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2019-09-13
«Bibbiano? Ho denunciato invano 10 anni fa»
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Sfogliare il suo libro, dieci anni dopo, fa venire i brividi. Luca Steffenoni, criminologo milanese, nel 2009 pubblicò da Chiarelettere un saggio intitolato Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Dentro, pagina dopo pagina, c'era già tutto il sistema Bibbiano. Padri accusati ingiustamente di violenze, psicologi che fanno pressione sui bambini per farli raccontare violenze inesistenti, associazioni che lucrano sugli affidi. Manco a dirlo, in quel volume compare, tra gli altri, il nome di Claudio Foti. Insomma, Steffenoni aveva già denunciato tutto. Aveva spiegato come funzionava la macchina che strappa i figli ai genitori incolpevoli, aveva messo in luce le carenze (e le colpe) della politica e della magistratura. Ma non è servito. Anzi, il criminologo ne ha ricavato belle gatte da pelare, tra cui una denuncia per diffamazione dal magistrato Pietro Forno (che, caso più unico che raro, non ottenne ragione dal tribunale).
«Le dico una cosa», sospira oggi il criminologo, «già nel 2009 quello che raccontavo non era una novità. Il sistema anti abusi si può dire sia cominciato nel 1996, quando è stata modificata la legge in materia di abusi su minori. Quello è stato il cavallo di Troia che poi ha portato alla creazione dell'attuale sistema».
Per quale motivo?
«Quella norma avrebbe potuto e dovuto essere più chiara dal punto di vista sostanziale e procedurale, ma è stata fatta in modo diciamo aleatorio. Ha lasciato grandi vuoti. E, per vari motivi, i giudici hanno riempito questi vuoti alla loro maniera».
Quindi il sistema è nato con quella legge.
«Sì, lì è nato un meccanismo che ha creato mostri, tra cui il caso Bibbiano. Il quale non solo non mi stupisce ma, stando a quello che leggo, non è nemmeno uno dei più gravi. Mi viene da dire che sia soltanto la punta dell'iceberg di un sistema ormai consolidato e molto diffuso».
Come funziona, nel dettaglio, questo sistema?
«Come ho detto, a spalancare la porta è stata la legge di cui sopra. Poi è cambiato il modo di leggere la problematica riguardante le vittime di (presunti) abusi. In pratica l'abuso è diventato l'unico reato a cui si è tolto l'onere della prova. In compenso, attorno all'argomento si sono sviluppate teorie piuttosto balzane e antiscientifiche».
Ad esempio?
«Tutti i processi sui presunti reati sui minori non si basano sulle prove ma sul sintomo di abuso. Non si verifica se ci sia stato abuso oppure no, si va a cercare il sintomo psicologico dell'abuso. Dunque è facilissimo, per i consulenti di parte e i consulenti degli stessi giudici, rintracciare sintomi di abuso ovunque, specie quando ci sono di mezzo divorzi e liti famigliari. Del resto, quale bambino non è turbato e non dà segni di disagio quando vede i genitori litigare?».
Altre teorie balzane?
«Quella secondo cui il bambino non mente mai. Potrebbe anche essere suggestiva, dal punto di vista scientifico, se però il bambino fosse davvero lasciato libero di raccontare. E invece sappiamo che non è così, che il bimbo è ultramanipolabile».
E spesso manipolato...
«Ancora. Si dice che non esiste l'alienazione parentale. Come se i genitori non lottassero l'uno contro l'altro e non cercassero di influenzare il bambino, magari tentando di convincerlo di aver subito abusi. Non è finita. Si dice per esempio che le conoscenze sessuali sono un sintomo di abuso. Da qui l'interpretazione dei disegni dei bambini».
Proprio come a Bibbiano, dove per altro i disegni sono stati modificati.
«Il bambino disegna un pene e allora vuol dire che ha subito abuso...».
Lei già nel 2009 parlava del ruolo degli psicologi in situazioni come queste.
«Sì. Il punto è che la tutela del minore è uscita dai tribunali. Sono coinvolte persone dalla dubbia preparazione scientifica, persone che contribuiscono a confermare le teorie espresse in sede processuale sugli abusi. In base a quello che dicono costoro si tolgono i figli e si condannano i presunti abusatori, che nel 90% dei casi sono i padri. Il processo per abusi è stato subappaltato all'esterno a consulenti, all'associazionismo… È una sorta di metastasi che crea disastri».
Lei citò anche i giudici. Parlò addirittura di una vera e propria scuola processuale.
«A Milano nel 1996 si è formato il primo nucleo anti abusi e sicuramente ha fatto scuola. Ha avuto molto seguito, e ha utilizzato metodi molto discutibili e discussi. Ci furono, già all'epoca, parecchie perplessità anche all'interno della magistratura, l'Unione delle camere penali più volte ha denunciato quel modo di fare processi. Poi dopo Milano vennero Torino, Bologna, Firenze... Tante realtà giudiziarie si sono mosse costruendo di fatto la normativa anti abusi, producendo anche obbrobri che definire antiscientifici è dire poco».
Di nuovo, siamo dalle parti della Val d'Enza...
