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2023-03-11
Il Papa a Becciu: «Non mi faccio imbeccare»
Il cardinale Becciu e la lettera di Papa Francesco (Imagoeconomica)
Cinquantesima udienza del processo che si celebra in Vaticano per far luce sull’utilizzo dei soldi da parte della Segreteria di Stato. Per l’imputato numero uno dell’inchiesta, il cardinale Angelo Becciu, giovedì è stata una giornata difficile, con un colpo di scena degno dei migliori polizieschi.
Il promotore di giustizia Alessandro Diddi ha fatto acquisire dal Tribunale uno scambio epistolare avvenuto tra il porporato e il Santo Padre nell’estate del 2021, pochi giorni prima dell’inizio del processo. Un carteggio rispetto al quale le difese hanno provato la carta dell’inammissibilità, respinta dal presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone. In buona sostanza, il cardinale provò a far firmare due dichiarazioni al Santo Padre con l’intenzione di usarle durante il procedimento a sua difesa. Ma Francesco a più riprese si oppose, in ultimo anche in maniera piuttosto netta, irritato perché convinto di aver già spiegato la sua posizione. Due delle lettere sono di papa Francesco inviate all’ex sostituto e una di quest’ultimo pontefice, tutte inviate tra il 21 e il 26 luglio del 2021. La prima lettera depositata risale al 21 luglio e a scrivere è il Papa che pare abbandonare Becciu al suo destino: «Caro Fratello, riscontro la Sua lettera del 20 luglio che mi ha sorpreso. Premesso che non intendo entrare nelle finalità sottese alle Sue affermazioni ed alle Sue conseguenti “strategie” processuali, debbo tuttavia chiarire, in spirito di verità, quanto segue». Il Papa prosegue con due argomenti. Nel primo affronta il tema del palazzo londinese, il cuore del processo: «Con riferimento alla proposta di acquisto dell’immobile di Londra […], di cui Lei ebbe a parlarmi nel corso di un’udienza richiestami appositamente, ricordo che tale proposta mi parve subito strana per i contenuti, le forme ed i tempi scelti; al punto che, non disponendo di altri elementi di valutazione, suggerii che si procedesse ad una previa consultazione del Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, e di padre Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Spes (Segreteria per l’economia, ndr), per gli approfondimenti di rispettiva competenza». E ancora: «Devo altresì soggiungere che la mia originaria perplessità si rafforzò ulteriormente quando compresi che l’iniziativa in questione era, tra l’altro, indirizzata ad interferire, con effetti ostativi, con le indagini dell’Ufficio del Promotore di giustizia. La complessiva valutazione di tali elementi mi indusse ad esprimermi in senso negativo sul proseguimento dell’iniziativa». Poi Francesco liquida le richieste di Becciu sull’apposizione del segreto pontificio sulla vicenda della suora rapita in Mali: «Altro elemento che viene prospettato con la Sua lettera è la conferma del segreto pontifico in relazione alla vicenda del Mali ed a quella della Slovenia, che hanno visto la erogazione di capitali della Segreteria di Stato ad una società ivi costituita». Ed è su quest’ultimo punto che il Pontefice usa parole pesantissime: «La seconda (fattispecie, ndr), come lei sa bene, caratterizzata da estemporanei ed incauti affidamenti di risorse finanziarie distratte dalle finalità tipiche e destinate, secondo le tesi accusatorie, a soddisfare personali inclinazioni voluttuarie. In tal contesto comprenderà bene come non sia possibile l’apposizione di alcun segreto pontificio». Tre giorni dopo, il 24 luglio Becciu registra (all’insaputa del Papa) una telefonata con Francesco che tocca gli stessi temi, poi rintracciata dalla Guardia di finanza di Oristano nell’inchiesta della Procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri. Nella conversazione il cardinale fa anche riferimento alla lettera del 21 luglio e il Papa chiede a Becciu di mandargli un appunto scritto. Il porporato, la stessa sera