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2023-03-11
Il Papa a Becciu: «Non mi faccio imbeccare»
Il cardinale Becciu e la lettera di Papa Francesco (Imagoeconomica)
Cinquantesima udienza del processo che si celebra in Vaticano per far luce sull’utilizzo dei soldi da parte della Segreteria di Stato. Per l’imputato numero uno dell’inchiesta, il cardinale Angelo Becciu, giovedì è stata una giornata difficile, con un colpo di scena degno dei migliori polizieschi.
Il promotore di giustizia Alessandro Diddi ha fatto acquisire dal Tribunale uno scambio epistolare avvenuto tra il porporato e il Santo Padre nell’estate del 2021, pochi giorni prima dell’inizio del processo. Un carteggio rispetto al quale le difese hanno provato la carta dell’inammissibilità, respinta dal presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone. In buona sostanza, il cardinale provò a far firmare due dichiarazioni al Santo Padre con l’intenzione di usarle durante il procedimento a sua difesa. Ma Francesco a più riprese si oppose, in ultimo anche in maniera piuttosto netta, irritato perché convinto di aver già spiegato la sua posizione. Due delle lettere sono di papa Francesco inviate all’ex sostituto e una di quest’ultimo pontefice, tutte inviate tra il 21 e il 26 luglio del 2021. La prima lettera depositata risale al 21 luglio e a scrivere è il Papa che pare abbandonare Becciu al suo destino: «Caro Fratello, riscontro la Sua lettera del 20 luglio che mi ha sorpreso. Premesso che non intendo entrare nelle finalità sottese alle Sue affermazioni ed alle Sue conseguenti “strategie” processuali, debbo tuttavia chiarire, in spirito di verità, quanto segue». Il Papa prosegue con due argomenti. Nel primo affronta il tema del palazzo londinese, il cuore del processo: «Con riferimento alla proposta di acquisto dell’immobile di Londra […], di cui Lei ebbe a parlarmi nel corso di un’udienza richiestami appositamente, ricordo che tale proposta mi parve subito strana per i contenuti, le forme ed i tempi scelti; al punto che, non disponendo di altri elementi di valutazione, suggerii che si procedesse ad una previa consultazione del Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, e di padre Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Spes (Segreteria per l’economia, ndr), per gli approfondimenti di rispettiva competenza». E ancora: «Devo altresì soggiungere che la mia originaria perplessità si rafforzò ulteriormente quando compresi che l’iniziativa in questione era, tra l’altro, indirizzata ad interferire, con effetti ostativi, con le indagini dell’Ufficio del Promotore di giustizia. La complessiva valutazione di tali elementi mi indusse ad esprimermi in senso negativo sul proseguimento dell’iniziativa». Poi Francesco liquida le richieste di Becciu sull’apposizione del segreto pontificio sulla vicenda della suora rapita in Mali: «Altro elemento che viene prospettato con la Sua lettera è la conferma del segreto pontifico in relazione alla vicenda del Mali ed a quella della Slovenia, che hanno visto la erogazione di capitali della Segreteria di Stato ad una società ivi costituita». Ed è su quest’ultimo punto che il Pontefice usa parole pesantissime: «La seconda (fattispecie, ndr), come lei sa bene, caratterizzata da estemporanei ed incauti affidamenti di risorse finanziarie distratte dalle finalità tipiche e destinate, secondo le tesi accusatorie, a soddisfare personali inclinazioni voluttuarie. In tal contesto comprenderà bene come non sia possibile l’apposizione di alcun segreto pontificio». Tre giorni dopo, il 24 luglio Becciu registra (all’insaputa del Papa) una telefonata con Francesco che tocca gli stessi temi, poi rintracciata dalla Guardia di finanza di Oristano nell’inchiesta della Procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri. Nella conversazione il cardinale fa anche riferimento alla lettera del 21 luglio e il Papa chiede a Becciu di mandargli un appunto scritto. Il porporato, la stessa sera del 24 luglio, invia a Francesco, via posta, richieste che hanno dell’incredibile: «Con molta semplicità Le riassumo qui la questione. lo sono accusato dai magistrati di aver imbrogliato Lei sia per la vicenda della suora colombiana, sequestrata in Mali, sia per la proposta di acquisto del palazzo di Londra che Le presentai a nome di un