2019-06-19
Attacco alla giornalista Rai che osa
andare in onda con il crocifisso
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Ma come si permette? Condurre un telegiornale con un crocifisso al collo? Mostrare in tv un simbolo religioso? Per di più cattolico? È un'offesa alla «civile convivenza». Una cosa «inconcepibile». Da «evitare». Non ancora un «reato», ecco, ma in attesa che lo diventi, un gesto assolutamente da proibire. Insomma, giornalista del tg: nasconda in fretta quella croce dentro la camicetta. E la prossima volta che deve tirare fuori qualcosa da là sotto, provi con una tetta. Vedrà che darà meno scandalo. Lei è Marina Nalesso, conduttrice del Tg2. L'altro giorno, lunedì 17 giugno, alle ore 13, si è presentata in video con un crocifisso appeso al collo, come quello che hanno milioni di italiani. Come quello che probabilmente ha sempre portato sua mamma, sua nonna, la mamma di sua nonna, come si usa nelle famiglie cattoliche che, incredibilmente, continuano a considerare il crocifisso il più grande messaggio d'amore che sia mai stato lanciato. E non uno strumento di offesa. Lo vedete come sono strani questi cattolici? Davvero oscurantisti, retrogradi, passatisti. Inutili avanzi di Medioevo. Nel frattempo che si provveda all'uopo (cioè alla loro eliminazione) bisogna per lo meno cominciare a eliminare i loro simboli. Che almeno non si vedano. Via dagli ospedali (è successo pochi giorni fa a Chivasso), via dalle scuole (succede dappertutto), via dai seggi elettorali (è successo l'altra domenica in provincia di Firenze). E soprattutto via dal collo di chi appare in tv. In tv, come è noto, ormai si può mostrare tutto: simboli erotici, simboli sessuali, simboli che inneggiano alla droga, tatuaggi di ogni foggia e tipo, specialmente se un po' hard, mostri, teschi, draghi, cannabis varie, mutandine invisibili, feste transessuali e scritte demenziali. Tutto, ma non il crocifisso. Quest'ultimo (e solo quest'ultimo) infatti turba gli animi sensibili. Non lo sapevate? Per fortuna gli animi sensibili hanno trovato il loro paladino nel noto opinionista interista e di sinistra Michele Serra che ieri, steso sulla sua amaca di Repubblica, ha tralasciato per un giorno di attaccare Salvini che mostra il crocifisso in piazza per attaccare Marina Nalesso che mostra il crocifisso al Tg2. Dev'essere un'ossessione per il giornalista, già direttore di Cuore e poi autore preferito di Fabio Fazio. «In Francia condurre un telegiornale con un crocifisso al collo sarebbe inconcepibile, forse anche un reato», ha scritto. E in nome degli «utenti pagatori di canone» ha invitato la «mezzobusta confessionale» (sic) a «infilare il crocifisso sotto la camicetta badando che non urti il microfono». Ovvio, non deve urtare il microfono. Altrimenti, se urtasse, non si potrebbe tenere nemmeno sotto la camicetta. Bisognerebbe, come minimo, frantumarlo a martellate. O buttarlo nell'inceneritore. Stiamo aspettando da ieri reazioni sdegnate di garanti, authority, cdr, articoliventuno, senonoraquando, ordinideigiornalisti e affini per queste parole sprezzanti («mezzobusto confessionale»), allusive («se lo infili sotto la camicetta»), offensive e chiaramente censorie della libertà di culto e di pensiero. Ma, purtroppo, non abbiamo sentito nulla. Forse ci siamo distratti. Ma osiamo immaginare che cosa sarebbe successo se qualcuno avesse chiesto a una giornalista islamica di togliersi il velo dal capo per poter parlare davanti alle telecamere della Rai tv. Oso sospettare che il coro delle proteste non sarebbe passato inosservato, neppure ai più disattenti. Invece si tratta di un crocifisso. «Non si potrebbe cortesemente evitare?», domanda Serra. E