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2018-03-23
Il manifesto dei cento professori francesi contro il totalitarismo islamico
ANSA
Un appello contro il «totalitarismo islamista» sta agitando la Francia. Lo hanno firmato 100 intellettuali, tra cui il filosofo Rémi Brague, lo scrittore Pascal Bruckner, gli ex ministri Luc Ferry e Bernard Kouchner, lo storico Pierre Nora, il saggista Alain Finkielkraut, il politologo Pierre-André Taguieff e la demografa Michèle Tribalat. Personalità dal percorso molto diverso, e che infatti si definiscono «cittadini dalle opinioni differenti e molto spesso opposte fra loro», tuttavia mossi da «inquietudine di fronte all'ascesa dell'islamismo» e dal «sentimento che un pericolo minacci la libertà in generale e non solo la libertà di pensiero».
I toni, insomma, sono duri, e infatti si denuncia «il nuovo totalitarismo islamista» che «cerca di guadagnare terreno con tutti i mezzi e di passare per vittima dell'intolleranza». La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata un'iniziativa di un sindacato di insegnanti che ha proposto uno stage di formazione sul «razzismo di Stato» interdetto ai «bianchi». Non è la prima volta che in Francia si indicono iniziative contro la discriminazione organizzate, paradossalmente, proprio a partire dall'esclusione di chi ha la pelle troppo bianca. I firmatari dell'appello denunciano quindi «un'apartheid di nuovo genere», un «segregazionismo di nuovo tipo» che nasce quando un gruppo etnoreligioso decide di fare «secessione dalla comunità nazionale e i suoi costumi».
Gli intellettuali transalpini rincarano la dose: «Che qualcuno viva nella legge della sua comunità o casta e nel disprezzo di quella degli altri, che qualcuno sia giudicato solo dai suoi, questo è contrario allo spirito della Repubblica». L'atto d'accusa è forte: «Il nuovo separatismo avanza sotto mentite spoglie. Vorrebbe sembrare benigno, ma in realtà è solo un'arma della conquista politica e culturale dell'islamismo. L'islamismo vuole stare a sé poiché rifiuta gli altri, ivi compresi i musulmani che non condividono le sue vedute. L'islamismo detesta la sovranità democratica, poiché essa gli rifiuta ogni legittimità. L'islamismo si sente dominato allorché non domina».
L'appello non ha mancato di suscitare reazioni. A partire dal massimo livello della politica francese, quello del governo stesso. Benjamin Griveaux, portavoce dell'esecutivo, ha criticato l'uso della parola «apartheid» e ha spiegato che, «se è vero che ci sono quartieri in cui il salafismo ha preso il potere», non di meno la «riconquista» non si fa «sui giornali», bensì «con la polizia di sicurezza». L'ex primo ministro socialista Manuel Valls, pure eletto anch'egli nelle fila dei macronisti, ha invece condiviso il testo, scrivendo che «è tempo di aprire gli occhi e dire le cose come stanno. È il miglior servizio che si possa rendere alla Repubblica e ai musulmani di Francia, per aiutarli a combattere l'islam politico e l'islamismo». Il dibattito è in parte legato a una tematica strettamente francese: al di là delle Alpi, com'è noto, esiste una legge sulla laicità entrata in vigore addirittura nel 1905, secondo cui ogni simbolo religioso deve essere escluso dallo spazio pubblico, cosa che ha creato una lunga querelle sulla liceità del velo islamico in scuole e uffici, per esempio.
Ma, al di là delle problematiche «francesi, troppo francesi», va da sé che l'appello va a prendere di petto le aporie della cosiddetta «accoglienza» di minoranze sempre meno... «minoritarie» e portatrici di ideologie intolleranti e aggressive. Non stupisce, quindi, che l'appello sia stato rilanciato anche da Jean Messiha, membro dell'ufficio politico del Front national, che ha auspicato una «diffusione di massa» del testo. E alla fine ci volevano proprio i musulmani per mettere una volta tanto d'accordo (quasi) tutti, da Valls ai lepenisti.
Leggi anche l'analisi di Marco Lombardi sullo Stato islamico e l'inchiesta sulle banlieue firmata da Adriano Scianca e pubblicata sulla Verità l'11 ottobre 2016.
È la prima azione del «nuovo» Stato islamico
Un supermercato di Francia attaccato da un terrorista di Daesh, che ammazza qualche francese farneticando «Allah Akbar», stupisce l'Europa e mezzo mondo che davano il Califfato per morto e sepolto. Ed è così: Daesh, nella forma organizzativa finora conosciuta, non c'è più perché si è trasformato - si sta trasformando, anzi - in qualche cosa di altro.
Ormai la questione non è più la ricerca di Daesh ma la necessità di interrogarsi su quale sia la sua eredità e chi ne stia beneficiando. Solo in questa prospettiva possiamo attualizzare il pericolo, valutando la minaccia che ancora, e per lungo tempo, il terrorismo islamista porterà ai suoi nemici. Tra i quali, di massima, siamo annoverati.
Si tratta di ricostruire un puzzle dalla forma incerta, con i pezzi che abbiamo in mano senza sapere se li abbiamo proprio tutti. Ma proviamoci.
Il primo elemento del puzzle è quello di scenario offerto dalla guerra ibrida, dove giocatori diversi entrano in campo per «sbranarsi» senza condividere alcunché, se non la necessità di farsi la pelle. Si tratta di una forma di guerra che bene interpreta la dimensione reticolare della globalizzazione, dove tutti gli elementi sono in relazione tra loro. Il Daesh che abbiamo conosciuto ne fu il campione: diffuso in 36 Paesi con 40 gruppi coordinati tra loro. Se Daesh non c'è più, la guerra ibrida continua e si declina nel tutti contro tutti della terza guerra mondiale in corso, dove le armi sono i fucili e i dazi, i profili di Facebook e gli immigrati.
L'eredità di Daesh costituisce il secondo elemento. I due aspetti che vengono consegnati al futuro terrorismo sono la viralità della comunicazione e l'imitazione del comportamento. Nel corso del 2017 il Califfato ha insistito per diffondere, attraverso i suoi canali comunicativi, metodi semplici di attacco, passando dall'uso del veleno ai coltelli, ai furgoni, all'uso del fuoco e degli acidi, al provocare incidenti d'auto: suggerimenti mai declinati in procedure specifiche ma, piuttosto, in semplici descrizioni di azioni tipo cartoni animati di Willy Coyote. Il contagio comunicativo ha promosso l'imitazione: non sono più state le convinzioni a muovere il terrorista ma la possibilità facile di esprimere la propria violenza, non necessariamente per Allah. Ormai può bastare una incazzatura con la moglie. Sdoganati questi comportamenti, non si torna più indietro e un'automobile sulla folla, per inesplorate ragioni, è una possibilità in ogni città.
