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2019-09-13
«Bibbiano? Ho denunciato invano 10 anni fa»
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Sfogliare il suo libro, dieci anni dopo, fa venire i brividi. Luca Steffenoni, criminologo milanese, nel 2009 pubblicò da Chiarelettere un saggio intitolato Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Dentro, pagina dopo pagina, c'era già tutto il sistema Bibbiano. Padri accusati ingiustamente di violenze, psicologi che fanno pressione sui bambini per farli raccontare violenze inesistenti, associazioni che lucrano sugli affidi. Manco a dirlo, in quel volume compare, tra gli altri, il nome di Claudio Foti. Insomma, Steffenoni aveva già denunciato tutto. Aveva spiegato come funzionava la macchina che strappa i figli ai genitori incolpevoli, aveva messo in luce le carenze (e le colpe) della politica e della magistratura. Ma non è servito. Anzi, il criminologo ne ha ricavato belle gatte da pelare, tra cui una denuncia per diffamazione dal magistrato Pietro Forno (che, caso più unico che raro, non ottenne ragione dal tribunale).
«Le dico una cosa», sospira oggi il criminologo, «già nel 2009 quello che raccontavo non era una novità. Il sistema anti abusi si può dire sia cominciato nel 1996, quando è stata modificata la legge in materia di abusi su minori. Quello è stato il cavallo di Troia che poi ha portato alla creazione dell'attuale sistema».
Per quale motivo?
«Quella norma avrebbe potuto e dovuto essere più chiara dal punto di vista sostanziale e procedurale, ma è stata fatta in modo diciamo aleatorio. Ha lasciato grandi vuoti. E, per vari motivi, i giudici hanno riempito questi vuoti alla loro maniera».
Quindi il sistema è nato con quella legge.
«Sì, lì è nato un meccanismo che ha creato mostri, tra cui il caso Bibbiano. Il quale non solo non mi stupisce ma, stando a quello che leggo, non è nemmeno uno dei più gravi. Mi viene da dire che sia soltanto la punta dell'iceberg di un sistema ormai consolidato e molto diffuso».
Come funziona, nel dettaglio, questo sistema?
«Come ho detto, a spalancare la porta è stata la legge di cui sopra. Poi è cambiato il modo di leggere la problematica riguardante le vittime di (presunti) abusi. In pratica l'abuso è diventato l'unico reato a cui si è tolto l'onere della prova. In compenso, attorno all'argomento si sono sviluppate teorie piuttosto balzane e antiscientifiche».
Ad esempio?
«Tutti i processi sui presunti reati sui minori non si basano sulle prove ma sul sintomo di abuso. Non si verifica se ci sia stato abuso oppure no, si va a cercare il sintomo psicologico dell'abuso. Dunque è facilissimo, per i consulenti di parte e i consulenti degli stessi giudici, rintracciare sintomi di abuso ovunque, specie quando ci sono di mezzo divorzi e liti famigliari. Del resto, quale bambino non è turbato e non dà segni di disagio quando vede i genitori litigare?».
Altre teorie balzane?
«Quella secondo cui il bambino non mente mai. Potrebbe anche essere suggestiva, dal punto di vista scientifico, se però il bambino fosse davvero lasciato libero di raccontare. E invece sappiamo che non è così, che il bimbo è ultramanipolabile».
E spesso manipolato...
«Ancora. Si dice che non esiste l'alienazione parentale. Come se i genitori non lottassero l'uno contro l'altro e non cercassero di influenzare il bambino, magari tentando di convincerlo di aver subito abusi. Non è finita. Si dice per esempio che le conoscenze sessuali sono un sintomo di abuso. Da qui l'interpretazione dei disegni dei bambini».
Proprio come a Bibbiano, dove per altro i disegni sono stati modificati.
«Il bambino disegna un pene e allora vuol dire che ha subito abuso...».
Lei già nel 2009 parlava del ruolo degli psicologi in situazioni come queste.
«Sì. Il punto è che la tutela del minore è uscita dai tribunali. Sono coinvolte persone dalla dubbia preparazione scientifica, persone che contribuiscono a confermare le teorie espresse in sede processuale sugli abusi. In base a quello che dicono costoro si tolgono i figli e si condannano i presunti abusatori, che nel 90% dei casi sono i padri. Il processo per abusi è stato subappaltato all'esterno a consulenti, all'associazionismo… È una sorta di metastasi che crea disastri».
Lei citò anche i giudici. Parlò addirittura di una vera e propria scuola processuale.
«A Milano nel 1996 si è formato il primo nucleo anti abusi e sicuramente ha fatto scuola. Ha avuto molto seguito, e ha utilizzato metodi molto discutibili e discussi. Ci furono, già all'epoca, parecchie perplessità anche all'interno della magistratura, l'Unione delle camere penali più volte ha denunciato quel modo di fare processi. Poi dopo Milano vennero Torino, Bologna, Firenze... Tante realtà giudiziarie si sono mosse costruendo di fatto la normativa anti abusi, producendo anche obbrobri che definire antiscientifici è dire poco».
Di nuovo, siamo dalle parti della Val d'Enza...
«Quello che mi interessa è far capire che Bibbiano non è assolutamente un'eccezione. Sembrerò cinico, ma non mi stupisco. Ci sono davvero stati casi peggiori, come quello di Biella, con un'intera famiglia che si è suicidata. Ci sono stati casi di bambini che, una volta divenuti adulti, hanno detto di essere stati manipolati, ma i casi dei genitori accusati ingiustamente non sono nemmeno stati riaperti. E poi, su tutto, c'è il business, che è immenso».
Quindi c'è un elemento economico dietro, secondo lei.
«Sì, c'è l'elemento economico. Ma c'è anche il potere. Sia quello che si esercita sul territorio ma anche quello che si esercita a livello ideologico».
A proposito di business, quali erano le cifre nel 2009?
«Raccoglierle fu molto difficile. Le istituzioni si chiusero a riccio. Ricordo che ci fu un famoso articolo di Panorama che ruppe il silenzio. Più o meno si parlava di 35.000/40.000 bambini tolti alle famiglie, che fruttavano alle varie case famiglia circa 75 euro al giorno. Cifre oggi più che raddoppiate. Però non bisogna concentrarsi solo su quanto “frutta" un bambino al giorno».
No?
«Non solo. Bisogna considerare che questo sistema dà da lavorare a un sacco di gente. Non ci sono solo gli incassi sulle rette. Ci sono perizie, controperizie, la gestione degli spazi in cui i genitori possono vedere i figli. Ci sono tantissime figure che ruotano attorno a tutto questo».
Quando uscì il suo libro che reazioni ci furono?