del 24 luglio, invia a Francesco, via posta, richieste che hanno dell’incredibile: «Con molta semplicità Le riassumo qui la questione. lo sono accusato dai magistrati di aver imbrogliato Lei sia per la vicenda della suora colombiana, sequestrata in Mali, sia per la proposta di acquisto del palazzo di Londra che Le presentai a nome di un fondo americano […]. Ho bisogno di due sue dichiarazioni che confermino come siano avvenuti i fatti (veda allegati). Nel contempo, Le rinvio la lettera che mi ha scritto perché vi apponga questa semplice nota: “Prego non tener conto di questa lettera che ritengo nulla" con la Sua firma e la data. Abbia poi la bontà di farmela riavere così da conservarla per esibirla in tribunale qualora fosse necessario. […]». Negli allegati citati da Becciu ci sono i testi che intendeva far firmare dal Papa: «Liberazione ostaggio. Dichiaro che sua eccellenza monsignor Angelo Becciu, allora sostituto della Segreteria di Stato, fu da me autorizzato a procedere per la liberazione di suor Gloria Narvez Argoti, di nazionalità colombiana […].Dichiaro di aver approvato la somma necessaria per pagare gli intermediari e quella fissata per il riscatto. Per l’intera operazione ho richiesto assoluto riserbo e segretezza». Nel testo relativo al palazzo di Sloan Avenue, Becciu tenta di far dire al Papa l’esatto opposto di quanto aveva messo nero su bianco tre giorni prima: «Offerta Palazzo di Londra. Dichiaro che nel giugno 2020 il Cardinale Angelo Becciu venne da me a riferire una proposta […] relativa alla proprietà immobiliare sita in Londra. Ritenendo la proposta interessante, chiesi al cardinale di riferirla al Reverendo Padre Guerrero Alves, Prefetto della Spes, e a Sua eccellenza il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, per le valutazioni di rispettiva competenza, rimettendosi al loro giudizio».
Il 26 luglio il Papa liquida definitivamente Becciu: «Caro Fratello, ritenevo, con la prima lettera del 21 luglio ultimo scorso. in risposta - speravo definitiva, alla sua del 20 luglio, di aver chiarito, in spirito di verità, la mia posizione negativa sulle dichiarazioni che intende farmi sottoscrivere […]. Evidentemente e sorprendentemente, sono stato da Lei frainteso». Dopo Francesco liquida così Becciu: «Pertanto, mi duole comunicarle di non poter dar seguito alla Sua richiesta di dichiarare formalmente “nulla” e quindi di “non tener conto” della lettera che le avevo scritto, tantum veritatem pre oculis habens e che nuovamente le rimetto».
«Attività di intelligence dietro finti salvataggi per favorire il prelato»
Il deposito nel Tribunale vaticano del carteggio tra papa Francesco e il cardinale Angelo Becciu è colpo di scena importante che a questo punto sembra avvalorare quanto da sempre affermato da colei che non ha mai nascosto antipatie per Becciu: Francesca Chaouqui. La donna, a più riprese, non ultima la sua testimonianza in aula, ha provato a far passare un messaggio preciso e cioè che il cardinale aveva più volte giocato sul «non detto» per farsi autorizzare dal Papa operazione borderline.
«Di me si può dire ciò che si vuole», risponde sorniona la Papessa, «ma adesso qualche dubbio dovrebbe venire anche ai più garantisti. Un cardinale che prova a giocare con pezzi di verità, omettendone altri, al fine di farsi firmare una dichiarazione dal Papa per uscire da un processo, mi pare una cosa gravissima».
Becciu ha più volte detto che il Papa era a conoscenza dei fondi utilizzati per risolvere la questione dei sequestri di alcune suore in Mali…
«E questo è il pezzo di verità che il cardinale usa. Se al Santo Padre un cardinale va a chiedere l’autorizzazione ad usare dei fondi per liberare delle religiose, mica risponde negativamente. E posso assicurare che non è stata nemmeno la prima volta, anche in passato è accaduto e la questione fu gestita dalla Gendarmeria vaticana con l’allora comandante Giani. Il Papa perché avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso?»
