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Benetton, festa a Cortina il giorno dopo la tragedia

Benetton, festa a Cortina il giorno dopo la tragedia

Il giorno dopo la tragedia i Benetton hanno tenuto una festa a Cortina. Una novantina di invitati e grigliata di pesce nel quartiere più elegante della Perla delle Dolomiti per festeggiare il Ferragosto.

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Giornali, sport e dossieraggi. Così il Qatar neutralizza gli scandali che lo riguardano
Tamim bin Hamad Al Thani (Ansa)
  • Nonostante le inchieste, l’emirato continua a rafforzare la sua rete di influenza in Europa e Usa. Per gli Al Thani, cultura e turismo sono investimenti strategici.
  • L’analista Benjamin Weinthal: «Un ex primo ministro si vantava di avere giornalisti sul libro paga in molti Paesi. Eppure la Cnn collabora col regime. Le donazioni alle università americane superano quelle di ogni altro governo straniero».

Lo speciale contiene due articoli

La strategia di influenza del Qatar non poggia su costruzioni ideologiche complesse, ma su un principio diretto e sistematico: trasformare la ricchezza dello Stato in accesso al potere, prossimità alle élite e capacità di orientare il contesto informativo. Politica, istituzioni, media, cultura, università e sport diventano così i vettori di una proiezione di soft power che opera in profondità, spesso senza bisogno di esporsi in modo esplicito. I fatti emersi negli ultimi anni mostrano come questa strategia agisca su più livelli. Secondo ricostruzioni investigative, un’operazione di intelligence riconducibile a Doha avrebbe preso di mira la donna che accusa il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan, nel tentativo di raccogliere informazioni personali utili a minarne la credibilità e a orientare la narrazione mediatica attorno a un procedimento giudiziario in corso. Un passaggio che segna il superamento della semplice influenza reputazionale, sconfinando nell’interferenza informativa su dossier altamente sensibili.

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Isabella Tovaglieri: «Campi e industria van difesi insieme»
Isabella Tovaglieri (Ansa)
L’eurodeputata rivendica il no della Lega al Mercosur: «Le imprese ci criticano? Il loro nemico non siamo noi, è Bruxelles. Il governo ha ottenuto impegni dalla Commissione, ma avremmo preferito una vera reciprocità»

La chiamano la «signora dei codici» perché Isabella Tovaglieri fa della sua passione giuridica - è uno degli avvocati più affermati nel panorama italiano - una sorta di carburante per la politica. Sta a Strasburgo, eletta con un profluvio di preferenze per il secondo mandato, nel gruppo dei Patriots, i «Patrioti». Parola che a lei piace molto perché da leghista considera le patrie, i territori e le comunità i «luoghi» della vera azione politica. E con questo spirito ha vissuto le fasi del voto sul trattato del Mercosur senza il timore di rompere un accordo politico nazionale: lei ha difeso gli interessi degli agricoltori e dei territori. Ma ora c’è un’altra sfida lanciata sul piano legale dalla Commissione che, incurante del voto dell’Eurocamera che ha rimandato i trattati alla Corte europea, vuole attuare l’accordo in via provvisoria. Ecco cosa ne pensa l’avvocato delle cause difficili: no al Green deal, no al velo islamico, no al Nutriscor, ai grilli e alla carne coltivata. Ma no anche a chi vorrebbe, sull’altare dell’export senza se e senza ma, sacrificare il valore agricolo.

La Lega è soddisfatta per il rinvio dell’accordo col Mercosur alla Corte di giustizia dell’Unione europea, con sede in Lussemburgo: quali sono i motivi?

«La Lega è sempre stata al fianco degli agricoltori e dei consumatori, senza accettare compromessi sul rispetto della reciprocità degli standard produttivi e sulla sicurezza alimentare. L’accordo con il Mercosur introduce quote a dazio zero o agevolato su una serie di prodotti agricoli “sensibili” che possono destabilizzare alcune filiere agricole. Ricordiamoci che parliamo di mercato interno europeo, ormai non ci sono veri confini nazionali sui problemi di mercato. Mi preoccupa soprattutto la quota a dazio zero di 60.000 tonnellate di riso. L’Italia, primo produttore europeo di riso, sarebbe la più colpita, anche alla luce del fatto che da anni combatte contro la concorrenza sleale del riso asiatico».

Confindustria ha criticato chi si è opposto al Mercosur. Che cosa risponde?

