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2023-03-11
Il Papa a Becciu: «Non mi faccio imbeccare»
Il cardinale Becciu e la lettera di Papa Francesco (Imagoeconomica)
Cinquantesima udienza del processo che si celebra in Vaticano per far luce sull’utilizzo dei soldi da parte della Segreteria di Stato. Per l’imputato numero uno dell’inchiesta, il cardinale Angelo Becciu, giovedì è stata una giornata difficile, con un colpo di scena degno dei migliori polizieschi.
Il promotore di giustizia Alessandro Diddi ha fatto acquisire dal Tribunale uno scambio epistolare avvenuto tra il porporato e il Santo Padre nell’estate del 2021, pochi giorni prima dell’inizio del processo. Un carteggio rispetto al quale le difese hanno provato la carta dell’inammissibilità, respinta dal presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone. In buona sostanza, il cardinale provò a far firmare due dichiarazioni al Santo Padre con l’intenzione di usarle durante il procedimento a sua difesa. Ma Francesco a più riprese si oppose, in ultimo anche in maniera piuttosto netta, irritato perché convinto di aver già spiegato la sua posizione. Due delle lettere sono di papa Francesco inviate all’ex sostituto e una di quest’ultimo pontefice, tutte inviate tra il 21 e il 26 luglio del 2021. La prima lettera depositata risale al 21 luglio e a scrivere è il Papa che pare abbandonare Becciu al suo destino: «Caro Fratello, riscontro la Sua lettera del 20 luglio che mi ha sorpreso. Premesso che non intendo entrare nelle finalità sottese alle Sue affermazioni ed alle Sue conseguenti “strategie” processuali, debbo tuttavia chiarire, in spirito di verità, quanto segue». Il Papa prosegue con due argomenti. Nel primo affronta il tema del palazzo londinese, il cuore del processo: «Con riferimento alla proposta di acquisto dell’immobile di Londra […], di cui Lei ebbe a parlarmi nel corso di un’udienza richiestami appositamente, ricordo che tale proposta mi parve subito strana per i contenuti, le forme ed i tempi scelti; al punto che, non disponendo di altri elementi di valutazione, suggerii che si procedesse ad una previa consultazione del Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, e di padre Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Spes (Segreteria per l’economia, ndr), per gli approfondimenti di rispettiva competenza». E ancora: «Devo altresì soggiungere che la mia originaria perplessità si rafforzò ulteriormente quando compresi che l’iniziativa in questione era, tra l’altro, indirizzata ad interferire, con effetti ostativi, con le indagini dell’Ufficio del Promotore di giustizia. La complessiva valutazione di tali elementi mi indusse ad esprimermi in senso negativo sul proseguimento dell’iniziativa». Poi Francesco liquida le richieste di Becciu sull’apposizione del segreto pontificio sulla vicenda della suora rapita in Mali: «Altro elemento che viene prospettato con la Sua lettera è la conferma del segreto pontifico in relazione alla vicenda del Mali ed a quella della Slovenia, che hanno visto la erogazione di capitali della Segreteria di Stato ad una società ivi costituita». Ed è su quest’ultimo punto che il Pontefice usa parole pesantissime: «La seconda (fattispecie, ndr), come lei sa bene, caratterizzata da estemporanei ed incauti affidamenti di risorse finanziarie distratte dalle finalità tipiche e destinate, secondo le tesi accusatorie, a soddisfare personali inclinazioni voluttuarie. In tal contesto comprenderà bene come non sia possibile l’apposizione di alcun segreto pontificio». Tre giorni dopo, il 24 luglio Becciu registra (all’insaputa del Papa) una telefonata con Francesco che tocca gli stessi temi, poi rintracciata dalla Guardia di finanza di Oristano nell’inchiesta della Procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri. Nella conversazione il cardinale fa anche riferimento alla lettera del 21 luglio e il Papa chiede a Becciu di mandargli un appunto scritto. Il porporato, la stessa sera del 24 luglio, invia a Francesco, via posta, richieste che hanno dell’incredibile: «Con molta semplicità Le riassumo qui la questione. lo sono accusato dai magistrati di aver imbrogliato Lei sia per la vicenda della suora colombiana, sequestrata in Mali, sia per la proposta di acquisto del palazzo di Londra che Le presentai a nome di un