«A ripensarci provo profonda amarezza. Pensavo che avessimo ancora gli anticorpi necessari a farci affrontare quello che denunciavo. E invece... Il sistema si è chiuso a riccio. Non mi ha nemmeno attaccato frontalmente, salvo il giudice che mi ha accusato di diffamazione, poi smentito dai fatti. Salvo appunto Panorama e pochi altri nessuno cercò di approfondire. Prevaleva lo stupore o il fastidio verso un argomento delicato. Si diceva: ma non è che così si fa il gioco dei pedofili? Oggi mi cercano ma ormai il danno è stato fatto. Adesso è scoppiato il bubbone di Bibbiano, scusi il gioco di parole. Ma temo che anche quello verrà messo a tacere dalla cattiva stampa e dalla cattiva politica. Perché dietro tutto questo c'è sempre la politica. Non voglio attaccare un fronte o un altro, sia chiaro. Dico che la politica ha fatto il vuoto e la magistratura lo ha riempito. Poi sono arrivati i pesci pulitori vicino al pescecane. E a questo proposito anche i cattolici dovrebbe fare una riflessione. Perché una parte dell'associazionismo di cui parlo riguarda proprio una parte del mondo cattolico».
La presidente della Onlus ricattava le donne picchiate
Funziona sempre nello stesso modo: ogni volta che esplode a livello mediatico una «emergenza umanitaria», le istituzioni muovono soldi pubblici per risolverla, ed ecco che subito arrivano associazioni, cooperative e Onlus pronte ad approfittarne. Uno dei grandi temi di questi anni, è noto, è la «violenza sulle donne». Benché le violenze effettive siano in calo, l'attenzione sul fenomeno è più alta che mai. E questo ovviamente ha prodotto i consueti effetti.
Nel 2103, i «centri antiviolenza» riservati alle donne erano 188. Alla fine del 2017 erano già 296. Le case rifugio, nello stesso periodo, sono passate da 163 a 258. Nel 2013 fu varato il «Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere», e si stabilì che alle varie strutture andassero 10 milioni di euro l'anno.
sempre più fondi
I denari disponibili, negli anni seguenti, hanno continuato ad aumentare: per il biennio 2013-2014 sono stati stanziati 18 milioni, altrettanti per il biennio 2015-2016. Nel novembre del 2017, Maria Elena Boschi annunciò uno stanziamento di 33,9 milioni per il 2018 e 34 milioni per il 2019. Risultato: già nel 2016, la Corte dei conti spiegò che i finanziamenti venivano gestiti malissimo. Francesca Puglisi, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidi, disse al Sole 24 Ore: «Alcune regioni hanno gestito le risorse molto bene, in altre sono rimaste inevase. Inoltre sono nate come funghi organizzazioni e associazioni non qualificate».
Lo ha confermato, parlando con Donna moderna, Raffaella Palladino, presidente di Di.Re - Donne in rete contro la violenza: «Ogni Regione lancia dei bandi per distribuire i finanziamenti e, purtroppo, vi partecipa chiunque. Le istituzioni non verificano la documentazione oppure si accontentano dell'autocertificazione. In questo modo ad aggiudicarsi i soldi sono anche strutture che si occupano di povertà o migranti».
Una cosa simile è accaduta in Emilia Romagna, a Riccione, con l'associazione Butterfly. La presidente, Clarissa Matrella, 35 anni, originaria di Foggia, ieri è finita agli arresti domiciliari. È accusata di truffa, estorsione e malversazione ai danni delle donne maltrattate di cui avrebbe dovuto prendersi cura. Addirittura pare che la casa in cui viveva, a Morciano di Romagna, appartenesse a una delle sue vittime.
Stando a quanto raccontano gli inquirenti, la donna avrebbe creato un sistema terrificante. La Matrella era estremamente attiva a livello pubblico. Organizzava manifestazioni, marce, eventi, corsi. Ha partecipato a incontri assieme all'assessore regionale emiliano alle Pari opportunità, Emma Petitti del Pd, ma a quanto sembra la Matrella non si faceva problemi: non aveva referenti politici precisi, cercava semplicemente di muoversi come le conveniva.
pressioni pesanti
Nel 2014 ha fondato Butterfly, che doveva servire a fornire assistenza a donne vittime di molestie, violenze e stalking. In realtà, invece di prendersi cura di loro, se ne approfittava per ottenere soldi. In tutto, sono una ventina le persone - tutte in difficoltà economiche o psicologiche - che sono finite nelle sua mani. In sostanza la Matrella proponeva a queste donne dei «servizi investigativi».
«L'indagata», dicono gli investigatori, «induceva o tentava di indurre le donne ad avvalersi di diversi servizi a pagamento [...] quali servizi di osservazione e di pedinamento, di backup dei telefoni cellulari piuttosto che collocamento di registratori sonori ovvero di periferiche ambientali». La donna sosteneva che tutte queste misure erano «fondamentali per riuscire a raccogliere quelle prove inconfutabili che sarebbero state poi decisive in fase di giudizio, ma che di fatto sono sempre risultate inconsistenti ed inutili». Non solo, secondo il gip, «molte utenti, pur avendo pagato, non visualizzavano mai gli esiti dei servizi».
In pratica, la Matrella si faceva pagare da loro per raccogliere informazioni sugli uomini che le avevano maltrattate e per fornire consigli su come condurre le cause in tribunale. Le sue vittime potevano pagare in anticipo oppure a rate, centinaia e centinaia di euro. E se non sborsavano, lei le minacciava. Sosteneva che avrebbe potuto influenzare negativamente i processi e le cause di affidamento dei figli.
Fino a che, nel 2017, una delle donne non ha deciso di sporgere querela e poi di denunciare con l'assistenza dell'avvocato Milena Montemaggi. Quando i carabinieri di Riccione hanno cominciato a indagare, sono emersi tutti gli altarini. In particolare, è saltato fuori che la Matrella aveva intascato anche denaro pubblico. Dal piccolo Comune di Cattolica ha preso circa 28.000 euro per la gestione di una casa rifugio per donne vittime di violenza. I soldi provenivano dalla Regione Emilia Romagna, ma sono stati assegnati dall'amministrazione di Cattolica (all'epoca di centrosinistra).
senza controllo
«È una vicenda incredibile e che ci lascia sorpresi», dice il sindaco di Cattolica, Mariano Gennari. «Tutto è partito con un bando uscito nel 2015, prima della mia amministrazione, per l'affidamento della casa rifugio del distretto sud. La struttura ricadeva nel nostro territorio. In quella occasione, tuttavia, il bando andò deserto e, quindi, la casa rifugio venne assegnata alla Matrella con un affidamento diretto. Nel 2017, durante il nostro mandato, venne fatto un altro bando che venne vinto da un'altra associazione».
La donna, però, ha fatto in tempo a utilizzare i denari pubblici per le proprie spese personali. Si pagava cene, passaggi dal parrucchiere e altre frivolezze. Probabilmente, se una delle sue vittime non l'avesse denunciata tutto questo sarebbe andato avanti ancora a lungo. Nessuno, a quanto pare, ha controllato, a partire dalla Regione che erogava i fondi. Alla Matrella bastava farsi bella con le istituzioni, organizzare serate e perfino corsi nelle scuole assieme a rappresentanti delle forze dell'ordine (che però non hanno esitato a fare il proprio dovere quando è stato il momento).
Per l'ennesima volta, ci troviamo davanti alla dimostrazione che la gestione all'italiana del sociale ha tanti, troppi luoghi oscuri.
