Altro pasticcio del Vaticano sulle benedizioni ai gay: «Durino solo 10-15 secondi»
Papa Francesco e il cardinale Victor Manuel «Tucho» Fernàndez (Ansa)
  • Victor Manuel «Tucho» Fernàndez diffonde una lunga nota per «chiarire la ricezione» di «Fiducia Supplicans»: «Non è eretica: non approviamo o assolviamo le coppie irregolari». È un rito di serie B?
  • Oltre ai presuli, in Africa persino i cardinali creati da Francesco hanno contestato la Dichiarazione. E non c’entra l’«arretratezza» sul tema dei diritti Lgbt.

Lo speciale contiene due articoli.

Benediteli. Ma solo per «pochi secondi». Sarebbe questo, stando all’ultima sintesi dell’ex Sant’Uffizio, il messaggio di Fiducia Supplicans sul sacramentale alle coppie irregolari. Sintesi per modo di dire: il comunicato stampa diffuso ieri dal Dicastero della fede è lungo quasi quanto la Dichiarazione originale. Bizzarro.

Dopo che i prelati di mezzo mondo si sono rivoltati contro il testo di monsignor Víctor Manuel Fernández, approvato dal Papa, il prefetto s’è reso conto che bisognava correre ai ripari. Ha provato a farlo con una nota, vergata insieme a monsignor Armando Matteo, segretario per la Sezione dottrinale, che servisse a «chiarire la ricezione» del documento, con cui è stata liberalizzata la benedizione delle unioni moralmente illecite, incluse quelle di due coniugi dello stesso sesso.

Da un lato, la mossa del porporato conferma che, in Vaticano, si sono accorti di aver fatto il passo più lungo della gamba. Il dissenso nei confronti di quel documento non è rimasto confinato alla fronda dei conservatori, né alle Conferenze episcopali dell’Est tradizionalista, dalla Polonia all’Ucraina. Il problema non riguarda esclusivamente il battage della «stampa di estrema destra», come sosteneva il Papa fino a pochi giorni fa. Devono aver suscitato preoccupazione soprattutto le prese di posizione del Sudamerica – dal Brasile al Perù – e dell’Africa. D’altro canto, la toppa messa ieri rischia di essere peggiore del buco. O del Tucho. La confusione, anziché essere dissipata, aumenta. E le precisazioni sull’applicazione delle nuove direttive dell’ex Sant’Uffizio presentano aspetti quasi grotteschi.

Cosa dice, dunque, il cardinale Fernández? Intanto, riconosce che i pronunciamenti dei vescovi sono «comprensibili» e ammette che, almeno in certi casi, può essere necessario «un periodo più lungo di riflessione pastorale» sulla Dichiarazione. In fondo, esiste il «discernimento» dei capi delle diocesi, «a seconda di contesti locali». Tutto tollerabile, conferma, a patto che le titubanze siano manifestate «con il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice». La stizza del prefetto argentino si taglia a fette. L’imbarazzo, tuttavia, resta: forse per la prima volta nella plurimillenaria storia della Chiesa, un organismo della Santa Sede che si occupa di dottrina è costretto a garantire che la sua tesi non è «eretica», né «blasfema». Un’allusione esplicita alle rimostranze di uno dei predecessori di Tucho, il cardinale Gerhard Müller.

Siccome quella sostenuta da Fiducia Supplicans è «la dottrina di sempre», giura il monsignore, l’opposizione delle Conferenze episcopali – e, aggiungiamo noi, di alcuni porporati creati dallo stesso Francesco, tipo Fridolin Ambongo Besungu – non può essere considerata «dottrinale». C’è da accordarsi solamente sulla «ricezione pratica» di queste «brevi e semplici benedizioni pastorali», distinte da quelle «liturgiche e ritualizzate». Ed è qui che si complica il groviglio.

