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2025-01-10
Pure la Bce ammette: in Italia il lavoro vola e i Btp vanno a ruba
La sede della Bce (Ansa)
La Banca Centrale Europea certifica quello che la realtà ha messo sotto gli occhi dei cittadini ormai da mesi: l’Italia è il Paese politicamente più stabile d’Europa e se il confronto resta limitato alle tre grandi superpotenze del Vecchio Continente (Italia appunto più Francia e Germania) anche quello dove i dati economici, spinti per quanto possibili dalle ultime manovre, vanno meglio. Prosegue lenta la crescita (nel 2024 ci si è accontentati dello 0,5% rispetto 1% stimato dal governo in primavera), è in costante calo il parametro fondamentale, quello del rapporto tra il defcit e il Pil (siamo al 3,8%), e soprattutto migliora la situazione del lavoro, il governo conta di raggiungere un milione di posti creati (siamo intorno a quota 800.000) entro la fine dell’anno. Certo, c’è una questione salariale (anche se l’inflazione è in calo e il potere di acquisto in miglioramento) e di frammentarietà del lavoro da affrontare, ma se confrontiamo questi dati con la recessione tedesca e la crisi infinita della Francia di Macron, sembriamo un Eldorado.
Nessuna novità, cose dette e risapute, ma il fatto che la Bce se ne sia accorta è già di per sé una notizia. Vediamo. «Il tasso di disoccupazione», si legge nell’analisi dell’ultimo bollettino di Francoforte, «è rimasto ai minimi storici. A settembre 2024 si è collocato al 6,3%, si tratta del valore più basso mai registrato dall’introduzione della moneta unica». Fin qui la la relazione che riguarda tutti i Paesi dell’area euro, poi però lo studio entra nel dettaglio e fa un po’ di differenze. «In questo periodo», si legge ancora, «Spagna e Italia hanno registrato le maggiori riduzioni (-2,6 e -3,5%), mentre la Germania ha evidenziato un lieve aumento (+0,3%)». La flessione, evidenzia ancora la Bce, è stata determinata da un lieve calo del numero di disoccupati, di circa 1,3 milioni di unità, associato a un significativo aumento delle forze di lavoro, salite di 8,6 milioni rispetto a gennaio del 2020. Insomma, è vero che l’Italia aveva maggiori margini di crescita, e infatti resta sul piatto il tema della disoccupazione giovanile e della precarietà, ma il trend rialzista è evidente. Così come sono innegabili le performance finanziarie. Parola, ancora della Bce. Tra settembre e dicembre, ci spiegano dall’istituto centrale con base in Germania, con le elezioni Usa e i rendimenti sui Treasury (i titoli di Stato americani) in rialzo, sono aumentati i differenziali fra i rendimenti dei titoli francesi e tedeschi rispetto ai tassi Ois, quelli privi di rischio, mentre «gli effetti di propagazione in Grecia, Spagna, Italia e Portogallo sono stati comunque limitati, grazie a un migliore clima di fiducia che ha caratterizzato le attese relative al bilancio».
Ma anche qui ci sono delle differenze che il bollettino di Francoforte evidenzia. «Il differenziale tra il rendimento dei titoli di Stato e il tasso Ois (tasso privo di rischio) si è ridotto di nove punti base per l’Italia, ampliandosi invece di quattro e sei punti base, rispettivamente, per Portogallo e Spagna».
Se non è un’investitura per il governo Meloni, ci siamo davvero vicini.
Anche perché che i titoli di Stato italiani tirino e vengano considerati affidabili e convenienti rispetto a quanto rendono ce lo dice da un po’ di tempo il mercato. Gli ultimi dati delle aste dei Btp sono non a caso da record. Poche ore fa c’è stata una nuova doppia emissione che ha catalizzato una domanda record da 270 miliardi di euro.
Il Mef ha collocato 13 miliardi del Btp decennale (rendimento del 3,65% all’anno) a fronte di una domanda di oltre 140 miliardi, mentre per il Btp Green a 20 anni (tasso annuo del 4,1%) ha assegnato un importo di 5 miliardi a fronte di una domanda di circa 130 miliardi.
Polverizzato il precedente record della doppia emissione autunnale che aveva visto richieste da 206 miliardi per il Btp a 7 anni e la riapertura del Btp a 30 anni.
