True
2024-01-05
Altro pasticcio del Vaticano sulle benedizioni ai gay: «Durino solo 10-15 secondi»
Papa Francesco e il cardinale Victor Manuel «Tucho» Fernàndez (Ansa)
Benediteli. Ma solo per «pochi secondi». Sarebbe questo, stando all’ultima sintesi dell’ex Sant’Uffizio, il messaggio di Fiducia Supplicans sul sacramentale alle coppie irregolari. Sintesi per modo di dire: il comunicato stampa diffuso ieri dal Dicastero della fede è lungo quasi quanto la Dichiarazione originale. Bizzarro.
Dopo che i prelati di mezzo mondo si sono rivoltati contro il testo di monsignor Víctor Manuel Fernández, approvato dal Papa, il prefetto s’è reso conto che bisognava correre ai ripari. Ha provato a farlo con una nota, vergata insieme a monsignor Armando Matteo, segretario per la Sezione dottrinale, che servisse a «chiarire la ricezione» del documento, con cui è stata liberalizzata la benedizione delle unioni moralmente illecite, incluse quelle di due coniugi dello stesso sesso.
Da un lato, la mossa del porporato conferma che, in Vaticano, si sono accorti di aver fatto il passo più lungo della gamba. Il dissenso nei confronti di quel documento non è rimasto confinato alla fronda dei conservatori, né alle Conferenze episcopali dell’Est tradizionalista, dalla Polonia all’Ucraina. Il problema non riguarda esclusivamente il battage della «stampa di estrema destra», come sosteneva il Papa fino a pochi giorni fa. Devono aver suscitato preoccupazione soprattutto le prese di posizione del Sudamerica - dal Brasile al Perù - e dell’Africa. D’altro canto, la toppa messa ieri rischia di essere peggiore del buco. O del Tucho. La confusione, anziché essere dissipata, aumenta. E le precisazioni sull’applicazione delle nuove direttive dell’ex Sant’Uffizio presentano aspetti quasi grotteschi.
Cosa dice, dunque, il cardinale Fernández? Intanto, riconosce che i pronunciamenti dei vescovi sono «comprensibili» e ammette che, almeno in certi casi, può essere necessario «un periodo più lungo di riflessione pastorale» sulla Dichiarazione. In fondo, esiste il «discernimento» dei capi delle diocesi, «a seconda di contesti locali». Tutto tollerabile, conferma, a patto che le titubanze siano manifestate «con il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice». La stizza del prefetto argentino si taglia a fette. L’imbarazzo, tuttavia, resta: forse per la prima volta nella plurimillenaria storia della Chiesa, un organismo della Santa Sede che si occupa di dottrina è costretto a garantire che la sua tesi non è «eretica», né «blasfema». Un’allusione esplicita alle rimostranze di uno dei predecessori di Tucho, il cardinale Gerhard Müller.
Siccome quella sostenuta da Fiducia Supplicans è «la dottrina di sempre», giura il monsignore, l’opposizione delle Conferenze episcopali - e, aggiungiamo noi, di alcuni porporati creati dallo stesso Francesco, tipo Fridolin Ambongo Besungu - non può essere considerata «dottrinale». C’è da accordarsi solamente sulla «ricezione pratica» di queste «brevi e semplici benedizioni pastorali», distinte da quelle «liturgiche e ritualizzate». Ed è qui che si complica il groviglio.
Il numero uno dell’ex Sant’Uffizio tenta ancora di aggrapparsi al pretesto che aveva addotto, il 24 dicembre scorso, in un’intervista alla testata americana The Pillar: il continente nero borbotta? È perché in molte nazioni ci sono leggi anti gay e i religiosi non vogliono «esporre le persone omosessuali alla violenza». I poveri africani sono arretrati, tocca chiudere un occhio. È il fardello dell’uomo bianco?
Invero, soltanto il Gabon ha alluso alle norme discriminatorie imposte dalla giunta militare. La nota firmata da monsignor Ambongo, con la quale si chiedeva ai vescovi della regione di rilasciare un parere approfondito sulla Dichiarazione, prendeva di mira le «ambiguità» del testo, mentre rivendicava il ruolo dei presuli nel tutelare la «fede» e la «cultura dei popoli». La Conferenza episcopale del Kenya è stata vieppiù netta: ha accusato l’Occidente di avallare «nuovi modelli non cristiani di “unione coniugale”», ribadendo che, «nel nostro contesto africano, […] siamo molto chiari su cosa siano la famiglia e il matrimonio. La situazione sociale dei matrimoni omosessuali non trova accettazione nella nostra cultura».
