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2024-01-05
Altro pasticcio del Vaticano sulle benedizioni ai gay: «Durino solo 10-15 secondi»
Papa Francesco e il cardinale Victor Manuel «Tucho» Fernàndez (Ansa)
Benediteli. Ma solo per «pochi secondi». Sarebbe questo, stando all’ultima sintesi dell’ex Sant’Uffizio, il messaggio di Fiducia Supplicans sul sacramentale alle coppie irregolari. Sintesi per modo di dire: il comunicato stampa diffuso ieri dal Dicastero della fede è lungo quasi quanto la Dichiarazione originale. Bizzarro.
Dopo che i prelati di mezzo mondo si sono rivoltati contro il testo di monsignor Víctor Manuel Fernández, approvato dal Papa, il prefetto s’è reso conto che bisognava correre ai ripari. Ha provato a farlo con una nota, vergata insieme a monsignor Armando Matteo, segretario per la Sezione dottrinale, che servisse a «chiarire la ricezione» del documento, con cui è stata liberalizzata la benedizione delle unioni moralmente illecite, incluse quelle di due coniugi dello stesso sesso.
Da un lato, la mossa del porporato conferma che, in Vaticano, si sono accorti di aver fatto il passo più lungo della gamba. Il dissenso nei confronti di quel documento non è rimasto confinato alla fronda dei conservatori, né alle Conferenze episcopali dell’Est tradizionalista, dalla Polonia all’Ucraina. Il problema non riguarda esclusivamente il battage della «stampa di estrema destra», come sosteneva il Papa fino a pochi giorni fa. Devono aver suscitato preoccupazione soprattutto le prese di posizione del Sudamerica - dal Brasile al Perù - e dell’Africa. D’altro canto, la toppa messa ieri rischia di essere peggiore del buco. O del Tucho. La confusione, anziché essere dissipata, aumenta. E le precisazioni sull’applicazione delle nuove direttive dell’ex Sant’Uffizio presentano aspetti quasi grotteschi.
Cosa dice, dunque, il cardinale Fernández? Intanto, riconosce che i pronunciamenti dei vescovi sono «comprensibili» e ammette che, almeno in certi casi, può essere necessario «un periodo più lungo di riflessione pastorale» sulla Dichiarazione. In fondo, esiste il «discernimento» dei capi delle diocesi, «a seconda di contesti locali». Tutto tollerabile, conferma, a patto che le titubanze siano manifestate «con il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice». La stizza del prefetto argentino si taglia a fette. L’imbarazzo, tuttavia, resta: forse per la prima volta nella plurimillenaria storia della Chiesa, un organismo della Santa Sede che si occupa di dottrina è costretto a garantire che la sua tesi non è «eretica», né «blasfema». Un’allusione esplicita alle rimostranze di uno dei predecessori di Tucho, il cardinale Gerhard Müller.
Siccome quella sostenuta da Fiducia Supplicans è «la dottrina di sempre», giura il monsignore, l’opposizione delle Conferenze episcopali - e, aggiungiamo noi, di alcuni porporati creati dallo stesso Francesco, tipo Fridolin Ambongo Besungu - non può essere considerata «dottrinale». C’è da accordarsi solamente sulla «ricezione pratica» di queste «brevi e semplici benedizioni pastorali», distinte da quelle «liturgiche e ritualizzate». Ed è qui che si complica il groviglio.
Il numero uno dell’ex Sant’Uffizio tenta ancora di aggrapparsi al pretesto che aveva addotto, il 24 dicembre scorso, in un’intervista alla testata americana The Pillar: il continente nero borbotta? È perché in molte nazioni ci sono leggi anti gay e i religiosi non vogliono «esporre le persone omosessuali alla violenza». I poveri africani sono arretrati, tocca chiudere un occhio. È il fardello dell’uomo bianco?