Le motivazioni sono quelle descritte nell’articolo, certo, ma le ragioni politiche vengono prima di quelle finanziarie. L’Italia beneficia di una stabilità politica che mai aveva avuto nella storia recente, che va a fare il paio invece con l’insolita instabilità di Parigi e Berlino. Così, visto che i rendimenti restano allettanti (intorno al 3,7% il decennale contro per esempio il 3,4% degli Oat francesi) gli investitori istituzionali e internazionali preferiscono i titoli del Belpaese a quelli dei cugini. E anche queste si chiamano soddisfazioni.
Il super-dollaro dà una mano all’Ue
Alla fine, come sempre, saranno ancora gli Usa a salvare l’Europa. L’euro sceso sotto 1,04 rispetto al dollaro, apre la strada a una possibile parità tra le due valute. Il rafforzamento della valuta Usa che ha avuto implicazioni globali, sta giocando un ruolo cruciale nel rilancio dell'economia europea. In particolare in Germania, dove la produzione industriale e le esportazioni hanno mostrato segni di recupero a novembre. La produzione industriale è aumentata dell’1,5%, dopo un calo dello 0,4% a ottobre. Su base annuale resta una flessione del 2,8%, ma l'incremento di novembre rappresenta un rimbalzo importante, anche se non privo di una certa cautela. Le esportazioni tedesche sono aumentate del 2,1% su base mensile, invertendo la tendenza negativa di ottobre, quando erano calate del 2,9%. La Germania sta cioè beneficiando della crescente competitività dei suoi prodotti visto che la forza del dollaro, li rende più convenienti per i consumatori americani e per i mercati globali. Anche se i dati trimestrali mostrano ancora segni di difficoltà, si accende qualche luce di speranza. «C'è ora la possibilità che l'ultimo trimestre 2024 non sia stato così negativo come si temeva», ha dichiarato Jens-Oliver Niklasch della LBBW Bank, una delle più importanti banche d’affari tedesche. Tuttavia, le prospettive per il 2025 non sembrano per tutti rosee, con alcuni analisti che considerano l’incremento di novembre come un «rimbalzo tecnico», piuttosto che un segnale di ripresa stabile.
Chi ha ragione? Gli sviluppisti o i pessimisti? Molto dipende dal futuro del dollaro e dalle decisioni che verranno prese dalla Fed e dalla Bce.
Nell’ultima riunione di dicembre Jerome Powell, presidente della banca centrale Usa ha tagliato i tassi di appena 25 punti deludendo Wall Street che, come reazione, ha fermato un ciclo rialzista che durava da oltre due anni. Nonostante la Fed abbia previsto solo due tagli dei tassi nel 2025, Jerome Powell ha sottolineato che l’inflazione, pur rallentando, è ancora lontana dal target del 2%, Per arrivarci sarà necessario attendere la fine del 2026. La solidità del mercato del lavoro Usa ha avuto un impatto importante sulla politica monetaria, che, pur non essendo aggressiva, ha sostenuto il dollaro forte.
La Bce si è dimostrata più aggressiva. Ha tagliato i tassi in maniera vigorosa nel corso dell’anno scorso con il risultato di indebolire ancora l’euro. Vuol dire che la ripresa economica trainata dall’export diventa più importante della lotta all’inflazione. Christine Lagarde conferma che l’obiettivo finale rimane il 2% ma ha chiarito che le future decisioni dipenderanno dai dati economici. A differenza della Fed, la Bce non ha fissato un numero massimo di tagli, suggerendo maggiore flessibilità in base all’evoluzione dell’economia.
Il 2025 sta quindi mettendo in luce un contesto economico europeo in lento miglioramento, con la Germania che, nonostante le difficoltà, mostra segnali di recupero grazie a fattori globali come il dollaro forte. Tuttavia, molti economisti avvertono che la ripresa non è ancora solida, e il futuro dipenderà da variabili esterne come la politica commerciale statunitense, le fluttuazioni energetiche e i possibili sviluppi geopolitici.
