Monsignor Antonio Suetta risponde alle polemiche sulla campana che ogni sera suona a Sanremo per ricordare i bambini non nati. Accusato di patriarcato e violenza simbolica, ribadisce: non è una provocazione, ma un richiamo alla coscienza e al valore inviolabile della vita.
Monsignor Antonio Suetta
Il vescovo di Ventimiglia Monsignor Antonio Suetta replica alla Cgil, che considera un «atto violento» la sua campagna in memoria dei bimbi mai nati: «Occuparmi di palestinesi o della donna uccisa dall’Ice? Non condivido il benaltrismo».
Monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e San Remo, ha un certo gusto per la scorrettezza politica. Anche per questo ha apprezzato l’ultimo film di Checco Zalone. «Mi è piaciuto, sì», sorride. «Nella leggerezza del personaggio e dello stile, certo, però mi è piaciuto e mi ha fatto ridere. Io credo che si debba essere politicamente scorretti, altrimenti si vende il cervello e anche la dignità».
E in effetti, Suetta è risultato politicamente scorretto forse anche al di là delle sue intenzioni. Ogni giorno fa suonare una campana per i bambini non nati e per questo è stato ferocemente attaccato da sinistra, in particolare dalla Cgil.
«L’iniziativa risale a qualche anno fa», dice il vescovo. «Noi ogni anno, da un po' di tempo, ci prepariamo alla Giornata della vita, che è sempre la prima domenica di febbraio, con una nostra iniziativa: i 40 giorni per la vita, che iniziano il 28 dicembre, giorno della memoria liturgica dei santi innocenti martiri. Nel 2021 abbiamo pensato a questa campana, l’abbiamo fatta fondere e l’abbiamo benedetta e presentata il 5 febbraio 2022. Perciò di per sé non è una novità, solo che probabilmente è caduta nel dimenticatoio. Avevamo dei lavori in corso qui nella villa dove ora è stata collocata, ma ora finalmente abbiamo potuto metterla in funzione. Lo abbiamo fatto appunto il 28 dicembre. Lo scopo è quello che ho scritto: prima di tutto, richiamare alla preghiera per tutti coloro che sono coinvolti nel grande dramma dell’aborto. In primis, naturalmente, i bambini che non hanno potuto nascere - mi riferisco tanto agli aborti volontari quanto agli aborti spontanei, quindi è un atto di pietà e di comunione dei santi - e poi tutte le altre persone che sono coinvolte. Certamente le donne, le mamme in primo luogo, e poi le famiglie, i medici, gli operatori sanitari e la società tutta. In secondo luogo, la campana suona come un monito per la coscienza. Non vuol dire puntare il dito, ma richiamare il principio sacrosanto del non uccidere».
La Cgil l’ha invitata a fare risuonare la campana per i morti palestinesi, ucraini, russi, per i giovani di Teheran, per René Nicole Goode uccisa dall’Ice.
«Condivido poco il benaltrismo. Ma al di là di questo io aderisco volentieri, personalmente e come diocesi, a tutte le iniziative di solidarietà, di preghiera, di sensibilizzazione che di quando in quando attraversano la vita della nostra società e soprattutto quelle che sono suggerite dal Santo Padre e dalla Conferenza episcopale italiana. Perciò la maggior parte di queste cose che sono state citate dai comunicati della Cgil non mi trovano estraneo, non mi trovano insensibile e tantomeno mi trovano contrario. Perché ho scelto un tema particolare? Perché sul discorso dell’aborto è calata, volutamente, la congiura del silenzio. Mentre per tutte le altre cose no. Sui migranti, essendo qui in una zona di frontiera, io personalmente tante volte mi sono speso. Ma è un tema che grazie a Dio è adeguatamente trattato ed è all’ordine del giorno. Mentre dell’aborto non si vuole parlare e tutte le polemiche che questa campana ha fatto nascere, che tra parentesi a me fanno piacere perché ne amplificano la voce, stanno a dimostrarlo».
