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Attacco chirurgico all’isola di Kharg. Washington colpisce 90 obiettivi militari

  • Gli Usa: «Operazione riuscita, infrastrutture petrolifere risparmiate, per ora». Il regime teme un’invasione di terra.
  • Emirati nel mirino: «Intercettati nove razzi e 33 droni». Colpito il consolato a Erbil. Stessa sorte per l’ambasciata Usa a Baghdad. E Teheran minaccia pure l’Ucraina.

Lo speciale contiene due articoli


Dopo essere stata risparmiata per due settimane dagli attacchi americani e israeliani, l’isola iraniana di Kharg è stata colpita dagli Usa, che mirano a ripristinare la sicurezza di Hormuz, ma anche a colpire il cuore dell’economia iraniana.

Conosciuta dalla popolazione come «l’isola proibita» per via dei controlli militari serrati, Kharg dista solo 24 chilometri dalla costa iraniana e 483 dallo Stretto di Hormuz. E nonostante le piccole dimensioni, l’isola è di vitale importanza per il regime: gestisce il 90% delle esportazioni del greggio iraniano. Dal terminale transitano tra 1,3 e 1,6 milioni di barili al giorno. Grazie alle acque profonde che la circondano, consente l’attracco di superpetroliere che dall’isola risalgono il Golfo, passando in mezzo allo Stretto, con le destinazioni principali in Asia, in primis la Cina.

Ad annunciare nella notte il raid è stato il presidente americano, Donald Trump: «Su mio ordine, il Comando centrale Usa ha condotto uno dei più potenti bombardamenti nella storia del Medio Oriente, annientando completamente ogni obiettivo militare sull’isola di Kharg, gioiello della corona iraniana». E pur spiegando di «non aver distrutto le infrastrutture petrolifere» per «ragioni di decenza», ha avvertito il regime che riconsidererà «immediatamente questa decisione» qualora «l’Iran, o chiunque altro, dovesse fare qualcosa per interferire con il libero e sicuro passaggio delle navi attraverso lo Stretto».

Chi è entrato più nello specifico degli obiettivi presi di mira è stato il Comando centrale delle forze armate statunitensi (Cencom): «L’attacco ha distrutto depositi di mine navali, bunker per missili e numerosi altri siti militari». Si parla di «oltre 90 obiettivi militari iraniani» colpiti a Kharg. E anche il Centcom ha confermato che sono state «preservate le infrastrutture petrolifere».

Sull’isola, stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sono state sentite almeno 15 esplosioni. E a essere stati bersagliati sarebbero una postazione di difesa aerea, una base navale, la torre di controllo dell’aeroporto, un hangar per elicotteri di una compagnia petrolifera offshore. Altri media iraniani hanno confermato che le infrastrutture petrolifere non hanno subito danni, con le esportazioni di petrolio che da Kharg, quindi, continuano «senza interruzioni». Il vicegovernatore della provincia di Bushehr, nel Sud dell’Iran, Ehsan Jahanian, ha anche dichiarato che «nessun militare, dipendente di compagnie petrolifere o residente dell’isola ha subito perdite nell’attacco». Nel frattempo, il comandante della Marina del corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, Alireza Tangsiri, ha sostenuto che lo Stretto di Hormuz «non è ancora stato bloccato militarmente» ma è sotto «il controllo» iraniano.

Se da una parte questa è la fotografia attuale, dall’altra si rincorrono voci su un’eventuale invasione di terra degli americani che porterebbe a un’ulteriore escalation e a pericolose conseguenze per l’economia globale. Il Pentagono ha infatti inviato nel Golfo una task force che include una nave d’assalto anfibio e unità di appoggio. Si parla di almeno 2.000 Marines a bordo, oltre agli elicotteri e ai caccia F-35. Il target potrebbe essere l’isola di Kharg, ma anche le tre piccole isole situate al centro dello Stretto di Hormuz. Il dipartimento della guerra degli Stati Uniti si è però rifiutato di commentare queste indiscrezioni. A esporsi su questo scenario è stato il parlamentare iraniano, Manouchehr Mottaki, che ha dichiarato: «Se osano commettere un simile atto e occupare una parte del nostro territorio, perché non dovremmo andare in una parte del loro territorio, che ora esiste sotto forma delle loro basi regionali, effettuare un atterraggio con gli elicotteri e catturare le loro forze?».