In un panorama globale incerto, l’Europa si trova quindi a beneficiare di un mix di politiche monetarie e dinamiche di mercato favorevoli, ma resta l’ombra della volatilità
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Il bollettino di Francoforte: la disoccupazione diminuisce più che negli altri Paesi e lo spread cala grazie alle manovre.Il dollaro ormai prossimo alla parità con l’euro favorisce l’export europeo. I primi segnali arrivano dalla Germania. Wall Street teme lo stop al calo dei tassi.Lo speciale contiene due articoli.La Banca Centrale Europea certifica quello che la realtà ha messo sotto gli occhi dei cittadini ormai da mesi: l’Italia è il Paese politicamente più stabile d’Europa e se il confronto resta limitato alle tre grandi superpotenze del Vecchio Continente (Italia appunto più Francia e Germania) anche quello dove i dati economici, spinti per quanto possibili dalle ultime manovre, vanno meglio. Prosegue lenta la crescita (nel 2024 ci si è accontentati dello 0,5% rispetto 1% stimato dal governo in primavera), è in costante calo il parametro fondamentale, quello del rapporto tra il defcit e il Pil (siamo al 3,8%), e soprattutto migliora la situazione del lavoro, il governo conta di raggiungere un milione di posti creati (siamo intorno a quota 800.000) entro la fine dell’anno. Certo, c’è una questione salariale (anche se l’inflazione è in calo e il potere di acquisto in miglioramento) e di frammentarietà del lavoro da affrontare, ma se confrontiamo questi dati con la recessione tedesca e la crisi infinita della Francia di Macron, sembriamo un Eldorado.Nessuna novità, cose dette e risapute, ma il fatto che la Bce se ne sia accorta è già di per sé una notizia. Vediamo. «Il tasso di disoccupazione», si legge nell’analisi dell’ultimo bollettino di Francoforte, «è rimasto ai minimi storici. A settembre 2024 si è collocato al 6,3%, si tratta del valore più basso mai registrato dall’introduzione della moneta unica». Fin qui la la relazione che riguarda tutti i Paesi dell’area euro, poi però lo studio entra nel dettaglio e fa un po’ di differenze. «In questo periodo», si legge ancora, «Spagna e Italia hanno registrato le maggiori riduzioni (-2,6 e -3,5%), mentre la Germania ha evidenziato un lieve aumento (+0,3%)». La flessione, evidenzia ancora la Bce, è stata determinata da un lieve calo del numero di disoccupati, di circa 1,3 milioni di unità, associato a un significativo aumento delle forze di lavoro, salite di 8,6 milioni rispetto a gennaio del 2020. Insomma, è vero che l’Italia aveva maggiori margini di crescita, e infatti resta sul piatto il tema della disoccupazione giovanile e della precarietà, ma il trend rialzista è evidente. Così come sono innegabili le performance finanziarie. Parola, ancora della Bce. Tra settembre e dicembre, ci spiegano dall’istituto centrale con base in Germania, con le elezioni Usa e i rendimenti sui Treasury (i titoli di Stato americani) in rialzo, sono aumentati i differenziali fra i rendimenti dei titoli francesi e tedeschi rispetto ai tassi Ois, quelli privi di rischio, mentre «gli effetti di propagazione in Grecia, Spagna, Italia e Portogallo sono stati comunque limitati, grazie a un migliore clima di fiducia che ha caratterizzato le attese relative al bilancio». Ma anche qui ci sono delle differenze che il bollettino di Francoforte evidenzia. «Il differenziale tra il rendimento dei titoli di Stato e il tasso Ois (tasso privo di rischio) si è ridotto di nove punti base per l’Italia, ampliandosi invece di quattro e sei punti base, rispettivamente, per Portogallo e Spagna». Se non è un’investitura per il governo Meloni, ci siamo davvero vicini. Anche perché che i titoli di Stato italiani tirino e vengano considerati affidabili e convenienti rispetto a quanto rendono ce lo dice da un po’ di tempo il mercato. Gli ultimi dati delle aste dei Btp sono non a caso da record. Poche ore fa c’è stata una nuova doppia emissione che ha catalizzato una domanda record da 270 miliardi di euro. Il Mef ha collocato 13 miliardi del Btp decennale (rendimento del 3,65% all’anno) a fronte di una domanda di oltre 140 miliardi, mentre per il Btp Green a 20 anni (tasso annuo del 4,1%) ha assegnato un importo di 5 miliardi a fronte di una domanda di circa 130 miliardi.Polverizzato il precedente record della doppia emissione autunnale che aveva visto richieste da 206 miliardi per il Btp a 7 anni e la riapertura del Btp a 30 anni.Le motivazioni sono quelle descritte nell’articolo, certo, ma le ragioni politiche vengono prima di quelle finanziarie. L’Italia beneficia di una stabilità politica che mai aveva avuto nella storia recente, che va a fare il paio invece con l’insolita instabilità di Parigi e Berlino. Così, visto che i rendimenti restano allettanti (intorno al 3,7% il decennale contro per esempio il 3,4% degli Oat francesi) gli investitori istituzionali e internazionali preferiscono i titoli del Belpaese a quelli dei cugini. E anche queste si chiamano soddisfazioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bce-italia-economia-2670792897.