Il terzo elemento è un Califfato che non ha più terra da difendere, da cui la necessità di mutare la sua forma organizzativa. La domanda è: Daesh aveva previsto questa sconfitta sul campo? E la mia risposta è affermativa. Daesh non ha mai agito senza una strategia, magari ad alto rischio, da giocatore di poker, o un'idea che escludesse la casualità. Credo che Daesh avesse una via di uscita nel cercare di sopravvivere e continuare la lotta del jihad radicale, organizzando la resistenza attraverso nuclei di irriducibili disposti a morire sul posto (martiri, testimoni della purezza della causa), insieme a una parte di combattenti di cui si era negoziata la fuoriuscita dalle aree di guerra verso aree del futuro jihad (soprattutto asiatiche) o verso Paesi occidentali dove i returnee potessero agire da attivatori (non da autori) dei delusi che avrebbero voluto partire, ma che si era provveduto a fermare prima.
Il quarto elemento ci riporta alla guerra ibrida perché evidenzia la ridefinizione delle alleanze: un gioco delle parti tra chi, fino ad agosto 2017, era formalmente schierato contro Daesh, una alleanza funzionale di fronte al nemico formale. Ora che non c'è più, il branco cerca altro: eccoli a confronto tra loro iraniani, curdi, turchi, arabi vari, americani, russi, israeliani per la governance di un'area centrale per la stabilità del mondo. E noi italiani possiamo essere le vittime collaterali del gioco.
Il puzzle dunque comincia a prendere forma: l'immagine che ne esce non è particolarmente bella. Proviamo a evidenziare alcune probabili tendenze per i prossimi mesi. La guerra ibrida si manifesta in conflitti sempre più aperti tra (ex) alleati in una pluralità di teatri, tra i quali quello del Mediterraneo. Le alleanze sono mutevoli e le minacce tra partner si esercitano in tutti i settori. Deash sconfitto non rinuncia a riproporsi, ma confida soprattutto nella capacità di attivazione spontanea dei sui adepti, rinforzati da una comunicazione meno pubblica e affidata alle relazioni dirette tra individui, virtuali e reali. Probabilmente l'Asia diventa un ricettacolo di fuoriusciti del Califfato, che andranno a formare e indottrinare nuovi terroristi. La minaccia di attacchi terroristici in Europa si mantiene alta e imprevedibile, indirizzata a soft target ad alta intensità comunicativa quando colpiti, pianificata al più basso livello possibile di organizzazione, mimetizzata nella quotidianità. I cosiddetti processi di radicalizzazione continuano a sorprendere per la diversità delle motivazioni che conducono all'atto violento, perché il dopo Daesh non vuole adepti ma assassini consumabili. Al Qaeda riprende fiato: Ayman Al Zawahiri, il suo leader, in quest'ultimo mese ha parlato molto ricollocando il movimento al centro dell'islamismo radicale terrorista e aspetta paziente di riprendere la guida del jihad globale.
Alla faccia della fine di Daesh: diventa facile dire che si stava meglio quando si stava peggio. Aspettiamoci pertanto mesi difficili e diversi rispetto al tipo di minaccia che eravamo abituati a fronteggiare.
I soldi ai ghetti etnici non placano la violenza
A Viry-Châtillon, la vita umana vale meno di un semaforo. C'è un poliziotto di 28 anni che sta lottando contro la morte perché stava difendendo questo: un semaforo. Sul quale, però, è montata una telecamera di videosorveglianza. Un occhio troppo indiscreto, per chi ha preso possesso del territorio e ne ha fatto terra di spacci e traffici. Il 24 settembre, un'auto utilizzata come ariete è stata lanciata contro il palo che sorregge la videocamera, che era stata distrutta. L'avevano rimessa, piazzando lì anche delle pattuglie. Sabato una decina di ragazzi a volto coperto ha accerchiato le auto della polizia, ha sfondato i vetri e ha buttato dentro due bombe molotov. Quattro agenti sono stati feriti, due di loro, un uomo e una donna, sono stati giudicati gravissimi. Così si vive e forse si muore a Viry-Châtillon, 21 chilometri a Sud di Parigi. Dei 31.000 abitanti del comune, il 10,5% sarebbe straniero, secondo le statistiche ufficiali, ma si tratta di dati vecchi e falsati, probabilmente sono molti di più. I francesi hanno un nome per definire questi agglomerati sorti ai margini delle grandi metropoli: banlieue. Il termine ha origini medievali, si tratta del luogo (lieu) che segnava il limite fino al quale valeva il bando (ban) di un signore. Terre di contadini, divennero in seguito dormitori per operai. Poi anche gli operai lasciarono il posto agli immigrati. Oggi, le banlieue sono terra loro.
Il pubblico italiano ha familiarizzato con il termine in occasione delle rivolte del 2005, iniziate a Clichy-sous-Bois per la morte accidentale dei due adolescenti inseguiti dalla polizia. Si calcola che in tutto il 2005 furono date alle fiamme circa 45.000 auto. Sempre del 2005 è un altro evento emblematico: durante una manifestazione studentesca vari studenti furono pestati e derubati da 700/1.000 ragazzi arabi venuti da Seine-Saint-Denis con il solo scopo di compiere razzie e violenze. Ma non si è dovuto aspettare il 2005 per saggiare il tasso di esplosività dei nuovi ghetti. I primi scontri interetnici sono della fine degli anni Settanta. Pensiamo solo alla «estate calda» del 1981 e agli scontri a Vénissieux, Villeurbanne e Vaulx-en-Velin, tre comuni dell'area urbana di Lione a forte densità immigrata. All'epoca il conflitto nacque per un intervento della polizia contro i «rodei» dei giovani maghrebini, ovvero la loro abitudine di rubare auto e poi lanciarle a folle velocità, devastandole o incendiandole. Disordini su vasta scala sono avvenuti nel 1990 al quartiere Mas de Taureu di Vaulx-en-Velin e nel 1991 alla Cité des Indes di Sartrouville, nella banlieue di Parigi, e in quella di Val-Fourré, a Mantes-la-Jolie.
