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2024-12-04
«Produrre, nonostante tutto»: gli imprenditori italiani nell'Eritrea post coloniale
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Asmara nel 1955. Dall'alto: Guido De Nadai, Emma Melotti, Roberto Barattolo (Getty Images)
La mattina del 1° aprile 1941 cambierà la vita ai circa 80 mila italiani di Eritrea. Perduta l’ultima sanguinosa battaglia, quella di Cheren, le truppe britanniche occupavano la capitale Asmara. Tutto intorno, il mondo si allontanava da quella terra del Corno d’Africa, italiana già dal 1890. L’isolamento e l’occupazione dei vincitori oscuravano la vista sul mondo entrato nelle fasi più violente della guerra. Per la popolazione, non solo quella italiana, l’unico obiettivo da perseguire nel breve termine era la mera sopravvivenza. Per gli uomini che erano stati in armi si aprivano le porte dei campi di prigionia in Kenya o in Sudan, mentre le fabbriche costruite e gestite dagli italiani durante il mezzo secolo di colonizzazione languivano prive di rifornimenti e mano d’opera. Ad aggravare la situazione, l’inflazione creata dall’introduzione della valuta d'occupazione da parte degli Alleati che aggiungeva difficoltà alla già delicatissima situazione generale. Tuttavia, pur paralizzati dagli sviluppi del conflitto e dalle minacce di quella parte di popolazione eritrea ostile alla presenza italiana, l’industria del paese si era molto evoluta negli ultimi due decenni. In tutti i campi, dalla meccanica all’agricoltura, dal tessile ai manufatti, gli imprenditori italiani avevano contribuito a creare un sistema industriale e artigianale in grado di superare i confini della colonia primigenia non soltanto nell’export verso la madrepatria, ma avviando scambi commerciali importanti con i Paesi africani confinanti a anche con quelli della Penisola araba. Tra il 1941 e il 1945 la loro opera precedente al crollo dell’Africa Orientale Italiana fu vitale per la permanenza in Eritrea sotto l’Amministrazione militare britannica. Gli Inglesi, infatti, non mostrarono particolare ostilità verso i cittadini del Paese nemico in quanto in quella fase in cui i giochi in Africa non erano ancora decisi, avevano bisogno delle capacità industriali degli italiani. L’esercito britannico, nel momento dell’occupazione, mancava di adeguati rifornimenti, per cui fu importante per il comando militare inglese attingere alle scorte italiane, sia di materiali che di beni di prima necessità. La rete industriale italiana era troppo preziosa per essere annichilita o spogliata del tutto. Le aziende degli ex colonizzatori potevano servire per alimentare le truppe di sua Maestà, curarsi delle infrastrutture danneggiate dagli eventi bellici, procurare manufatti e riparare macchinari. D’altra parte, secondo quanto stabilito dalla convenzione de L’ Aia nel 1907, gli occupanti erano tenuti a mantenere la struttura amministrativa precedente (molti funzionari italiani rimasero ai loro impieghi anche dopo la caduta della colonia) ed era loro impedito di operare saccheggi o spoliazioni. Il periodo più difficile giunse però alla fine dell’anno 1941, quando le scorte italiane finirono e quando l’Etiopia nuovamente governata dal Negus Hailé Selassié, chiuse le frontiere con l’Eritrea, mentre il risentimento antiitaliano di parte della popolazione si fece più evidente e le fabbriche mancavano di personale per ripartire dopo le deportazioni nei campi di prigionia. Fu tra il 1942 e il 1945 che si sviluppò ai massimi livelli la capacità di resilienza che caratterizzò l’imprenditoria italiana, che seppe operare in quegli anni fortemente avversi un vero e proprio «miracolo». La provvidenza giunse dal mare, o meglio, dal porto di Massaua. Qui i tedeschi, prima della ritirata, avevano lasciato all’ancora 11 piroscafi pieni di merci e materiali vari. Fu dalle stive di quelle navi ex alleate dell’Asse che fu possibile per gli imprenditori italiani trarre almeno un po’di linfa per ripartire, sotto gli occhi indifferenti ma tuttavia tolleranti degli Inglesi. La scuola di sopravvivenza italiana, inoltre, era stata inconsapevolmente forgiata dal regime fascista con l’imposizione dell’autarchia seguita alla guerra d’Etiopia. Già prima della guerra mondiale, infatti, le aziende presenti in Eritrea avevano imparato a sfruttare materie e tecniche alternative per limitare la dipendenza dalle importazioni e ridurre il peso delle sanzioni. Un esempio su tutti fu la capacità di ricondizionamento degli pneumatici per i camion, praticato già prima della guerra dagli impianti eritrei della Pirelli. Dal 1941 le materie prime e i ricambi vennero a mancare, mentre i britannici batterono all’asta diversi macchinari installati negli anni della colonia italiana oppure li impiegarono altrove, per scopi bellici. Un esempio della parziale spoliazione fu l’asportazione dei motori della teleferica Massaua-Asmara, allora la più lunga del mondo con i suoi 75 km di linea. L’amministrazione militare britannica la considerò preda di guerra anche se fu sempre usata per scopi civili ed iniziò la rimozione delle parti meccaniche (motori diesel ed elettrici) troncando così un’importante arteria di scambio merci tra la capitale ed il porto di Massaua, un tempo strabordante di navi. A questa carenza di beni essenziali e di manodopera, all’opera degli Inglesi se non ostili quantomeno indifferenti alla sorte degli italiani d’Etiopia, gli imprenditori dell’ex colonia africana risposero con le braccia e con l’ingegno. Affrontando un progressivo spopolamento dovuto ai rimpatri, rischiando la vita a causa delle aggressioni degli Sciftà (i predoni spesso sobillati dalle fazioni anti-italiane) e isolati dal resto del mondo e dalla madrepatria che stava per affrontare il dramma della guerra civile e della divisione tra il Nord della Rsi e il Sud dove avanzavano gli Alleati, i lavoratori italiani si ingegnarono per sopravvivere. Vi fu chi produsse i chiodi e la minuteria fondendo rottami bellici come i