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-super-dollaro-da-una-mano-allue" data-post-id="2670792897" data-published-at="1736519265" data-use-pagination="False"> Il super-dollaro dà una mano all’Ue Alla fine, come sempre, saranno ancora gli Usa a salvare l’Europa. L’euro sceso sotto 1,04 rispetto al dollaro, apre la strada a una possibile parità tra le due valute. Il rafforzamento della valuta Usa che ha avuto implicazioni globali, sta giocando un ruolo cruciale nel rilancio dell'economia europea. In particolare in Germania, dove la produzione industriale e le esportazioni hanno mostrato segni di recupero a novembre. La produzione industriale è aumentata dell’1,5%, dopo un calo dello 0,4% a ottobre. Su base annuale resta una flessione del 2,8%, ma l'incremento di novembre rappresenta un rimbalzo importante, anche se non privo di una certa cautela. Le esportazioni tedesche sono aumentate del 2,1% su base mensile, invertendo la tendenza negativa di ottobre, quando erano calate del 2,9%. La Germania sta cioè beneficiando della crescente competitività dei suoi prodotti visto che la forza del dollaro, li rende più convenienti per i consumatori americani e per i mercati globali. Anche se i dati trimestrali mostrano ancora segni di difficoltà, si accende qualche luce di speranza. «C'è ora la possibilità che l'ultimo trimestre 2024 non sia stato così negativo come si temeva», ha dichiarato Jens-Oliver Niklasch della LBBW Bank, una delle più importanti banche d’affari tedesche. Tuttavia, le prospettive per il 2025 non sembrano per tutti rosee, con alcuni analisti che considerano l’incremento di novembre come un «rimbalzo tecnico», piuttosto che un segnale di ripresa stabile. Chi ha ragione? Gli sviluppisti o i pessimisti? Molto dipende dal futuro del dollaro e dalle decisioni che verranno prese dalla Fed e dalla Bce. Nell’ultima riunione di dicembre Jerome Powell, presidente della banca centrale Usa ha tagliato i tassi di appena 25 punti deludendo Wall Street che, come reazione, ha fermato un ciclo rialzista che durava da oltre due anni. Nonostante la Fed abbia previsto solo due tagli dei tassi nel 2025, Jerome Powell ha sottolineato che l’inflazione, pur rallentando, è ancora lontana dal target del 2%, Per arrivarci sarà necessario attendere la fine del 2026. La solidità del mercato del lavoro Usa ha avuto un impatto importante sulla politica monetaria, che, pur non essendo aggressiva, ha sostenuto il dollaro forte. La Bce si è dimostrata più aggressiva. Ha tagliato i tassi in maniera vigorosa nel corso dell’anno scorso con il risultato di indebolire ancora l’euro. Vuol dire che la ripresa economica trainata dall’export diventa più importante della lotta all’inflazione. Christine Lagarde conferma che l’obiettivo finale rimane il 2% ma ha chiarito che le future decisioni dipenderanno dai dati economici. A differenza della Fed, la Bce non ha fissato un numero massimo di tagli, suggerendo maggiore flessibilità in base all’evoluzione dell’economia. Il 2025 sta quindi mettendo in luce un contesto economico europeo in lento miglioramento, con la Germania che, nonostante le difficoltà, mostra segnali di recupero grazie a fattori globali come il dollaro forte. Tuttavia, molti economisti avvertono che la ripresa non è ancora solida, e il futuro dipenderà da variabili esterne come la politica commerciale statunitense, le fluttuazioni energetiche e i possibili sviluppi geopolitici. In un panorama globale incerto, l’Europa si trova quindi a beneficiare di un mix di politiche monetarie e dinamiche di mercato favorevoli, ma resta l’ombra della volatilità
Ansa
L’agente, riferiscono ambienti della difesa, è profondamente provato da quanto sta emergendo. Non solo per il peso dell’accusa, ma per la rappresentazione che, giorno dopo giorno, viene restituita del suo operato. Al legale ha ribadito di non aver mai avuto rapporti con gli spacciatori della zona, né contatti opachi con il mondo del boschetto. Una ricostruzione che respinge con decisione e che - sostiene - non ha nulla a che vedere con la sua storia professionale.
