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2024-01-05
Altro pasticcio del Vaticano sulle benedizioni ai gay: «Durino solo 10-15 secondi»
Papa Francesco e il cardinale Victor Manuel «Tucho» Fernàndez (Ansa)
Benediteli. Ma solo per «pochi secondi». Sarebbe questo, stando all’ultima sintesi dell’ex Sant’Uffizio, il messaggio di Fiducia Supplicans sul sacramentale alle coppie irregolari. Sintesi per modo di dire: il comunicato stampa diffuso ieri dal Dicastero della fede è lungo quasi quanto la Dichiarazione originale. Bizzarro.
Dopo che i prelati di mezzo mondo si sono rivoltati contro il testo di monsignor Víctor Manuel Fernández, approvato dal Papa, il prefetto s’è reso conto che bisognava correre ai ripari. Ha provato a farlo con una nota, vergata insieme a monsignor Armando Matteo, segretario per la Sezione dottrinale, che servisse a «chiarire la ricezione» del documento, con cui è stata liberalizzata la benedizione delle unioni moralmente illecite, incluse quelle di due coniugi dello stesso sesso.
Da un lato, la mossa del porporato conferma che, in Vaticano, si sono accorti di aver fatto il passo più lungo della gamba. Il dissenso nei confronti di quel documento non è rimasto confinato alla fronda dei conservatori, né alle Conferenze episcopali dell’Est tradizionalista, dalla Polonia all’Ucraina. Il problema non riguarda esclusivamente il battage della «stampa di estrema destra», come sosteneva il Papa fino a pochi giorni fa. Devono aver suscitato preoccupazione soprattutto le prese di posizione del Sudamerica - dal Brasile al Perù - e dell’Africa. D’altro canto, la toppa messa ieri rischia di essere peggiore del buco. O del Tucho. La confusione, anziché essere dissipata, aumenta. E le precisazioni sull’applicazione delle nuove direttive dell’ex Sant’Uffizio presentano aspetti quasi grotteschi.
Cosa dice, dunque, il cardinale Fernández? Intanto, riconosce che i pronunciamenti dei vescovi sono «comprensibili» e ammette che, almeno in certi casi, può essere necessario «un periodo più lungo di riflessione pastorale» sulla Dichiarazione. In fondo, esiste il «discernimento» dei capi delle diocesi, «a seconda di contesti locali». Tutto tollerabile, conferma, a patto che le titubanze siano manifestate «con il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice». La stizza del prefetto argentino si taglia a fette. L’imbarazzo, tuttavia, resta: forse per la prima volta nella plurimillenaria storia della Chiesa, un organismo della Santa Sede che si occupa di dottrina è costretto a garantire che la sua tesi non è «eretica», né «blasfema». Un’allusione esplicita alle rimostranze di uno dei predecessori di Tucho, il cardinale Gerhard Müller.
Siccome quella sostenuta da Fiducia Supplicans è «la dottrina di sempre», giura il monsignore, l’opposizione delle Conferenze episcopali - e, aggiungiamo noi, di alcuni porporati creati dallo stesso Francesco, tipo Fridolin Ambongo Besungu - non può essere considerata «dottrinale». C’è da accordarsi solamente sulla «ricezione pratica» di queste «brevi e semplici benedizioni pastorali», distinte da quelle «liturgiche e ritualizzate». Ed è qui che si complica il groviglio.
Il numero uno dell’ex Sant’Uffizio tenta ancora di aggrapparsi al pretesto che aveva addotto, il 24 dicembre scorso, in un’intervista alla testata americana The Pillar: il continente nero borbotta? È perché in molte nazioni ci sono leggi anti gay e i religiosi non vogliono «esporre le persone omosessuali alla violenza». I poveri africani sono arretrati, tocca chiudere un occhio. È il fardello dell’uomo bianco?
Invero, soltanto il Gabon ha alluso alle norme discriminatorie imposte dalla giunta militare. La nota firmata da monsignor Ambongo, con la quale si chiedeva ai vescovi della regione di rilasciare un parere approfondito sulla Dichiarazione, prendeva di mira le «ambiguità» del testo, mentre rivendicava il ruolo dei presuli nel tutelare la «fede» e la «cultura dei popoli». La Conferenza episcopale del Kenya è stata vieppiù netta: ha accusato l’Occidente di avallare «nuovi modelli non cristiani di “unione coniugale”», ribadendo che, «nel nostro contesto africano, […] siamo molto chiari su cosa siano la famiglia e il matrimonio. La situazione sociale dei matrimoni omosessuali non trova accettazione nella nostra cultura».
Ma al di là delle scuse zoppicanti del cardinale Fernández, rimane il problema di capire davvero cosa siano le benedizioni della discordia: quasi nulla, viene da pensare, leggendo il comunicato stampa di ieri. Esse sarebbero «spontanee o pastorali», mai tali da configurare «una consacrazione della persona o della coppia che le riceve», da rappresentare «una giustificazione di tutte le sua azioni», o «una ratifica della vita che conduce». Retrocesse in serie B prima di essere amministrate.
Giusto al fine rimarcare il loro carattere subalterno e secondario, Tucho aggiunge poi dei dettagli che sarebbero comici, se non fossero sconcertanti: «Per distinguersi chiaramente dalle benedizioni liturgiche o ritualizzate», ricorda, citando Fiducia Supplicans, «le “benedizioni pastorali” debbono essere […] molto brevi». In che misura? «Si tratta di benedizioni di pochi secondi, senza Rituali e senza Benedizionale». Per l’esattezza, «10 o 15 secondi», purché l’atipica cerimonia non si compia «in un posto importante dell’edificio sacro o di fronte all’altare».