fratelli Francesco e Teodoro Magnotti e chi produsse a mano, come Luigi Audisio e Giorgio Gintili i pezzi di ricambio degli autocarri Fiat 634, fondamentali per la movimentazione delle merci. Vincenzo Costa, imprenditore meccanico dal 1936, si occupò di costruire motopompe e macchine agricole dai residuati bellici. Mancavano anche i fiammiferi, ai quali pensò Agostino Borello, ricavando il fosforo dalla cottura delle ossa animali ed arrivando a produrre fino a 300.000 scatole che in parte vendette anche agli Inglesi. Lo stesso settore fu diviso con l’ex ingegnere Pirelli Aldo Maderni, che risalì alla formula chimica per la produzione delle teste dei fiammiferi ottenendo le materie prime dalle stive dei piroscafi tedeschi di Massaua. Per la produzione delle scatole usò le vecchie cartoline propagandistiche dell’Africa Orientale Italiana, soluzione che creò qualche problema con l’autorità militare inglese per sospetta apologia del fascismo e con la Chiesa a causa delle nudità delle «belle abissine» riprodotte sulle scatole dell’azienda da lui fondata, la Ifma (Industria fiammiferi Asmara). Nelle risorse naturali del Paese gli italiani trovarono linfa vitale, come nel caso dello sfruttamento della palma «dum» (Hyphaene thebaica) utilizzata interamente, dal legno ai frutti ai semi, per scopi diversi: dalla produzione di basi alcooliche ai tessuti fino all'utilizzo degli scarti della lavorazione per i mangimi destinati al prezioso bestiame da allevamento. Fu talmente fervida l’attività industriale italiana negli anni di guerra che nel 1943 gli imprenditori si riunirono organizzando la M.a.p.e., la Mostra delle Attività Produttive di Eritrea, generando ammirazione tra i comandi britannici. Gli anni che seguirono la fine della guerra furono invece i più difficili per gli imprenditori italiani: la fine del ruolo strategico militare dell’Eritrea nel teatro bellico e l’incertezza sul futuro del Paese stretto tra incognite che spaziavano da un’annessione all’Etiopia, ad una federazione con Addis Abeba o ad una amministrazione fiduciaria italiana generarono una paralisi politica ed economica. Da un punto di vista finanziario gli imprenditori italiani, non potendo contare sull’aiuto dell’Italia prostrata dalla guerra, subirono anche una stretta creditizia quando le banche italiane si ritirarono lasciando il posto al colosso Barclays, poco incline a concedere finanziamento agli ex colonizzatori. In quei difficili anni, la curva della popolazione italiana in Eritrea segnò l'inizio del declino. Ma i pochi che rimasero erano determinati a proseguire nelle proprie attività imprenditoriali in una terra nella quale avevano investito tutto.
Nel settore delle bevande alcoliche, in particolare della birra, dal 1942 nacque l’astro di Luigi Melotti. Ex ingegnere civile, si era occupato della rete stradale nel Corno d’Africa. Dopo la caduta di Asmara, Melotti sperimentò la fermentazione della birra che in breve tempo riuscì a produrre industrialmente, aprendo parallelamente una vetreria. La sua birra diventerà presto la più amata e bevuta di Eritrea e non solo, visto che la sviluppata capacità produttiva permetterà l’export negli Stati confinanti e nella penisola Arabica. La storia del birrificio Melotti (che oggi esiste ancora pur con il nuovo marchio di Birra Asmara ed un capitale misto pubblico e privato) è esemplare non solo da un punto di vista imprenditoriale, ma rende l’idea delle difficoltà estreme che gli italiani a capo delle aziende eritree tra gli anni ’40 e ’50 dovettero affrontare. Luigi Melotti moriva prematuramente nel 1946, senza aver indicato un successore. Fu così che le redini del birrificio e della vetreria furono prese dalla moglie Emma, una donna che fino a quel momento tragico aveva fatto parte della mondanità asmarina. Oltre all’oggettiva difficoltà di inserimento ai vertici dell’azienda, nel cui percorso fu fortunatamente aiutata da validi collaboratori del marito sia italiani che eritrei, Emma Melotti ebbe a sopportare un’ulteriore tragedia, non infrequente nella comunità italiana negli anni della distratta amministrazione militare britannica. Il 26 aprile 1951 il cognato di Emma, Rodolfo Melotti, cadeva in un’imboscata sciftà al confine con il Sudan lasciando la vedova del fratello Luigi completamente sola alla guida dell’azienda. Ritroveremo Emma Melotti nelle cronache due anni più tardi ancora saldamente al timone, intervistata per il Corriere della Sera da Indro Montanelli. Il grande giornalista ne descriveva il carattere schivo e quasi impacciato, ancora influenzata dal suo status di «signora» della borghesia industriale. Minuta e timida, Emma si trasformava una volta entrata nel ruolo di capitano di impresa, risultando autorevole e quasi aggressiva, come raccontò Montanelli che durante la visita al birrificio assistette ad una sua telefonata di lavoro. E l’esempio di Emma Melotti è paradigmatico per quanto riguardava l’elemento femminile nel mondo del lavoro nell’Eritrea post coloniale. Le donne, molto prima che nel mondo occidentale, presero parte alle attività produttive raggiungendo tra gli anni Cinquanta e Sessanta un livello di emancipazione in tanti casi superiore a quello europeo. Il birrificio Melotti fiorì negli anni della federazione tra Etiopia e Eritrea e in seguito anche dopo l’annessione sotto Hailé Selassié. L’azienda sarà nazionalizzata dopo il colpo di stato del Derg, guidato da Menghistu e riaperta soltanto nel 1991 dopo la riconquista dell’indipendenza eritrea. La famiglia Melotti, un’istituzione per decenni all’Asmara, rimase al centro della mondanità cittadina e la villa di proprietà, costruita nel 1964 su progetto di Luigi Vietti. La sontuosa proprietà, disegnata dall’architetto che creò la Costa Smeralda dell’Aga Khan, fu un punto di riferimento per diplomatici, politici e industriali italiani ed esteri. La storia della villa battezzata «Cyprea» seguirà le sorti politiche del Paese, venendo purtroppo distrutta nel 2006 sotto il regime di Isaias Afeworki.
