2019-02-06
Barba, nuova ossessione maschile. Giro d'affari da 166 milioni di euro
Vecchie poltrone, rasoi a lama lunga, insegne luminose con gli stessi colori a illuminare le strade. I barbieri, o «barber shop» come la moda hipster ha insegnato a chiamarli, sono fioriti a ogni angolo del globo, portandosi appresso un tricolore bianco, blu e rosso diventato simbolo della rinascita.
Secondo
Forbes, tra il 1992 e il 2012 i negozi per uomini, dove farsi acconciare la barba anziché tagliarla di proprio pugno a casa, avevano perso il 23% circa del proprio volume d'affari. Dato, questo, che avrebbe cominciato a risollevarsi un anno più tardi, nel 2013, quando gli hipster hanno imposto al mondo un nuovo modello di eleganza maschile. Da allora, quella di barbiere è diventata la professione con la più veloce crescita degli Stati Uniti, dove si stima che entro il 2020 il mercato relativo alla cura dell'uomo possa raggiungere i 26 miliardi di dollari annui. Testimoniando come il binomio tra bellezza e uomo abbia cessato di essere un tabù.
Carlos Aguilar, proprietario di un ristorante a Houston, intervistato da Forbes ha ammesso di spendere 120 dollari al mese per concedersi, una volta ogni due settimane, i propri 45 minuti di cure estetiche. Tagliare la barba non è che uno dei trattamenti cui il barbiere sottopone i propri clienti. Nel mezzo ci sono oli, massaggi, creme, profumi e gel per assicurare al proprio pelo la giusta fissità.
Hiroshi Vitanza, fondatore della Barber mind e della Barber mind training, la prima accademia online italiana, ha creato linee atte a soddisfare le più varie esigenze. Tra queste, spicca la Bepop, la cui fonte d'ispirazione si nasconde nella New York anni Quaranta. Il kit è composto da shampoo, olio e balsamo formulati con olio di tsubaki, ottenuto dalla pigiatura a freddo dei semi della camelia japonica. Conosciuto in Oriente sin dai tempi più antichi, è stato recuperato per via della consistenza setosa, capace di farlo penetrare a fondo, nutrendo e arricchendo pelle e pelo senza però ungerli. Cosa, questa, chiesta a ogni kit che si rispetti.
L'uomo medio, secondo i più recenti studi, non vuole vedere alterate le proprie caratteristiche maschili, né vuole coprire la pelle, i capelli o la barba con una moltitudine di prodotti oleosi e appiccicaticci. Quel che vuole sembra essere l'esaltazione della propria bellezza naturale, alla quale, in fin dei conti, bastano pochi, validi strumenti. Un kit degno di questo nome deve contenere un buono shampoo e un buon balsamo specifici per la barba. Poi, un pettinino o una spazzola che aiutino a stendere in maniera uniforme l'olio e, infine, cere modellanti, una per i capelli e una per la barba. I migliori, in commercio, accanto a quelli tradizionalmente offerti dalla Proraso, presente nell'88% delle barberie in Italia, sono venduti da The ultimate beard grooming kit, al cui interno è possibile trovare un pettinino in legno di noce, adatto per chi porta la barba lunga, e il kit barba e baffi proposto da Renée Blanche, nel quale il pettinino è sostituito da una spazzola con setole in cinghiale. I costi, nel caso di Renée Blanche, sono facilmente sostenibili. Per un kit completo, disponibile anche su Amazon, è possibile spendere meno di 30 euro, cifra che non basta invece a fare propri i prodotti lusso.
Un litro di shampoo a marca Barba italiana può arrivare a sfiorare i 50 euro, mentre un flacone da 50 millilitri di olio da barba biologico vegano, firmato da The pure collection con lo scopo di fare crescere una «barba attraente e virile», può toccare i 112 euro.