Da decenni ormai, questi sobborghi hanno assunto la dimensione di ghetti etnici in cui la popolazione bianca viene cacciata casa per casa. Come ha scritto Walter Laqueur in Gli ultimi giorni dell'Europa, «nel 2000 c'era ormai un migliaio di zone nei quartieri di immigrati dove la polizia non entrava più - a meno che naturalmente non si presentasse in forze - e allo stesso tempo si stimava che più della metà dei carcerati fosse di origine musulmana». Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy in Fractures française, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera sono passati dall'11,5% al 18,1% in Francia, dal 16% al 37% nell'Île-de-France, dal 18,8% al 50,1% a Seine-Saint-Denis. In quest'ultimo dipartimento, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Sempre tra il 1968 e il 2005, in molti comuni dell'Île-de-France la percentuale di giovani di origine straniera è cresciuta su livelli analoghi: a Clichy-sous-Bois è passata dal 22 al 76%, ad Aubervilliers dal 23 al 75%, a La Courneuve dal 22 al 74%, a Grigny dal 23 al 71%, Pierrefitte-sur-Seine dal 12 al 71%, a Garges-lès-Gonesse dal 30 al 71%, a Saint-Denis dal 28 al 70%, a Saint-Ouen dal 19 al 67%, a Sarcelles dal 20 al 66%, a Bobigny dal 17 al 66%, a Stains dal 21 al 66%, a Villiers-le-Bel dal 21 al 65%, a Épinay-sur-Seine dal 12 al 65%, a Mantes-la-Jolie dal 10 al 65%, a Pantin dal 14 al 64%, a Bondy dal 16 al 63%, ai Mureaux dal 18 al 62%, a Sevran dal 19 al 62%, a Trappes dal 9 al 61%.
Secondo l'inchiesta Immigrés et descendants d'immigrés en France condotta dall'Insee (l'Istat francese), negli ultimi anni è stato in media il 30% dei figli di immigrati africani a uscire dal sistema scolastico senza la maturità, il doppio rispetto ai discendenti di francesi non immigrati. Inoltre il numero dei discendenti degli immigrati disoccupati è triplo rispetto ai figli dei francesi non immigrati. Colpa della povertà? Non solo. Con il passare delle generazioni, la condizione sociale migliora ma la conflittualità aumenta. La seconda generazione immigrata, infatti, vive meglio di quella che l'ha preceduta. Il tasso di povertà è sceso dal 37 al 20%. Un terzo dei figli di immigrati nella fascia d'età 35-50 anni svolge un lavoro più qualificato del padre alla stessa eta. Insomma, la spiegazione economicista non funziona. Come nota Guilluy, già il governo Jospin (1997-2002) aveva cercato di migliorare le condizioni di vita delle banlieue intervenendo contro la disoccupazione. «Sfortunatamente, i buoni risultati in materia di occupazione non ebbero alcuna incidenza sul tasso di delinquenza (delle banlieue), che al contrario è esploso proprio in quel periodo». I media mainstream si battono il petto per il preteso «abbandono» dei quartieri sensibili, ma anche qui la realtà è diversa.
Il sociologo Dominique Lorrain ha realizzato uno studio comparativo sugli investimenti pubblici nel quartiere di Hautes-Noues, a Villiers-sur-Marne, e quelli nella periferia di Verdun. Il livello di povertà dei due quartieri è analogo, ma il primo viene classificato come «sensibile», appunto per la forte e irrequieta presenza di immigrati. Ebbene, si scopre intanto che il reddito degli abitanti di Hautes-Noues è del 20% superiore a quello dei residenti a Verdun. Contando gli investimenti pubblici spesi per i due quartieri, inoltre, Lorrain ha calcolato come lo Stato abbia investito ben 12.450 euro per abitante a Hautes-Noues contro gli 11,80 euro per abitante di Verdun. Insomma, gli investimenti pubblici nel quartiere «sensibile» sono mille volte superiori rispetto a quello più povero, più decentrato e più sfortunato che tuttavia ha il torto di non attirare l'attenzione di sociologi, giornalisti e politici. Nella Francia che brucia, la politica preferisce aiutare i piromani.
Adriano Scianca
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Sparatoria in un supermercato a Trèbes, vicino a Carcassonne. Un uomo armato è entrato nel negozio urlando «Allah Akbar» e ha preso una decina di ostaggi. Per Amaq, l'organo di propaganda dell'Isis, l'attentatore era «un soldato dello Stato islamico». Nelle ultime ore alcuni intellettuali d'Oltralpe avevano firmato un documento per denunciare il separatismo delle comunità musulmane: «Per distinguersi dagli infedeli si isolano e rifiutano i valori occidentali».Lo speciale contiene tre articoliUn appello contro il «totalitarismo islamista» sta agitando la Francia. Lo hanno firmato 100 intellettuali, tra cui il filosofo Rémi Brague, lo scrittore Pascal Bruckner, gli ex ministri Luc Ferry e Bernard Kouchner, lo storico Pierre Nora, il saggista Alain Finkielkraut, il politologo Pierre-André Taguieff e la demografa Michèle Tribalat. Personalità dal percorso molto diverso, e che infatti si definiscono «cittadini dalle opinioni differenti e molto spesso opposte fra loro», tuttavia mossi da «inquietudine di fronte all'ascesa dell'islamismo» e dal «sentimento che un pericolo minacci la libertà in generale e non solo la libertà di pensiero».I toni, insomma, sono duri, e infatti si denuncia «il nuovo totalitarismo islamista» che «cerca di guadagnare terreno con tutti i mezzi e di passare per vittima dell'intolleranza». La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata un'iniziativa di un sindacato di insegnanti che ha proposto uno stage di formazione sul «razzismo di Stato» interdetto ai «bianchi». Non è la prima volta che in Francia si indicono iniziative contro la discriminazione organizzate, paradossalmente, proprio a partire dall'esclusione di chi ha la pelle troppo bianca. I firmatari dell'appello denunciano quindi «un'apartheid di nuovo genere», un «segregazionismo di nuovo tipo» che nasce quando un gruppo etnoreligioso decide di fare «secessione dalla comunità nazionale e i suoi costumi». Gli intellettuali transalpini rincarano la dose: «Che qualcuno viva nella legge della sua comunità o casta e nel disprezzo di quella degli altri, che qualcuno sia giudicato solo dai suoi, questo è contrario allo spirito della Repubblica». L'atto d'accusa è forte: «Il nuovo separatismo avanza sotto mentite spoglie. Vorrebbe sembrare benigno, ma in realtà è solo un'arma