Le tolgono i bimbi con l’inganno. Per il tribunale è «un atto d’aiuto»
A una mamma di Verona due giorni fa i servizi sociali hanno portato via due figli, di 8 e 5 anni. Sono arrivati di buon mattino, le hanno comunicato che era stato disposto «il collocamento dei minori in un ambiente eterofamiliare senza la madre. Se lei collabora bene, altrimenti possiamo utilizzare la forza pubblica» ha intimato l'assistente alla donna.
Terrorizzata, la signora ha comunque avuto la prontezza di registrare l'intera conversazione sul suo cellulare. «Il tribunale dice: “Spero che la mamma capisca che questo è un intervento d'aiuto"», riferisce l'operatrice, incurante di quanto possano suonare mostruose quelle parole. «Non è un aiuto. L'aiuto è dalla mamma e dal papà», cerca di interromperla inutilmente la giovane. Poi implora: «Quando vedrò i miei figli? Adesso passeranno mesi prima che mi facciano vedere i miei bambini». Uno spezzone di questo angosciante colloquio è stato mandato in onda due sere fa, durante la trasmissione Mediaset Fuori dal coro di Mario Giordano, in prima serata su Rete 4. Si era tornato a parlare di ladri di bambini, di come il silenzio su Bibbiano non ci dia pace anche se «la voce del coro dice che se ne parla troppo».
Pure a Verona il sistema degli affidi fa pensare a un altro caso «Angeli e demoni», lo sta verificando la Procura scaligera che ha avviato un'inchiesta dopo la denuncia di un'ex dirigente dell'Usl locale che parlava di «dieci casi di allontanamento dei bambini dai propri genitori, privi di motivazioni corrette» e di altri episodi riportati da colleghi.
Alla Verità pochi giorni fa un'operatrice scaligera aveva raccontato come il target preferito, per strappare i bambini alle loro famiglie naturali ricorrendo a escamotage illeciti, siano le «famiglie particolarmente disagiate, generalmente non radicate nel territorio, che hanno delle difficoltà dal punto di vista sociale, economico e culturale». Aggiungeva: «Generalmente è la madre la parte debole. Di solito viene in qualche modo giudicata dai servizi sociali».
La giovane mamma, rintracciata e intervistata da Tommaso Mattei di Mediaset, è proprio la conferma di un simile modus operandi. La signora vive in una casa di proprietà, ha un compagno ma non smette di scontare la «colpa» di essere nata in una famiglia problematica, come amano definirla i servizi sociali. Nessuna storia di droga, di delinquenza, di orrori nascosti tra le mura domestiche. Il padre era morto quando lei aveva solo 11 anni, la mamma aveva problemi di cuore ma aveva sempre lavorato e mantenuto la ragazzina e l'altro figlio, cerebroleso. La ragazza era ancora minorenne quando rimase incinta del primo figlio e il suo compagno perse la vita in un incidente, sei giorni prima che nascesse il bimbo. Una disgrazia, una vita iniziata presto tra difficoltà. Gli operatori sociali non la mollano nemmeno quando si trova un altro compagno e mette al mondo il secondo figlio.
Due giorni fa le hanno portato via i piccoli, proprio come fanno i ladri di bambini. A Tommaso Mattei la giovane donna ha spiegato che l'accusano di maltrattarli. «Ai miei figli non riesco a dare uno schiaffo», prova a dire con un filo di voce. La sua testimonianza a Fuori dal coro è interrotta dalle lacrime, irrefrenabili. Sullo schermo compare la lettera di una professionista veronese che ha consegnato a Mattei la prima delle sue pesantissime accuse al sistema degli affidi nella città in riva all'Adige.
Sistema che lei stessa definisce nella prima riga: «Non è Bibbiano. È un modello di lavoro anche peggiore». Spiega di aver lasciato il lavoro «sbattendo la porta, perché non riuscivo più a dormirci di notte». Nel suo lavoro «il benessere dell'utente non interessa a nessuno, ci parlano di procedure, di spese pro capite ma si passa come tir sulla disperazione delle persone». Anche la professionista punta il dito contro un'assistenza sociale che invece di aiutare prende di mira i più bisognosi. «I più deboli», scrive, «sono sempre le solite fasce meno abbienti e quasi sempre le donne, donne picchiate, violentate, madri abbandonate, senza lavoro a cui la società non riconosce nessun diritto e non offre nulla, quasi. Anzi spesso strappano loro i figli perché non sono all'altezza, troppo accudenti, troppo assenti, troppo sole, troppo povere».
La giovane mamma veronese, alla quale i servizi hanno rubato i bambini, forse aveva solo bisogno di essere sostenuta, confortata, accompagnata nel suo percorso di donna e di madre. «Che senso hanno i servizi sociosanitari se non aiutano le famiglie a superare il disagio ma si limitano a giudicare?», coglie nel segno l'ex operatrice. Dice di tormentarsi, pensando a quello che avrebbe potuto fare «ma in realtà dovevo gestire responsabilità firmando decisioni - che non avevo preso e non condividevo - di affido in comunità private dove “carcerieri" senza pietà sono attenti solo a far rispettare le regole, per un'azienda sempre in attivo». Dopo l'indifferenza, la mancanza di umanità nel gestire l'affido di minori, ecco la questione «soldi», il vergognoso filo rosso che accomuna le vicende «Angeli e demoni» presunte o accertate.
Nel finale della lettera c'è un preciso riferimento a «giudizi frettolosi e superficiali di chi con questo lavoro guadagna 3.500/ 4.000 euro a perizia e quindi ne accetta e ne sollecita tante, scambiandosi con pochi buoni colleghi il ruolo di consulente di parte, come si fa tra amici al bar e si decide ogni volta chi deve pagare. Qui pagano le famiglie più deboli e soprattutto i bambini che non vengono mai ascoltati».