Ad approfittare per primo della tendenza spendacciona tutta maschile è stato
David Beckham che, dopo aver sdoganato il maschio metrosexual che non disdegna cremine e cure estetiche, ha lanciato House 99, una linea beauty rivolta esclusivamente agli uomini. House 99, composta (anche) da un comporto social nel quale ciascun cliente può chiedere e dare suggerimenti di natura estetica, si articola su diversi prodotti. Ci sono creme idratanti per il viso e altre studiate per chi - come Beckham - è ricoperto di tatuaggi. Ci sono balsami per i capelli e la barba, come quelli già proposti - tra gli altri - da Bullfrog e Depot. E ci sono le fragranze perché, come documentato dal Centro studi di cosmetica Italia, nel 2016 sono stati circa 402 i milioni di euro spesi per assicurarsi il profumo migliore.
Lo stesso anno, gli uomini hanno fagocitato il 24% del fatturato relativo al comparto bellezza in Italia, spendendo, approssimativamente, 166 milioni di euro totali, di cui 69 per saponi e prodotti da barba, 41 per la cura della pelle e 56 per i dopobarba.
Claudia Casiraghi
La barba? «Dà sicurezza, autorità e saggezza».
C'è la media lunghezza, quella da hipster e quella invernale, la cosiddetta business beard e la bun beard, quella spessa e quella da principiante. Parliamo di barbe, trend in fortissima ascesa al punto che è ormai raro trovare un uomo che non l'abbia adottata. La barba può ormai essere considerata l'accessorio maschile per eccellenza, l'elemento di maggior risalto del fascino da macho, non necessariamente da duro ma anche dolce, sensibile e colto. C'è perfino una ricerca che dice che i volti maschili più attraenti sono quelli con la barba rispetto alle facce ben rasate.
«Sono cicli», spiega Stefano Lippi, direttore didattico dell'accademia Proraso, «Nel passato medievale e rinascimentale erano tantissimi gli uomini con la barba. La barba dà sicurezza, autorità, conferisce un'espressione di maturità e di saggezza. E guardando alla storia sono più le statue di uomini barbuti che senza. L'uomo un po' per gioco e tanto per pigrizia ha iniziato a sperimentare questo tipo di moda».
Sembrerebbe una contraddizione: erano spariti i barbieri quando gli uomini si rasavano e ora che portano la barba lunga è tornato anche di moda il lavoro del barbiere. «Gestire la barba lunga non è semplice, il barbiere conosce la tecnica di taglio, i prodotti che vanno usati. Andando incontro alle esigenze dei clienti ora lavorano in un ambiente completamente diverso da quello di un parrucchiere unisex. Prima i 9 maschi andavano dal parrucchiere da donna, ora vanno dal barbiere dove non attendono ore, vengono accolti e coccolati. Noi in Italia siamo un'eccellenza. Proraso lavora con i barbieri e le barberie dal 1948 e ne abbiamo seguito tutta l'evoluzione. Siamo presenti nell'88% dei barbieri in Italia. Abbiamo portato barbieri a New York , in Inghilterra, perfino in Sudafrica contribuendo a questo grande cambiamento». Conseguenza del fatto che l'universo maschile verso lo specchio ha cambiato atteggiamento.
«Gli uomini si amano, si piacciono e si curano molto di più. Da una ricerca svolta da Gillette gli uomini passano 16 minuti al giorno in bagno dedicandoli alla propria bellezza. Tutti gli anni si guadagna un minuto. Le fasce più mature si curano sempre allo stesso modo ma gli adolescenti, i Millennials si danno da fare per il piacere di piacersi e di sperimentare. La fascia che va dai 35 ai 45 anni ha dato una mano per quanto riguarda i prodotti per la cura della barba».