«Quello che mi interessa è far capire che Bibbiano non è assolutamente un'eccezione. Sembrerò cinico, ma non mi stupisco. Ci sono davvero stati casi peggiori, come quello di Biella, con un'intera famiglia che si è suicidata. Ci sono stati casi di bambini che, una volta divenuti adulti, hanno detto di essere stati manipolati, ma i casi dei genitori accusati ingiustamente non sono nemmeno stati riaperti. E poi, su tutto, c'è il business, che è immenso».
Quindi c'è un elemento economico dietro, secondo lei.
«Sì, c'è l'elemento economico. Ma c'è anche il potere. Sia quello che si esercita sul territorio ma anche quello che si esercita a livello ideologico».
A proposito di business, quali erano le cifre nel 2009?
«Raccoglierle fu molto difficile. Le istituzioni si chiusero a riccio. Ricordo che ci fu un famoso articolo di Panorama che ruppe il silenzio. Più o meno si parlava di 35.000/40.000 bambini tolti alle famiglie, che fruttavano alle varie case famiglia circa 75 euro al giorno. Cifre oggi più che raddoppiate. Però non bisogna concentrarsi solo su quanto “frutta" un bambino al giorno».
No?
«Non solo. Bisogna considerare che questo sistema dà da lavorare a un sacco di gente. Non ci sono solo gli incassi sulle rette. Ci sono perizie, controperizie, la gestione degli spazi in cui i genitori possono vedere i figli. Ci sono tantissime figure che ruotano attorno a tutto questo».
Quando uscì il suo libro che reazioni ci furono?
«A ripensarci provo profonda amarezza. Pensavo che avessimo ancora gli anticorpi necessari a farci affrontare quello che denunciavo. E invece... Il sistema si è chiuso a riccio. Non mi ha nemmeno attaccato frontalmente, salvo il giudice che mi ha accusato di diffamazione, poi smentito dai fatti. Salvo appunto Panorama e pochi altri nessuno cercò di approfondire. Prevaleva lo stupore o il fastidio verso un argomento delicato. Si diceva: ma non è che così si fa il gioco dei pedofili? Oggi mi cercano ma ormai il danno è stato fatto. Adesso è scoppiato il bubbone di Bibbiano, scusi il gioco di parole. Ma temo che anche quello verrà messo a tacere dalla cattiva stampa e dalla cattiva politica. Perché dietro tutto questo c'è sempre la politica. Non voglio attaccare un fronte o un altro, sia chiaro. Dico che la politica ha fatto il vuoto e la magistratura lo ha riempito. Poi sono arrivati i pesci pulitori vicino al pescecane. E a questo proposito anche i cattolici dovrebbe fare una riflessione. Perché una parte dell'associazionismo di cui parlo riguarda proprio una parte del mondo cattolico».
La presidente della Onlus ricattava le donne picchiate
Funziona sempre nello stesso modo: ogni volta che esplode a livello mediatico una «emergenza umanitaria», le istituzioni muovono soldi pubblici per risolverla, ed ecco che subito arrivano associazioni, cooperative e Onlus pronte ad approfittarne. Uno dei grandi temi di questi anni, è noto, è la «violenza sulle donne». Benché le violenze effettive siano in calo, l'attenzione sul fenomeno è più alta che mai. E questo ovviamente ha prodotto i consueti effetti.
Nel 2103, i «centri antiviolenza» riservati alle donne erano 188. Alla fine del 2017 erano già 296. Le case rifugio, nello stesso periodo, sono passate da 163 a 258. Nel 2013 fu varato il «Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere», e si stabilì che alle varie strutture andassero 10 milioni di euro l'anno.
sempre più fondi
I denari disponibili, negli anni seguenti, hanno continuato ad aumentare: per il biennio 2013-2014 sono stati stanziati 18 milioni, altrettanti per il biennio 2015-2016. Nel novembre del 2017, Maria Elena Boschi annunciò uno stanziamento di 33,9 milioni per il 2018 e 34 milioni per il 2019. Risultato: già nel 2016, la Corte dei conti spiegò che i finanziamenti venivano gestiti malissimo. Francesca Puglisi, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidi, disse al Sole 24 Ore: «Alcune regioni hanno gestito le risorse molto bene, in altre sono rimaste inevase. Inoltre sono nate come funghi organizzazioni e associazioni non qualificate».
Lo ha confermato, parlando con Donna moderna, Raffaella Palladino, presidente di Di.Re - Donne in rete contro la violenza: «Ogni Regione lancia dei bandi per distribuire i finanziamenti e, purtroppo, vi partecipa chiunque. Le istituzioni non verificano la documentazione oppure si accontentano dell'autocertificazione. In questo modo ad aggiudicarsi i soldi sono anche strutture che si occupano di povertà o migranti».
Una cosa simile è accaduta in Emilia Romagna, a Riccione, con l'associazione Butterfly. La presidente, Clarissa Matrella, 35 anni, originaria di Foggia, ieri è finita agli arresti domiciliari. È accusata di truffa, estorsione e malversazione ai danni delle donne maltrattate di cui avrebbe dovuto prendersi cura. Addirittura pare che la casa in cui viveva, a Morciano di Romagna, appartenesse a una delle sue vittime.