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Il criminologo milanese Luca Steffenoni nel 2009 scrisse un libro in cui mostrava gli orrori dei finti abusi e spiegava le storture del sistema di gestione dei minori. Citava anche i protagonisti dell'attuale inchiesta. Ma non fu ascoltato: «E oggi ci ritroviamo i mostri».Invece di prendersi cura delle poverette maltrattate, la presidente della Onlus le truffava estorcendo denaro. Se non pagavano, le minacciava. Ha incassato pure soldi dall'Emilia Romagna.A «Fuori dal coro», su Rete 4, l'assurda storia di una madre di Verona a cui sono stati sottratti i figli. La testimonianza di una operatrice scaligera: «Qui funziona anche peggio che in Val d'Enza».Lo speciale contiene tre articoli.Sfogliare il suo libro, dieci anni dopo, fa venire i brividi. Luca Steffenoni, criminologo milanese, nel 2009 pubblicò da Chiarelettere un saggio intitolato Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Dentro, pagina dopo pagina, c'era già tutto il sistema Bibbiano. Padri accusati ingiustamente di violenze, psicologi che fanno pressione sui bambini per farli raccontare violenze inesistenti, associazioni che lucrano sugli affidi. Manco a dirlo, in quel volume compare, tra gli altri, il nome di Claudio Foti. Insomma, Steffenoni aveva già denunciato tutto. Aveva spiegato come funzionava la macchina che strappa i figli ai genitori incolpevoli, aveva messo in luce le carenze (e le colpe) della politica e della magistratura. Ma non è servito. Anzi, il criminologo ne ha ricavato belle gatte da pelare, tra cui una denuncia per diffamazione dal magistrato Pietro Forno (che, caso più unico che raro, non ottenne ragione dal tribunale).«Le dico una cosa», sospira oggi il criminologo, «già nel 2009 quello che raccontavo non era una novità. Il sistema anti abusi si può dire sia cominciato nel 1996, quando è stata modificata la legge in materia di abusi su minori. Quello è stato il cavallo di Troia che poi ha portato alla creazione dell'attuale sistema». Per quale motivo? «Quella norma avrebbe potuto e dovuto essere più chiara dal punto di vista sostanziale e procedurale, ma è stata fatta in modo diciamo aleatorio. Ha lasciato grandi vuoti. E, per vari motivi, i giudici hanno riempito questi vuoti alla loro maniera». Quindi il sistema è nato con quella legge. «Sì, lì è nato un meccanismo che ha creato mostri, tra cui il caso Bibbiano. Il quale non solo non mi stupisce ma, stando a quello che leggo, non è nemmeno uno dei più gravi. Mi viene da dire che sia soltanto la punta dell'iceberg di un sistema ormai consolidato e molto diffuso». Come funziona, nel dettaglio, questo sistema?«Come ho detto, a spalancare la porta è stata la legge di cui sopra. Poi è cambiato il modo di leggere la problematica riguardante le vittime di (presunti) abusi. In pratica l'abuso è diventato l'unico reato a cui si è tolto l'onere della prova. In compenso, attorno all'argomento si sono sviluppate teorie piuttosto balzane e antiscientifiche». Ad esempio?«Tutti i processi sui presunti reati sui minori non si basano sulle prove ma sul sintomo di abuso. Non si verifica se ci sia stato abuso oppure no, si va a cercare il sintomo psicologico dell'abuso. Dunque è facilissimo, per i consulenti di parte e i consulenti degli stessi giudici, rintracciare sintomi di abuso ovunque, specie quando ci sono di mezzo divorzi e liti famigliari. Del resto, quale bambino non è turbato e non dà segni di disagio quando vede i genitori litigare?». Altre teorie balzane?«Quella secondo cui il bambino non mente mai. Potrebbe anche essere suggestiva, dal punto di vista scientifico, se però il bambino fosse davvero lasciato libero di raccontare. E invece sappiamo che non è così, che il bimbo è ultramanipolabile». E spesso manipolato...«Ancora. Si dice che non esiste l'alienazione parentale. Come se i genitori non lottassero l'uno contro l'altro e non cercassero di influenzare il bambino, magari tentando di convincerlo di aver subito abusi. Non è finita. Si dice per esempio che le conoscenze sessuali sono un sintomo di abuso. Da qui l'interpretazione dei disegni dei bambini». Proprio come a Bibbiano, dove per altro i disegni sono stati modificati. «Il bambino disegna un pene e allora vuol dire che ha subito abuso...». Lei già nel 2009 parlava del ruolo degli psicologi in situazioni come queste. «Sì. Il punto è che la tutela del minore è uscita dai tribunali. Sono coinvolte persone dalla dubbia preparazione scientifica, persone che contribuiscono a confermare le teorie espresse in sede processuale sugli abusi. In base a quello che dicono costoro si tolgono i figli e si condannano i presunti abusatori, che nel 90% dei casi sono i padri. Il processo per abusi è stato subappaltato all'esterno a consulenti, all'associazionismo… È una sorta di metastasi che crea disastri». Lei citò anche i giudici. Parlò addirittura di una vera e propria scuola processuale. «A Milano nel 1996 si è formato il primo nucleo anti abusi e sicuramente ha fatto scuola. Ha avuto molto seguito, e ha utilizzato metodi molto discutibili e discussi. Ci furono, già all'epoca, parecchie perplessità anche all'interno della magistratura, l'Unione delle camere penali più volte ha denunciato quel modo di fare processi. Poi dopo Milano vennero Torino, Bologna, Firenze... Tante realtà giudiziarie si sono mosse costruendo di fatto la normativa anti abusi, producendo anche obbrobri che definire antiscientifici è dire poco». Di nuovo, siamo dalle parti della Val d'Enza...«Quello che mi interessa è far capire che Bibbiano non è assolutamente un'eccezione. Sembrerò cinico, ma non mi stupisco. Ci sono davvero stati casi peggiori, come quello di Biella, con un'intera famiglia che si è suicidata. Ci sono stati casi di bambini che, una volta divenuti adulti, hanno detto di essere stati manipolati, ma i casi dei genitori accusati ingiustamente non sono nemmeno stati riaperti. E poi, su tutto, c'è il business, che è immenso». Quindi c'è un elemento economico dietro, secondo lei. «Sì, c'è l'elemento economico. Ma c'è anche il potere. Sia quello che si esercita sul territorio ma anche quello che si esercita a livello ideologico». A proposito di business, quali erano le cifre nel 2009?«Raccoglierle fu molto difficile. Le istituzioni si chiusero a riccio. Ricordo che ci fu un famoso articolo di Panorama che ruppe il silenzio. Più o meno si parlava di 35.000/40.000 bambini tolti alle famiglie, che fruttavano alle varie case famiglia circa 75 euro al giorno. Cifre oggi più che raddoppiate. Però non bisogna concentrarsi solo su quanto “frutta" un bambino al giorno». No?«Non solo. Bisogna considerare che questo sistema dà da lavorare a un sacco di gente. Non ci sono solo gli incassi sulle rette. Ci sono perizie, controperizie, la gestione degli spazi in cui i genitori possono vedere i figli. Ci sono tantissime figure che ruotano attorno a tutto questo». Quando uscì il suo libro che reazioni ci furono?