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2018-03-23
Il manifesto dei cento professori francesi contro il totalitarismo islamico
ANSA
Un appello contro il «totalitarismo islamista» sta agitando la Francia. Lo hanno firmato 100 intellettuali, tra cui il filosofo Rémi Brague, lo scrittore Pascal Bruckner, gli ex ministri Luc Ferry e Bernard Kouchner, lo storico Pierre Nora, il saggista Alain Finkielkraut, il politologo Pierre-André Taguieff e la demografa Michèle Tribalat. Personalità dal percorso molto diverso, e che infatti si definiscono «cittadini dalle opinioni differenti e molto spesso opposte fra loro», tuttavia mossi da «inquietudine di fronte all'ascesa dell'islamismo» e dal «sentimento che un pericolo minacci la libertà in generale e non solo la libertà di pensiero».
I toni, insomma, sono duri, e infatti si denuncia «il nuovo totalitarismo islamista» che «cerca di guadagnare terreno con tutti i mezzi e di passare per vittima dell'intolleranza». La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata un'iniziativa di un sindacato di insegnanti che ha proposto uno stage di formazione sul «razzismo di Stato» interdetto ai «bianchi». Non è la prima volta che in Francia si indicono iniziative contro la discriminazione organizzate, paradossalmente, proprio a partire dall'esclusione di chi ha la pelle troppo bianca. I firmatari dell'appello denunciano quindi «un'apartheid di nuovo genere», un «segregazionismo di nuovo tipo» che nasce quando un gruppo etnoreligioso decide di fare «secessione dalla comunità nazionale e i suoi costumi».
Gli intellettuali transalpini rincarano la dose: «Che qualcuno viva nella legge della sua comunità o casta e nel disprezzo di quella degli altri, che qualcuno sia giudicato solo dai suoi, questo è contrario allo spirito della Repubblica». L'atto d'accusa è forte: «Il nuovo separatismo avanza sotto mentite spoglie. Vorrebbe sembrare benigno, ma in realtà è solo un'arma della conquista politica e culturale dell'islamismo. L'islamismo vuole stare a sé poiché rifiuta gli altri, ivi compresi i musulmani che non condividono le sue vedute. L'islamismo detesta la sovranità democratica, poiché essa gli rifiuta ogni legittimità. L'islamismo si sente dominato allorché non domina».
L'appello non ha mancato di suscitare reazioni. A partire dal massimo livello della politica francese, quello del governo stesso. Benjamin Griveaux, portavoce dell'esecutivo, ha criticato l'uso della parola «apartheid» e ha spiegato che, «se è vero che ci sono quartieri in cui il salafismo ha preso il potere», non di meno la «riconquista» non si fa «sui giornali», bensì «con la polizia di sicurezza». L'ex primo ministro socialista Manuel Valls, pure eletto anch'egli nelle fila dei macronisti, ha invece condiviso il testo, scrivendo che «è tempo di aprire gli occhi e dire le cose come stanno. È il miglior servizio che si possa rendere alla Repubblica e ai musulmani di Francia, per aiutarli a combattere l'islam politico e l'islamismo». Il dibattito è in parte legato a una tematica strettamente francese: al di là delle Alpi, com'è noto, esiste una legge sulla laicità entrata in vigore addirittura nel 1905, secondo cui ogni simbolo religioso deve essere escluso dallo spazio pubblico, cosa che ha creato una lunga querelle sulla liceità del velo islamico in scuole e uffici, per esempio.
Ma, al di là delle problematiche «francesi, troppo francesi», va da sé che l'appello va a prendere di petto le aporie della cosiddetta «accoglienza» di minoranze sempre meno... «minoritarie» e portatrici di ideologie intolleranti e aggressive. Non stupisce, quindi, che l'appello sia stato rilanciato anche da Jean Messiha, membro dell'ufficio politico del Front national, che ha auspicato una «diffusione di massa» del testo. E alla fine ci volevano proprio i musulmani per mettere una volta tanto d'accordo (quasi) tutti, da Valls ai lepenisti.
Leggi anche l'analisi di Marco Lombardi sullo Stato islamico e l'inchiesta sulle banlieue firmata da Adriano Scianca e pubblicata sulla Verità l'11 ottobre 2016.
