True
2023-03-11
Il Papa a Becciu: «Non mi faccio imbeccare»
Il cardinale Becciu e la lettera di Papa Francesco (Imagoeconomica)
Cinquantesima udienza del processo che si celebra in Vaticano per far luce sull’utilizzo dei soldi da parte della Segreteria di Stato. Per l’imputato numero uno dell’inchiesta, il cardinale Angelo Becciu, giovedì è stata una giornata difficile, con un colpo di scena degno dei migliori polizieschi.
Il promotore di giustizia Alessandro Diddi ha fatto acquisire dal Tribunale uno scambio epistolare avvenuto tra il porporato e il Santo Padre nell’estate del 2021, pochi giorni prima dell’inizio del processo. Un carteggio rispetto al quale le difese hanno provato la carta dell’inammissibilità, respinta dal presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone. In buona sostanza, il cardinale provò a far firmare due dichiarazioni al Santo Padre con l’intenzione di usarle durante il procedimento a sua difesa. Ma Francesco a più riprese si oppose, in ultimo anche in maniera piuttosto netta, irritato perché convinto di aver già spiegato la sua posizione. Due delle lettere sono di papa Francesco inviate all’ex sostituto e una di quest’ultimo pontefice, tutte inviate tra il 21 e il 26 luglio del 2021. La prima lettera depositata risale al 21 luglio e a scrivere è il Papa che pare abbandonare Becciu al suo destino: «Caro Fratello, riscontro la Sua lettera del 20 luglio che mi ha sorpreso. Premesso che non intendo entrare nelle finalità sottese alle Sue affermazioni ed alle Sue conseguenti “strategie” processuali, debbo tuttavia chiarire, in spirito di verità, quanto segue». Il Papa prosegue con due argomenti. Nel primo affronta il tema del palazzo londinese, il cuore del processo: «Con riferimento alla proposta di acquisto dell’immobile di Londra […], di cui Lei ebbe a parlarmi nel corso di un’udienza richiestami appositamente, ricordo che tale proposta mi parve subito strana per i contenuti, le forme ed i tempi scelti; al punto che, non disponendo di altri elementi di valutazione, suggerii che si procedesse ad una previa consultazione del Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, e di padre Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Spes (Segreteria per l’economia, ndr), per gli approfondimenti di rispettiva competenza». E ancora: «Devo altresì soggiungere che la mia originaria perplessità si rafforzò ulteriormente quando compresi che l’iniziativa in questione era, tra l’altro, indirizzata ad interferire, con effetti ostativi, con le indagini dell’Ufficio del Promotore di giustizia. La complessiva valutazione di tali elementi mi indusse ad esprimermi in senso negativo sul proseguimento dell’iniziativa». Poi Francesco liquida le richieste di Becciu sull’apposizione del segreto pontificio sulla vicenda della suora rapita in Mali: «Altro elemento che viene prospettato con la Sua lettera è la conferma del segreto pontifico in relazione alla vicenda del Mali ed a quella della Slovenia, che hanno visto la erogazione di capitali della Segreteria di Stato ad una società ivi costituita». Ed è su quest’ultimo punto che il Pontefice usa parole pesantissime: «La seconda (fattispecie, ndr), come lei sa bene, caratterizzata da estemporanei ed incauti affidamenti di risorse finanziarie distratte dalle finalità tipiche e destinate, secondo le tesi accusatorie, a soddisfare personali inclinazioni voluttuarie. In tal contesto comprenderà bene come non sia possibile l’apposizione di alcun segreto pontificio». Tre giorni dopo, il 24 luglio Becciu registra (all’insaputa del Papa) una telefonata con Francesco che tocca gli stessi temi, poi rintracciata dalla Guardia di finanza di Oristano nell’inchiesta della Procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri. Nella conversazione il cardinale fa anche riferimento alla lettera del 21 luglio e il Papa chiede a Becciu di mandargli un appunto scritto. Il porporato, la stessa sera del 24 luglio, invia a Francesco, via posta, richieste che hanno dell’incredibile: «Con molta semplicità Le riassumo qui la questione. lo sono accusato dai magistrati di aver imbrogliato Lei sia per la vicenda della suora colombiana, sequestrata in Mali, sia per la proposta di acquisto del palazzo di Londra che Le presentai a nome di un fondo americano […]. Ho