Così, la misericordiosa accoglienza pastorale si riduce a un gesto sbrigativo, fatto quasi di nascosto, in assenza di un rito, di una formula e di una qualsiasi approvazione delle unioni strette da quelle coppie. È una benedizione o un’umiliazione? Un aiuto ai fedeli o un contentino al clero arcobaleno?
Peraltro, come emerge dal caso ipotetico immaginato dal prefetto (due divorziati risposati che si rivolgono al prete: «Ci dia una benedizione, non riusciamo a trovare lavoro, lui è molto malato, non abbiamo una casa, la vita sta diventando molto pesante»), l’invocazione da rivolgere a Dio coinciderebbe con il proposito di spezzare il vincolo irregolare. «Liberali», dovrebbe recitare il sacerdote, «da tutto ciò che contraddice il tuo Vangelo e concedi loro di vivere secondo la tua volontà». Ma la volontà del Signore può forse coincidere con la pratica del concubinato?
Alla fine della fiera, il combinato tra fughe in avanti e precipitose retromarce rende ben poco attrattivi i novelli «canali pastorali» indicati dal Dicastero. Benedizioni di categoria inferiore, della durata di dieci secondi, compiute lontano da occhi indiscreti, per domandare, in effetti, di essere mondati dall’errore. Cioè, di rompere l’unione per la quale si voleva la benedizione. E, ovviamente, senza manco la possibilità di ottenere «una assoluzione», la quale presuppone che si fuoriesca dallo stato di peccato.
In un apparente barlume di consapevolezza del pasticcio teologico, Tucho osserva che, per comprendere bene Fiducia Supplicans, «sarà necessaria una catechesi». Toh. Si vede che parlare per «sì sì, no no», come ha ordinato Gesù Cristo, non era abbastanza pastorale.
Papa frenato dai bergogliani d’Africa
Dopo diverse resistenze all’applicazione della Dichiarazione Fiducia Supplicans, provenienti soprattutto dalle «periferie» africane, la massima autorità dottrinale della Chiesa ieri ha pubblicato un testo di oltre 13.000 caratteri per specificare ciò per cui aveva, invece, scritto che «non si debbono dunque aspettare altre risposte su eventuali modalità per normare dettagli o aspetti pratici riguardo a benedizioni di questo tipo» (FC, n°41).
Quindi, la nota di ieri firmata dal prefetto dell’ex Sant’Ufficio, cardinale Víctor «Tucho» Fernández, a suo modo è già un segno del fatto che qualcosa è andato storto, che la reazione africana soprattutto è stata mal digerita al di là del Tevere. D’altra parte il non placet delle conferenze episcopali di Ghana, Zambia, Malawi, Nigeria, Togo, Benin, Camerun, Zimbabwe, Ruanda, Angola, Mozambico, Sao Tomé e Gabon, non è un particolare periferico, ma appunto il grido delle «periferie», per usare una categoria cara al Pontefice. In Africa è apparso abbastanza evidente che le benedizioni gay non s’hanno da fare. Si sono pronunciati pure cardinali di nomina bergogliana: il congolese Fridolin Ambongo ha contestato le «ambiguità» del testo, mentre Jean Pierre Kutwa, vescovo in Costa d’Avorio, ha chiesto «a tutti i sacerdoti e i diaconi di sospendere ogni benedizione delle coppie in situazione irregolare o delle coppie dello stesso sesso, in attesa di nuove disposizioni».
Nel testo di ieri, senza mai nominare il continente nero, Fernández parla del «caso di alcune Conferenze episcopali» in cui Fiducia Supplicans «deve essere compreso nel proprio contesto. In diversi Paesi ci sono forti questioni culturali e perfino legali che richiedono tempo e strategie pastorali che vanno oltre il breve termine». Quindi ricorda che in queste realtà, ogni riferimento all’Africa non è puramente casuale, ci vuole sì prudenza, ma anche vi «è un compito pastorale grande e di largo respiro che include formazione, difesa della dignità umana, insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa e diverse strategie che non ammettono fretta». Peraltro, durante il sinodo sulla famiglia del 2014 vi fu il brutto scivolone del cardinale tedesco Walter Kasper, che si lasciò scappare che in fondo per gli africani l’omosessualità è un «tabù» e che su questo tema «non devono dirci troppo cosa dobbiamo fare». Si alzò un polverone, con accuse di razzismo nei confronti di Kasper, mentre il teologo tedesco ribadiva di essere stato frainteso. Sta di fatto che ora la «questione africana» si ripropone e la nota pubblicata ieri dice ai pastori africani che, fatto salvo il «discernimento di ogni vescovo diocesano con la sua diocesi», occorre «il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice, cercando in qualche modo di accogliere la riflessione in esso contenuta».
Un’altra risposta indiretta è spedita all’ex prefetto del Sant’Uffizio, cardinale Gerhard Müller, autore di un testo articolato che ha smontato Fiducia Supplicans, parlando addirittura di «blasfemia». Così Fernádez, nella prima parte della sua nota, quella dove ripete che «la dottrina non cambia» e che «il documento è chiaro e classico sul matrimonio e sulla sessualità», scrive che non c’è «lo spazio per prendere le distanze dottrinali da questa Dichiarazione o per considerarla eretica, contraria alla Tradizione della Chiesa o blasfema».
