misure erano «fondamentali per riuscire a raccogliere quelle prove inconfutabili che sarebbero state poi decisive in fase di giudizio, ma che di fatto sono sempre risultate inconsistenti ed inutili». Non solo, secondo il gip, «molte utenti, pur avendo pagato, non visualizzavano mai gli esiti dei servizi». In pratica, la Matrella si faceva pagare da loro per raccogliere informazioni sugli uomini che le avevano maltrattate e per fornire consigli su come condurre le cause in tribunale. Le sue vittime potevano pagare in anticipo oppure a rate, centinaia e centinaia di euro. E se non sborsavano, lei le minacciava. Sosteneva che avrebbe potuto influenzare negativamente i processi e le cause di affidamento dei figli. Fino a che, nel 2017, una delle donne non ha deciso di sporgere querela e poi di denunciare con l'assistenza dell'avvocato Milena Montemaggi. Quando i carabinieri di Riccione hanno cominciato a indagare, sono emersi tutti gli altarini. In particolare, è saltato fuori che la Matrella aveva intascato anche denaro pubblico. Dal piccolo Comune di Cattolica ha preso circa 28.000 euro per la gestione di una casa rifugio per donne vittime di violenza. I soldi provenivano dalla Regione Emilia Romagna, ma sono stati assegnati dall'amministrazione di Cattolica (all'epoca di centrosinistra). senza controllo «È una vicenda incredibile e che ci lascia sorpresi», dice il sindaco di Cattolica, Mariano Gennari. «Tutto è partito con un bando uscito nel 2015, prima della mia amministrazione, per l'affidamento della casa rifugio del distretto sud. La struttura ricadeva nel nostro territorio. In quella occasione, tuttavia, il bando andò deserto e, quindi, la casa rifugio venne assegnata alla Matrella con un affidamento diretto. Nel 2017, durante il nostro mandato, venne fatto un altro bando che venne vinto da un'altra associazione». La donna, però, ha fatto in tempo a utilizzare i denari pubblici per le proprie spese personali. Si pagava cene, passaggi dal parrucchiere e altre frivolezze. Probabilmente, se una delle sue vittime non l'avesse denunciata tutto questo sarebbe andato avanti ancora a lungo. Nessuno, a quanto pare, ha controllato, a partire dalla Regione che erogava i fondi. Alla Matrella bastava farsi bella con le istituzioni, organizzare serate e perfino corsi nelle scuole assieme a rappresentanti delle forze dell'ordine (che però non hanno esitato a fare il proprio dovere quando è stato il momento). Per l'ennesima volta, ci troviamo davanti alla dimostrazione che la gestione all'italiana del sociale ha tanti, troppi luoghi oscuri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibbiano-ho-denunciato-invano-10-anni-fa-2640325692.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-tolgono-i-bimbi-con-linganno-per-il-tribunale-e-un-atto-daiuto" data-post-id="2640325692" data-published-at="1777826333" data-use-pagination="False"> Le tolgono i bimbi con l’inganno. Per il tribunale è «un atto d’aiuto» A una mamma di Verona due giorni fa i servizi sociali hanno portato via due figli, di 8 e 5 anni. Sono arrivati di buon mattino, le hanno comunicato che era stato disposto «il collocamento dei minori in un ambiente eterofamiliare senza la madre. Se lei collabora bene, altrimenti possiamo utilizzare la forza pubblica» ha intimato l'assistente alla donna. Terrorizzata, la signora ha comunque avuto la prontezza di registrare l'intera conversazione sul suo cellulare. «Il tribunale dice: “Spero che la mamma capisca che questo è un intervento d'aiuto"», riferisce l'operatrice, incurante di quanto possano suonare mostruose quelle parole. «Non è un aiuto. L'aiuto è dalla mamma e dal papà», cerca di interromperla inutilmente la giovane. Poi implora: «Quando vedrò i miei figli? Adesso passeranno mesi prima che mi facciano vedere i miei bambini». Uno spezzone di questo angosciante colloquio è stato mandato in onda due sere fa, durante la trasmissione Mediaset Fuori dal coro di Mario Giordano, in prima serata su Rete 4. Si era tornato a parlare di ladri di bambini, di come il silenzio su Bibbiano non ci dia pace anche se «la voce del coro dice che se ne parla troppo». Pure a Verona il sistema degli affidi fa pensare a un altro caso «Angeli e demoni», lo sta verificando