fondo americano […]. Ho bisogno di due sue dichiarazioni che confermino come siano avvenuti i fatti (veda allegati). Nel contempo, Le rinvio la lettera che mi ha scritto perché vi apponga questa semplice nota: “Prego non tener conto di questa lettera che ritengo nulla" con la Sua firma e la data. Abbia poi la bontà di farmela riavere così da conservarla per esibirla in tribunale qualora fosse necessario. […]». Negli allegati citati da Becciu ci sono i testi che intendeva far firmare dal Papa: «Liberazione ostaggio. Dichiaro che sua eccellenza monsignor Angelo Becciu, allora sostituto della Segreteria di Stato, fu da me autorizzato a procedere per la liberazione di suor Gloria Narvez Argoti, di nazionalità colombiana […].Dichiaro di aver approvato la somma necessaria per pagare gli intermediari e quella fissata per il riscatto. Per l’intera operazione ho richiesto assoluto riserbo e segretezza». Nel testo relativo al palazzo di Sloan Avenue, Becciu tenta di far dire al Papa l’esatto opposto di quanto aveva messo nero su bianco tre giorni prima: «Offerta Palazzo di Londra. Dichiaro che nel giugno 2020 il Cardinale Angelo Becciu venne da me a riferire una proposta […] relativa alla proprietà immobiliare sita in Londra. Ritenendo la proposta interessante, chiesi al cardinale di riferirla al Reverendo Padre Guerrero Alves, Prefetto della Spes, e a Sua eccellenza il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, per le valutazioni di rispettiva competenza, rimettendosi al loro giudizio».
Il 26 luglio il Papa liquida definitivamente Becciu: «Caro Fratello, ritenevo, con la prima lettera del 21 luglio ultimo scorso. in risposta - speravo definitiva, alla sua del 20 luglio, di aver chiarito, in spirito di verità, la mia posizione negativa sulle dichiarazioni che intende farmi sottoscrivere […]. Evidentemente e sorprendentemente, sono stato da Lei frainteso». Dopo Francesco liquida così Becciu: «Pertanto, mi duole comunicarle di non poter dar seguito alla Sua richiesta di dichiarare formalmente “nulla” e quindi di “non tener conto” della lettera che le avevo scritto, tantum veritatem pre oculis habens e che nuovamente le rimetto».
«Attività di intelligence dietro finti salvataggi per favorire il prelato»
Il deposito nel Tribunale vaticano del carteggio tra papa Francesco e il cardinale Angelo Becciu è colpo di scena importante che a questo punto sembra avvalorare quanto da sempre affermato da colei che non ha mai nascosto antipatie per Becciu: Francesca Chaouqui. La donna, a più riprese, non ultima la sua testimonianza in aula, ha provato a far passare un messaggio preciso e cioè che il cardinale aveva più volte giocato sul «non detto» per farsi autorizzare dal Papa operazione borderline.
«Di me si può dire ciò che si vuole», risponde sorniona la Papessa, «ma adesso qualche dubbio dovrebbe venire anche ai più garantisti. Un cardinale che prova a giocare con pezzi di verità, omettendone altri, al fine di farsi firmare una dichiarazione dal Papa per uscire da un processo, mi pare una cosa gravissima».
Becciu ha più volte detto che il Papa era a conoscenza dei fondi utilizzati per risolvere la questione dei sequestri di alcune suore in Mali…
«E questo è il pezzo di verità che il cardinale usa. Se al Santo Padre un cardinale va a chiedere l’autorizzazione ad usare dei fondi per liberare delle religiose, mica risponde negativamente. E posso assicurare che non è stata nemmeno la prima volta, anche in passato è accaduto e la questione fu gestita dalla Gendarmeria vaticana con l’allora comandante Giani. Il Papa perché avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso?»
Sta dicendo che il Papa non sapeva nulla dell’ingombrante consulente Cecilia Marogna e della società inglese di investigazioni Inkerman, il cui coinvolgimento era stato svelato dalla Verità?
«No, nella maniera più assoluta! Probabilmente per questo il cardinale riferì all’attuale comandante Gianluca Gauzzi Broccoletti, durante il famoso incontro a casa sua, che sarebbe stata la fine se fosse venuta fuori la storia della Marogna. Posso ipotizzare perché si sarebbe scoperto il bluff. Nella sua lettera a Becciu, il Papa conferma di essere rimasto sorpreso per come erano stato utilizzati i soldi e spiega al cardinale che non poteva esserci segreto, anzi tutto andava chiarito».
