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2018-03-23
Il manifesto dei cento professori francesi contro il totalitarismo islamico
ANSA
Un appello contro il «totalitarismo islamista» sta agitando la Francia. Lo hanno firmato 100 intellettuali, tra cui il filosofo Rémi Brague, lo scrittore Pascal Bruckner, gli ex ministri Luc Ferry e Bernard Kouchner, lo storico Pierre Nora, il saggista Alain Finkielkraut, il politologo Pierre-André Taguieff e la demografa Michèle Tribalat. Personalità dal percorso molto diverso, e che infatti si definiscono «cittadini dalle opinioni differenti e molto spesso opposte fra loro», tuttavia mossi da «inquietudine di fronte all'ascesa dell'islamismo» e dal «sentimento che un pericolo minacci la libertà in generale e non solo la libertà di pensiero».
I toni, insomma, sono duri, e infatti si denuncia «il nuovo totalitarismo islamista» che «cerca di guadagnare terreno con tutti i mezzi e di passare per vittima dell'intolleranza». La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata un'iniziativa di un sindacato di insegnanti che ha proposto uno stage di formazione sul «razzismo di Stato» interdetto ai «bianchi». Non è la prima volta che in Francia si indicono iniziative contro la discriminazione organizzate, paradossalmente, proprio a partire dall'esclusione di chi ha la pelle troppo bianca. I firmatari dell'appello denunciano quindi «un'apartheid di nuovo genere», un «segregazionismo di nuovo tipo» che nasce quando un gruppo etnoreligioso decide di fare «secessione dalla comunità nazionale e i suoi costumi».
Gli intellettuali transalpini rincarano la dose: «Che qualcuno viva nella legge della sua comunità o casta e nel disprezzo di quella degli altri, che qualcuno sia giudicato solo dai suoi, questo è contrario allo spirito della Repubblica». L'atto d'accusa è forte: «Il nuovo separatismo avanza sotto mentite spoglie. Vorrebbe sembrare benigno, ma in realtà è solo un'arma della conquista politica e culturale dell'islamismo. L'islamismo vuole stare a sé poiché rifiuta gli altri, ivi compresi i musulmani che non condividono le sue vedute. L'islamismo detesta la sovranità democratica, poiché essa gli rifiuta ogni legittimità. L'islamismo si sente dominato allorché non domina».
L'appello non ha mancato di suscitare reazioni. A partire dal massimo livello della politica francese, quello del governo stesso. Benjamin Griveaux, portavoce dell'esecutivo, ha criticato l'uso della parola «apartheid» e ha spiegato che, «se è vero che ci sono quartieri in cui il salafismo ha preso il potere», non di meno la «riconquista» non si fa «sui giornali», bensì «con la polizia di sicurezza». L'ex primo ministro socialista Manuel Valls, pure eletto anch'egli nelle fila dei macronisti, ha invece condiviso il testo, scrivendo che «è tempo di aprire gli occhi e dire le cose come stanno. È il miglior servizio che si possa rendere alla Repubblica e ai musulmani di Francia, per aiutarli a combattere l'islam politico e l'islamismo». Il dibattito è in parte legato a una tematica strettamente francese: al di là delle Alpi, com'è noto, esiste una legge sulla laicità entrata in vigore addirittura nel 1905, secondo cui ogni simbolo religioso deve essere escluso dallo spazio pubblico, cosa che ha creato una lunga querelle sulla liceità del velo islamico in scuole e uffici, per esempio.
Ma, al di là delle problematiche «francesi, troppo francesi», va da sé che l'appello va a prendere di petto le aporie della cosiddetta «accoglienza» di minoranze sempre meno... «minoritarie» e portatrici di ideologie intolleranti e aggressive. Non stupisce, quindi, che l'appello sia stato rilanciato anche da Jean Messiha, membro dell'ufficio politico del Front national, che ha auspicato una «diffusione di massa» del testo. E alla fine ci volevano proprio i musulmani per mettere una volta tanto d'accordo (quasi) tutti, da Valls ai lepenisti.
Leggi anche l'analisi di Marco Lombardi sullo Stato islamico e l'inchiesta sulle banlieue firmata da Adriano Scianca e pubblicata sulla Verità l'11 ottobre 2016.
È la prima azione del «nuovo» Stato islamico
Un supermercato di Francia attaccato da un terrorista di Daesh, che ammazza qualche francese farneticando «Allah Akbar», stupisce l'Europa e mezzo mondo che davano il Califfato per morto e sepolto. Ed è così: Daesh, nella forma organizzativa finora conosciuta, non c'è più perché si è trasformato - si sta trasformando, anzi - in qualche cosa di altro.
Ormai la questione non è più la ricerca di Daesh ma la necessità di interrogarsi su quale sia la sua eredità e chi ne stia beneficiando. Solo in questa prospettiva possiamo attualizzare il pericolo, valutando la minaccia che ancora, e per lungo tempo, il terrorismo islamista porterà ai suoi nemici. Tra i quali, di massima, siamo annoverati.
Si tratta di ricostruire un puzzle dalla forma incerta, con i pezzi che abbiamo in mano senza sapere se li abbiamo proprio tutti. Ma proviamoci.
Il primo elemento del puzzle è quello di scenario offerto dalla guerra ibrida, dove giocatori diversi entrano in campo per «sbranarsi» senza condividere alcunché, se non la necessità di farsi la pelle. Si tratta di una forma di guerra che bene interpreta la dimensione reticolare della globalizzazione, dove tutti gli elementi sono in relazione tra loro. Il Daesh che abbiamo conosciuto ne fu il campione: diffuso in 36 Paesi con 40 gruppi coordinati tra loro. Se Daesh non c'è più, la guerra ibrida continua e si declina nel tutti contro tutti della terza guerra mondiale in corso, dove le armi sono i fucili e i dazi, i profili di Facebook e gli immigrati.
L'eredità di Daesh costituisce il secondo elemento. I due aspetti che vengono consegnati al futuro terrorismo sono la viralità della comunicazione e l'imitazione del comportamento. Nel corso del 2017 il Califfato ha insistito per diffondere, attraverso i suoi canali comunicativi, metodi semplici di attacco, passando dall'uso del veleno ai coltelli, ai furgoni, all'uso del fuoco e degli acidi, al provocare incidenti d'auto: suggerimenti mai declinati in procedure specifiche ma, piuttosto, in semplici descrizioni di azioni tipo cartoni animati di Willy Coyote. Il contagio comunicativo ha promosso l'imitazione: non sono più state le convinzioni a muovere il terrorista ma la possibilità facile di esprimere la propria violenza, non necessariamente per Allah. Ormai può bastare una incazzatura con la moglie. Sdoganati questi comportamenti, non si torna più indietro e un'automobile sulla folla, per inesplorate ragioni, è una possibilità in ogni città.
