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2018-10-28
Basta «genitori», ritroviamo madre e padre
ANSA
Dall'esilio tornano mamma e papà. Non sui cartelloni dove continuano a suscitare lo scandalo delle minoranze gender di moda, non dentro le pubblicità politicamente arcobaleno di aziende che strizzano l'occhio a mercati alternativi e non vogliono grane mediatiche. Ma in silenzio e con rispetto, mamma e papà tornano sulle carte d'identità dei minori italiani. Pronte a marcare stretto ogni richiamo alla famiglia naturale e a ostacolare la tradizione, supportate dalla stampella progressista in Parlamento, le lobby gay si sono distratte un attimo e hanno subìto il contropiede di Matteo Salvini.
Dopo il via libera dal ministero dell'Istruzione è arrivato quello del ministero dell'Economia e finanza: la dicitura madre e padre tornerà a campeggiare nei formulari per la richiesta del documento elettronico dei minorenni al posto del generico «genitori» voluto dal Pd, primo passo verso il famigerato Genitore 1 e Genitore 2 sognato sul pianeta omosessuale e già in vigore in California e in Scandinavia (cosiddette avanguardie del turbocapitalismo sociale) per non mettere in imbarazzo chi ha due mamme e due papà. Lo ha annunciato ieri il ministro dell'Interno, che esulta per il ripristino della classicità: «Tornano mamma e papà, un po' di buonsenso». Gli fa eco su Twitter il ministro per la Famiglia, Lorenzo Fontana: «Piccole (o grandi?) battaglie vinte, avanti tutta. Grazie a tutti i ministri coinvolti».
Per la verità prima della firma del decreto serve ancora un passaggio, il parere vincolante del Garante della privacy che potrebbe riservare qualche sorpresa. Il presidente del collegio è Antonello Soro, storico esponente del Pd, prodiano di ferro, quindi in antitesi politica con la maggioranza 5 stelle-Lega e teoricamente pronto a scatenare un'altra imperdibile bagarre. A rendere ottimista Salvini è invece il percorso personale di Soro, che proviene dalla Democrazia cristiana e dal Partito popolare, quindi dovrebbe avere una sensibilità vicina ai dettami fondanti della cultura cattolica.
La spallata del vicepremier era nell'aria. Salvini era stato chiaro in un'intervista estiva alla Bussola quotidiana (giornale online della tradizione cattolica): «Voglio tornare al passato, ci stiamo lavorando, ho chiesto un parere all'Avvocatura di Stato e ho dato indicazione ai prefetti di ricorrere. La mia posizione è fermamente contraria. Per fare un esempio: la settimana scorsa mi è stato segnalato che sul sito del ministero dell'Interno, sui moduli per la carta d'identità elettronica, c'erano genitore 1 e genitore 2. Ho subito fatto modificare il sito ripristinando la definizione «madre» e «padre». È una piccola cosa, un piccolo segnale, però è certo che farò tutto quello che è possibile dal ministero dell'Interno e che comunque è previsto dalla Costituzione».
C'erano tutti i presupposti per la restaurazione, una scelta ideologica di fondo della componente leghista della maggioranza che intende bocciare anche dal punto di vista burocratico l'assenso strisciante dell'amministrazione all'utero in affitto. La pratica è illegale in Italia anche dopo l'approvazione della legge Cirinnà sulle coppie di fatto. Ma nella sostanza viene autorizzata con sentenze dai giudici e con provvedimenti sbandierati come eccitanti esempi di disobbedienza civile dai sindaci legati all'ex maggioranza progressista (il campione è Beppe Sala a Milano).
Salvini intende togliere ogni appiglio alle famiglie arcobaleno: «Utero in affitto e orrori simili assolutamente no, difenderemo la famiglia naturale fondata sull'unione di un uomo e una donna. Eserciterò tutto il potere possibile». Quello della carta d'identità è un baluardo simbolico, ma rappresenta una bandiera, un gesto di rispetto per la legalità e per la stragrande maggioranza degli italiani che mai si sono sognati di mettere in dubbio un valore non negoziabile come quello della famiglia tradizionale.