Dal punto di vista tecnico, la linea difensiva resta immutata. Per Porciani è difficile sostenere l’ipotesi dell’omicidio volontario a fronte di uno sparo esploso a oltre venti metri di distanza, in un contesto di scarsa visibilità, con una traiettoria che - come emerso dagli accertamenti autoptici - non presenta le caratteristiche di un colpo d’esecuzione. Un solo proiettile, esploso in pochi istanti, dopo essersi visto puntare contro quella che appariva come un’arma vera. «Non avevo alcuna intenzione di uccidere», è il concetto che l’assistente capo continua a ribadire.
In parallelo, dagli interrogatori degli altri poliziotti - difesi dagli avvocati Massimo Pellicciotta, Antonio Buondonno e Matteo Cherubini - emerge una linea difensiva distinta ma convergente su un punto: nessuno di loro avrebbe avuto un ruolo nello sparo. Tutti hanno risposto alle domande del pm Giovanni Tarzia chiarendo di essere arrivati in momenti diversi sulla scena: uno era vicino a C.C. al momento del colpo, gli altri sono giunti subito dopo. Nei verbali, però, ciascuno ha riferito che le fasi successive sarebbero state gestite dal collega più anziano, indicato come il più esperto del gruppo, anche attraverso comunicazioni non veritiere, come quella - contestata - sulla chiamata dell’ambulanza. Per la Procura di Milano uno dei passaggi chiave dell’inchiesta riguarda ciò che sarebbe accaduto nei minuti successivi allo sparo. Dalle verifiche emergerebbe che il collega più vicino all’agente, prima della chiamata al 118 si sarebbe recato al commissariato Mecenate, per poi tornare sul posto con una borsa, di cui gli altri poliziotti avrebbero detto di ignorare il contenuto. Un elemento che rafforza l’ipotesi investigativa secondo cui la pistola a salve trovata accanto al corpo possa essere stata collocata dopo, tesi sostenuta anche dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, legali della famiglia Mansouri. Sullo sfondo c’è poi il ritardo di circa 23 minuti nell’allertare i soccorsi, punto centrale dell’accusa di omissione contestata agli agenti.
Sulla vicenda è intervenuto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi: «Sono compiaciuto che la Polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno. Accetteremo con assoluta serenità ciò che emergerà».
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Jeffrey Epstein (Getty Images)
La morte di Virginia Giuffre, la grande accusatrice di Jeffrey Epstein e dell’ormai ex principe Andrea; il libro postumo in cui testimonia ciò che non è riuscita a testimoniare da viva in un’Aula di tribunale e la pressione del mondo Maga vicino a Donald Trump hanno alzato il velo su uno scandalo mondiale. Presidenti, imprenditori, intellettuali e faccendieri, tutti insieme appassionatamente, tutti uniti da lussuria e cupidigia, da interessi e vizi. Non sono un moralista e mi interessa poco in quale letto finiscano la serata gli uomini politici e i grandi imprenditori della rivoluzione digitale. Tuttavia, qui non sono in discussione le vite private delle persone e nemmeno le pratiche sessuali di ciascuno. Nel caso Epstein emerge un sistema fondato sull’abuso, sulla violazione delle regole, sullo sfruttamento delle persone e delle informazioni riservate, sulla capacità di tessere relazioni che andavano oltre gli Stati, gli schieramenti, le aziende.