Il terzo elemento è un Califfato che non ha più terra da difendere, da cui la necessità di mutare la sua forma organizzativa. La domanda è: Daesh aveva previsto questa sconfitta sul campo? E la mia risposta è affermativa. Daesh non ha mai agito senza una strategia, magari ad alto rischio, da giocatore di poker, o un'idea che escludesse la casualità. Credo che Daesh avesse una via di uscita nel cercare di sopravvivere e continuare la lotta del jihad radicale, organizzando la resistenza attraverso nuclei di irriducibili disposti a morire sul posto (martiri, testimoni della purezza della causa), insieme a una parte di combattenti di cui si era negoziata la fuoriuscita dalle aree di guerra verso aree del futuro jihad (soprattutto asiatiche) o verso Paesi occidentali dove i returnee potessero agire da attivatori (non da autori) dei delusi che avrebbero voluto partire, ma che si era provveduto a fermare prima.
Il quarto elemento ci riporta alla guerra ibrida perché evidenzia la ridefinizione delle alleanze: un gioco delle parti tra chi, fino ad agosto 2017, era formalmente schierato contro Daesh, una alleanza funzionale di fronte al nemico formale. Ora che non c'è più, il branco cerca altro: eccoli a confronto tra loro iraniani, curdi, turchi, arabi vari, americani, russi, israeliani per la governance di un'area centrale per la stabilità del mondo. E noi italiani possiamo essere le vittime collaterali del gioco.
Il puzzle dunque comincia a prendere forma: l'immagine che ne esce non è particolarmente bella. Proviamo a evidenziare alcune probabili tendenze per i prossimi mesi. La guerra ibrida si manifesta in conflitti sempre più aperti tra (ex) alleati in una pluralità di teatri, tra i quali quello del Mediterraneo. Le alleanze sono mutevoli e le minacce tra partner si esercitano in tutti i settori. Deash sconfitto non rinuncia a riproporsi, ma confida soprattutto nella capacità di attivazione spontanea dei sui adepti, rinforzati da una comunicazione meno pubblica e affidata alle relazioni dirette tra individui, virtuali e reali. Probabilmente l'Asia diventa un ricettacolo di fuoriusciti del Califfato, che andranno a formare e indottrinare nuovi terroristi. La minaccia di attacchi terroristici in Europa si mantiene alta e imprevedibile, indirizzata a soft target ad alta intensità comunicativa quando colpiti, pianificata al più basso livello possibile di organizzazione, mimetizzata nella quotidianità. I cosiddetti processi di radicalizzazione continuano a sorprendere per la diversità delle motivazioni che conducono all'atto violento, perché il dopo Daesh non vuole adepti ma assassini consumabili. Al Qaeda riprende fiato: Ayman Al Zawahiri, il suo leader, in quest'ultimo mese ha parlato molto ricollocando il movimento al centro dell'islamismo radicale terrorista e aspetta paziente di riprendere la guida del jihad globale.
Alla faccia della fine di Daesh: diventa facile dire che si stava meglio quando si stava peggio. Aspettiamoci pertanto mesi difficili e diversi rispetto al tipo di minaccia che eravamo abituati a fronteggiare.
I soldi ai ghetti etnici non placano la violenza
A Viry-Châtillon, la vita umana vale meno di un semaforo. C'è un poliziotto di 28 anni che sta lottando contro la morte perché stava difendendo questo: un semaforo. Sul quale, però, è montata una telecamera di videosorveglianza. Un occhio troppo indiscreto, per chi ha preso possesso del territorio e ne ha fatto terra di spacci e traffici. Il 24 settembre, un'auto utilizzata come ariete è stata lanciata contro il palo che sorregge la videocamera, che era stata distrutta. L'avevano rimessa, piazzando lì anche delle pattuglie. Sabato una decina di ragazzi a volto coperto ha accerchiato le auto della polizia, ha sfondato i vetri e ha buttato dentro due bombe molotov. Quattro agenti sono stati feriti, due di loro, un uomo e una donna, sono stati giudicati gravissimi. Così si vive e forse si muore a Viry-Châtillon, 21 chilometri a Sud di Parigi. Dei 31.000 abitanti del comune, il 10,5% sarebbe straniero, secondo le statistiche ufficiali, ma si tratta di dati vecchi e falsati, probabilmente sono molti di più. I francesi hanno un nome per definire questi agglomerati sorti ai margini delle grandi metropoli: banlieue. Il termine ha origini medievali, si tratta del luogo (lieu) che segnava il limite fino al quale valeva il bando (ban) di un signore. Terre di contadini, divennero in seguito dormitori per operai. Poi anche gli operai lasciarono il posto agli immigrati. Oggi, le banlieue sono terra loro.
Il pubblico italiano ha familiarizzato con il termine in occasione delle rivolte del 2005, iniziate a Clichy-sous-Bois per la morte accidentale dei due adolescenti inseguiti dalla polizia. Si calcola che in tutto il 2005 furono date alle fiamme circa 45.000 auto. Sempre del 2005 è un altro evento emblematico: durante una manifestazione studentesca vari studenti furono pestati e derubati da 700/1.000 ragazzi arabi venuti da Seine-Saint-Denis con il solo scopo di compiere razzie e violenze. Ma non si è dovuto aspettare il 2005 per saggiare il tasso di esplosività dei nuovi ghetti. I primi scontri interetnici sono della fine degli anni Settanta. Pensiamo solo alla «estate calda» del 1981 e agli scontri a Vénissieux, Villeurbanne e Vaulx-en-Velin, tre comuni dell'area urbana di Lione a forte densità immigrata. All'epoca il conflitto nacque per un intervento della polizia contro i «rodei» dei giovani maghrebini, ovvero la loro abitudine di rubare auto e poi lanciarle a folle velocità, devastandole o incendiandole. Disordini su vasta scala sono avvenuti nel 1990 al quartiere Mas de Taureu di Vaulx-en-Velin e nel 1991 alla Cité des Indes di Sartrouville, nella banlieue di Parigi, e in quella di Val-Fourré, a Mantes-la-Jolie.
Da decenni ormai, questi sobborghi hanno assunto la dimensione di ghetti etnici in cui la popolazione bianca viene cacciata casa per casa. Come ha scritto Walter Laqueur in Gli ultimi giorni dell'Europa, «nel 2000 c'era ormai un migliaio di zone nei quartieri di immigrati dove la polizia non entrava più - a meno che naturalmente non si presentasse in forze - e allo stesso tempo si stimava che più della metà dei carcerati fosse di origine musulmana». Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy in Fractures française, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera sono passati dall'11,5% al 18,1% in Francia, dal 16% al 37% nell'Île-de-France, dal 18,8% al 50,1% a Seine-Saint-Denis. In quest'ultimo dipartimento, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Sempre tra il 1968 e il 2005, in molti comuni dell'Île-de-France la percentuale di giovani di origine straniera è cresciuta su livelli analoghi: a Clichy-sous-Bois è passata dal 22 al 76%, ad Aubervilliers dal 23 al 75%, a La Courneuve dal 22 al 74%, a Grigny dal 23 al 71%, Pierrefitte-sur-Seine dal 12 al 71%, a Garges-lès-Gonesse dal 30 al 71%, a Saint-Denis dal 28 al 70%, a Saint-Ouen dal 19 al 67%, a Sarcelles dal 20 al 66%, a Bobigny dal 17 al 66%, a Stains dal 21 al 66%, a Villiers-le-Bel dal 21 al 65%, a Épinay-sur-Seine dal 12 al 65%, a Mantes-la-Jolie dal 10 al 65%, a Pantin dal 14 al 64%, a Bondy dal 16 al 63%, ai Mureaux dal 18 al 62%, a Sevran dal 19 al 62%, a Trappes dal 9 al 61%.
