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2023-03-11
Il Papa a Becciu: «Non mi faccio imbeccare»
Il cardinale Becciu e la lettera di Papa Francesco (Imagoeconomica)
Cinquantesima udienza del processo che si celebra in Vaticano per far luce sull’utilizzo dei soldi da parte della Segreteria di Stato. Per l’imputato numero uno dell’inchiesta, il cardinale Angelo Becciu, giovedì è stata una giornata difficile, con un colpo di scena degno dei migliori polizieschi.
Il promotore di giustizia Alessandro Diddi ha fatto acquisire dal Tribunale uno scambio epistolare avvenuto tra il porporato e il Santo Padre nell’estate del 2021, pochi giorni prima dell’inizio del processo. Un carteggio rispetto al quale le difese hanno provato la carta dell’inammissibilità, respinta dal presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone. In buona sostanza, il cardinale provò a far firmare due dichiarazioni al Santo Padre con l’intenzione di usarle durante il procedimento a sua difesa. Ma Francesco a più riprese si oppose, in ultimo anche in maniera piuttosto netta, irritato perché convinto di aver già spiegato la sua posizione. Due delle lettere sono di papa Francesco inviate all’ex sostituto e una di quest’ultimo pontefice, tutte inviate tra il 21 e il 26 luglio del 2021. La prima lettera depositata risale al 21 luglio e a scrivere è il Papa che pare abbandonare Becciu al suo destino: «Caro Fratello, riscontro la Sua lettera del 20 luglio che mi ha sorpreso. Premesso che non intendo entrare nelle finalità sottese alle Sue affermazioni ed alle Sue conseguenti “strategie” processuali, debbo tuttavia chiarire, in spirito di verità, quanto segue». Il Papa prosegue con due argomenti. Nel primo affronta il tema del palazzo londinese, il cuore del processo: «Con riferimento alla proposta di acquisto dell’immobile di Londra […], di cui Lei ebbe a parlarmi nel corso di un’udienza richiestami appositamente, ricordo che tale proposta mi parve subito strana per i contenuti, le forme ed i tempi scelti; al punto che, non disponendo di altri elementi di valutazione, suggerii che si procedesse ad una previa consultazione del Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, e di padre Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Spes (Segreteria per l’economia, ndr), per gli approfondimenti di rispettiva competenza». E ancora: «Devo altresì soggiungere che la mia originaria perplessità si rafforzò ulteriormente quando compresi che l’iniziativa in questione era, tra l’altro, indirizzata ad interferire, con effetti ostativi, con le indagini dell’Ufficio del Promotore di giustizia. La complessiva valutazione di tali elementi mi indusse ad esprimermi in senso negativo sul proseguimento dell’iniziativa». Poi Francesco liquida le richieste di Becciu sull’apposizione del segreto pontificio sulla vicenda della suora rapita in Mali: «Altro elemento che viene prospettato con la Sua lettera è la conferma del segreto pontifico in relazione alla vicenda del Mali ed a quella della Slovenia, che hanno visto la erogazione di capitali della Segreteria di Stato ad una società ivi costituita». Ed è su quest’ultimo punto che il Pontefice usa parole pesantissime: «La seconda (fattispecie, ndr), come lei sa bene, caratterizzata da estemporanei ed incauti affidamenti di risorse finanziarie distratte dalle finalità tipiche e destinate, secondo le tesi accusatorie, a soddisfare personali inclinazioni voluttuarie. In tal contesto comprenderà bene come non sia possibile l’apposizione di alcun segreto pontificio». Tre giorni dopo, il 24 luglio Becciu registra (all’insaputa del Papa) una telefonata con Francesco che tocca gli stessi temi, poi rintracciata dalla Guardia di finanza di Oristano nell’inchiesta della Procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri. Nella conversazione il cardinale fa anche riferimento alla lettera del 21 luglio e il Papa chiede a Becciu di mandargli un appunto scritto. Il porporato, la stessa sera del 24 luglio, invia a Francesco, via posta, richieste che hanno dell’incredibile: «Con molta semplicità Le riassumo qui la questione. lo sono accusato dai magistrati di aver imbrogliato Lei sia per la vicenda della suora colombiana, sequestrata in Mali, sia per la proposta di acquisto del palazzo di Londra che Le presentai a nome di un