la Procura scaligera che ha avviato un'inchiesta dopo la denuncia di un'ex dirigente dell'Usl locale che parlava di «dieci casi di allontanamento dei bambini dai propri genitori, privi di motivazioni corrette» e di altri episodi riportati da colleghi. Alla Verità pochi giorni fa un'operatrice scaligera aveva raccontato come il target preferito, per strappare i bambini alle loro famiglie naturali ricorrendo a escamotage illeciti, siano le «famiglie particolarmente disagiate, generalmente non radicate nel territorio, che hanno delle difficoltà dal punto di vista sociale, economico e culturale». Aggiungeva: «Generalmente è la madre la parte debole. Di solito viene in qualche modo giudicata dai servizi sociali». La giovane mamma, rintracciata e intervistata da Tommaso Mattei di Mediaset, è proprio la conferma di un simile modus operandi. La signora vive in una casa di proprietà, ha un compagno ma non smette di scontare la «colpa» di essere nata in una famiglia problematica, come amano definirla i servizi sociali. Nessuna storia di droga, di delinquenza, di orrori nascosti tra le mura domestiche. Il padre era morto quando lei aveva solo 11 anni, la mamma aveva problemi di cuore ma aveva sempre lavorato e mantenuto la ragazzina e l'altro figlio, cerebroleso. La ragazza era ancora minorenne quando rimase incinta del primo figlio e il suo compagno perse la vita in un incidente, sei giorni prima che nascesse il bimbo. Una disgrazia, una vita iniziata presto tra difficoltà. Gli operatori sociali non la mollano nemmeno quando si trova un altro compagno e mette al mondo il secondo figlio. Due giorni fa le hanno portato via i piccoli, proprio come fanno i ladri di bambini. A Tommaso Mattei la giovane donna ha spiegato che l'accusano di maltrattarli. «Ai miei figli non riesco a dare uno schiaffo», prova a dire con un filo di voce. La sua testimonianza a Fuori dal coro è interrotta dalle lacrime, irrefrenabili. Sullo schermo compare la lettera di una professionista veronese che ha consegnato a Mattei la prima delle sue pesantissime accuse al sistema degli affidi nella città in riva all'Adige. Sistema che lei stessa definisce nella prima riga: «Non è Bibbiano. È un modello di lavoro anche peggiore». Spiega di aver lasciato il lavoro «sbattendo la porta, perché non riuscivo più a dormirci di notte». Nel suo lavoro «il benessere dell'utente non interessa a nessuno, ci parlano di procedure, di spese pro capite ma si passa come tir sulla disperazione delle persone». Anche la professionista punta il dito contro un'assistenza sociale che invece di aiutare prende di mira i più bisognosi. «I più deboli», scrive, «sono sempre le solite fasce meno abbienti e quasi sempre le donne, donne picchiate, violentate, madri abbandonate, senza lavoro a cui la società non riconosce nessun diritto e non offre nulla, quasi. Anzi spesso strappano loro i figli perché non sono all'altezza, troppo accudenti, troppo assenti, troppo sole, troppo povere». La giovane mamma veronese, alla quale i servizi hanno rubato i bambini, forse aveva solo bisogno di essere sostenuta, confortata, accompagnata nel suo percorso di donna e di madre. «Che senso hanno i servizi sociosanitari se non aiutano le famiglie a superare il disagio ma si limitano a giudicare?», coglie nel segno l'ex operatrice. Dice di tormentarsi, pensando a quello che avrebbe potuto fare «ma in realtà dovevo gestire responsabilità firmando decisioni - che non avevo preso e non condividevo - di affido in comunità private dove “carcerieri" senza pietà sono attenti solo a far rispettare le regole, per un'azienda sempre in attivo». Dopo l'indifferenza, la mancanza di umanità nel gestire l'affido di minori, ecco la questione «soldi», il vergognoso filo rosso che accomuna le vicende «Angeli e demoni» presunte o accertate. Nel finale della lettera c'è un preciso riferimento a «giudizi frettolosi e superficiali di chi con questo lavoro guadagna 3.500/ 4.000 euro a perizia e quindi ne accetta e ne sollecita tante, scambiandosi con pochi buoni colleghi il ruolo di consulente di parte, come si fa tra amici al bar e si decide ogni volta chi deve pagare. Qui pagano le famiglie più deboli e soprattutto i bambini che non vengono mai ascoltati».