Il numero uno dell’ex Sant’Uffizio tenta ancora di aggrapparsi al pretesto che aveva addotto, il 24 dicembre scorso, in un’intervista alla testata americana The Pillar: il continente nero borbotta? È perché in molte nazioni ci sono leggi anti gay e i religiosi non vogliono «esporre le persone omosessuali alla violenza». I poveri africani sono arretrati, tocca chiudere un occhio. È il fardello dell’uomo bianco?

Invero, soltanto il Gabon ha alluso alle norme discriminatorie imposte dalla giunta militare. La nota firmata da monsignor Ambongo, con la quale si chiedeva ai vescovi della regione di rilasciare un parere approfondito sulla Dichiarazione, prendeva di mira le «ambiguità» del testo, mentre rivendicava il ruolo dei presuli nel tutelare la «fede» e la «cultura dei popoli». La Conferenza episcopale del Kenya è stata vieppiù netta: ha accusato l’Occidente di avallare «nuovi modelli non cristiani di “unione coniugale”», ribadendo che, «nel nostro contesto africano, […] siamo molto chiari su cosa siano la famiglia e il matrimonio. La situazione sociale dei matrimoni omosessuali non trova accettazione nella nostra cultura».

Ma al di là delle scuse zoppicanti del cardinale Fernández, rimane il problema di capire davvero cosa siano le benedizioni della discordia: quasi nulla, viene da pensare, leggendo il comunicato stampa di ieri. Esse sarebbero «spontanee o pastorali», mai tali da configurare «una consacrazione della persona o della coppia che le riceve», da rappresentare «una giustificazione di tutte le sua azioni», o «una ratifica della vita che conduce». Retrocesse in serie B prima di essere amministrate.

Giusto al fine rimarcare il loro carattere subalterno e secondario, Tucho aggiunge poi dei dettagli che sarebbero comici, se non fossero sconcertanti: «Per distinguersi chiaramente dalle benedizioni liturgiche o ritualizzate», ricorda, citando Fiducia Supplicans, «le “benedizioni pastorali” debbono essere […] molto brevi». In che misura? «Si tratta di benedizioni di pochi secondi, senza Rituali e senza Benedizionale». Per l’esattezza, «10 o 15 secondi», purché l’atipica cerimonia non si compia «in un posto importante dell’edificio sacro o di fronte all’altare».

Così, la misericordiosa accoglienza pastorale si riduce a un gesto sbrigativo, fatto quasi di nascosto, in assenza di un rito, di una formula e di una qualsiasi approvazione delle unioni strette da quelle coppie. È una benedizione o un’umiliazione? Un aiuto ai fedeli o un contentino al clero arcobaleno?

Peraltro, come emerge dal caso ipotetico immaginato dal prefetto (due divorziati risposati che si rivolgono al prete: «Ci dia una benedizione, non riusciamo a trovare lavoro, lui è molto malato, non abbiamo una casa, la vita sta diventando molto pesante»), l’invocazione da rivolgere a Dio coinciderebbe con il proposito di spezzare il vincolo irregolare. «Liberali», dovrebbe recitare il sacerdote, «da tutto ciò che contraddice il tuo Vangelo e concedi loro di vivere secondo la tua volontà». Ma la volontà del Signore può forse coincidere con la pratica del concubinato?

Alla fine della fiera, il combinato tra fughe in avanti e precipitose retromarce rende ben poco attrattivi i novelli «canali pastorali» indicati dal Dicastero. Benedizioni di categoria inferiore, della durata di dieci secondi, compiute lontano da occhi indiscreti, per domandare, in effetti, di essere mondati dall’errore. Cioè, di rompere l’unione per la quale si voleva la benedizione. E, ovviamente, senza manco la possibilità di ottenere «una assoluzione», la quale presuppone che si fuoriesca dallo stato di peccato.

In un apparente barlume di consapevolezza del pasticcio teologico, Tucho osserva che, per comprendere bene Fiducia Supplicans, «sarà necessaria una catechesi». Toh. Si vede che parlare per «sì sì, no no», come ha ordinato Gesù Cristo, non era abbastanza pastorale.

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