Invero, soltanto il Gabon ha alluso alle norme discriminatorie imposte dalla giunta militare. La nota firmata da monsignor Ambongo, con la quale si chiedeva ai vescovi della regione di rilasciare un parere approfondito sulla Dichiarazione, prendeva di mira le «ambiguità» del testo, mentre rivendicava il ruolo dei presuli nel tutelare la «fede» e la «cultura dei popoli». La Conferenza episcopale del Kenya è stata vieppiù netta: ha accusato l’Occidente di avallare «nuovi modelli non cristiani di “unione coniugale”», ribadendo che, «nel nostro contesto africano, […] siamo molto chiari su cosa siano la famiglia e il matrimonio. La situazione sociale dei matrimoni omosessuali non trova accettazione nella nostra cultura».
Ma al di là delle scuse zoppicanti del cardinale Fernández, rimane il problema di capire davvero cosa siano le benedizioni della discordia: quasi nulla, viene da pensare, leggendo il comunicato stampa di ieri. Esse sarebbero «spontanee o pastorali», mai tali da configurare «una consacrazione della persona o della coppia che le riceve», da rappresentare «una giustificazione di tutte le sua azioni», o «una ratifica della vita che conduce». Retrocesse in serie B prima di essere amministrate.
Giusto al fine rimarcare il loro carattere subalterno e secondario, Tucho aggiunge poi dei dettagli che sarebbero comici, se non fossero sconcertanti: «Per distinguersi chiaramente dalle benedizioni liturgiche o ritualizzate», ricorda, citando Fiducia Supplicans, «le “benedizioni pastorali” debbono essere […] molto brevi». In che misura? «Si tratta di benedizioni di pochi secondi, senza Rituali e senza Benedizionale». Per l’esattezza, «10 o 15 secondi», purché l’atipica cerimonia non si compia «in un posto importante dell’edificio sacro o di fronte all’altare».
Così, la misericordiosa accoglienza pastorale si riduce a un gesto sbrigativo, fatto quasi di nascosto, in assenza di un rito, di una formula e di una qualsiasi approvazione delle unioni strette da quelle coppie. È una benedizione o un’umiliazione? Un aiuto ai fedeli o un contentino al clero arcobaleno?
Peraltro, come emerge dal caso ipotetico immaginato dal prefetto (due divorziati risposati che si rivolgono al prete: «Ci dia una benedizione, non riusciamo a trovare lavoro, lui è molto malato, non abbiamo una casa, la vita sta diventando molto pesante»), l’invocazione da rivolgere a Dio coinciderebbe con il proposito di spezzare il vincolo irregolare. «Liberali», dovrebbe recitare il sacerdote, «da tutto ciò che contraddice il tuo Vangelo e concedi loro di vivere secondo la tua volontà». Ma la volontà del Signore può forse coincidere con la pratica del concubinato?
Alla fine della fiera, il combinato tra fughe in avanti e precipitose retromarce rende ben poco attrattivi i novelli «canali pastorali» indicati dal Dicastero. Benedizioni di categoria inferiore, della durata di dieci secondi, compiute lontano da occhi indiscreti, per domandare, in effetti, di essere mondati dall’errore. Cioè, di rompere l’unione per la quale si voleva la benedizione. E, ovviamente, senza manco la possibilità di ottenere «una assoluzione», la quale presuppone che si fuoriesca dallo stato di peccato.
In un apparente barlume di consapevolezza del pasticcio teologico, Tucho osserva che, per comprendere bene Fiducia Supplicans, «sarà necessaria una catechesi». Toh. Si vede che parlare per «sì sì, no no», come ha ordinato Gesù Cristo, non era abbastanza pastorale.
Papa frenato dai bergogliani d’Africa
Dopo diverse resistenze all’applicazione della Dichiarazione Fiducia Supplicans, provenienti soprattutto dalle «periferie» africane, la massima autorità dottrinale della Chiesa ieri ha pubblicato un testo di oltre 13.000 caratteri per specificare ciò per cui aveva, invece, scritto che «non si debbono dunque aspettare altre risposte su eventuali modalità per normare dettagli o aspetti pratici riguardo a benedizioni di questo tipo» (FC, n°41).