Alle critiche delle associazioni Lgbt e dei parlamentari del Pd che accusavano il governo di voler tornare all'età della pietra, già allora Salvini rispose: «Fiero di essere troglodita».
La battaglia per il ritorno al primato della famiglia naturale vede ricompattarsi l'alleanza di centrodestra, poiché anche Forza Italia e Fratelli d'Italia sono ufficialmente su posizioni in piena sintonia con quelle della Lega. Il punto viene tenuto da un tweet di Maurizio Gasparri: «Padre e madre, realtà della natura, aberrazione genitore 1 e 2. Follie da spazzare via».
Si attendono prese di posizione del Movimento 5 stelle e delle sue multiformi anime.
Tace anche la Chiesa, che dovrebbe spontaneamente applaudire una battaglia profondamente sua. Ma Oltretevere c'è l'ordine di non benedire mai il governo degli alieni.
Mostra a luci rosse in cattedrale. A Vienna la religione diventa show
Se per caso passate da Vienna in questi giorni, concedetevi una visita al presbiterio della cattedrale. Ne vale la pena, perché vi potete imbattere in quel che mai avreste immaginato in un luogo del genere: una mostra a luci rosse, o quasi. No, non è uno scherzo bensì un'iniziativa che chiunque può apprezzare ed ora allestita, appunto, nel grande edificio storico nelle immediate vicinanze del Duomo, includente una cappella, una biblioteca, refettori e uffici di organizzazioni religiose, appartamenti di sacerdoti e una galleria fotografica che, come c'era da aspettarsi, sta facendo discutere. A rendere particolarmente piccante la mostra, denominata Against Gravity e consistente in una raccolta delle opere di August M. Zoebl, fotografo e medico, sono soprattutto due scatti.
Il primo, intitolato Pietà, la prima luce nella tomba di pietra: un essere umano!, ritrae una modella in topless che copre l'addome nudo con un abito, in un chiaro richiamo alla Pietà michelangiolesca; a chi volesse saperne di più, la didascalia spiega che si tratta di «immagini esplosive che servono a comunicare il messaggio senza precedenti della resurrezione». Ora, il richiamo alle «immagini esplosive» non solo è giustificato, ma pare perfino superfluo: ma la resurrezione, invece, che c'entra? Non è chiaro. Allo stesso modo, alla luce del contesto religioso e teoricamente cattolico della mostra, appare fuori luogo la seconda fotografia che tante perplessità sta sollevando: chiamata Occidente incontra Oriente - Angelo custode bacia Sfinge, mostra una fornicazione saffica tra due modelle.
A conferire un ulteriore tocco surreale ad Against Gravity, inaugurata da qualche settimana ed aperta ai visitatori fino a gennaio 2019, c'è un elemento che il vaticanista Marco Tosatti ha giustamente rimarcato, e cioè il fatto che, fino a prova contraria, il tutto risulta accessibile pure ai bambini, senz'alcun limite di età. Proprio così. A questo punto, alcuni si chiederanno se per caso nella chiesa austriaca non siano tutti impazziti. Un dubbio condivisibile, anche se la verità è che da quelle parti iniziative che ai più appaiono bizzarre non fanno più notizia da un pezzo. Nella diocesi guidata dal cardinale Christoph Schönborn, teologo un tempo collaboratore di Ratzinger che da anni ha fatto del progressismo la sua bandiera, ne sono infatti capitate di tutti i colori.
Come dimenticare, tanto per fare un esempio, la trasformazione del già citato Duomo di Vienna, che oltre ad essere il simbolo della città è pure il più significativo monumento gotico del Paese, in una discoteca? Lo show è andato in scena il 5 ottobre scorso e, ancorché presentato come «preghiera ecumenica», si è tradotto in baldoria collettiva, con musicisti scatenati e una folla danzante di giovani, come attestano pure dei video facilmente reperibili in Rete. Del resto, quello per la musica non propriamente sacra è un debole che Schönborn ha da anni se si pensa che già nel novembre 2008 prese parte ad una stramba «messa disco», che poco dopo gli costò un ammonimento da parte della Congregazione per il culto divino.