Molte furono le imprese italiane nate e sviluppatesi nei cosiddetti anni d’oro dell’Eritrea, tra la fine dell’amministrazione militare britannica, la federazione con l’Etiopia e anche dopo l’annessione del 1962. Alcune di queste realtà industriali raggiunsero ragguardevoli dimensioni, nonostante l’assottigliamento progressivo della comunità italiana che alla metà degli anni ’60 arrivava a malapena a 7.000 persone, che tuttavia erano in grado di dare lavoro a circa 60.000 eritrei. Le realtà industriali di rilievo guidate da italiani erano alla metà degli anni Sessanta oltre 60. Tra le aziende maggiormente sviluppate, vi erano quelle legate ai prodotti della terra. Non solo alimentari, ma anche produttrici di materie prime per la trasformazione da parte dell’industria tessile. Esemplare in questo campo fu il cotonificio Barattolo, una realtà industriale nata dall’opera di Roberto Barattolo nel 1956. In Eritrea dal 1934, aprì inizialmente una piccola attività di commercio. Alla caduta della colonia fu fatto prigioniero dagli inglesi. Dopo la liberazione, riuscì abilmente a entrare in contatto con le autorità britanniche ed alcuni finanziatori statunitensi che gli permisero di realizzare importanti investimenti nella coltura estensiva del cotone e in seguito nel 1952 negli impianti tessili di Godaif, quartiere dell’Asmara. Nel decennio successivo l’azienda tessile ebbe uno sviluppo impressionante, arrivando ad impiegare migliaia di lavoratori e diffondendo in Africa Orientale milioni di capi colorati e accessori per il vestiario. La sorte del cotonificio seguì quella di molte altre aziende italiane quando il colpo di Stato del 1975 portò alla nazionalizzazione forzata e lo stesso fondatore Roberto Barattolo, privato della proprietà, fu costretto a rimanere come supervisore dopo avere avuto il passaporto ritirato dai militari filomarxisti di Menghistu. Oggi quello che fu il grande cotonificio rivive grazie alla guida di un altro italiano, Giancarlo Zambaiti. Nel 2004 rilevò per la cifra simbolica di un dollaro quel che rimaneva del cotonificio Barattolo. Dopo importanti investimenti, ha ripreso la produzione di capi di abbigliamento sotto il brand di Za.Er (Zambaiti Eritrea). Oggi la fabbrica offre una serie di benefit per i lavoratori e per i loro figli, come l’asilo nido ed è guidata da Pietro Zambaiti, figlio del fondatore.
Nel settore agroalimentare non si può dimenticare la storia industriale nata dal lavoro italiano nella zona di Elaberet, a Nord della capitale Asmara in direzione di Cheren. La terra fu sfruttata fin dai primi anni della colonia e sviluppata dalla famiglia di Pietro Casciani, e alla morte del fondatore nel 1942, dai due figli Felice e Filippo. Specializzati nell’agricoltura e nell’allevamento bovino, in particolare l’azienda si occupò della trasformazione delle fibre ottenute dall’agave per la realizzazione di cordame e tessuti. Alla fine degli anni Cinquanta, nel capitale entrò un altro tra gli italiani che ebbero un ruolo preminente nell’economia dell’Eritrea post coloniale, Guido De Nadai. Veneto di Cavaso del Tomba in provincia di Treviso, giunse in Etiopia alla metà degli anni ’30 come Casciani. Figlio di un commerciante di frutta e verdura, rilevò l’attività del padre scomparso assieme al fratello Ottorino, che stabilì a Udine la sede logistica. Ambizioso, a 24 anni Guido vide nelle colonie l’opportunità per allargare il giro di affari dell’azienda di famiglia e in Eritrea stabilì un centro di esportazione di frutta con l’Italia. Gli eventi bellici paralizzarono momentaneamente l’attività ma nel 1948, quando i traffici commerciali ripresero sotto l’amministrazione britannica, si dedicò all’export con la vicina penisola araba, potenziando l’attività con l’acquisto di celle frigo e di una nave. Nel 1956 la crisi di Suez interruppe per la seconda volta l’ascesa di De Nadai, come fu dopo la caduta della colonia del decennio precedente. Inarrestabile, l’imprenditore veneto mise allora gli occhi sulla tenuta di Elaberet gestita dai connazionali fratelli Casciani, con i quali entrò in società. L’impulso che diede il nuovo socio con i capitali disponibili fu impressionante. Opere idrauliche imponenti risolsero il problema della carenza d’acqua. L’agave non fu più la monocoltura di Elaberet. La frutta, gli ortaggi e l’allevamento presero piede assieme alla vite per la produzione del vino (la zona si trova a 1.550 m. sul livello del mare) e dal latte, De Nadai ricavò addirittura il formaggio Grana. Gli anni Sessanta rappresentarono il culmine della produzione, durante i quali l’imprenditore scampò a stento ad un attentato di predoni, prima che il nuovo decennio portasse nuove nubi cariche di tempesta su un’azienda che con l’indotto occupava 10 mila persone. Nel 1975 il regime del Derg imponeva la nazionalizzazione e De Nadai riusciva a mantenere il business spostandosi nei Paesi arabi suoi clienti di lunga data. Nel 1980 Siad Barre lo chiamava per un intervento nella grave crisi economica della Somalia, già colonia italiana. Nella nuova terra adottiva dopo una serie di grandi investimenti tecnologici la neonata Somalfruit fece impennare il settore agroalimentare nazionale fino ad una nuova crisi sfociata nella guerra civile somala alla fine del decennio. Come l’araba fenice, De Nadai non si fece cogliere impreparato e fu in grado di conquistare altri mercati in Cile e Sudafrica, diventando uno dei player mondiali del mercato della frutta. Oggi il gruppo Unifrutti, erede diretto della tenuta di Elaberet, ha sedi in ogni angolo del mondo.