Infatti il problema nasce proprio sull’aborto. Sempre la Cgil dice che «nel 2026 mentre le donne cercano ancora di sottrarsi alla violenza della cultura patriarcale, il vescovo la celebra colpevolizzandole e imponendo a un’intera comunità e al Paese il proprio pensiero che poco ha a che vedere con l’umana misericordia predicata dalle religioni».
«Dal mio punto di vista la cultura patriarcale non c’entra esattamente niente, almeno dalla prospettiva in cui io considero la cosa e in cui la considera la Chiesa. Anzi, ritengo che tutte le volte che parlando di aborto si sposta l’attenzione su argomenti che possono essere più o meno connessi si rischia di non considerare adeguatamente il tema. Bisogna considerare primariamente colui che è abortito, che è un essere umano. Questo è il fulcro della questione. Poi si capisce che intorno a questo tema vi sono tante altre prospettive e dimensioni che vanno tenute in giusta considerazione, ma che non possono prevalere sul principio che la vita è sacra, inviolabile e non è nella disponibilità di nessuno. Quindi questo è il tema che ho voluto sottolineare e portare all’attenzione. Quanto alla misericordia...».
Dica.
«La più grande misericordia la dovremmo avere nei confronti della vita innocente e indifesa che viene soppressa. E in secondo luogo la Chiesa ha sempre e in mille modi teso la mano alle donne che sono in difficoltà: a quelle che sono in difficoltà nell’accogliere una maternità e a quelle che purtroppo hanno abortito e portano il peso grande di un rimorso e spesso anche di traumi molto gravi».
Secondo lei l’aborto è un diritto?
«L’aborto non è un diritto ma un delitto. Però, come abbiamo visto con il recente inserimento dell’aborto come diritto nella Costituzione francese e poi con tutte le politiche europee sul tema, c’è questa tendenza a spostare il concetto di aborto: da fatto di estrema necessità a diritto nel segno della assoluta emancipazione e promozione della donna. Nonostante i numeri drammatici dell’aborto - che sono esorbitanti in Italia e nel mondo e che purtroppo stanno a dimostrare che non ci sia alcun impedimento ad abortire - trovo che ci sia una sorta di accanimento. Che rivela non tanto un approccio maldestro a una situazione di emergenza, ma qualcosa di peggio».
Cioè?
«Una antropologia sbagliata, una destrutturazione dell’uomo, un rifiuto dei valori, dei principi cristiani. Ma anche senza scomodare la fede, dei principi normali di una ragione sana. E ci vedo qualcosa di degradante, bestiale, posto che le bestie non fanno questo. E ci vedo, da un punto di vista religioso e teologico, qualcosa di diabolico».
Papa Leone XIV, pochi giorni fa, ha preso posizione molto netta: «È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto».
«Ho accolto quel discorso con grande condivisione, con tanta gratitudine al Santo Padre per aver detto queste cose e soprattutto per averle dette in quel contesto, perché ha parlato al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede e di conseguenza ha mandato direttamente un messaggio a tutti gli stati del mondo».
La politica secondo lei dovrebbe discutere di più dell’aborto?
«Sì, dovrebbe discuterne di più. Capisco che per la politica sia difficile: da una parte questo argomento viene utilizzato come una bandiera ideologica. Dall’altra parte, anche se magari singolarmente gli esponenti politici condividono i principi cristiani, forse sono un po' timidi o sono scoraggiati dal fatto che un approccio diverso da quello oggi prevalente circa l’aborto non sarebbe capito, non avrebbe numeri, non avrebbe possibilità di successo. Ma questo discorso, ovviamente in maniera seria, va riportato alla ribalta perché è necessario. E lo ripeto, sono i numeri che ce lo dicono. Chi si ostina a difendere l’aborto cita sempre i cosiddetti casi estremi per giustificarlo, ma i numeri ci dicono che l’aborto non riguarda principalmente casi estremi. L’aborto purtroppo riguarda una concezione ormai decaduta, sbagliata e insufficiente della vita umana».