Sta dicendo che il Papa non sapeva nulla dell’ingombrante consulente Cecilia Marogna e della società inglese di investigazioni Inkerman, il cui coinvolgimento era stato svelato dalla Verità?
«No, nella maniera più assoluta! Probabilmente per questo il cardinale riferì all’attuale comandante Gianluca Gauzzi Broccoletti, durante il famoso incontro a casa sua, che sarebbe stata la fine se fosse venuta fuori la storia della Marogna. Posso ipotizzare perché si sarebbe scoperto il bluff. Nella sua lettera a Becciu, il Papa conferma di essere rimasto sorpreso per come erano stato utilizzati i soldi e spiega al cardinale che non poteva esserci segreto, anzi tutto andava chiarito».
Quindi anche per la Inkerman tutto è stato fatto all’insaputa del Papa?
«Un emissario della Inkerman mi contattò dopo aver avuto un primo colloquio con la Marogna, per capire alcune cose…».
Un attimo: perché contattò proprio lei?
«Continuano a chiamarmi Papessa: ci sarà un motivo no? Oppure devo tenermi il “titolo” solo per essere denigrata, come se fosse qualcosa di negativo? Faccio un mestiere che mi consente di conoscere fatti non alla portata di tutti, non c’è nulla di illecito nel raccogliere informazioni e nel conoscere uomini, donne ed equilibri all’interno di un’organizzazione, un’azienda, uno Stato».
Che cosa volevano capire quelli della Inkerman?
«Se fosse normale ricevere un incarico dalla Santa Sede per attività di intelligence. Soprattutto perché in quell’azienda ci sono persone che hanno lavorato con la Casa reale e per le visite ufficiali in Vaticano si sono sempre interfacciati con la Segreteria di Stato e il comandante della Gendarmeria per la sicurezza. E queste persone rimasero perplesse per la richiesta. Io senza alcuna esitazione risposi di no, anzi rimasi sorpresa e la cosa m’incuriosì a tal punto che iniziai io a fare domande. E così venni a sapere che l’attività richiesta doveva riguardare ufficialmente la liberazione di alcune suore, ma che in realtà alla Inkerman fu chiesto di fare un monitoraggio per intervenire su alcuni organi di stampa italiani ed esteri che non avevano una linea editoriale gradita a Becciu».
Il quadro che emerge è preoccupante: un Papa che deve fare attenzione a non essere strumentalizzato.
«Esatto! E lo sto dicendo da tempo: viene tirato troppo spesso per la giacchetta. In alcuni casi anche in maniera davvero poco trasparente».
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Agli atti del processo sulle presunte malversazioni della Segreteria di Stato lo scambio epistolare tra il cardinale incriminato e il Santo Padre. Il Pontefice per due volte gli ha negato lo scudo penale: «Mi rifiuto di sottoscrivere quel che mi ha proposto».La Papessa Francesca Chaouqui e il retroscena dell’ingaggio della Inkerman: «Doveva monitorare la stampa ostile al porporato».Lo speciale contiene due articoli.Cinquantesima udienza del processo che si celebra in Vaticano per far luce sull’utilizzo dei soldi da parte della Segreteria di Stato. Per l’imputato numero uno dell’inchiesta, il cardinale Angelo Becciu, giovedì è stata una giornata difficile, con un colpo di scena degno dei migliori polizieschi. Il promotore di giustizia Alessandro Diddi ha fatto acquisire dal Tribunale uno scambio epistolare avvenuto tra il porporato e il Santo Padre nell’estate del 2021, pochi giorni prima dell’inizio del processo. Un carteggio rispetto al quale le difese hanno provato la carta dell’inammissibilità, respinta dal presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone. In buona sostanza, il cardinale provò a far firmare due dichiarazioni al Santo Padre con l’intenzione di usarle durante il procedimento a sua difesa. Ma Francesco a più riprese si oppose, in ultimo anche in maniera piuttosto netta, irritato perché convinto di aver già spiegato la sua posizione. Due delle lettere