Secondo l'inchiesta Immigrés et descendants d'immigrés en France condotta dall'Insee (l'Istat francese), negli ultimi anni è stato in media il 30% dei figli di immigrati africani a uscire dal sistema scolastico senza la maturità, il doppio rispetto ai discendenti di francesi non immigrati. Inoltre il numero dei discendenti degli immigrati disoccupati è triplo rispetto ai figli dei francesi non immigrati. Colpa della povertà? Non solo. Con il passare delle generazioni, la condizione sociale migliora ma la conflittualità aumenta. La seconda generazione immigrata, infatti, vive meglio di quella che l'ha preceduta. Il tasso di povertà è sceso dal 37 al 20%. Un terzo dei figli di immigrati nella fascia d'età 35-50 anni svolge un lavoro più qualificato del padre alla stessa eta. Insomma, la spiegazione economicista non funziona. Come nota Guilluy, già il governo Jospin (1997-2002) aveva cercato di migliorare le condizioni di vita delle banlieue intervenendo contro la disoccupazione. «Sfortunatamente, i buoni risultati in materia di occupazione non ebbero alcuna incidenza sul tasso di delinquenza (delle banlieue), che al contrario è esploso proprio in quel periodo». I media mainstream si battono il petto per il preteso «abbandono» dei quartieri sensibili, ma anche qui la realtà è diversa.
Il sociologo Dominique Lorrain ha realizzato uno studio comparativo sugli investimenti pubblici nel quartiere di Hautes-Noues, a Villiers-sur-Marne, e quelli nella periferia di Verdun. Il livello di povertà dei due quartieri è analogo, ma il primo viene classificato come «sensibile», appunto per la forte e irrequieta presenza di immigrati. Ebbene, si scopre intanto che il reddito degli abitanti di Hautes-Noues è del 20% superiore a quello dei residenti a Verdun. Contando gli investimenti pubblici spesi per i due quartieri, inoltre, Lorrain ha calcolato come lo Stato abbia investito ben 12.450 euro per abitante a Hautes-Noues contro gli 11,80 euro per abitante di Verdun. Insomma, gli investimenti pubblici nel quartiere «sensibile» sono mille volte superiori rispetto a quello più povero, più decentrato e più sfortunato che tuttavia ha il torto di non attirare l'attenzione di sociologi, giornalisti e politici. Nella Francia che brucia, la politica preferisce aiutare i piromani.
Adriano Scianca
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Sparatoria in un supermercato a Trèbes, vicino a Carcassonne. Un uomo armato è entrato nel negozio urlando «Allah Akbar» e ha preso una decina di ostaggi. Per Amaq, l'organo di propaganda dell'Isis, l'attentatore era «un soldato dello Stato islamico». Nelle ultime ore alcuni intellettuali d'Oltralpe avevano firmato un documento per denunciare il separatismo delle comunità musulmane: «Per distinguersi dagli infedeli si isolano e rifiutano i valori occidentali».Lo speciale contiene tre articoliUn appello contro il «totalitarismo islamista» sta agitando la Francia. Lo hanno firmato 100 intellettuali, tra cui il filosofo Rémi Brague, lo scrittore Pascal Bruckner, gli ex ministri Luc Ferry e Bernard Kouchner, lo storico Pierre Nora, il saggista Alain Finkielkraut, il politologo Pierre-André Taguieff e la demografa Michèle Tribalat. Personalità dal percorso molto diverso, e che infatti si definiscono «cittadini dalle opinioni differenti e molto spesso opposte fra loro», tuttavia mossi da «inquietudine di fronte all'ascesa dell'islamismo» e dal «sentimento che un pericolo minacci la libertà in generale e non solo la libertà di pensiero».I toni, insomma, sono duri, e infatti si denuncia «il nuovo totalitarismo islamista» che «cerca di guadagnare terreno con tutti i mezzi e di passare per vittima dell'intolleranza». La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata un'iniziativa di un sindacato di insegnanti che ha proposto uno stage di formazione sul «razzismo di Stato» interdetto ai «bianchi». Non è la prima volta che in Francia si indicono iniziative contro la discriminazione organizzate, paradossalmente, proprio a partire dall'esclusione di chi ha la pelle troppo bianca. I firmatari dell'appello denunciano quindi «un'apartheid di nuovo genere», un «segregazionismo di nuovo tipo» che nasce quando un gruppo etnoreligioso decide di fare «secessione dalla comunità nazionale e i suoi costumi». Gli intellettuali transalpini rincarano la dose: «Che qualcuno viva nella legge della sua comunità o casta e nel disprezzo di quella degli altri, che qualcuno sia giudicato solo dai suoi, questo è contrario allo spirito della Repubblica». L'atto d'accusa è forte: «Il nuovo separatismo avanza sotto mentite spoglie. Vorrebbe sembrare benigno, ma in realtà è solo un'arma della conquista politica e culturale dell'islamismo. L'islamismo vuole stare a sé poiché rifiuta gli altri, ivi compresi i musulmani che non condividono le sue vedute. L'islamismo detesta la sovranità democratica, poiché essa gli rifiuta ogni legittimità. L'islamismo si sente dominato allorché non domina». L'appello non ha mancato di suscitare reazioni. A partire dal massimo livello della politica francese, quello del governo stesso. Benjamin Griveaux, portavoce dell'esecutivo, ha criticato l'uso della parola «apartheid» e ha spiegato che, «se è vero che ci sono quartieri in cui il salafismo ha preso il potere», non di meno la «riconquista» non si fa «sui giornali», bensì «con la polizia di sicurezza». L'ex primo ministro socialista Manuel Valls, pure eletto anch'egli nelle fila dei macronisti, ha invece condiviso il testo, scrivendo che «è tempo di aprire gli occhi e dire le cose come stanno. È il miglior servizio che si possa rendere alla Repubblica e ai musulmani di Francia, per aiutarli a combattere l'islam politico e l'islamismo». Il dibattito è in parte legato a una tematica strettamente francese: al di là delle Alpi, com'è noto, esiste una legge sulla laicità entrata in vigore addirittura nel 1905, secondo cui ogni simbolo religioso deve essere escluso dallo spazio pubblico, cosa che ha creato una lunga querelle sulla liceità del velo islamico in scuole e uffici, per esempio. Ma, al di là delle problematiche «francesi, troppo francesi», va da sé che l'appello va a prendere di petto le aporie della cosiddetta «accoglienza» di minoranze sempre meno... «minoritarie» e portatrici di ideologie intolleranti e aggressive. Non stupisce, quindi, che l'appello sia stato rilanciato anche da Jean Messiha, membro dell'ufficio politico del Front national, che ha auspicato una «diffusione di massa» del testo. E alla fine ci volevano proprio i musulmani per mettere una volta tanto d'accordo (quasi) tutti, da Valls ai lepenisti.Leggi anche l'analisi di Marco Lombardi sullo Stato islamico e l'inchiesta sulle banlieue firmata da Adriano Scianca e pubblicata sulla Verità l'11 ottobre 2016.