Ma al di là delle scuse zoppicanti del cardinale Fernández, rimane il problema di capire davvero cosa siano le benedizioni della discordia: quasi nulla, viene da pensare, leggendo il comunicato stampa di ieri. Esse sarebbero «spontanee o pastorali», mai tali da configurare «una consacrazione della persona o della coppia che le riceve», da rappresentare «una giustificazione di tutte le sua azioni», o «una ratifica della vita che conduce». Retrocesse in serie B prima di essere amministrate.
Giusto al fine rimarcare il loro carattere subalterno e secondario, Tucho aggiunge poi dei dettagli che sarebbero comici, se non fossero sconcertanti: «Per distinguersi chiaramente dalle benedizioni liturgiche o ritualizzate», ricorda, citando Fiducia Supplicans, «le “benedizioni pastorali” debbono essere […] molto brevi». In che misura? «Si tratta di benedizioni di pochi secondi, senza Rituali e senza Benedizionale». Per l’esattezza, «10 o 15 secondi», purché l’atipica cerimonia non si compia «in un posto importante dell’edificio sacro o di fronte all’altare».
Così, la misericordiosa accoglienza pastorale si riduce a un gesto sbrigativo, fatto quasi di nascosto, in assenza di un rito, di una formula e di una qualsiasi approvazione delle unioni strette da quelle coppie. È una benedizione o un’umiliazione? Un aiuto ai fedeli o un contentino al clero arcobaleno?
Peraltro, come emerge dal caso ipotetico immaginato dal prefetto (due divorziati risposati che si rivolgono al prete: «Ci dia una benedizione, non riusciamo a trovare lavoro, lui è molto malato, non abbiamo una casa, la vita sta diventando molto pesante»), l’invocazione da rivolgere a Dio coinciderebbe con il proposito di spezzare il vincolo irregolare. «Liberali», dovrebbe recitare il sacerdote, «da tutto ciò che contraddice il tuo Vangelo e concedi loro di vivere secondo la tua volontà». Ma la volontà del Signore può forse coincidere con la pratica del concubinato?
Alla fine della fiera, il combinato tra fughe in avanti e precipitose retromarce rende ben poco attrattivi i novelli «canali pastorali» indicati dal Dicastero. Benedizioni di categoria inferiore, della durata di dieci secondi, compiute lontano da occhi indiscreti, per domandare, in effetti, di essere mondati dall’errore. Cioè, di rompere l’unione per la quale si voleva la benedizione. E, ovviamente, senza manco la possibilità di ottenere «una assoluzione», la quale presuppone che si fuoriesca dallo stato di peccato.
In un apparente barlume di consapevolezza del pasticcio teologico, Tucho osserva che, per comprendere bene Fiducia Supplicans, «sarà necessaria una catechesi». Toh. Si vede che parlare per «sì sì, no no», come ha ordinato Gesù Cristo, non era abbastanza pastorale.
Papa frenato dai bergogliani d’Africa
Dopo diverse resistenze all’applicazione della Dichiarazione Fiducia Supplicans, provenienti soprattutto dalle «periferie» africane, la massima autorità dottrinale della Chiesa ieri ha pubblicato un testo di oltre 13.000 caratteri per specificare ciò per cui aveva, invece, scritto che «non si debbono dunque aspettare altre risposte su eventuali modalità per normare dettagli o aspetti pratici riguardo a benedizioni di questo tipo» (FC, n°41).