della conquista politica e culturale dell'islamismo. L'islamismo vuole stare a sé poiché rifiuta gli altri, ivi compresi i musulmani che non condividono le sue vedute. L'islamismo detesta la sovranità democratica, poiché essa gli rifiuta ogni legittimità. L'islamismo si sente dominato allorché non domina». L'appello non ha mancato di suscitare reazioni. A partire dal massimo livello della politica francese, quello del governo stesso. Benjamin Griveaux, portavoce dell'esecutivo, ha criticato l'uso della parola «apartheid» e ha spiegato che, «se è vero che ci sono quartieri in cui il salafismo ha preso il potere», non di meno la «riconquista» non si fa «sui giornali», bensì «con la polizia di sicurezza». L'ex primo ministro socialista Manuel Valls, pure eletto anch'egli nelle fila dei macronisti, ha invece condiviso il testo, scrivendo che «è tempo di aprire gli occhi e dire le cose come stanno. È il miglior servizio che si possa rendere alla Repubblica e ai musulmani di Francia, per aiutarli a combattere l'islam politico e l'islamismo». Il dibattito è in parte legato a una tematica strettamente francese: al di là delle Alpi, com'è noto, esiste una legge sulla laicità entrata in vigore addirittura nel 1905, secondo cui ogni simbolo religioso deve essere escluso dallo spazio pubblico, cosa che ha creato una lunga querelle sulla liceità del velo islamico in scuole e uffici, per esempio. Ma, al di là delle problematiche «francesi, troppo francesi», va da sé che l'appello va a prendere di petto le aporie della cosiddetta «accoglienza» di minoranze sempre meno... «minoritarie» e portatrici di ideologie intolleranti e aggressive. Non stupisce, quindi, che l'appello sia stato rilanciato anche da Jean Messiha, membro dell'ufficio politico del Front national, che ha auspicato una «diffusione di massa» del testo. E alla fine ci volevano proprio i musulmani per mettere una volta tanto d'accordo (quasi) tutti, da Valls ai lepenisti.Leggi anche l'analisi di Marco Lombardi sullo Stato islamico e l'inchiesta sulle banlieue firmata da Adriano Scianca e pubblicata sulla Verità l'11 ottobre 2016.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/attentato-francia-trebes-isis-2551722031.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-la-prima-azione-del-nuovo-stato-islamico" data-post-id="2551722031" data-published-at="1768536075" data-use-pagination="False"> È la prima azione del «nuovo» Stato islamico Un supermercato di Francia attaccato da un terrorista di Daesh, che ammazza qualche francese farneticando «Allah Akbar», stupisce l'Europa e mezzo mondo che davano il Califfato per morto e sepolto. Ed è così: Daesh, nella forma organizzativa finora conosciuta, non c'è più perché si è trasformato - si sta trasformando, anzi - in qualche cosa di altro.Ormai la questione non è più la ricerca di Daesh ma la necessità di interrogarsi su quale sia la sua eredità e chi ne stia beneficiando. Solo in questa prospettiva possiamo attualizzare il pericolo, valutando la minaccia che ancora, e per lungo tempo, il terrorismo islamista porterà ai suoi nemici. Tra i quali, di massima, siamo annoverati. Si tratta di ricostruire un puzzle dalla forma incerta, con i pezzi che abbiamo in mano senza sapere se li abbiamo proprio tutti. Ma proviamoci.Il primo elemento del puzzle è quello di scenario offerto dalla guerra ibrida, dove giocatori diversi entrano in campo per «sbranarsi» senza condividere alcunché, se non la necessità di farsi la pelle. Si tratta di una forma di guerra che bene interpreta la dimensione reticolare della globalizzazione, dove tutti gli elementi sono in relazione tra loro. Il Daesh che abbiamo conosciuto ne fu il campione: diffuso in 36 Paesi con 40 gruppi coordinati tra loro. Se Daesh non c'è più, la guerra ibrida continua e si declina nel tutti contro tutti della terza guerra mondiale in corso, dove le armi sono i fucili e i dazi, i profili di Facebook e gli immigrati.L'eredità di Daesh costituisce il secondo elemento. I due aspetti che vengono consegnati al futuro terrorismo sono la viralità della comunicazione e l'imitazione del comportamento. Nel corso del 2017 il Califfato ha insistito per diffondere, attraverso i suoi canali comunicativi, metodi semplici di attacco, passando dall'uso del veleno ai coltelli, ai furgoni, all'uso del fuoco e degli acidi, al provocare incidenti d'auto: suggerimenti mai declinati in procedure specifiche ma, piuttosto, in semplici descrizioni di azioni tipo cartoni animati di Willy Coyote. Il contagio comunicativo ha promosso l'imitazione: non sono più state le convinzioni a muovere il terrorista ma la possibilità facile di esprimere la propria violenza, non necessariamente per Allah. Ormai può bastare una incazzatura con la moglie. Sdoganati questi comportamenti, non si torna più indietro e un'automobile sulla folla, per inesplorate ragioni, è una possibilità in ogni città.Il terzo elemento è un Califfato che non ha più terra da difendere, da cui la necessità di mutare la sua forma organizzativa. La domanda è: Daesh aveva previsto questa sconfitta sul campo? E la mia risposta è affermativa. Daesh non ha mai agito senza una strategia, magari ad alto rischio, da giocatore di poker, o un'idea che escludesse la casualità. Credo che Daesh avesse una via di uscita nel cercare di sopravvivere e continuare la lotta del jihad radicale, organizzando la resistenza attraverso nuclei di irriducibili disposti a morire sul posto (martiri, testimoni della purezza della causa), insieme a una parte di combattenti di cui si era negoziata la fuoriuscita dalle aree di guerra verso aree del futuro jihad (soprattutto asiatiche) o verso Paesi occidentali dove i returnee potessero agire da attivatori (non da autori) dei delusi che avrebbero voluto partire, ma che si era provveduto a fermare prima.Il quarto elemento ci riporta alla guerra ibrida perché evidenzia la ridefinizione delle alleanze: un gioco delle parti tra chi, fino ad agosto 2017, era formalmente schierato contro Daesh, una alleanza funzionale di fronte al nemico formale. Ora che non c'è più, il branco cerca altro: eccoli a confronto tra loro iraniani, curdi, turchi, arabi