E, in effetti, i prodotti sono davvero tanti. Chissà se servono proprio tutti. Quali consigli per avere una barba curata? «Primo, lavarla con un detergente apposito, guai a usare il sapone per le mani. Ci sono detergenti che contengono ammorbidenti che non seccano. Seconda mossa, spazzolarla o pettinarla per sciogliere i nodi e gestire le lunghezze. Poi, balsamo oppure olio protettivo e si è a posto. Una volta al mese uno scrub leggero in modo da togliere le impurità dall'epidermide e ogni tre/quattro settimane l'appuntamento dal barbiere per una regolata. Il perfetto uso degli attrezzi giusti esprime la professionalità». Che imparano in Accademia. «Per operare in questo mondo ci sono corsi professionali nelle scuole indicate dal Miur, riconosciute anche da Confartigianato. I corsi sono articolati su tre livelli: per giovani che sono alle prime esperienze, quello dei maestri barbieri che hanno cinque anni di esperienza e un livello di ultraspecializzazione per quanto riguarda l'affilatura dell'acciaio per rasatura con rasoio. Nel 2018 sono usciti 35 maestri barbieri e 88 barbieri. I primi, come da albo, operano da cinque anni e sono titolari d'azienda. È un punto d'eccellenza, si parla tanto di altri mestieri artigiani e poco di questo. E pensare che abbiamo tantissime richieste dall'estero per i nostri corsi».
Paola Bulbarelli
«Insegno a radersi ai newyorkesi»
Una G, una A e una P. Un gioco di lettere che si intrecciano e formano il logo di Gian Antonio Pisterzi, professione barbiere. Un lavoro che ora è tornato alla ribalta. «Fin da quando avevo 8 anni ho sempre pensato che non avrei potuto fare che questo», racconta Pisterzi. Oggi di anni ne ha 33 e i passi da gigante fatti da quando partì dal paese d'origine, Amaseno in provincia di Frosinone, si toccano con mano. Un negozio in via Montenapoleone e un altro a New York, di fronte a Wall Street. Fortuna? No, voglia di lottare.
«Aspettavo il nonno nel negozio del barbiere, passavo la scopa, facevo gli shampoo. Una volta il barbiere faceva anche il sarto, toglieva i denti, eseguiva piccoli interventi. È tutt'oggi una vera istituzione. I carabinieri, se hanno bisogno di informazioni, vanno da lui». Prima tappa fuori dai confini della provincia fu Roma. «Al mattino andavo a scuola, al pomeriggio in un'accademia specializzata. La grande opportunità l'ho avuta sulle navi da crociera, ma prima di essere preso dovetti frequentare diversi corsi a Londra: vendetti l'auto e la moto andando all'avventura». Il lavoro sulle navi poteva sembrare un arrivo ma così non fu. «Durante i mesi di pausa lessi un'offerta a Milano. Risposi e mi ritrovai nella barberia di Dolce & Gabbana dove rimasi un anno per poi spostarmi da Acqua di Parma».
Fino al grande salto, le sue barberie: la prima in via Montenapoleone 17 e sei mesi dopo al 55 di Wall Street. Una clientela molto diversa una dall'altra. «I clienti italiani sono più esigenti. Se c'è un pelo fuori posto te lo fanno subito notare, in America no, vanno sempre di corsa. L'uomo italiano si coccola molto di più, l'americano è nel vortice del lavoro e si affida, non fa commenti. Potremmo farlo uscire con una basetta più lunga dell'altra e non direbbe nulla. Siamo noi che gli facciamo notare imperfezioni o che lo consigliamo, mentre l'italiano sa già cosa vuole. Lì non c'è questa cultura perché la maggior parte dei barbieri americani taglia in pochi minuti a 10 dollari. Far conoscere questo lavoro Oltreoceano è una missione».
Sedersi su una delle poltrone di Pisterzi significa affidarsi alle sue mani per trattamenti straordinari: «Il nostro è un piccolo centro benessere. Il tempio medio di un trattamento va dai 45 minuti a oltre un'ora». Parola d'ordine, rilassarsi. «È come un rito: sedersi, leggere il giornale, bere un caffè o un whisky». Tutti hanno una pelle diversa, quindi bisogna adattare taglio e stile. «Oggi il trend è avere la barba lunga e il nostro lavoro è diventato di gran moda con un business pazzesco dei prodotti. Spesso è la compagna che li sceglie. La barba va a momenti. A volte si porta lunga, a volte si sente il bisogno di tagliarla. D'inverno consiglio di tenerla lunga per una sensazione di calore. Senza seguire le mode ma personalizzando le scelte, lasciando perdere le imposizioni dettate da altri».