Dicono che Epstein sia stato un grande manipolatore. Di certo, è stato un uomo che pur non avendo alcun titolo da vantare - non era neppure professore - è riuscito a fingersi prima insegnante, poi banchiere, quindi consigliere speciale di fior di imprenditori e infine intimo amico di magnati e principi. Di lui si può dire che sapeva come sfruttare per il proprio tornaconto l’animo e le debolezze umane. Per anni ha costruito una ragnatela in cui è riuscito a intrappolare aspiranti altezze reali (non c’è solo il figlio prediletto della regina Elisabetta, ma anche qualche altra testa coronata della vecchia Europa), fior di banchieri, capi di Stato, ministri, ambasciatori, artisti. A questi personaggi ricchi e potenti offriva donne, spesso ragazzine minorenni abbacinate dal lusso e dunque facili prede. E negli incontri riservati o nelle feste non mancava neppure la droga, che a quanto pare Epstein faceva coltivare direttamente in una delle sue proprietà, in modo da non rimanere mai senza.
Raccontata così, la storia potrebbe apparire una vicenda assai simile, anche se sviluppata alla grande, a quella di Alberto Genovese, il mago della fintech che a Milano aveva trasformato il suo appartamento in una specie di isola per orge a base di droga. Ma a Terrazza sentimento, dove si impasticcavano e stupravano le ragazze, manca rispetto a Pedophileisland l’elemento del ricatto e del malaffare. Se il fondatore di Facile.it violentava le giovani dopo averle stordite con la droga dello stupro, con Epstein le ragazze erano schiave di una cupola in cui si manipolavano segreti e potere. Le minorenni servivano per ottenere dal principe Andrea le informazioni riservate del governo inglese. I soldi e forse altro erano necessari per avere la compiacenza del primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland. E poi c’era Jack Lang, il superministro della cultura di Mitterand e di tanti governi francesi, uno degli uomini più potenti degli Emirati arabi, Bin Sulayem, l’ex funzionaria della Casa Bianca ai tempi di Obama, Kathryn Ruemmler, ora a capo dell’ufficio legale della Goldman Sachs e, sempre vicino a Obama, l’ex segretario al Tesoro Larry Summers, fino a ieri presidente della Harvard University, e poi il genio dell’informatica Bill Gates, con il super genio della cinematografia Woody Allen. L’elenco è lungo, ma l’eterogeneità delle persone coinvolte dimostra che Epstein non si poneva limiti. Da ciascuno, americano o non, ricco o solo potente, poteva riuscire in qualche modo a guadagnare, lavorando sull’eugenetica, la geopolitica o i vaccini. Così ha accumulato un patrimonio enorme, stimato da alcuni come assai vicino al miliardo. Sesso, sangue (a Zorro ranch nel New Mexico sarebbero sepolti i cadaverici di due giovani, strangolate durante un rapporto fetish) e soldi. Un intrigo internazionale al cui confronto ogni altro giallo impallidisce, perché nessun’altra storia ha avvolto nella sua tela così tante vittime e si è diffusa in tutto il mondo, occupandosi di governi, monarchie e persino di pontefici da eliminare. Ma quello che abbiamo finora scoperto forse è solo l’inizio.
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Donald Trump (Getty Images)
Se il Congresso avesse inteso conferire il potere distinto e straordinario di imporre tariffe, lo avrebbe fatto espressamente, come ha costantemente fatto in altre leggi tariffarie», si legge nell’opinione di maggioranza, che, secondo il sito specializzato Scotusblog, non ha tuttavia chiarito se il governo federale debba effettuare o meno dei rimborsi.
«La sentenza è profondamente deludente, mi vergogno di alcuni membri della Corte Suprema», ha tuonato il presidente americano, accusando il massimo organo giudiziario statunitense di essere «influenzato da interessi stranieri». L’inquilino della Casa Bianca ha anche annunciato che imporrà «una tariffa globale del 10% ai sensi della Sezione 122».