Stando a quanto raccontano gli inquirenti, la donna avrebbe creato un sistema terrificante. La Matrella era estremamente attiva a livello pubblico. Organizzava manifestazioni, marce, eventi, corsi. Ha partecipato a incontri assieme all'assessore regionale emiliano alle Pari opportunità, Emma Petitti del Pd, ma a quanto sembra la Matrella non si faceva problemi: non aveva referenti politici precisi, cercava semplicemente di muoversi come le conveniva.
pressioni pesanti
Nel 2014 ha fondato Butterfly, che doveva servire a fornire assistenza a donne vittime di molestie, violenze e stalking. In realtà, invece di prendersi cura di loro, se ne approfittava per ottenere soldi. In tutto, sono una ventina le persone - tutte in difficoltà economiche o psicologiche - che sono finite nelle sua mani. In sostanza la Matrella proponeva a queste donne dei «servizi investigativi».
«L'indagata», dicono gli investigatori, «induceva o tentava di indurre le donne ad avvalersi di diversi servizi a pagamento [...] quali servizi di osservazione e di pedinamento, di backup dei telefoni cellulari piuttosto che collocamento di registratori sonori ovvero di periferiche ambientali». La donna sosteneva che tutte queste misure erano «fondamentali per riuscire a raccogliere quelle prove inconfutabili che sarebbero state poi decisive in fase di giudizio, ma che di fatto sono sempre risultate inconsistenti ed inutili». Non solo, secondo il gip, «molte utenti, pur avendo pagato, non visualizzavano mai gli esiti dei servizi».
In pratica, la Matrella si faceva pagare da loro per raccogliere informazioni sugli uomini che le avevano maltrattate e per fornire consigli su come condurre le cause in tribunale. Le sue vittime potevano pagare in anticipo oppure a rate, centinaia e centinaia di euro. E se non sborsavano, lei le minacciava. Sosteneva che avrebbe potuto influenzare negativamente i processi e le cause di affidamento dei figli.
Fino a che, nel 2017, una delle donne non ha deciso di sporgere querela e poi di denunciare con l'assistenza dell'avvocato Milena Montemaggi. Quando i carabinieri di Riccione hanno cominciato a indagare, sono emersi tutti gli altarini. In particolare, è saltato fuori che la Matrella aveva intascato anche denaro pubblico. Dal piccolo Comune di Cattolica ha preso circa 28.000 euro per la gestione di una casa rifugio per donne vittime di violenza. I soldi provenivano dalla Regione Emilia Romagna, ma sono stati assegnati dall'amministrazione di Cattolica (all'epoca di centrosinistra).
senza controllo
«È una vicenda incredibile e che ci lascia sorpresi», dice il sindaco di Cattolica, Mariano Gennari. «Tutto è partito con un bando uscito nel 2015, prima della mia amministrazione, per l'affidamento della casa rifugio del distretto sud. La struttura ricadeva nel nostro territorio. In quella occasione, tuttavia, il bando andò deserto e, quindi, la casa rifugio venne assegnata alla Matrella con un affidamento diretto. Nel 2017, durante il nostro mandato, venne fatto un altro bando che venne vinto da un'altra associazione».
La donna, però, ha fatto in tempo a utilizzare i denari pubblici per le proprie spese personali. Si pagava cene, passaggi dal parrucchiere e altre frivolezze. Probabilmente, se una delle sue vittime non l'avesse denunciata tutto questo sarebbe andato avanti ancora a lungo. Nessuno, a quanto pare, ha controllato, a partire dalla Regione che erogava i fondi. Alla Matrella bastava farsi bella con le istituzioni, organizzare serate e perfino corsi nelle scuole assieme a rappresentanti delle forze dell'ordine (che però non hanno esitato a fare il proprio dovere quando è stato il momento).
Per l'ennesima volta, ci troviamo davanti alla dimostrazione che la gestione all'italiana del sociale ha tanti, troppi luoghi oscuri.
Le tolgono i bimbi con l’inganno. Per il tribunale è «un atto d’aiuto»
A una mamma di Verona due giorni fa i servizi sociali hanno portato via due figli, di 8 e 5 anni. Sono arrivati di buon mattino, le hanno comunicato che era stato disposto «il collocamento dei minori in un ambiente eterofamiliare senza la madre. Se lei collabora bene, altrimenti possiamo utilizzare la forza pubblica» ha intimato l'assistente alla donna.
Terrorizzata, la signora ha comunque avuto la prontezza di registrare l'intera conversazione sul suo cellulare. «Il tribunale dice: “Spero che la mamma capisca che questo è un intervento d'aiuto"», riferisce l'operatrice, incurante di quanto possano suonare mostruose quelle parole. «Non è un aiuto. L'aiuto è dalla mamma e dal papà», cerca di interromperla inutilmente la giovane. Poi implora: «Quando vedrò i miei figli? Adesso passeranno mesi prima che mi facciano vedere i miei bambini». Uno spezzone di questo angosciante colloquio è stato mandato in onda due sere fa, durante la trasmissione Mediaset Fuori dal coro di Mario Giordano, in prima serata su Rete 4. Si era tornato a parlare di ladri di bambini, di come il silenzio su Bibbiano non ci dia pace anche se «la voce del coro dice che se ne parla troppo».