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Uomini e donne alla guida delle aziende italiane in Eritrea dopo la caduta dell'Africa Orientale Italiana: una storia di sopravvivenza e resilienza durata dall'Amministrazione militare britannica alla dittatura di Menghistu.La mattina del 1° aprile 1941 cambierà la vita ai circa 80 mila italiani di Eritrea. Perduta l’ultima sanguinosa battaglia, quella di Cheren, le truppe britanniche occupavano la capitale Asmara. Tutto intorno, il mondo si allontanava da quella terra del Corno d’Africa, italiana già dal 1890. L’isolamento e l’occupazione dei vincitori oscuravano la vista sul mondo entrato nelle fasi più violente della guerra. Per la popolazione, non solo quella italiana, l’unico obiettivo da perseguire nel breve termine era la mera sopravvivenza. Per gli uomini che erano stati in armi si aprivano le porte dei campi di prigionia in Kenya o in Sudan, mentre le fabbriche costruite e gestite dagli italiani durante il mezzo secolo di colonizzazione languivano prive di rifornimenti e mano d’opera. Ad aggravare la situazione, l’inflazione creata dall’introduzione della valuta d'occupazione da parte degli Alleati che aggiungeva difficoltà alla già delicatissima situazione generale. Tuttavia, pur paralizzati dagli sviluppi del conflitto e dalle minacce di quella parte di popolazione eritrea ostile alla presenza italiana, l’industria del paese si era molto evoluta negli ultimi due decenni. In tutti i campi, dalla meccanica all’agricoltura, dal tessile ai manufatti, gli imprenditori italiani avevano contribuito a creare un sistema industriale e artigianale in grado di superare i confini della colonia primigenia non soltanto nell’export verso la madrepatria, ma avviando scambi commerciali importanti con i Paesi africani confinanti a anche con quelli della Penisola araba. Tra il 1941 e il 1945 la loro opera precedente al crollo dell’Africa Orientale Italiana fu vitale per la permanenza in Eritrea sotto l’Amministrazione militare britannica. Gli Inglesi, infatti, non mostrarono particolare ostilità verso i cittadini del Paese nemico in quanto in quella fase in cui i giochi in Africa non erano ancora decisi, avevano bisogno delle capacità industriali degli italiani. L’esercito britannico, nel momento dell’occupazione, mancava di adeguati rifornimenti, per cui fu importante per il comando militare inglese attingere alle scorte italiane, sia di materiali che di beni di prima necessità. La rete industriale italiana era troppo preziosa per essere annichilita o spogliata del tutto. Le aziende degli ex colonizzatori potevano servire per alimentare le truppe di sua Maestà, curarsi delle infrastrutture danneggiate dagli eventi bellici, procurare manufatti e riparare macchinari. D’altra parte, secondo quanto stabilito dalla convenzione de L’ Aia nel 1907, gli occupanti erano tenuti a mantenere la struttura amministrativa precedente (molti funzionari italiani rimasero ai loro impieghi anche dopo la caduta della colonia) ed era loro impedito di operare saccheggi o spoliazioni. Il periodo più difficile giunse però alla fine dell’anno 1941, quando le scorte italiane finirono e quando l’Etiopia nuovamente governata dal Negus Hailé Selassié, chiuse le frontiere con l’Eritrea, mentre il risentimento antiitaliano di parte della popolazione si fece più evidente e le fabbriche mancavano di personale per ripartire dopo le deportazioni nei campi di prigionia. Fu tra il 1942 e il 1945 che si sviluppò ai massimi livelli la capacità di resilienza che caratterizzò l’imprenditoria italiana, che seppe operare in quegli anni fortemente avversi un vero e proprio «miracolo». La provvidenza giunse dal mare, o meglio, dal porto di Massaua. Qui i tedeschi, prima della ritirata, avevano lasciato all’ancora 11 piroscafi pieni di merci e materiali vari. Fu dalle stive di quelle navi ex alleate dell’Asse che fu possibile per gli imprenditori italiani trarre almeno un po’di linfa per ripartire, sotto gli occhi indifferenti ma tuttavia tolleranti degli Inglesi. La scuola di sopravvivenza italiana, inoltre, era stata inconsapevolmente forgiata dal regime fascista con l’imposizione dell’autarchia seguita alla guerra d’Etiopia. Già prima della guerra mondiale, infatti, le aziende presenti in Eritrea avevano imparato a sfruttare materie e tecniche alternative per limitare la dipendenza dalle importazioni e ridurre il peso delle sanzioni. Un esempio su tutti fu la capacità di ricondizionamento degli pneumatici per i camion, praticato già prima della guerra dagli impianti eritrei della Pirelli. Dal 1941 le materie prime e i ricambi vennero a mancare, mentre i britannici batterono all’asta diversi macchinari installati negli anni della colonia italiana oppure li impiegarono altrove, per scopi bellici. Un esempio della parziale spoliazione fu l’asportazione dei motori della teleferica Massaua-Asmara, allora la più lunga del mondo con i suoi 75 km di linea. L’amministrazione militare britannica la considerò preda di guerra anche se fu sempre usata per scopi civili ed iniziò la rimozione delle parti meccaniche (motori diesel ed elettrici) troncando così un’importante arteria di scambio merci tra la capitale ed il porto di Massaua, un tempo strabordante di navi. A questa carenza di beni essenziali e di manodopera, all’opera degli Inglesi se non ostili quantomeno indifferenti alla sorte degli italiani d’Etiopia, gli imprenditori dell’ex colonia africana risposero con le braccia e con l’ingegno. Affrontando un progressivo spopolamento dovuto ai rimpatri, rischiando la vita a causa delle aggressioni degli Sciftà (i predoni spesso sobillati dalle fazioni anti-italiane) e isolati dal resto del mondo e dalla madrepatria che stava per affrontare il dramma della guerra civile e della divisione tra il Nord della Rsi e il Sud dove avanzavano gli Alleati, i lavoratori italiani si ingegnarono per sopravvivere. Vi fu chi produsse i chiodi e la minuteria fondendo rottami bellici come i fratelli Francesco e Teodoro Magnotti e chi produsse a mano, come Luigi Audisio e Giorgio Gintili i pezzi di ricambio degli autocarri Fiat 634, fondamentali per la movimentazione delle merci. Vincenzo Costa, imprenditore meccanico dal 1936, si occupò di costruire motopompe e macchine agricole dai residuati bellici. Mancavano anche i fiammiferi, ai quali pensò Agostino Borello, ricavando il fosforo dalla cottura delle ossa animali ed arrivando a produrre fino a 300.000 scatole che in parte vendette anche agli Inglesi. Lo stesso settore fu diviso con l’ex ingegnere Pirelli Aldo Maderni, che risalì alla formula chimica per la produzione delle teste dei fiammiferi ottenendo le materie prime dalle stive dei piroscafi tedeschi di Massaua. Per la produzione delle scatole usò le vecchie cartoline propagandistiche dell’Africa Orientale Italiana, soluzione che creò qualche problema con