Ad ogni modo, non si creda che quanto accade in Austria sia solo merito o responsabilità del suo primate, dal momento che anche altri prelati si distinguono o si sono distinti in imprese poco ortodosse. Come ha fatto monsignor Wilhelm Krautwaschl, vescovo di Graz il quale, nel giugno dello scorso anno, ha partecipato a una sfilata sfoggiando sulla passerella una talare bianca, davanti tra l'altro alle telecamere dell'emittente anticlericale Orf. E tempo addietro è stata proprio la diocesi di Graz, guarda caso, a conferire un premio a «Occidente incontra Oriente», la foto osé ora esposta a Vienna. Per quanto scandalosa, Against Gravity altro non è, dunque, che l'ultima trovata di una Chiesa che appare ormai irresistibilmente attratta da tutto ciò che è assai trasgressivo e poco evangelico.
Non c'è più religione, si diceva un tempo per denunciare la decadenza dei costumi tradizionali. Il problema della Chiesa austriaca e non solo, però, pare molto più serio. Oltre all'elemento devozionale, se ne sono infatti andati anche la decenza e il senso del ridicolo. Non basta più pertanto sperare in un ravvedimento dei pastori affinché sappiano tornare ad occuparsi del loro gregge come si conviene. Qui serve un miracolo.
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Matteo Salvini vince la battaglia in difesa della famiglia naturale. Nei formulari per la richiesta del documento elettronico dei minorenni non ci sarà più la generica dicitura voluta dal Pd. La carta d'identità è solo un baluardo simbolico, ma rappresenta una bandiera.La Chiesa austriaca è attratta da tutto ciò che è assai trasgressivo e poco evangelico.Lo speciale contiene due articoli.Dall'esilio tornano mamma e papà. Non sui cartelloni dove continuano a suscitare lo scandalo delle minoranze gender di moda, non dentro le pubblicità politicamente arcobaleno di aziende che strizzano l'occhio a mercati alternativi e non vogliono grane mediatiche. Ma in silenzio e con rispetto, mamma e papà tornano sulle carte d'identità dei minori italiani. Pronte a marcare stretto ogni richiamo alla famiglia naturale e a ostacolare la tradizione, supportate dalla stampella progressista in Parlamento, le lobby gay si sono distratte un attimo e hanno subìto il contropiede di Matteo Salvini. Dopo il via libera dal ministero dell'Istruzione è arrivato quello del ministero dell'Economia e finanza: la dicitura madre e padre tornerà a campeggiare nei formulari per la richiesta del documento elettronico dei minorenni al posto del generico «genitori» voluto dal Pd, primo passo verso il famigerato Genitore 1 e Genitore 2 sognato sul pianeta omosessuale e già in vigore in California e in Scandinavia (cosiddette avanguardie del turbocapitalismo sociale) per non mettere in imbarazzo chi ha due mamme e due papà. Lo ha annunciato ieri il ministro dell'Interno, che esulta per il ripristino della classicità: «Tornano mamma e papà, un po' di buonsenso». Gli fa eco su Twitter il ministro per la Famiglia, Lorenzo Fontana: «Piccole (o grandi?) battaglie vinte, avanti tutta. Grazie a tutti i ministri coinvolti».Per la verità prima della firma del decreto serve ancora un passaggio, il parere vincolante del Garante della privacy che potrebbe riservare qualche sorpresa. Il presidente del collegio è Antonello Soro, storico esponente del Pd, prodiano di ferro, quindi in antitesi politica con la maggioranza 5 stelle-Lega e teoricamente pronto a scatenare un'altra imperdibile bagarre. A rendere ottimista Salvini è invece il percorso personale di Soro, che proviene dalla Democrazia cristiana e dal Partito popolare, quindi dovrebbe avere una sensibilità vicina ai dettami fondanti della cultura cattolica.La spallata del vicepremier era nell'aria. Salvini era stato chiaro in un'intervista estiva alla Bussola quotidiana (giornale online della tradizione cattolica): «Voglio tornare al passato, ci stiamo lavorando, ho chiesto un parere all'Avvocatura di Stato e ho dato indicazione ai prefetti di ricorrere. La mia posizione è fermamente contraria. Per fare un esempio: la settimana scorsa mi è