sono di papa Francesco inviate all’ex sostituto e una di quest’ultimo pontefice, tutte inviate tra il 21 e il 26 luglio del 2021. La prima lettera depositata risale al 21 luglio e a scrivere è il Papa che pare abbandonare Becciu al suo destino: «Caro Fratello, riscontro la Sua lettera del 20 luglio che mi ha sorpreso. Premesso che non intendo entrare nelle finalità sottese alle Sue affermazioni ed alle Sue conseguenti “strategie” processuali, debbo tuttavia chiarire, in spirito di verità, quanto segue». Il Papa prosegue con due argomenti. Nel primo affronta il tema del palazzo londinese, il cuore del processo: «Con riferimento alla proposta di acquisto dell’immobile di Londra […], di cui Lei ebbe a parlarmi nel corso di un’udienza richiestami appositamente, ricordo che tale proposta mi parve subito strana per i contenuti, le forme ed i tempi scelti; al punto che, non disponendo di altri elementi di valutazione, suggerii che si procedesse ad una previa consultazione del Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, e di padre Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Spes (Segreteria per l’economia, ndr), per gli approfondimenti di rispettiva competenza». E ancora: «Devo altresì soggiungere che la mia originaria perplessità si rafforzò ulteriormente quando compresi che l’iniziativa in questione era, tra l’altro, indirizzata ad interferire, con effetti ostativi, con le indagini dell’Ufficio del Promotore di giustizia. La complessiva valutazione di tali elementi mi indusse ad esprimermi in senso negativo sul proseguimento dell’iniziativa». Poi Francesco liquida le richieste di Becciu sull’apposizione del segreto pontificio sulla vicenda della suora rapita in Mali: «Altro elemento che viene prospettato con la Sua lettera è la conferma del segreto pontifico in relazione alla vicenda del Mali ed a quella della Slovenia, che hanno visto la erogazione di capitali della Segreteria di Stato ad una società ivi costituita». Ed è su quest’ultimo punto che il Pontefice usa parole pesantissime: «La seconda (fattispecie, ndr), come lei sa bene, caratterizzata da estemporanei ed incauti affidamenti di risorse finanziarie distratte dalle finalità tipiche e destinate, secondo le tesi accusatorie, a soddisfare personali inclinazioni voluttuarie. In tal contesto comprenderà bene come non sia possibile l’apposizione di alcun segreto pontificio». Tre giorni dopo, il 24 luglio Becciu registra (all’insaputa del Papa) una telefonata con Francesco che tocca gli stessi temi, poi rintracciata dalla Guardia di finanza di Oristano nell’inchiesta della Procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri. Nella conversazione il cardinale fa anche riferimento alla lettera del 21 luglio e il Papa chiede a Becciu di mandargli un appunto scritto. Il porporato, la stessa sera del 24 luglio, invia a Francesco, via posta, richieste che hanno dell’incredibile: «Con molta semplicità Le riassumo qui la questione. lo sono accusato dai magistrati di aver imbrogliato Lei sia per la vicenda della suora colombiana, sequestrata in Mali, sia per la proposta di acquisto del palazzo di Londra che Le presentai a nome di un fondo americano […]. Ho bisogno di due sue dichiarazioni che confermino come siano avvenuti i fatti (veda allegati). Nel contempo, Le rinvio la lettera che mi ha scritto perché vi apponga questa semplice nota: “Prego non tener conto di questa lettera che ritengo nulla" con la Sua firma e la data. Abbia poi la bontà di farmela riavere così da conservarla per esibirla in tribunale qualora fosse necessario. […]». Negli allegati citati da Becciu ci sono i testi che intendeva far firmare dal Papa: «Liberazione ostaggio. Dichiaro che sua eccellenza monsignor Angelo Becciu, allora sostituto della Segreteria di Stato, fu da me autorizzato a procedere per la liberazione di suor Gloria