Puntelliamo i numeri e guardiamoli in grafica: il colpo d’occhio dice già tutto. Nel 2023 ne arrivano 157.651: sarà il numero più alto sotto questo esecutivo, che arriva sul trend crescente dei governi Conte 2 e Draghi. Il governo 5 stelle-Pd e sinistra varia - fatto salvo ovviamente il periodo del Covid quando tutto il mondo era bloccato - registra 34.154 sbarchi, che quasi raddoppieranno dodici mesi dopo (67.477 nel 2021) e lieviteranno nel 2022 (105.131) nel periodo del governo Draghi, sempre con l’ex prefetto Luciana Lamorgese al Viminale. Cambio di governo e al timone dell’Interno debutta Matteo Piantedosi, già capo di gabinetto di Matteo Salvini nel governo gialloverde del 2018: questo fatto non è un dato secondario perché è proprio in quell’anno che il decisionismo politico del leghista e la preparazione del suo braccio operativo fissano il numero record di sbarchi minimi: 11.471.
Piantedosi, quindi, sa come invertire la macchina del controllo e si mette immediatamente pancia a terra; la ricetta funziona, il trend dopo il primo anno cambia segnale e curva (come evidenzia anche il grafico), portando il dato degli sbarchi nel 2024 a 66.617 e nel 2025 a 66.316. Nei primi mesi del 2026 siamo a 8.304. Insomma, numeri importanti che confermano che quando il centrodestra governa il Viminale le cose funzionano (includo l’esperienza coi 5 stelle). Guardate il grafico e soffermatevi sugli anni del governo Renzi; tanto basta per farsi prendere un colpo: 170.100 sbarchi nel 2014; 153.842 nel 2015; 181.436 nel 2016. Come mai?
Una delle risposte è che l’attuale leader di Italia viva aveva preso tutti i soldi possibili dall’Europa per le politiche di accoglienza (anche se poi, anche con quella riserva di cassa, costruì il mito degli 80 euro), portando così sul nostro Paese il record di migranti e l’esigenza di hotspot. La solfa cambia - va ammesso - con Marco Minniti ministro dell’Interno del governo Gentiloni: 119.369 nel 2017 e 23.370 nel 2018, anno della staffetta Minniti/Salvini, il quale - attraverso Piantedosi - non disperde il lavoro del predecessore, anzi lo valorizza al contrario di quel che fecero il centrosinistra che arrivò a scaricare Minniti per essere troppo duro.
Il grafico poi dice altro. Se sulle ordinate sono sistemati i numeri relativi agli sbarchi, sulle ascisse ci sono i numeri dei rimpatri e le percentuali relative ai rimpatri rispetto agli sbarchi. Anche qui vediamo che le performance del governo Meloni sono assolutamente positive, tanto più rispetto alle esperienze passate. Vediamole nello specifico, ricordando che il primo anno dell’esecutivo Meloni risente del trend del Conte II e del Draghi. Partiamo nel 2023 con 4.796 rimpatri nel primo anno e una percentuale rimpatri/sbarchi del 3% e arriviamo nell’anno in corso (dati fino al 26 aprile) con 2.687 rimpatri e una percentuale del 32,4%.
Chi analizza i dati rivedrà dati pessimi nel governo Renzi, dati ottimi nel gialloverde con Salvini ministro e Piantedosi capo di gabinetto, con il famoso pugno di ferro sugli sbarchi anche verso le Ong - nel pieno rispetto della legalità come stabilito dagli stessi giudici - sufficiente per tenere alla larga i barconi, cioè i trafficanti di morte. Questo passaggio è fondamentale per il secondo punto del nostro ragionamento.