fondo americano […]. Ho bisogno di due sue dichiarazioni che confermino come siano avvenuti i fatti (veda allegati). Nel contempo, Le rinvio la lettera che mi ha scritto perché vi apponga questa semplice nota: “Prego non tener conto di questa lettera che ritengo nulla" con la Sua firma e la data. Abbia poi la bontà di farmela riavere così da conservarla per esibirla in tribunale qualora fosse necessario. […]». Negli allegati citati da Becciu ci sono i testi che intendeva far firmare dal Papa: «Liberazione ostaggio. Dichiaro che sua eccellenza monsignor Angelo Becciu, allora sostituto della Segreteria di Stato, fu da me autorizzato a procedere per la liberazione di suor Gloria Narvez Argoti, di nazionalità colombiana […].Dichiaro di aver approvato la somma necessaria per pagare gli intermediari e quella fissata per il riscatto. Per l’intera operazione ho richiesto assoluto riserbo e segretezza». Nel testo relativo al palazzo di Sloan Avenue, Becciu tenta di far dire al Papa l’esatto opposto di quanto aveva messo nero su bianco tre giorni prima: «Offerta Palazzo di Londra. Dichiaro che nel giugno 2020 il Cardinale Angelo Becciu venne da me a riferire una proposta […] relativa alla proprietà immobiliare sita in Londra. Ritenendo la proposta interessante, chiesi al cardinale di riferirla al Reverendo Padre Guerrero Alves, Prefetto della Spes, e a Sua eccellenza il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, per le valutazioni di rispettiva competenza, rimettendosi al loro giudizio».
Il 26 luglio il Papa liquida definitivamente Becciu: «Caro Fratello, ritenevo, con la prima lettera del 21 luglio ultimo scorso. in risposta - speravo definitiva, alla sua del 20 luglio, di aver chiarito, in spirito di verità, la mia posizione negativa sulle dichiarazioni che intende farmi sottoscrivere […]. Evidentemente e sorprendentemente, sono stato da Lei frainteso». Dopo Francesco liquida così Becciu: «Pertanto, mi duole comunicarle di non poter dar seguito alla Sua richiesta di dichiarare formalmente “nulla” e quindi di “non tener conto” della lettera che le avevo scritto, tantum veritatem pre oculis habens e che nuovamente le rimetto».
«Attività di intelligence dietro finti salvataggi per favorire il prelato»
Il deposito nel Tribunale vaticano del carteggio tra papa Francesco e il cardinale Angelo Becciu è colpo di scena importante che a questo punto sembra avvalorare quanto da sempre affermato da colei che non ha mai nascosto antipatie per Becciu: Francesca Chaouqui. La donna, a più riprese, non ultima la sua testimonianza in aula, ha provato a far passare un messaggio preciso e cioè che il cardinale aveva più volte giocato sul «non detto» per farsi autorizzare dal Papa operazione borderline.
«Di me si può dire ciò che si vuole», risponde sorniona la Papessa, «ma adesso qualche dubbio dovrebbe venire anche ai più garantisti. Un cardinale che prova a giocare con pezzi di verità, omettendone altri, al fine di farsi firmare una dichiarazione dal Papa per uscire da un processo, mi pare una cosa gravissima».
Becciu ha più volte detto che il Papa era a conoscenza dei fondi utilizzati per risolvere la questione dei sequestri di alcune suore in Mali…
«E questo è il pezzo di verità che il cardinale usa. Se al Santo Padre un cardinale va a chiedere l’autorizzazione ad usare dei fondi per liberare delle religiose, mica risponde negativamente. E posso assicurare che non è stata nemmeno la prima volta, anche in passato è accaduto e la questione fu gestita dalla Gendarmeria vaticana con l’allora comandante Giani. Il Papa perché avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso?»
Sta dicendo che il Papa non sapeva nulla dell’ingombrante consulente Cecilia Marogna e della società inglese di investigazioni Inkerman, il cui coinvolgimento era stato svelato dalla Verità?
«No, nella maniera più assoluta! Probabilmente per questo il cardinale riferì all’attuale comandante Gianluca Gauzzi Broccoletti, durante il famoso incontro a casa sua, che sarebbe stata la fine se fosse venuta fuori la storia della Marogna. Posso ipotizzare perché si sarebbe scoperto il bluff. Nella sua lettera a Becciu, il Papa conferma di essere rimasto sorpreso per come erano stato utilizzati i soldi e spiega al cardinale che non poteva esserci segreto, anzi tutto andava chiarito».