Ma le questioni sollevate da Müller non sono però solo dell’ex prefetto, visto che altri vescovi non africani hanno sollevato dubbi. Ci sono i vescovi ucraini, compresa la chiesa greco-cattolica guidata da monsignor Sviatoslav Shevchuk, i vescovi polacchi e ungheresi, il cardinale Daniel Sturla, arcivescovo di Montevideo (Uruguay), il vescovo di Bayonne in Francia, monsignor Marc Aillet, l’arcidiocesi di Astana in Kazakistan, il vescovo della diocesi brasiliana di Formosa, monsignor Adair José Guimaraes, confraternite del clero in Inghilterra, Stati Uniti e Australia, la Prelatura territoriale di di Moyobamba (Perù). Una litania di non applicabilità della Dichiarazione che manifesta una spaccatura che Fernández vuole chiudere in modo netto. Lo fa però dovendo estendersi in particolari come la velocità con cui deve realizzarsi la nuova benedizione pastorale («si tratta di 10 o 15 secondi», scrive Tucho).
Il prefetto sottolinea che questa benedizione «non è un matrimonio, ma non è neanche un’«approvazione» né la ratifica di qualcosa. È unicamente «la risposta di un pastore a due persone che chiedono l’aiuto di Dio». Lo aveva già scritto, ma se ora lo deve ribadire, forse non era così chiaro.
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Victor Manuel «Tucho» Fernàndez diffonde una lunga nota per «chiarire la ricezione» di «Fiducia Supplicans»: «Non è eretica: non approviamo o assolviamo le coppie irregolari». È un rito di serie B?Oltre ai presuli, in Africa persino i cardinali creati da Francesco hanno contestato la Dichiarazione. E non c’entra l’«arretratezza» sul tema dei diritti Lgbt.Lo speciale contiene due articoli.Benediteli. Ma solo per «pochi secondi». Sarebbe questo, stando all’ultima sintesi dell’ex Sant’Uffizio, il messaggio di Fiducia Supplicans sul sacramentale alle coppie irregolari. Sintesi per modo di dire: il comunicato stampa diffuso ieri dal Dicastero della fede è lungo quasi quanto la Dichiarazione originale. Bizzarro.Dopo che i prelati di mezzo mondo si sono rivoltati contro il testo di monsignor Víctor Manuel Fernández, approvato dal Papa, il prefetto s’è reso conto che bisognava correre ai ripari. Ha provato a farlo con una nota, vergata insieme a monsignor Armando Matteo, segretario per la Sezione dottrinale, che servisse a «chiarire la ricezione» del documento, con cui è stata liberalizzata la benedizione delle unioni moralmente illecite, incluse quelle di due coniugi dello stesso sesso.Da un lato, la mossa del porporato conferma che, in Vaticano, si sono accorti di aver fatto il passo più lungo della gamba. Il dissenso nei confronti di quel documento non è rimasto confinato alla fronda dei conservatori, né alle Conferenze episcopali dell’Est tradizionalista, dalla Polonia all’Ucraina. Il problema non riguarda esclusivamente il battage della «stampa di estrema destra», come sosteneva il Papa fino a pochi giorni fa. Devono aver suscitato preoccupazione soprattutto le prese di posizione del Sudamerica - dal Brasile al Perù - e dell’Africa. D’altro canto, la toppa messa ieri rischia di essere peggiore del buco. O del Tucho. La confusione, anziché essere dissipata, aumenta. E le precisazioni sull’applicazione delle nuove direttive dell’ex Sant’Uffizio presentano aspetti quasi grotteschi. Cosa dice, dunque, il cardinale Fernández? Intanto, riconosce che i pronunciamenti dei vescovi sono «comprensibili» e ammette che, almeno in certi casi, può essere necessario «un periodo più lungo di riflessione pastorale» sulla Dichiarazione. In fondo, esiste il «discernimento» dei capi delle diocesi, «a seconda di contesti locali». Tutto tollerabile, conferma, a patto che le titubanze siano manifestate «con il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice». La stizza del prefetto argentino si taglia a fette. L’imbarazzo, tuttavia, resta: forse per la prima volta nella plurimillenaria storia della Chiesa, un organismo della Santa Sede che si occupa di dottrina è costretto a garantire che la sua tesi non è «eretica», né «blasfema». Un’allusione esplicita alle rimostranze di uno dei predecessori di Tucho, il cardinale Gerhard Müller.Siccome quella sostenuta da Fiducia Supplicans è «la dottrina di sempre», giura il monsignore, l’opposizione delle Conferenze episcopali - e, aggiungiamo noi, di alcuni porporati creati dallo stesso Francesco, tipo Fridolin Ambongo Besungu - non può essere considerata «dottrinale». C’è da accordarsi solamente sulla «ricezione pratica» di queste «brevi e semplici benedizioni pastorali», distinte da quelle «liturgiche e ritualizzate». Ed è qui che si complica il groviglio.Il numero uno dell’ex Sant’Uffizio tenta ancora di aggrapparsi al pretesto che aveva addotto, il 24 dicembre scorso, in un’intervista alla testata americana The Pillar: il continente nero borbotta? È perché in molte nazioni ci sono leggi anti gay e i religiosi non vogliono «esporre le persone omosessuali alla violenza». I poveri africani sono arretrati, tocca chiudere un occhio. È il fardello dell’uomo bianco? Invero, soltanto il Gabon ha alluso alle norme discriminatorie imposte dalla giunta militare. La nota firmata da monsignor Ambongo, con la quale si chiedeva ai vescovi della regione di rilasciare un parere approfondito sulla Dichiarazione, prendeva di mira le «ambiguità» del testo, mentre rivendicava il ruolo dei presuli nel tutelare la «fede» e la «cultura dei popoli». La Conferenza episcopale del Kenya è stata vieppiù netta: ha accusato l’Occidente di avallare «nuovi modelli non cristiani di “unione coniugale”», ribadendo che, «nel nostro contesto africano, […] siamo molto chiari su cosa siano la famiglia e il matrimonio. La situazione sociale dei matrimoni omosessuali non trova accettazione nella nostra cultura».Ma al di là delle scuse zoppicanti del cardinale Fernández, rimane il problema di capire davvero cosa siano le benedizioni della discordia: quasi nulla, viene da pensare, leggendo il comunicato stampa di ieri. Esse sarebbero «spontanee o pastorali», mai tali da configurare «una consacrazione della persona o della coppia che le riceve», da rappresentare «una giustificazione di tutte le sua azioni», o «una ratifica della vita che conduce». Retrocesse in serie B prima di essere amministrate. Giusto al fine rimarcare il loro