Contenere gli sbarchi e tenere ben in funzione la macchina dei rimpatri serve per ridurre le tragedie in mare e quindi i morti nel Mediterraneo. Sono ancora una volta i dati a darci una indicazione: proporzionalmente, con la diminuzione degli sbarchi, abbiamo una riduzione sensibile dei morti e dei dispersi. E infatti negli ultimi tre anni (quello in corso non viene riportato) abbiamo 2.526 morti su 157.651 sbarchi nel 2023; 1.810 morti su 66.617 sbarchi nel 2024; 1.330 morti su 66.316 nel 2025. Questi numeri ci consentono alcune riflessioni politiche: insistere nel contrasto alla immigrazione irregolare è un duro colpo per i trafficanti di esseri umani che scorrazzano nel Mediterraneo, pertanto, quando capiscono che le maglie si restringono, cercano nuove rotte.
Lo stesso contrasto è anche la leva giusta per salvare vite umane proprio per la restrizione del bacino dei partenti; questo va detto perché negli anni in cui le Ong si sentivano libere di interpretare la loro missione, i mercanti di esseri umani incrementavano il loro business, gli sbarchi aumentavano e, purtroppo, le tragedie erano più frequenti. Le politiche migratorie non le fanno le Ong ma i governi.
I numeri sono favorevoli al governo Meloni e all’azione di PIantedosi tanto che. se la magistratura non si fosse messa di traverso sul centro in Albania, oggi avremmo una condizione ancor migliore. L’avvocato della Corte Ue si è recentemente espresso sui centri riconoscendo al governo italiano lo spazio di agibilità politica, come a dire che quei siti non confliggono con le normative europee: intanto, certe azioni della magistratura hanno rallentato le azioni di contrasto. Ora speriamo che la decisione della Corte Ue arrivi presto e stabilisca una linea giurisprudenziale anche in Italia.
Infine, un ultimo aspetto: non capisco perché il governo Meloni non sia in grado di comunicare i risultati del contrasto all’immigrazione e si faccia soffocare dalle opposizioni. Sembra che siano campioni dell’annuncio e poi l’entusiasmo si spenga quando l’obiettivo è centrato.
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Peter Thiel (Ansa )
Peter Thiel è probabilmente la figura più rilevante nel mondo tecnologico emersa fra i due millenni. È importante non tanto per le aziende che ha creato o finanziato, ma per la sua elaborazione intellettuale attorno ai precetti che gravitano nella Silicon Valley e alla forma politica che hanno preso, rivoltandosi contro l’ortodossia liberale. Thiel è stato fra i primi, in un mondo dominato dal progressismo di sinistra tendenzialmente ateo, a intuire che la storia andava verso l’autocombustione della democrazia liberale, suscitando nel popolo nuove domande d’identità e ricerca di senso. Quesiti esistenziali a cui l’ideologia dei diritti e dei mercati non era in grado di rispondere.
[…] Thiel è un esemplare filosofico e ideologico difficile da categorizzare. È un libertario cresciuto sotto la stella di Ayn Rand e nutrito dall’avversione per il centralismo statalista, un futurologo accelerazionista avvinto dalle infinite possibilità dell’individuo, un transumanista che guarda oltre ai limiti della biologia umana, un evangelico gay non convenzionale che ha ridato cittadinanza al discorso cristiano nei circoli della tecnologia, un animatore del Club Bilderberg, il centro di tutti i complotti globalisti, e un profeta del «momento straussiano», il punto in cui si è manifestato il lato oscuro delle strutture di sicurezza nate in seno al nuovo ordine mondiale emerso dopo la fine della Guerra fredda.
[…] Gli eventi sconvolgenti del tempo che ha vissuto da protagonista hanno scosso e modificato il suo impianto di convinzioni. Gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, le disastrose guerre che vi hanno fatto seguito, la crisi finanziaria del 2008, la nascita dello smartphone, la rivoluzione dei social, il cambiamento della percezione della Silicon Valley, l’emergere delle criptovalute, la pandemia di Covid-19, la crisi degli oppiacei, il disfacimento del nuovo ordine mondiale simbolicamente sancito dall’invasione su larga scala dell’Ucraina e infine le promesse dell’intelligenza artificiale hanno cambiato la sua visione, allontanandolo dal convenzionale ottimismo libertario delle origini per aprirsi a prospettive più oscure e mistiche.