Quindi, la nota di ieri firmata dal prefetto dell’ex Sant’Ufficio, cardinale Víctor «Tucho» Fernández, a suo modo è già un segno del fatto che qualcosa è andato storto, che la reazione africana soprattutto è stata mal digerita al di là del Tevere. D’altra parte il non placet delle conferenze episcopali di Ghana, Zambia, Malawi, Nigeria, Togo, Benin, Camerun, Zimbabwe, Ruanda, Angola, Mozambico, Sao Tomé e Gabon, non è un particolare periferico, ma appunto il grido delle «periferie», per usare una categoria cara al Pontefice. In Africa è apparso abbastanza evidente che le benedizioni gay non s’hanno da fare. Si sono pronunciati pure cardinali di nomina bergogliana: il congolese Fridolin Ambongo ha contestato le «ambiguità» del testo, mentre Jean Pierre Kutwa, vescovo in Costa d’Avorio, ha chiesto «a tutti i sacerdoti e i diaconi di sospendere ogni benedizione delle coppie in situazione irregolare o delle coppie dello stesso sesso, in attesa di nuove disposizioni».
Nel testo di ieri, senza mai nominare il continente nero, Fernández parla del «caso di alcune Conferenze episcopali» in cui Fiducia Supplicans «deve essere compreso nel proprio contesto. In diversi Paesi ci sono forti questioni culturali e perfino legali che richiedono tempo e strategie pastorali che vanno oltre il breve termine». Quindi ricorda che in queste realtà, ogni riferimento all’Africa non è puramente casuale, ci vuole sì prudenza, ma anche vi «è un compito pastorale grande e di largo respiro che include formazione, difesa della dignità umana, insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa e diverse strategie che non ammettono fretta». Peraltro, durante il sinodo sulla famiglia del 2014 vi fu il brutto scivolone del cardinale tedesco Walter Kasper, che si lasciò scappare che in fondo per gli africani l’omosessualità è un «tabù» e che su questo tema «non devono dirci troppo cosa dobbiamo fare». Si alzò un polverone, con accuse di razzismo nei confronti di Kasper, mentre il teologo tedesco ribadiva di essere stato frainteso. Sta di fatto che ora la «questione africana» si ripropone e la nota pubblicata ieri dice ai pastori africani che, fatto salvo il «discernimento di ogni vescovo diocesano con la sua diocesi», occorre «il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice, cercando in qualche modo di accogliere la riflessione in esso contenuta».
Un’altra risposta indiretta è spedita all’ex prefetto del Sant’Uffizio, cardinale Gerhard Müller, autore di un testo articolato che ha smontato Fiducia Supplicans, parlando addirittura di «blasfemia». Così Fernádez, nella prima parte della sua nota, quella dove ripete che «la dottrina non cambia» e che «il documento è chiaro e classico sul matrimonio e sulla sessualità», scrive che non c’è «lo spazio per prendere le distanze dottrinali da questa Dichiarazione o per considerarla eretica, contraria alla Tradizione della Chiesa o blasfema».
Ma le questioni sollevate da Müller non sono però solo dell’ex prefetto, visto che altri vescovi non africani hanno sollevato dubbi. Ci sono i vescovi ucraini, compresa la chiesa greco-cattolica guidata da monsignor Sviatoslav Shevchuk, i vescovi polacchi e ungheresi, il cardinale Daniel Sturla, arcivescovo di Montevideo (Uruguay), il vescovo di Bayonne in Francia, monsignor Marc Aillet, l’arcidiocesi di Astana in Kazakistan, il vescovo della diocesi brasiliana di Formosa, monsignor Adair José Guimaraes, confraternite del clero in Inghilterra, Stati Uniti e Australia, la Prelatura territoriale di di Moyobamba (Perù). Una litania di non applicabilità della Dichiarazione che manifesta una spaccatura che Fernández vuole chiudere in modo netto. Lo fa però dovendo estendersi in particolari come la velocità con cui deve realizzarsi la nuova benedizione pastorale («si tratta di 10 o 15 secondi», scrive Tucho).
Il prefetto sottolinea che questa benedizione «non è un matrimonio, ma non è neanche un’«approvazione» né la ratifica di qualcosa. È unicamente «la risposta di un pastore a due persone che chiedono l’aiuto di Dio». Lo aveva già scritto, ma se ora lo deve ribadire, forse non era così chiaro.