Quindi anche per la Inkerman tutto è stato fatto all’insaputa del Papa?
«Un emissario della Inkerman mi contattò dopo aver avuto un primo colloquio con la Marogna, per capire alcune cose…».
Un attimo: perché contattò proprio lei?
«Continuano a chiamarmi Papessa: ci sarà un motivo no? Oppure devo tenermi il “titolo” solo per essere denigrata, come se fosse qualcosa di negativo? Faccio un mestiere che mi consente di conoscere fatti non alla portata di tutti, non c’è nulla di illecito nel raccogliere informazioni e nel conoscere uomini, donne ed equilibri all’interno di un’organizzazione, un’azienda, uno Stato».
Che cosa volevano capire quelli della Inkerman?
«Se fosse normale ricevere un incarico dalla Santa Sede per attività di intelligence. Soprattutto perché in quell’azienda ci sono persone che hanno lavorato con la Casa reale e per le visite ufficiali in Vaticano si sono sempre interfacciati con la Segreteria di Stato e il comandante della Gendarmeria per la sicurezza. E queste persone rimasero perplesse per la richiesta. Io senza alcuna esitazione risposi di no, anzi rimasi sorpresa e la cosa m’incuriosì a tal punto che iniziai io a fare domande. E così venni a sapere che l’attività richiesta doveva riguardare ufficialmente la liberazione di alcune suore, ma che in realtà alla Inkerman fu chiesto di fare un monitoraggio per intervenire su alcuni organi di stampa italiani ed esteri che non avevano una linea editoriale gradita a Becciu».
Il quadro che emerge è preoccupante: un Papa che deve fare attenzione a non essere strumentalizzato.
«Esatto! E lo sto dicendo da tempo: viene tirato troppo spesso per la giacchetta. In alcuni casi anche in maniera davvero poco trasparente».
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Agli atti del processo sulle presunte malversazioni della Segreteria di Stato lo scambio epistolare tra il cardinale incriminato e il Santo Padre. Il Pontefice per due volte gli ha negato lo scudo penale: «Mi rifiuto di sottoscrivere quel che mi ha proposto».La Papessa Francesca Chaouqui e il retroscena dell’ingaggio della Inkerman: «Doveva monitorare la stampa ostile al porporato».Lo speciale contiene due articoli.Cinquantesima udienza del processo che si celebra in Vaticano per far luce sull’utilizzo dei soldi da parte della Segreteria di Stato. Per l’imputato numero uno dell’inchiesta, il cardinale Angelo Becciu, giovedì è stata una giornata difficile, con un colpo di scena degno dei migliori polizieschi. Il promotore di giustizia Alessandro Diddi ha fatto acquisire dal Tribunale uno scambio epistolare avvenuto tra il porporato e il Santo Padre nell’estate del 2021, pochi giorni prima dell’inizio del processo. Un carteggio rispetto al quale le difese hanno provato la carta dell’inammissibilità, respinta dal presidente del Tribunale Giuseppe Pignatone. In buona sostanza, il cardinale provò a far firmare due dichiarazioni al Santo Padre con l’intenzione di usarle durante il procedimento a sua difesa. Ma Francesco a più riprese si oppose, in ultimo anche in maniera piuttosto netta, irritato perché convinto di aver già spiegato la sua posizione. Due delle lettere sono di papa Francesco inviate all’ex sostituto e una di quest’ultimo pontefice, tutte inviate tra il 21 e il 26 luglio del 2021. La prima lettera depositata risale al 21 luglio e a scrivere è il Papa che pare abbandonare Becciu al suo destino: «Caro Fratello, riscontro la Sua lettera del 20 luglio che mi ha sorpreso. Premesso che non intendo entrare nelle finalità sottese alle Sue affermazioni ed alle Sue conseguenti “strategie” processuali, debbo tuttavia chiarire, in spirito di verità, quanto segue». Il Papa prosegue con due argomenti. Nel primo affronta il tema del palazzo londinese, il cuore del processo: «Con riferimento alla proposta di acquisto dell’immobile di Londra […], di cui Lei ebbe a parlarmi nel corso di un’udienza richiestami appositamente, ricordo che tale proposta mi parve subito strana per i contenuti, le forme ed i tempi scelti; al punto che, non disponendo di altri elementi di valutazione, suggerii che si procedesse ad una previa consultazione del Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, e di padre