La campana fino a quando continuerà a suonare?
«La faremo suonare sempre, tutti i giorni. Sempre è una parola grande... Diciamo stabilmente».
Non sembra poi un gesto così violento. E nemmeno lei sembra violento.
«No, io non sono un violento, però mi piace essere, per usare un termine evangelico, franco. È quello che la Bibbia chiama parresia. Le cose vanno chiamate con il loro nome e vanno dette con chiarezza, senza paura. Io devo essere sincero, in questi giorni certo ho sentito il vento delle polemiche, talvolta davvero violente e sbagliate. Soprattutto mi hanno fatto un po' tenerezza i tanti giovani indottrinati e i loro slogan. Però ho ricevuto tante condivisioni e tante belle testimonianze personali. Il che vuol dire, sempre per citare la Bibbia, che il Signore ha un popolo numeroso in questa città e la campana suona per questo».
Alla Chiesa manca o è mancata la franchezza a cui ha fatto riferimento?
«Penso che magari l’intenzione sia buona, è quella di accostarsi a tutti, cercando di accompagnarsi al passo di ciascuno per orientare adeguatamente il cammino. Questo sicuramente è un atteggiamento previo, indispensabile per l’attività pastorale. Però poi cammin facendo, mi sembra che ce lo insegni proprio l’ultimo film di Checco Zalone, la direzione si deve chiarire. E quindi è il cammino stesso che davanti a certi bivi chiede di dire se si debba andare da una parte o dall’altra ed è compito del pastore indicare la strada sicura».
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2022-07-02
Antonio Suetta: «La legge sull’aborto va cancellata. Non è un diritto costituzionale»
Monsignor Antonio Suetta (Diocesi di Ventimiglia)
Il vescovo di Ventimiglia: «È intrinsecamente negativa, poiché legittima l’uccisione di un essere umano nel grembo materno. Se messa in discussione, divampano polemiche perché c’è una dittatura ideologica».
Pochi se e pochi ma, Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e San Remo, è abituato a lanciare il sasso in piccionaia per non lasciar scorrere gli eventi senza far sentire una voce della Chiesa. Lo ha lanciato anche in occasione delle ultime edizioni del Festival della canzone italiana che ha sede nella sua diocesi. Nei giorni scorsi, invece - sempre fedele al consiglio evangelico «il vostro parlare sia “sì, sì, no, no”» - si è pronunciato in favore della sentenza della Corte suprema americana che rimette ai parlamenti dei singoli Stati la decisione circa l’applicazione della legge sull’interruzione della gravidanza.
Eccellenza, perché ha così apprezzato la sentenza dei supremi giudici americani?
«Per tre fondamentali motivi. Il primo risale a quand’ero un giovanissimo seminarista liceale e in Italia si scatenò il dibattito che precedette il referendum che portò all’approvazione della legge sull’aborto. Ricordo i vescovi di allora, il giornale Avvenire, i parroci e la chiarezza di papa San Giovanni Paolo II su questo tema. Perciò è un argomento che giudico di tragica attualità e di una certa decisività, in ordine alla morale cattolica e al contributo che la Chiesa deve dare alla civiltà».
E gli altri motivi?
«Ho una grande stima del movimento Pro-life americano che con questa sentenza ha ottenuto una importante vittoria. Infine, credo che l’indifferenza in cui è caduto il dramma dell’aborto richieda invece che lo si riproponga e lo si affronti da tutti i punti di vista, compreso quello giuridico».
Con questa sentenza saranno i cittadini dei singoli Stati americani a decidere: non teme che questo creerà nuove disuguaglianze?
«Sì, ma non è l’aspetto principale della sentenza. Il suo valore sta nell’aver cancellato un’acquisizione giuridica indebita e cioè che l’aborto sia un diritto costituzionale».
Si potrà creare un turismo dell’interruzione della gravidanza sostenibile solo dalle famiglie più agiate?