bisogno di due sue dichiarazioni che confermino come siano avvenuti i fatti (veda allegati). Nel contempo, Le rinvio la lettera che mi ha scritto perché vi apponga questa semplice nota: “Prego non tener conto di questa lettera che ritengo nulla" con la Sua firma e la data. Abbia poi la bontà di farmela riavere così da conservarla per esibirla in tribunale qualora fosse necessario. […]». Negli allegati citati da Becciu ci sono i testi che intendeva far firmare dal Papa: «Liberazione ostaggio. Dichiaro che sua eccellenza monsignor Angelo Becciu, allora sostituto della Segreteria di Stato, fu da me autorizzato a procedere per la liberazione di suor Gloria Narvez Argoti, di nazionalità colombiana […].Dichiaro di aver approvato la somma necessaria per pagare gli intermediari e quella fissata per il riscatto. Per l’intera operazione ho richiesto assoluto riserbo e segretezza». Nel testo relativo al palazzo di Sloan Avenue, Becciu tenta di far dire al Papa l’esatto opposto di quanto aveva messo nero su bianco tre giorni prima: «Offerta Palazzo di Londra. Dichiaro che nel giugno 2020 il Cardinale Angelo Becciu venne da me a riferire una proposta […] relativa alla proprietà immobiliare sita in Londra. Ritenendo la proposta interessante, chiesi al cardinale di riferirla al Reverendo Padre Guerrero Alves, Prefetto della Spes, e a Sua eccellenza il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, per le valutazioni di rispettiva competenza, rimettendosi al loro giudizio».
Il 26 luglio il Papa liquida definitivamente Becciu: «Caro Fratello, ritenevo, con la prima lettera del 21 luglio ultimo scorso. in risposta - speravo definitiva, alla sua del 20 luglio, di aver chiarito, in spirito di verità, la mia posizione negativa sulle dichiarazioni che intende farmi sottoscrivere […]. Evidentemente e sorprendentemente, sono stato da Lei frainteso». Dopo Francesco liquida così Becciu: «Pertanto, mi duole comunicarle di non poter dar seguito alla Sua richiesta di dichiarare formalmente “nulla” e quindi di “non tener conto” della lettera che le avevo scritto, tantum veritatem pre oculis habens e che nuovamente le rimetto».
«Attività di intelligence dietro finti salvataggi per favorire il prelato»
Il deposito nel Tribunale vaticano del carteggio tra papa Francesco e il cardinale Angelo Becciu è colpo di scena importante che a questo punto sembra avvalorare quanto da sempre affermato da colei che non ha mai nascosto antipatie per Becciu: Francesca Chaouqui. La donna, a più riprese, non ultima la sua testimonianza in aula, ha provato a far passare un messaggio preciso e cioè che il cardinale aveva più volte giocato sul «non detto» per farsi autorizzare dal Papa operazione borderline.
«Di me si può dire ciò che si vuole», risponde sorniona la Papessa, «ma adesso qualche dubbio dovrebbe venire anche ai più garantisti. Un cardinale che prova a giocare con pezzi di verità, omettendone altri, al fine di farsi firmare una dichiarazione dal Papa per uscire da un processo, mi pare una cosa gravissima».
Becciu ha più volte detto che il Papa era a conoscenza dei fondi utilizzati per risolvere la questione dei sequestri di alcune suore in Mali…
«E questo è il pezzo di verità che il cardinale usa. Se al Santo Padre un cardinale va a chiedere l’autorizzazione ad usare dei fondi per liberare delle religiose, mica risponde negativamente. E posso assicurare che non è stata nemmeno la prima volta, anche in passato è accaduto e la questione fu gestita dalla Gendarmeria vaticana con l’allora comandante Giani. Il Papa perché avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso?»
Sta dicendo che il Papa non sapeva nulla dell’ingombrante consulente Cecilia Marogna e della società inglese di investigazioni Inkerman, il cui coinvolgimento era stato svelato dalla Verità?
«No, nella maniera più assoluta! Probabilmente per questo il cardinale riferì all’attuale comandante Gianluca Gauzzi Broccoletti, durante il famoso incontro a casa sua, che sarebbe stata la fine se fosse venuta fuori la storia della Marogna. Posso ipotizzare perché si sarebbe scoperto il bluff. Nella sua lettera a Becciu, il Papa conferma di essere rimasto sorpreso per come erano stato utilizzati i soldi e spiega al cardinale che non poteva esserci segreto, anzi tutto andava chiarito».