stato segnalato che sul sito del ministero dell'Interno, sui moduli per la carta d'identità elettronica, c'erano genitore 1 e genitore 2. Ho subito fatto modificare il sito ripristinando la definizione «madre» e «padre». È una piccola cosa, un piccolo segnale, però è certo che farò tutto quello che è possibile dal ministero dell'Interno e che comunque è previsto dalla Costituzione».C'erano tutti i presupposti per la restaurazione, una scelta ideologica di fondo della componente leghista della maggioranza che intende bocciare anche dal punto di vista burocratico l'assenso strisciante dell'amministrazione all'utero in affitto. La pratica è illegale in Italia anche dopo l'approvazione della legge Cirinnà sulle coppie di fatto. Ma nella sostanza viene autorizzata con sentenze dai giudici e con provvedimenti sbandierati come eccitanti esempi di disobbedienza civile dai sindaci legati all'ex maggioranza progressista (il campione è Beppe Sala a Milano). Salvini intende togliere ogni appiglio alle famiglie arcobaleno: «Utero in affitto e orrori simili assolutamente no, difenderemo la famiglia naturale fondata sull'unione di un uomo e una donna. Eserciterò tutto il potere possibile». Quello della carta d'identità è un baluardo simbolico, ma rappresenta una bandiera, un gesto di rispetto per la legalità e per la stragrande maggioranza degli italiani che mai si sono sognati di mettere in dubbio un valore non negoziabile come quello della famiglia tradizionale. Alle critiche delle associazioni Lgbt e dei parlamentari del Pd che accusavano il governo di voler tornare all'età della pietra, già allora Salvini rispose: «Fiero di essere troglodita».La battaglia per il ritorno al primato della famiglia naturale vede ricompattarsi l'alleanza di centrodestra, poiché anche Forza Italia e Fratelli d'Italia sono ufficialmente su posizioni in piena sintonia con quelle della Lega. Il punto viene tenuto da un tweet di Maurizio Gasparri: «Padre e madre, realtà della natura, aberrazione genitore 1 e 2. Follie da spazzare via». Si attendono prese di posizione del Movimento 5 stelle e delle sue multiformi anime. Tace anche la Chiesa, che dovrebbe spontaneamente applaudire una battaglia profondamente sua. Ma Oltretevere c'è l'ordine di non benedire mai il governo degli alieni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/basta-genitori-ritroviamo-madre-e-padre-2615695417.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mostra-a-luci-rosse-in-cattedrale-a-vienna-la-religione-diventa-show" data-post-id="2615695417" data-published-at="1782372105" data-use-pagination="False"> Mostra a luci rosse in cattedrale. A Vienna la religione diventa show Se per caso passate da Vienna in questi giorni, concedetevi una visita al presbiterio della cattedrale. Ne vale la pena, perché vi potete imbattere in quel che mai avreste immaginato in un luogo del genere: una mostra a luci rosse, o quasi. No, non è uno scherzo bensì un'iniziativa che chiunque può apprezzare ed ora allestita, appunto, nel grande edificio storico nelle immediate vicinanze del Duomo, includente una cappella, una biblioteca, refettori e uffici di organizzazioni religiose, appartamenti di sacerdoti e una galleria fotografica che, come c'era da aspettarsi, sta facendo discutere. A rendere particolarmente piccante la mostra, denominata Against Gravity e consistente in una raccolta delle opere di August M. Zoebl, fotografo e medico, sono soprattutto due scatti. Il primo, intitolato Pietà, la prima luce nella tomba di pietra: un essere umano!, ritrae una modella in topless che copre l'addome nudo con un abito, in un chiaro richiamo alla Pietà michelangiolesca; a chi volesse saperne di più, la didascalia spiega che si tratta di «immagini esplosive che servono a comunicare il messaggio senza precedenti della resurrezione». Ora, il richiamo alle «immagini esplosive» non solo è giustificato, ma pare perfino superfluo: ma la resurrezione, invece, che c'entra? Non è chiaro. Allo stesso modo, alla luce del contesto religioso e teoricamente cattolico della mostra, appare fuori luogo