
Monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e San Remo, ha un certo gusto per la scorrettezza politica. Anche per questo ha apprezzato l’ultimo film di Checco Zalone. «Mi è piaciuto, sì», sorride. «Nella leggerezza del personaggio e dello stile, certo, però mi è piaciuto e mi ha fatto ridere. Io credo che si debba essere politicamente scorretti, altrimenti si vende il cervello e anche la dignità».
E in effetti, Suetta è risultato politicamente scorretto forse anche al di là delle sue intenzioni. Ogni giorno fa suonare una campana per i bambini non nati e per questo è stato ferocemente attaccato da sinistra, in particolare dalla Cgil.
«L’iniziativa risale a qualche anno fa», dice il vescovo. «Noi ogni anno, da un po' di tempo, ci prepariamo alla Giornata della vita, che è sempre la prima domenica di febbraio, con una nostra iniziativa: i 40 giorni per la vita, che iniziano il 28 dicembre, giorno della memoria liturgica dei santi innocenti martiri. Nel 2021 abbiamo pensato a questa campana, l’abbiamo fatta fondere e l’abbiamo benedetta e presentata il 5 febbraio 2022. Perciò di per sé non è una novità, solo che probabilmente è caduta nel dimenticatoio. Avevamo dei lavori in corso qui nella villa dove ora è stata collocata, ma ora finalmente abbiamo potuto metterla in funzione. Lo abbiamo fatto appunto il 28 dicembre. Lo scopo è quello che ho scritto: prima di tutto, richiamare alla preghiera per tutti coloro che sono coinvolti nel grande dramma dell’aborto. In primis, naturalmente, i bambini che non hanno potuto nascere - mi riferisco tanto agli aborti volontari quanto agli aborti spontanei, quindi è un atto di pietà e di comunione dei santi - e poi tutte le altre persone che sono coinvolte. Certamente le donne, le mamme in primo luogo, e poi le famiglie, i medici, gli operatori sanitari e la società tutta. In secondo luogo, la campana suona come un monito per la coscienza. Non vuol dire puntare il dito, ma richiamare il principio sacrosanto del non uccidere».
La Cgil l’ha invitata a fare risuonare la campana per i morti palestinesi, ucraini, russi, per i giovani di Teheran, per René Nicole Goode uccisa dall’Ice.
«Condivido poco il benaltrismo. Ma al di là di questo io aderisco volentieri, personalmente e come diocesi, a tutte le iniziative di solidarietà, di preghiera, di sensibilizzazione che di quando in quando attraversano la vita della nostra società e soprattutto quelle che sono suggerite dal Santo Padre e dalla Conferenza episcopale italiana. Perciò la maggior parte di queste cose che sono state citate dai comunicati della Cgil non mi trovano estraneo, non mi trovano insensibile e tantomeno mi trovano contrario. Perché ho scelto un tema particolare? Perché sul discorso dell’aborto è calata, volutamente, la congiura del silenzio. Mentre per tutte le altre cose no. Sui migranti, essendo qui in una zona di frontiera, io personalmente tante volte mi sono speso. Ma è un tema che grazie a Dio è adeguatamente trattato ed è all’ordine del giorno. Mentre dell’aborto non si vuole parlare e tutte le polemiche che questa campana ha fatto nascere, che tra parentesi a me fanno piacere perché ne amplificano la voce, stanno a dimostrarlo».
Infatti il problema nasce proprio sull’aborto. Sempre la Cgil dice che «nel 2026 mentre le donne cercano ancora di sottrarsi alla violenza della cultura patriarcale, il vescovo la celebra colpevolizzandole e imponendo a un’intera comunità e al Paese il proprio pensiero che poco ha a che vedere con l’umana misericordia predicata dalle religioni».
«Dal mio punto di vista la cultura patriarcale non c’entra esattamente niente, almeno dalla prospettiva in cui io considero la cosa e in cui la considera la Chiesa. Anzi, ritengo che tutte le volte che parlando di aborto si sposta l’attenzione su argomenti che possono essere più o meno connessi si rischia di non considerare adeguatamente il tema. Bisogna considerare primariamente colui che è abortito, che è un essere umano. Questo è il fulcro della questione. Poi si capisce che intorno a questo tema vi sono tante altre prospettive e dimensioni che vanno tenute in giusta considerazione, ma che non possono prevalere sul principio che la vita è sacra, inviolabile e non è nella disponibilità di nessuno. Quindi questo è il tema che ho voluto sottolineare e portare all’attenzione. Quanto alla misericordia...».