È la prima azione del «nuovo» Stato islamico
Un supermercato di Francia attaccato da un terrorista di Daesh, che ammazza qualche francese farneticando «Allah Akbar», stupisce l'Europa e mezzo mondo che davano il Califfato per morto e sepolto. Ed è così: Daesh, nella forma organizzativa finora conosciuta, non c'è più perché si è trasformato - si sta trasformando, anzi - in qualche cosa di altro.
Ormai la questione non è più la ricerca di Daesh ma la necessità di interrogarsi su quale sia la sua eredità e chi ne stia beneficiando. Solo in questa prospettiva possiamo attualizzare il pericolo, valutando la minaccia che ancora, e per lungo tempo, il terrorismo islamista porterà ai suoi nemici. Tra i quali, di massima, siamo annoverati.
Si tratta di ricostruire un puzzle dalla forma incerta, con i pezzi che abbiamo in mano senza sapere se li abbiamo proprio tutti. Ma proviamoci.
Il primo elemento del puzzle è quello di scenario offerto dalla guerra ibrida, dove giocatori diversi entrano in campo per «sbranarsi» senza condividere alcunché, se non la necessità di farsi la pelle. Si tratta di una forma di guerra che bene interpreta la dimensione reticolare della globalizzazione, dove tutti gli elementi sono in relazione tra loro. Il Daesh che abbiamo conosciuto ne fu il campione: diffuso in 36 Paesi con 40 gruppi coordinati tra loro. Se Daesh non c'è più, la guerra ibrida continua e si declina nel tutti contro tutti della terza guerra mondiale in corso, dove le armi sono i fucili e i dazi, i profili di Facebook e gli immigrati.
L'eredità di Daesh costituisce il secondo elemento. I due aspetti che vengono consegnati al futuro terrorismo sono la viralità della comunicazione e l'imitazione del comportamento. Nel corso del 2017 il Califfato ha insistito per diffondere, attraverso i suoi canali comunicativi, metodi semplici di attacco, passando dall'uso del veleno ai coltelli, ai furgoni, all'uso del fuoco e degli acidi, al provocare incidenti d'auto: suggerimenti mai declinati in procedure specifiche ma, piuttosto, in semplici descrizioni di azioni tipo cartoni animati di Willy Coyote. Il contagio comunicativo ha promosso l'imitazione: non sono più state le convinzioni a muovere il terrorista ma la possibilità facile di esprimere la propria violenza, non necessariamente per Allah. Ormai può bastare una incazzatura con la moglie. Sdoganati questi comportamenti, non si torna più indietro e un'automobile sulla folla, per inesplorate ragioni, è una possibilità in ogni città.
Il terzo elemento è un Califfato che non ha più terra da difendere, da cui la necessità di mutare la sua forma organizzativa. La domanda è: Daesh aveva previsto questa sconfitta sul campo? E la mia risposta è affermativa. Daesh non ha mai agito senza una strategia, magari ad alto rischio, da giocatore di poker, o un'idea che escludesse la casualità. Credo che Daesh avesse una via di uscita nel cercare di sopravvivere e continuare la lotta del jihad radicale, organizzando la resistenza attraverso nuclei di irriducibili disposti a morire sul posto (martiri, testimoni della purezza della causa), insieme a una parte di combattenti di cui si era negoziata la fuoriuscita dalle aree di guerra verso aree del futuro jihad (soprattutto asiatiche) o verso Paesi occidentali dove i returnee potessero agire da attivatori (non da autori) dei delusi che avrebbero voluto partire, ma che si era provveduto a fermare prima.
Il quarto elemento ci riporta alla guerra ibrida perché evidenzia la ridefinizione delle alleanze: un gioco delle parti tra chi, fino ad agosto 2017, era formalmente schierato contro Daesh, una alleanza funzionale di fronte al nemico formale. Ora che non c'è più, il branco cerca altro: eccoli a confronto tra loro iraniani, curdi, turchi, arabi vari, americani, russi, israeliani per la governance di un'area centrale per la stabilità del mondo. E noi italiani possiamo essere le vittime collaterali del gioco.