Pure a Verona il sistema degli affidi fa pensare a un altro caso «Angeli e demoni», lo sta verificando la Procura scaligera che ha avviato un'inchiesta dopo la denuncia di un'ex dirigente dell'Usl locale che parlava di «dieci casi di allontanamento dei bambini dai propri genitori, privi di motivazioni corrette» e di altri episodi riportati da colleghi.
Alla Verità pochi giorni fa un'operatrice scaligera aveva raccontato come il target preferito, per strappare i bambini alle loro famiglie naturali ricorrendo a escamotage illeciti, siano le «famiglie particolarmente disagiate, generalmente non radicate nel territorio, che hanno delle difficoltà dal punto di vista sociale, economico e culturale». Aggiungeva: «Generalmente è la madre la parte debole. Di solito viene in qualche modo giudicata dai servizi sociali».
La giovane mamma, rintracciata e intervistata da Tommaso Mattei di Mediaset, è proprio la conferma di un simile modus operandi. La signora vive in una casa di proprietà, ha un compagno ma non smette di scontare la «colpa» di essere nata in una famiglia problematica, come amano definirla i servizi sociali. Nessuna storia di droga, di delinquenza, di orrori nascosti tra le mura domestiche. Il padre era morto quando lei aveva solo 11 anni, la mamma aveva problemi di cuore ma aveva sempre lavorato e mantenuto la ragazzina e l'altro figlio, cerebroleso. La ragazza era ancora minorenne quando rimase incinta del primo figlio e il suo compagno perse la vita in un incidente, sei giorni prima che nascesse il bimbo. Una disgrazia, una vita iniziata presto tra difficoltà. Gli operatori sociali non la mollano nemmeno quando si trova un altro compagno e mette al mondo il secondo figlio.
Due giorni fa le hanno portato via i piccoli, proprio come fanno i ladri di bambini. A Tommaso Mattei la giovane donna ha spiegato che l'accusano di maltrattarli. «Ai miei figli non riesco a dare uno schiaffo», prova a dire con un filo di voce. La sua testimonianza a Fuori dal coro è interrotta dalle lacrime, irrefrenabili. Sullo schermo compare la lettera di una professionista veronese che ha consegnato a Mattei la prima delle sue pesantissime accuse al sistema degli affidi nella città in riva all'Adige.
Sistema che lei stessa definisce nella prima riga: «Non è Bibbiano. È un modello di lavoro anche peggiore». Spiega di aver lasciato il lavoro «sbattendo la porta, perché non riuscivo più a dormirci di notte». Nel suo lavoro «il benessere dell'utente non interessa a nessuno, ci parlano di procedure, di spese pro capite ma si passa come tir sulla disperazione delle persone». Anche la professionista punta il dito contro un'assistenza sociale che invece di aiutare prende di mira i più bisognosi. «I più deboli», scrive, «sono sempre le solite fasce meno abbienti e quasi sempre le donne, donne picchiate, violentate, madri abbandonate, senza lavoro a cui la società non riconosce nessun diritto e non offre nulla, quasi. Anzi spesso strappano loro i figli perché non sono all'altezza, troppo accudenti, troppo assenti, troppo sole, troppo povere».
La giovane mamma veronese, alla quale i servizi hanno rubato i bambini, forse aveva solo bisogno di essere sostenuta, confortata, accompagnata nel suo percorso di donna e di madre. «Che senso hanno i servizi sociosanitari se non aiutano le famiglie a superare il disagio ma si limitano a giudicare?», coglie nel segno l'ex operatrice. Dice di tormentarsi, pensando a quello che avrebbe potuto fare «ma in realtà dovevo gestire responsabilità firmando decisioni - che non avevo preso e non condividevo - di affido in comunità private dove “carcerieri" senza pietà sono attenti solo a far rispettare le regole, per un'azienda sempre in attivo». Dopo l'indifferenza, la mancanza di umanità nel gestire l'affido di minori, ecco la questione «soldi», il vergognoso filo rosso che accomuna le vicende «Angeli e demoni» presunte o accertate.
Nel finale della lettera c'è un preciso riferimento a «giudizi frettolosi e superficiali di chi con questo lavoro guadagna 3.500/ 4.000 euro a perizia e quindi ne accetta e ne sollecita tante, scambiandosi con pochi buoni colleghi il ruolo di consulente di parte, come si fa tra amici al bar e si decide ogni volta chi deve pagare. Qui pagano le famiglie più deboli e soprattutto i bambini che non vengono mai ascoltati».