Quindi anche per la Inkerman tutto è stato fatto all’insaputa del Papa?
«Un emissario della Inkerman mi contattò dopo aver avuto un primo colloquio con la Marogna, per capire alcune cose…».
Un attimo: perché contattò proprio lei?
«Continuano a chiamarmi Papessa: ci sarà un motivo no? Oppure devo tenermi il “titolo” solo per essere denigrata, come se fosse qualcosa di negativo? Faccio un mestiere che mi consente di conoscere fatti non alla portata di tutti, non c’è nulla di illecito nel raccogliere informazioni e nel conoscere uomini, donne ed equilibri all’interno di un’organizzazione, un’azienda, uno Stato».
Che cosa volevano capire quelli della Inkerman?
«Se fosse normale ricevere un incarico dalla Santa Sede per attività di intelligence. Soprattutto perché in quell’azienda ci sono persone che hanno lavorato con la Casa reale e per le visite ufficiali in Vaticano si sono sempre interfacciati con la Segreteria di Stato e il comandante della Gendarmeria per la sicurezza. E queste persone rimasero perplesse per la richiesta. Io senza alcuna esitazione risposi di no, anzi rimasi sorpresa e la cosa m’incuriosì a tal punto che iniziai io a fare domande. E così venni a sapere che l’attività richiesta doveva riguardare ufficialmente la liberazione di alcune suore, ma che in realtà alla Inkerman fu chiesto di fare un monitoraggio per intervenire su alcuni organi di stampa italiani ed esteri che non avevano una linea editoriale gradita a Becciu».
Il quadro che emerge è preoccupante: un Papa che deve fare attenzione a non essere strumentalizzato.
«Esatto! E lo sto dicendo da tempo: viene tirato troppo spesso per la giacchetta. In alcuni casi anche in maniera davvero poco trasparente».
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Agli atti del processo sulle presunte malversazioni della Segreteria di Stato lo scambio epistolare tra il cardinale incriminato e il Santo Padre. Il Pontefice per due volte gli ha negato lo scudo penale: «Mi rifiuto di sottoscrivere quel che mi ha proposto».La Papessa Francesca Chaouqui e il retroscena dell’ingaggio della Inkerman: «Doveva monitorare la stampa ostile al porporato».Lo speciale contiene due articoli.Cinquantesima udienza del processo che si celebra in Vaticano per far luce sull’utilizzo dei soldi da parte della Segreteria di Stato. Per l’imputato numero uno dell’inchiesta, il cardinale Angelo Becciu, giovedì è stata una giornata difficile, con un colpo di scena degno dei migliori polizieschi. Il promotore di giustizia Alessandro Diddi ha fatto acquisire dal Tribunale uno scambio epistolare avvenuto tra il porporato e il Santo Padre nell’estate del 2021, pochi giorni prima dell’inizio del processo. Un carteggio rispetto al quale le difese hanno provato la carta dell’inammissibilità, respinta dal presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone. In buona sostanza, il cardinale provò a far firmare due dichiarazioni al Santo Padre con l’intenzione di usarle durante il procedimento a sua difesa. Ma Francesco a più riprese si oppose, in ultimo anche in maniera piuttosto netta, irritato perché convinto di aver già spiegato la sua posizione. Due delle lettere sono di papa Francesco inviate all’ex sostituto e una di quest’ultimo pontefice, tutte inviate tra il 21 e il 26 luglio del 2021. La prima lettera depositata risale al 21 luglio e a scrivere è il Papa che pare abbandonare Becciu al suo destino: «Caro Fratello, riscontro la Sua lettera del 20 luglio che mi ha sorpreso. Premesso che non intendo entrare nelle finalità sottese alle Sue affermazioni ed alle Sue conseguenti “strategie” processuali, debbo tuttavia chiarire, in spirito di verità, quanto segue». Il Papa prosegue con due argomenti. Nel primo affronta il tema del palazzo londinese, il cuore del processo: «Con riferimento alla proposta di acquisto dell’immobile di Londra […], di cui Lei ebbe a parlarmi nel corso di un’udienza richiestami appositamente, ricordo che tale proposta mi parve subito strana per i contenuti, le forme ed i tempi scelti; al punto che, non disponendo di altri elementi di valutazione, suggerii che si procedesse ad una previa consultazione del Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, e di padre Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Spes (Segreteria per l’economia, ndr), per gli approfondimenti di rispettiva competenza». E ancora: «Devo altresì soggiungere che la mia originaria perplessità si rafforzò ulteriormente quando compresi che l’iniziativa in questione era, tra l’altro, indirizzata ad interferire, con effetti ostativi, con le indagini dell’Ufficio del Promotore di giustizia. La complessiva valutazione di tali elementi mi indusse ad esprimermi in senso negativo sul proseguimento dell’iniziativa». Poi Francesco liquida le richieste di Becciu sull’apposizione del segreto pontificio sulla vicenda della suora rapita in Mali: «Altro elemento che viene prospettato con la Sua lettera è la conferma del segreto pontifico in relazione alla vicenda del Mali ed a quella della Slovenia, che hanno visto la erogazione di capitali della Segreteria di Stato ad una società ivi costituita». Ed è su quest’ultimo punto che il Pontefice usa parole pesantissime: «La seconda (fattispecie, ndr), come lei sa bene, caratterizzata da estemporanei ed incauti affidamenti di risorse finanziarie distratte dalle finalità tipiche e destinate, secondo le tesi accusatorie, a soddisfare personali inclinazioni voluttuarie. In tal contesto comprenderà bene come non sia possibile l’apposizione di alcun segreto pontificio». Tre giorni dopo, il 24 luglio Becciu registra (all’insaputa del Papa) una telefonata con Francesco che tocca gli stessi temi, poi rintracciata dalla Guardia di finanza di Oristano nell’inchiesta della Procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri. Nella conversazione il cardinale fa anche riferimento alla lettera del 21 luglio e il Papa chiede a Becciu di mandargli un appunto scritto. Il porporato, la stessa sera del 24 luglio, invia a Francesco, via posta, richieste che hanno dell’incredibile: «Con molta semplicità Le riassumo qui la questione. lo sono accusato dai magistrati di aver imbrogliato Lei sia per la vicenda della suora colombiana, sequestrata in Mali, sia per la proposta di acquisto del palazzo di Londra che Le presentai a nome di un fondo americano […]. Ho bisogno di due sue dichiarazioni che confermino come siano avvenuti i fatti (veda allegati). Nel contempo, Le rinvio la lettera che mi ha scritto perché vi apponga questa semplice nota: “Prego non tener conto di questa lettera che ritengo nulla" con la Sua firma e la data. Abbia poi la bontà di farmela riavere così da conservarla per esibirla in tribunale qualora fosse necessario. […]». Negli allegati citati da Becciu ci sono i testi che intendeva far firmare dal Papa: «Liberazione ostaggio. Dichiaro che sua eccellenza monsignor Angelo Becciu, allora sostituto della Segreteria di Stato, fu da me autorizzato a procedere per la liberazione di suor Gloria Narvez Argoti, di nazionalità colombiana […].Dichiaro di aver approvato la somma necessaria per pagare gli intermediari e quella fissata per il riscatto. Per l’intera operazione ho richiesto assoluto riserbo e segretezza». Nel testo relativo al palazzo di Sloan Avenue, Becciu tenta di far dire al Papa l’esatto opposto di quanto aveva messo nero su bianco tre giorni prima: «Offerta Palazzo di Londra. Dichiaro che nel giugno 2020 il Cardinale Angelo Becciu venne da me a riferire una proposta […] relativa alla proprietà immobiliare sita in Londra. Ritenendo la proposta interessante, chiesi al cardinale di riferirla al Reverendo Padre Guerrero Alves, Prefetto della Spes, e a Sua eccellenza il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, per le valutazioni di rispettiva competenza, rimettendosi al loro giudizio».Il 26 luglio il Papa liquida definitivamente Becciu: «Caro Fratello, ritenevo, con la prima lettera del 21 luglio ultimo scorso. in risposta - speravo definitiva, alla sua del 20 luglio, di aver chiarito, in spirito di verità, la mia posizione negativa sulle dichiarazioni che intende farmi sottoscrivere […]. Evidentemente e sorprendentemente, sono stato da Lei frainteso». Dopo Francesco liquida così Becciu: «Pertanto, mi duole comunicarle di non poter dar seguito alla Sua richiesta di dichiarare formalmente “nulla” e quindi di “non tener conto” della lettera che le avevo scritto, tantum veritatem pre oculis habens e che nuovamente le