Narvez Argoti, di nazionalità colombiana […].Dichiaro di aver approvato la somma necessaria per pagare gli intermediari e quella fissata per il riscatto. Per l’intera operazione ho richiesto assoluto riserbo e segretezza». Nel testo relativo al palazzo di Sloan Avenue, Becciu tenta di far dire al Papa l’esatto opposto di quanto aveva messo nero su bianco tre giorni prima: «Offerta Palazzo di Londra. Dichiaro che nel giugno 2020 il Cardinale Angelo Becciu venne da me a riferire una proposta […] relativa alla proprietà immobiliare sita in Londra. Ritenendo la proposta interessante, chiesi al cardinale di riferirla al Reverendo Padre Guerrero Alves, Prefetto della Spes, e a Sua eccellenza il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, per le valutazioni di rispettiva competenza, rimettendosi al loro giudizio».Il 26 luglio il Papa liquida definitivamente Becciu: «Caro Fratello, ritenevo, con la prima lettera del 21 luglio ultimo scorso. in risposta - speravo definitiva, alla sua del 20 luglio, di aver chiarito, in spirito di verità, la mia posizione negativa sulle dichiarazioni che intende farmi sottoscrivere […]. Evidentemente e sorprendentemente, sono stato da Lei frainteso». Dopo Francesco liquida così Becciu: «Pertanto, mi duole comunicarle di non poter dar seguito alla Sua richiesta di dichiarare formalmente “nulla” e quindi di “non tener conto” della lettera che le avevo scritto, tantum veritatem pre oculis habens e che nuovamente le rimetto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/becciu-papa-francesco-2659582801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attivita-di-intelligence-dietro-finti-salvataggi-per-favorire-il-prelato" data-post-id="2659582801" data-published-at="1678521780" data-use-pagination="False"> «Attività di intelligence dietro finti salvataggi per favorire il prelato» Il deposito nel Tribunale vaticano del carteggio tra papa Francesco e il cardinale Angelo Becciu è colpo di scena importante che a questo punto sembra avvalorare quanto da sempre affermato da colei che non ha mai nascosto antipatie per Becciu: Francesca Chaouqui. La donna, a più riprese, non ultima la sua testimonianza in aula, ha provato a far passare un messaggio preciso e cioè che il cardinale aveva più volte giocato sul «non detto» per farsi autorizzare dal Papa operazione borderline. «Di me si può dire ciò che si vuole», risponde sorniona la Papessa, «ma adesso qualche dubbio dovrebbe venire anche ai più garantisti. Un cardinale che prova a giocare con pezzi di verità, omettendone altri, al fine di farsi firmare una dichiarazione dal Papa per uscire da un processo, mi pare una cosa gravissima». Becciu ha più volte detto che il Papa era a conoscenza dei fondi utilizzati per risolvere la questione dei sequestri di alcune suore in Mali… «E questo è il pezzo di verità che il cardinale usa. Se al Santo Padre un cardinale va a chiedere l’autorizzazione ad usare dei fondi per liberare delle religiose, mica risponde negativamente. E posso assicurare che non è stata nemmeno la prima volta, anche in passato è accaduto e la questione fu gestita dalla Gendarmeria vaticana con l’allora comandante Giani. Il Papa perché avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso?» Sta dicendo che il Papa non sapeva nulla dell’ingombrante consulente Cecilia Marogna e della società inglese di investigazioni Inkerman, il cui coinvolgimento era stato svelato dalla Verità? «No, nella maniera più assoluta! Probabilmente per questo il cardinale riferì all’attuale comandante Gianluca Gauzzi Broccoletti, durante il famoso incontro a casa sua, che sarebbe stata la fine se fosse venuta fuori la storia della Marogna. Posso ipotizzare perché si sarebbe scoperto il bluff. Nella sua lettera a Becciu, il Papa conferma di essere rimasto sorpreso per come erano stato utilizzati i soldi e