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Il criminologo milanese Luca Steffenoni nel 2009 scrisse un libro in cui mostrava gli orrori dei finti abusi e spiegava le storture del sistema di gestione dei minori. Citava anche i protagonisti dell'attuale inchiesta. Ma non fu ascoltato: «E oggi ci ritroviamo i mostri».Invece di prendersi cura delle poverette maltrattate, la presidente della Onlus le truffava estorcendo denaro. Se non pagavano, le minacciava. Ha incassato pure soldi dall'Emilia Romagna.A «Fuori dal coro», su Rete 4, l'assurda storia di una madre di Verona a cui sono stati sottratti i figli. La testimonianza di una operatrice scaligera: «Qui funziona anche peggio che in Val d'Enza».Lo speciale contiene tre articoli.Sfogliare il suo libro, dieci anni dopo, fa venire i brividi. Luca Steffenoni, criminologo milanese, nel 2009 pubblicò da Chiarelettere un saggio intitolato Presunto colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia. Dentro, pagina dopo pagina, c'era già tutto il sistema Bibbiano. Padri accusati ingiustamente di violenze, psicologi che fanno pressione sui bambini per farli raccontare violenze inesistenti, associazioni che lucrano sugli affidi. Manco a dirlo, in quel volume compare, tra gli altri, il nome di Claudio Foti. Insomma, Steffenoni aveva già denunciato tutto. Aveva spiegato come funzionava la macchina che strappa i figli ai genitori incolpevoli, aveva messo in luce le carenze (e le colpe) della politica e della magistratura. Ma non è servito. Anzi, il criminologo ne ha ricavato belle gatte da pelare, tra cui una denuncia per diffamazione dal magistrato Pietro Forno (che, caso più unico che raro, non ottenne ragione dal tribunale).«Le dico una cosa», sospira oggi il criminologo, «già nel 2009 quello che raccontavo non era una novità. Il sistema anti abusi si può dire sia cominciato nel 1996, quando è stata modificata la legge in materia di abusi su minori. Quello è stato il cavallo di Troia che poi ha portato alla creazione dell'attuale sistema». Per quale motivo? «Quella norma avrebbe potuto e dovuto essere più chiara dal punto di vista sostanziale e procedurale, ma è stata fatta in modo diciamo aleatorio. Ha lasciato grandi vuoti. E, per vari motivi, i giudici hanno riempito questi vuoti alla loro maniera». Quindi il sistema è nato con quella legge. «Sì, lì è nato un meccanismo che ha creato mostri, tra cui il caso Bibbiano. Il quale non solo non mi stupisce ma, stando a quello che leggo, non è nemmeno uno dei più gravi. Mi viene da dire che sia soltanto la punta dell'iceberg di un sistema ormai consolidato e molto diffuso». Come funziona, nel dettaglio, questo sistema?«Come ho detto, a spalancare la porta è stata la legge di cui sopra. Poi è cambiato il modo di leggere la problematica riguardante le vittime di (presunti) abusi. In pratica l'abuso è diventato l'unico reato a cui si è tolto l'onere della prova. In compenso, attorno all'argomento si sono sviluppate teorie piuttosto balzane e antiscientifiche». Ad esempio?«Tutti i processi sui presunti reati sui minori non si basano sulle prove ma sul sintomo di abuso. Non si verifica se ci sia stato abuso oppure no, si va a cercare il sintomo psicologico dell'abuso. Dunque è facilissimo, per i consulenti di parte e i consulenti degli stessi giudici, rintracciare sintomi di abuso ovunque, specie quando ci sono di mezzo divorzi e liti famigliari. Del resto, quale bambino non è turbato e non dà segni di disagio quando vede i genitori litigare?». Altre teorie balzane?«Quella secondo cui il bambino non mente mai. Potrebbe anche essere suggestiva, dal punto di vista scientifico, se però il bambino fosse davvero lasciato libero di raccontare. E invece sappiamo che non è così, che il bimbo è ultramanipolabile». E spesso manipolato...«Ancora. Si dice che non esiste l'alienazione parentale. Come se i genitori non lottassero l'uno contro l'altro e non cercassero di influenzare il bambino, magari tentando di convincerlo di aver subito abusi. Non è finita. Si dice per esempio che le conoscenze sessuali sono un sintomo di abuso. Da qui l'interpretazione dei disegni dei bambini». Proprio come a Bibbiano, dove per altro i disegni sono stati modificati. «Il bambino disegna un pene e allora vuol dire che ha subito abuso...». Lei già nel 2009 parlava del ruolo degli psicologi in situazioni come queste. «Sì. Il punto è che la tutela del minore è uscita dai tribunali. Sono coinvolte persone dalla dubbia preparazione scientifica, persone che contribuiscono a confermare le teorie espresse in sede processuale sugli abusi. In base a quello che dicono costoro si tolgono i figli e si condannano i presunti abusatori, che nel 90% dei casi sono i padri. Il processo per abusi è stato subappaltato all'esterno a consulenti, all'associazionismo… È una sorta di metastasi che crea disastri». Lei citò anche i giudici. Parlò addirittura di una vera e propria scuola processuale. «A Milano nel 1996 si è formato il primo nucleo anti abusi e sicuramente ha fatto scuola. Ha avuto molto seguito, e ha utilizzato metodi molto discutibili e discussi. Ci furono, già all'epoca, parecchie perplessità anche all'interno della magistratura, l'Unione delle camere penali più volte ha denunciato quel modo di fare processi. Poi dopo Milano vennero Torino, Bologna, Firenze... Tante realtà giudiziarie si sono mosse costruendo di fatto la normativa anti abusi, producendo anche obbrobri che definire antiscientifici è dire poco». Di nuovo, siamo dalle parti della Val d'Enza...