Il puzzle dunque comincia a prendere forma: l'immagine che ne esce non è particolarmente bella. Proviamo a evidenziare alcune probabili tendenze per i prossimi mesi. La guerra ibrida si manifesta in conflitti sempre più aperti tra (ex) alleati in una pluralità di teatri, tra i quali quello del Mediterraneo. Le alleanze sono mutevoli e le minacce tra partner si esercitano in tutti i settori. Deash sconfitto non rinuncia a riproporsi, ma confida soprattutto nella capacità di attivazione spontanea dei sui adepti, rinforzati da una comunicazione meno pubblica e affidata alle relazioni dirette tra individui, virtuali e reali. Probabilmente l'Asia diventa un ricettacolo di fuoriusciti del Califfato, che andranno a formare e indottrinare nuovi terroristi. La minaccia di attacchi terroristici in Europa si mantiene alta e imprevedibile, indirizzata a soft target ad alta intensità comunicativa quando colpiti, pianificata al più basso livello possibile di organizzazione, mimetizzata nella quotidianità. I cosiddetti processi di radicalizzazione continuano a sorprendere per la diversità delle motivazioni che conducono all'atto violento, perché il dopo Daesh non vuole adepti ma assassini consumabili. Al Qaeda riprende fiato: Ayman Al Zawahiri, il suo leader, in quest'ultimo mese ha parlato molto ricollocando il movimento al centro dell'islamismo radicale terrorista e aspetta paziente di riprendere la guida del jihad globale.
Alla faccia della fine di Daesh: diventa facile dire che si stava meglio quando si stava peggio. Aspettiamoci pertanto mesi difficili e diversi rispetto al tipo di minaccia che eravamo abituati a fronteggiare.
I soldi ai ghetti etnici non placano la violenza
A Viry-Châtillon, la vita umana vale meno di un semaforo. C'è un poliziotto di 28 anni che sta lottando contro la morte perché stava difendendo questo: un semaforo. Sul quale, però, è montata una telecamera di videosorveglianza. Un occhio troppo indiscreto, per chi ha preso possesso del territorio e ne ha fatto terra di spacci e traffici. Il 24 settembre, un'auto utilizzata come ariete è stata lanciata contro il palo che sorregge la videocamera, che era stata distrutta. L'avevano rimessa, piazzando lì anche delle pattuglie. Sabato una decina di ragazzi a volto coperto ha accerchiato le auto della polizia, ha sfondato i vetri e ha buttato dentro due bombe molotov. Quattro agenti sono stati feriti, due di loro, un uomo e una donna, sono stati giudicati gravissimi. Così si vive e forse si muore a Viry-Châtillon, 21 chilometri a Sud di Parigi. Dei 31.000 abitanti del comune, il 10,5% sarebbe straniero, secondo le statistiche ufficiali, ma si tratta di dati vecchi e falsati, probabilmente sono molti di più. I francesi hanno un nome per definire questi agglomerati sorti ai margini delle grandi metropoli: banlieue. Il termine ha origini medievali, si tratta del luogo (lieu) che segnava il limite fino al quale valeva il bando (ban) di un signore. Terre di contadini, divennero in seguito dormitori per operai. Poi anche gli operai lasciarono il posto agli immigrati. Oggi, le banlieue sono terra loro.
Il pubblico italiano ha familiarizzato con il termine in occasione delle rivolte del 2005, iniziate a Clichy-sous-Bois per la morte accidentale dei due adolescenti inseguiti dalla polizia. Si calcola che in tutto il 2005 furono date alle fiamme circa 45.000 auto. Sempre del 2005 è un altro evento emblematico: durante una manifestazione studentesca vari studenti furono pestati e derubati da 700/1.000 ragazzi arabi venuti da Seine-Saint-Denis con il solo scopo di compiere razzie e violenze. Ma non si è dovuto aspettare il 2005 per saggiare il tasso di esplosività dei nuovi ghetti. I primi scontri interetnici sono della fine degli anni Settanta. Pensiamo solo alla «estate calda» del 1981 e agli scontri a Vénissieux, Villeurbanne e Vaulx-en-Velin, tre comuni dell'area urbana di Lione a forte densità immigrata. All'epoca il conflitto nacque per un intervento della polizia contro i «rodei» dei giovani maghrebini, ovvero la loro abitudine di rubare auto e poi lanciarle a folle velocità, devastandole o incendiandole. Disordini su vasta scala sono avvenuti nel 1990 al quartiere Mas de Taureu di Vaulx-en-Velin e nel 1991 alla Cité des Indes di Sartrouville, nella banlieue di Parigi, e in quella di Val-Fourré, a Mantes-la-Jolie.