Dica.
«La più grande misericordia la dovremmo avere nei confronti della vita innocente e indifesa che viene soppressa. E in secondo luogo la Chiesa ha sempre e in mille modi teso la mano alle donne che sono in difficoltà: a quelle che sono in difficoltà nell’accogliere una maternità e a quelle che purtroppo hanno abortito e portano il peso grande di un rimorso e spesso anche di traumi molto gravi».
Secondo lei l’aborto è un diritto?
«L’aborto non è un diritto ma un delitto. Però, come abbiamo visto con il recente inserimento dell’aborto come diritto nella Costituzione francese e poi con tutte le politiche europee sul tema, c’è questa tendenza a spostare il concetto di aborto: da fatto di estrema necessità a diritto nel segno della assoluta emancipazione e promozione della donna. Nonostante i numeri drammatici dell’aborto - che sono esorbitanti in Italia e nel mondo e che purtroppo stanno a dimostrare che non ci sia alcun impedimento ad abortire - trovo che ci sia una sorta di accanimento. Che rivela non tanto un approccio maldestro a una situazione di emergenza, ma qualcosa di peggio».
Cioè?
«Una antropologia sbagliata, una destrutturazione dell’uomo, un rifiuto dei valori, dei principi cristiani. Ma anche senza scomodare la fede, dei principi normali di una ragione sana. E ci vedo qualcosa di degradante, bestiale, posto che le bestie non fanno questo. E ci vedo, da un punto di vista religioso e teologico, qualcosa di diabolico».
Papa Leone XIV, pochi giorni fa, ha preso posizione molto netta: «È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto».
«Ho accolto quel discorso con grande condivisione, con tanta gratitudine al Santo Padre per aver detto queste cose e soprattutto per averle dette in quel contesto, perché ha parlato al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e di conseguenza ha mandato direttamente un messaggio a tutti gli stati del mondo».
La politica secondo lei dovrebbe discutere di più dell’aborto?
«Sì, dovrebbe discuterne di più. Capisco che per la politica sia difficile: da una parte questo argomento viene utilizzato come una bandiera ideologica. Dall’altra parte, anche se magari singolarmente gli esponenti politici condividono i principi cristiani, forse sono un po' timidi o sono scoraggiati dal fatto che un approccio diverso da quello oggi prevalente circa l’aborto non sarebbe capito, non avrebbe numeri, non avrebbe possibilità di successo. Ma questo discorso, ovviamente in maniera seria, va riportato alla ribalta perché è necessario. E lo ripeto, sono i numeri che ce lo dicono. Chi si ostina a difendere l’aborto cita sempre i cosiddetti casi estremi per giustificarlo, ma i numeri ci dicono che l’aborto non riguarda principalmente casi estremi. L’aborto purtroppo riguarda una concezione ormai decaduta, sbagliata e insufficiente della vita umana».
La campana fino a quando continuerà a suonare?
«La faremo suonare sempre, tutti i giorni. Sempre è una parola grande... Diciamo stabilmente».
Non sembra poi un gesto così violento. E nemmeno lei sembra violento.
«No, io non sono un violento, però mi piace essere, per usare un termine evangelico, franco. È quello che la Bibbia chiama parresia. Le cose vanno chiamate con il loro nome e vanno dette con chiarezza, senza paura. Io devo essere sincero, in questi giorni certo ho sentito il vento delle polemiche, talvolta davvero violente e sbagliate. Soprattutto mi hanno fatto un po' tenerezza i tanti giovani indottrinati e i loro slogan. Però ho ricevuto tante condivisioni e tante belle testimonianze personali. Il che vuol dire, sempre per citare la Bibbia, che il Signore ha un popolo numeroso in questa città e la campana suona per questo».
Alla Chiesa manca o è mancata la franchezza a cui ha fatto riferimento?
«Penso che magari l’intenzione sia buona, è quella di accostarsi a tutti, cercando di accompagnarsi al passo di ciascuno per orientare adeguatamente il cammino. Questo sicuramente è un atteggiamento previo, indispensabile per l’attività pastorale. Però poi cammin facendo, mi sembra che ce lo insegni proprio l’ultimo film di Checco Zalone, la direzione si deve chiarire. E quindi è il cammino stesso che davanti a certi bivi chiede di dire se si debba andare da una parte o dall’altra ed è compito del pastore indicare la strada sicura».