«La Lega è e resta il partito che difende l’industria e la manifattura, pilastri fondamentali dell’economia italiana ed europea, ma allo stesso tempo ritiene inaccettabile che lo sviluppo delle relazioni commerciali internazionali avvenga a scapito di settori altrettanto strategici come l’agricoltura e l’allevamento, già fortemente sotto pressione a causa dell’aumento dei costi di produzione. Il vero nemico dell’industria oggi non è certo la Lega ma Bruxelles, con le sue sciagurate politiche green che stanno portando alla deindustrializzazione del continente. Contro queste politiche ideologiche lottiamo da anni e siamo riusciti a portare a casa degli effettivi miglioramenti: penso al recente voto sulla Due Diligence, che ha smontato questo provvedimento assurdo. Difendere l’industria con serietà e concretezza è possibile, anche senza dover abbandonare l’agricoltura».

All’Eurocamera i partiti di governo sono andati in ordine sparso. Questo crea divergenze in seno all’alleanza?

«La vera questione da indagare non è la posizione della Lega, che è sempre stata coerente sul Mercosur, ma la scelta di una parte significativa della maggioranza del Parlamento europeo di votare contro Usrula von der Leyen».

Come spiega il cambiamento di atteggiamento del nostro governo sull’accordo Mercosur? Ci sono stati davvero quei radicali miglioramenti o si è scambiato il sì al Mercosur con un prolungamento del Pnrr e un’uscita dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo?

«Immagino che quella del governo sia stata una valutazione del Mercosur su un tavolo di diversi dossier. La cronaca degli eventi delle ultime settimane in ambito internazionale non lascia dubbi. Ho apprezzato il lavoro del nostro esecutivo nella trattativa finale e non parlerei di uno “scambio” quanto, piuttosto, di una fiducia su una serie di impegni di von der Leyen: dalla proposta sull’utilizzo per l’agricoltura di alcune economie del prossimo bilancio pluriennale europeo agli impegni per rafforzare i controlli doganali. Elementi positivi, che stanno però ancora nella penna dei legislatori europei, sottoposti a una trattativa che si preannuncia sofferta tra Parlamento e Consiglio. Avremmo preferito un vero concetto di reciprocità degli standard nel testo dell’accordo, piuttosto che i soli elementi di salvaguardia che, sulla carta, si attivano quando il mercato è già minacciato o sono ancora da circostanziare».

Si è data molta importanza alla parte agricola del trattato, ma dentro ci sono altre questioni cruciali: il litio dell’Argentina ora in mano ai cinesi come il petrolio, e c’è la necessità della Germania di smaltire le auto che non vende più in Europa. La Von der Leyen si è costruita un alibi per mascherare il vantaggio che concede ai tedeschi?

«È evidente che i Paesi europei a vocazione manifatturiera sono più favorevoli rispetto a quelli con un’importante tradizione agricola. Un accesso privilegiato alle terre rare, unito alla possibilità di aumentare le esportazioni, fa indubbiamente gola alle potenze industriali. Tuttavia, l’accordo può essere penalizzante per un Paese come l’Italia che ha la fortuna di essere peculiare sia nel suo comparto industriale che in quello agricolo».

È vero che la Von der Leyen ha cercato in tutti i modi di ignorare, anzi di scavalcare il Parlamento?

«Riteniamo che il comportamento della Commissione non sia stato sempre corretto ed è anche per questo motivo che abbiamo promosso la richiesta di parere alla Corte di Giustizia, insieme a una mozione di sfiducia della Commissione. Von der Leyen ha infatti preso in giro sia gli agricoltori che l’Eurocamera: prima della fine dell’anno era stato promesso che l’accordo non sarebbe entrato in vigore prima della ratifica del Parlamento, tuttavia, all’inizio di quest’anno, quando si è deciso di procedere alla firma dell’accordo, tale impegno è venuto meno».

Il voto sul Mercosur ha diviso i parlamentari per nazioni. È un duro colpo alla narrazione anti-sovranista?

«Tutti i gruppi politici si sono spaccati, tranne i Patrioti che, a parte qualche astensione, sono rimasti uniti. Ma il dato più sorprendente è il voltafaccia delle forze politiche che si definiscono più europeiste: oltre 100 eurodeputati tra socialisti, popolari e liberali hanno votato insieme a noi, sconfessando la retorica europeista per tutelare le proprie economie nazionali, rivelandosi di fatto sovranisti a tutti gli effetti».

Si è avuta l’impressione che la Von der Leyen abbia cercato di chiudere il Mercosur come risposta antagonista a Donald Trump. Non c’è un eccesso di retorica sui benefici effettivi di questo trattato?

«Trump c’entra poco con il Mercosur, in quanto l’Europa sta negoziando l’accordo dal 1999. Piuttosto la politica Usa sui dazi può aver dato una patente di urgenza all’intesa, ma si tratta di un aspetto comunicativo e non sostanziale. Sui vantaggi che deriveranno dall’accordo potrebbe esserci un eccesso di ottimismo: come hanno evidenziato anche alcune analisi della Commissione europea, l’intesa rischia di accentuare la vulnerabilità di alcuni comparti strategici, senza benefici tangibili per l’intero sistema produttivo, tanto che la sua entrata in vigore dovrebbe portare a un aumento risibile del Pil nell’Ue, stimato allo 0,1%».