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attentato-francia-trebes-isis-2551722031.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-la-prima-azione-del-nuovo-stato-islamico" data-post-id="2551722031" data-published-at="1781586966" data-use-pagination="False"> È la prima azione del «nuovo» Stato islamico Un supermercato di Francia attaccato da un terrorista di Daesh, che ammazza qualche francese farneticando «Allah Akbar», stupisce l'Europa e mezzo mondo che davano il Califfato per morto e sepolto. Ed è così: Daesh, nella forma organizzativa finora conosciuta, non c'è più perché si è trasformato - si sta trasformando, anzi - in qualche cosa di altro.Ormai la questione non è più la ricerca di Daesh ma la necessità di interrogarsi su quale sia la sua eredità e chi ne stia beneficiando. Solo in questa prospettiva possiamo attualizzare il pericolo, valutando la minaccia che ancora, e per lungo tempo, il terrorismo islamista porterà ai suoi nemici. Tra i quali, di massima, siamo annoverati. Si tratta di ricostruire un puzzle dalla forma incerta, con i pezzi che abbiamo in mano senza sapere se li abbiamo proprio tutti. Ma proviamoci.Il primo elemento del puzzle è quello di scenario offerto dalla guerra ibrida, dove giocatori diversi entrano in campo per «sbranarsi» senza condividere alcunché, se non la necessità di farsi la pelle. Si tratta di una forma di guerra che bene interpreta la dimensione reticolare della globalizzazione, dove tutti gli elementi sono in relazione tra loro. Il Daesh che abbiamo conosciuto ne fu il campione: diffuso in 36 Paesi con 40 gruppi coordinati tra loro. Se Daesh non c'è più, la guerra ibrida continua e si declina nel tutti contro tutti della terza guerra mondiale in corso, dove le armi sono i fucili e i dazi, i profili di Facebook e gli immigrati.L'eredità di Daesh costituisce il secondo elemento. I due aspetti che vengono consegnati al futuro terrorismo sono la viralità della comunicazione e l'imitazione del comportamento. Nel corso del 2017 il Califfato ha insistito per diffondere, attraverso i suoi canali comunicativi, metodi semplici di attacco, passando dall'uso del veleno ai coltelli, ai furgoni, all'uso del fuoco e degli acidi, al provocare incidenti d'auto: suggerimenti mai declinati in procedure specifiche ma, piuttosto, in semplici descrizioni di azioni tipo cartoni animati di Willy Coyote. Il contagio comunicativo ha promosso l'imitazione: non sono più state le convinzioni a muovere il terrorista ma la possibilità facile di esprimere la propria violenza, non necessariamente per Allah. Ormai può bastare una incazzatura con la moglie. Sdoganati questi comportamenti, non si torna più indietro e un'automobile sulla folla, per inesplorate ragioni, è una possibilità in ogni città.Il terzo elemento è un Califfato che non ha più terra da difendere, da cui la necessità di mutare la sua forma organizzativa. La domanda è: Daesh aveva previsto questa sconfitta sul campo? E la mia risposta è affermativa. Daesh non ha mai agito senza una strategia, magari ad alto rischio, da giocatore di poker, o un'idea che escludesse la casualità. Credo che Daesh avesse una via di uscita nel cercare di sopravvivere e continuare la lotta del jihad radicale, organizzando la resistenza attraverso nuclei di irriducibili disposti a morire sul posto (martiri, testimoni della purezza della causa), insieme a una parte di combattenti di cui si era negoziata la fuoriuscita dalle aree di guerra verso aree del futuro jihad (soprattutto asiatiche) o verso Paesi occidentali dove i returnee potessero agire da attivatori (non da autori) dei delusi che avrebbero voluto partire, ma che si era provveduto a fermare prima.Il quarto elemento ci riporta alla guerra ibrida perché evidenzia la ridefinizione delle alleanze: un gioco delle parti tra chi, fino ad agosto 2017, era formalmente schierato contro Daesh, una alleanza funzionale di fronte al nemico formale. Ora che non c'è più, il branco cerca altro: eccoli a confronto tra loro iraniani, curdi, turchi, arabi vari, americani, russi, israeliani per la governance di un'area centrale per la stabilità del mondo. E noi italiani possiamo essere le vittime collaterali del gioco.Il puzzle dunque comincia a prendere forma: l'immagine che ne esce non è particolarmente bella. Proviamo a evidenziare alcune probabili tendenze per i prossimi mesi. La guerra ibrida si manifesta in conflitti sempre più aperti tra (ex) alleati in una pluralità di teatri, tra i quali quello del Mediterraneo. Le alleanze sono mutevoli e le minacce tra partner si esercitano in tutti i settori. Deash sconfitto non rinuncia a riproporsi, ma confida soprattutto nella capacità di attivazione spontanea dei sui adepti, rinforzati da una comunicazione meno pubblica e affidata alle relazioni dirette tra individui, virtuali e reali. Probabilmente l'Asia diventa un ricettacolo di fuoriusciti del Califfato, che andranno a formare e indottrinare nuovi terroristi. La minaccia di attacchi terroristici in Europa si mantiene alta e imprevedibile, indirizzata a soft target ad alta intensità comunicativa quando colpiti, pianificata al più basso livello possibile di organizzazione, mimetizzata nella quotidianità. I cosiddetti processi di radicalizzazione continuano a sorprendere per la diversità delle motivazioni che conducono all'atto violento, perché il dopo Daesh non vuole adepti ma assassini consumabili. Al Qaeda riprende fiato: Ayman Al Zawahiri, il suo leader, in quest'ultimo mese ha parlato molto ricollocando il movimento al centro dell'islamismo radicale terrorista e aspetta paziente di riprendere la guida del jihad globale.Alla faccia della fine di Daesh: diventa facile dire che si stava meglio quando si stava peggio. 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Il 24 settembre, un'auto utilizzata come ariete è stata lanciata contro il palo che sorregge la videocamera, che era stata distrutta. L'avevano rimessa, piazzando lì anche delle pattuglie. Sabato una decina di ragazzi a volto coperto ha accerchiato le auto della polizia, ha sfondato i vetri e ha buttato dentro due bombe molotov. Quattro agenti sono stati feriti, due di loro, un uomo e una donna, sono stati giudicati gravissimi. Così si vive e forse si muore a Viry-Châtillon, 21 chilometri a Sud di Parigi. Dei 31.000 abitanti del comune, il 10,5% sarebbe straniero, secondo le statistiche ufficiali, ma si tratta di dati vecchi e falsati, probabilmente sono molti di più. I francesi hanno un nome per definire questi agglomerati sorti ai margini delle grandi metropoli: banlieue. Il termine ha origini medievali, si tratta del luogo (lieu) che segnava il limite fino al quale valeva il bando (ban) di un signore. Terre di contadini, divennero in seguito dormitori