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Victor Manuel «Tucho» Fernàndez diffonde una lunga nota per «chiarire la ricezione» di «Fiducia Supplicans»: «Non è eretica: non approviamo o assolviamo le coppie irregolari». È un rito di serie B?Oltre ai presuli, in Africa persino i cardinali creati da Francesco hanno contestato la Dichiarazione. E non c’entra l’«arretratezza» sul tema dei diritti Lgbt.Lo speciale contiene due articoli.Benediteli. Ma solo per «pochi secondi». Sarebbe questo, stando all’ultima sintesi dell’ex Sant’Uffizio, il messaggio di Fiducia Supplicans sul sacramentale alle coppie irregolari. Sintesi per modo di dire: il comunicato stampa diffuso ieri dal Dicastero della fede è lungo quasi quanto la Dichiarazione originale. Bizzarro.Dopo che i prelati di mezzo mondo si sono rivoltati contro il testo di monsignor Víctor Manuel Fernández, approvato dal Papa, il prefetto s’è reso conto che bisognava correre ai ripari. Ha provato a farlo con una nota, vergata insieme a monsignor Armando Matteo, segretario per la Sezione dottrinale, che servisse a «chiarire la ricezione» del documento, con cui è stata liberalizzata la benedizione delle unioni moralmente illecite, incluse quelle di due coniugi dello stesso sesso.Da un lato, la mossa del porporato conferma che, in Vaticano, si sono accorti di aver fatto il passo più lungo della gamba. Il dissenso nei confronti di quel documento non è rimasto confinato alla fronda dei conservatori, né alle Conferenze episcopali dell’Est tradizionalista, dalla Polonia all’Ucraina. Il problema non riguarda esclusivamente il battage della «stampa di estrema destra», come sosteneva il Papa fino a pochi giorni fa. Devono aver suscitato preoccupazione soprattutto le prese di posizione del Sudamerica - dal Brasile al Perù - e dell’Africa. D’altro canto, la toppa messa ieri rischia di essere peggiore del buco. O del Tucho. La confusione, anziché essere dissipata, aumenta. E le precisazioni sull’applicazione delle nuove direttive dell’ex Sant’Uffizio presentano aspetti quasi grotteschi. Cosa dice, dunque, il cardinale Fernández? Intanto, riconosce che i pronunciamenti dei vescovi sono «comprensibili» e ammette che, almeno in certi casi, può essere necessario «un periodo più lungo di riflessione pastorale» sulla Dichiarazione. In fondo, esiste il «discernimento» dei capi delle diocesi, «a seconda di contesti locali». Tutto tollerabile, conferma, a patto che le titubanze siano manifestate «con il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice». La stizza del prefetto argentino si taglia a fette. L’imbarazzo, tuttavia, resta: forse per la prima volta nella plurimillenaria storia della Chiesa, un organismo della Santa Sede che si occupa di dottrina è costretto a garantire che la sua tesi non è «eretica», né «blasfema». Un’allusione esplicita alle rimostranze di uno dei predecessori di Tucho, il cardinale Gerhard Müller.Siccome quella sostenuta da Fiducia Supplicans è «la dottrina di sempre», giura il monsignore, l’opposizione delle Conferenze episcopali - e, aggiungiamo noi, di alcuni porporati creati dallo stesso Francesco, tipo Fridolin Ambongo Besungu - non può essere considerata «dottrinale». C’è da accordarsi solamente sulla «ricezione pratica» di queste «brevi e semplici benedizioni pastorali», distinte da quelle «liturgiche e ritualizzate». Ed è qui che si complica il groviglio.Il numero uno dell’ex Sant’Uffizio tenta ancora di aggrapparsi al pretesto che aveva addotto, il 24 dicembre scorso, in un’intervista alla testata americana The Pillar: il continente nero borbotta? È perché in molte nazioni ci sono leggi anti gay e i religiosi non vogliono «esporre le persone omosessuali alla violenza». I poveri africani sono arretrati, tocca chiudere un occhio. È il fardello