Juan Antonio Guerrero Alves, prefetto della Spes (Segreteria per l’economia, ndr), per gli approfondimenti di rispettiva competenza». E ancora: «Devo altresì soggiungere che la mia originaria perplessità si rafforzò ulteriormente quando compresi che l’iniziativa in questione era, tra l’altro, indirizzata ad interferire, con effetti ostativi, con le indagini dell’Ufficio del Promotore di giustizia. La complessiva valutazione di tali elementi mi indusse ad esprimermi in senso negativo sul proseguimento dell’iniziativa». Poi Francesco liquida le richieste di Becciu sull’apposizione del segreto pontificio sulla vicenda della suora rapita in Mali: «Altro elemento che viene prospettato con la Sua lettera è la conferma del segreto pontifico in relazione alla vicenda del Mali ed a quella della Slovenia, che hanno visto la erogazione di capitali della Segreteria di Stato ad una società ivi costituita». Ed è su quest’ultimo punto che il Pontefice usa parole pesantissime: «La seconda (fattispecie, ndr), come lei sa bene, caratterizzata da estemporanei ed incauti affidamenti di risorse finanziarie distratte dalle finalità tipiche e destinate, secondo le tesi accusatorie, a soddisfare personali inclinazioni voluttuarie. In tal contesto comprenderà bene come non sia possibile l’apposizione di alcun segreto pontificio». Tre giorni dopo, il 24 luglio Becciu registra (all’insaputa del Papa) una telefonata con Francesco che tocca gli stessi temi, poi rintracciata dalla Guardia di finanza di Oristano nell’inchiesta della Procura di Sassari sulla Caritas di Ozieri. Nella conversazione il cardinale fa anche riferimento alla lettera del 21 luglio e il Papa chiede a Becciu di mandargli un appunto scritto. Il porporato, la stessa sera del 24 luglio, invia a Francesco, via posta, richieste che hanno dell’incredibile: «Con molta semplicità Le riassumo qui la questione. lo sono accusato dai magistrati di aver imbrogliato Lei sia per la vicenda della suora colombiana, sequestrata in Mali, sia per la proposta di acquisto del palazzo di Londra che Le presentai a nome di un fondo americano […]. Ho bisogno di due sue dichiarazioni che confermino come siano avvenuti i fatti (veda allegati). Nel contempo, Le rinvio la lettera che mi ha scritto perché vi apponga questa semplice nota: “Prego non tener conto di questa lettera che ritengo nulla" con la Sua firma e la data. Abbia poi la bontà di farmela riavere così da conservarla per esibirla in tribunale qualora fosse necessario. […]». Negli allegati citati da Becciu ci sono i testi che intendeva far firmare dal Papa: «Liberazione ostaggio. Dichiaro che sua eccellenza monsignor Angelo Becciu, allora sostituto della Segreteria di Stato, fu da me autorizzato a procedere per la liberazione di suor Gloria Narvez Argoti, di nazionalità colombiana […].Dichiaro di aver approvato la somma necessaria per pagare gli intermediari e quella fissata per il riscatto. Per l’intera operazione ho richiesto assoluto riserbo e segretezza». Nel testo relativo al palazzo di Sloan Avenue, Becciu tenta di far dire al Papa l’esatto opposto di quanto aveva messo nero su bianco tre giorni prima: «Offerta Palazzo di Londra. Dichiaro che nel giugno 2020 il Cardinale Angelo Becciu venne da me a riferire una proposta […] relativa alla proprietà immobiliare sita in Londra. Ritenendo la proposta interessante, chiesi al cardinale di riferirla al Reverendo Padre Guerrero Alves, Prefetto della Spes, e a Sua eccellenza il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, per le valutazioni di rispettiva competenza, rimettendosi al loro giudizio».Il 26 luglio il Papa liquida definitivamente Becciu: «Caro Fratello, ritenevo, con la prima lettera del 21 luglio ultimo scorso. in risposta - speravo definitiva, alla sua del 20 luglio, di aver chiarito, in spirito di verità, la mia posizione negativa sulle dichiarazioni che intende farmi sottoscrivere […]. Evidentemente e sorprendentemente, sono stato da Lei frainteso». Dopo Francesco liquida così Becciu: «Pertanto, mi duole comunicarle di non poter dar seguito alla Sua richiesta di dichiarare formalmente “nulla” e quindi di “non tener conto” della lettera che le avevo scritto, tantum veritatem pre oculis habens e che nuovamente le rimetto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/becciu-papa-francesco-2659582801.