carattere subalterno e secondario, Tucho aggiunge poi dei dettagli che sarebbero comici, se non fossero sconcertanti: «Per distinguersi chiaramente dalle benedizioni liturgiche o ritualizzate», ricorda, citando Fiducia Supplicans, «le “benedizioni pastorali” debbono essere […] molto brevi». In che misura? «Si tratta di benedizioni di pochi secondi, senza Rituali e senza Benedizionale». Per l’esattezza, «10 o 15 secondi», purché l’atipica cerimonia non si compia «in un posto importante dell’edificio sacro o di fronte all’altare».Così, la misericordiosa accoglienza pastorale si riduce a un gesto sbrigativo, fatto quasi di nascosto, in assenza di un rito, di una formula e di una qualsiasi approvazione delle unioni strette da quelle coppie. È una benedizione o un’umiliazione? Un aiuto ai fedeli o un contentino al clero arcobaleno?Peraltro, come emerge dal caso ipotetico immaginato dal prefetto (due divorziati risposati che si rivolgono al prete: «Ci dia una benedizione, non riusciamo a trovare lavoro, lui è molto malato, non abbiamo una casa, la vita sta diventando molto pesante»), l’invocazione da rivolgere a Dio coinciderebbe con il proposito di spezzare il vincolo irregolare. «Liberali», dovrebbe recitare il sacerdote, «da tutto ciò che contraddice il tuo Vangelo e concedi loro di vivere secondo la tua volontà». Ma la volontà del Signore può forse coincidere con la pratica del concubinato?Alla fine della fiera, il combinato tra fughe in avanti e precipitose retromarce rende ben poco attrattivi i novelli «canali pastorali» indicati dal Dicastero. Benedizioni di categoria inferiore, della durata di dieci secondi, compiute lontano da occhi indiscreti, per domandare, in effetti, di essere mondati dall’errore. Cioè, di rompere l’unione per la quale si voleva la benedizione. E, ovviamente, senza manco la possibilità di ottenere «una assoluzione», la quale presuppone che si fuoriesca dallo stato di peccato.In un apparente barlume di consapevolezza del pasticcio teologico, Tucho osserva che, per comprendere bene Fiducia Supplicans, «sarà necessaria una catechesi». Toh. 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Quindi, la nota di ieri firmata dal prefetto dell’ex Sant’Ufficio, cardinale Víctor «Tucho» Fernández, a suo modo è già un segno del fatto che qualcosa è andato storto, che la reazione africana soprattutto è stata mal digerita al di là del Tevere. D’altra parte il non placet delle conferenze episcopali di Ghana, Zambia, Malawi, Nigeria, Togo, Benin, Camerun, Zimbabwe, Ruanda, Angola, Mozambico, Sao Tomé e Gabon, non è un particolare periferico, ma appunto il grido delle «periferie», per usare una categoria cara al Pontefice. In Africa è apparso abbastanza evidente che le benedizioni gay non s’hanno da fare. Si sono pronunciati pure cardinali di nomina bergogliana: il congolese Fridolin Ambongo ha contestato le «ambiguità» del testo, mentre Jean Pierre Kutwa, vescovo in Costa d’Avorio, ha chiesto «a tutti i sacerdoti e i diaconi di sospendere ogni benedizione delle coppie in situazione irregolare o delle coppie dello stesso sesso, in attesa di nuove disposizioni». Nel testo di ieri, senza mai nominare il continente nero, Fernández parla del «caso di alcune Conferenze episcopali» in cui Fiducia Supplicans «deve essere compreso nel proprio contesto. In diversi Paesi ci sono forti questioni culturali e perfino legali che richiedono tempo e strategie pastorali che vanno oltre il breve termine». Quindi ricorda che in queste realtà, ogni riferimento all’Africa non è puramente casuale, ci vuole sì prudenza, ma anche vi «è un compito pastorale grande e di largo respiro che include formazione, difesa della dignità umana, insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa e diverse strategie che non ammettono fretta». Peraltro, durante il sinodo sulla famiglia del 2014 vi fu il brutto scivolone del cardinale tedesco Walter Kasper, che si lasciò scappare che in fondo per gli africani l’omosessualità è un «tabù» e che su questo tema «non devono dirci troppo cosa dobbiamo fare». Si alzò un polverone, con accuse di razzismo nei confronti di Kasper, mentre il teologo tedesco ribadiva di essere stato frainteso. Sta di fatto che ora la «questione africana» si ripropone e la nota pubblicata ieri dice ai pastori africani che, fatto salvo il «discernimento di ogni vescovo diocesano con la sua diocesi», occorre «il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice, cercando in qualche modo di accogliere la riflessione in esso contenuta». Un’altra risposta indiretta è spedita all’ex prefetto del Sant’Uffizio, cardinale Gerhard Müller, autore di un testo articolato che ha smontato Fiducia Supplicans, parlando addirittura di «blasfemia». Così Fernádez, nella prima parte della sua nota, quella dove ripete che «la dottrina non cambia» e che «il documento è chiaro e classico sul matrimonio e sulla sessualità», scrive che non c’è «lo spazio per prendere le distanze dottrinali da questa Dichiarazione o per considerarla eretica, contraria alla Tradizione della Chiesa o blasfema». Ma le questioni sollevate da Müller non sono però solo dell’ex prefetto, visto che altri vescovi non africani hanno sollevato dubbi. Ci sono i vescovi ucraini, compresa la chiesa greco-cattolica guidata da monsignor Sviatoslav Shevchuk, i vescovi polacchi e ungheresi, il cardinale Daniel Sturla, arcivescovo di Montevideo (Uruguay), il vescovo di Bayonne in Francia, monsignor Marc Aillet, l’arcidiocesi di Astana in Kazakistan, il vescovo della diocesi brasiliana di Formosa, monsignor Adair José Guimaraes, confraternite del clero in Inghilterra, Stati Uniti e Australia, la Prelatura territoriale di di Moyobamba (Perù). Una litania di non applicabilità della Dichiarazione che manifesta una spaccatura che Fernández vuole chiudere in modo netto. Lo fa però dovendo estendersi in particolari come la velocità con cui deve realizzarsi la nuova benedizione pastorale («si tratta di 10 o 15 secondi», scrive Tucho). Il prefetto sottolinea che questa benedizione «non è un matrimonio, ma non è neanche un’«approvazione» né la ratifica di qualcosa. È unicamente «la risposta di un pastore a due persone che chiedono l’aiuto di Dio». Lo aveva già scritto, ma se ora lo deve ribadire, forse non era così chiaro.