l’autorità militare inglese per sospetta apologia del fascismo e con la Chiesa a causa delle nudità delle «belle abissine» riprodotte sulle scatole dell’azienda da lui fondata, la Ifma (Industria fiammiferi Asmara). Nelle risorse naturali del Paese gli italiani trovarono linfa vitale, come nel caso dello sfruttamento della palma «dum» (Hyphaene thebaica) utilizzata interamente, dal legno ai frutti ai semi, per scopi diversi: dalla produzione di basi alcooliche ai tessuti fino all'utilizzo degli scarti della lavorazione per i mangimi destinati al prezioso bestiame da allevamento. Fu talmente fervida l’attività industriale italiana negli anni di guerra che nel 1943 gli imprenditori si riunirono organizzando la M.a.p.e., la Mostra delle Attività Produttive di Eritrea, generando ammirazione tra i comandi britannici. Gli anni che seguirono la fine della guerra furono invece i più difficili per gli imprenditori italiani: la fine del ruolo strategico militare dell’Eritrea nel teatro bellico e l’incertezza sul futuro del Paese stretto tra incognite che spaziavano da un’annessione all’Etiopia, ad una federazione con Addis Abeba o ad una amministrazione fiduciaria italiana generarono una paralisi politica ed economica. Da un punto di vista finanziario gli imprenditori italiani, non potendo contare sull’aiuto dell’Italia prostrata dalla guerra, subirono anche una stretta creditizia quando le banche italiane si ritirarono lasciando il posto al colosso Barclays, poco incline a concedere finanziamento agli ex colonizzatori. In quei difficili anni, la curva della popolazione italiana in Eritrea segnò l'inizio del declino. Ma i pochi che rimasero erano determinati a proseguire nelle proprie attività imprenditoriali in una terra nella quale avevano investito tutto.Nel settore delle bevande alcoliche, in particolare della birra, dal 1942 nacque l’astro di Luigi Melotti. Ex ingegnere civile, si era occupato della rete stradale nel Corno d’Africa. Dopo la caduta di Asmara, Melotti sperimentò la fermentazione della birra che in breve tempo riuscì a produrre industrialmente, aprendo parallelamente una vetreria. La sua birra diventerà presto la più amata e bevuta di Eritrea e non solo, visto che la sviluppata capacità produttiva permetterà l’export negli Stati confinanti e nella penisola Arabica. La storia del birrificio Melotti (che oggi esiste ancora pur con il nuovo marchio di Birra Asmara ed un capitale misto pubblico e privato) è esemplare non solo da un punto di vista imprenditoriale, ma rende l’idea delle difficoltà estreme che gli italiani a capo delle aziende eritree tra gli anni ’40 e ’50 dovettero affrontare. Luigi Melotti moriva prematuramente nel 1946, senza aver indicato un successore. Fu così che le redini del birrificio e della vetreria furono prese dalla moglie Emma, una donna che fino a quel momento tragico aveva fatto parte della mondanità asmarina. Oltre all’oggettiva difficoltà di inserimento ai vertici dell’azienda, nel cui percorso fu fortunatamente aiutata da validi collaboratori del marito sia italiani che eritrei, Emma Melotti ebbe a sopportare un’ulteriore tragedia, non infrequente nella comunità italiana negli anni della distratta amministrazione militare britannica. Il 26 aprile 1951 il cognato di Emma, Rodolfo Melotti, cadeva in un’imboscata sciftà al confine con il Sudan lasciando la vedova del fratello Luigi completamente sola alla guida dell’azienda. Ritroveremo Emma Melotti nelle cronache due anni più tardi ancora saldamente al timone, intervistata per il Corriere della Sera da Indro Montanelli. Il grande giornalista ne descriveva il carattere schivo e quasi impacciato, ancora influenzata dal suo status di «signora» della borghesia industriale. Minuta e timida, Emma si trasformava una volta entrata nel ruolo di capitano di impresa, risultando autorevole e quasi aggressiva, come raccontò Montanelli che durante la visita al birrificio assistette ad una sua telefonata di lavoro. E l’esempio di Emma Melotti è paradigmatico per quanto riguardava l’elemento femminile nel mondo del lavoro nell’Eritrea post coloniale. Le donne, molto prima che nel mondo occidentale, presero parte alle attività produttive raggiungendo tra gli anni Cinquanta e Sessanta un livello di emancipazione in tanti casi superiore a quello europeo. Il birrificio Melotti fiorì negli anni della federazione tra Etiopia e Eritrea e in seguito anche dopo l’annessione sotto Hailé Selassié. L’azienda sarà nazionalizzata dopo il colpo di stato del Derg, guidato da Menghistu e riaperta soltanto nel 1991 dopo la riconquista dell’indipendenza eritrea. La famiglia Melotti, un’istituzione per decenni all’Asmara, rimase al centro della mondanità cittadina e la villa di proprietà, costruita nel 1964 su progetto di Luigi Vietti. La sontuosa proprietà, disegnata dall’architetto che creò la Costa Smeralda dell’Aga Khan, fu un punto di riferimento per diplomatici, politici e industriali italiani ed esteri. La storia della villa battezzata «Cyprea» seguirà le sorti politiche del Paese, venendo purtroppo distrutta nel 2006 sotto il regime di Isaias Afeworki.Molte furono le imprese italiane nate e sviluppatesi nei cosiddetti anni d’oro dell’Eritrea, tra la fine dell’amministrazione militare britannica, la federazione con l’Etiopia e anche dopo l’annessione del 1962. Alcune di queste realtà industriali raggiunsero ragguardevoli dimensioni, nonostante l’assottigliamento progressivo della comunità italiana che alla metà degli anni ’60 arrivava a malapena a 7.000 persone, che tuttavia erano in grado di dare lavoro a circa 60.000 eritrei. Le realtà industriali di rilievo guidate da italiani erano alla metà degli anni Sessanta oltre 60. Tra le aziende maggiormente sviluppate, vi erano quelle legate ai prodotti della terra. Non solo alimentari, ma anche produttrici di materie prime per la trasformazione da parte dell’industria tessile. Esemplare in questo campo fu il cotonificio Barattolo, una realtà industriale nata dall’opera di Roberto Barattolo nel 1956. In Eritrea dal 1934, aprì inizialmente una piccola attività di commercio. Alla caduta della colonia fu fatto prigioniero dagli inglesi. Dopo la liberazione, riuscì abilmente a entrare in contatto con le autorità britanniche ed alcuni finanziatori statunitensi che gli permisero di realizzare importanti investimenti nella coltura estensiva del cotone e in seguito nel 1952 negli impianti tessili di Godaif, quartiere dell’Asmara. Nel decennio successivo l’azienda tessile ebbe uno sviluppo impressionante, arrivando ad impiegare migliaia di lavoratori e diffondendo in Africa Orientale milioni di capi colorati e accessori per il vestiario. La sorte del cotonificio seguì quella di molte altre aziende italiane quando il colpo di Stato del 1975 portò alla nazionalizzazione forzata e lo stesso fondatore Roberto Barattolo, privato della proprietà, fu