«A ripensarci provo profonda amarezza. Pensavo che avessimo ancora gli anticorpi necessari a farci affrontare quello che denunciavo. E invece... Il sistema si è chiuso a riccio. Non mi ha nemmeno attaccato frontalmente, salvo il giudice che mi ha accusato di diffamazione, poi smentito dai fatti. Salvo appunto Panorama e pochi altri nessuno cercò di approfondire. Prevaleva lo stupore o il fastidio verso un argomento delicato. Si diceva: ma non è che così si fa il gioco dei pedofili? Oggi mi cercano ma ormai il danno è stato fatto. Adesso è scoppiato il bubbone di Bibbiano, scusi il gioco di parole. Ma temo che anche quello verrà messo a tacere dalla cattiva stampa e dalla cattiva politica. Perché dietro tutto questo c'è sempre la politica. Non voglio attaccare un fronte o un altro, sia chiaro. Dico che la politica ha fatto il vuoto e la magistratura lo ha riempito. Poi sono arrivati i pesci pulitori vicino al pescecane. E a questo proposito anche i cattolici dovrebbe fare una riflessione. Perché una parte dell'associazionismo di cui parlo riguarda proprio una parte del mondo cattolico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibbiano-ho-denunciato-invano-10-anni-fa-2640325692.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-presidente-della-onlus-ricattava-le-donne-picchiate" data-post-id="2640325692" data-published-at="1767179960" data-use-pagination="False"> La presidente della Onlus ricattava le donne picchiate Funziona sempre nello stesso modo: ogni volta che esplode a livello mediatico una «emergenza umanitaria», le istituzioni muovono soldi pubblici per risolverla, ed ecco che subito arrivano associazioni, cooperative e Onlus pronte ad approfittarne. Uno dei grandi temi di questi anni, è noto, è la «violenza sulle donne». Benché le violenze effettive siano in calo, l'attenzione sul fenomeno è più alta che mai. E questo ovviamente ha prodotto i consueti effetti. Nel 2103, i «centri antiviolenza» riservati alle donne erano 188. Alla fine del 2017 erano già 296. Le case rifugio, nello stesso periodo, sono passate da 163 a 258. Nel 2013 fu varato il «Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere», e si stabilì che alle varie strutture andassero 10 milioni di euro l'anno. sempre più fondi I denari disponibili, negli anni seguenti, hanno continuato ad aumentare: per il biennio 2013-2014 sono stati stanziati 18 milioni, altrettanti per il biennio 2015-2016. Nel novembre del 2017, Maria Elena Boschi annunciò uno stanziamento di 33,9 milioni per il 2018 e 34 milioni per il 2019. Risultato: già nel 2016, la Corte dei conti spiegò che i finanziamenti venivano gestiti malissimo. Francesca Puglisi, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidi, disse al Sole 24 Ore: «Alcune regioni hanno gestito le risorse molto bene, in altre sono rimaste inevase. Inoltre sono nate come funghi organizzazioni e associazioni non qualificate». Lo ha confermato, parlando con Donna moderna, Raffaella Palladino, presidente di Di.Re - Donne in rete contro la violenza: «Ogni Regione lancia dei bandi per distribuire i finanziamenti e, purtroppo, vi partecipa chiunque. Le istituzioni non verificano la documentazione oppure si accontentano dell'autocertificazione. In questo modo ad aggiudicarsi i soldi sono anche strutture che si occupano di povertà o migranti». Una cosa simile è accaduta in Emilia Romagna, a Riccione, con l'associazione Butterfly. La presidente, Clarissa Matrella, 35 anni, originaria di Foggia, ieri è finita agli arresti domiciliari. È accusata di truffa, estorsione e malversazione ai danni delle donne maltrattate di cui avrebbe dovuto prendersi cura. Addirittura pare che la casa in cui viveva, a Morciano di Romagna, appartenesse a una delle sue vittime. Stando a quanto raccontano gli inquirenti, la donna avrebbe creato un sistema terrificante. La Matrella era estremamente attiva a livello pubblico. Organizzava manifestazioni, marce, eventi, corsi. Ha partecipato a incontri assieme all'assessore regionale emiliano alle Pari opportunità, Emma Petitti del Pd, ma a quanto sembra la Matrella non si faceva problemi: non aveva referenti politici precisi, cercava semplicemente di muoversi come le conveniva. pressioni pesanti Nel 2014 ha fondato Butterfly, che doveva servire a fornire assistenza a donne vittime di molestie, violenze e stalking. In realtà, invece di prendersi cura di loro, se ne approfittava per ottenere soldi. In tutto, sono una ventina le persone - tutte in difficoltà economiche o psicologiche - che sono finite nelle sua mani. In sostanza la Matrella proponeva a queste donne dei «servizi investigativi». «L'indagata», dicono gli investigatori, «induceva o tentava di indurre le donne ad avvalersi di diversi servizi a pagamento [...] quali servizi di osservazione e di pedinamento, di backup dei telefoni cellulari piuttosto che collocamento di registratori sonori ovvero di periferiche ambientali». La donna sosteneva che tutte queste misure erano «fondamentali per riuscire a raccogliere quelle prove inconfutabili che sarebbero state poi decisive in fase di giudizio, ma che di fatto sono sempre risultate inconsistenti ed inutili». Non solo, secondo il gip, «molte utenti, pur avendo pagato, non visualizzavano mai gli esiti dei servizi». In pratica, la Matrella si faceva pagare da loro per raccogliere informazioni sugli uomini che le avevano maltrattate e per fornire consigli su come condurre le cause in tribunale. Le sue vittime potevano pagare in anticipo oppure a rate, centinaia e centinaia di euro. E se non sborsavano, lei le minacciava. Sosteneva che avrebbe potuto influenzare negativamente i processi e le cause di affidamento dei figli. Fino a che, nel 2017, una delle donne non ha deciso di sporgere querela e poi di denunciare con l'assistenza dell'avvocato Milena Montemaggi. Quando i carabinieri di Riccione hanno cominciato a indagare, sono emersi tutti gli altarini. In particolare, è saltato fuori che la Matrella aveva intascato anche denaro pubblico. Dal piccolo Comune di Cattolica ha preso circa 28.000 euro per la gestione di una casa rifugio per donne vittime di violenza. I soldi provenivano dalla Regione Emilia Romagna, ma sono stati assegnati dall'amministrazione di Cattolica (all'epoca di centrosinistra). senza controllo «È una vicenda incredibile e che ci lascia sorpresi», dice il sindaco di Cattolica, Mariano Gennari. «Tutto è partito con un bando uscito nel 2015, prima della mia amministrazione, per l'affidamento della casa rifugio del distretto sud. La struttura ricadeva nel nostro territorio. In quella occasione, tuttavia, il bando andò deserto e, quindi, la casa rifugio venne assegnata alla Matrella con un affidamento diretto. Nel 2017, durante il nostro mandato, venne fatto un altro bando che venne vinto da un'altra associazione». La donna, però, ha fatto in tempo a utilizzare i denari pubblici per le proprie spese personali. Si pagava cene, passaggi dal parrucchiere e altre frivolezze. Probabilmente, se una delle sue vittime non l'avesse denunciata tutto questo sarebbe andato avanti ancora a lungo. Nessuno, a quanto pare, ha controllato, a partire dalla Regione che erogava i fondi. Alla Matrella bastava farsi bella con le istituzioni, organizzare serate e perfino corsi nelle scuole assieme a rappresentanti delle forze dell'ordine (che però non hanno esitato a fare il proprio dovere quando è stato il momento). Per l'ennesima volta, ci troviamo davanti alla dimostrazione che la gestione all'italiana del sociale ha tanti, troppi luoghi oscuri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibbiano-ho-denunciato-invano-10-anni-fa-2640325692.