vari, americani, russi, israeliani per la governance di un'area centrale per la stabilità del mondo. E noi italiani possiamo essere le vittime collaterali del gioco.Il puzzle dunque comincia a prendere forma: l'immagine che ne esce non è particolarmente bella. Proviamo a evidenziare alcune probabili tendenze per i prossimi mesi. La guerra ibrida si manifesta in conflitti sempre più aperti tra (ex) alleati in una pluralità di teatri, tra i quali quello del Mediterraneo. Le alleanze sono mutevoli e le minacce tra partner si esercitano in tutti i settori. Deash sconfitto non rinuncia a riproporsi, ma confida soprattutto nella capacità di attivazione spontanea dei sui adepti, rinforzati da una comunicazione meno pubblica e affidata alle relazioni dirette tra individui, virtuali e reali. Probabilmente l'Asia diventa un ricettacolo di fuoriusciti del Califfato, che andranno a formare e indottrinare nuovi terroristi. La minaccia di attacchi terroristici in Europa si mantiene alta e imprevedibile, indirizzata a soft target ad alta intensità comunicativa quando colpiti, pianificata al più basso livello possibile di organizzazione, mimetizzata nella quotidianità. I cosiddetti processi di radicalizzazione continuano a sorprendere per la diversità delle motivazioni che conducono all'atto violento, perché il dopo Daesh non vuole adepti ma assassini consumabili. Al Qaeda riprende fiato: Ayman Al Zawahiri, il suo leader, in quest'ultimo mese ha parlato molto ricollocando il movimento al centro dell'islamismo radicale terrorista e aspetta paziente di riprendere la guida del jihad globale.Alla faccia della fine di Daesh: diventa facile dire che si stava meglio quando si stava peggio. 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Il 24 settembre, un'auto utilizzata come ariete è stata lanciata contro il palo che sorregge la videocamera, che era stata distrutta. L'avevano rimessa, piazzando lì anche delle pattuglie. Sabato una decina di ragazzi a volto coperto ha accerchiato le auto della polizia, ha sfondato i vetri e ha buttato dentro due bombe molotov. Quattro agenti sono stati feriti, due di loro, un uomo e una donna, sono stati giudicati gravissimi. Così si vive e forse si muore a Viry-Châtillon, 21 chilometri a Sud di Parigi. Dei 31.000 abitanti del comune, il 10,5% sarebbe straniero, secondo le statistiche ufficiali, ma si tratta di dati vecchi e falsati, probabilmente sono molti di più. I francesi hanno un nome per definire questi agglomerati sorti ai margini delle grandi metropoli: banlieue. Il termine ha origini medievali, si tratta del luogo (lieu) che segnava il limite fino al quale valeva il bando (ban) di un signore. Terre di contadini, divennero in seguito dormitori per operai. Poi anche gli operai lasciarono il posto agli immigrati. Oggi, le banlieue sono terra loro.Il pubblico italiano ha familiarizzato con il termine in occasione delle rivolte del 2005, iniziate a Clichy-sous-Bois per la morte accidentale dei due adolescenti inseguiti dalla polizia. Si calcola che in tutto il 2005 furono date alle fiamme circa 45.000 auto. Sempre del 2005 è un altro evento emblematico: durante una manifestazione studentesca vari studenti furono pestati e derubati da 700/1.000 ragazzi arabi venuti da Seine-Saint-Denis con il solo scopo di compiere razzie e violenze. Ma non si è dovuto aspettare il 2005 per saggiare il tasso di esplosività dei nuovi ghetti. I primi scontri interetnici sono della fine degli anni Settanta. Pensiamo solo alla «estate calda» del 1981 e agli scontri a Vénissieux, Villeurbanne e Vaulx-en-Velin, tre comuni dell'area urbana di Lione a forte densità immigrata. All'epoca il conflitto nacque per un intervento della polizia contro i «rodei» dei giovani maghrebini, ovvero la loro abitudine di rubare auto e poi lanciarle a folle velocità, devastandole o incendiandole. Disordini su vasta scala sono avvenuti nel 1990 al quartiere Mas de Taureu di Vaulx-en-Velin e nel 1991 alla Cité des Indes di Sartrouville, nella banlieue di Parigi, e in quella di Val-Fourré, a Mantes-la-Jolie.Da decenni ormai, questi sobborghi hanno assunto la dimensione di ghetti etnici in cui la popolazione bianca viene cacciata casa per casa. Come ha scritto Walter Laqueur in Gli ultimi giorni dell'Europa, «nel 2000 c'era ormai un migliaio di zone nei quartieri di immigrati dove la polizia non entrava più - a meno che naturalmente non si presentasse in forze - e allo stesso tempo si stimava che più della metà dei carcerati fosse di origine musulmana». Secondo i dati riportati dallo studioso Christophe Guilluy in Fractures française, tra il 1968 e il 2005, i giovani di origine straniera sono passati dall'11,5% al 18,1% in Francia, dal 16% al 37% nell'Île-de-France, dal 18,8% al 50,1% a Seine-Saint-Denis. In quest'ultimo dipartimento, i bambini di cui entrambi i genitori sono nati in Francia sono passati, nello stesso periodo, da 41% al 13,5%. Sempre tra il 1968 e il 2005, in molti comuni dell'Île-de-France la percentuale di giovani di origine straniera è cresciuta su livelli analoghi: a Clichy-sous-Bois è passata dal 22 al 76%, ad Aubervilliers dal 23 al 75%, a La Courneuve dal 22 al 74%, a Grigny dal 23 al 71%, Pierrefitte-sur-Seine dal 12 al 71%, a Garges-lès-Gonesse dal 30 al 71%, a Saint-Denis dal 28 al 70%, a Saint-Ouen dal 19 al 67%, a Sarcelles dal 20 al 66%, a Bobigny dal 17 al 66%, a Stains dal 21 al 66%, a Villiers-le-Bel dal 21 al 65%, a Épinay-sur-Seine dal 12 al 65%, a Mantes-la-Jolie dal 10 al 65%, a Pantin dal 14 al 64%, a Bondy dal 16 al 63%, ai Mureaux dal 18 al 62%, a Sevran dal 19 al 62%, a Trappes dal 9 al 61%.Secondo l'inchiesta Immigrés et descendants d'immigrés en France condotta dall'Insee (l'Istat francese), negli ultimi anni è stato in media il 30% dei figli di immigrati africani a uscire dal sistema scolastico senza la maturità, il doppio rispetto ai discendenti di francesi non immigrati. Inoltre il numero dei discendenti degli immigrati disoccupati è triplo rispetto ai figli dei francesi non immigrati. Colpa della povertà? Non solo. Con il passare delle generazioni, la condizione sociale migliora ma la conflittualità aumenta. La