Quindi, la nota di ieri firmata dal prefetto dell’ex Sant’Ufficio, cardinale Víctor «Tucho» Fernández, a suo modo è già un segno del fatto che qualcosa è andato storto, che la reazione africana soprattutto è stata mal digerita al di là del Tevere. D’altra parte il non placet delle conferenze episcopali di Ghana, Zambia, Malawi, Nigeria, Togo, Benin, Camerun, Zimbabwe, Ruanda, Angola, Mozambico, Sao Tomé e Gabon, non è un particolare periferico, ma appunto il grido delle «periferie», per usare una categoria cara al Pontefice. In Africa è apparso abbastanza evidente che le benedizioni gay non s’hanno da fare. Si sono pronunciati pure cardinali di nomina bergogliana: il congolese Fridolin Ambongo ha contestato le «ambiguità» del testo, mentre Jean Pierre Kutwa, vescovo in Costa d’Avorio, ha chiesto «a tutti i sacerdoti e i diaconi di sospendere ogni benedizione delle coppie in situazione irregolare o delle coppie dello stesso sesso, in attesa di nuove disposizioni».
Nel testo di ieri, senza mai nominare il continente nero, Fernández parla del «caso di alcune Conferenze episcopali» in cui Fiducia Supplicans «deve essere compreso nel proprio contesto. In diversi Paesi ci sono forti questioni culturali e perfino legali che richiedono tempo e strategie pastorali che vanno oltre il breve termine». Quindi ricorda che in queste realtà, ogni riferimento all’Africa non è puramente casuale, ci vuole sì prudenza, ma anche vi «è un compito pastorale grande e di largo respiro che include formazione, difesa della dignità umana, insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa e diverse strategie che non ammettono fretta». Peraltro, durante il sinodo sulla famiglia del 2014 vi fu il brutto scivolone del cardinale tedesco Walter Kasper, che si lasciò scappare che in fondo per gli africani l’omosessualità è un «tabù» e che su questo tema «non devono dirci troppo cosa dobbiamo fare». Si alzò un polverone, con accuse di razzismo nei confronti di Kasper, mentre il teologo tedesco ribadiva di essere stato frainteso. Sta di fatto che ora la «questione africana» si ripropone e la nota pubblicata ieri dice ai pastori africani che, fatto salvo il «discernimento di ogni vescovo diocesano con la sua diocesi», occorre «il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice, cercando in qualche modo di accogliere la riflessione in esso contenuta».
Un’altra risposta indiretta è spedita all’ex prefetto del Sant’Uffizio, cardinale Gerhard Müller, autore di un testo articolato che ha smontato Fiducia Supplicans, parlando addirittura di «blasfemia». Così Fernádez, nella prima parte della sua nota, quella dove ripete che «la dottrina non cambia» e che «il documento è chiaro e classico sul matrimonio e sulla sessualità», scrive che non c’è «lo spazio per prendere le distanze dottrinali da questa Dichiarazione o per considerarla eretica, contraria alla Tradizione della Chiesa o blasfema».
Ma le questioni sollevate da Müller non sono però solo dell’ex prefetto, visto che altri vescovi non africani hanno sollevato dubbi. Ci sono i vescovi ucraini, compresa la chiesa greco-cattolica guidata da monsignor Sviatoslav Shevchuk, i vescovi polacchi e ungheresi, il cardinale Daniel Sturla, arcivescovo di Montevideo (Uruguay), il vescovo di Bayonne in Francia, monsignor Marc Aillet, l’arcidiocesi di Astana in Kazakistan, il vescovo della diocesi brasiliana di Formosa, monsignor Adair José Guimaraes, confraternite del clero in Inghilterra, Stati Uniti e Australia, la Prelatura territoriale di di Moyobamba (Perù). Una litania di non applicabilità della Dichiarazione che manifesta una spaccatura che Fernández vuole chiudere in modo netto. Lo fa però dovendo estendersi in particolari come la velocità con cui deve realizzarsi la nuova benedizione pastorale («si tratta di 10 o 15 secondi», scrive Tucho).
Il prefetto sottolinea che questa benedizione «non è un matrimonio, ma non è neanche un’«approvazione» né la ratifica di qualcosa. È unicamente «la risposta di un pastore a due persone che chiedono l’aiuto di Dio». Lo aveva già scritto, ma se ora lo deve ribadire, forse non era così chiaro.