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-tolgono-i-bimbi-con-linganno-per-il-tribunale-e-un-atto-daiuto" data-post-id="2640325692" data-published-at="1767179960" data-use-pagination="False"> Le tolgono i bimbi con l’inganno. Per il tribunale è «un atto d’aiuto» A una mamma di Verona due giorni fa i servizi sociali hanno portato via due figli, di 8 e 5 anni. Sono arrivati di buon mattino, le hanno comunicato che era stato disposto «il collocamento dei minori in un ambiente eterofamiliare senza la madre. Se lei collabora bene, altrimenti possiamo utilizzare la forza pubblica» ha intimato l'assistente alla donna. Terrorizzata, la signora ha comunque avuto la prontezza di registrare l'intera conversazione sul suo cellulare. «Il tribunale dice: “Spero che la mamma capisca che questo è un intervento d'aiuto"», riferisce l'operatrice, incurante di quanto possano suonare mostruose quelle parole. «Non è un aiuto. L'aiuto è dalla mamma e dal papà», cerca di interromperla inutilmente la giovane. Poi implora: «Quando vedrò i miei figli? Adesso passeranno mesi prima che mi facciano vedere i miei bambini». Uno spezzone di questo angosciante colloquio è stato mandato in onda due sere fa, durante la trasmissione Mediaset Fuori dal coro di Mario Giordano, in prima serata su Rete 4. Si era tornato a parlare di ladri di bambini, di come il silenzio su Bibbiano non ci dia pace anche se «la voce del coro dice che se ne parla troppo». Pure a Verona il sistema degli affidi fa pensare a un altro caso «Angeli e demoni», lo sta verificando la Procura scaligera che ha avviato un'inchiesta dopo la denuncia di un'ex dirigente dell'Usl locale che parlava di «dieci casi di allontanamento dei bambini dai propri genitori, privi di motivazioni corrette» e di altri episodi riportati da colleghi. Alla Verità pochi giorni fa un'operatrice scaligera aveva raccontato come il target preferito, per strappare i bambini alle loro famiglie naturali ricorrendo a escamotage illeciti, siano le «famiglie particolarmente disagiate, generalmente non radicate nel territorio, che hanno delle difficoltà dal punto di vista sociale, economico e culturale». Aggiungeva: «Generalmente è la madre la parte debole. Di solito viene in qualche modo giudicata dai servizi sociali». La giovane mamma, rintracciata e intervistata da Tommaso Mattei di Mediaset, è proprio la conferma di un simile modus operandi. La signora vive in una casa di proprietà, ha un compagno ma non smette di scontare la «colpa» di essere nata in una famiglia problematica, come amano definirla i servizi sociali. Nessuna storia di droga, di delinquenza, di orrori nascosti tra le mura domestiche. Il padre era morto quando lei aveva solo 11 anni, la mamma aveva problemi di cuore ma aveva sempre lavorato e mantenuto la ragazzina e l'altro figlio, cerebroleso. La ragazza era ancora minorenne quando rimase incinta del primo figlio e il suo compagno perse la vita in un incidente, sei giorni prima che nascesse il bimbo. Una disgrazia, una vita iniziata presto tra difficoltà. Gli operatori sociali non la mollano nemmeno quando si trova un altro compagno e mette al mondo il secondo figlio. Due giorni fa le hanno portato via i piccoli, proprio come fanno i ladri di bambini. A Tommaso Mattei la giovane donna ha spiegato che l'accusano di maltrattarli. «Ai miei figli non riesco a dare uno schiaffo», prova a dire con un filo di voce. La sua testimonianza a Fuori dal coro è interrotta dalle lacrime, irrefrenabili. Sullo schermo compare la lettera di una professionista veronese che ha consegnato a Mattei la prima delle sue pesantissime accuse al sistema degli affidi nella città in riva all'Adige. Sistema che lei stessa definisce nella prima riga: «Non è Bibbiano. È un modello di lavoro anche peggiore». Spiega di aver lasciato il lavoro «sbattendo la porta, perché non riuscivo più a dormirci di notte». Nel suo lavoro «il benessere dell'utente non interessa a nessuno, ci parlano di procedure, di spese pro capite ma si passa come tir sulla disperazione delle persone». Anche la professionista punta il dito contro un'assistenza sociale che invece di aiutare prende di mira i più bisognosi. «I più deboli», scrive, «sono sempre le solite fasce meno abbienti e quasi sempre le donne, donne picchiate, violentate, madri abbandonate, senza lavoro a cui la società non riconosce nessun diritto e non offre nulla, quasi. Anzi spesso strappano loro i figli perché non sono all'altezza, troppo accudenti, troppo assenti, troppo sole, troppo povere». La giovane mamma veronese, alla quale i servizi hanno rubato i bambini, forse aveva solo bisogno di essere sostenuta, confortata, accompagnata nel suo percorso di donna e di madre. «Che senso hanno i servizi sociosanitari se non aiutano le famiglie a superare il disagio ma si limitano a giudicare?», coglie nel segno l'ex operatrice. Dice di tormentarsi, pensando a quello che avrebbe potuto fare «ma in realtà dovevo gestire responsabilità firmando decisioni - che non avevo preso e non condividevo - di affido in comunità private dove “carcerieri" senza pietà sono attenti solo a far rispettare le regole, per un'azienda sempre in attivo». Dopo l'indifferenza, la mancanza di umanità nel gestire l'affido di minori, ecco la questione «soldi», il vergognoso filo rosso che accomuna le vicende «Angeli e demoni» presunte o accertate. Nel finale della lettera c'è un preciso riferimento a «giudizi frettolosi e superficiali di chi con questo lavoro guadagna 3.500/ 4.000 euro a perizia e quindi ne accetta e ne sollecita tante, scambiandosi con pochi buoni colleghi il ruolo di consulente di parte, come si fa tra amici al bar e si decide ogni volta chi deve pagare. Qui pagano le famiglie più deboli e soprattutto i bambini che non vengono mai ascoltati».
Sara Kelany (Imagoeconomica)
Poi a maggio, un giudice della corte d’Appello di Lecce, ritenendo che su un tema complesso come la protezione internazionale il giudicante debba essere specializzato, aveva rimesso la questione nelle mani della Corte Costituzionale. Che invece, in materia di immigrazione, ha promosso il governo a pieni voti. Diversamente dalle misure in materia di pedaggi in autostrada che saliranno del 15% o del fine vita dove il ricorso del governo contro la regione Toscana è stato accolto a metà. «Per mesi le sinistre, ong e parte della magistratura ci hanno attaccato ferocemente affermando che avremmo voluto cambiare il giudice naturale e dicendo che la norma sarebbe stata illegittima», ha commentato Kelany. «Niente di tutto questo».
Il coinvolgimento delle Corti d’Appello era nato in risposta al muro eretto dal tribunale di Roma contro i trasferimenti dei migranti in Albania, con i trattenimenti nei centri sistematicamente annullati dai giudici. Carrellate di ricorsi e altrettanti accoglimenti fotocopia.
Un’alzata di scudi da parte delle sezioni immigrazione dei tribunali civili che hanno portato l’operazione Albania ad un impasse, ad utilizzare i centri di Shengjin e Gjadër come cpr per destinatari di provvedimenti di espulsione, e quindi a congelare la funzione per cui erano nati, quella di basi per operazioni accelerate di frontiera destinate a chi sbarca da paesi sicuri.
Ma proprio questo era il punto contestato dai giudici delle sezioni immigrazione che anziché valutare le posizioni dei singoli migranti, avevano messo in dubbio il diritto da parte del governo di stilare una propria lista di Paesi sicuri. Una posizione che i giudici dichiaravano di prendere solo in punta di diritto, in linea con la Corte di giustizia europea e il principio per cui un Paese o è sicuro per tutti o non lo è.
Caso dopo caso però, con i trattenimenti dei migranti tutti sistematicamente respinti, è emersa una matrice probabilmente ideologica visto che la Corte di giustizia europea non detta ai magistrati una linea ma dà l’opportunità di un controllo giurisdizionale. Che però, curiosamente, è andato sempre in un’unica direzione. Contraria a quella del governo.