È evidente che lo stato di salute dell’isola è legato a doppio filo alla tenuta economica del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche. Già nel 1984, nel pieno della guerra tra Iran e Iraq, un documento della Cia sottolineava: «Gli impianti petroliferi sull’isola di Kharg sono i più vitali del sistema petrolifero iraniano e il loro continuo funzionamento è essenziale per il benessere economico dell’Iran e per la sua capacità di finanziare lo sforzo bellico contro l’Iraq». Qualche anno prima, nel 1979, nel pieno della cosiddetta crisi degli ostaggi in Iran, il presidente americano Jimmy Carter aveva valutato i piani dei generali per conquistare l’isola, salvo poi non ordinare gli attacchi su Kharg. Tornando al presente, recentemente il leader dell’opposizione israeliana, Yair Lapid ha spiegato che la distruzione del terminal «paralizzerebbe l’economia iraniana» e addirittura «rovescerebbe il regime».

L’isola, anche in virtù della geopolitica marittima, è estremamente militarizzata, con l’accesso che è sorvegliato dal Corpo delle guardie rivoluzionarie e dalla Marina, inclusa la 112° brigata di combattimento di superficie Zolfaghar. Come riporta Iran international, questa unità opera con motovedette d’attacco rapido. Le imbarcazioni sono anche equipaggiate con missili antinave, razzi e mine navali. A ciò si aggiungono lanciatori costieri di missili e sistemi radar, ma anche reti di sorveglianza e basi per droni con lo scopo di tenere sotto controllo le attività presenti nel Golfo Persico settentrionale.

Trump congela l’attacco: due settimane per trattare con l’Iran
Donald Trump (Ansa)
A ridosso dell’ultimatum, il presidente Usa sospende i bombardamenti in cambio della riapertura di Hormuz. Mediazione del Pakistan accettata anche da Israele. Venerdì a Islamabad il primo round negoziale. Ma restano divisioni tra falchi e dialoganti.
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Con la scusa della guerra ci riprovano col lockdown
Getty Images
Dall’Unione europea ai medici orfani delle chiusure, come Nino Cartabellotta, fino ai docenti: sempre più voci chiedono di richiudere tutto contro la crisi energetica. Affidando magari la pratica a «mister Dpcm» Conte.

C’è un pezzo d’Europa, e anche d’Italia, che fa il tifo per il lockdown. Quel periodo in cui, a causa del Covid, alle persone era impedito di uscire, si consumava poco gasolio e ancora meno benzina, i negozi erano chiusi e le aziende lavoravano in smart working, e così anche le emissioni erano ridotte al minimo.

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Alla Casa Bianca scoppia la faida cristiana
Marco Rubio e Pete Hegseth (Ansa)
Il conflitto in Medio Oriente ha fatto esplodere i dissidi tra i cattolici che, pur da diversi fronti (Vance isolazionista, Rubio neocon), volevano dissociarsi da Netanyahu, e gli evangelici sionisti che fanno capo al Pentagono di Hegseth. E che hanno fuorviato Trump.

«Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati». Lo scrisse Carl Schmitt nel 1922. Ci aveva visto lungo. Anche dietro la guerra in Medio Oriente non ci sono soltanto interessi economici. Oltre alla materia, c’è lo spirito. La religione. Dal lato dell’Iran, certo, il cui regime teocratico lotta per sopravvivere. Dal lato di Tel Aviv, che insegue senza più remore il sogno del Grande Israele, come proclamò Benjamin Netanyahu nell’agosto del 2025. E pure dal lato americano.

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Schiarite in Mps, temporali per Unicredit
Ansa
L’ex ad Lovaglio licenziato pure da dg. In vista dell’assemblea, la lista proposta dal cda di Siena è data in vantaggio con oltre il 20%. In Germania invece Commerz gela Andrea Orcel sull’Ops: premio non adeguato, così non ci sono presupposti per un accordo, meglio soli.

Schiarite a Siena, temporali sull’asse Milano-Francoforte. Il cielo della finanza europea sembra uscito da un capriccioso bollettino meteo: sole a tratti, rovesci improvvisi e qualche fulmine. Partiamo dalla notizia che cambia gli equilibri del sistema bancario italiano: Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, ha depositato le azioni per l’assemblea del 15 aprile di Montepaschi. È il segnale che le schermaglie sono finite. L’affluenza si annuncia superiore al 70%. Il peso di Delfin azionista di riferimento con il 17,5% diventa decisivo.

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