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Un’iconografia che lo ha sempre dipinto come un raffinato latin lover senza freni, mentre invece poco si è indagato su di un altro suo aspetto, meno conosciuto, ovvero quello di raffinato e goloso gourmet. Ne diamo conto in due puntate, questa è la prima. Cibo e cucina spesso usati come anticamera di ben altri menù con cui coinvolgere le belle di turno. Una conferma da uno dei suoi più attenti biografi, Alessandro Marzo Magno. «Nella sua autobiografia Histoire de ma vie, le donne nominate sono centosedici, mentre 120 i piatti» da lui descritti con varie modalità.
Il nostro lover gourmet nasce a Venezia il 2 aprile del 1725, giorno di Pasqua, secondo di una nidiata di sei. Papà Gaetano e mamma Giovanna sono attori, spesso protagonisti sul palco del locale Teatro di San Samuele, di proprietà del patrizio Michiel Grimani, tanto che più di qualcuno ha sollevato il dubbio che, nelle pause dei dietro le quinte goldoniane, in realtà il vero padre sia stato proprio il Grimani. Non sono facili i primi percorsi di vita del nostro Giacomo. A sei anni rimane orfano di padre, mamma Giovanna è impegnata fuori casa nei teatri della Serenissima. Si prende cura di lui Marzia, la nonna materna, che lo affida alle cure dell’abate Alvise Grimani (forse non casualmente fratello del patrizio Michiel) il quale lo raccomanda all’abate Antonio Gozzi, in quel di Padova.
Una vita a doppia velocità. Se da un lato Giacomo trova chi valorizza le sue indubbie doti culturali, tanto da imparare presto a memoria classici quali Orazio e Ariosto, dall’altro deve fare i conti con la «schiavona», tale Mida, che offriva il pensionato a ragazzini in esilio scolastico. Racconterà nelle sue memorie che, seduto a tavola con compagni poco attenti alle minime regole del galateo, doveva contendersi con loro una pessima minestra, piccole pozioni di baccalà, qualche mela di incerta virtù. Oligati a bere dallo stesso boccale la graspia, ovvero dell’acqua in cui «erano stati fatti bollire graspi» cioè grappoli d’uva «senza acini». Sono anni difficili, tanto che nonna Marzia, a un certo punto, riesce a farlo trasferire nella casa del suo docente di lettere classiche, l’abate Gozzi, dove, vuoi mai le sliding doors della vita, conosce la giovane sorella di quest’ultimo, tale Bettina, con la quale comincia a dare prova pratica del suo talento che lo renderà poi famoso.
La vita del libertino Giacomo Casanova è un ironico susseguirsi di sliding doors. Non solo venne al mondo il giorno di Pasqua, ma intuitene le doti (intellettuali), dopo i primi studi lo avviarono alla carriera ecclesiastica che «al tempo, era la via più sicura per un giovane di umili origini per farsi strada nella sua comunità». A 16 anni riceve i primi ordini minori e, grazie a questi, inizia a girare l’Italia. Ma la vita, per lui, è una sfida continua. Diciottenne, viene a mancare nonna Marzia. Sostanzialmente è solo al mondo e deve capire cosa fare da grande. Lascia i paramenti ecclesiastici e indossa la divisa militare quale ufficiale della Serenissima, di stanza a Corfù con frequenti spedizioni a Costantinopoli, dove affina ancor di più le sue varie curiosità, culinarie comprese. Il ritorno nella natia Venezia è complesso, per un libertino di talento come lui, inseguito dalle sentinelle dell’inquisizione.
Trentenne, trascorre 15 mesi rinchiuso nei Piombi, le carceri con vista San Marco, da cui riesce a fuggire usando come «copertura» un grande vassoio di maccheroni, posto che aveva chiesto di alimentarsi nella solitudine della sua cella, il quale mascherava, posto sopra una Bibbia, uno scalpello con cui pazientemente si creò via via un foro nel soffitto della cella stessa. Grazie a una serie di incarichi diplomatici, Casanova conobbe corti nobiliari e costumi di mezza Europa per approdare poi, sessantenne un po’ provato dalle molte corride (anche amorose) cui la vita lo sottopose, alla corte dell’amico conte Joseph Karl von Waldstein, che lo nominò curatore della sua biblioteca presso il castello di Dux in Boemia. Fu qui che, tra il 1789 e il 1792, compose Histoire de ma vie, un’antologia del bien vivre settecentesco entrata nella leggenda, anche per l’abile narrazione del suo autore, capace di mischiare fantasia e realtà con grande maestria, tanto che, ancora adesso, alcuni suoi studiosi si chiedono se alcune delle vicende narrate siano vere… o verosimili.