«Quello che mi interessa è far capire che Bibbiano non è assolutamente un'eccezione. Sembrerò cinico, ma non mi stupisco. Ci sono davvero stati casi peggiori, come quello di Biella, con un'intera famiglia che si è suicidata. Ci sono stati casi di bambini che, una volta divenuti adulti, hanno detto di essere stati manipolati, ma i casi dei genitori accusati ingiustamente non sono nemmeno stati riaperti. E poi, su tutto, c'è il business, che è immenso». Quindi c'è un elemento economico dietro, secondo lei. «Sì, c'è l'elemento economico. Ma c'è anche il potere. Sia quello che si esercita sul territorio ma anche quello che si esercita a livello ideologico». A proposito di business, quali erano le cifre nel 2009?«Raccoglierle fu molto difficile. Le istituzioni si chiusero a riccio. Ricordo che ci fu un famoso articolo di Panorama che ruppe il silenzio. Più o meno si parlava di 35.000/40.000 bambini tolti alle famiglie, che fruttavano alle varie case famiglia circa 75 euro al giorno. Cifre oggi più che raddoppiate. Però non bisogna concentrarsi solo su quanto “frutta" un bambino al giorno». No?«Non solo. Bisogna considerare che questo sistema dà da lavorare a un sacco di gente. Non ci sono solo gli incassi sulle rette. Ci sono perizie, controperizie, la gestione degli spazi in cui i genitori possono vedere i figli. Ci sono tantissime figure che ruotano attorno a tutto questo». Quando uscì il suo libro che reazioni ci furono?«A ripensarci provo profonda amarezza. Pensavo che avessimo ancora gli anticorpi necessari a farci affrontare quello che denunciavo. E invece... Il sistema si è chiuso a riccio. Non mi ha nemmeno attaccato frontalmente, salvo il giudice che mi ha accusato di diffamazione, poi smentito dai fatti. Salvo appunto Panorama e pochi altri nessuno cercò di approfondire. Prevaleva lo stupore o il fastidio verso un argomento delicato. Si diceva: ma non è che così si fa il gioco dei pedofili? Oggi mi cercano ma ormai il danno è stato fatto. Adesso è scoppiato il bubbone di Bibbiano, scusi il gioco di parole. Ma temo che anche quello verrà messo a tacere dalla cattiva stampa e dalla cattiva politica. Perché dietro tutto questo c'è sempre la politica. Non voglio attaccare un fronte o un altro, sia chiaro. Dico che la politica ha fatto il vuoto e la magistratura lo ha riempito. Poi sono arrivati i pesci pulitori vicino al pescecane. E a questo proposito anche i cattolici dovrebbe fare una riflessione. Perché una parte dell'associazionismo di cui parlo riguarda proprio una parte del mondo cattolico».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibbiano-ho-denunciato-invano-10-anni-fa-2640325692.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-presidente-della-onlus-ricattava-le-donne-picchiate" data-post-id="2640325692" data-published-at="1768136885" data-use-pagination="False"> La presidente della Onlus ricattava le donne picchiate Funziona sempre nello stesso modo: ogni volta che esplode a livello mediatico una «emergenza umanitaria», le istituzioni muovono soldi pubblici per risolverla, ed ecco che subito arrivano associazioni, cooperative e Onlus pronte ad approfittarne. Uno dei grandi temi di questi anni, è noto, è la «violenza sulle donne». Benché le violenze effettive siano in calo, l'attenzione sul fenomeno è più alta che mai. E questo ovviamente ha prodotto i consueti effetti. Nel 2103, i «centri antiviolenza» riservati alle donne erano 188. Alla fine del 2017 erano già 296. Le case rifugio, nello stesso periodo, sono passate da 163 a 258. Nel 2013 fu varato il «Piano d'azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere», e si stabilì che alle varie strutture andassero 10 milioni di euro l'anno. sempre più fondi I denari disponibili, negli anni seguenti, hanno continuato ad aumentare: per il biennio 2013-2014 sono stati stanziati 18 milioni, altrettanti per il biennio 2015-2016. Nel novembre del 2017, Maria Elena Boschi annunciò uno stanziamento di 33,9 milioni per il 2018 e 34 milioni per il 2019. Risultato: già nel 2016, la Corte dei conti spiegò che i finanziamenti venivano gestiti malissimo. Francesca Puglisi, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui femminicidi, disse al Sole 24 Ore: «Alcune regioni hanno gestito le risorse molto bene, in altre sono rimaste inevase. Inoltre sono nate come funghi organizzazioni e associazioni non qualificate». Lo ha confermato, parlando con Donna moderna, Raffaella Palladino, presidente di Di.Re - Donne in rete contro la violenza: «Ogni Regione lancia dei bandi per distribuire i finanziamenti e, purtroppo, vi partecipa chiunque. Le istituzioni non verificano la documentazione oppure si accontentano dell'autocertificazione. In questo modo ad aggiudicarsi i soldi sono anche strutture che si occupano di povertà o migranti». Una