fondo americano […]. Ho bisogno di due sue dichiarazioni che confermino come siano avvenuti i fatti (veda allegati). Nel contempo, Le rinvio la lettera che mi ha scritto perché vi apponga questa semplice nota: “Prego non tener conto di questa lettera che ritengo nulla" con la Sua firma e la data. Abbia poi la bontà di farmela riavere così da conservarla per esibirla in tribunale qualora fosse necessario. […]». Negli allegati citati da Becciu ci sono i testi che intendeva far firmare dal Papa: «Liberazione ostaggio. Dichiaro che sua eccellenza monsignor Angelo Becciu, allora sostituto della Segreteria di Stato, fu da me autorizzato a procedere per la liberazione di suor Gloria Narvez Argoti, di nazionalità colombiana […].Dichiaro di aver approvato la somma necessaria per pagare gli intermediari e quella fissata per il riscatto. Per l’intera operazione ho richiesto assoluto riserbo e segretezza». Nel testo relativo al palazzo di Sloan Avenue, Becciu tenta di far dire al Papa l’esatto opposto di quanto aveva messo nero su bianco tre giorni prima: «Offerta Palazzo di Londra. Dichiaro che nel giugno 2020 il Cardinale Angelo Becciu venne da me a riferire una proposta […] relativa alla proprietà immobiliare sita in Londra. Ritenendo la proposta interessante, chiesi al cardinale di riferirla al Reverendo Padre Guerrero Alves, Prefetto della Spes, e a Sua eccellenza il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, per le valutazioni di rispettiva competenza, rimettendosi al loro giudizio».
Il 26 luglio il Papa liquida definitivamente Becciu: «Caro Fratello, ritenevo, con la prima lettera del 21 luglio ultimo scorso. in risposta - speravo definitiva, alla sua del 20 luglio, di aver chiarito, in spirito di verità, la mia posizione negativa sulle dichiarazioni che intende farmi sottoscrivere […]. Evidentemente e sorprendentemente, sono stato da Lei frainteso». Dopo Francesco liquida così Becciu: «Pertanto, mi duole comunicarle di non poter dar seguito alla Sua richiesta di dichiarare formalmente “nulla” e quindi di “non tener conto” della lettera che le avevo scritto, tantum veritatem pre oculis habens e che nuovamente le rimetto».
«Attività di intelligence dietro finti salvataggi per favorire il prelato»
Il deposito nel Tribunale vaticano del carteggio tra papa Francesco e il cardinale Angelo Becciu è colpo di scena importante che a questo punto sembra avvalorare quanto da sempre affermato da colei che non ha mai nascosto antipatie per Becciu: Francesca Chaouqui. La donna, a più riprese, non ultima la sua testimonianza in aula, ha provato a far passare un messaggio preciso e cioè che il cardinale aveva più volte giocato sul «non detto» per farsi autorizzare dal Papa operazione borderline.
«Di me si può dire ciò che si vuole», risponde sorniona la Papessa, «ma adesso qualche dubbio dovrebbe venire anche ai più garantisti. Un cardinale che prova a giocare con pezzi di verità, omettendone altri, al fine di farsi firmare una dichiarazione dal Papa per uscire da un processo, mi pare una cosa gravissima».
Becciu ha più volte detto che il Papa era a conoscenza dei fondi utilizzati per risolvere la questione dei sequestri di alcune suore in Mali…
«E questo è il pezzo di verità che il cardinale usa. Se al Santo Padre un cardinale va a chiedere l’autorizzazione ad usare dei fondi per liberare delle religiose, mica risponde negativamente. E posso assicurare che non è stata nemmeno la prima volta, anche in passato è accaduto e la questione fu gestita dalla Gendarmeria vaticana con l’allora comandante Giani. Il Papa perché avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso?»
Sta dicendo che il Papa non sapeva nulla dell’ingombrante consulente Cecilia Marogna e della società inglese di investigazioni Inkerman, il cui coinvolgimento era stato svelato dalla Verità?
«No, nella maniera più assoluta! Probabilmente per questo il cardinale riferì all’attuale comandante Gianluca Gauzzi Broccoletti, durante il famoso incontro a casa sua, che sarebbe stata la fine se fosse venuta fuori la storia della Marogna. Posso ipotizzare perché si sarebbe scoperto il bluff. Nella sua lettera a Becciu, il Papa conferma di essere rimasto sorpreso per come erano stato utilizzati i soldi e spiega al cardinale che non poteva esserci segreto, anzi tutto andava chiarito».