Muore a Dux nel 1798. Al di là dell’aspetto romanticherotico, come ha ancora una volta sottolineato Marzo Magno, la lettura delle cronache narrate dal suo autore «rappresentano un affresco dal valore storico e sociale per ricostruire la civiltà dell’epoca». Anche a livello culinario. Ed è su questo aspetto che è arrivato puntuale il bel libro di Anna Maria Pellegrino e Giampiero Rorato A tavola con Giacomo Casanova, dove non solo vi è una puntuale descrizione del mondo gastronomico del tempo, ma molti piatti sono riproposti all’attenzione del lettore abbinati a puntuale ricettario, conditi dalle storie, tradizioni e curiosità che li accompagnano.
Il Settecento è l’ultimo secolo della millenaria storia della Serenissima, oramai i fasti di potenza navale avevano lasciato il posto a una gaudente decadenza della nobiltà del tempo. Una Venezia, come ben descritta da Alvise Zorzi, «decadente per politica ed economia, sempre più capitale dei piaceri», con il popolo intento a conciliare, per quanto possibile, quel che arrivava in tavola dalla pesca, in laguna, o dalle coltivazioni di frontiera nell’entroterra, grazie anche alle bonifiche attivate due secoli prima, sulle cui basi si invogliò l’aristocrazia del tempo ad avviare una sorta di aziende agricole allietate dalle residenze rappresentate dalle ville palladiane, giunte più o meno intatte sino a noi. In quegli anni di dorata decadenza, la classica cucina veneziana, ben resistente presso il popolo, nelle cucine nobiliari, fino ad allora abituate ancora a rituali di coreografie rinascimentali, era stata progressivamente messa da parte a scapito dell’aristocratica cucina francese, tanto che lo stesso Carlo Goldoni ebbe a notare come «par non si possa in compagnia mangiare senza un cuoco francese e il vin straniero». E dire che, nel recente passato, Venezia era stata una sorta di «drogheria d’Europa», grazie ai passati commerci di spezie con l’Oriente. Tanto è vero che, con tre chili di pepe nero, si poteva acquistare un palazzo sul Canal Grande, come ben descritto da Gianni Frasi, il veronese che è risalito alle storiche piantagioni nel Borneo occidentale, di cui un tempo Venezia aveva monopolio esclusivo.
A quel tempo anche il libertino Casanova doveva rispettare, negli eventi ufficiali, alcune regole precise. Ad esempio, servirsi di posate personali portate da casa. Poteva capitare che alcune vendette personali tra famiglie rivali potessero consumarsi avvelenando con unguenti invisibili rebbi di forchette, lame di coltelli, coppe di cucchiai, anche se modellate su pregiati argenti. Ambasciatori e personalità di riguardo erano serviti a tavola dal domestico personale, incaricato poi di riportare a casa la cassetta contenente posate e bicchieri. Il tutto protetto dal coperto, ovvero il tovagliolo usato a tavola. Da lì poi la definizione di «coperto» che si ritrova nella cuenta finale dei nostri menù consumati anche oggigiorno. Piatto ufficiale voluto dal Doge i risi e bisi. Riso con i piselli, preferibilmente di Lumignano, sui Colli Berici, non solo intriganti al gusto, ma anche i primi stagionali a venire alla luce, frutto a suo tempo del paziente lavoro di bonifica dei monaci benedettini.
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Eleventy nasce nel 2007 con un’idea ben precisa di Smart Luxury. In che modo questa visione originaria continua a guidare le vostre scelte, soprattutto nel womenswear?
«L’idea di Smart Luxury è il nostro punto di partenza e continua a guidarci con grande coerenza. Fin dall’inizio abbiamo fatto una ricerca molto approfondita sulle materie prime, ed è un approccio che portiamo avanti ancora oggi con entusiasmo. La donna Eleventy è una donna moderna, indipendente, consapevole e sicura di sé. È una donna attenta alla qualità, orientata verso l’autenticità. Oggi, più che mai, per noi il vero lusso è la capacità di coniugare altissima qualità e prezzo giusto. Molti sanno fare prodotti belli, ma il vero lusso è riuscire a proporli nel rispetto del loro valore reale».
Nel tempo il brand è cresciuto molto a livello internazionale, mantenendo però una forte identità manifatturiera. Quanto è importante restare fedeli a queste radici?
«È fondamentale. Oggi il Made in Italy è sempre più apprezzato, ma anche sempre più giudicato. Per questo è essenziale avere un’identità chiara e autentica. Noi portiamo avanti il vero Made in Italy, raccontandolo con orgoglio sui mercati esteri. Farlo a un prezzo corretto e coerente con il valore del prodotto è un elemento basilare per essere riconosciuti e credibili nel mondo».
La collezione è dedicata alla «donna viaggiatrice». Chi è oggi questa donna?
«È una donna cosmopolita, che vive il mondo con attenzione e qualità. Non è solo una viaggiatrice in senso fisico, ma una donna che si muove tra contesti diversi con naturalezza. La collezione donna nasce dallo stesso Dna dell’uomo, ma ha un’espressione autonoma. Può concedersi piccoli vezzi, dettagli più divertenti, pur restando sempre coerente con l’identità Eleventy. L’uomo è più lineare; la donna, invece, richiede maggiore freschezza e varietà, stagione dopo stagione».
Parlate di un’eleganza essenziale, fatta di purezza delle linee e qualità delle materie, in un mercato spesso dominato dall’impatto visivo. È una scelta culturale prima ancora che stilistica?