la seconda fotografia che tante perplessità sta sollevando: chiamata Occidente incontra Oriente - Angelo custode bacia Sfinge, mostra una fornicazione saffica tra due modelle. A conferire un ulteriore tocco surreale ad Against Gravity, inaugurata da qualche settimana ed aperta ai visitatori fino a gennaio 2019, c'è un elemento che il vaticanista Marco Tosatti ha giustamente rimarcato, e cioè il fatto che, fino a prova contraria, il tutto risulta accessibile pure ai bambini, senz'alcun limite di età. Proprio così. A questo punto, alcuni si chiederanno se per caso nella chiesa austriaca non siano tutti impazziti. Un dubbio condivisibile, anche se la verità è che da quelle parti iniziative che ai più appaiono bizzarre non fanno più notizia da un pezzo. Nella diocesi guidata dal cardinale Christoph Schönborn, teologo un tempo collaboratore di Ratzinger che da anni ha fatto del progressismo la sua bandiera, ne sono infatti capitate di tutti i colori. Come dimenticare, tanto per fare un esempio, la trasformazione del già citato Duomo di Vienna, che oltre ad essere il simbolo della città è pure il più significativo monumento gotico del Paese, in una discoteca? Lo show è andato in scena il 5 ottobre scorso e, ancorché presentato come «preghiera ecumenica», si è tradotto in baldoria collettiva, con musicisti scatenati e una folla danzante di giovani, come attestano pure dei video facilmente reperibili in Rete. Del resto, quello per la musica non propriamente sacra è un debole che Schönborn ha da anni se si pensa che già nel novembre 2008 prese parte ad una stramba «messa disco», che poco dopo gli costò un ammonimento da parte della Congregazione per il culto divino. Ad ogni modo, non si creda che quanto accade in Austria sia solo merito o responsabilità del suo primate, dal momento che anche altri prelati si distinguono o si sono distinti in imprese poco ortodosse. Come ha fatto monsignor Wilhelm Krautwaschl, vescovo di Graz il quale, nel giugno dello scorso anno, ha partecipato a una sfilata sfoggiando sulla passerella una talare bianca, davanti tra l'altro alle telecamere dell'emittente anticlericale Orf. E tempo addietro è stata proprio la diocesi di Graz, guarda caso, a conferire un premio a «Occidente incontra Oriente», la foto osé ora esposta a Vienna. Per quanto scandalosa, Against Gravity altro non è, dunque, che l'ultima trovata di una Chiesa che appare ormai irresistibilmente attratta da tutto ciò che è assai trasgressivo e poco evangelico. Non c'è più religione, si diceva un tempo per denunciare la decadenza dei costumi tradizionali. Il problema della Chiesa austriaca e non solo, però, pare molto più serio. Oltre all'elemento devozionale, se ne sono infatti andati anche la decenza e il senso del ridicolo. Non basta più pertanto sperare in un ravvedimento dei pastori affinché sappiano tornare ad occuparsi del loro gregge come si conviene. Qui serve un miracolo.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 25 giugno con Carlo Cambi
Il segretario generale della Nato Mark Rutte (Ansa)
«Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Quindi si tratta di un numero enorme», ha dichiarato Rutte, riferendosi alle ripetute accuse mosse da Donald Trump all’Alleanza atlantica di non aver fatto abbastanza nel conflitto iraniano. «Se si guarda a tutta l’Europa, si parla di un numero compreso tra 4.000 e 5.000 missioni di volo», ha aggiunto.
Parole, quelle di Rutte, che, in Italia, hanno portato l’opposizione ad accusare Giorgia Meloni di essersi politicamente riallineata alla Casa Bianca. «Quello di Trump è solo un richiamo all’ordine per un governo che ha sempre detto sì: 500 aerei partiti dall’Italia per una guerra illegittima in Iran in cui Netanyahu ha trascinato Trump e che ha danneggiato pesantemente l’economia italiana», ha tuonato Giuseppe Conte, chiedendo che la Meloni riferisca in Parlamento. Su una linea simile si è collocato il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano. «Le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, esigono un immediato chiarimento dal governo».