Quindi anche per la Inkerman tutto è stato fatto all’insaputa del Papa?
«Un emissario della Inkerman mi contattò dopo aver avuto un primo colloquio con la Marogna, per capire alcune cose…».
Un attimo: perché contattò proprio lei?
«Continuano a chiamarmi Papessa: ci sarà un motivo no? Oppure devo tenermi il “titolo” solo per essere denigrata, come se fosse qualcosa di negativo? Faccio un mestiere che mi consente di conoscere fatti non alla portata di tutti, non c’è nulla di illecito nel raccogliere informazioni e nel conoscere uomini, donne ed equilibri all’interno di un’organizzazione, un’azienda, uno Stato».
Che cosa volevano capire quelli della Inkerman?
«Se fosse normale ricevere un incarico dalla Santa Sede per attività di intelligence. Soprattutto perché in quell’azienda ci sono persone che hanno lavorato con la Casa reale e per le visite ufficiali in Vaticano si sono sempre interfacciati con la Segreteria di Stato e il comandante della Gendarmeria per la sicurezza. E queste persone rimasero perplesse per la richiesta. Io senza alcuna esitazione risposi di no, anzi rimasi sorpresa e la cosa m’incuriosì a tal punto che iniziai io a fare domande. E così venni a sapere che l’attività richiesta doveva riguardare ufficialmente la liberazione di alcune suore, ma che in realtà alla Inkerman fu chiesto di fare un monitoraggio per intervenire su alcuni organi di stampa italiani ed esteri che non avevano una linea editoriale gradita a Becciu».
Il quadro che emerge è preoccupante: un Papa che deve fare attenzione a non essere strumentalizzato.
«Esatto! E lo sto dicendo da tempo: viene tirato troppo spesso per la giacchetta. In alcuni casi anche in maniera davvero poco trasparente».
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Agli atti del processo sulle presunte malversazioni della Segreteria di Stato lo scambio epistolare tra il cardinale incriminato e il Santo Padre. Il Pontefice per due volte gli ha negato lo scudo penale: «Mi rifiuto di sottoscrivere quel che mi ha proposto».La Papessa Francesca Chaouqui e il retroscena dell’ingaggio della Inkerman: «Doveva monitorare la stampa ostile al porporato».Lo speciale contiene due articoli.Cinquantesima udienza del processo che si celebra in Vaticano per far luce sull’utilizzo dei soldi da parte della Segreteria di Stato. Per l’imputato numero uno dell’inchiesta, il cardinale Angelo Becciu, giovedì è stata una giornata difficile, con un colpo di scena degno dei migliori polizieschi. Il promotore di giustizia Alessandro Diddi ha fatto acquisire dal Tribunale uno scambio epistolare avvenuto tra il porporato e il Santo Padre nell’estate del 2021, pochi giorni prima dell’inizio del processo. Un carteggio rispetto al quale le difese hanno provato la carta dell’inammissibilità, respinta dal presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone. In buona sostanza, il cardinale provò a far firmare due dichiarazioni al Santo Padre con l’intenzione di usarle durante il procedimento a sua difesa. Ma Francesco a più riprese si oppose, in ultimo anche in maniera piuttosto netta, irritato perché convinto di aver già spiegato la sua posizione. Due delle lettere sono di papa Francesco inviate all’ex sostituto e una di quest’ultimo pontefice, tutte inviate tra il 21 e il 26 luglio del 2021. La prima lettera depositata risale al 21 luglio e a scrivere è il Papa che pare abbandonare Becciu al suo destino: «Caro Fratello, riscontro la Sua lettera del 20 luglio che mi ha sorpreso. Premesso che non intendo entrare nelle finalità sottese alle Sue affermazioni ed alle Sue conseguenti “strategie” processuali, debbo tuttavia chiarire, in spirito di verità, quanto segue». Il Papa prosegue con due argomenti. Nel primo affronta il tema del palazzo londinese, il cuore del processo: «Con riferimento alla proposta di acquisto dell’immobile di Londra […], di cui Lei ebbe a parlarmi nel corso di un’udienza richiestami appositamente, ricordo che tale proposta mi parve subito strana per i contenuti, le forme ed i tempi scelti; al punto che, non disponendo di altri elementi di valutazione, suggerii che si procedesse ad una previa consultazione del Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, e di padre Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Spes (Segreteria per l’economia, ndr), per gli approfondimenti di rispettiva competenza». E ancora: «Devo altresì soggiungere che la mia originaria perplessità si rafforzò ulteriormente quando compresi che l’iniziativa in questione era, tra l’altro, indirizzata ad interferire, con effetti ostativi, con le indagini dell’Ufficio del Promotore di giustizia. La complessiva valutazione di tali elementi mi indusse ad esprimermi in senso negativo sul proseguimento dell’iniziativa». Poi Francesco liquida le richieste di Becciu sull’apposizione del segreto pontificio sulla vicenda della suora rapita in Mali: «Altro elemento che viene prospettato con la Sua lettera è la conferma del segreto pontifico in relazione alla vicenda del Mali ed a quella della Slovenia, che hanno visto la erogazione di capitali della Segreteria di Stato ad una società ivi costituita». Ed è su quest’ultimo punto che il Pontefice usa parole pesantissime: «La seconda (fattispecie, ndr), come lei sa bene, caratterizzata da estemporanei ed incauti affidamenti di risorse finanziarie distratte dalle finalità tipiche e destinate, secondo le tesi accusatorie, a soddisfare personali inclinazioni voluttuarie. In tal contesto comprenderà bene come non sia possibile l’apposizione di alcun segreto pontificio». Tre giorni dopo, il 24 luglio Becciu registra (all’insaputa del Papa) una telefonata con Francesco che tocca gli stessi temi, poi rintracciata dalla Guardia di finanza di Oristano nell’inchiesta della Procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri. Nella conversazione il cardinale fa anche riferimento alla lettera del 21 luglio e il Papa chiede a Becciu di mandargli un appunto scritto. Il porporato, la stessa sera del 24 luglio, invia a Francesco, via posta, richieste che hanno dell’incredibile: «Con molta semplicità Le riassumo qui la questione. lo sono accusato dai magistrati di aver imbrogliato Lei sia per la vicenda della suora colombiana, sequestrata in Mali, sia per la proposta di acquisto del palazzo di Londra che Le presentai a nome di un fondo americano […]. Ho bisogno di due sue dichiarazioni che confermino come siano avvenuti i fatti (veda allegati). Nel contempo, Le rinvio la lettera che mi ha scritto perché vi apponga questa semplice nota: “Prego non tener conto di questa lettera che ritengo nulla" con la Sua firma e la data. Abbia poi la bontà di farmela riavere così da conservarla per esibirla in tribunale qualora fosse necessario. […]». Negli allegati citati da Becciu ci sono i testi che intendeva far firmare dal Papa: «Liberazione ostaggio. Dichiaro che sua eccellenza monsignor Angelo Becciu, allora sostituto della Segreteria di Stato, fu da me autorizzato a procedere per la liberazione di suor Gloria Narvez Argoti, di nazionalità colombiana […].Dichiaro di aver approvato la somma necessaria per pagare gli intermediari e quella fissata per il riscatto. Per l’intera operazione ho richiesto assoluto riserbo e segretezza». Nel testo relativo al palazzo di Sloan Avenue, Becciu tenta di far dire al Papa l’esatto opposto di quanto aveva messo nero su bianco tre giorni prima: «Offerta Palazzo di Londra. Dichiaro che nel giugno 2020 il Cardinale Angelo Becciu venne da me a riferire una proposta […] relativa alla proprietà immobiliare sita in Londra. Ritenendo la proposta interessante, chiesi al cardinale di riferirla al Reverendo Padre Guerrero Alves, Prefetto della Spes, e a Sua eccellenza il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, per le valutazioni di rispettiva competenza, rimettendosi al loro giudizio».Il 26 luglio il Papa liquida definitivamente Becciu: «Caro Fratello, ritenevo, con la prima lettera del 21 luglio ultimo scorso. in risposta - speravo definitiva, alla sua del 20 luglio, di aver chiarito, in spirito di verità, la mia posizione negativa sulle dichiarazioni che intende farmi sottoscrivere […]. Evidentemente e sorprendentemente, sono stato da Lei frainteso». Dopo Francesco liquida così Becciu: «Pertanto, mi duole comunicarle di non poter dar seguito alla Sua richiesta di dichiarare formalmente “nulla” e quindi di “non tener conto” della lettera che le avevo scritto, tantum veritatem pre oculis habens e che nuovamente le