E per quanto riguarda la rasatura? «Un lavaggio prima del rasoio per pulire la pelle con prodotti ad hoc, panni caldi aromatizzati con fragranze speziate o agrumate. Massaggio del viso con oli. Poi si fa la barba con la lama o con la forbice. Finita la rasatura altro massaggio e panno profumato per avere il viso liscio».
«Portare la barba è una moda molto italiana. Nella zona dove lavoro, a Wall Street, nessuno la porta perché i nostri clienti sono businnessmen e la loro regola numero uno è avere il viso pulito: tagliamo molto a zero. Qui a Milano c'è il servizio opposto: raramente si fa la barba completa. Se si va a Brooklyn o a Soho e in quartieri più alternativi si vedono molte persone con la barba lunga».
Progetti nel cassetto? Tanti. «Altri negozi soprattutto in America. E poi una linea di prodotti firmati Gian Antonio Pisterzi». È tornato a scuola per questo. Unico italiano, non laureato, accettato a frequentare un master alla New York university in amministrazione aziendale. Questa è l'America, bellezza. «Il mio obiettivo è andare sempre avanti e l'unico modo per farlo è studiare il mondo del business».
Paola Bulbarelli
Continua a leggereRiduci
Le botteghe continuano a crescere e i prodotti per la cura del viso valgono il 24% del comparto bellezza Gli esperti: «Per un risultato perfetto usate shampoo e oli specifici, non riciclate quelli per capelli». Stefano Lippi, direttore didattico dell'accademia Proraso, spiega come prendersi cura della barba e il perché è fondamentale istituire corsi professionali per insegnare il mestiere. Gian Antonio Pisterzi, negozi a Milano e Wall Street. «Gli italiani sanno cosa vogliono, gli americani si affidano del tutto. Faccio scoprire loro la nostra cultura del rasoio». Lo speciale contiene tre articoli. Vecchie poltrone, rasoi a lama lunga, insegne luminose con gli stessi colori a illuminare le strade. I barbieri, o «barber shop» come la moda hipster ha insegnato a chiamarli, sono fioriti a ogni angolo del globo, portandosi appresso un tricolore bianco, blu e rosso diventato simbolo della rinascita. Secondo Forbes, tra il 1992 e il 2012 i negozi per uomini, dove farsi acconciare la barba anziché tagliarla di proprio pugno a casa, avevano perso il 23% circa del proprio volume d'affari. Dato, questo, che avrebbe cominciato a risollevarsi un anno più tardi, nel 2013, quando gli hipster hanno imposto al mondo un nuovo modello di eleganza maschile. Da allora, quella di barbiere è diventata la professione con la più veloce crescita degli Stati Uniti, dove si stima che entro il 2020 il mercato relativo alla cura dell'uomo possa raggiungere i 26 miliardi di dollari annui. Testimoniando come il binomio tra bellezza e uomo abbia cessato di essere un tabù. Carlos Aguilar, proprietario di un ristorante a Houston, intervistato da Forbes ha ammesso di spendere 120 dollari al mese per concedersi, una volta ogni due settimane, i propri 45 minuti di cure estetiche. Tagliare la barba non è che uno dei trattamenti cui il barbiere sottopone i propri clienti. Nel mezzo ci sono oli, massaggi, creme, profumi e gel per assicurare al proprio pelo la giusta fissità. Hiroshi Vitanza, fondatore della Barber mind e della Barber mind training, la prima accademia online italiana, ha creato linee atte a soddisfare le più varie esigenze. Tra queste, spicca la Bepop, la cui fonte d'ispirazione si nasconde nella New York anni Quaranta. Il kit è composto da shampoo, olio e balsamo formulati con olio di tsubaki, ottenuto dalla pigiatura a freddo dei semi della camelia japonica. Conosciuto in Oriente sin dai tempi più antichi, è stato recuperato per via della consistenza setosa, capace di farlo penetrare a fondo, nutrendo e arricchendo pelle e