Continua a leggereRiduci
Victor Manuel «Tucho» Fernàndez diffonde una lunga nota per «chiarire la ricezione» di «Fiducia Supplicans»: «Non è eretica: non approviamo o assolviamo le coppie irregolari». È un rito di serie B?Oltre ai presuli, in Africa persino i cardinali creati da Francesco hanno contestato la Dichiarazione. E non c’entra l’«arretratezza» sul tema dei diritti Lgbt.Lo speciale contiene due articoli.Benediteli. Ma solo per «pochi secondi». Sarebbe questo, stando all’ultima sintesi dell’ex Sant’Uffizio, il messaggio di Fiducia Supplicans sul sacramentale alle coppie irregolari. Sintesi per modo di dire: il comunicato stampa diffuso ieri dal Dicastero della fede è lungo quasi quanto la Dichiarazione originale. Bizzarro.Dopo che i prelati di mezzo mondo si sono rivoltati contro il testo di monsignor Víctor Manuel Fernández, approvato dal Papa, il prefetto s’è reso conto che bisognava correre ai ripari. Ha provato a farlo con una nota, vergata insieme a monsignor Armando Matteo, segretario per la Sezione dottrinale, che servisse a «chiarire la ricezione» del documento, con cui è stata liberalizzata la benedizione delle unioni moralmente illecite, incluse quelle di due coniugi dello stesso sesso.Da un lato, la mossa del porporato conferma che, in Vaticano, si sono accorti di aver fatto il passo più lungo della gamba. Il dissenso nei confronti di quel documento non è rimasto confinato alla fronda dei conservatori, né alle Conferenze episcopali dell’Est tradizionalista, dalla Polonia all’Ucraina. Il problema non riguarda esclusivamente il battage della «stampa di estrema destra», come sosteneva il Papa fino a pochi giorni fa. Devono aver suscitato preoccupazione soprattutto le prese di posizione del Sudamerica - dal Brasile al Perù - e dell’Africa. D’altro canto, la toppa messa ieri rischia di essere peggiore del buco. O del Tucho. La confusione, anziché essere dissipata, aumenta. E le precisazioni sull’applicazione delle nuove direttive dell’ex Sant’Uffizio presentano aspetti quasi grotteschi. Cosa dice, dunque, il cardinale Fernández? Intanto, riconosce che i pronunciamenti dei vescovi sono «comprensibili» e ammette che, almeno in certi casi, può essere necessario «un periodo più lungo di riflessione pastorale» sulla Dichiarazione. In fondo, esiste il «discernimento» dei capi delle diocesi, «a seconda di contesti locali». Tutto tollerabile, conferma, a patto che le titubanze siano manifestate «con il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice». La stizza del prefetto argentino si taglia a fette. L’imbarazzo, tuttavia, resta: forse per la prima volta nella plurimillenaria storia della Chiesa, un organismo della Santa Sede che si occupa di dottrina è costretto a garantire che la sua tesi non è «eretica», né «blasfema». Un’allusione esplicita alle rimostranze di uno dei predecessori di Tucho, il cardinale Gerhard Müller.Siccome quella sostenuta da Fiducia Supplicans è «la dottrina di sempre», giura il monsignore, l’opposizione delle Conferenze episcopali - e, aggiungiamo noi, di alcuni porporati creati dallo stesso Francesco, tipo Fridolin Ambongo Besungu - non può essere considerata «dottrinale». C’è da accordarsi solamente sulla «ricezione pratica» di queste «brevi e semplici benedizioni pastorali», distinte da quelle «liturgiche e ritualizzate». Ed è qui che si complica il groviglio.Il numero uno dell’ex Sant’Uffizio tenta ancora di aggrapparsi al pretesto che aveva addotto, il 24 dicembre scorso, in un’intervista alla testata americana The Pillar: il continente nero borbotta? È perché in molte nazioni ci sono leggi anti gay e i religiosi non vogliono «esporre le persone omosessuali alla violenza». I poveri africani sono arretrati, tocca chiudere un occhio. È il fardello dell’uomo bianco? Invero, soltanto il Gabon ha alluso alle norme discriminatorie imposte dalla giunta militare. La nota firmata da monsignor Ambongo, con la quale si chiedeva ai vescovi della regione di rilasciare un parere approfondito sulla Dichiarazione, prendeva di mira le «ambiguità» del testo, mentre rivendicava il ruolo dei presuli nel tutelare