«Il governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche», ha replicato il ministero della Difesa italiano in un comunicato. «Sorprende che il segretario della Nato, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati», ha proseguito. «Non ho problemi a riferire in Aula ciò che abbiamo scritto nel comunicato della Difesa», ha anche specificato Guido Crosetto. Evidentemente conscia delle fibrillazioni provocate, l’Alleanza atlantica, poco dopo, ha gettato acqua sul fuoco. «Il tipo di supporto a cui si riferiva il segretario generale Mark Rutte riguarda la logistica o l’assistenza tecnica», ha affermato un portavoce della Nato.
Insomma, il caso, in sé stesso, sembra chiuso. Vale tuttavia la pena di interrogarsi sul suo senso politico. Perché Rutte ha fatto quelle dichiarazioni? Per provare a dare una risposta, bisogna probabilmente guardare alla tempistica. Rutte ha parlato poco prima non solo del vertice E5 ma anche dell’incontro che egli stesso avrebbe tenuto ieri, alla Casa Bianca, con Trump. Un Trump che, negli ultimi mesi, è diventato sempre più critico della Nato, tacciandola di non aver fornito adeguata assistenza agli Stati Uniti nel conflitto contro l’Iran. Non a caso, di recente, il presidente americano è tornato a ipotizzare un addio di Washington all’Alleanza atlantica.
È quindi in questo contesto che Rutte è venuto a muoversi. Il segretario generale sta cercando di raffrenare il deterioramento delle relazioni transatlantiche. In tal senso, oltre ad aver dato il proprio endorsement all’operazione militare statunitense contro il regime khomeinista, sta tentando di convincere Trump che, alla fine dei conti, gli alleati europei si sarebbero mostrati più proattivi di quanto asserito dalla Casa Bianca. In quest’ottica, pur muovendosi magari un po’ goffamente ed esponendo Roma sul fronte della sicurezza, l’intento di Rutte era probabilmente quello di aiutare la Meloni a ricucire con il presidente americano, dopo le polemiche degli scorsi giorni. Al segretario generale non sfugge certo che, almeno fino ad aprile, l’inquilina di Palazzo Chigi era l’unica leader dell’Europa occidentale a godere di una sponda salda con Trump. In tal senso, Rutte spera oggi che una loro eventuale pacificazione possa aiutarlo nel suo intento di rimettere in sesto le relazioni transatlantiche, salvaguardando la Nato in vista del vertice di luglio ad Ankara.
Del resto, è vero che l’intervista a Fox News ha scatenato le opposizioni contro Palazzo Chigi. Ma è altrettanto vero che queste polemiche potrebbero rafforzare la posizione della Meloni agli occhi del presidente statunitense. A Washington ricordano bene il governo giallorosso e la sua linea apertamente filocinese: fu infatti la prima amministrazione Trump, tra il 2019 e il 2020, a mostrare irritazione nei confronti dell’esecutivo Conte II a causa del dossier Huawei. A questo si aggiunga che, intervistata da Maurizio Belpietro l’altro ieri al Giorno della Verità, la Meloni ha tenuto una posizione tutt’altro che ostile a Washington. «Non cambio idea su quanto sia importante mantenere solido il rapporto tra Stati Uniti ed Europa», ha detto, per poi sostenere, in linea con Trump, che l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare. Del resto, ieri, lo stesso ambasciatore statunitense a Roma, Tilman Fertitta, oltre a definire «eccellente» il lavoro della premier, ha dichiarato: «Posso confermare che abbiamo un accordo bilaterale con l’Italia da decenni, in base al quale ci sosteniamo a vicenda, e ho sempre visto entrambe le parti rispettare i propri impegni». Il sospetto allora è che Pd e Movimento 5 Stelle, storicamente vicini a Parigi e Pechino, temano una possibile ricucitura della Meloni con la Casa Bianca. Probabilmente è questa - e non l’eventuale coinvolgimento indiretto dell’Italia nel conflitto iraniano - la ragione della loro levata di scudi a seguito delle parole di Rutte.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (@Michele Silvestro)
Né americani, né italiani, come invece accadde nel marzo del 1999 quando a Palazzo Chigi governava Massimo D’Alema (e Sergio Mattarella era vicepremier). Francesco Cossiga, che quell’esecutivo tenne a battesimo, spiegò che la nomina di Baffino si era resa necessaria perché l’allora segretario dei Ds era l’unico uomo della sinistra capace di fare partecipare l’Italia all’operazione militare della Nato in Serbia. Dunque, la nostra aeronautica, senza che vi fosse un mandato parlamentare, bombardò un Paese sovrano con cui l’Italia aveva tutto sommato buone relazioni, per assecondare il volere di Bill Clinton, presidente a stelle e strisce ma soprattutto icona della sinistra.