pelo senza però ungerli. Cosa, questa, chiesta a ogni kit che si rispetti. L'uomo medio, secondo i più recenti studi, non vuole vedere alterate le proprie caratteristiche maschili, né vuole coprire la pelle, i capelli o la barba con una moltitudine di prodotti oleosi e appiccicaticci. Quel che vuole sembra essere l'esaltazione della propria bellezza naturale, alla quale, in fin dei conti, bastano pochi, validi strumenti. Un kit degno di questo nome deve contenere un buono shampoo e un buon balsamo specifici per la barba. Poi, un pettinino o una spazzola che aiutino a stendere in maniera uniforme l'olio e, infine, cere modellanti, una per i capelli e una per la barba. I migliori, in commercio, accanto a quelli tradizionalmente offerti dalla Proraso, presente nell'88% delle barberie in Italia, sono venduti da The ultimate beard grooming kit, al cui interno è possibile trovare un pettinino in legno di noce, adatto per chi porta la barba lunga, e il kit barba e baffi proposto da Renée Blanche, nel quale il pettinino è sostituito da una spazzola con setole in cinghiale. I costi, nel caso di Renée Blanche, sono facilmente sostenibili. Per un kit completo, disponibile anche su Amazon, è possibile spendere meno di 30 euro, cifra che non basta invece a fare propri i prodotti lusso. Un litro di shampoo a marca Barba italiana può arrivare a sfiorare i 50 euro, mentre un flacone da 50 millilitri di olio da barba biologico vegano, firmato da The pure collection con lo scopo di fare crescere una «barba attraente e virile», può toccare i 112 euro. Ad approfittare per primo della tendenza spendacciona tutta maschile è stato David Beckham che, dopo aver sdoganato il maschio metrosexual che non disdegna cremine e cure estetiche, ha lanciato House 99, una linea beauty rivolta esclusivamente agli uomini. House 99, composta (anche) da un comporto social nel quale ciascun cliente può chiedere e dare suggerimenti di natura estetica, si articola su diversi prodotti. Ci sono creme idratanti per il viso e altre studiate per chi - come Beckham - è ricoperto di tatuaggi. Ci sono balsami per i capelli e la barba, come quelli già proposti - tra gli altri - da Bullfrog e Depot. E ci sono le fragranze perché, come documentato dal Centro studi di cosmetica Italia, nel 2016 sono stati circa 402 i milioni di euro spesi per assicurarsi il profumo migliore. Lo stesso anno, gli uomini hanno fagocitato il 24% del fatturato relativo al comparto bellezza in Italia, spendendo, approssimativamente, 166 milioni di euro totali, di cui 69 per saponi e prodotti da barba, 41 per la cura della pelle e 56 per i dopobarba. Claudia Casiraghi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/barbe-2627704743.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-barba-da-sicurezza-autorita-e-saggezza" data-post-id="2627704743" data-published-at="1777517040" data-use-pagination="False"> La barba? «Dà sicurezza, autorità e saggezza». C'è la media lunghezza, quella da hipster e quella invernale, la cosiddetta business beard e la bun beard, quella spessa e quella da principiante. Parliamo di barbe, trend in fortissima ascesa al punto che è ormai raro trovare un uomo che non l'abbia adottata. La barba può ormai essere considerata l'accessorio maschile per eccellenza, l'elemento di maggior risalto del fascino da macho, non necessariamente da duro ma anche dolce, sensibile e colto. C'è perfino una ricerca che dice che i volti maschili più attraenti sono quelli con la barba rispetto alle facce ben rasate. «Sono cicli», spiega Stefano Lippi, direttore didattico dell'accademia Proraso, «Nel passato medievale e rinascimentale erano tantissimi gli uomini con la barba. La barba dà sicurezza, autorità, conferisce