«È un effetto collaterale che a mio parere non influisce sulla portata della sentenza».
Come le pare che la Chiesa italiana l’abbia accolta?
«Penso e spero con grande soddisfazione. Dal mio punto di vista ho ritenuto di manifestare questa soddisfazione per incoraggiare tutte le persone di buona volontà o che militano nei movimenti che promuovono e sostengono la vita, persone che, sia come credenti che anche da non credenti, hanno un giudizio autentico sulla vicenda».
È stato uno dei pochi esponenti della gerarchia a esprimersi pubblicamente o sbaglio?
«A quanto mi risulta non si sbaglia».
Come se lo spiega?
«Molti temono che l’argomento possa essere divisivo. Personalmente penso che di fronte a un valore non negoziabile, come si diceva un tempo, si possa e si debba preferire la chiarezza delle posizioni al pericolo della sua divisività».
Ha auspicato che quella sentenza «faccia scuola anche in Italia»: in che modo?
«Innanzitutto promuovendo una riflessione sempre più approfondita sull’argomento. Una riflessione impegnata e concentrata non tanto sui diritti individuali quanto sulla sacralità e sulla dignità della vita umana. Perché qui sta l’equivoco: l’aborto non è un diritto, ma si configura come un omicidio perché è la soppressione illecita della vita umana. È su questo che bisogna ragionare».
Auspica un approfondimento della riflessione o la realizzazione di atti concreti?
«A partire dalla riflessione stimo e auspico conveniente arrivare a una cancellazione della legge 194».
Addirittura.
«Certamente. È una legge che annuncia finalità tanto buone quanto velleitarie».
Perché velleitarie?
«Perché al dettato legislativo non corrispondono autentiche politiche di tutela della maternità e di promozione della vita».
È un giudizio molto pesante, davvero ci sono solo buone intenzioni?
«È una legge intrinsecamente negativa perché legittima l’uccisione di un essere umano nel grembo della madre».
Lei vuole scatenare un putiferio con i movimenti femministi.
«Con buona pace delle femministe l’aborto è ciò che abbiamo detto. La prima forma di carità, solidarietà e rispetto verso tutti è dire la verità. È di tutta evidenza che l’aborto è la soppressione di un essere umano».
Torniamo al dibattito di quarant’anni fa?
«Lei si riferisce all’aborto che, se non regolato dalla legge, è confinato alla clandestinità?».
Mi riferisco al fatto che lo si ritiene un progresso acquisito, un traguardo raggiunto per sempre.
«I termini che lei usa non li ritengo adeguati. Per me non è né un traguardo né un esempio di progresso. Anzi, lo considero una vergogna rispetto all’umanità».
Fior di biologi, antropologi e giuristi considerano l’aborto un diritto naturale inalienabile.
«È una posizione che non condivido. Per me diritto naturale inalienabile è quello alla vita del concepito e mi domando come si possa ritenere diritto inalienabile la scelta di un individuo che comporti la soppressione di un altro essere umano».
Tornano a contrapporsi un’ideologia in difesa del diritto all’aborto e un’altra in difesa del diritto alla vita del nascituro?
«Diciamo che non si possono considerare due ideologie simmetriche. La difesa del diritto del nascituro a vivere è un’affermazione del diritto naturale antropologicamente corretta. Se si afferma che in una tale situazione l’uomo può essere soppresso, oltre a legittimare un omicidio, si apre una voragine sterminata di abusi contro la dignità dell’uomo. Viceversa considero vera e propria ideologia, talvolta anche espressa in forme violente, quella degli abortisti che non avendo ragioni scientifiche valide ricorrono a pressioni di tipo ideologico».
C’è chi osserva anche da posizioni cattoliche che la depenalizzazione dell’aborto è stato un diritto fondativo del movimento femminista.
«Purtroppo, storicamente è vero. Ma rimane un dato sbagliato e incompatibile con la fede cattolica».
Lucetta Scaraffia sottolinea che non può essere considerato un diritto naturale perché coinvolge anche un’altra persona, cioè il padre.