In sostanza, secondo la Corte Suprema, Trump, usando lo Ieepa per imporre delle tariffe, avrebbe ecceduto nel suo potere, bypassando l’autorità del Congresso. Ricordiamo che i dazi interessati dalla sentenza non sono quelli settoriali, imposti ad acciaio e alluminio, che erano stati decretati ai sensi della Sezione 232 del Trade expansion act del 1962. A essere cassate sono invece in gran parte state le tariffe che Trump aveva definito «reciproche», annunciandole per la prima volta lo scorso aprile in occasione del cosiddetto «Giorno della liberazione». Secondo Fortune, il valore complessivo dei dazi annullati si aggirerebbe attorno ai 175 miliardi di dollari. La sentenza di ieri era in parte attesa, visto che, durante il dibattimento avvenuto l’anno scorso, vari supremi togati avevano espresso scetticismo sulle posizioni espresse dai legali della Casa Bianca.
Il cuore dello scontro ha riguardato il senso stesso della linea tariffaria del presidente americano. Secondo Trump, i dazi rientrano nel perimetro della politica estera, più che di quella economica. Per l’inquilino della Casa Bianca, le tariffe sono da intendersi principalmente come uno strumento di tutela della sicurezza nazionale, per ridurre la dipendenza americana dalla Cina nelle catene di approvvigionamento strategiche. Non a caso, ieri, Trump ha rivendicato di aver usato le tariffe per fermare delle guerre e per bloccare il flusso di fentanyl. La maggioranza dei giudici ha invece interpretato le tariffe in senso classico e non hanno ammesso la visione trumpiana del potere esecutivo.
Come che sia, l’amministrazione americana si era da tempo preparata a ricorrere a delle vie alternative allo Ieepa: e Trump ha detto ieri di essere pronto ad agire in tal senso. Secondo Nbc News, tra gli strumenti a sua disposizione rientrano la Sezione 338 del Tariff act del 1930, la Sezione 232 del Trade expansion act del 1962, la Sezione 201 del Trade act del 1974, la Sezione 301 del Trade act del 1974 e la Sezione 122 del Trade act del 1974. La stessa Goldman Sachs ha riferito che la Casa Bianca sarebbe pronta a usare degli strumenti legislativi alternativi per mantenere i dazi. Il punto è che lo Ieepa garantiva al presidente maggiore rapidità. E questo, per lui, rappresentava un fattore positivo in termini di efficacia. «Nessuno può negare che l’uso dei dazi da parte del presidente abbia fruttato miliardi di dollari e creato un’enorme leva per la strategia commerciale americana e per garantire solidi e reciproci accordi commerciali “America first” con Paesi che avevano sfruttato i lavoratori americani per decenni», ha affermato lo Speaker della Camera, Mike Johnson. «Il Congresso e l’amministrazione», ha proseguito, «determineranno la strada migliore da seguire nelle prossime settimane». Trump ieri ha comunque detto di non aver bisogno di passare per il Congresso.
Un ultimo aspetto da considerare riguarda la Corte Suprema. Per anni una certa vulgata non ha fatto che ripetere che quest’organo fosse prono a Donald Trump, visto che sei dei suoi nove componenti attuali è di nomina repubblicana. Ebbene, la sentenza di ieri ha dimostrato che le cose non stanno così. Tra l’altro, a schierarsi a favore dell’annullamento dei dazi sono stati anche due dei togati nominati dallo stesso Trump durante il primo mandato: Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett. D’altronde, i giudici sono inamovibili e godono dell’intangibilità del loro trattamento economico: il che ne garantisce l’autonomia. Insomma, che la Corte Suprema sia in mano all’attuale presidente americano si conferma un’eclatante sciocchezza. Così come la narrazione che vorrebbe gli Stati Uniti sprofondati in una dittatura.
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La staffetta italiana festeggia dopo aver vinto il bronzo nella finale maschile della staffetta 5000 metri delle gare di pattinaggio di velocità su pista corta ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Fontana chiude sulle ginocchia, una caduta in batteria ne limita le potenzialità. Finisce addosso alla polacca Kamila Sellier, è costretta a farsi massaggiare la schiena dolorante dal marito allenatore Anthony Lobello. Ma non ci sono unguenti, lei scricchiola e non può nulla per arginare la vitalità delle coreane Kim e Choi. Terza la statunitense Corinne Stoddard. Comunque la regina della Valtellina colleziona un oro, due argenti e il record storico delle 14 medaglie. Può bastare, anche lei è umana.