«Assolutamente sì. Ci auguriamo che la nostra cliente apprezzi la qualità più dell’etichetta. Ci sono donne che vestono il brand, e va benissimo, ma noi non siamo quelli. Noi siamo no-logo: non vendiamo un simbolo, vendiamo un prodotto. Vogliamo che la donna si avvicini a Eleventy con consapevolezza, che riconosca la qualità dei materiali e della costruzione. È una scelta culturale, prima ancora che estetica».
State lavorando sempre più su un’idea di continuità e durabilità rispetto alla stagionalità?
«Sì, da sempre costruiamo le collezioni su palette colori che garantiscono continuità e armonia nel guardaroba. La cliente deve ritrovarsi stagione dopo stagione. Seguiamo anche le tendenze, ma senza tradire la nostra storia. Quando abbiamo provato a uscire troppo dagli schemi, ci è stato fatto notare: “Molto bello, ma non sei tu”. È importante innovare, ma rimanendo riconoscibili».
Le materie sono centrali: cashmere, sete comasche, alpaca, mohair. Quanto incide la ricerca tessile nell’identità femminile del brand?
«Ha un valore altissimo. Ogni stagione lavoro direttamente con le aziende per creare esclusive: seleziono e combino filati, studio intrecci, provo nuove soluzioni. La donna è molto più esigente rispetto all’uomo: si annoia facilmente se ritrova sempre le stesse proposte. Per questo dobbiamo offrire un guardaroba fresco e innovativo, pur mantenendo coerenza».
La «giacca nuvola» sintetizza il vostro approccio alla leggerezza e alla destrutturazione. È il simbolo di una nuova fase del tailoring Eleventy?
«È una giacca completamente destrutturata, realizzata con una macchina unica al mondo situata a Brescia. Il tessuto nasce direttamente dalla filatura e viene poi tagliato e confezionato, ma senza alcuna struttura interna. Il risultato è una giacca leggerissima, quasi come una camicia. È un concetto più vicino al mondo maschile, perché la donna spesso desidera una spalla più costruita. Tuttavia questa proposta ha riscosso grande successo».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per la donna Eleventy?
«Il mercato americano è il nostro primo mercato, sia per l’uomo sia per la donna. Gli Stati Uniti stanno dando risultati che al momento non vediamo altrove. Anche il Middle East sta crescendo molto. La Russia rimane stabile, senza crescita significativa per le note dinamiche geopolitiche. L’America, però, sta compensando ampiamente».
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Il ministro della Famiglia e Pari opportunità Eugenia Roccella (Ansa)
A Bologna, la presentazione del libro Donne si nasce (e qualche volta si diventa) di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, programmata per ieri, è stata annullata. Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna aveva avvisato le autrici appena 24 ore prima sostenendo: «Manca la necessaria serenità». Sulla censura è intervenuta Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità con un duro commento, in cui parla di «oscurantismo, intolleranza e intimidazione».
Per il movimento Non una di meno, invece, «la contestazione fa parte del conflitto politico. Abbiamo fatto notare che per noi quel titolo era improponibile». In poche parole, l’incontro dispiaceva al mondo Lgbtqia+. «È avvenuto quello che ormai accade troppo spesso, cioè che ci sono degli spazi che evidentemente vengono ritenuti “di proprietà”, come quelli bolognesi, per cui non c’è possibilità di un dibattito ma soltanto di occupazione da parte di alcuni. In questo caso, di una linea specifica del femminismo e non si può discutere, parlare. C’è soltanto una precisa presa di posizione», ha commentato il ministro Roccella intervistata dal vice direttore Francesco Borgonovo per Tivù Verità.
«Dicono che non è censura perché questa “prevede una disparità di potere”, ma anche questa è una condizione sbilanciata di potere», osserva Roccella, perché «se mi approprio di uno spazio e non voglio che sia aperto al confronto, l’occupazione è espressione di un potere». Il ministro ha precisato che la censura scatta quando non si accetta il confronto, quando non si vuol far parlare qualcuno. La contestazione, invece, «è quando dopo il confronto si contestano le posizioni dell’avversario».
A proposito di censura, in un comunicato le attiviste di Non una di meno lamentano che «certe cose che vengono scritte e pubblicate, che riempiono giornali, post e libri di violenze transfobiche e falsità sul movimento, sono tutt’altro che censurate, anzi, esponenti di spicco di queste teorie ricoprono oggi ruoli istituzionali e vengono costantemente “citatə” come unico femminismo “buono”».
Aggiungevano che «ci si dovrebbe fare due domande, se si diventa riferimento di partiti di destra o ultracattolici» e contestavano la scelta dell’orario alle 15 di pomeriggio, che sarebbe stata dimostrazione di non volontà del confronto perché a quell’ora «tante persone non avrebbero potuto esserci». Il ministro, che più volte ha sperimentato la contestazione, l’impossibilità di tenere un discorso perché interrotta o silenziata anche mentre presentava un libro al Salone di Torino, non ha dubbi sulle finalità di quel documento circolato sui social.
Dall’utilizzo della schwa: «Cancellando tutte le desinenze, che eliminano il femminile, è inutile mantenere la parola donna», afferma Roccella. «È difficile definirla una posizione dalla parte delle donne, anche per quell’utilizzo insultante di “terf”, termine con cui si dovrebbero indicare le donne che sarebbero transfobiche, omofobiche. La questione centrale è che il femminismo non può non partire dal riconoscimento della differenza. Allora che senso ha una legge come abbiamo fatto contro il femminicidio?», considerava il ministro.