Da decenni ormai, questi sobborghi hanno assunto la dimensione di ghetti etnici in cui la popolazione bianca viene cacciata casa per casa. Come ha scritto Walter Laqueur in Gli ultimi giorni dell'Europa, «nel 2000 c'era ormai un migliaio di zone nei quartieri di immigrati dove la polizia non entrava più - a meno che naturalmente non si presentasse in forze - e allo stesso tempo si stimava che più della metà dei carcerati fosse di origine musulmana». Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy in Fractures française, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera sono passati dall'11,5% al 18,1% in Francia, dal 16% al 37% nell'Île-de-France, dal 18,8% al 50,1% a Seine-Saint-Denis. In quest'ultimo dipartimento, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Sempre tra il 1968 e il 2005, in molti comuni dell'Île-de-France la percentuale di giovani di origine straniera è cresciuta su livelli analoghi: a Clichy-sous-Bois è passata dal 22 al 76%, ad Aubervilliers dal 23 al 75%, a La Courneuve dal 22 al 74%, a Grigny dal 23 al 71%, Pierrefitte-sur-Seine dal 12 al 71%, a Garges-lès-Gonesse dal 30 al 71%, a Saint-Denis dal 28 al 70%, a Saint-Ouen dal 19 al 67%, a Sarcelles dal 20 al 66%, a Bobigny dal 17 al 66%, a Stains dal 21 al 66%, a Villiers-le-Bel dal 21 al 65%, a Épinay-sur-Seine dal 12 al 65%, a Mantes-la-Jolie dal 10 al 65%, a Pantin dal 14 al 64%, a Bondy dal 16 al 63%, ai Mureaux dal 18 al 62%, a Sevran dal 19 al 62%, a Trappes dal 9 al 61%.
Secondo l'inchiesta Immigrés et descendants d'immigrés en France condotta dall'Insee (l'Istat francese), negli ultimi anni è stato in media il 30% dei figli di immigrati africani a uscire dal sistema scolastico senza la maturità, il doppio rispetto ai discendenti di francesi non immigrati. Inoltre il numero dei discendenti degli immigrati disoccupati è triplo rispetto ai figli dei francesi non immigrati. Colpa della povertà? Non solo. Con il passare delle generazioni, la condizione sociale migliora ma la conflittualità aumenta. La seconda generazione immigrata, infatti, vive meglio di quella che l'ha preceduta. Il tasso di povertà è sceso dal 37 al 20%. Un terzo dei figli di immigrati nella fascia d'età 35-50 anni svolge un lavoro più qualificato del padre alla stessa eta. Insomma, la spiegazione economicista non funziona. Come nota Guilluy, già il governo Jospin (1997-2002) aveva cercato di migliorare le condizioni di vita delle banlieue intervenendo contro la disoccupazione. «Sfortunatamente, i buoni risultati in materia di occupazione non ebbero alcuna incidenza sul tasso di delinquenza (delle banlieue), che al contrario è esploso proprio in quel periodo». I media mainstream si battono il petto per il preteso «abbandono» dei quartieri sensibili, ma anche qui la realtà è diversa.
Il sociologo Dominique Lorrain ha realizzato uno studio comparativo sugli investimenti pubblici nel quartiere di Hautes-Noues, a Villiers-sur-Marne, e quelli nella periferia di Verdun. Il livello di povertà dei due quartieri è analogo, ma il primo viene classificato come «sensibile», appunto per la forte e irrequieta presenza di immigrati. Ebbene, si scopre intanto che il reddito degli abitanti di Hautes-Noues è del 20% superiore a quello dei residenti a Verdun. Contando gli investimenti pubblici spesi per i due quartieri, inoltre, Lorrain ha calcolato come lo Stato abbia investito ben 12.450 euro per abitante a Hautes-Noues contro gli 11,80 euro per abitante di Verdun. Insomma, gli investimenti pubblici nel quartiere «sensibile» sono mille volte superiori rispetto a quello più povero, più decentrato e più sfortunato che tuttavia ha il torto di non attirare l'attenzione di sociologi, giornalisti e politici. Nella Francia che brucia, la politica preferisce aiutare i piromani.