spiega al cardinale che non poteva esserci segreto, anzi tutto andava chiarito». Quindi anche per la Inkerman tutto è stato fatto all’insaputa del Papa? «Un emissario della Inkerman mi contattò dopo aver avuto un primo colloquio con la Marogna, per capire alcune cose…». Un attimo: perché contattò proprio lei? «Continuano a chiamarmi Papessa: ci sarà un motivo no? Oppure devo tenermi il “titolo” solo per essere denigrata, come se fosse qualcosa di negativo? Faccio un mestiere che mi consente di conoscere fatti non alla portata di tutti, non c’è nulla di illecito nel raccogliere informazioni e nel conoscere uomini, donne ed equilibri all’interno di un’organizzazione, un’azienda, uno Stato». Che cosa volevano capire quelli della Inkerman? «Se fosse normale ricevere un incarico dalla Santa Sede per attività di intelligence. Soprattutto perché in quell’azienda ci sono persone che hanno lavorato con la Casa reale e per le visite ufficiali in Vaticano si sono sempre interfacciati con la Segreteria di Stato e il comandante della Gendarmeria per la sicurezza. E queste persone rimasero perplesse per la richiesta. Io senza alcuna esitazione risposi di no, anzi rimasi sorpresa e la cosa m’incuriosì a tal punto che iniziai io a fare domande. E così venni a sapere che l’attività richiesta doveva riguardare ufficialmente la liberazione di alcune suore, ma che in realtà alla Inkerman fu chiesto di fare un monitoraggio per intervenire su alcuni organi di stampa italiani ed esteri che non avevano una linea editoriale gradita a Becciu». Il quadro che emerge è preoccupante: un Papa che deve fare attenzione a non essere strumentalizzato. «Esatto! E lo sto dicendo da tempo: viene tirato troppo spesso per la giacchetta. In alcuni casi anche in maniera davvero poco trasparente».
Matteo Piantedosi. Nel riquadro, Claudia Conte (Ansa)
Questa volta l’innesco della bomba che rischia di far saltare il ministro dell’Interno e di dare una botta al governo si chiama Claudia Conte. Giornalista, conduttrice, opinionista, nel suo profilo Linkedin si definisce impegnata sui temi del contrasto alle mafie e del bullismo adolescenziale. E fin qui nulla da dire. Però poi, intervistata da Money.it, non sui temi della difesa dei diritti umani o su quelli dell’economia, a una domanda sul suo rapporto con il ministro Piantedosi si è lasciata sfuggire, fra un sorrisino e l’altro, di non poter negare una relazione. Apriti o cielo! Relazione? È bastato poco e la frase ha fatto il giro delle redazioni e anche delle sezioni. In particolare quella di Avs, la sinistra che tra i suoi parlamentari europei annovera Ilaria Salis e il suo assistente nella camera da letto di un albergo romano. Abituati a rovistare tra le lenzuola, i compagni del duo Bonelli-Fratoianni si sono subito scatenati, trasformando il caso in un affaire di Stato.
L’obiettivo è chiaro: fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto con Sangiuliano. Una volta dimessosi si è scoperto che il ministro della Cultura non aveva nulla di cui rimproverarsi, se non di essere incappato in una relazione clandestina. Nessun danno erariale, nessuna rivelazione di segreto di Stato sul G7 della Cultura, nessun incarico retribuito dai contribuenti. Ma tutto ciò si è scoperto dopo, quando ormai l’uomo che voleva mettere ordine nei finanziamenti pubblici dei cinematografari di regime era già stato fatto fuori. Ora ci riprovano. Lo scalpo di Piantedosi sarebbe un successo da esibire contro chi vuole mantenere ordine e sicurezza in questo Paese. Colpire lui è un po’ come colpire la strategia che punta a fermare gli sbarchi, le Ong, il traffico di migranti, le Onlus che campano con il business degli extracomunitari. Affondare Piantedosi significa affondare la linea di una difesa dei confini, dare un’altra botta al governo e ipotecare seriamente le prossime elezioni.