per operai. Poi anche gli operai lasciarono il posto agli immigrati. Oggi, le banlieue sono terra loro.Il pubblico italiano ha familiarizzato con il termine in occasione delle rivolte del 2005, iniziate a Clichy-sous-Bois per la morte accidentale dei due adolescenti inseguiti dalla polizia. Si calcola che in tutto il 2005 furono date alle fiamme circa 45.000 auto. Sempre del 2005 è un altro evento emblematico: durante una manifestazione studentesca vari studenti furono pestati e derubati da 700/1.000 ragazzi arabi venuti da Seine-Saint-Denis con il solo scopo di compiere razzie e violenze. Ma non si è dovuto aspettare il 2005 per saggiare il tasso di esplosività dei nuovi ghetti. I primi scontri interetnici sono della fine degli anni Settanta. Pensiamo solo alla «estate calda» del 1981 e agli scontri a Vénissieux, Villeurbanne e Vaulx-en-Velin, tre comuni dell'area urbana di Lione a forte densità immigrata. All'epoca il conflitto nacque per un intervento della polizia contro i «rodei» dei giovani maghrebini, ovvero la loro abitudine di rubare auto e poi lanciarle a folle velocità, devastandole o incendiandole. Disordini su vasta scala sono avvenuti nel 1990 al quartiere Mas de Taureu di Vaulx-en-Velin e nel 1991 alla Cité des Indes di Sartrouville, nella banlieue di Parigi, e in quella di Val-Fourré, a Mantes-la-Jolie.Da decenni ormai, questi sobborghi hanno assunto la dimensione di ghetti etnici in cui la popolazione bianca viene cacciata casa per casa. Come ha scritto Walter Laqueur in Gli ultimi giorni dell'Europa, «nel 2000 c'era ormai un migliaio di zone nei quartieri di immigrati dove la polizia non entrava più - a meno che naturalmente non si presentasse in forze - e allo stesso tempo si stimava che più della metà dei carcerati fosse di origine musulmana». Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy in Fractures française, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera sono passati dall'11,5% al 18,1% in Francia, dal 16% al 37% nell'Île-de-France, dal 18,8% al 50,1% a Seine-Saint-Denis. In quest'ultimo dipartimento, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Sempre tra il 1968 e il 2005, in molti comuni dell'Île-de-France la percentuale di giovani di origine straniera è cresciuta su livelli analoghi: a Clichy-sous-Bois è passata dal 22 al 76%, ad Aubervilliers dal 23 al 75%, a La Courneuve dal 22 al 74%, a Grigny dal 23 al 71%, Pierrefitte-sur-Seine dal 12 al 71%, a Garges-lès-Gonesse dal 30 al 71%, a Saint-Denis dal 28 al 70%, a Saint-Ouen dal 19 al 67%, a Sarcelles dal 20 al 66%, a Bobigny dal 17 al 66%, a Stains dal 21 al 66%, a Villiers-le-Bel dal 21 al 65%, a Épinay-sur-Seine dal 12 al 65%, a Mantes-la-Jolie dal 10 al 65%, a Pantin dal 14 al 64%, a Bondy dal 16 al 63%, ai Mureaux dal 18 al 62%, a Sevran dal 19 al 62%, a Trappes dal 9 al 61%.Secondo l'inchiesta Immigrés et descendants d'immigrés en France condotta dall'Insee (l'Istat francese), negli ultimi anni è stato in media il 30% dei figli di immigrati africani a uscire dal sistema scolastico senza la maturità, il doppio rispetto ai discendenti di francesi non immigrati. Inoltre il numero dei discendenti degli immigrati disoccupati è triplo rispetto ai figli dei francesi non immigrati. Colpa della povertà? Non solo. Con il passare delle generazioni, la condizione sociale migliora ma la conflittualità aumenta. La seconda generazione immigrata, infatti, vive meglio di quella che l'ha preceduta. Il tasso di povertà è sceso dal 37 al 20%. Un terzo dei figli di immigrati nella fascia d'età 35-50 anni svolge un lavoro più qualificato del padre alla stessa eta. Insomma, la spiegazione economicista non funziona. Come nota Guilluy, già il governo Jospin (1997-2002) aveva cercato di migliorare le condizioni di vita delle banlieue intervenendo contro la disoccupazione. «Sfortunatamente, i buoni risultati in materia di occupazione non ebbero alcuna incidenza sul tasso di delinquenza (delle banlieue), che al contrario è esploso proprio in quel periodo». I media mainstream si battono il petto per il preteso «abbandono» dei quartieri sensibili, ma anche qui la realtà è diversa.Il sociologo Dominique Lorrain ha realizzato uno studio comparativo sugli investimenti pubblici nel quartiere di Hautes-Noues, a Villiers-sur-Marne, e quelli nella periferia di Verdun. Il livello di povertà dei due quartieri è analogo, ma il primo viene classificato come «sensibile», appunto per la forte e irrequieta presenza di immigrati. Ebbene, si scopre intanto che il reddito degli abitanti di Hautes-Noues è del 20% superiore a quello dei residenti a Verdun. Contando gli investimenti pubblici spesi per i due quartieri, inoltre, Lorrain ha calcolato come lo Stato abbia investito ben 12.450 euro per abitante a Hautes-Noues contro gli 11,80 euro per abitante di Verdun. Insomma, gli investimenti pubblici nel quartiere «sensibile» sono mille volte superiori rispetto a quello più povero, più decentrato e più sfortunato che tuttavia ha il torto di non attirare l'attenzione di sociologi, giornalisti e politici. Nella Francia che brucia, la politica preferisce aiutare i piromani. Adriano Scianca
Il sindaco di Genova Silvia Salis (Getty Images)
Sta diventando la Mara Maionchi della Lanterna. Più che una sindaca, una grande organizzatrice di eventi. Stiamo parlando della prima cittadina di Genova, Silvia Salis, maritata con Fausto Brizzi, noto regista cinematografico. L’ultima kermesse battezzata dall’ex campionessa di lancio del martello è stata la tappa del Summer festival di Radio dimensione suono, con cantanti del calibro di Annalisa, Sayf, Irama, Dito nella piaga e i Pinguini tattici nucleari. L’ennesima grande festa offerta ai genovesi da quando c’è lei, la sindaca che piace alla gente che piace. Con posti garantiti sotto il palco per tutta la maggioranza. Amici e parenti compresi.
Ieri nella chat dell’opposizione comunale ha iniziato a girare questo messaggio, verosimilmente inviato dai piani alti di Palazzo Tursi: «Abbiamo riservato tre ingressi per ogni consigliere di maggioranza, permettono di stare in una zona riservata davanti al palco (ingresso Pit). La sindaca farà un saluto sul palco alle 21. I biglietti arriveranno in Comune venerdì mattina e vanno tassativamente ritirati durante la giornata al sesto piano di Tursi (a qualsiasi ora)». L’ex assessore alla Sicurezza della giunta di centrodestra Sergio Gambino ha pubblicato lo screenshot su Facebook e ha commentato: «Se fai parte della maggioranza Salis hai posti riservati. Concerto Rds a Genova ieri sera “accessibile a tutte e tutti” ha detto la Sindaca Salis. Però i posti riservati sotto il palco sono per i consiglieri di maggioranza e loro amici. A Genova l’inclusione vale per tutti o solo per gli amici della maggioranza».