In primis Silvia Albano, a capo della sezione immigrazione del Tribunale civile di Roma, presidente di Magistratura democratica e sostenitrice di una lettura a dir poco estensiva del diritto di asilo.
Ora però in linea con le scelte del governo c’è anche l’Europa visto che nel 2026, probabilmente già a febbraio, sarà operativa la lista sui Paesi sicuri. Tra questi anche Egitto e Bagladesh, rigorosamente nella black list dei Paesi più insicuri secondo i giudici. «I riconoscimenti che stiamo ottenendo a livello europeo dimostrano che le nostre decisioni non sono prese sulla base dell’ideologia ma della legge. Le persone hanno bisogno di norme certe di capire chi può essere accolto e chi no. A beneficio anche di chi ha veramente diritto alla protezione», così il senatore Marco Scurria di Fdi. Soddisfazione dalla maggioranza, con Nicola Molteni, sottosegretario al ministero dell’Interno che spiega come la decisione della Corte conferma che la strada intrapresa dal governo per contrastare l’immigrazione irregolare, di massa, senza regole è quella giusta. «Oltre il 35% dei reati in Italia sono connessi da stranieri che diventano oltre il 50% per i reati predatori da strada. Quindi bloccare l’immigrazione illegale è funzionale per garantire sicurezza nelle nostre città».
Linea sostenuta da sempre anche dall’europarlamentare della Lega Anna Cisint che punta il dito contro i rallentamenti causati da iniziative giudiziarie «su un tema che invece richiede decisioni rapide e responsabili. È sempre più ovvio quanto nel nostro Paese sia necessaria la separazione delle carriere. La gestione dei temi legati ai migranti irregolari, ai trattenimenti e alle procedure di estradizione è condizionata dall’azione congiunta di una parte della politica e della magistratura che operano secondo logiche ideologiche».
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Imagoeconomica
Al centro del dibattito c’è il futuro assetto della magistratura, tra indipendenza e garanzie del cittadino.
Partiamo dalla prima, e cominciamo col chiederci se la riforma inciderà in maniera positiva sull’autonomia della magistratura, sia come ordine, contro i tentativi di condizionamento provenienti dalla politica, e sia al livello del singolo magistrato, a tutela della libertà di ciascun giudice di decidere secondo scienza e coscienza, a fronte di eventuali pressioni da parte di singoli soggetti o centri di potere interni alla magistratura stessa.
La risposta è certamente sì.
Cominciamo col dire che l’articolo 104 della Costituzione, come riformulato, prevede al primo comma che «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». Inoltre, in base al quarto comma, i rapporti di forza tra componenti laici e togati all’interno dei due Csm (della magistratura giudicante e requirente) resteranno invariati (rispettivamente, un terzo e due terzi). Mentre l’Alta Corte, a cui secondo l’articolo 105 spetterà la giurisdizione disciplinare nei confronti dei giudici e dei pubblici ministeri, risulterà composta da 15 giudici, di cui tre nominati dal presidente della Repubblica - ovvero la massima istituzione di garanzia dello Stato -, tre estratti a sorte da un elenco di soggetti altamente qualificati eletti dal Parlamento in seduta comune, e altri nove estratti a sorte dai magistrati giudicanti e requirenti (sei giudici e tre pubblici ministeri) con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie, e che svolgano, o abbiano svolto, funzioni di legittimità presso la Suprema Corte di Cassazione.
Come si vede, quindi, l’indipendenza esterna della magistratura resterà garantita al massimo grado contro le invasioni di campo della politica.
Passiamo poi alla indipendenza interna, che uscirà notevolmente rafforzata dalla riforma attraverso il sistema del sorteggio, il vero e proprio perno intorno al quale ruoterà il nuovo assetto della magistratura, e contro il quale, nella reale sostanza, anche se non nella forma, si levano ora le voci di protesta delle correnti, dove con tale termine si intendono le conventicole interne all’Associazione nazionale magistrati, siano esse di destra, di centro o di sinistra.
Già molti anni fa, chi scrive rassegnò le proprie dimissioni dall’Anm perché non condivideva le logiche spartitorie e il ruolo di centro occulto di potere assunto dall’organismo sindacale delle toghe, soprattutto a seguito della riforma Mastella, che, sostituendo il vecchio sistema basato sull’anzianità di servizio con degli astratti e opinabili criteri di merito e attitudini, aveva di fatto finito con l’attribuire al Csm, e quindi alle correnti, una pressoché assoluta discrezionalità nelle procedure di nomina dei capi degli uffici giudiziari, sia giudicanti che requirenti.
Una discrezionalità di cui, invero, si è fatto un pessimo uso, e che di fatto è sconfinata nell’arbitrio, come ha dimostrato la vicenda Palamara.
Da allora, avvolta nella cappa soffocante delle correnti, la magistratura è diventata sempre più un luogo burocratico e senza anima, asfittico e soffocante, ideologicamente orientato, autoreferenziale e separato dal contesto sociale. Facendo leva sugli appetiti carrieristici, si è sacrificata la libertà dei singoli magistrati sull’altare della onnipotente pervasività delle conventicole associative.
Ma torniamo alla riforma.
Cosa vuol dire precisamente «separazione delle carriere»? Perché il fatto di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri aumenterà le garanzie del cittadino? E perché il sorteggio dei componenti togati dei Csm garantirà una maggiore autonomia dei magistrati?
Per diverse buone ragioni.
In primo luogo, separare le carriere vuol dire che non solo gli avanzamenti in carriera, ma anche le promozioni e tutto ciò che riguarda le sorti professionali dei magistrati (e quindi, ad esempio, anche le ambite nomine alla Scuola Superiore della Magistratura) non verranno più decise nella comune «stanza di compensazione» di un unico Csm, ma da due Csm diversi, uno per i giudici e un altro per i pubblici ministeri. Quindi, non accadrà più che i pubblici ministeri decidano sulle carriere e sulle vicende disciplinari dei giudici e viceversa. Questo non potrà che rafforzare l’autonomia sia degli uni che degli altri.
In secondo luogo, il potere dell’Anm ne uscirà di fatto fortemente ridimensionato, in quanto la separazione delle carriere e il sorteggio ostacoleranno gli accordi spartitori delle correnti, liberando i magistrati dal soffocante giogo delle conventicole. Aumenteranno di conseguenza sia il tasso di autonomia interna della magistratura che le garanzie dei cittadini.
In terzo luogo, il sorteggio dei componenti togati del Csm reciderà il rapporto tra elettore ed eletto, rendendo più trasparenti le nomine dei capi degli uffici, che pertanto si baseranno più su criteri meritocratici che di appartenenza ideologica, facendo quindi anche diminuire, auspicabilmente, il numero dei ricorsi al giudice amministrativo, che negli ultimi anni sono esponenzialmente aumentati e hanno determinato un danno per l’immagine della magistratura.
Questi sono tutti fattori che rafforzeranno concretamente l’autonomia e l’imparzialità dei giudici, sia rispetto alle correnti che all’ufficio del pubblico ministero, rendendo, nel complesso, le decisioni di tutti i magistrati più trasparenti, autorevoli e libere da interferenze esterne. Di conseguenza, ci troveremo di fronte anche a una magistratura più efficiente e più attenta alle garanzie dei cittadini.