Dal resto della truppa arriva la medaglia d’oro del sorriso, chi si contenta gode. Niente di più per l’Italia ingrassata a suon di podi che si affaccia all’ovale ghiacciato di Rho Fiera per l’ennesimo trionfo di Francesca Lollobrigida. Ma anche lei è sazia e sembra dire con quello sguardo sornione: due ori in una settimana, cosa volete di più? Nei 1.500 del Pattinaggio velocità la testa della mammina laziale è sul pezzo ma le gambe paiono legnose; è solo 13ª nella sfida vinta dall’olandese Antoinette Rijpma-De Jong. La nuova Lollo ci aveva avvertiti: «Non aspettatevi medaglie, gareggio per preparare la mass start di sabato, a quella tengo molto». Così saremo di nuovo qui domani nello Speed skating stadium per una chiusura da apoteosi. Nel mirino c’è il terzo oro nella stessa Olimpiade, mai nessun italiano ci è riuscito. A due ci sono lei, Alberto Tomba, Manuela Di Centa, Federica Brignone. E con un problemino da niente: la prova con partenza in linea può riservare ogni sorpresa, visto che somiglia all’uscita da una scuola elementare al suono della campanella, cartellate comprese.
Prima dei fuochi d’artificio notturni nello Short Track, facciamo i conti con un venerdì di occasioni perdute soprattutto nel Biathlon, dove si consuma il dramma sportivo di Tommaso Giacomel, già argento nella staffetta mista, che per qualche minuto si ritrova in testa nella mass start 15 km. Il guerriero di Vipiteno sogna l’oro, sembra imbattibile ma è costretto a fermarsi per un improvviso dolore al costato e conclude i suoi Giochi in infermeria. Un minuto dopo lo stop sta già meglio, ma non era il caso di rischiare.
«La salute viene prima delle gare, quello che ha fatto è corretto», spiega l’allenatore di tiro Fabio Cianciana. Al poligono Tommaso era stato impeccabile (zero errori). Adesso ha le gomme a terra e su Instagram scrive: «Il corpo ha smesso di funzionare, facevo fatica respirare. È stato devastante. Molte cose mi passano per la testa, frustrazione, rabbia delusione». Sul podio finiscono i due norvegesi Johannes Dale-Skjevdal (oro) e Sturla Laegreid. Bronzo al francese Quentin Maillet.
In casa americana si contano gli interventi chirurgici per ripristinare il fisico da Robocop di Lindsey Vonn: oggi è andata sotto i ferri per la sesta volta e sorride da Instagram. Da simbolo di positività, lei si sente fortunata. Non come il cinese Haipeng Sheng, che si è dimenticato il cellulare in una tasca dei calzoni e l’ha perso durante un salto Freestyle. È arrivato 20º ma lo smartphone funziona, gli amici possono spernacchiarlo.
Il resto è hockey. Il primo finalista è il Canada, che arriva alla sfida per l’oro dopo un 3-2 in rimonta sulla Finlandia. Senza Sidney Crosby, uno dei migliori giocatori della storia, e al termine di una sfida rocambolesca: in vantaggio 2-0 gli scandinavi si fanno riprendere e superare a 35’’ dalla sirena finale con un gol contestatissimo per un fuorigioco millimetrico. Gli arbitri convalidano, i canadesi esultano e aspettano gli Stati Uniti (nella notte la semifinale con la Slovacchia) per il Miracle Nhl di domani, prima della cerimonia di chiusura all’Arena di Verona, alla quale parteciperà in tribuna d’onore anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dovesse arrivare a sorpresa Trump, lei si è portata avanti.
Domani gli azzurri sparano le penultime cartucce a calendario pieno. Nella maratona del Fondo - 50 km con le barbe gelate e il cuore in gola - va in onda il canto del cigno del formidabile Federico Pellegrino. Nel Biathlon sono possibili dolci sorprese dalla coppia Dorothea Wierer (fin qui perdente) e Lara Vittozzi (fin qui vincente). Poi la già citata chiusura del Pattinaggio velocità con le tonnare mass start uomini e donne, dove Andrea Giovannini può farsi onore e lady Lollobrigida può compiere l’impresa dei tre ori. E da sconosciuta agli sportivi da divano, entrare nella leggenda. Non l’abbiamo vista arrivare.
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