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="attivita-di-intelligence-dietro-finti-salvataggi-per-favorire-il-prelato" data-post-id="2659582801" data-published-at="1678521780" data-use-pagination="False"> «Attività di intelligence dietro finti salvataggi per favorire il prelato» Il deposito nel Tribunale vaticano del carteggio tra papa Francesco e il cardinale Angelo Becciu è colpo di scena importante che a questo punto sembra avvalorare quanto da sempre affermato da colei che non ha mai nascosto antipatie per Becciu: Francesca Chaouqui. La donna, a più riprese, non ultima la sua testimonianza in aula, ha provato a far passare un messaggio preciso e cioè che il cardinale aveva più volte giocato sul «non detto» per farsi autorizzare dal Papa operazione borderline. «Di me si può dire ciò che si vuole», risponde sorniona la Papessa, «ma adesso qualche dubbio dovrebbe venire anche ai più garantisti. Un cardinale che prova a giocare con pezzi di verità, omettendone altri, al fine di farsi firmare una dichiarazione dal Papa per uscire da un processo, mi pare una cosa gravissima». Becciu ha più volte detto che il Papa era a conoscenza dei fondi utilizzati per risolvere la questione dei sequestri di alcune suore in Mali… «E questo è il pezzo di verità che il cardinale usa. Se al Santo Padre un cardinale va a chiedere l’autorizzazione ad usare dei fondi per liberare delle religiose, mica risponde negativamente. E posso assicurare che non è stata nemmeno la prima volta, anche in passato è accaduto e la questione fu gestita dalla Gendarmeria vaticana con l’allora comandante Giani. Il Papa perché avrebbe dovuto pensare a qualcosa di diverso?» Sta dicendo che il Papa non sapeva nulla dell’ingombrante consulente Cecilia Marogna e della società inglese di investigazioni Inkerman, il cui coinvolgimento era stato svelato dalla Verità? «No, nella maniera più assoluta! Probabilmente per questo il cardinale riferì all’attuale comandante Gianluca Gauzzi Broccoletti, durante il famoso incontro a casa sua, che sarebbe stata la fine se fosse venuta fuori la storia della Marogna. Posso ipotizzare perché si sarebbe scoperto il bluff. Nella sua lettera a Becciu, il Papa conferma di essere rimasto sorpreso per come erano stato utilizzati i soldi e spiega al cardinale che non poteva esserci segreto, anzi tutto andava chiarito». Quindi anche per la Inkerman tutto è stato fatto all’insaputa del Papa? «Un emissario della Inkerman mi contattò dopo aver avuto un primo colloquio con la Marogna, per capire alcune cose…». Un attimo: perché contattò proprio lei? «Continuano a chiamarmi Papessa: ci sarà un motivo no? Oppure devo tenermi il “titolo” solo per essere denigrata, come se fosse qualcosa di negativo? Faccio un mestiere che mi consente di conoscere fatti non alla portata di tutti, non c’è nulla di illecito nel raccogliere informazioni e nel conoscere uomini, donne ed equilibri all’interno di un’organizzazione, un’azienda, uno Stato». Che cosa volevano capire quelli della Inkerman? «Se fosse normale ricevere un incarico dalla Santa Sede per attività di intelligence. Soprattutto perché in quell’azienda ci sono persone che hanno lavorato con la Casa reale e per le visite ufficiali in Vaticano si sono sempre interfacciati con la Segreteria di Stato e il comandante della Gendarmeria per la sicurezza. E queste persone rimasero perplesse per la richiesta. Io senza alcuna esitazione risposi di no, anzi rimasi sorpresa e la cosa m’incuriosì a tal punto che iniziai io a fare domande. E così venni a sapere che l’attività richiesta doveva riguardare ufficialmente la liberazione di alcune suore, ma che in realtà alla Inkerman fu chiesto di fare un monitoraggio per intervenire su alcuni organi di stampa italiani ed esteri che non avevano una linea editoriale gradita a Becciu». Il quadro che emerge è preoccupante: un Papa che deve fare attenzione a non essere strumentalizzato. «Esatto! E lo sto dicendo da tempo: viene tirato troppo spesso per la giacchetta. In alcuni casi anche in maniera davvero poco trasparente».