dell’uomo bianco? Invero, soltanto il Gabon ha alluso alle norme discriminatorie imposte dalla giunta militare. La nota firmata da monsignor Ambongo, con la quale si chiedeva ai vescovi della regione di rilasciare un parere approfondito sulla Dichiarazione, prendeva di mira le «ambiguità» del testo, mentre rivendicava il ruolo dei presuli nel tutelare la «fede» e la «cultura dei popoli». La Conferenza episcopale del Kenya è stata vieppiù netta: ha accusato l’Occidente di avallare «nuovi modelli non cristiani di “unione coniugale”», ribadendo che, «nel nostro contesto africano, […] siamo molto chiari su cosa siano la famiglia e il matrimonio. La situazione sociale dei matrimoni omosessuali non trova accettazione nella nostra cultura».Ma al di là delle scuse zoppicanti del cardinale Fernández, rimane il problema di capire davvero cosa siano le benedizioni della discordia: quasi nulla, viene da pensare, leggendo il comunicato stampa di ieri. Esse sarebbero «spontanee o pastorali», mai tali da configurare «una consacrazione della persona o della coppia che le riceve», da rappresentare «una giustificazione di tutte le sua azioni», o «una ratifica della vita che conduce». Retrocesse in serie B prima di essere amministrate. Giusto al fine rimarcare il loro carattere subalterno e secondario, Tucho aggiunge poi dei dettagli che sarebbero comici, se non fossero sconcertanti: «Per distinguersi chiaramente dalle benedizioni liturgiche o ritualizzate», ricorda, citando Fiducia Supplicans, «le “benedizioni pastorali” debbono essere […] molto brevi». In che misura? «Si tratta di benedizioni di pochi secondi, senza Rituali e senza Benedizionale». Per l’esattezza, «10 o 15 secondi», purché l’atipica cerimonia non si compia «in un posto importante dell’edificio sacro o di fronte all’altare».Così, la misericordiosa accoglienza pastorale si riduce a un gesto sbrigativo, fatto quasi di nascosto, in assenza di un rito, di una formula e di una qualsiasi approvazione delle unioni strette da quelle coppie. È una benedizione o un’umiliazione? Un aiuto ai fedeli o un contentino al clero arcobaleno?Peraltro, come emerge dal caso ipotetico immaginato dal prefetto (due divorziati risposati che si rivolgono al prete: «Ci dia una benedizione, non riusciamo a trovare lavoro, lui è molto malato, non abbiamo una casa, la vita sta diventando molto pesante»), l’invocazione da rivolgere a Dio coinciderebbe con il proposito di spezzare il vincolo irregolare. «Liberali», dovrebbe recitare il sacerdote, «da tutto ciò che contraddice il tuo Vangelo e concedi loro di vivere secondo la tua volontà». Ma la volontà del Signore può forse coincidere con la pratica del concubinato?Alla fine della fiera, il combinato tra fughe in avanti e precipitose retromarce rende ben poco attrattivi i novelli «canali pastorali» indicati dal Dicastero. Benedizioni di categoria inferiore, della durata di dieci secondi, compiute lontano da occhi indiscreti, per domandare, in effetti, di essere mondati dall’errore. Cioè, di rompere l’unione per la quale si voleva la benedizione. E, ovviamente, senza manco la possibilità di ottenere «una assoluzione», la quale presuppone che si fuoriesca dallo stato di peccato.In un apparente barlume di consapevolezza del pasticcio teologico, Tucho osserva che, per comprendere bene Fiducia Supplicans, «sarà necessaria una catechesi». Toh. 