seconda generazione immigrata, infatti, vive meglio di quella che l'ha preceduta. Il tasso di povertà è sceso dal 37 al 20%. Un terzo dei figli di immigrati nella fascia d'età 35-50 anni svolge un lavoro più qualificato del padre alla stessa eta. Insomma, la spiegazione economicista non funziona. Come nota Guilluy, già il governo Jospin (1997-2002) aveva cercato di migliorare le condizioni di vita delle banlieue intervenendo contro la disoccupazione. «Sfortunatamente, i buoni risultati in materia di occupazione non ebbero alcuna incidenza sul tasso di delinquenza (delle banlieue), che al contrario è esploso proprio in quel periodo». I media mainstream si battono il petto per il preteso «abbandono» dei quartieri sensibili, ma anche qui la realtà è diversa.Il sociologo Dominique Lorrain ha realizzato uno studio comparativo sugli investimenti pubblici nel quartiere di Hautes-Noues, a Villiers-sur-Marne, e quelli nella periferia di Verdun. Il livello di povertà dei due quartieri è analogo, ma il primo viene classificato come «sensibile», appunto per la forte e irrequieta presenza di immigrati. Ebbene, si scopre intanto che il reddito degli abitanti di Hautes-Noues è del 20% superiore a quello dei residenti a Verdun. Contando gli investimenti pubblici spesi per i due quartieri, inoltre, Lorrain ha calcolato come lo Stato abbia investito ben 12.450 euro per abitante a Hautes-Noues contro gli 11,80 euro per abitante di Verdun. Insomma, gli investimenti pubblici nel quartiere «sensibile» sono mille volte superiori rispetto a quello più povero, più decentrato e più sfortunato che tuttavia ha il torto di non attirare l'attenzione di sociologi, giornalisti e politici. Nella Francia che brucia, la politica preferisce aiutare i piromani. Adriano Scianca
Monsignor Antonio Suetta
E in effetti, Suetta è risultato politicamente scorretto forse anche al di là delle sue intenzioni. Ogni giorno fa suonare una campana per i bambini non nati e per questo è stato ferocemente attaccato da sinistra, in particolare dalla Cgil.
«L’iniziativa risale a qualche anno fa», dice il vescovo. «Noi ogni anno, da un po' di tempo, ci prepariamo alla Giornata della vita, che è sempre la prima domenica di febbraio, con una nostra iniziativa: i 40 giorni per la vita, che iniziano il 28 dicembre, giorno della memoria liturgica dei santi innocenti martiri. Nel 2021 abbiamo pensato a questa campana, l’abbiamo fatta fondere e l’abbiamo benedetta e presentata il 5 febbraio 2022. Perciò di per sé non è una novità, solo che probabilmente è caduta nel dimenticatoio. Avevamo dei lavori in corso qui nella villa dove ora è stata collocata, ma ora finalmente abbiamo potuto metterla in funzione. Lo abbiamo fatto appunto il 28 dicembre. Lo scopo è quello che ho scritto: prima di tutto, richiamare alla preghiera per tutti coloro che sono coinvolti nel grande dramma dell’aborto. In primis, naturalmente, i bambini che non hanno potuto nascere - mi riferisco tanto agli aborti volontari quanto agli aborti spontanei, quindi è un atto di pietà e di comunione dei santi - e poi tutte le altre persone che sono coinvolte. Certamente le donne, le mamme in primo luogo, e poi le famiglie, i medici, gli operatori sanitari e la società tutta. In secondo luogo, la campana suona come un monito per la coscienza. Non vuol dire puntare il dito, ma richiamare il principio sacrosanto del non uccidere».
La Cgil l’ha invitata a fare risuonare la campana per i morti palestinesi, ucraini, russi, per i giovani di Teheran, per René Nicole Goode uccisa dall’Ice.
«Condivido poco il benaltrismo. Ma al di là di questo io aderisco volentieri, personalmente e come diocesi, a tutte le iniziative di solidarietà, di preghiera, di sensibilizzazione che di quando in quando attraversano la vita della nostra società e soprattutto quelle che sono suggerite dal Santo Padre e dalla Conferenza episcopale italiana. Perciò la maggior parte di queste cose che sono state citate dai comunicati della Cgil non mi trovano estraneo, non mi trovano insensibile e tantomeno mi trovano contrario. Perché ho scelto un tema particolare? Perché sul discorso dell’aborto è calata, volutamente, la congiura del silenzio. Mentre per tutte le altre cose no. Sui migranti, essendo qui in una zona di frontiera, io personalmente tante volte mi sono speso. Ma è un tema che grazie a Dio è adeguatamente trattato ed è all’ordine del giorno. Mentre dell’aborto non si vuole parlare e tutte le polemiche che questa campana ha fatto nascere, che tra parentesi a me fanno piacere perché ne amplificano la voce, stanno a dimostrarlo».
Infatti il problema nasce proprio sull’aborto. Sempre la Cgil dice che «nel 2026 mentre le donne cercano ancora di sottrarsi alla violenza della cultura patriarcale, il vescovo la celebra colpevolizzandole e imponendo a un’intera comunità e al Paese il proprio pensiero che poco ha a che vedere con l’umana misericordia predicata dalle religioni».
«Dal mio punto di vista la cultura patriarcale non c’entra esattamente niente, almeno dalla prospettiva in cui io considero la cosa e in cui la considera la Chiesa. Anzi, ritengo che tutte le volte che parlando di aborto si sposta l’attenzione su argomenti che possono essere più o meno connessi si rischia di non considerare adeguatamente il tema. Bisogna considerare primariamente colui che è abortito, che è un essere umano. Questo è il fulcro della questione. Poi si capisce che intorno a questo tema vi sono tante altre prospettive e dimensioni che vanno tenute in giusta considerazione, ma che non possono prevalere sul principio che la vita è sacra, inviolabile e non è nella disponibilità di nessuno. Quindi questo è il tema che ho voluto sottolineare e portare all’attenzione. Quanto alla misericordia...».
Dica.
«La più grande misericordia la dovremmo avere nei confronti della vita innocente e indifesa che viene soppressa. E in secondo luogo la Chiesa ha sempre e in mille modi teso la mano alle donne che sono in difficoltà: a quelle che sono in difficoltà nell’accogliere una maternità e a quelle che purtroppo hanno abortito e portano il peso grande di un rimorso e spesso anche di traumi molto gravi».