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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La casa circondariale di Perugia (Ministero Giustizia)
Cannevale, mercoledì, in un’intervista a questo giornale, aveva raccontato una storia incredibile: nel carcere di Perugia, le quattro salette colloqui sono state sottoposte a intercettazioni indiscriminate e sono stati ascoltati non solo un avvocato indagato e il suo cliente (entrambi sono sotto inchiesta per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti), ma anche molti altri legali che con quella vicenda non hanno nulla a che vedere. E, fatto ancora più incredibile, quelle intercettazioni non solo non sono state interrotte o distrutte, ma sono state ascoltate e, benché ritenute irrilevanti, sono state inserite nel materiale investigativo e poste a disposizione delle parti processuali. «Con ciò moltiplicando e aggravando la violazione già consumata», evidenziano i penalisti.
Cannevale ci dà un aggiornamento della situazione, per come sta emergendo da un’attenta analisi degli atti processuali: «La collega Silvia Lorusso sta proseguendo l’ascolto delle registrazioni, nei limiti delle esigenze di difesa, ed è arrivata a individuare almeno 40 colloqui intercettati senza autorizzazione. Alla collega sembra di aver riconosciuto le voci di 12 o 13 avvocati illegittimamente intercettati. Una cosa curiosa, diciamo così, è che almeno una di queste registrazioni non autorizzate, nella quale si vede e si sente un avvocato a noi sconosciuto parlare con il suo cliente, ci è stata data in copia dalla Procura: l’hanno messa nello stesso file di un colloquio che ritenevano rilevante per le indagini».
In una di queste conversazioni è stata anticipata all’accusa anche la strategia processuale messa a punto da un avvocato in un procedimento diverso da quello per cui sono state attivate le captazioni: infatti il procuratore facente funzioni Gennario Iannarone è titolare pure di quel secondo fascicolo, oltre che di quello da cui è partito tutto.
La giunta dell’Unione delle Cameri penali italiane ha diramato ieri una delibera durissima su questa «sistematica e indiscriminata captazione dei colloqui tra detenuti e i propri difensori».
Nel documento i penalisti hanno riportato punto per punto quanto denunciato da Cannevale nell’intervista e le violazioni al diritto alla difesa da lui elencate.
Per gli avvocati «i fatti emersi a Perugia non possono essere confinati nella dimensione di una patologia locale o di un mero errore procedurale» e, per questo, «l’Unione delle Camere penali, portatrice dei valori del giusto processo e dei diritti della difesa» fa sapere di non poter «rimanere in silenzio dinanzi a violazioni di tale gravità».
I penalisti richiamano «con forza l’attenzione dell’opinione pubblica, delle istituzioni parlamentari e giudiziarie sul tema dell’effettività del segreto dei colloqui difensivi nei luoghi di detenzione» e chiedono che «le autorità competenti, ivi incluso il Consiglio superiore della magistratura, verifichino i fatti accaduti e ne traggano le conseguenze disciplinari e ordinamentali del caso».
Isabella Bertolini, consigliere laico in quota Fdi di Palazzo Bachelet, ha preso in carico la pratica: «Quanto emerso a Perugia rappresenta, qualora fosse appurato, un fatto gravissimo che colpisce l’inviolabile diritto alla difesa per qualsiasi persona sottoposta ad indagine penale, garantito dalla Costituzione. Mi attiverò al Consiglio superiore della magistratura per contribuire a fare chiarezza su quanto realmente accaduto».
La giunta dell’Unione Camere penali, di fronte a questo quadro preoccupante, ha deliberato «l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale» per cinque giorni, dall’8 al 12 giugno e ha indetto «una manifestazione nazionale che si terrà l’11 giugno 2026 a Perugia».
La delibera, firmata dal segretario Rinaldo Romanelli e dal presidente Francesco Petrelli, è stata inviata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ai presidenti delle Camere, al premier Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il tutto per evitare che «episodi di questo genere», in mancanza di «risposta istituzionale e di adeguata denuncia pubblica» diventino «prassi consolidata».
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