cosa simile è accaduta in Emilia Romagna, a Riccione, con l'associazione Butterfly. La presidente, Clarissa Matrella, 35 anni, originaria di Foggia, ieri è finita agli arresti domiciliari. È accusata di truffa, estorsione e malversazione ai danni delle donne maltrattate di cui avrebbe dovuto prendersi cura. Addirittura pare che la casa in cui viveva, a Morciano di Romagna, appartenesse a una delle sue vittime. Stando a quanto raccontano gli inquirenti, la donna avrebbe creato un sistema terrificante. La Matrella era estremamente attiva a livello pubblico. Organizzava manifestazioni, marce, eventi, corsi. Ha partecipato a incontri assieme all'assessore regionale emiliano alle Pari opportunità, Emma Petitti del Pd, ma a quanto sembra la Matrella non si faceva problemi: non aveva referenti politici precisi, cercava semplicemente di muoversi come le conveniva. pressioni pesanti Nel 2014 ha fondato Butterfly, che doveva servire a fornire assistenza a donne vittime di molestie, violenze e stalking. In realtà, invece di prendersi cura di loro, se ne approfittava per ottenere soldi. In tutto, sono una ventina le persone - tutte in difficoltà economiche o psicologiche - che sono finite nelle sua mani. In sostanza la Matrella proponeva a queste donne dei «servizi investigativi». «L'indagata», dicono gli investigatori, «induceva o tentava di indurre le donne ad avvalersi di diversi servizi a pagamento [...] quali servizi di osservazione e di pedinamento, di backup dei telefoni cellulari piuttosto che collocamento di registratori sonori ovvero di periferiche ambientali». La donna sosteneva che tutte queste misure erano «fondamentali per riuscire a raccogliere quelle prove inconfutabili che sarebbero state poi decisive in fase di giudizio, ma che di fatto sono sempre risultate inconsistenti ed inutili». Non solo, secondo il gip, «molte utenti, pur avendo pagato, non visualizzavano mai gli esiti dei servizi». In pratica, la Matrella si faceva pagare da loro per raccogliere informazioni sugli uomini che le avevano maltrattate e per fornire consigli su come condurre le cause in tribunale. Le sue vittime potevano pagare in anticipo oppure a rate, centinaia e centinaia di euro. E se non sborsavano, lei le minacciava. Sosteneva che avrebbe potuto influenzare negativamente i processi e le cause di affidamento dei figli. Fino a che, nel 2017, una delle donne non ha deciso di sporgere querela e poi di denunciare con l'assistenza dell'avvocato Milena Montemaggi. Quando i carabinieri di Riccione hanno cominciato a indagare, sono emersi tutti gli altarini. In particolare, è saltato fuori che la Matrella aveva intascato anche denaro pubblico. Dal piccolo Comune di Cattolica ha preso circa 28.000 euro per la gestione di una casa rifugio per donne vittime di violenza. I soldi provenivano dalla Regione Emilia Romagna, ma sono stati assegnati dall'amministrazione di Cattolica (all'epoca di centrosinistra). senza controllo «È una vicenda incredibile e che ci lascia sorpresi», dice il sindaco di Cattolica, Mariano Gennari. «Tutto è partito con un bando uscito nel 2015, prima della mia amministrazione, per l'affidamento della casa rifugio del distretto sud. La struttura ricadeva nel nostro territorio. In quella occasione, tuttavia, il bando andò deserto e, quindi, la casa rifugio venne assegnata alla Matrella con un affidamento diretto. Nel 2017, durante il nostro mandato, venne fatto un altro bando che venne vinto da un'altra associazione». La donna, però, ha fatto in tempo a utilizzare i denari pubblici per le proprie spese personali. Si pagava cene, passaggi dal parrucchiere e altre frivolezze. Probabilmente, se una delle sue vittime non l'avesse denunciata tutto questo sarebbe andato avanti ancora a lungo. Nessuno, a quanto pare, ha controllato, a partire dalla Regione che erogava i fondi. Alla Matrella bastava farsi bella con le istituzioni, organizzare serate e perfino corsi nelle scuole assieme a rappresentanti delle forze dell'ordine (che però non hanno esitato a fare il proprio dovere quando è stato il momento). Per l'ennesima volta, ci troviamo davanti alla dimostrazione che la gestione all'italiana del sociale ha tanti, troppi luoghi oscuri. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bibbiano-ho-denunciato-invano-10-anni-fa-2640325692.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-tolgono-i-bimbi-con-linganno-per-il-tribunale-e-un-atto-daiuto" data-post-id="2640325692" data-published-at="1768136885" data-use-pagination="False"> Le tolgono i bimbi con l’inganno. Per il tribunale è «un atto d’aiuto» A una mamma di Verona due giorni fa i servizi sociali hanno portato via due figli, di 8 e 5 anni. Sono arrivati di buon mattino, le hanno comunicato che era stato disposto «il collocamento dei minori in un ambiente eterofamiliare senza la madre. Se lei collabora bene, altrimenti possiamo utilizzare la forza pubblica» ha intimato l'assistente alla donna. Terrorizzata, la signora ha comunque avuto la prontezza di registrare l'intera conversazione sul suo cellulare. «Il tribunale dice: “Spero che la mamma capisca che questo è un intervento d'aiuto"», riferisce l'operatrice, incurante