la «fede» e la «cultura dei popoli». La Conferenza episcopale del Kenya è stata vieppiù netta: ha accusato l’Occidente di avallare «nuovi modelli non cristiani di “unione coniugale”», ribadendo che, «nel nostro contesto africano, […] siamo molto chiari su cosa siano la famiglia e il matrimonio. La situazione sociale dei matrimoni omosessuali non trova accettazione nella nostra cultura».Ma al di là delle scuse zoppicanti del cardinale Fernández, rimane il problema di capire davvero cosa siano le benedizioni della discordia: quasi nulla, viene da pensare, leggendo il comunicato stampa di ieri. Esse sarebbero «spontanee o pastorali», mai tali da configurare «una consacrazione della persona o della coppia che le riceve», da rappresentare «una giustificazione di tutte le sua azioni», o «una ratifica della vita che conduce». Retrocesse in serie B prima di essere amministrate. Giusto al fine rimarcare il loro carattere subalterno e secondario, Tucho aggiunge poi dei dettagli che sarebbero comici, se non fossero sconcertanti: «Per distinguersi chiaramente dalle benedizioni liturgiche o ritualizzate», ricorda, citando Fiducia Supplicans, «le “benedizioni pastorali” debbono essere […] molto brevi». In che misura? «Si tratta di benedizioni di pochi secondi, senza Rituali e senza Benedizionale». Per l’esattezza, «10 o 15 secondi», purché l’atipica cerimonia non si compia «in un posto importante dell’edificio sacro o di fronte all’altare».Così, la misericordiosa accoglienza pastorale si riduce a un gesto sbrigativo, fatto quasi di nascosto, in assenza di un rito, di una formula e di una qualsiasi approvazione delle unioni strette da quelle coppie. È una benedizione o un’umiliazione? Un aiuto ai fedeli o un contentino al clero arcobaleno?Peraltro, come emerge dal caso ipotetico immaginato dal prefetto (due divorziati risposati che si rivolgono al prete: «Ci dia una benedizione, non riusciamo a trovare lavoro, lui è molto malato, non abbiamo una casa, la vita sta diventando molto pesante»), l’invocazione da rivolgere a Dio coinciderebbe con il proposito di spezzare il vincolo irregolare. «Liberali», dovrebbe recitare il sacerdote, «da tutto ciò che contraddice il tuo Vangelo e concedi loro di vivere secondo la tua volontà». Ma la volontà del Signore può forse coincidere con la pratica del concubinato?Alla fine della fiera, il combinato tra fughe in avanti e precipitose retromarce rende ben poco attrattivi i novelli «canali pastorali» indicati dal Dicastero. Benedizioni di categoria inferiore, della durata di dieci secondi, compiute lontano da occhi indiscreti, per domandare, in effetti, di essere mondati dall’errore. Cioè, di rompere l’unione per la quale si voleva la benedizione. E, ovviamente, senza manco la possibilità di ottenere «una assoluzione», la quale presuppone che si fuoriesca dallo stato di peccato.In un apparente barlume di consapevolezza del pasticcio teologico, Tucho osserva che, per comprendere bene Fiducia Supplicans, «sarà necessaria una catechesi». Toh. Si vede che parlare per «sì sì, no no», come ha ordinato Gesù Cristo, non era abbastanza pastorale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/benedizione-coppie-gay-2666876633.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="papa-frenato-dai-bergogliani-dafrica" data-post-id="2666876633" data-published-at="1704448589" data-use-pagination="False"> Papa frenato dai bergogliani d’Africa Dopo diverse resistenze all’applicazione della Dichiarazione Fiducia Supplicans, provenienti soprattutto dalle «periferie» africane, la massima autorità dottrinale della Chiesa ieri ha pubblicato un testo di oltre 13.000 caratteri per specificare ciò per cui aveva, invece, scritto che «non si debbono dunque aspettare altre risposte su eventuali modalità per normare dettagli o aspetti pratici riguardo a benedizioni di questo tipo» (FC, n°41). Quindi, la nota di ieri firmata dal prefetto dell’ex Sant’Ufficio, cardinale Víctor «Tucho» Fernández, a suo modo è già un segno del fatto che qualcosa è andato storto, che la reazione africana soprattutto è stata mal digerita al di là del Tevere. D’altra