Quindi anche per la Inkerman tutto è stato fatto all’insaputa del Papa?
«Un emissario della Inkerman mi contattò dopo aver avuto un primo colloquio con la Marogna, per capire alcune cose…».
Un attimo: perché contattò proprio lei?
«Continuano a chiamarmi Papessa: ci sarà un motivo no? Oppure devo tenermi il “titolo” solo per essere denigrata, come se fosse qualcosa di negativo? Faccio un mestiere che mi consente di conoscere fatti non alla portata di tutti, non c’è nulla di illecito nel raccogliere informazioni e nel conoscere uomini, donne ed equilibri all’interno di un’organizzazione, un’azienda, uno Stato».
Che cosa volevano capire quelli della Inkerman?
«Se fosse normale ricevere un incarico dalla Santa Sede per attività di intelligence. Soprattutto perché in quell’azienda ci sono persone che hanno lavorato con la Casa reale e per le visite ufficiali in Vaticano si sono sempre interfacciati con la Segreteria di Stato e il comandante della Gendarmeria per la sicurezza. E queste persone rimasero perplesse per la richiesta. Io senza alcuna esitazione risposi di no, anzi rimasi sorpresa e la cosa m’incuriosì a tal punto che iniziai io a fare domande. E così venni a sapere che l’attività richiesta doveva riguardare ufficialmente la liberazione di alcune suore, ma che in realtà alla Inkerman fu chiesto di fare un monitoraggio per intervenire su alcuni organi di stampa italiani ed esteri che non avevano una linea editoriale gradita a Becciu».
Il quadro che emerge è preoccupante: un Papa che deve fare attenzione a non essere strumentalizzato.
«Esatto! E lo sto dicendo da tempo: viene tirato troppo spesso per la giacchetta. In alcuni casi anche in maniera davvero poco trasparente».
Continua a leggereRiduci
Agli atti del processo sulle presunte malversazioni della Segreteria di Stato lo scambio epistolare tra il cardinale incriminato e il Santo Padre. Il Pontefice per due volte gli ha negato lo scudo penale: «Mi rifiuto di sottoscrivere quel che mi ha proposto».La Papessa Francesca Chaouqui e il retroscena dell’ingaggio della Inkerman: «Doveva monitorare la stampa ostile al porporato».Lo speciale contiene due articoli.Cinquantesima udienza del processo che si celebra in Vaticano per far luce sull’utilizzo dei soldi da parte della Segreteria di Stato. Per l’imputato numero uno dell’inchiesta, il cardinale Angelo Becciu, giovedì è stata una giornata difficile, con un colpo di scena degno dei migliori polizieschi. Il promotore di giustizia Alessandro Diddi ha fatto acquisire dal Tribunale uno scambio epistolare avvenuto tra il porporato e il Santo Padre nell’estate del 2021, pochi giorni prima dell’inizio del processo. Un carteggio rispetto al quale le difese hanno provato la carta dell’inammissibilità, respinta dal presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone. In buona sostanza, il cardinale provò a far firmare due dichiarazioni al Santo Padre con l’intenzione di usarle durante il procedimento a sua difesa. Ma Francesco a più riprese si oppose, in ultimo anche in maniera piuttosto netta, irritato perché convinto di aver già spiegato la sua posizione. Due delle lettere sono di papa Francesco inviate all’ex sostituto e una di quest’ultimo pontefice, tutte inviate tra il 21 e il 26 luglio del 2021. La prima lettera depositata risale al 21 luglio e a scrivere è il Papa che pare abbandonare Becciu al suo destino: «Caro Fratello, riscontro la Sua lettera del 20 luglio che mi ha sorpreso. Premesso che non intendo entrare nelle finalità sottese alle Sue affermazioni ed alle Sue conseguenti “strategie” processuali, debbo tuttavia chiarire, in spirito di verità, quanto segue». Il Papa prosegue con due argomenti. Nel primo affronta il tema del palazzo londinese, il cuore del processo: «Con riferimento alla proposta di acquisto dell’immobile di Londra […], di cui Lei ebbe a parlarmi nel corso di un’udienza richiestami appositamente, ricordo che tale proposta mi parve subito strana per i contenuti, le forme ed i tempi scelti; al punto che, non disponendo di altri elementi di valutazione, suggerii che si procedesse ad una previa consultazione del Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, e di padre Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Spes (Segreteria per l’economia, ndr), per gli approfondimenti di rispettiva competenza». E ancora: «Devo altresì soggiungere che la mia originaria perplessità si rafforzò ulteriormente quando compresi che l’iniziativa in questione era, tra l’altro, indirizzata ad interferire, con effetti ostativi, con le indagini dell’Ufficio del Promotore di giustizia. La complessiva valutazione di tali elementi mi indusse ad esprimermi in senso negativo sul proseguimento dell’iniziativa». Poi Francesco liquida le richieste di Becciu sull’apposizione del segreto pontificio sulla vicenda della suora rapita in Mali: «Altro elemento che viene prospettato con la Sua lettera è la conferma del segreto pontifico in relazione alla vicenda del Mali ed a quella della Slovenia, che hanno visto la erogazione di capitali della Segreteria di Stato ad una società ivi costituita». Ed è su quest’ultimo punto che il Pontefice usa parole pesantissime: «La seconda (fattispecie, ndr), come lei sa bene, caratterizzata da estemporanei ed incauti affidamenti di risorse finanziarie distratte dalle finalità tipiche e destinate, secondo le tesi accusatorie, a soddisfare personali inclinazioni voluttuarie. In tal contesto comprenderà bene come non sia possibile l’apposizione di alcun segreto pontificio». Tre giorni dopo, il 24 luglio Becciu registra (all’insaputa del Papa) una telefonata con Francesco che tocca gli stessi temi, poi rintracciata dalla Guardia di finanza di Oristano nell’inchiesta della Procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri. Nella conversazione il cardinale fa anche riferimento alla lettera del 21 luglio e il Papa chiede a Becciu di mandargli un appunto scritto. Il porporato, la stessa sera del 24 luglio, invia a Francesco, via posta, richieste che hanno dell’incredibile: «Con molta semplicità Le riassumo qui la questione. lo sono accusato dai magistrati di aver imbrogliato Lei sia per la vicenda della suora colombiana, sequestrata in Mali, sia per la proposta di acquisto del palazzo di Londra che Le presentai a nome di un fondo americano […]. Ho bisogno di due sue dichiarazioni che confermino come siano avvenuti i fatti (veda allegati). Nel contempo, Le rinvio la lettera che mi ha scritto perché vi apponga questa semplice nota: “Prego non tener conto di questa lettera che ritengo nulla" con la Sua firma e la data. Abbia poi la bontà di farmela riavere così da conservarla per esibirla in tribunale qualora fosse necessario. […]». Negli allegati citati da Becciu ci sono i testi che intendeva far firmare dal Papa: «Liberazione ostaggio. Dichiaro che sua eccellenza monsignor Angelo Becciu, allora sostituto della Segreteria di Stato, fu da me autorizzato a procedere per la liberazione di suor Gloria Narvez Argoti, di nazionalità colombiana […].Dichiaro di aver approvato la somma necessaria per pagare gli intermediari e quella fissata per il riscatto. Per l’intera operazione ho richiesto assoluto riserbo e segretezza». Nel testo relativo al palazzo di Sloan Avenue, Becciu tenta di far dire al Papa l’esatto opposto di quanto aveva messo nero su bianco tre giorni prima: «Offerta Palazzo di Londra. Dichiaro che nel giugno 2020 il Cardinale Angelo Becciu venne da me a riferire una proposta […] relativa alla proprietà immobiliare sita in Londra. Ritenendo la proposta interessante, chiesi al cardinale di riferirla al Reverendo Padre Guerrero Alves, Prefetto della Spes, e a Sua eccellenza il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, per le valutazioni di rispettiva competenza, rimettendosi al loro giudizio».Il 26 luglio il Papa liquida definitivamente Becciu: «Caro Fratello, ritenevo, con la prima lettera del 21 luglio ultimo scorso. in risposta - speravo definitiva, alla sua del 20 luglio, di aver chiarito, in spirito di verità, la mia posizione negativa sulle dichiarazioni che intende farmi sottoscrivere […]. Evidentemente e sorprendentemente, sono stato da Lei frainteso». Dopo Francesco liquida così Becciu: «Pertanto, mi duole comunicarle di non poter dar seguito alla Sua richiesta di dichiarare formalmente “nulla” e quindi di “non tener conto” della lettera che le avevo scritto, tantum veritatem pre oculis habens e che nuovamente le