Adriano Scianca
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Sparatoria in un supermercato a Trèbes, vicino a Carcassonne. Un uomo armato è entrato nel negozio urlando «Allah Akbar» e ha preso una decina di ostaggi. Per Amaq, l'organo di propaganda dell'Isis, l'attentatore era «un soldato dello Stato islamico». Nelle ultime ore alcuni intellettuali d'Oltralpe avevano firmato un documento per denunciare il separatismo delle comunità musulmane: «Per distinguersi dagli infedeli si isolano e rifiutano i valori occidentali».Lo speciale contiene tre articoliUn appello contro il «totalitarismo islamista» sta agitando la Francia. Lo hanno firmato 100 intellettuali, tra cui il filosofo Rémi Brague, lo scrittore Pascal Bruckner, gli ex ministri Luc Ferry e Bernard Kouchner, lo storico Pierre Nora, il saggista Alain Finkielkraut, il politologo Pierre-André Taguieff e la demografa Michèle Tribalat. Personalità dal percorso molto diverso, e che infatti si definiscono «cittadini dalle opinioni differenti e molto spesso opposte fra loro», tuttavia mossi da «inquietudine di fronte all'ascesa dell'islamismo» e dal «sentimento che un pericolo minacci la libertà in generale e non solo la libertà di pensiero».I toni, insomma, sono duri, e infatti si denuncia «il nuovo totalitarismo islamista» che «cerca di guadagnare terreno con tutti i mezzi e di passare per vittima dell'intolleranza». La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata un'iniziativa di un sindacato di insegnanti che ha proposto uno stage di formazione sul «razzismo di Stato» interdetto ai «bianchi». Non è la prima volta che in Francia si indicono iniziative contro la discriminazione organizzate, paradossalmente, proprio a partire dall'esclusione di chi ha la pelle troppo bianca. I firmatari dell'appello denunciano quindi «un'apartheid di nuovo genere», un «segregazionismo di nuovo tipo» che nasce quando un gruppo etnoreligioso decide di fare «secessione dalla comunità nazionale e i suoi costumi». Gli intellettuali transalpini rincarano la dose: «Che qualcuno viva nella legge della sua comunità o casta e nel disprezzo di quella degli altri, che qualcuno sia giudicato solo dai suoi, questo è contrario allo spirito della Repubblica». L'atto d'accusa è forte: «Il nuovo separatismo avanza sotto mentite spoglie. Vorrebbe sembrare benigno, ma in realtà è solo un'arma della conquista politica e culturale dell'islamismo. L'islamismo vuole stare a sé poiché rifiuta gli altri, ivi compresi i musulmani che non condividono le sue vedute. L'islamismo detesta la sovranità democratica, poiché essa gli rifiuta ogni legittimità. L'islamismo si sente dominato allorché non domina». L'appello non ha mancato di suscitare reazioni. A partire dal massimo livello della politica francese, quello del governo stesso. Benjamin Griveaux, portavoce dell'esecutivo, ha criticato l'uso della parola «apartheid» e ha spiegato che, «se è vero che ci sono quartieri in cui il salafismo ha preso il potere», non di meno la «riconquista» non si fa «sui giornali», bensì «con la polizia di sicurezza». L'ex primo ministro socialista Manuel Valls, pure eletto anch'egli nelle fila dei macronisti, ha invece condiviso il testo, scrivendo che «è tempo di aprire gli occhi e dire le cose come stanno. È il miglior servizio che si possa rendere alla Repubblica e ai musulmani di Francia, per aiutarli a combattere l'islam politico e l'islamismo». Il dibattito è in parte legato a una tematica strettamente francese: al di là delle Alpi, com'è noto, esiste una legge sulla laicità entrata in vigore addirittura nel 1905, secondo cui ogni simbolo religioso deve essere escluso dallo spazio pubblico, cosa che ha creato una lunga querelle sulla liceità del velo islamico in scuole e uffici, per esempio. Ma, al di là delle problematiche «francesi, troppo francesi», va da sé che l'appello va a prendere di petto le aporie della cosiddetta «accoglienza» di minoranze sempre meno... «minoritarie» e portatrici di ideologie intolleranti e aggressive. Non stupisce, quindi, che l'appello sia stato rilanciato anche da Jean Messiha, membro dell'ufficio politico del Front national, che ha auspicato una «diffusione di massa» del testo. E alla fine ci volevano proprio i musulmani per mettere una volta tanto d'accordo (quasi) tutti, da Valls ai lepenisti.Leggi anche l'analisi di Marco Lombardi sullo Stato islamico e l'inchiesta sulle banlieue firmata da Adriano Scianca e pubblicata sulla Verità l'11 ottobre 2016.