Ma separare le carriere vuol dire anche andare verso una maggiore specializzazione e aumentare la professionalità del magistrato. Il mestiere del pubblico ministero è infatti profondamente diverso da quello del giudice, perché occorrono specifiche competenze in vari settori del sapere quali l’informatica, la dattiloscopia, la medicina legale, la psichiatria, la grafologia e la criminologia, che sono propri più dell’inquirente che del giurista. Senza contare che il coordinamento della polizia giudiziaria richiede particolari attitudini e percorsi esperienziali diversi, oltre che, a volte, valutazioni di opportunità e persino di natura economica (costi-benefici) che sono estranee, in linea di principio, alla cultura della giurisdizione intesa in senso stretto. Una cosa è infatti scrivere una sentenza, ben altro è disporre od eseguire una perquisizione, svolgere un sopralluogo, oppure stabilire quante unità di polizia giudiziaria impiegare in una certa indagine.
In tal senso, la maggiore specializzazione consentirà anche una migliore qualità delle indagini, e un più efficace contrasto di ogni forma di criminalità.
E ancora, con il sorteggio verranno meno le gravi opacità emerse dallo scandalo Palamara, e sarà possibile recuperare almeno in parte la fiducia dei cittadini verso l’istituzione della magistratura, che viene oggi sempre più vista come una corporazione a sé, piuttosto che un ordine autonomo e indipendente al servizio dei cittadini.
Un’ultima importante osservazione. Il fatto che un’associazione privata come l’Anm, e quindi per definizione permeabile alla politica, possa decidere di fatto le nomine dei procuratori della Repubblica costituisce un’anomalia tutta italiana, che non ha precedenti nel mondo occidentale e determina un pericolo esiziale per gli equilibri democratici del Paese. Votare a favore della riforma vuol dire perciò porre riparo a tale anomalia e ricondurre l’Italia sui binari della normalità attraverso un più corretto bilanciamento dei poteri dello Stato.
Che altro dire? È questa la migliore delle riforme possibili? Forse no. Ma, come si sa, il meglio è nemico del bene, soprattutto se l’alternativa alla riforma è il sistema di potere correntizio anestetizzato dal non-pensiero delle false ideologie.
Soprattutto, questa è una riforma a tutela dei cittadini, ma anche di quei tanti silenziosi magistrati che non aspettano altro che di essere liberati dalla tirannia delle conventicole, e che per troppo tempo hanno dovuto tacere per non incorrere nell’ostracismo e nell’emarginazione.
Piuttosto, quel che è più grave è che - qualunque sarà l’esito del referendum - con l’abbracciare in maniera così drastica la causa del No, l’Anm si è fatto soggetto politico, e questo ha già determinato e determinerà un ancor più grave danno all’immagine dell’intera magistratura. Danno che sarà difficilmente sanabile nel breve periodo, e che non basteranno a riparare né le fake news o le improbabili chiamate alle armi a difesa della democrazia, e né tantomeno le coccarde sulla toga.
di Paolo Itri
Magistrato e scrittore, presidente di sezione della Corte tributaria di Napoli
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Maurizio Gasparri (Ansa)
Alla luce dell’ultima sentenza della Corte Costituzionale sulla legge toscana, secondo le stesse fonti del centrodestra, è in atto una fase di studio e di approfondimento che potrebbe portare anche a una riapertura del termine per la presentazione degli emendamenti. Sulla necessità di procedere non ha dubbi il capogruppo al senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri. «Bisogna fare una legge nazionale», dice Gasparri alla Verità, «prima che Regioni e Corte Costituzionale causino guasti maggiori. Non è facile trovare un punto di sintesi, ma bisogna trovarlo. La sentenza della Consulta in realtà mette dei paletti molto forti rispetto alla legge toscana ma lascia alcuni spiragli aperti al ruolo del servizio sanitario nazionale, in termini tecnici difficili da aggirare. È una delle questioni che in Senato è ancora in corso di approfondimento. Ovvio che», aggiunge Gasparri, «piacciano o meno, le sentenze della Corte determinano un orientamento. Valorizziamo i paletti che pone arginando gli sconfinamenti delle Regioni ma riflettiamo su alcune indicazioni. È un tema delicato che non si può affrontare con superficialità. Una deriva eutanasia nella società c’è e va arginata, tra mille problemi e difficoltà». «Dal mio punto di vista la sentenza non incide negativamente sull'impianto della nostra legg», ha detto all’Agi Ignazio Zullo (Fdi), uno dei relatori del testo presentato dalla maggioranza al Senato, «anzi valorizza il percorso delle cure palliative, la necessità di tempi più lunghi nella valutazione delle condizioni in cui versa la persona che chiede di essere aiutata a porre fine alla propria vita, l’organizzazione dei comitati etici e l’impossibilita' che la richiesta possa avvenire per delega».
È il ruolo del servizio sanitario nazionale ad essere il punto che divide più di tutti gli altri il centrodestra (che vuole escludere il Ssn dalla pratica del suicidio assistito) dalla sinistra (che invece vuole che il Ssn si faccia carico, in caso di richiesta, di questa prestazione). Nella sentenza, la Corte precisa che «la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 7, comma 1, della legge regionale Toscana n. 16 del 2025 lascia intatto il diritto della persona, in relazione alla quale siano state positivamente verificate le condizioni per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, di ottenere dalle aziende del servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura, come del resto affermato nella ricordata sentenza n. 132 del 2025, che riveste, da questo punto di vista, portata auto applicativa». Dunque, un ruolo il Ssn deve svolgerlo, seppure di assistenza e contorno, oltre che per la fornitura di farmaco e dispositivi. Il senatore del Pd Bazoli, vicepresidente del gruppo dem a Palazzo Madama, vede uno spiraglio: «Direi che, sotto il profilo del ruolo del Ssn», commenta Bazoli alla Verità, «la parte rilevante di questa sentenza è quella in cui ribadisce a chiare lettere che la persona che si trova nelle condizioni stabilite dalla Corte ha “il diritto” di ottenere dalle aziende sanitarie locali il farmaco, gli strumenti necessari e l’assistenza sanitaria opportuna per eseguire il proposito di suicidio. È una conferma importante, alla quale il legislatore nazionale ovviamente non può in alcun modo derogare. È un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile».
La Regione Toscana ha già messo in movimento i propri uffici per correggere la legge cassando o modificando i numerosi articoli bocciati dalla Corte. «La Corte costituzionale», dichiarano la segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni Filomena Gallo e il tesoriere Marco Cappato, «ha dichiarato infondata la richiesta del governo di cancellare la legge regionale della Toscana dell’Associazione Luca Coscioni sulle procedure di fine vita. È una decisione importante anche perché conferma il ruolo del servizio sanitario nazionale. Ora ripresenteremo il testo rivisto dalla Corte in tutte le Regioni». Le distanze tra centrodestra e sinistra restano intatte: si tratta di capire se esista una maggioranza convinta della necessità di legiferare. In assenza, la legislatura si chiuderà senza un testo approvato.
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