pensiero e azioni
Spesso gli osservatori tendono a separare l’imprenditore dal predicatore, il cinico uomo d’affari che punta al fatturato dall’intellettuale che si esprime sulle grandi questioni filosofiche, dall’ontologia platonica alla fine dei tempi, come se convivessero in lui due anime separate. Se è vero che con il passare degli anni si è concentrato sempre di più sulla dissertazione, Thiel esprime e diffonde le sue posizioni intellettuali innanzitutto attraverso le aziende che ha fondato, che guida o nelle quali investe. PayPal nasce come sistema di pagamento alternativo ai circuiti del credito per la protezione dei dati sensibili e la garanzia della riservatezza, una preoccupazione libertaria di fronte a sistemi informativi sempre più invadenti. Palantir è invece l’output aziendale di una lettura esoterica di Leo Strauss. Thiel fonda l’azienda, assieme a un gruppo di investitori e alleati, proprio mentre lavora al testo, che diventerà poi un libro, sul «momento straussiano» che si è materializzato negli attacchi dell’11 settembre. Gli attentati terroristici hanno scatenato una forsennata corsa per la raccolta di informazioni per trovare i responsabili e garantire la sicurezza nazionale, mostrando il valore e il pericolo della raccolta di informazioni riservate e segrete. Thiel si poggia sulla considerazione straussiana che «anche nel più liberale o aperto dei regimi esistono alcune verità profondamente problematiche», e queste verità hanno a che fare con l’uso della violenza da parte dello Stato, con l’abuso di informazioni riservate e la torsione dello stato di diritto per sorvegliare il popolo e fare azioni clandestine. […] Gli osservatori più acuti hanno sempre saputo che quest’anima nera era lì, adagiata sorniona tra le pieghe di un sogno sorridente fatto di prosperità e diritti, ma sono stati abbastanza saggi da non parlarne apertamente. Hanno consapevolmente taciuto il reale costo della pax americana.
rispunta calasso
Il principale strumento per la creazione di uno Stato potente, secondo Strauss, è lo spionaggio, l’attività di raccolta, elaborazione e utilizzo delle informazioni senza la quale «una società giusta non può sopravvivere». Thiel cita Roberto Calasso ne La rovina di Kasch: «Di ciò che è avvenuto fra il 1945 e oggi due storie parallele si possono scrivere: quella degli storici, con tutto il suo macchinoso apparato di parametri, fra cifre, masse, partiti, movimenti, negoziati, produzioni; e quella dei servizi segreti, punteggiata di assassinii, trappole, tradimenti, attentati, mistificazioni, partite di armi. Sappiamo che l’una e l’altra sono insufficienti, che l’una e l’altra pretendono di essere autosufficienti, che non potrebbero mai neppure tradursi l’una nell’altra, che continueranno la loro vita parallela. Ma non è forse stato sempre così...?».
C’è dunque una storia emersa, pubblica, il luogo di accordi e compromessi, dove agiscono gli angeli migliori della natura umana; e c’è poi una storia sommersa, segnata dal conflitto e dalla violenza, dove si esprime quella bestialità latente nella natura umana che la modernità si era illusa di avere domato. Una è apollinea, l’altra dionisiaca, per riprendere il vocabolario di Nietzsche, che ha avuto un’influenza enorme sul pensiero del giovane Strauss. Una è rappresentata politicamente dall’Onu, con la sua burocratica rete di procedure e inconcludenze, l’altra è incarnata da Echelon, la rete segreta di coordinamento dei servizi segreti globali.
Questa lettura si appoggia su una visione antropologica premoderna. Lo Strauss citato da Thiel critica l’illuminismo perché ha creduto di avere superato il problema della natura umana, che grazie alla razionalità, alla scienza, alla delega all’autorità e alla liberazione dalle antiche credenze si è emancipata dal suo fondo pericoloso e violento. La modernità si presenta innanzitutto come il momento in cui l’umanità mette al centro un soggetto razionale e orientato alla massimizzazione del proprio interesse. Liberalismo e marxismo divergono sulla dottrina economica da seguire, ma entrambi mettono al centro dei loro progetti un Homo oeconomicus, figlio della modernità che si pensa liberata dalle pulsioni più oscure e irrazionali, proprie dell’antico e del medievale. Credere di aver risolto così il problema umano è un gravissimo errore, secondo Strauss. Palantir è perciò un’azienda straussiana, perché riconosce l’impulso alla violenza, alla sopraffazione e alla bestiale manifestazione di irrazionalità, e dispone di una sofisticata tecnologia d’intelligence digitale per arginare e proteggere la civiltà. Esprime la consapevolezza che la costruzione di un ordine passa innanzitutto per il faticoso contenimento dell’elemento diabolico che abita nell’uomo, e questo compito si svolge nella storia in modi segreti e clandestini, se necessario illegali.