rimetto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/becciu-papa-francesco-2659582801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attivita-di-intelligence-dietro-finti-salvataggi-per-favorire-il-prelato" data-post-id="2659582801" data-published-at="1678521780" data-use-pagination="False"> «Attività di intelligence dietro finti salvataggi per favorire il prelato» Il deposito nel Tribunale vaticano del carteggio tra papa Francesco e il cardinale Angelo Becciu è colpo di scena importante che a questo punto sembra avvalorare quanto da sempre affermato da colei che non ha mai nascosto antipatie per Becciu: Francesca Chaouqui. La donna, a più riprese, non ultima la sua testimonianza in aula, ha provato a far passare un messaggio preciso e cioè che il cardinale aveva più volte giocato sul «non detto» per farsi autorizzare dal Papa operazione borderline. «Di me si può dire ciò che si vuole», risponde sorniona la Papessa, «ma adesso qualche dubbio dovrebbe venire anche ai più garantisti. Un cardinale che prova a giocare con pezzi di verità, omettendone altri, al fine di farsi firmare una dichiarazione dal Papa per uscire da un processo, mi pare una cosa gravissima». Becciu ha più volte detto che il Papa era a conoscenza dei fondi utilizzati per risolvere la questione dei sequestri di alcune suore in Mali… «E questo è il pezzo di verità che il cardinale usa. Se al Santo Padre un cardinale va a chiedere l’autorizzazione ad usare dei fondi per liberare delle religiose, mica risponde negativamente. E posso assicurare che non è stata nemmeno la prima volta, anche in passato è accaduto e la questione fu gestita dalla Gendarmeria vaticana con l’allora comandante Giani. Il Papa perché avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso?» Sta dicendo che il Papa non sapeva nulla dell’ingombrante consulente Cecilia Marogna e della società inglese di investigazioni Inkerman, il cui coinvolgimento era stato svelato dalla Verità? «No, nella maniera più assoluta! Probabilmente per questo il cardinale riferì all’attuale comandante Gianluca Gauzzi Broccoletti, durante il famoso incontro a casa sua, che sarebbe stata la fine se fosse venuta fuori la storia della Marogna. Posso ipotizzare perché si sarebbe scoperto il bluff. Nella sua lettera a Becciu, il Papa conferma di essere rimasto sorpreso per come erano stato utilizzati i soldi e spiega al cardinale che non poteva esserci segreto, anzi tutto andava chiarito». Quindi anche per la Inkerman tutto è stato fatto all’insaputa del Papa? «Un emissario della Inkerman mi contattò dopo aver avuto un primo colloquio con la Marogna, per capire alcune cose…». Un attimo: perché contattò proprio lei? «Continuano a chiamarmi Papessa: ci sarà un motivo no? Oppure devo tenermi il “titolo” solo per essere denigrata, come se fosse qualcosa di negativo? Faccio un mestiere che mi consente di conoscere fatti non alla portata di tutti, non c’è nulla di illecito nel raccogliere informazioni e nel conoscere uomini, donne ed equilibri all’interno di un’organizzazione, un’azienda, uno Stato». Che cosa volevano capire quelli della Inkerman? «Se fosse normale ricevere un incarico dalla Santa Sede per attività di intelligence. Soprattutto perché in quell’azienda ci sono persone che hanno lavorato con la Casa reale e per le visite ufficiali in Vaticano si sono sempre interfacciati con la Segreteria di Stato e il comandante della Gendarmeria per la sicurezza. E queste persone rimasero perplesse per la richiesta. Io senza alcuna esitazione risposi di no, anzi rimasi sorpresa e la cosa m’incuriosì a tal punto che iniziai io a fare domande. E così venni a sapere che l’attività richiesta doveva riguardare ufficialmente la liberazione di alcune suore, ma che in realtà alla Inkerman fu chiesto di fare un monitoraggio per intervenire su alcuni organi di stampa italiani ed esteri che non avevano una linea editoriale gradita a Becciu». Il quadro che emerge è preoccupante: un Papa che deve fare attenzione a non essere strumentalizzato. «Esatto! E lo sto dicendo da tempo: viene tirato troppo spesso per la giacchetta. In alcuni casi anche in maniera davvero poco trasparente».
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
Continua a leggereRiduci