rimetto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/becciu-papa-francesco-2659582801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attivita-di-intelligence-dietro-finti-salvataggi-per-favorire-il-prelato" data-post-id="2659582801" data-published-at="1678521780" data-use-pagination="False"> «Attività di intelligence dietro finti salvataggi per favorire il prelato» Il deposito nel Tribunale vaticano del carteggio tra papa Francesco e il cardinale Angelo Becciu è colpo di scena importante che a questo punto sembra avvalorare quanto da sempre affermato da colei che non ha mai nascosto antipatie per Becciu: Francesca Chaouqui. La donna, a più riprese, non ultima la sua testimonianza in aula, ha provato a far passare un messaggio preciso e cioè che il cardinale aveva più volte giocato sul «non detto» per farsi autorizzare dal Papa operazione borderline. «Di me si può dire ciò che si vuole», risponde sorniona la Papessa, «ma adesso qualche dubbio dovrebbe venire anche ai più garantisti. Un cardinale che prova a giocare con pezzi di verità, omettendone altri, al fine di farsi firmare una dichiarazione dal Papa per uscire da un processo, mi pare una cosa gravissima». Becciu ha più volte detto che il Papa era a conoscenza dei fondi utilizzati per risolvere la questione dei sequestri di alcune suore in Mali… «E questo è il pezzo di verità che il cardinale usa. Se al Santo Padre un cardinale va a chiedere l’autorizzazione ad usare dei fondi per liberare delle religiose, mica risponde negativamente. E posso assicurare che non è stata nemmeno la prima volta, anche in passato è accaduto e la questione fu gestita dalla Gendarmeria vaticana con l’allora comandante Giani. Il Papa perché avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso?» Sta dicendo che il Papa non sapeva nulla dell’ingombrante consulente Cecilia Marogna e della società inglese di investigazioni Inkerman, il cui coinvolgimento era stato svelato dalla Verità? «No, nella maniera più assoluta! Probabilmente per questo il cardinale riferì all’attuale comandante Gianluca Gauzzi Broccoletti, durante il famoso incontro a casa sua, che sarebbe stata la fine se fosse venuta fuori la storia della Marogna. Posso ipotizzare perché si sarebbe scoperto il bluff. Nella sua lettera a Becciu, il Papa conferma di essere rimasto sorpreso per come erano stato utilizzati i soldi e spiega al cardinale che non poteva esserci segreto, anzi tutto andava chiarito». Quindi anche per la Inkerman tutto è stato fatto all’insaputa del Papa? «Un emissario della Inkerman mi contattò dopo aver avuto un primo colloquio con la Marogna, per capire alcune cose…». Un attimo: perché contattò proprio lei? «Continuano a chiamarmi Papessa: ci sarà un motivo no? Oppure devo tenermi il “titolo” solo per essere denigrata, come se fosse qualcosa di negativo? Faccio un mestiere che mi consente di conoscere fatti non alla portata di tutti, non c’è nulla di illecito nel raccogliere informazioni e nel conoscere uomini, donne ed equilibri all’interno di un’organizzazione, un’azienda, uno Stato». Che cosa volevano capire quelli della Inkerman? «Se fosse normale ricevere un incarico dalla Santa Sede per attività di intelligence. Soprattutto perché in quell’azienda ci sono persone che hanno lavorato con la Casa reale e per le visite ufficiali in Vaticano si sono sempre interfacciati con la Segreteria di Stato e il comandante della Gendarmeria per la sicurezza. E queste persone rimasero perplesse per la richiesta. Io senza alcuna esitazione risposi di no, anzi rimasi sorpresa e la cosa m’incuriosì a tal punto che iniziai io a fare domande. E così venni a sapere che l’attività richiesta doveva riguardare ufficialmente la liberazione di alcune suore, ma che in realtà alla Inkerman fu chiesto di fare un monitoraggio per intervenire su alcuni organi di stampa italiani ed esteri che non avevano una linea editoriale gradita a Becciu». Il quadro che emerge è preoccupante: un Papa che deve fare attenzione a non essere strumentalizzato. «Esatto! E lo sto dicendo da tempo: viene tirato troppo spesso per la giacchetta. In alcuni casi anche in maniera davvero poco trasparente».
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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