un'espressione di maturità e di saggezza. E guardando alla storia sono più le statue di uomini barbuti che senza. L'uomo un po' per gioco e tanto per pigrizia ha iniziato a sperimentare questo tipo di moda». Sembrerebbe una contraddizione: erano spariti i barbieri quando gli uomini si rasavano e ora che portano la barba lunga è tornato anche di moda il lavoro del barbiere. «Gestire la barba lunga non è semplice, il barbiere conosce la tecnica di taglio, i prodotti che vanno usati. Andando incontro alle esigenze dei clienti ora lavorano in un ambiente completamente diverso da quello di un parrucchiere unisex. Prima i 9 maschi andavano dal parrucchiere da donna, ora vanno dal barbiere dove non attendono ore, vengono accolti e coccolati. Noi in Italia siamo un'eccellenza. Proraso lavora con i barbieri e le barberie dal 1948 e ne abbiamo seguito tutta l'evoluzione. Siamo presenti nell'88% dei barbieri in Italia. Abbiamo portato barbieri a New York , in Inghilterra, perfino in Sudafrica contribuendo a questo grande cambiamento». Conseguenza del fatto che l'universo maschile verso lo specchio ha cambiato atteggiamento. «Gli uomini si amano, si piacciono e si curano molto di più. Da una ricerca svolta da Gillette gli uomini passano 16 minuti al giorno in bagno dedicandoli alla propria bellezza. Tutti gli anni si guadagna un minuto. Le fasce più mature si curano sempre allo stesso modo ma gli adolescenti, i Millennials si danno da fare per il piacere di piacersi e di sperimentare. La fascia che va dai 35 ai 45 anni ha dato una mano per quanto riguarda i prodotti per la cura della barba». E, in effetti, i prodotti sono davvero tanti. Chissà se servono proprio tutti. Quali consigli per avere una barba curata? «Primo, lavarla con un detergente apposito, guai a usare il sapone per le mani. Ci sono detergenti che contengono ammorbidenti che non seccano. Seconda mossa, spazzolarla o pettinarla per sciogliere i nodi e gestire le lunghezze. Poi, balsamo oppure olio protettivo e si è a posto. Una volta al mese uno scrub leggero in modo da togliere le impurità dall'epidermide e ogni tre/quattro settimane l'appuntamento dal barbiere per una regolata. Il perfetto uso degli attrezzi giusti esprime la professionalità». Che imparano in Accademia. «Per operare in questo mondo ci sono corsi professionali nelle scuole indicate dal Miur, riconosciute anche da Confartigianato. I corsi sono articolati su tre livelli: per giovani che sono alle prime esperienze, quello dei maestri barbieri che hanno cinque anni di esperienza e un livello di ultraspecializzazione per quanto riguarda l'affilatura dell'acciaio per rasatura con rasoio. Nel 2018 sono usciti 35 maestri barbieri e 88 barbieri. I primi, come da albo, operano da cinque anni e sono titolari d'azienda. È un punto d'eccellenza, si parla tanto di altri mestieri artigiani e poco di questo. E pensare che abbiamo tantissime richieste dall'estero per i nostri corsi». Paola Bulbarelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/barbe-2627704743.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="insegno-a-radersi-ai-newyorkesi" data-post-id="2627704743" data-published-at="1777517040" data-use-pagination="False"> «Insegno a radersi ai newyorkesi» Una G, una A e una P. Un gioco di lettere che si intrecciano e formano il logo di Gian Antonio Pisterzi, professione barbiere. Un lavoro che ora è tornato alla ribalta. «Fin da quando avevo 8 anni ho sempre pensato che non avrei potuto fare che questo», racconta Pisterzi. Oggi di anni ne ha 33 e i passi da gigante fatti da quando partì dal paese d'origine, Amaseno in provincia di Frosinone, si toccano con mano. Un negozio in via Montenapoleone e un altro a New York, di fronte a