Ovviamente non siamo stupiti. In passato si è fatto fuori Silvio Berlusconi ricorrendo a faccende private, privatissime, che nulla avevano a che fare con la gestione del Paese. La storia come sappiamo ritorna. E stavolta non punta sul presidente del Consiglio, ma su uno dei ministri più apprezzati. Un tecnico a cui nessuno finora ha saputo imputare alcunché, tranne forse, di aver frequentato una donna. Un’accusa che, evidentemente, per una sinistra convertita alle teorie gender è una colpa gravissima.
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Lo stadio di San Siro (Getty Images)
Scherzo, ma neppure tanto, sulla notizia con cui questo giornale ha giustamente aperto la sua prima pagina di ieri: la sciagurata giunta di Milano guidata da Beppe Sala travolta dall’ennesima inchiesta sulla gestione dell’urbanistica cittadina, nel caso la gara d’appalto per costruire il nuovo stadio di calcio in sostituzione del vecchio Meazza detto San Siro.
Come ben ha spiegato il direttore Maurizio Belpietro dalle carte in possesso della Procura emerge che funzionari, tecnici e politici del Comune si sono consultati più e più volte con la dirigenza di Milan e Inter al fine di costruire un bando che andasse bene alle due società. Non dubito che questo, se venisse accertato in via definitiva in un’aula di tribunale, in punta di codici possa configurare il reato di turbativa d’asta. Ma a differenza della legittima e fondata lettura che questo giornale ha fatto della vicenda, penso che se ci spostiamo un attimo dal piano prettamente giuridico, e pure da quello politico, si possano fare anche ragionamenti diversi.
Per esempio mi chiedo con chi mai avrebbero dovuto consultarsi amministratori e progettisti comunali se non con gli utilizzatori finali dell’opera, che sono in via esclusiva Inter e Milan, non certo Roma e Lazio e neppure - cito a caso - i padroni di squadre di pallanuoto, di società che gestiscono eventi e neppure organizzatori di corse di cani, tanto meno i periti della Procura di Milano. No, il fu San Siro non è di tutti, è detto la «Scala del calcio» non per la sua bellezza architettonica (che ai più lascia a desiderare) bensì perché da cento anni è stato il palcoscenico di tanti Toscanini del calcio che hanno vestito le maglie esclusivamente rossonere e nerazzurre.
Possiamo discutere se era il caso o no di imbarcarsi in una simile avventura (gli inglesi lo hanno fatto costruendo il nuovo Wembley in poco più di tre anni e sono felici e contenti), possiamo sospettare che i fondi che controllano le due società siano ansiosi di fare più soldi e aumentare il valore delle loro partecipazioni (cosa che al momento non è ancora reato), ma contestare che Milan e Inter non avessero diritto di metterci becco (altri reati a oggi non emergono dalle carte) a me sembra un ossimoro bello e buono: se non lo sanno loro cosa serve e come serve, bè mi chiedo cosa ne sappiano i pm di Milano o altri soggetti che teoricamente avrebbero potuto partecipare a una gara costruita in modo meno stringente.
Faccio due ipotesi su come, grazie alla solerzia dei magistrati, andrà a finire. La prima: ci teniamo il vecchio Meazza che tra non molto sarà lo stadio più costoso e vecchio d’Europa; la seconda: Inter e Milan traslocheranno fuori Milano e il Meazza rimarrà lì inutilizzato a mo’ di monumento all’imbecillità. In entrambi i casi non credo si tratti di un buon affare per i milanesi.
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Luigi Lovaglio (Ansa)
L’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio prova a rientrare al Monte. Non sarà facile però. La serratura è stata cambiata.
Perché c’è qualcosa di surreale e inedito in un capo azienda che, dopo essere stato invitato all’uscita, prova a rientrare dalla porta di servizio. Si presenterà con una lista di minoranza contrapposta a quella del Consiglio d’amministrazione che ha cancellato la sua candidatura. Il problema è l’indagine a suo carico avviata dalla Procura della Repubblica di Milano sulla scalata a Mediobanca. Non è certo un problema di integrità visto che l’inchiesta è ancora alle prima battute. Ma certo di opportunità. Intervistato da Bloomberg Tv, Lovaglio si difende: «Il mercato conosce il mio track record» nella convinzione che quattro anni di gestione costituiscano un visto permanente, non soggetto a scadenza né a revisione.