parte il non placet delle conferenze episcopali di Ghana, Zambia, Malawi, Nigeria, Togo, Benin, Camerun, Zimbabwe, Ruanda, Angola, Mozambico, Sao Tomé e Gabon, non è un particolare periferico, ma appunto il grido delle «periferie», per usare una categoria cara al Pontefice. In Africa è apparso abbastanza evidente che le benedizioni gay non s’hanno da fare. Si sono pronunciati pure cardinali di nomina bergogliana: il congolese Fridolin Ambongo ha contestato le «ambiguità» del testo, mentre Jean Pierre Kutwa, vescovo in Costa d’Avorio, ha chiesto «a tutti i sacerdoti e i diaconi di sospendere ogni benedizione delle coppie in situazione irregolare o delle coppie dello stesso sesso, in attesa di nuove disposizioni». Nel testo di ieri, senza mai nominare il continente nero, Fernández parla del «caso di alcune Conferenze episcopali» in cui Fiducia Supplicans «deve essere compreso nel proprio contesto. In diversi Paesi ci sono forti questioni culturali e perfino legali che richiedono tempo e strategie pastorali che vanno oltre il breve termine». Quindi ricorda che in queste realtà, ogni riferimento all’Africa non è puramente casuale, ci vuole sì prudenza, ma anche vi «è un compito pastorale grande e di largo respiro che include formazione, difesa della dignità umana, insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa e diverse strategie che non ammettono fretta». Peraltro, durante il sinodo sulla famiglia del 2014 vi fu il brutto scivolone del cardinale tedesco Walter Kasper, che si lasciò scappare che in fondo per gli africani l’omosessualità è un «tabù» e che su questo tema «non devono dirci troppo cosa dobbiamo fare». Si alzò un polverone, con accuse di razzismo nei confronti di Kasper, mentre il teologo tedesco ribadiva di essere stato frainteso. Sta di fatto che ora la «questione africana» si ripropone e la nota pubblicata ieri dice ai pastori africani che, fatto salvo il «discernimento di ogni vescovo diocesano con la sua diocesi», occorre «il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice, cercando in qualche modo di accogliere la riflessione in esso contenuta». Un’altra risposta indiretta è spedita all’ex prefetto del Sant’Uffizio, cardinale Gerhard Müller, autore di un testo articolato che ha smontato Fiducia Supplicans, parlando addirittura di «blasfemia». Così Fernádez, nella prima parte della sua nota, quella dove ripete che «la dottrina non cambia» e che «il documento è chiaro e classico sul matrimonio e sulla sessualità», scrive che non c’è «lo spazio per prendere le distanze dottrinali da questa Dichiarazione o per considerarla eretica, contraria alla Tradizione della Chiesa o blasfema». Ma le questioni sollevate da Müller non sono però solo dell’ex prefetto, visto che altri vescovi non africani hanno sollevato dubbi. Ci sono i vescovi ucraini, compresa la chiesa greco-cattolica guidata da monsignor Sviatoslav Shevchuk, i vescovi polacchi e ungheresi, il cardinale Daniel Sturla, arcivescovo di Montevideo (Uruguay), il vescovo di Bayonne in Francia, monsignor Marc Aillet, l’arcidiocesi di Astana in Kazakistan, il vescovo della diocesi brasiliana di Formosa, monsignor Adair José Guimaraes, confraternite del clero in Inghilterra, Stati Uniti e Australia, la Prelatura territoriale di di Moyobamba (Perù). Una litania di non applicabilità della Dichiarazione che manifesta una spaccatura che Fernández vuole chiudere in modo netto. Lo fa però dovendo estendersi in particolari come la velocità con cui deve realizzarsi la nuova benedizione pastorale («si tratta di 10 o 15 secondi», scrive Tucho). Il prefetto sottolinea che questa benedizione «non è un matrimonio, ma non è neanche un’«approvazione» né la ratifica di qualcosa. È unicamente «la risposta di un pastore a due persone che chiedono l’aiuto di Dio». Lo aveva già scritto, ma se ora lo deve ribadire, forse non era così chiaro.
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
Continua a leggereRiduci
«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
Continua a leggereRiduci
A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
Continua a leggereRiduci