Ci si preoccupa dei dazi americani, ma nulla si dice dell’offensiva commerciale cinese arrivata in Europa a un surplus commerciale di circa 400 miliardi di euro. Nessuno se ne preoccupa?

«Noi ce ne siamo preoccupati, eccome. Come componente della commissione Industria ho fatto diversi interventi in Aula e presentato più di un’interrogazione sulla penetrazione economica della Cina in Europa, mettendo in guardia Bruxelles dalle proprie politiche miopi e autolesioniste. Non posiamo infatti prendercela con l’aggressività di Pechino quando, con il Green deal, abbiamo favorito il suo surplus commerciale, spalancando le porte del continente all’invasione di auto elettriche, batterie e pannelli solari. Ma ciò che è più grave non è che la nostra bilancia commerciale sia totalmente squilibrata, ma che Pechino abbia accesso a un numero crescente di settori chiave, vitali per la nostra autonomia strategica».

Pare che anche in Sudamerica ci sia dello scontento sul trattato Mercosur: le multinazionali della soia non sopportano i pur blandi vincoli ambientali Ue. È così?

«In generale, i sistemi produttivi ai due lati dell’oceano sono molto diversi. Un delta che è ulteriormente aumentato con le norme ambientali europee degli ultimi anni e, in generale, con l’iper-regolamentazione di Bruxelles sulle imprese. Anche su quelle agricole. Sappiamo che solo una parte relativa degli operatori dei Paesi del Mercosur è in grado di soddisfare questi standard e ci preoccupano molto le dichiarazioni dei rappresentanti governativi di quei Paesi sulle clausole di salvaguardia, vissute come quasi come un inutile orpello piuttosto che come impegni ai quali allinearsi».

Che giudizio dà della von der Leyen e della sua Commissione?

«Il rinvio del Mercosur alla Corte di Giustizia è una grande sconfitta per Von der Leyen, che ha investito gran parte del suo capitale politico per chiudere questo accordo ed è stata sconfessata proprio da quelle forze che l’hanno sostenuta per due mandati. I nodi stanno venendo al pettine e le politiche sconsiderate di questa Commissione, dalla direttiva case green allo stop al motore endotermico, fino alla corsa al riarmo, stanno dimostrando tutta la loro criticità e pericolosità. Noi della Lega abbiamo sempre fatto un’opposizione coerente, non per partito preso, ma perché siamo consapevoli che, senza un cambio di rotta, l’Europa rischia di implodere, travolta dalla globalizzazione, dall’instabilità geopolitica e soprattutto dall’incapacità dei suoi governanti».

Keith Kellog: «Trump va capito, non temuto. In Ucraina la pace è lontana»
Donald Trump e Keith Kellog (Youtube)
L’ex inviato della Casa bianca: «Il fulcro degli accordi sono le garanzie di sicurezza L’Europa vuole sostenere Kiev ma non è unita. La Groenlandia? Necessaria per noi».

Parla dalla sua casa di Alexandria, a pochi chilometri da Washington, mentre la città è ricoperta da una coltre di neve di due metri e fuori la tempesta non accenna a calmarsi. Il generale Keith Kellog è stato inviato speciale per la Casa Bianca in Ucraina fino al 31 dicembre 2025. Lui conosce bene Trump e, prima di iniziare questa intervista, ci tiene a sottolineare che il presidente degli Stati Uniti non va temuto, ma capito.

Generale, è appena tornato da un’altra città innevata, Davos. Dopo il forum, c’è stato il primo trilaterale Usa-Russia-Ucraina. Trump ha detto: “Ho risolto otto guerre. Un’altra arriverà presto”: la pace in Ucraina è vicina?

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Fi corteggia Calenda. Con la benedizione del fratello del Cav
Carlo Calenda (Ansa)
Dialogo aperto tra Forza Italia e il leader di Azione. Antonio Tajani: «Se son rose...». Paolo Berlusconi: «È un ottimo politico».

La politica riserva sempre colpi di scena inaspettati. Tra i più interessanti degli ultimi giorni c’è l’intesa tra Carlo Calenda e Forza Italia. La strana coppia.

All’evento di ieri organizzato al teatro Manzoni di Milano, dal titolo «Più libertà, più crescita», che segna l’avvio della campagna referendaria sulla riforma della giustizia, promosso da Forza Italia per il 32° anniversario della discesa in campo di Silvio Berlusconi, sono presenti tutti i colonnelli azzurri: il presidente del Piemonte e vice segretario Alberto Cirio, il vice segretario Stefano Benigni, il ministro Paolo Zangrillo, la presidente della Consulta nazionale Letizia Moratti, il presidente Mediaset Fedele Confalonieri, Paolo Berlusconi.

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