«È un’osservazione vera, ma debole e insufficiente in quanto, più che ledere il diritto del padre, lede il diritto fondamentale alla vita del nascituro».
Se lo chiamiamo nascituro vuol dire che non è ancora protagonista di una vita piena?
«No, la vita piena è dal concepimento. Non sono le fasi della vita a determinarne la dignità, ma è la sua dimensione ontologica a farlo. Altrimenti si aprirebbe una gamma infinita di eccezioni».
È proprio la prospettiva verso la quale stiamo andando?
«Purtroppo».
Come per esempio nei casi di suicidio assistito?
«Esattamente».
Come giudica il fatto che quando si torna a parlare di questi argomenti si alza un coro che proclama l’intoccabilità della legge 194?
«Di fatto siamo esposti a una forma di dittatura ideologica».
Le posizioni ideologiche complicano la gestione di un tema delicato. Se lo Stato e i vari corpi intermedi fossero più impegnati nei servizi di accoglienza alla vita molte problematiche si potrebbero risolvere?
«Affermare i principi è necessario e doveroso. Altrettanto importante è che le affermazioni siano accompagnate e sostenute da atti di accoglienza e solidarietà a tutti i livelli dello Stato e dei corpi intermedi. Le iniziative del Movimento per la vita impegnato non solo nelle enunciazioni, ma anche nell’aiuto concreto nelle situazioni di difficoltà di madri e famiglie, sono già un esempio di questa condivisione».
Molti lamentano che in tanti ospedali pubblici troppi medici obiettori di coscienza rendono inapplicabile la 194.
«È uno dei tanti segni che l’aborto non può essere affermato come lecito».
La liceità è affermata da una legge seguita a un referendum.
«Io parlo della liceità morale, che è superiore a quella della legge».
Auspica un maggior protagonismo della gerarchia e dei cattolici su questi temi?
«So che nella Chiesa sono in buona compagnia. Anche di recente papa Francesco ha ribadito il giudizio della Chiesa sull’aborto. Queste riflessioni sono scritte nel catechismo, nella sana teologia e nei pronunciamenti di molti pastori. Poi le modalità dipendono dalla sensibilità e dal discernimento di ciascuno».
Non è una battaglia di retroguardia ridiscutere l’interruzione di gravidanza?
«È una battaglia di fede e di civiltà che dobbiamo combattere pacificamente. Con la buona ragione, con la preghiera, con la testimonianza del vangelo e favorendo una cultura della vita a 360 gradi».
Lei si espone spesso su temi etici e civili come per esempio sul disegno di legge contro l’omotransfobia. Pensa che i cattolici debbano avere una funzione critica della cultura dominante?
«È una questione di responsabilità che personalmente avverto. In proposito cito spesso il profeta Isaia che rimprovera in nome di Dio i pastori del popolo d’Israele chiamandoli “cani muti” quando, di fronte al pericolo e alla menzogna, non lanciano l’allarme».
Dove vede questo pericolo e questa menzogna oggi?
«Nella mentalità dominante che tende a livellare e appiattire tutto in un orizzonte di esasperata libertà individuale».
Perché in occasione del Festival di Sanremo ha criticato le esibizioni più trasgressive?
«Perché erano irrispettose dei simboli del cristianesimo. L’ho fatto per dare voce a tutte le persone che si sentivano offese da quelle esibizioni, fintamente trasgressive. E per esprimere una parola chiara rivolta soprattutto a persone giovani che possono essere indotte al male da messaggi sbagliati».
I media e il mondo dello spettacolo parlano un’altra lingua: è ottimista riguardo all’efficacia dei suoi pronunciamenti?
«Sono assolutamente ottimista perché i pensieri che cerco di dire a voce alta sono radicati nel cuore di tante persone, molte più di quelle che le statistiche della cultura dominante registrano. Ma soprattutto sono ottimista perché credo nella bellezza e nella forza della verità e nella potenza salvifica di Dio».
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