costretto a rimanere come supervisore dopo avere avuto il passaporto ritirato dai militari filomarxisti di Menghistu. Oggi quello che fu il grande cotonificio rivive grazie alla guida di un altro italiano, Giancarlo Zambaiti. Nel 2004 rilevò per la cifra simbolica di un dollaro quel che rimaneva del cotonificio Barattolo. Dopo importanti investimenti, ha ripreso la produzione di capi di abbigliamento sotto il brand di Za.Er (Zambaiti Eritrea). Oggi la fabbrica offre una serie di benefit per i lavoratori e per i loro figli, come l’asilo nido ed è guidata da Pietro Zambaiti, figlio del fondatore.Nel settore agroalimentare non si può dimenticare la storia industriale nata dal lavoro italiano nella zona di Elaberet, a Nord della capitale Asmara in direzione di Cheren. La terra fu sfruttata fin dai primi anni della colonia e sviluppata dalla famiglia di Pietro Casciani, e alla morte del fondatore nel 1942, dai due figli Felice e Filippo. Specializzati nell’agricoltura e nell’allevamento bovino, in particolare l’azienda si occupò della trasformazione delle fibre ottenute dall’agave per la realizzazione di cordame e tessuti. Alla fine degli anni Cinquanta, nel capitale entrò un altro tra gli italiani che ebbero un ruolo preminente nell’economia dell’Eritrea post coloniale, Guido De Nadai. Veneto di Cavaso del Tomba in provincia di Treviso, giunse in Etiopia alla metà degli anni ’30 come Casciani. Figlio di un commerciante di frutta e verdura, rilevò l’attività del padre scomparso assieme al fratello Ottorino, che stabilì a Udine la sede logistica. Ambizioso, a 24 anni Guido vide nelle colonie l’opportunità per allargare il giro di affari dell’azienda di famiglia e in Eritrea stabilì un centro di esportazione di frutta con l’Italia. Gli eventi bellici paralizzarono momentaneamente l’attività ma nel 1948, quando i traffici commerciali ripresero sotto l’amministrazione britannica, si dedicò all’export con la vicina penisola araba, potenziando l’attività con l’acquisto di celle frigo e di una nave. Nel 1956 la crisi di Suez interruppe per la seconda volta l’ascesa di De Nadai, come fu dopo la caduta della colonia del decennio precedente. Inarrestabile, l’imprenditore veneto mise allora gli occhi sulla tenuta di Elaberet gestita dai connazionali fratelli Casciani, con i quali entrò in società. L’impulso che diede il nuovo socio con i capitali disponibili fu impressionante. Opere idrauliche imponenti risolsero il problema della carenza d’acqua. L’agave non fu più la monocoltura di Elaberet. La frutta, gli ortaggi e l’allevamento presero piede assieme alla vite per la produzione del vino (la zona si trova a 1.550 m. sul livello del mare) e dal latte, De Nadai ricavò addirittura il formaggio Grana. Gli anni Sessanta rappresentarono il culmine della produzione, durante i quali l’imprenditore scampò a stento ad un attentato di predoni, prima che il nuovo decennio portasse nuove nubi cariche di tempesta su un’azienda che con l’indotto occupava 10 mila persone. Nel 1975 il regime del Derg imponeva la nazionalizzazione e De Nadai riusciva a mantenere il business spostandosi nei Paesi arabi suoi clienti di lunga data. Nel 1980 Siad Barre lo chiamava per un intervento nella grave crisi economica della Somalia, già colonia italiana. Nella nuova terra adottiva dopo una serie di grandi investimenti tecnologici la neonata Somalfruit fece impennare il settore agroalimentare nazionale fino ad una nuova crisi sfociata nella guerra civile somala alla fine del decennio. Come l’araba fenice, De Nadai non si fece cogliere impreparato e fu in grado di conquistare altri mercati in Cile e Sudafrica, diventando uno dei player mondiali del mercato della frutta. Oggi il gruppo Unifrutti, erede diretto della tenuta di Elaberet, ha sedi in ogni angolo del mondo.
Christine Lagarde (Ansa)
Christine Lagarde nel Financial Stability Review – è il bollettino sull’andamento dell’economia che l’Eurotower pubblica due volte l’anno – manda a dire all’Italia di non esagerare con i sostegni a famiglie ed imprese per calmierare gli effetti del caro energia, perché stimoli fiscali finirebbero «mettere ulteriormente sotto pressione i conti pubblici di alcuni Paesi dell’area euro altamente indebitati» e fare alzare lo spread. Quindi Giorgia Meloni è bene non si faccia illusioni anche perché sempre la Lagarde, alla richiesta avanzata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di una flessibilità del Patto di stabilità legata al caro energia, ha seccamente risposto: «Ci sono delle regole e quelle si rispettano. Semmai in Europa è importante agire tutti insieme». Ma per ora non s’è fatto nulla.
Nel bollettino della Bce ci sono altre pessime notizie. Ammette la Lagarde che il sistema bancario ha tenuto, ma ci sono rischi di deterioramento del credito – dunque lo sa anche lei che l’economia rallenta – e a fronte di questa impennata d’inflazione l’11 giugno lei rialzerà i tassi. Al contrario di quello che fa la Federal Reserve che li tiene fermi o li abbassa perché sa che in tempi di guerra bisogna far bere il cavallo. È del tutto ovvio che Christine Lagarde dice e fa solo ciò che interessa alla Germania, ma qualcuno deve avvertirla che non tutti godono del suo stipendio. La signora si mette in tasca 726.000 euro l’anno, ma il suo stipendiuccio è soggetto a rivalutazione di circa il 5% annuo come tutti i «dipendenti» del sistema europeo. Allo stipendio base di 430.000 euro assomma 130.000 euro di missione a cui si aggiungono quest’anno 140.000 d’indennità e 26.000 euro di recupero dell’inflazione. Lei ha bisogno solo di stimoli per frequentare la toelette perché la signora che guadagna cinque volte il presidente della Fed ha la paga base rivalutata automaticamente e la piglia anche se da quattro anni la Bce (spera di tornare in utile quest’anno) è in rosso.
Bene fa Matteo Salvini a metterla alla berlina affermando: «La Bce invita a fare attenzione ai singoli éaesi a non spendere troppo per il caro energia: “Mi raccomando Italia, non aiutare troppo le famiglie”. Questa è fuori dal mondo, dal buonsenso e dall’attualità. Avanti con il suicidio tenendo conto di cinque Paesi dell’Ue che comprano petrolio dalla Russia e della Bce che non risponde a niente e nessuno». Come illustrava ieri Il Sole 24 Ore, Francia in testa, Ungheria, Bulgaria e la tanto celebrata Spagna regno delle rinnovabili continuano a comprare gas a mano franca da quel cattivone di Vladimir Putin.
Oltretutto Christine Lagarde, se da una parte fa infuriare chi campa di uno stipendio fisso, anche sul piano tecnico fa un errore madornale. Non dare sostegno ai redditi significa precipitare l’Europa e l’Italia in particolare in stagflazione, che è la peggiore pestilenza economica. Se non sostieni i redditi blocchi la domanda, se blocchi la domanda non fai aumentare il Pil. Per questa via si condanna l’Europa all’immobilismo.