strauss e la disillusione
Il momento straussiano è anche un pezzo del percorso di disillusione di Thiel verso la politica. Nel tempo si erode la sua fiducia nella possibilità di liberare l’uomo e cambiare il mondo attraverso l’azione democratica, che è debole, incerta, produce effetti circoscritti e sempre passibili di revisione. […] Quello che serve è un fustigatore delle inconcludenze delle procedure democratiche. Guarda caso, nell’estate del 2015 sulla scala mobile di un grattacielo di cattivo gusto di Manhattan si affaccia un improbabile candidato alla presidenza degli Stati Uniti che dice cose scostanti e volgari, ma in qualche modo promette di dare una frustata a un sistema calcificato e corrotto. Visto da questa prospettiva, Trump è un personaggio in qualche modo straussiano. O almeno è così che Thiel lo interpreta. Quando ha conquistato la presidenza una seconda volta, l’imprenditore ha scritto sul Financial Times che si trattava di «un’apocalisse», nel senso etimologico ed evangelico di rivelazione, disvelamento. Di che cosa? Degli indicibili segreti custoditi dallo Stato e dai suoi apparati, per decenni egemonizzati da una sinistra che si è fatta nel tempo sempre più intollerante e violenta, fino a partorire la «cancel culture» e il pensiero woke.
jd vance e la politica
[…] Il più politicamente esposto dei discepoli del cenacolo di Thiel è naturalmente JD Vance, a cui il primo ha dato un lavoro nella tecnologia quando non era ancora una figura pubblica. Ha poi finanziato generosamente la sua candidatura al Senato. Per ottenere il seggio, Vance si è dovuto genuflettere a Trump, che in precedenza aveva indicato come una specie di Hitler americano. E nella rete di relazioni di Thiel c’è naturalmente anche Elon Musk, al quale è legato dai tempi di PayPal. Tutto questo attivismo intorno al governo di Trump non deve però farlo apparire come una specie di grande suggeritore che orienta le mosse della Casa Bianca, quasi un presidente-ombra che sussurra continuamente all’orecchio del capo; oppure rappresentarlo come una semplice cheerleader che balla e si agita qualunque cosa faccia il suo idolo. […] Thiel è il canale attraverso cui sgocciolano nell’universo politico trumpiano concetti, idee, autori, letture e concezioni del mondo che evidentemente non sono parte del patrimonio culturale - se così si può chiamare - che Trump ha ricevuto in eredità. Ma più che un orientatore, Thiel è in qualche modo un interprete del fenomeno trumpiano, un intellettuale che cerca di cogliere (e cavalcare) il compito storico di una figura che sfugge e supera le sue stesse intenzioni.
l’anti-soros a parigi
Ha anche riflettuto a lungo sull’opportunità di mettersi in prima linea nel dibattito pubblico, dedicandosi alla costruzione di una rete politico-intellettuale per formare le nuove generazioni di conservatori, quelle che dopo l’opera di distruzione trumpiana saranno chiamate a costruire qualcosa. Nel corso del 2025 ha riunito in segreto alcuni stretti collaboratori per discutere della fondazione di una rete di think tank in Europa, proponendo a destra qualcosa di simile a quello che George Soros ha fatto a sinistra con la sua ragnatela di iniziative filantropiche a sfondo politico. Il luogo individuato per la sede era Parigi, considerato l’ambiente più fertile, fuori dal mondo anglofono, per l’elaborazione di nuove idee conservatrici. L’iniziativa avrebbe dato seguito ai progetti, finora goffi o velleitari, di creare luoghi di elaborazione del pensiero e di costruzione dell’opinione pubblica, sancendo tra le altre cose il fallimento del tentativo di trasformare la periferica Budapest in un laboratorio credibile per la destra del futuro. Dopo lunghe consultazioni, Thiel alla fine ha deciso di non procedere. Almeno per il momento.
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