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attentato-francia-trebes-isis-2551722031.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-la-prima-azione-del-nuovo-stato-islamico" data-post-id="2551722031" data-published-at="1779298634" data-use-pagination="False"> È la prima azione del «nuovo» Stato islamico Un supermercato di Francia attaccato da un terrorista di Daesh, che ammazza qualche francese farneticando «Allah Akbar», stupisce l'Europa e mezzo mondo che davano il Califfato per morto e sepolto. Ed è così: Daesh, nella forma organizzativa finora conosciuta, non c'è più perché si è trasformato - si sta trasformando, anzi - in qualche cosa di altro.Ormai la questione non è più la ricerca di Daesh ma la necessità di interrogarsi su quale sia la sua eredità e chi ne stia beneficiando. Solo in questa prospettiva possiamo attualizzare il pericolo, valutando la minaccia che ancora, e per lungo tempo, il terrorismo islamista porterà ai suoi nemici. Tra i quali, di massima, siamo annoverati. Si tratta di ricostruire un puzzle dalla forma incerta, con i pezzi che abbiamo in mano senza sapere se li abbiamo proprio tutti. Ma proviamoci.Il primo elemento del puzzle è quello di scenario offerto dalla guerra ibrida, dove giocatori diversi entrano in campo per «sbranarsi» senza condividere alcunché, se non la necessità di farsi la pelle. Si tratta di una forma di guerra che bene interpreta la dimensione reticolare della globalizzazione, dove tutti gli elementi sono in relazione tra loro. Il Daesh che abbiamo conosciuto ne fu il campione: diffuso in 36 Paesi con 40 gruppi coordinati tra loro. Se Daesh non c'è più, la guerra ibrida continua e si declina nel tutti contro tutti della terza guerra mondiale in corso, dove le armi sono i fucili e i dazi, i profili di Facebook e gli immigrati.L'eredità di Daesh costituisce il secondo elemento. I due aspetti che vengono consegnati al futuro terrorismo sono la viralità della comunicazione e l'imitazione del comportamento. Nel corso del 2017 il Califfato ha insistito per diffondere, attraverso i suoi canali comunicativi, metodi semplici di attacco, passando dall'uso del veleno ai coltelli, ai furgoni, all'uso del fuoco e degli acidi, al provocare incidenti d'auto: suggerimenti mai declinati in procedure specifiche ma, piuttosto, in semplici descrizioni di azioni tipo cartoni animati di Willy Coyote. Il contagio comunicativo ha promosso l'imitazione: non sono più state le convinzioni a muovere il terrorista ma la possibilità facile di esprimere la propria violenza, non necessariamente per Allah. Ormai può bastare una incazzatura con la moglie. Sdoganati questi comportamenti, non si torna più indietro e un'automobile sulla folla, per inesplorate ragioni, è una possibilità in ogni città.Il terzo elemento è un Califfato che non ha più terra da difendere, da cui la necessità di mutare la sua forma organizzativa. La domanda è: Daesh aveva previsto questa sconfitta sul campo? E la mia risposta è affermativa. Daesh non ha mai agito senza una strategia, magari ad alto rischio, da giocatore di poker, o un'idea che escludesse la casualità. Credo che Daesh avesse una via di uscita nel cercare di sopravvivere e continuare la lotta del jihad radicale, organizzando la resistenza attraverso nuclei di irriducibili disposti a morire sul posto (martiri, testimoni della purezza della causa), insieme a una parte di combattenti di cui si era negoziata la fuoriuscita dalle aree di guerra verso aree del futuro jihad (soprattutto asiatiche) o verso Paesi occidentali dove i returnee potessero agire da attivatori (non da autori) dei delusi che avrebbero voluto partire, ma che si era provveduto a fermare prima.Il quarto elemento ci riporta alla guerra ibrida perché evidenzia la