Wall Street. Fortuna? No, voglia di lottare. «Aspettavo il nonno nel negozio del barbiere, passavo la scopa, facevo gli shampoo. Una volta il barbiere faceva anche il sarto, toglieva i denti, eseguiva piccoli interventi. È tutt'oggi una vera istituzione. I carabinieri, se hanno bisogno di informazioni, vanno da lui». Prima tappa fuori dai confini della provincia fu Roma. «Al mattino andavo a scuola, al pomeriggio in un'accademia specializzata. La grande opportunità l'ho avuta sulle navi da crociera, ma prima di essere preso dovetti frequentare diversi corsi a Londra: vendetti l'auto e la moto andando all'avventura». Il lavoro sulle navi poteva sembrare un arrivo ma così non fu. «Durante i mesi di pausa lessi un'offerta a Milano. Risposi e mi ritrovai nella barberia di Dolce & Gabbana dove rimasi un anno per poi spostarmi da Acqua di Parma». Fino al grande salto, le sue barberie: la prima in via Montenapoleone 17 e sei mesi dopo al 55 di Wall Street. Una clientela molto diversa una dall'altra. «I clienti italiani sono più esigenti. Se c'è un pelo fuori posto te lo fanno subito notare, in America no, vanno sempre di corsa. L'uomo italiano si coccola molto di più, l'americano è nel vortice del lavoro e si affida, non fa commenti. Potremmo farlo uscire con una basetta più lunga dell'altra e non direbbe nulla. Siamo noi che gli facciamo notare imperfezioni o che lo consigliamo, mentre l'italiano sa già cosa vuole. Lì non c'è questa cultura perché la maggior parte dei barbieri americani taglia in pochi minuti a 10 dollari. Far conoscere questo lavoro Oltreoceano è una missione». Sedersi su una delle poltrone di Pisterzi significa affidarsi alle sue mani per trattamenti straordinari: «Il nostro è un piccolo centro benessere. Il tempio medio di un trattamento va dai 45 minuti a oltre un'ora». Parola d'ordine, rilassarsi. «È come un rito: sedersi, leggere il giornale, bere un caffè o un whisky». Tutti hanno una pelle diversa, quindi bisogna adattare taglio e stile. «Oggi il trend è avere la barba lunga e il nostro lavoro è diventato di gran moda con un business pazzesco dei prodotti. Spesso è la compagna che li sceglie. La barba va a momenti. A volte si porta lunga, a volte si sente il bisogno di tagliarla. D'inverno consiglio di tenerla lunga per una sensazione di calore. Senza seguire le mode ma personalizzando le scelte, lasciando perdere le imposizioni dettate da altri». E per quanto riguarda la rasatura? «Un lavaggio prima del rasoio per pulire la pelle con prodotti ad hoc, panni caldi aromatizzati con fragranze speziate o agrumate. Massaggio del viso con oli. Poi si fa la barba con la lama o con la forbice. Finita la rasatura altro massaggio e panno profumato per avere il viso liscio». «Portare la barba è una moda molto italiana. Nella zona dove lavoro, a Wall Street, nessuno la porta perché i nostri clienti sono businnessmen e la loro regola numero uno è avere il viso pulito: tagliamo molto a zero. Qui a Milano c'è il servizio opposto: raramente si fa la barba completa. Se si va a Brooklyn o a Soho e in quartieri più alternativi si vedono molte persone con la barba lunga». Progetti nel cassetto? Tanti. «Altri negozi soprattutto in America. E poi una linea di prodotti firmati Gian Antonio Pisterzi». È tornato a scuola per questo. Unico italiano, non laureato, accettato a frequentare un master alla New York university in amministrazione aziendale. Questa è l'America, bellezza. «Il mio obiettivo è andare sempre avanti e l'unico modo per farlo è studiare il mondo del business». Paola Bulbarelli
iStock
Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
Continua a leggereRiduci
Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
Continua a leggereRiduci