Secondo lei l’aborto è un diritto?
«L’aborto non è un diritto ma un delitto. Però, come abbiamo visto con il recente inserimento dell’aborto come diritto nella Costituzione francese e poi con tutte le politiche europee sul tema, c’è questa tendenza a spostare il concetto di aborto: da fatto di estrema necessità a diritto nel segno della assoluta emancipazione e promozione della donna. Nonostante i numeri drammatici dell’aborto - che sono esorbitanti in Italia e nel mondo e che purtroppo stanno a dimostrare che non ci sia alcun impedimento ad abortire - trovo che ci sia una sorta di accanimento. Che rivela non tanto un approccio maldestro a una situazione di emergenza, ma qualcosa di peggio».
Cioè?
«Una antropologia sbagliata, una destrutturazione dell’uomo, un rifiuto dei valori, dei principi cristiani. Ma anche senza scomodare la fede, dei principi normali di una ragione sana. E ci vedo qualcosa di degradante, bestiale, posto che le bestie non fanno questo. E ci vedo, da un punto di vista religioso e teologico, qualcosa di diabolico».
Papa Leone XIV, pochi giorni fa, ha preso posizione molto netta: «È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto».
«Ho accolto quel discorso con grande condivisione, con tanta gratitudine al Santo Padre per aver detto queste cose e soprattutto per averle dette in quel contesto, perché ha parlato al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e di conseguenza ha mandato direttamente un messaggio a tutti gli stati del mondo».
La politica secondo lei dovrebbe discutere di più dell’aborto?
«Sì, dovrebbe discuterne di più. Capisco che per la politica sia difficile: da una parte questo argomento viene utilizzato come una bandiera ideologica. Dall’altra parte, anche se magari singolarmente gli esponenti politici condividono i principi cristiani, forse sono un po' timidi o sono scoraggiati dal fatto che un approccio diverso da quello oggi prevalente circa l’aborto non sarebbe capito, non avrebbe numeri, non avrebbe possibilità di successo. Ma questo discorso, ovviamente in maniera seria, va riportato alla ribalta perché è necessario. E lo ripeto, sono i numeri che ce lo dicono. Chi si ostina a difendere l’aborto cita sempre i cosiddetti casi estremi per giustificarlo, ma i numeri ci dicono che l’aborto non riguarda principalmente casi estremi. L’aborto purtroppo riguarda una concezione ormai decaduta, sbagliata e insufficiente della vita umana».
La campana fino a quando continuerà a suonare?
«La faremo suonare sempre, tutti i giorni. Sempre è una parola grande... Diciamo stabilmente».
Non sembra poi un gesto così violento. E nemmeno lei sembra violento.
«No, io non sono un violento, però mi piace essere, per usare un termine evangelico, franco. È quello che la Bibbia chiama parresia. Le cose vanno chiamate con il loro nome e vanno dette con chiarezza, senza paura. Io devo essere sincero, in questi giorni certo ho sentito il vento delle polemiche, talvolta davvero violente e sbagliate. Soprattutto mi hanno fatto un po' tenerezza i tanti giovani indottrinati e i loro slogan. Però ho ricevuto tante condivisioni e tante belle testimonianze personali. Il che vuol dire, sempre per citare la Bibbia, che il Signore ha un popolo numeroso in questa città e la campana suona per questo».
Alla Chiesa manca o è mancata la franchezza a cui ha fatto riferimento?
«Penso che magari l’intenzione sia buona, è quella di accostarsi a tutti, cercando di accompagnarsi al passo di ciascuno per orientare adeguatamente il cammino. Questo sicuramente è un atteggiamento previo, indispensabile per l’attività pastorale. Però poi cammin facendo, mi sembra che ce lo insegni proprio l’ultimo film di Checco Zalone, la direzione si deve chiarire. E quindi è il cammino stesso che davanti a certi bivi chiede di dire se si debba andare da una parte o dall’altra ed è compito del pastore indicare la strada sicura».
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Ecco #DimmiLaVerità del 15 gennaio 2026. Il deputato della Lega Eugenio Zoffili ci spiega perché l'operazione Strade Sicure dei nostri militari andrà avanti e sarà potenziata.
Si avvia alla fase finale Energie per il futuro dell’export, il Roadshow itinerante di SACE, l’Export Credit Agency italiana partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, nato come percorso di ascolto strutturato del tessuto produttivo italiano e come strumento di dialogo diretto con le imprese sui territori.
Un viaggio che, in poco più di due mesi, ha attraversato l’Italia da Nord a Sud – Milano, Venezia, Napoli, Bari, Bologna, Firenze – ed è volato a Dubai, unica tappa internazionale del Roadshow, dedicata al confronto con le imprese italiane attive nei mercati del Golfo e le controparti locali. Oltre 1.300 chilometri percorsi nella Penisola e più di 300 imprese incontrate, trasformando le sedi territoriali di SACE in vere e proprie Case delle Imprese, luoghi di confronto operativo, raccolta di idee e costruzione di soluzioni.
Un ascolto che ha coinvolto aziende di tutte le dimensioni e dei principali settori produttivi – dalla manifattura alla meccanica strumentale, dal tessile-abbigliamento all’agroalimentare, dalla farmaceutica ai servizi – e che ha posto le imprese al centro di ogni tappa del Roadshow. Non semplici partecipanti, ma protagoniste attive del confronto, chiamate a condividere esperienze di crescita internazionale, testimonianze concrete e momenti di scambio operativo con altre aziende. Un dialogo aperto e partecipato, arricchito anche da sessioni di speed thinking, pensate per favorire il confronto rapido, la contaminazione di idee e la circolazione di soluzioni tra imprese che affrontano sfide simili sui mercati esteri.
Questo percorso di ascolto trova ora il suo momento di sintesi e restituzione a gennaio a Roma, tappa finale del Roadshow. Un appuntamento che rappresenta non solo la chiusura del viaggio, ma soprattutto un punto di messa a sistema degli spunti emersi, delle priorità individuate e delle traiettorie di sviluppo su cui SACE intende rafforzare il proprio impegno a fianco delle imprese italiane.