A «governare» l’economia e a dire ai cittadini che devono stringere la cinghia ci sono altre due dame di denari. La prima è Ursula von der Leyen che di allentare il Patto di stabilità non ne vuole sapere, anche perché lei ha un misero salario di 40.000 euro lordi al mese che si rivaluta con un meccanismo automatico applicato a tutti i funzionari dell’Ue. La presidente della Commissione è passata da circa 28.400 euro nel 2020 ai 40.860 di oggi. La terza dama di denari è la direttrice del Fondo monetario internazionale. Kristalina Goergevia – stipendio annuo esentasse di 660.000 euro – che ieri ha pubblicato il suo report sull’Italia e scrive: «La recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili». Si vede che non fa la spesa perché non ce la fa a capire che se il trasporto costa troppo si scarica sui cartellini dei prezzi. La Goergevia ci fa sapere che «le misure per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbero essere neutrali rispetto al bilancio, e qualsiasi nuova spesa, compresa quella per la difesa, dovrebbe essere interamente compensata per salvaguardare la sostenibilità fiscale». I rimedi: non mandare la gente in pensione e rendere più efficiente la spesa pubblica contenendola perché «l’elevato livello di debito dell’Italia e la spesa per l’invecchiamento limitano le opzioni per stimolare la crescita». Parola delle tre Parche con Ursula come Cloto che fila, Kristalina-Lachesi che sorteggia chi deve morire e Christine-Atropo che taglia il filo. Alla francese viene bene ricordare Maria Antonietta. Al popolo voleva offrire le brioche; finì che le tagliarono non il filo, ma la testa.
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L’operazione odierna rappresenta la prosecuzione delle indagini economico-finanziarie condotte dal Nucleo PEF di Aosta, su delega e con il coordinamento della Procura della Repubblica, che avevano fatto emergere un articolato sistema di riciclaggio legato alla casa da gioco valdostana. Le indagini avevano inoltre portato al sequestro di denaro contante, conti correnti, disponibilità finanziarie e immobili per un valore complessivo di circa 5 milioni di euro, nei confronti di oltre trenta persone indagate, a vario titolo, per associazione per delinquere, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, riciclaggio, ricettazione e corruzione di incaricato di pubblico servizio.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, tali condotte sarebbero state rese possibili anche dall’inerzia dell’amministratore e di altri dirigenti, che non avrebbero adottato un sistema organizzativo adeguato a prevenire la commissione dei reati contestati. In particolare, sarebbero emerse significative carenze nella struttura organizzativa dell’ente, unite a un atteggiamento sostanzialmente passivo che avrebbe favorito, nel tempo, il consolidarsi di fenomeni illeciti, soprattutto in materia di corruzione e riciclaggio.
I vertici del casinò, pur non risultando direttamente coinvolti nei reati contestati, avrebbero ignorato numerosi segnali d’allarme senza intervenire in modo concreto ed efficace, omettendo di adempiere agli obblighi di controllo e segnalazione previsti anche dalla normativa antiriciclaggio.
Secondo l’impostazione accusatoria, questa condotta configurerebbe la cosiddetta «colpa di organizzazione»: la società, infatti, pur essendosi formalmente dotata di procedure e modelli di prevenzione previsti dal Decreto Legislativo n. 231/2001, non ne avrebbe garantito un’effettiva applicazione.
Alla luce di queste criticità, il Tribunale della prevenzione ha disposto un’attività di «tutoraggio» affidata a due Amministratori giudiziari nominati dalla stessa Autorità. Per un periodo iniziale di un anno, i due professionisti eserciteranno specifici poteri di amministrazione con l’obiettivo di rimuovere le carenze emerse e rafforzare i sistemi di controllo interno.
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(Ansa)
Ma c’è poco da stare allegri. Quello che salterà in aria, infatti, sarà con buona probabilità il primo anticipo d’estate degli italiani, oltre all’importante pezzo di economia italiana che ruota attorno al turismo. E di tutto ciò dovremo ringraziare le Milizie rossoverdi, gli estremisti scioperaioli, i kamikaze della contestazione senza se e senza ma. Ma soprattutto senza senso.
Si comincia stasera alle 21 con uno sciopero di treni, bus e metropolitane che proseguirà fino alle 21 di domani. Ovviamente, come da consuetudine, di venerdì, così da garantire il weekend lunghissimo a chi protesta e rovinarlo a chi deve partire. Ottimo, no? Proprio alla vigilia di quello che è ritenuto da tutti gli operatori del settore uno dei weekend più importanti dell’anno, con il maggior numero di spostamenti, che cosa viene in mente ai sindacati Usi Cit, Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas (ma, si badi bene, aderiscono anche Usi 1912, Sbm, Fisi, Fi-si)? Di certificare la propria esistenza in vita rompendo l’anima agli italiani. Certo: altrimenti chi si sarebbe mai accorto dell’esistenza di Sgb, Sbm e Adl Varese? Solo il rischio di rimanere con la valigia in mano in stazione davanti alla scritta «treno cancellato» ti fa considerare per un attimo l’esistenza di Usi Cit e Usi 1912, qualsiasi cosa essi siano. Per non dire della fondamentale differenza tra Fisi e Fi-si, su cui occorrerà un apposito trattato di storia del sindacato.
Eppure siamo qui a parlarne. Quindi hanno ottenuto il loro effetto: minacciare la serenità degli italiani che già attraversano un momento duro, tra guerra, benzina alle stelle, inflazioni e allarmismi vari. Perché togliere loro pure il sogno di tre giorni di svago? Il ritorno da mammà? Una passeggiata in montagna? La prima tintarella in spiaggia? Come se non bastasse, alla follia rossa Cub si aggiunge la follia verde degli ambientalisti, in questo caso austriaci, che nella giornata di sabato bloccheranno il Brennero dalle 11 alle 19, con gravi conseguenze sul traffico in Italia. La A22 resterà infatti chiusa da Vipiteno in su dalle 10.30 alle 20 e si prevedono ulteriori blocchi in caso di (probabilissimi) ingorghi. Tanto che il sindaco di Bolzano ha già di «limitare gli spostamenti e l’uso dell’auto privata». Meglio prendere il treno, ovvio. Ammesso che non sia ancora in sciopero.
Riassumendo, nei prossimi due giorni succederà questo:
1 si cercheranno di bloccare treni, bus e metro;
2 in ogni caso si creeranno disagi a chi usa i mezzi;
3 si paralizzerà sicuramente la A22, cioè una delle più importanti autostrade italiane;
4 si renderà off limits una delle zone a più alta intensità turistica, dall’Alto Adige fino a Verona;
5si renderà di fatto impossibile l’uso dell’automobile ai cittadini della zona;
6 si inviteranno i turisti a dirigersi altrove, dove il senno, almeno quello, non è andato in sciopero. E tutto questo perché? Qui viene il bello. Perché, è ovvio, il diritto di manifestare e di protestare è sacrosanto. Ma ci sarà pure un limite alla follia.
Cominciamo dagli ambientalisti. Protestano per l’inquinamento provocato dal traffico. E che fanno? Aumentano l’inquinamento provocato dal traffico. Grazie al loro blocco si creerà un maxi ingorgo transnazionale con effetti devastanti anche sull’ambiente, oltre che sull’economia. Non esiste un’altra forma di protesta? Possibile che le loro menti ecologiche non possano produrre qualcosa di meno dannoso per quell’ambiente che dicono di proteggere? E che non si rendano conto che, in un’Europa che fatica a stare in piedi, bloccare i commerci e il turismo in un modo così rozzo e brutale significa, di fatto, suicidarsi?