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Quindi, la nota di ieri firmata dal prefetto dell’ex Sant’Ufficio, cardinale Víctor «Tucho» Fernández, a suo modo è già un segno del fatto che qualcosa è andato storto, che la reazione africana soprattutto è stata mal digerita al di là del Tevere. D’altra parte il non placet delle conferenze episcopali di Ghana, Zambia, Malawi, Nigeria, Togo, Benin, Camerun, Zimbabwe, Ruanda, Angola, Mozambico, Sao Tomé e Gabon, non è un particolare periferico, ma appunto il grido delle «periferie», per usare una categoria cara al Pontefice. In Africa è apparso abbastanza evidente che le benedizioni gay non s’hanno da fare. Si sono pronunciati pure cardinali di nomina bergogliana: il congolese Fridolin Ambongo ha contestato le «ambiguità» del testo, mentre Jean Pierre Kutwa, vescovo in Costa d’Avorio, ha chiesto «a tutti i sacerdoti e i diaconi di sospendere ogni benedizione delle coppie in situazione irregolare o delle coppie dello stesso sesso, in attesa di nuove disposizioni». Nel testo di ieri, senza mai nominare il continente nero, Fernández parla del «caso di alcune Conferenze episcopali» in cui Fiducia Supplicans «deve essere compreso nel proprio contesto. In diversi Paesi ci sono forti questioni culturali e perfino legali che richiedono tempo e strategie pastorali che vanno oltre il breve termine». Quindi ricorda che in queste realtà, ogni riferimento all’Africa non è puramente casuale, ci vuole sì prudenza, ma anche vi «è un compito pastorale grande e di largo respiro che include formazione, difesa della dignità umana, insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa e diverse strategie che non ammettono fretta». Peraltro, durante il sinodo sulla famiglia del 2014 vi fu il brutto scivolone del cardinale tedesco Walter Kasper, che si lasciò scappare che in fondo per gli africani l’omosessualità è un «tabù» e che su questo tema «non devono dirci troppo cosa dobbiamo fare». Si alzò un polverone, con accuse di razzismo nei confronti di Kasper, mentre il teologo tedesco ribadiva di essere stato frainteso. Sta di fatto che ora la «questione africana» si ripropone e la nota pubblicata ieri dice ai pastori africani che, fatto salvo il «discernimento di ogni vescovo diocesano con la sua diocesi», occorre «il dovuto rispetto per un testo firmato e approvato dallo stesso Sommo Pontefice, cercando in qualche modo di accogliere la riflessione in esso contenuta». Un’altra risposta indiretta è spedita all’ex prefetto del Sant’Uffizio, cardinale Gerhard Müller, autore di un testo articolato che ha smontato Fiducia Supplicans, parlando addirittura di «blasfemia». Così Fernádez, nella prima parte della sua nota, quella dove ripete che «la dottrina non cambia» e che «il documento è chiaro e classico sul matrimonio e sulla sessualità», scrive che non c’è «lo spazio per prendere le distanze dottrinali da questa Dichiarazione o per considerarla eretica, contraria alla Tradizione della Chiesa o blasfema». Ma le questioni sollevate da Müller non sono però solo dell’ex prefetto, visto che altri vescovi non africani hanno sollevato dubbi. Ci sono i vescovi ucraini, compresa la chiesa greco-cattolica guidata da monsignor Sviatoslav Shevchuk, i vescovi polacchi e ungheresi, il cardinale Daniel Sturla, arcivescovo di Montevideo (Uruguay), il vescovo di Bayonne in Francia, monsignor Marc Aillet, l’arcidiocesi di Astana in Kazakistan, il vescovo della diocesi brasiliana di Formosa, monsignor Adair José Guimaraes, confraternite del clero in Inghilterra, Stati Uniti e Australia, la Prelatura territoriale di di Moyobamba (Perù). Una litania di non applicabilità della Dichiarazione che manifesta una spaccatura che Fernández vuole chiudere in modo netto. Lo fa però dovendo estendersi in particolari come la velocità con cui deve realizzarsi la nuova benedizione pastorale («si tratta di 10 o 15 secondi», scrive Tucho). Il prefetto sottolinea che questa benedizione «non è un matrimonio, ma non è neanche un’«approvazione» né la ratifica di qualcosa. È unicamente «la risposta di un pastore a due persone che chiedono l’aiuto di Dio». Lo aveva già scritto, ma se ora lo deve ribadire, forse non era così chiaro.
Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 maggio con Carlo Cambi
(Ansa)
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Salim El Koudri, il 31enne di origine marocchina, nato nel bergamasco e residente a Ravarino, in provincia di Modena, che sabato pomeriggio ha replicato nel capoluogo emiliano lo schema tipico delle ormai numerose stragi di matrice jihadista che negli ultimi anni hanno insanguinato diverse città europee.
Interrogato nella serata di sabato, dal procuratore di Modena, Luca Masini, e dal pubblico ministero di turno, El Koudri non ha risposto a nessuna delle domande che gli sono state poste.
Si è chiuso nel silenzio senza tentare in alcun modo di spiegare quale motivazione lo abbia spinto a salire sulla propria auto armato di coltello - lo stesso che userà poi durante la fuga - a guidare per oltre 20 chilometri - tanto dista Ravarino da Modena - per scagliarsi, poi, ai 100 km all’ora sui passanti con la chiara intenzione di uccidere.
Chi era presente ha parlato di un’auto lanciata a tutta velocità contro le persone, di un veicolo che puntava direttamente contro chi tentava di fuggire a destra o a sinistra, sterzando intenzionalmente per correggere il tiro e colpire.
E, a chi lo ha visto con i propri occhi, quello che il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ha con il tipico buonismo, definito come un «atto drammatico» commesso da «un ragazzo» considerato sostanzialmente «normale», è apparso esattamente uguale (quantomeno negli effetti) a qualsiasi altro atto terroristico compiuto fino ad ora: corpi sbalzati per aria, arti spezzati, urla, sangue ovunque.
Dunque, anche nella città con la più solida tradizione rossa, nemmeno la manifestazione indetta ieri dallo stesso Mezzetti, promossa come un «grande abbraccio collettivo di cui Modena ha bisogno» con lo slogan «insieme in piazza contro l’odio» può mitigare la sensazione che, per dirla con un eufemismo, più di qualcosa sia sfuggito di mano.
L’interrogatorio di convalida in carcere di El Koudri è previsto per oggi: l’avvocato nominato d’ufficio per la sua difesa, Francesco Cottafava, ha spiegato di averlo incontrato solo qualche istante dopo l’arresto, di non aver potuto ancora visionare alcun documento.
El Koudri abitava da tempo a Ravarino, un paesino della campagna modenese più profonda, poco noto alle cronache, almeno fino a qualche mese fa.
Premettiamo che i device e l’abitazione del 31enne sono stati perquisiti senza riscontrare elementi che facciano pensare ad una sua radicalizzazione di tipo islamista. Premettiamo pure che questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a chi vigila sulla sicurezza del nostro Paese, tanto che lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, all’uscita dalla prefettura di Modena, dove ha preso parte ieri mattina a un vertice sulla sicurezza ha già dichiarato che «il fatto sembra collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico» e che «non c’entra nulla» con il terrorismo.
E aggiungiamo pure che l’imam del paese (ormai ogni Comune italiano ne possiede uno, da interpellare sui fatti di attualità alla stregua di una qualsiasi altra autorità) ha aggiunto di non aver mai conosciuto il 31 enne, che non frequentava la comunità locale aggiungendo anzi di avere in grande stima il padre, persona seria e morigerata.
Tuttavia alcuni aspetti vanno chiariti.
El Koudri, per un periodo in cura presso il centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbi di tipo schizoide (caratterizzati di solito da isolamento, chiusura, comportamenti di evitamento sociale), incensurato e da tempo alla ricerca di lavoro, non era del tutto uno sconosciuto. In paese era noto per i suo atteggiamenti ostili verso il prossimo, che sembravano essersi acuiti nell’ultimo periodo.
Frequentava il bar e la tabaccheria dove più volte era stato ripreso dal titolare per le modalità con cui si rapportava alle cameriere e alle ragazze presenti, spesso aveva manifestato ostilità e rabbia per la sua condizione di disoccupazione, manifestando la convinzione che fosse legata al fatto di «essere straniero», mentre alcuni vicini di casa riferiscono di un andirivieni di persone dal suo appartamento, che si era intensificato negli ultimi mesi.