Supporto all’export: la missione di SACE
Il Roadshow è stato anche un’occasione per ribadire la missione di SACE: sostenere l’export e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, valorizzando un fattore chiave della crescita economica del Paese. Un percorso che ha riaffermato il ruolo strategico dell’export come leva di sviluppo e competitività e ha posto al centro l’esigenza di una maggiore diversificazione dei mercati di sbocco, elemento essenziale per ridurre i rischi legati alla concentrazione geografica e cogliere nuove opportunità di crescita.
In un contesto globale complesso, l’export continua a rappresentare uno dei pilastri della tenuta e dello sviluppo dell’economia italiana. Le imprese attive sui mercati esteri mostrano livelli più elevati di produttività, capacità innovativa e resilienza, e l’esperienza internazionale contribuisce ad accelerarne i percorsi di crescita, rafforzando la competitività complessiva del Sistema Paese.
Dal confronto diretto con le imprese sono emerse le direttrici prioritarie che orienteranno l’azione futura di SACE, in particolare: competitività, per consolidare la presenza del Made in Italy sui mercati esteri e diversificazione geografica, per intercettare le opportunità dei mercati ad alto potenziale e rafforzare la resilienza dell’export italiano.
La tappa conclusiva di Roma rappresenterà quindi un momento di sintesi e indirizzo, in cui SACE condividerà le evidenze emerse lungo il Roadshow e ribadirà il proprio ruolo a supporto dell’export, al fianco delle imprese italiane, in Italia e nel mondo.
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Federico Cafiero De Raho (Ansa)
In questo quadro si colloca il rapporto tra Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, e il quotidiano Domani, fondato e controllato da Carlo De Benedetti, indicato come uno degli snodi attraverso cui quel sistema avrebbe prodotto effetti concreti, con informazioni riservate confluite in articoli di stampa. L’origine dell’indagine viene ricondotta all’ottobre del 2022, quando il ministro Guido Crosetto presenta denuncia dopo la pubblicazione di articoli basati su dati «non acquisibili da fonti aperte», dando avvio agli accertamenti sugli accessi alle banche dati. È da qui che emerge la figura di Striano e, soprattutto, l’anomalia quantitativa delle sue consultazioni: nel periodo analizzato, secondo quanto riportato, il militare avrebbe effettuato oltre 400.000 interrogazioni di banche dati riservate, un volume definito dalla commissione «oggettivamente abnorme» e tale da escludere qualsiasi ricostruzione episodica o casuale. Questo dato diventa centrale non solo per attribuire le singole condotte, ma per chiamare in causa i vertici dell’Antimafia. La relazione, pur escludendo profili di responsabilità penale diretta, parla apertamente di gravi carenze nei sistemi di controllo interno della Dna.
La relazione poi evidenzia il collegamento con l’attività giornalistica. Attraverso il raffronto sistematico tra articoli pubblicati e segnalazioni di operazioni sospette, la commissione richiama atti della Procura di Perugia che parlano di 57 pezzi contenenti informazioni tratte da Sos consultate da Striano prima della pubblicazione, di cui ben 27, editi per lo più tra il 2019 e il 2021, riguardanti la Lega (e un’altra ventina su soggetti legati agli altri partiti del centrodestra). Un dato che, nel documento, non è presentato come neutro o casuale, ma come indice di un metodo.
Secondo quanto riportato negli atti richiamati dalla commissione, questi articoli contenevano dati riconducibili a segnalazioni di operazioni sospette relative a movimentazioni finanziarie e profili patrimoniali di soggetti collegati al partito. Il raffronto tra il contenuto degli articoli e le informazioni estraibili dalle banche dati consultate da Striano porta gli inquirenti a ritenere che «la fonte non possa essere di altri, se non Striano», in assenza di «qualsivoglia interesse istituzionale» della Direzione nazionale antimafia che giustificasse quelle consultazioni.
La relazione non colloca questa vicenda in un vuoto istituzionale. Al contrario, ricostruisce anche le tensioni interne alla magistratura che accompagnano la vicenda. In particolare, viene richiamato il contrasto tra la Procura di Milano, guidata all’epoca da Francesco Greco, e la Direzione nazionale antimafia, allora diretta da Federico Cafiero De Raho. La Commissione ricorda come, già prima dell’esplosione del caso Striano, vi fossero stati attriti e divergenze sul perimetro delle competenze e sull’uso delle informazioni antimafia, culminati in uno scontro istituzionale che evidenziava una frattura tra livelli diversi dell’azione giudiziaria. I nomi dei giornalisti coinvolti sono quelli di Giovanni Tizian, Stefano Vergine e Nello Trocchia. Vengono descritti come interlocutori diretti di Striano, protagonisti di una relazione che la Commissione definisce strutturale e consolidata nel tempo.
La relazione riferisce che «in plurime occasioni» Tizian si sarebbe attivato «nel richiedere i dati dei quali aveva bisogno per collazionare i suoi articoli», indicando in modo mirato i soggetti e l’utilizzo successivo delle informazioni. Non una ricezione passiva, dunque, ma una sollecitazione mirata. In alcuni casi Striano e Tizian «si erano accordati per incontrarsi di persona» per la consegna dei dati, in altri il trasferimento sarebbe avvenuto via email. Il caso Crosetto segna il punto di massima tensione. Dopo la denuncia, secondo la commissione, i giornalisti avrebbero tentato di costruire una giustificazione a posteriori: la relazione parla di una memoria redatta «proprio al fine di dare una veste di liceità all’attività invece illecita per la quale oggi si procede», attribuendone la paternità a Vergine e Tizian.
In questo passaggio del documento si legge: «Sono stati dunque i due giornalisti a “vestire” le visure su Crosetto collegandole a quelle con i fratelli Mangione», e aggiunge che «il Vergine ed il Tizian si sono attivati per assicurare protezione alla loro fonte, cercando di elaborare una giustificazione per quegli accessi illegittimi che hanno consentito la redazione degli articoli oggetto di denuncia». La relazione richiama anche l’audizione di Emiliano Fittipaldi, direttore di Domani, che ha affermato «con vigore» che il giornalismo deve pubblicare notizie vere e di interesse pubblico, «indipendentemente dalla natura della fonte», precisando di aver assunto la direzione solo nel 2023 e negando qualsiasi ingerenza dell’editore Carlo De Benedetti nella linea editoriale. Nelle conclusioni, tuttavia, la Commissione giudica queste affermazioni «quantomeno allarmanti», richiamando i limiti posti dalla giurisprudenza alla libertà di stampa quando si traduce nell’utilizzazione consapevole di condotte illecite di pubblici ufficiali.
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