Ancor meglio però le motivazioni dello sciopero generale del trasporto di venerdì. Cito testualmente. L’astensione del lavoro viene proclamata «contro la guerra e l’aumento delle spese militari; contro lo sfruttamento sul lavoro, la precarietà e il mancato adeguamento delle retribuzioni dei lavoratori del settore pubblico e del settore privato; contro il genocidio in Palestina e la fornitura di armi a Israele; contro l’assenza di politiche sociali a cominciare dall’emergenza abitativa; contro politiche repressive dei diversi decreti Sicurezza; contro gli abusi della Commissione di garanzia, le delibere che restringono il diritto di sciopero e il tentativo di imbavagliare le lotte nel settore della logistica; contro l’assenza di politiche industriali capaci di affrontare le transizioni in corso; contro le morti sul lavoro». Per l’amore del cielo, tutto legittimo, si capisce: ma perché non metterci dentro anche la solidarietà con Cuba? E i bimbi nelle miniere in Sierra Leone?
Quando ero piccolo mia mamma mi insegnava: se vuoi ottenere qualcosa, chiedi una cosa per volta. Questi sindacalisti non hanno avuto una mamma? Come si fa a mettere insieme i decreti Sicurezza e il genocidio in Palestina, le politiche sulla casa e la guerra? E soprattutto: se si sa che non si riuscirà a ottenere nulla, perché bombardare il ponte degli italiani, insieme agli ambientalisti? Per il gusto di fare i guastafeste? Per vocazione tafazziana? O perché, a forza di bloccare treni e strade, gli si sono bloccati pure i cervelli?
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Perché lì siamo, agli incroci. L’energia è una «minaccia esistenziale», per dirla con Orsini, quindi vorremmo sapere che direzione intende prendere il governo Meloni ai seguenti incroci: 1) gas e petrolio russo, sì o no?; 2) se l’Europa fa melina su energia e burocrazia, l’Italia eserciterà il diritto di veto come pistola sul tavolo, sì o no?; 3) siamo disposti a bloccare le vendite di petrolio o suoi derivati fuori dall’Italia, sì o no?
Entriamo nello specifico, ricordando quello che Confindustria ha lasciato sull’agenda del premier (ma tu guarda se la Meloni deve pure fare il lavoro per conto di Urso, sul cui conto gli industriali ne hanno dette di tutti i colori, a ragione), in un quadro generale economico peggiorato negli ultimi dodici mesi, appesantito dalle guerre e da quella burocrazia «lunare» targata Ue. Negli ultimi tempi, su entrambe le questioni abbiamo ascoltato interventi netti, precisi e condivisibili da parte di Confindustria (con Orsini) e di Coldiretti (con Gesmundo), segno che l’Europa rischia di tenere tutti incollati nella sua stessa colla burocratica.
Chi fa impresa non può limitarsi a sognare l’Europa che verrà, ma deve fare i conti con quello che oggi passa il ricco convento di Bruxelles. Chi sta al governo, di contro, deve decidersi: se gli imprenditori hanno ragione nell’analisi, allora deve andare in Europa col coltello tra i denti anche a costo di svelare che il re è nudo; se invece ha paura di violare questo santuario, eviti finti annunci. La questione è troppo seria per concedersi alla manipolazione delle idee. È pura manipolazione, per esempio, la questione delle sanzioni sull’energia dalla Russia. Sono mesi che ci sorbiamo la morale sul fatto che non possiamo comprare energia da Putin per evitare di finanziare la sua guerra. Nel frattempo, la macchina delle forniture non si è mai fermata! E fa ridere che la propaganda anti Putin se la prenda ora con Buttafuoco ora con la coppia Pirlo-Materazzi o con i cantanti che tengono i concerti a Mosca. Nel mese di aprile, nella zona Ue abbiamo comprato 1,7 miliardi tra gas e petrolio: la parte del leone l’hanno fatta i francesi (la TotalEnergies è nell’azionariato di Novatek e di Yamal Lng, sebbene non riesca a riscuotere i dividendi) con acquisti di gnl per un valore di 413 milioni; poi l’Ungheria, che ha comprato gas e greggio per 380 milioni; il Belgio con 363 milioni di gas naturale; la Slovacchia con 228 milioni di gas e greggio; la Spagna con 181 milioni di gnl. Tutti accordi legali perché per tutto aprile 2026 erano ancora valide le importazioni basate su contratti a lungo termine. Ovviamente l’acquisto bulimico di gas e di petrolio nasce dalla necessità di affrontare le crisi di Hormuz e cripta i carichi di navi fantasma con carichi importanti che arrivano in Europa, Italia compresa. Allora perché continuiamo a far finta di nulla: c’è una retorica da difendere? Beh, è una retorica impregnata di ipocrisia visto che ovunque si sta comprando dai russi tutta l’energia possibile!
Questo è dunque uno di quegli incroci strategici: finora l’Europa ha finanziato Putin acquistando gas e petrolio forse persino più di quel che abbiamo girato all’Ucraina per difendersi. E comunque non si può pensare di sacrificare la crescita economica (l’industria italiana vale il 15% del Pil e milioni di posti di lavoro) perché non vogliamo ammettere che abbiamo bisogno di energia; a meno che non si dica che hanno diritto di stare in piedi solo le industrie del comparto Difesa.
Secondo incrocio: dall’energia alla burocrazia, stupida, fanatica, «lunare» dell’Unione europea. Lo sentiamo dire da tempo ma i burocrati di Bruxelles scoppiano di salute. Del resto, che aspettarsi da una Europa che tiene in vita due Parlamenti (e mezzo) con un surplus di costi vergognoso? «L’Europa è sempre più necessaria, ma deve cambiare strada e marciare», ha spiegato il presidente di Confindustria Orsini senza tuttavia aggiungere che l’Europa non può bloccare la crescita, come accade con la tassa sulle emissioni (Ets). Capisco l’esigenza di Orsini di chiedere all’Europa di farsi mercato unico dell’energia, ma se in un mercato di squali (l’America fa affari con la Russia; la Cina ha comprato energia russa per 7,3 miliardi; l’India per 5 miliardi; la Turchia per 3 miliardi) l’Europa ci va come la Vispa Teresa allora stiamo freschi. Se l’energia è davvero una «minaccia esistenziale» - e lo è - occorrono decisioni, non giri di minuetto. Se l’Europa mostra la faccia dura con l’Italia (la seconda manifattura del Continente e l’ottava nel mondo, nonostante tutto), il governo minacci seriamente l’uso del potere di veto.
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