Il ragionamento è semplice, forse troppo: ho risanato il Monte, ho mantenuto gli impegni, dunque merito di restare. Peccato che il Consiglio di amministrazione - composto da persone che quel percorso lo conoscono quanto lui - abbia tratto conclusioni diverse. E quando chi ti ha lavorato a fianco per anni decide che è tempo di cambiare, forse varrebbe la pena interrogarsi, invece di andare in televisione a ricordare i propri meriti.
Ma questa, evidentemente, non è la strada scelta. Poi c’è la questione giudiziaria, che Lovaglio affronta con abilità: la mostra, la dichiara innocua, la fa sparire. È indagato nell’ambito dell’indagine relativa alla scalata a Mediobanca. È una vicenda tutt’altro che marginale. Lovaglio spiega che questo non rappresenta un elemento ostativo. «Mps ha confermato il mio fit & proper il 5 dicembre e un’altra volta a metà febbraio». Vuol dire che è stato dichiarato idoneo al ruolo. Ma poi le cose e le opinioni cambiano.
Il Consiglio di amministrazione, la scorsa settimana, ha scritto nella lettera agli investitori che la decisione di escluderlo non è riconducibile «esclusivamente» alle indagini in corso e ai loro potenziali impatti reputazionali. «Non esclusivamente». Parole che lasciano aperto un portone attraverso cui possono transitare considerazioni di tanti tipi. Lovaglio ha liquidato tutto questo come irrilevante. Gli investitori istituzionali, notoriamente allergici alle grane giudiziarie dei manager, sembrano non essere dello stesso avviso. Che cosa accadrebbe alla governance di Mps nel caso in cui l’inchiesta andasse avanti? Quali gli impatti su una banca cui negli ultimi anni non sono certo mancati i passaggi nelle Aule di tribunale
Sul fronte strategico, Lovaglio ha garantito che il piano industriale di Mps che prevede la fusione con Mediobanca resterà invariato. Il mercato, però, è di diverso avviso considerando il forte arretramento delle quotazioni subito dopo la presentazione del programma. La quotazione è scesa in poche ore del 7% e non si è ancora ripresa. Quanto alla partecipazione in Assicurazioni Generali, Lovaglio l’ha definita: «nice to have». Utile e benvenuta, ma non centrale.
Eppure quella partecipazione è stata al centro di manovre, tensioni e retroscena che lo hanno coinvolto in prima persona.
La vera partita si gioca lontano dalle telecamere di Bloomberg: sui tavoli dei proxy advisor, gli arbitri che il grande pubblico ignora ma che gli investitori istituzionali ascoltano con devozione. Institutional Shareholder Services (Iss) ha già raccomandato il voto a favore della lista del consiglio uscente che esclude Lovaglio. Glass Lewis non si è ancora espresso. La sua posizione è attesa con la trepidazione con cui un imputato aspetta il verdetto.
Se anche Glass Lewis si allinea, per Lovaglio la strada si trasforma in un muro. Se divergesse, il campo si aprirebbe. Ma al momento i segnali non sono incoraggianti per chi si presenta all’assemblea come candidato alternativo con un’indagine in corso alle spalle e il proprio ex consiglio di amministrazione schierato contro. Lovaglio però dichiara di sentirsi «a proprio agio» nella competizione assembleare.
Il Monte, nel frattempo, continua la sua secolare esistenza: è la banca più antica del mondo, un primato che sopravvive a governatori, amministratori e scandali con encomiabile forza. Aspetta di sapere chi la guiderà. Gli azionisti voteranno. I proxy advisor avranno consigliato. I mercati trarranno le loro conclusioni.
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