rimetto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/becciu-papa-francesco-2659582801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attivita-di-intelligence-dietro-finti-salvataggi-per-favorire-il-prelato" data-post-id="2659582801" data-published-at="1678521780" data-use-pagination="False"> «Attività di intelligence dietro finti salvataggi per favorire il prelato» Il deposito nel Tribunale vaticano del carteggio tra papa Francesco e il cardinale Angelo Becciu è colpo di scena importante che a questo punto sembra avvalorare quanto da sempre affermato da colei che non ha mai nascosto antipatie per Becciu: Francesca Chaouqui. La donna, a più riprese, non ultima la sua testimonianza in aula, ha provato a far passare un messaggio preciso e cioè che il cardinale aveva più volte giocato sul «non detto» per farsi autorizzare dal Papa operazione borderline. «Di me si può dire ciò che si vuole», risponde sorniona la Papessa, «ma adesso qualche dubbio dovrebbe venire anche ai più garantisti. Un cardinale che prova a giocare con pezzi di verità, omettendone altri, al fine di farsi firmare una dichiarazione dal Papa per uscire da un processo, mi pare una cosa gravissima». Becciu ha più volte detto che il Papa era a conoscenza dei fondi utilizzati per risolvere la questione dei sequestri di alcune suore in Mali… «E questo è il pezzo di verità che il cardinale usa. Se al Santo Padre un cardinale va a chiedere l’autorizzazione ad usare dei fondi per liberare delle religiose, mica risponde negativamente. E posso assicurare che non è stata nemmeno la prima volta, anche in passato è accaduto e la questione fu gestita dalla Gendarmeria vaticana con l’allora comandante Giani. Il Papa perché avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso?» Sta dicendo che il Papa non sapeva nulla dell’ingombrante consulente Cecilia Marogna e della società inglese di investigazioni Inkerman, il cui coinvolgimento era stato svelato dalla Verità? «No, nella maniera più assoluta! Probabilmente per questo il cardinale riferì all’attuale comandante Gianluca Gauzzi Broccoletti, durante il famoso incontro a casa sua, che sarebbe stata la fine se fosse venuta fuori la storia della Marogna. Posso ipotizzare perché si sarebbe scoperto il bluff. Nella sua lettera a Becciu, il Papa conferma di essere rimasto sorpreso per come erano stato utilizzati i soldi e spiega al cardinale che non poteva esserci segreto, anzi tutto andava chiarito». Quindi anche per la Inkerman tutto è stato fatto all’insaputa del Papa? «Un emissario della Inkerman mi contattò dopo aver avuto un primo colloquio con la Marogna, per capire alcune cose…». Un attimo: perché contattò proprio lei? «Continuano a chiamarmi Papessa: ci sarà un motivo no? Oppure devo tenermi il “titolo” solo per essere denigrata, come se fosse qualcosa di negativo? Faccio un mestiere che mi consente di conoscere fatti non alla portata di tutti, non c’è nulla di illecito nel raccogliere informazioni e nel conoscere uomini, donne ed equilibri all’interno di un’organizzazione, un’azienda, uno Stato». Che cosa volevano capire quelli della Inkerman? «Se fosse normale ricevere un incarico dalla Santa Sede per attività di intelligence. Soprattutto perché in quell’azienda ci sono persone che hanno lavorato con la Casa reale e per le visite ufficiali in Vaticano si sono sempre interfacciati con la Segreteria di Stato e il comandante della Gendarmeria per la sicurezza. E queste persone rimasero perplesse per la richiesta. Io senza alcuna esitazione risposi di no, anzi rimasi sorpresa e la cosa m’incuriosì a tal punto che iniziai io a fare domande. E così venni a sapere che l’attività richiesta doveva riguardare ufficialmente la liberazione di alcune suore, ma che in realtà alla Inkerman fu chiesto di fare un monitoraggio per intervenire su alcuni organi di stampa italiani ed esteri che non avevano una linea editoriale gradita a Becciu». Il quadro che emerge è preoccupante: un Papa che deve fare attenzione a non essere strumentalizzato. «Esatto! E lo sto dicendo da tempo: viene tirato troppo spesso per la giacchetta. In alcuni casi anche in maniera davvero poco trasparente».
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
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