La Salis da tempo usa la musica come strumento per raggiungere i giovani e mostrarsi fresca e al passo con i tempi. E quando sul palco salgono gli artisti, lei è sempre al loro fianco, pronta a prendersi l’applauso. Sotto la sua amministrazione l’Arena del mare ha ospitato due dei protagonisti di Sanremo 2025, Lucio Corsi e Brunori Sas. A Capodanno ha regalato alla città il concerto gratuito dei Pinguini tattici nucleari, che ha riempito Piazza della Vittoria. Quindi, l’11 aprile, c’è stato l’exploit della dj Charlotte De Witte, che ha fatto ballare più di 10.000 persone davanti a Palazzo Ducale. Il 18 e il 20 giugno, con il patrocinio del Comune, che ha concesso lo stadio Luigi Ferraris, il capoluogo ligure ospiterà il doppio concerto di Olly, genovese e sampdoriano come la prima cittadina (titolo dell’evento «Tutti a casa»).
Ma nonostante il successo di tali eventi, non sono mancate le beghe mediatiche e, anche, giudiziarie. Infatti la gara indetta per l’organizzazione del concerto di Capodanno e per altri eventi da realizzare nel successivo triennio è finita sub iudice dopo il ricorso della Duemila grandi eventi, esclusa a discapito della Rst events. La prima è stata tagliata fuori «in esito alla verifica di congruità dell’offerta» e a determinare la decisione è stata «in particolare la mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti che costituiscono l’elemento principale della prestazione».
La Commissione, dopo avere eliminato la Duemila grandi eventi, «ha disposto la proposta di aggiudicazione a favore» della Rst. L’azienda bocciata ha fatto ricorso e, allora, la Commissione «ha ammesso la presentazione in “tempi adeguati” di eventuali contratti di ingaggio con gli artisti “al fine di valutare in autotutela la riammissione alla gara”». La ricorrente «non ha esibito tali contratti affermando che, in seguito all’esclusione dalla selezione, nessun artista ha più ritenuto di sottoscrivere impegni definitivi per un evento di incerta organizzazione», mentre la Rst, «dopo la citata proposta di aggiudicazione del 30 ottobre 2025, ha sottoscritto i contratti con gli artisti», i Pinguini tattici nucleari. A questo punto la Duemila grandi eventi si è rivolta al Tribunale amministrativo regionale che ha ritenuto «fondate le censure» della ricorrente. Infatti, per i magistrati, il «presupposto dell’esclusione della “mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti, che costituiscono l’elemento principale della prestazione” contrasta con l’articolo 9 del Disciplinare secondo cui l’esistenza dei contratti di ingaggio/opzione degli artisti deve sussistere solo al momento dell’aggiudicazione e non in fasi anteriori di gara». In più «l’esclusione è stata disposta senza la previa attivazione del contraddittorio procedimentale».
Nella loro sentenza i giudici scrivono anche: «L’esistenza di tali contratti costituisce pertanto un requisito di esecuzione (e non di partecipazione) la cui esistenza non può essere pretesa né in sede di presentazione delle offerte, né in una fase anteriore all’aggiudicazione». Le toghe, nella decisione, fanno notare anche che la Rst, come era normale, «ha stipulato il contratto di ingaggio degli artisti il 31 ottobre 2025, ossia solo dopo la proposta di aggiudicazione» e non prima, come si pretendeva dalla Duemila grandi eventi. Per questo il Tar, il 10 aprile, ha ordinato il «rinnovo delle operazioni di gara […] con conclusione delle operazioni entro trenta giorni». Ovviamente la nuova valutazione di congruità non riguarderà la proposta per il Capodanno 2025, ormai andato in cavalleria, ma l’eventuale «subentro nel contratto per la parte di residua efficacia dello stesso ove consente all’aggiudicatario di ottenere nuovi affidamenti diretti nel triennio». Che, invece, come vedremo, stanno andando ancora alla Rst o, meglio alla sua società gemella, la Ops.
Intanto il Comune ha fatto ricorso e, la settimana scorsa, ha ottenuto una sospensiva della nuova valutazione di congruità. I giudici, però, decideranno nel merito solo a ottobre. Le opposizioni, in Comune, hanno immediatamente protestato, soprattutto dopo avere scoperto che il concerto di Capodanno è costato più di 1 milione di euro, tutto compreso, cifra che il centrodestra aveva impegnato per organizzare tre diverse serate durante le festività natalizie del 2024, con tanto di diretta Mediaset. I giornali locali hanno riportato quanto detto in aula dal vicesindaco dem Alessandro Terrile, di professione avvocato: «Siamo convinti del corretto operato dell’amministrazione e degli uffici» ha chiarito, come già aveva ribadito la sindaca Salis. Il braccio destro della ex campionessa ha aggiunto che per quanto riguarda gli altri eventi, «a oggi non sono previsti né sono stati affidati, dopo il Capodanno, ulteriori eventi alla Rst events», specificando che la Rst events non avrebbe gestito né il dj set di Charlotte de Witte in piazza Matteotti, né il doppio concerto di Olly allo stadio Ferraris in programma a giugno, quest’ultimo oltretutto evento non organizzato dal Comune. In realtà nella locandina di Olly, sono presenti i nomi della Rst e della Ops eventi.
Mentre nel manifestino della De Witte solo quello della Ops. Che pare ottenere affidamenti con la nota tecnica del frazionamento per mantenere il singolo incarico sotto soglia. Ma è utile sapere chi ci sia dietro la Ops. L’amministratore e socio di maggioranza, con il 34%, è Nicolò Sasso. Le altre quote della società appartengono ad Alessandro Orlando e a Luca Pietronave (33% a testa). Orlando e Sasso sono anche, rispettivamente con il 49,5 e il 45% delle quote, i soci di maggioranza della Rst che, in teoria, secondo il vicesindaco non sarebbe più stata coinvolta negli eventi sopra citati. Dunque Sasso e Orlando, quando non prendono gli appalti con la Rst, li ottengono con la Ops, nata a gennaio del 2025. Sasso, tra l’altro, sino al gennaio del 2025 era dipendente della Duemila grandi eventi. «Abbiamo scoperto da una sua intervista che si trova in Rete che Sasso era da ottobre 2024, che organizzava cose al di fuori della Duemila grandi eventi, quando era ancora nostro dipendente e avrebbe dovuto operare sotto le nostre direttive» commenta, con un po’ di amarezza, Paola Donati, socia della Duemila grandi eventi, azienda fondata dall’ex presidente di Assomusica Vincenzo Spera. Noi siamo andati a bussare alla sede ufficiale della Ops, in corso Martinetti, nel quartiere operaio di Sampierdarena. La via in cui si trova non fa venire in mente Broadway e le attività della zona non hanno nulla a che vedere con la musica. All’indirizzo indicato sul sito della società abbiamo trovato un palazzone della prima metà del Novecento un po’ fatiscente. Siamo saliti al secondo piano e ci siamo trovati di fronte uno studio legale. Abbiamo chiesto della Ops e una segretaria ci ha guardato un po’ stupita: «Qui c’è solo la sede legale». E dove è quella operativa? La ragazza, perplessa, ha iniziato a cercare informazioni prima sul computer e poi sul cellulare. Ma mentre armeggiava un collega è venuto in suo soccorso: «Via Giovanni Tommaso Invrea 9/13, lo stesso indirizzo della Rst. Questa è la sede legale, quella è la sede operativa, la stessa della Rst».