ridefinizione delle alleanze: un gioco delle parti tra chi, fino ad agosto 2017, era formalmente schierato contro Daesh, una alleanza funzionale di fronte al nemico formale. Ora che non c'è più, il branco cerca altro: eccoli a confronto tra loro iraniani, curdi, turchi, arabi vari, americani, russi, israeliani per la governance di un'area centrale per la stabilità del mondo. E noi italiani possiamo essere le vittime collaterali del gioco.Il puzzle dunque comincia a prendere forma: l'immagine che ne esce non è particolarmente bella. Proviamo a evidenziare alcune probabili tendenze per i prossimi mesi. La guerra ibrida si manifesta in conflitti sempre più aperti tra (ex) alleati in una pluralità di teatri, tra i quali quello del Mediterraneo. Le alleanze sono mutevoli e le minacce tra partner si esercitano in tutti i settori. Deash sconfitto non rinuncia a riproporsi, ma confida soprattutto nella capacità di attivazione spontanea dei sui adepti, rinforzati da una comunicazione meno pubblica e affidata alle relazioni dirette tra individui, virtuali e reali. Probabilmente l'Asia diventa un ricettacolo di fuoriusciti del Califfato, che andranno a formare e indottrinare nuovi terroristi. La minaccia di attacchi terroristici in Europa si mantiene alta e imprevedibile, indirizzata a soft target ad alta intensità comunicativa quando colpiti, pianificata al più basso livello possibile di organizzazione, mimetizzata nella quotidianità. I cosiddetti processi di radicalizzazione continuano a sorprendere per la diversità delle motivazioni che conducono all'atto violento, perché il dopo Daesh non vuole adepti ma assassini consumabili. Al Qaeda riprende fiato: Ayman Al Zawahiri, il suo leader, in quest'ultimo mese ha parlato molto ricollocando il movimento al centro dell'islamismo radicale terrorista e aspetta paziente di riprendere la guida del jihad globale.Alla faccia della fine di Daesh: diventa facile dire che si stava meglio quando si stava peggio. 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Il 24 settembre, un'auto utilizzata come ariete è stata lanciata contro il palo che sorregge la videocamera, che era stata distrutta. L'avevano rimessa, piazzando lì anche delle pattuglie. Sabato una decina di ragazzi a volto coperto ha accerchiato le auto della polizia, ha sfondato i vetri e ha buttato dentro due bombe molotov. Quattro agenti sono stati feriti, due di loro, un uomo e una donna, sono stati giudicati gravissimi. Così si vive e forse si muore a Viry-Châtillon, 21 chilometri a Sud di Parigi. Dei 31.000 abitanti del comune, il 10,5% sarebbe straniero, secondo le statistiche ufficiali, ma si tratta di dati vecchi e falsati, probabilmente sono molti di più. I francesi hanno un nome per definire questi agglomerati sorti ai margini delle grandi metropoli: banlieue. Il termine ha origini medievali, si tratta del luogo (lieu) che segnava il limite fino al quale valeva il bando (ban) di un signore. Terre di contadini, divennero in seguito dormitori per operai. Poi anche gli operai lasciarono il posto agli immigrati. Oggi, le banlieue sono terra loro.Il pubblico italiano ha familiarizzato con il termine in occasione delle rivolte del 2005, iniziate a Clichy-sous-Bois per la morte accidentale dei due adolescenti inseguiti dalla polizia. Si calcola che in tutto il 2005 furono date alle fiamme circa 45.000 auto. Sempre del 2005 è un altro evento emblematico: durante una manifestazione studentesca vari studenti furono pestati e derubati da 700/1.000 ragazzi arabi venuti da Seine-Saint-Denis con il solo scopo di compiere razzie e violenze. Ma non si è dovuto aspettare il 2005 per saggiare il tasso di esplosività dei nuovi ghetti. I primi scontri interetnici sono della fine degli anni Settanta. Pensiamo solo alla «estate calda» del 1981 e agli scontri a Vénissieux, Villeurbanne e Vaulx-en-Velin, tre comuni dell'area urbana di Lione a forte densità immigrata. All'epoca il conflitto nacque per un intervento della polizia contro i «rodei» dei giovani maghrebini, ovvero la loro abitudine di rubare auto e poi lanciarle a folle velocità, devastandole o