C’è inoltre una coincidenza curiosa nella vicenda: Ravarino è stato recentemente attenzionato per il ritrovamento di finti ordigni esplosivi posizionati nei pressi dell’ex cinema della comunità, acquistato ad aprile del 2025, dalla associazione islamica Alwahda per essere trasformato in un centro islamico più accogliente di quello già in uso ormai divenuto «troppo piccolo per i tanti affiliati».
Se incapace di intendere e volere può evitare i 15 anni che ora rischia
Se le ipotesi di reato a suo carico verranno confermate Salim El Koudri, il trentunenne di origini marocchine ma nato in Italia che sabato pomeriggio ha falciato ad altissima velocità con la sua auto una decina di persone che camminavano su un marciapiedi del centro di Modena, rischia almeno 15 anni di carcere.
Al trentunenne, attualmente in stato di fermo, i pm contestano infatti l’accusa di strage e di lesioni aggravate.
E proprio il primo reato, in caso di condanna, spalancherebbe per El Koudri le porte del carcere per lungo tempo.
La pena prevista dall’articolo 422 del Codice penale «in ogni altro caso» da quelli che vedono la morte di una o più persone è infatti «non inferiore a quindici anni», ai quali andrebbe poi sommata la pena per le lesioni personali aggravate e per eventuali (e allo stato dei fatti del tutto ipotetiche) contestazioni di altri reati connessi.
Ma in caso di decesso di uno o più feriti la pena per l’investitore diventerebbe automaticamente, per il solo reato di strage, quella dell’ergastolo.
Ma sul percorso processuale di El Koudri pesa come un macigno l’ombra delle sue condizioni psichiatriche. Lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha infatti dichiarato che «il fatto sembra sia collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico».
E proprio il livello di gravità (se confermato) del disagio psichico dell’uomo potrebbe aprire la porta a scenari processuali del tutto imprevedibili.
Che ruoterebbero però interamente intorno a una parola: «imputabilità», ovvero al valutare se l’imputato è o meno in grado di capire la gravità delle sue azioni, a una intenzionalità consapevole. E l’imputabilità di una persona che ha commesso un reato è il presupposto della sua punibilità. L’articolo 85 del Codice penale stabilisce, infatti, che nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se nel momento in cui lo ha commesso non era imputabile, cioè capace di intendere e di volere. Quindi, in mancanza di capacità d’intendere e di volere, il responsabile del fatto non sarà imputabile e non potrà essere sottoposto a una pena. Tuttalpiù, al soggetto potrà essere applicata una misura di sicurezza, cioè un provvedimento finalizzato al suo reinserimento nella società, qualora il giudice dovesse ritenere che questi è socialmente pericoloso e che necessita di essere ricoverato in una struttura adeguata. Ovvero in una Rems, le strutture che hanno preso il posto dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Il ricovero non può superare il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, ma per i reati che prevedono la pena dell’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a dieci anni, la misura di sicurezza «è ordinata per un tempo non inferiore a tre anni». Se la gravità della patologia è tale da ridurre in maniera consistente, ma non così tanto da escludere del tutto, la capacità di intendere e di volere, allora il giudice provvederà ad applicare una pena, però in misura ridotta. Anche in questi casi, il responsabile del reato viene ricoverato in una Rems.
Va detto che alcuni recenti casi di cronaca dimostrano che il riconoscimento dell’incapacità di intendere e di volere per patologie psichiatriche è tutt’altro che scontato. Anche di fronte a comportamenti criminali che hanno suscitato sconcerto sia nell’opinione pubblica, sia negli inquirenti che hanno seguito le vicende.
Emblematico è il caso di Chiara Petrolini, la ventiduenne di Traversetolo, in provincia di Parma, recentemente condannata in primo grado a 24 anni per aver partorito i suoi due figli da sola in casa e averli poi seppelliti nel giardino della villetta, senza aver rivelato a nessuno, fidanzato compreso, le due gravidanze.
Nel suo caso la perizia psichiatrica disposta dalle Corte d’assise di Parma ha stabilito che la ragazza era perfettamente capace di intendere e di volere, quindi il processo è andato avanti normalmente.
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