Per Roccella il transfemminismo, oltre ad avere «connotati anche violenti», perché evita il confronto e non fa parlare chi la pensa diversamente, nega la differenza. Quindi rappresenta «proprio l’ultima maschera del patriarcato. Con l’evidente volontà di cancellare le donne, cancellare la differenza, annegare il loro corpo nell’indistinto».
Borgonovo ha osservato che il transfemminismo occupa molti posti di potere nel mondo. Non a caso, qualche giorno fa il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede alle Nazioni Unite il pieno riconoscimento delle transgender come donne. Purtroppo è così, ha convenuto il ministro: «È una linea che in Europa si continua a perseguire, mentre a livello internazionale è fermata da Trump».
Roccella ha spiegato di non essere mai riuscita a reintrodurre nei documenti europei «la parola maternità, che deve risulta particolarmente “odiosa”. Nemmeno si può scrivere “maternità come libera scelta”, che era una mia proposta ed era il vecchio slogan femminista, non negava la libertà delle donne di decidere se essere madre o no. Materno è ormai rifiutato, inaccettabile. Il potere del transfemminismo internazionale è assolutamente mainstream».
Nel rifiuto di far parlare due donne a Bologna c’è stata anche una brutta forma di violenza, la stessa utilizzata nello scaricare letame fuori dallo studio della presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno. Roccella ha concluso affermando di non credere che oggi «sia possibile essere femministe a sinistra».
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Ma Ursula von der Leyen non intende indugiare. Si aggrappa al pretesto dei dazi americani e dell’impellente necessità di diversificare i nostri mercati di sbocco, anche se, in verità, saremo noi a diventare il mercato di sbocco per merci prodotte senza garanzie su qualità ed equa competizione nei prezzi. L’accordo entrerà in vigore, intanto, con le nazioni che lo hanno ratificato, a partire dal primo giorno del secondo mese successivo alla data in cui l’Ue e l’Uruguay, che è stato il primo ad approvare il testo, si notificheranno le note verbali. E pazienza se nemmeno i Parlamenti nazionali, qui nel Vecchio continente, lo hanno ancora esaminato e autorizzato.
Il punto è che quello che viene spacciato come un passo cruciale verso l’autonomia strategica dell’Unione, in realtà ne certifica lo sgretolamento. La fretta della Von der Leyen è il frutto delle pressioni della sua Germania, in un quadro in cui, all’asse Parigi-Berlino, va subentrando quello Roma-Berlino: anche l’Italia considera vitale il protocollo. Non a caso, la presidente della Commissione ha rivendicato il mandato ricevuto a gennaio dal Consiglio. Ossia, dall’assemblea degli Stati. Ossia da chi, al suo interno, vanta il maggior peso specifico.
La fotografia dello sfarinamento europeo non arriva soltanto dal fronte agroalimentare. Pure in altri settori, dietro l’élite di Bruxelles, si muovono i fili della lotta per ricalibrare il fulcro dell’Ue. Persino l’ipotetica formula per ripristinare la collaborazione tra teutonici e transalpini contribuisce a dimostrare l’implosione dell’utopia federalista: ciò che sembrerebbe uno scatto politico del progetto d’integrazione, a ben vedere, deriverebbe semmai da un compromesso maturato alla luce degli interessi nazionali. Si legga l’analisi di Bloomberg. Ieri, ricostruendo gli attriti in merito alle spese militari, fino al naufragio del caccia di sesta generazione Fcas, la testata Usa osservava che per sbloccare l’impasse potrebbe bastare un equo baratto: l’ombrello nucleare francese da un lato, dall’altro il via libera tedesco al debito comune per finanziare il riarmo.
Il grande balzo in avanti dell’Ue - mettere insieme le risorse per realizzare un unico sistema di difesa, anziché puntare sul rafforzamento degli eserciti nazionali - dovrebbe nascere da un gioco di partite e contropartite, soppesate dalle singole cancellerie. Non che sia un male: è da un realismo del genere che si strutturò il primo nucleo della Comunità economica europea. Ma almeno, ci si risparmi la propaganda: ad esempio, la Von der Leyen che, dopo il blitz sul Mercosur, prova a vendersi un’Ue «più forte e indipendente»; Maros Sefcovic, commissario europeo al Commercio, che plaude alla mossa «fondamentale per la nostra credibilità»; Johann Wadephul, ministro degli Esteri della Germania, che blatera di «ora dell’Europa». Anche perché l’adozione a scaglioni di un’intesa che, alla fine, potrebbe saltare, accresce proprio quell’incertezza di cui gli eurosauri si lamentano a proposito delle tariffe di Donald Trump. Ennesima conferma dell’altro trucchetto perenne che, ormai, riesce a malapena alle classi dirigenti europee: spacciare delle scelte politiche per asettiche valutazioni tecniche. Sono solo le foglie di fico necessarie a coprire le incursioni con le quali si aggira la democrazia, quando genera degli esiti sgraditi. In questa occasione, ne sta uscendo sconfitta la Francia: che, per Macron, l’imposizione del Mercosur sia stata una «sorpresa», la dice lunga. Ma lo stesso Macron si prepara a beffare i concorrenti, spingendo per l’abolizione del criterio dell’unanimità.
Il tutto avviene sullo sfondo di un conflitto di attribuzioni sempre più aspro tra gli organi di governo dell’Ue: è notizia di pochi giorni fa che il Consiglio - di nuovo: gli Stati membri - è pronto a ricorrere alla Corte di giustizia, qualora passasse il bilaterale che darebbe all’Europarlamento quasi il ruolo di promotore del processo legislativo, al fianco della Commissione. La quale, in questa circostanza, sarebbe disposta a violare i Trattati a beneficio dei rappresentanti eletti, mentre li snobba nel dossier Mercosur. Mica male, per essere «l’ora dell’Europa»…
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