incendiandole. Disordini su vasta scala sono avvenuti nel 1990 al quartiere Mas de Taureu di Vaulx-en-Velin e nel 1991 alla Cité des Indes di Sartrouville, nella banlieue di Parigi, e in quella di Val-Fourré, a Mantes-la-Jolie.Da decenni ormai, questi sobborghi hanno assunto la dimensione di ghetti etnici in cui la popolazione bianca viene cacciata casa per casa. Come ha scritto Walter Laqueur in Gli ultimi giorni dell'Europa, «nel 2000 c'era ormai un migliaio di zone nei quartieri di immigrati dove la polizia non entrava più - a meno che naturalmente non si presentasse in forze - e allo stesso tempo si stimava che più della metà dei carcerati fosse di origine musulmana». Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy in Fractures française, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera sono passati dall'11,5% al 18,1% in Francia, dal 16% al 37% nell'Île-de-France, dal 18,8% al 50,1% a Seine-Saint-Denis. In quest'ultimo dipartimento, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Sempre tra il 1968 e il 2005, in molti comuni dell'Île-de-France la percentuale di giovani di origine straniera è cresciuta su livelli analoghi: a Clichy-sous-Bois è passata dal 22 al 76%, ad Aubervilliers dal 23 al 75%, a La Courneuve dal 22 al 74%, a Grigny dal 23 al 71%, Pierrefitte-sur-Seine dal 12 al 71%, a Garges-lès-Gonesse dal 30 al 71%, a Saint-Denis dal 28 al 70%, a Saint-Ouen dal 19 al 67%, a Sarcelles dal 20 al 66%, a Bobigny dal 17 al 66%, a Stains dal 21 al 66%, a Villiers-le-Bel dal 21 al 65%, a Épinay-sur-Seine dal 12 al 65%, a Mantes-la-Jolie dal 10 al 65%, a Pantin dal 14 al 64%, a Bondy dal 16 al 63%, ai Mureaux dal 18 al 62%, a Sevran dal 19 al 62%, a Trappes dal 9 al 61%.Secondo l'inchiesta Immigrés et descendants d'immigrés en France condotta dall'Insee (l'Istat francese), negli ultimi anni è stato in media il 30% dei figli di immigrati africani a uscire dal sistema scolastico senza la maturità, il doppio rispetto ai discendenti di francesi non immigrati. Inoltre il numero dei discendenti degli immigrati disoccupati è triplo rispetto ai figli dei francesi non immigrati. Colpa della povertà? Non solo. Con il passare delle generazioni, la condizione sociale migliora ma la conflittualità aumenta. La seconda generazione immigrata, infatti, vive meglio di quella che l'ha preceduta. Il tasso di povertà è sceso dal 37 al 20%. Un terzo dei figli di immigrati nella fascia d'età 35-50 anni svolge un lavoro più qualificato del padre alla stessa eta. Insomma, la spiegazione economicista non funziona. Come nota Guilluy, già il governo Jospin (1997-2002) aveva cercato di migliorare le condizioni di vita delle banlieue intervenendo contro la disoccupazione. «Sfortunatamente, i buoni risultati in materia di occupazione non ebbero alcuna incidenza sul tasso di delinquenza (delle banlieue), che al contrario è esploso proprio in quel periodo». I media mainstream si battono il petto per il preteso «abbandono» dei quartieri sensibili, ma anche qui la realtà è diversa.Il sociologo Dominique Lorrain ha realizzato uno studio comparativo sugli investimenti pubblici nel quartiere di Hautes-Noues, a Villiers-sur-Marne, e quelli nella periferia di Verdun. Il livello di povertà dei due quartieri è analogo, ma il primo viene classificato come «sensibile», appunto per la forte e irrequieta presenza di immigrati. Ebbene, si scopre intanto che il reddito degli abitanti di Hautes-Noues è del 20% superiore a quello dei residenti a Verdun. Contando gli investimenti pubblici spesi per i due quartieri, inoltre, Lorrain ha calcolato come lo Stato abbia investito ben 12.450 euro per abitante a Hautes-Noues contro gli 11,80 euro per abitante di Verdun. Insomma, gli investimenti pubblici nel quartiere «sensibile» sono mille volte superiori rispetto a quello più povero, più decentrato e più sfortunato che tuttavia ha il torto di non attirare l'attenzione di sociologi, giornalisti e politici. Nella Francia che brucia, la politica preferisce aiutare i piromani. Adriano Scianca
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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