Dunque il Comune non darà più appalti alla Rst, ma li dà alla società gemella: stessi soci, stessa sede operativa. Ma anche a Genova the show must go on.
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Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
E a svantaggio del ceto medio, perché - come è noto - i grandi capitali non stanno certo ad aspettare che qualcuno li tartassi. Da quando a sinistra ne hanno iniziato a parlare, gli studi legali specializzati in legislazione fiscale sono già al lavoro per trovare le scappatoie che evitino ai propri clienti di vedersi svuotare il portafogli. Così come è successo in Francia, quando i socialisti inventarono una patrimoniale, e così come è accaduto in altri Paesi europei, chi ha i soldi non li tiene sotto il materasso in attesa che arrivino Prodi, Schlein, Conte e compagni. La fuga dei capitali o anche solo il trasferimento all’estero della residenza fiscale di ricconi e holding è nei fatti. Dal Lussemburgo all’Olanda, dall’Irlanda al Delaware, il mondo è pieno di posti pronti a stendere tappeti rossi a milionari e miliardari.
Dunque, nella rete dell’Agenzia delle entrate rischiano di finire solo i pesci piccoli, ovvero quelli che non hanno schiere di consulenti in grado di inventarsi trust e scatole cinesi per sfuggire agli agenti del Fisco. E attenzione, siccome ormai anche a sinistra hanno capito che a parlare di tasse si rischia solo di perdere voti, il passaparola che da qualche giorno va di moda nel Campo largo impone di tenere la bocca chiusa sulla patrimoniale, anche perché per essere efficace un’imposta sulla proprietà deve necessariamente raschiare il fondo del barile, ovvero colpire dai 500.000 euro in su. Al che nel mirino finirebbero moltissimi contribuenti i quali, pur non essendo ricchi nel vero senso della parola, magari a prezzo di svariati sacrifici sono riusciti a comprarsi una casa, oppure l’hanno ricevuta in eredità dai genitori. E adesso la coppia Bonelli e Fratoianni batte cassa, con i rischi recessivi che nel passato, quando Mario Monti introdusse l’Imu, ben conosciamo.
Il silenzio auto imposto tuttavia, vale solo sulla casa, che è il grande amore degli italiani. Perché se si gratta un po’ si capisce che a mettere tutti i compagni d’accordo è la tassazione delle rendite. Invece di colpire il mattone si colpiscono gli investimenti. Del resto, nel passato la sinistra ha spesso colpito i risparmi. È a tutti noto quello che accadde nel 1992, quando nella notte fra il 9 e il 10 luglio il governo di Giuliano Amato fece un prelievo forzoso sui risparmi degli italiani. Un sei per mille sottratto a tutti, ricchi e poveri, industriali e pensionati. Da lì in poi è stato un crescendo. Con Prodi è arrivata l’Eurotassa, imposta di scopo per avere la moneta unica, che colpì i redditi ma anche il Tfr. Quindi ci sono state l’imposta di bollo di Mario Monti (insieme con l’Imu) e la razionalizzazione del prelievo sul capital gain, con l’istituzione di un’aliquota fissa al 20% (al posto di quella precedente al 12,5%). Infine, ecco Matteo Renzi, che adesso accusa Giorgia Meloni di essere Lady tax pensando che gli italiani si siano dimenticati delle sue acrobazie fiscali. Con lui al governo il prelievo sul capital gain fu portato al 26%, ma senza consentire di dedurre le perdite. Adesso Stefano Patuanelli, luogotenente di Giuseppe Conte, dice che si deve spostare il carico di tasse dal lavoro alle rendite. Dunque, col Campo largo al governo è immaginabile che si arrivi al 30% o forse anche più. Siccome in altri Paesi, come ad esempio il Regno Unito, si paga tra il 10 e il 20, e in generale la media europea colloca il capital gain al 19, è facile immaginare, che se vincesse la sinistra, la prima cosa che faranno i ricconi sarà traslocare all’estero e spostare anche le proprie attività finanziare.
A pagare dunque saranno i soliti noti. Ovvero, come è già accaduto ai tempi di Monti, a essere colpiti saranno soprattutto i piccoli patrimoni, con un effetto regressivo. Quando l’ex rettore della Bocconi introdusse l’imposta di bollo ci fu chi parlò di mostro fiscale che agiva come un Robin Hood alla rovescia. Nel prossimo futuro, se vincessero Schlein e Conte come li definiranno? I Bonnie & Clyde dei risparmi, che prendono al ceto medio e lasciano ai ricchi?
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Pina Picierno all'evento di lancio del movimento Europeisti.eu a Milano (Ansa)
Proprio qui, nel 2013, Mario Monti provò a convertire in un’offerta politica i giorni accumulati a Palazzo Chigi grazie all’intervento del presidente Giorgio Napolitano dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi. Il marchio era quello di Scelta Civica, il programma era (a loro dire) «serissimo» e il risultato, per usare un eufemismo, non fu proprio una marcia trionfale. Tredici anni dopo, nello stesso teatro milanese, ci riprova. Nuovo nome, Europeisti.eu, sala piena (con più o meno le stesse facce di 13 anni fa), stesso interrogativo: il centro è una forza politica o una condizione dello spirito? Monti ha premesso di non avere «nulla da insegnare a nessuno». Poi ha snocciolato il suo curriculum europeo, lungo quasi sessant’anni. E ha anche ricordato di essere stato, insieme a Elsa Fornero, bersaglio del primo hate speech in Italia.
Alla fine, come spesso accade, tutti parlano di Roberto Vannacci. Del resto, più che di Altiero Spinelli l’introduzione è stata dedicata a Star Wars e alla principessa Leila e ai piani per distruggere la Morte Nera. Non è ancora chiaro se la Morte Nera sia il bipolarismo, il sovranismo, il campo largo, lo stesso Vannacci, Vladimir Putin o proprio l’ennesimo esperimento centrista italiano.
Ilaria Borletti Buitoni, già deputata montiana, se la prende con Lilli Gruber: «È grazie a lei se il generale prenderà migliaia di voti». Pina Picierno sostiene che la destra italiana abbia preferito Vannacci ad Adam Smith perdendo la sua identità liberale e scegliendo invece il populismo. Monti, invece, usa il generale per attaccare Giorgia Meloni. Per il senatore a vita, il premier ha trasformato l’«interesse nazionale» in una categoria elastica: se Vannacci mette in difficoltà la destra e regala qualcosa alla sinistra, allora non è più un problema della maggioranza, ma una ferita alla patria.