di quanto possano suonare mostruose quelle parole. «Non è un aiuto. L'aiuto è dalla mamma e dal papà», cerca di interromperla inutilmente la giovane. Poi implora: «Quando vedrò i miei figli? Adesso passeranno mesi prima che mi facciano vedere i miei bambini». Uno spezzone di questo angosciante colloquio è stato mandato in onda due sere fa, durante la trasmissione Mediaset Fuori dal coro di Mario Giordano, in prima serata su Rete 4. Si era tornato a parlare di ladri di bambini, di come il silenzio su Bibbiano non ci dia pace anche se «la voce del coro dice che se ne parla troppo». Pure a Verona il sistema degli affidi fa pensare a un altro caso «Angeli e demoni», lo sta verificando la Procura scaligera che ha avviato un'inchiesta dopo la denuncia di un'ex dirigente dell'Usl locale che parlava di «dieci casi di allontanamento dei bambini dai propri genitori, privi di motivazioni corrette» e di altri episodi riportati da colleghi. Alla Verità pochi giorni fa un'operatrice scaligera aveva raccontato come il target preferito, per strappare i bambini alle loro famiglie naturali ricorrendo a escamotage illeciti, siano le «famiglie particolarmente disagiate, generalmente non radicate nel territorio, che hanno delle difficoltà dal punto di vista sociale, economico e culturale». Aggiungeva: «Generalmente è la madre la parte debole. Di solito viene in qualche modo giudicata dai servizi sociali». La giovane mamma, rintracciata e intervistata da Tommaso Mattei di Mediaset, è proprio la conferma di un simile modus operandi. La signora vive in una casa di proprietà, ha un compagno ma non smette di scontare la «colpa» di essere nata in una famiglia problematica, come amano definirla i servizi sociali. Nessuna storia di droga, di delinquenza, di orrori nascosti tra le mura domestiche. Il padre era morto quando lei aveva solo 11 anni, la mamma aveva problemi di cuore ma aveva sempre lavorato e mantenuto la ragazzina e l'altro figlio, cerebroleso. La ragazza era ancora minorenne quando rimase incinta del primo figlio e il suo compagno perse la vita in un incidente, sei giorni prima che nascesse il bimbo. Una disgrazia, una vita iniziata presto tra difficoltà. Gli operatori sociali non la mollano nemmeno quando si trova un altro compagno e mette al mondo il secondo figlio. Due giorni fa le hanno portato via i piccoli, proprio come fanno i ladri di bambini. A Tommaso Mattei la giovane donna ha spiegato che l'accusano di maltrattarli. «Ai miei figli non riesco a dare uno schiaffo», prova a dire con un filo di voce. La sua testimonianza a Fuori dal coro è interrotta dalle lacrime, irrefrenabili. Sullo schermo compare la lettera di una professionista veronese che ha consegnato a Mattei la prima delle sue pesantissime accuse al sistema degli affidi nella città in riva all'Adige. Sistema che lei stessa definisce nella prima riga: «Non è Bibbiano. È un modello di lavoro anche peggiore». Spiega di aver lasciato il lavoro «sbattendo la porta, perché non riuscivo più a dormirci di notte». Nel suo lavoro «il benessere dell'utente non interessa a nessuno, ci parlano di procedure, di spese pro capite ma si passa come tir sulla disperazione delle persone». Anche la professionista punta il dito contro un'assistenza sociale che invece di aiutare prende di mira i più bisognosi. «I più deboli», scrive, «sono sempre le solite fasce meno abbienti e quasi sempre le donne, donne picchiate, violentate, madri abbandonate, senza lavoro a cui la società non riconosce nessun diritto e non offre nulla, quasi. Anzi spesso strappano loro i figli perché non sono all'altezza, troppo accudenti, troppo assenti, troppo sole, troppo povere». La giovane mamma veronese, alla quale i servizi hanno rubato i bambini, forse aveva solo bisogno di essere sostenuta, confortata, accompagnata nel suo percorso di donna e di madre. «Che senso hanno i servizi sociosanitari se non aiutano le famiglie a superare il disagio ma si limitano a giudicare?», coglie nel segno l'ex operatrice. Dice di tormentarsi, pensando a quello che avrebbe potuto fare «ma in realtà dovevo gestire responsabilità firmando decisioni - che non avevo preso e non condividevo - di affido in comunità private dove “carcerieri" senza pietà sono attenti solo a far rispettare le regole, per un'azienda sempre in attivo». Dopo l'indifferenza, la mancanza di umanità nel gestire l'affido di minori, ecco la questione «soldi», il vergognoso filo rosso che accomuna le vicende «Angeli e demoni» presunte o accertate. Nel finale della lettera c'è un preciso riferimento a «giudizi frettolosi e superficiali di chi con questo lavoro guadagna 3.500/ 4.000 euro a perizia e quindi ne accetta e ne sollecita tante, scambiandosi con pochi buoni colleghi il ruolo di consulente di parte, come si fa tra amici al bar e si decide ogni volta chi deve pagare. Qui pagano le famiglie più deboli e soprattutto i bambini che non vengono mai ascoltati».
Emmanuel Macron (Ansa)
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
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La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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