Ecco, nonostante un simile precedente, cioè con un aggiramento delle Camere che avrebbe dovuto imporre per ragioni di decenza un minimo di cautela, ieri i compagni hanno deciso di usare le parole del segretario della Nato Mark Rutte per scagliarle contro il governo, accusato di aver concesso le basi italiane per le operazioni militari contro Teheran. Rutte, rispondendo a Donald Trump, ha negato che l’Europa non abbia aiutato gli Stati Uniti, aggiungendo che da diversi Paesi della Ue erano partiti migliaia di voli diretti in Iran e citando a questo proposito anche l’Italia. Da quel che si capisce, l’ex premier olandese nemmeno sa quel che dice, almeno per quanto riguarda le nostre basi. Infatti, non solo nessun caccia bombardiere diretto nel Golfo è decollato dall’Italia, ma le centinaia di voli di cui ha parlato il segretario Nato semplicemente non esistono. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha smentito ogni attività in conflitto con la Costituzione, che con l’articolo 11 ripudia la guerra (proprio quello che fu aggirato nel 1999), e a quanto pare si è detto disponibile a mostrare, inviandolo anche all’opposizione, l’elenco dei voli americani transitati dagli aeroporti italiani. Insomma, a differenza di 27 anni fa, nessuno ha fatto partecipare il nostro Paese a operazioni di guerra all’insaputa degli italiani. Fine della questione? Probabilmente sì, anche se la sinistra s’appiglia a ogni argomento pur di avere un po’ di visibilità.
E a proposito di questioni sollevate strumentalmente, da giorni si discute dei fondi Safe, ovvero di quei finanziamenti messi a disposizione dalla Ue per il cosiddetto Security action for Europe. Un piano per la difesa, sostenuto da soldi erogati da Bruxelles. Crosetto, si dice, li reclama per poter comprare missili e carri armati. Giancarlo Giorgetti, che da ministro dell’Economia bada a tenere stretto il portafogli, si racconta sia recalcitrante. In realtà, come ha spiegato bene martedì il titolare del Mef durante il «Giorno della Verità», la questione si riduce al tasso d’interesse e alle regole imposte a chi accetta i miliardi del Safe. Se sono convenienti per l’Italia si possono prendere, diversamente conviene finanziarsi sul mercato. «Ogni 15 giorni l’Italia emette nuovi titoli e c’è la fila a sottoscriverli anche da parte di Paesi che non lo hanno mai fatto», ha detto Giorgetti. Il senso è chiaro: non ci sono solo i fondi Safe, il nostro Paese può fare anche da sé, perché sui mercati finanziari ha riconquistato la credibilità e i 70 punti di spread lo dimostrano, allontanando il periodo in cui sfondarono quota 500.
Del resto, che sia una questione di interessi e di regole lo si capisce anche guardando l’esito dei fondi Pnrr. Sembravano regalati, ma quando pochi giorni fa si sono tirare le somme abbiamo avuto la prova non solo che sono a debito, ma che oltre al rimborso del capitale si deve pagare una quota aggiuntiva di alcuni miliardi. Senza contare che oltre ai tassi c’è la tassa Bruxelles da saldare, ovvero le regole che la Ue ogni volta prova a imporre per metterci il guinzaglio. Insomma, a differenza di ciò che ci si vuol far credere, Safe non sta per sicurezza, a meno che non si intenda che la fregatura è sicura.
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