In platea ci sono Sergio Scalpelli e Piercamillo Falasca, c’è un pezzo di mondo radicale e socialista, ma soprattutto ci sono Carlo Calenda, Pina Picierno, Daniele Nahum, Carlo Cottarelli, Giuseppe De Mita, Sofia Ventura, Giuseppe Benedetto e persino la destra europeista di Filippo Rossi. C’è anche Luigi Marattin che prende subito le distanze da chi pensa che «Israele non ha il diritto di esistere» o da chi non vuole che i palestinesi sino finalmente liberi «da quei tagliagole da Hamas». Qualcuno se la prende con chi nel Pd vorrebbe proporre una patrimoniale.
Falasca invece alza il tiro contro il sistema italiano: «Dobbiamo hackerare il bipolarismo, sabotarlo. Il bipolarismo italiano è un bluff, è una truffa».
Nahum ha scelto invece l’attacco frontale («Picierno sarebbe stata un ottimo segretario dei dem» dice). Mentre sul Campo largo di Schlein, Conte e Fratoianni ha evocato Neville Chamberlain a Monaco 1938, accusandolo di pacifismo balordo sull’Ucraina, spesa facile e nessuna idea di crescita. Al centrodestra ha invece associato la leghista Silvia Sardone, la «re-immigrazione» e la politica identitaria.
Calenda ha chiuso con un tono allarmistico. Il leader di Azione sostiene che l’Europa rischia di cadere perché «l’età degli imperi è tornata» e noi, più che impero, rischiamo di diventare «colonie». Ha poi ridimensionato Meloni, Vannacci e il Campo largo a episodi della cronaca politica, sostenendo che questa generazione sarà giudicata non su quei nomi, ma sulla capacità di costruire gli Stati Uniti d’Europa. Ma il primo test per gli europeisti, più modestamente, sarà quello di aver una percentuale accettabile a livello nazionale.
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Matteo Piantedosi (Ansa)
Del resto, il Cavaliere non ebbe paura di mettere assieme Umberto Bossi, segretario della Lega contro «Roma ladrona», e Gianfranco Fini, allora astro nascente della destra italiana. Certo, il percorso non fu facile.
Non so come finirà tra Vannacci e gli attuali leader del centrodestra (un’idea me la sono fatta…), ma è presto per marcare i territori in maniera irrecuperabile. Che il governo non meriti dieci e lode e talvolta proceda col freno a mano tirato, preferendo la prudenza all’arrembaggio, non lo diciamo ora per la prima volta; anzi, spesso siamo visti male perché critichiamo troppo. Agli amici della maggioranza diciamo: lasciate a noi il compito di criticare, voi non perdetevi in litigi e posizionamenti che generano confusione. Non è possibile che si apra un caso sul ministro dell’Interno facendo uscire indiscrezioni sul desiderio leghista di occupare il Viminale. È una querelle che consente al centrosinistra di aprir bocca nei talk e cominciare una insopportabile tiritera: ci manca anche la lezione del Pd e soci sulla sicurezza o sulla migrazione.
Invece di inseguire Vannacci come se fosse realmente il campione della sicurezza o della remigrazione (per il momento il generale fa annunci, ed è comprensibile), i partiti di governo potrebbero insistere sui numeri positivi che il Viminale ha portato a casa. Si può fare di più? Sì, soprattutto perché il limite della sopportazione, per come la sinistra ha conciato le città a botte di immigrati, è superato da tempo.
Quando a Palazzo Chigi c’era il Pd, nel 2014, i delitti commessi in Italia sono stati 2.812.936 mentre nel 2025, con il governo Meloni, sono stati 2.357.105: quasi mezzo milione in meno. Quanto agli omicidi, rispetto a 12 anni fa sono diminuiti del 40%. Nel 2025 i reati sono calati complessivamente del 2% rispetto all’anno precedente, con flessioni ancora più importanti per i reati a maggior allarme sociale: omicidi -15% (dato più basso negli ultimi 10 anni), furti -6% rispetto al 2024, rapine -4%. Veniamo all’immigrazione irregolare: sotto la regia del ministro Piantedosi, i numeri sono decisamente più contenuti. Tra il 2014 e il 2016, infatti, con la politica dei porti aperti del governo Renzi arrivarono in Italia 505.000 stranieri irregolari (solo una minima parte aveva diritto all’asilo). Quella situazione è costata ai contribuenti tra gli 8 e 10 miliardi di euro. Solo l’operazione Mare nostrum, attiva dal 18 ottobre 2013 al 31 ottobre 2014, costò oltre 110 milioni di euro e portò in Italia 156.000 migranti. Tenetelo a mente tutte le volte che Matteo Renzi e compagni cianciano dei centri in Albania, costati poco più di 50 milioni di euro. Poi si può discutere su tutto, ma l’idea in sé era ed giusta: portarli via dall’Italia e scoraggiare chi pensa di venire qui. Certo, come tutte le novità, ha subito le attenzioni di una certa magistratura e non sono mancati i punti deboli. Ma doveva rappresentare il segnale che il vento stava cambiato. Dal 2024 gli arrivi via mare sono in calo (157.651 nel 2023, 66.617 nel 2024, 66.316 nel 2025), e nel 2026 gli sbarchi - dato aggiornato a ieri - sono stati 12.737, con una ulteriore flessione del 53% rispetto all’anno precedente.
Parallelamente, sono aumentati i rimpatri dei migranti irregolari nei loro Paesi d’origine: dal 2023 al 2025 il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40% e in questi primi mesi dell’anno il dato è ancora in crescita. Ed è cresciuto anche il rapporto percentuale tra immigrati irregolari sbarcati e rimpatriati: siamo passati dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31% da inizio anno. Sono aumentati anche i rimpatri volontari assistiti di migranti dalla Libia, dalla Tunisia e dall’Algeria. Ripeto: gli elettori del centrodestra hanno il diritto di pretendere sempre di più perché certe situazioni sono ormai insopportabili; ma ciò detto non possiamo far finta che Piantedosi non abbia concretizzato un cambio di passo notevole (e anche negli anni di Salvini ministro c’era lui come capo di gabinetto…). Quindi sostituire l’attuale ministro con Salvini sarebbe un errore di sostanza e di comunicazione: 1) Piantedosi sta facendo bene; 2) continuare a parlare di avvicendamento al Viminale permetterebbe agli avversari di criticare sia Piantedosi sia Salvini («Hanno fallito nei loro ministeri») senza fermare il trend favorevole a Vannacci; 3) aprirebbe una crisi al buio proprio nell’ultima parte di legislatura.
Per chiudere, caro centrodestra, stai calmo. Ci pensiamo noi a criticare e a spronarvi, ben consapevoli che un governo di sinistra ci porterebbe dritto dritto a patrimoniali, invasione di immigrati e chissà cos’altro.
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