bisogna pure ringraziarlo che lo domanda cortesemente. Almeno per ora. Marina Nalesso, del resto, è pure recidiva. Già alcuni anni fa, era al Tg1, cadde nello stesso peccato mortale: non nascondere il crocifisso prima di andare in onda. Per lei, mestrina di nascita, trevigiana di adozione, avvicinatasi alla fede anche attraverso un percorso di sofferenza personale, a questo punto non ci sono che due soluzioni: o abiura, si cosparge il capo di cenere e si inginocchia cinque volte al giorno verso l'amaca di Serra, in segno di pentimento. O la prossima volta, su quella camicetta bianca, ci mette un gigantesco zero. Che oltre a essere un simbolo finalmente all'altezza del commentatore di Repubblica, è anche l'immagine di ciò che diventeremo, a forza di voler cancellare ciò che siamo. Nel frattempo, per portarci avanti con il lavoro, senza più disturbare gli animi sensibili, gli «utenti pagatori di canone» e il loro portavoce Michele, ci premuriamo di consigliare a Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2, di impartire un severo ordine di servizio: vietato indossare croci sopra le camicette, vietato indossare croci anche sotto le camicetta (caso mai urtassero il microfono), vietato indossare reggiseni a croce (potrebbero essere messaggi subliminali), vietato citare la Croce Rossa, la Croce Bianca e soprattutto la Croce Verde (evidentemente sovranista), proibire le espressioni tipo «croce e delizia» oppure «sei la mia croce», non citare mai il filosofo Benedetto Croce, non mostrare mai le bandiera della Svizzera, della Grecia, della Svezia, della Norvegia e della Finlandia, dove compaiono croci, evitare le inquadrature in cui si vedano chiese, cattedrali e campanili, quasi sempre sormontati da croci, e se possibile oscurare dalle immagini dei tg pure le farmacie, incredibilmente simboleggiate anch'esse da una croce. Lo si chieda cortesemente, per ora. In attesa che, come è ovvio, tutto ciò diventi reato.
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Marina Nalesso, conduttrice del Tg2, ha avuto l'ardire di apparire con il simbolo cristiano al collo. Lo sdegno di Repubblica: «Va nascosto». Perché in video si può mostrare ogni oscenità, ma non Gesù.Ma come si permette? Condurre un telegiornale con un crocifisso al collo? Mostrare in tv un simbolo religioso? Per di più cattolico? È un'offesa alla «civile convivenza». Una cosa «inconcepibile». Da «evitare». Non ancora un «reato», ecco, ma in attesa che lo diventi, un gesto assolutamente da proibire. Insomma, giornalista del tg: nasconda in fretta quella croce dentro la camicetta. E la prossima volta che deve tirare fuori qualcosa da là sotto, provi con una tetta. Vedrà che darà meno scandalo. Lei è Marina Nalesso, conduttrice del Tg2. L'altro giorno, lunedì 17 giugno, alle ore 13, si è presentata in video con un crocifisso appeso al collo, come quello che hanno milioni di italiani. Come quello che probabilmente ha sempre portato sua mamma, sua nonna, la mamma di sua nonna, come si usa nelle famiglie cattoliche che, incredibilmente, continuano a considerare il crocifisso il più grande messaggio d'amore che sia mai stato lanciato. E non uno strumento di offesa. Lo vedete come sono strani questi cattolici? Davvero oscurantisti, retrogradi, passatisti. Inutili avanzi di Medioevo. Nel frattempo che si provveda all'uopo (cioè alla loro eliminazione) bisogna per lo meno cominciare a eliminare i loro simboli. Che almeno non si vedano. Via dagli ospedali (è successo pochi giorni fa a Chivasso), via dalle scuole (succede dappertutto), via dai seggi elettorali (è successo l'altra domenica in provincia di Firenze). E soprattutto via dal collo di chi appare in tv. In tv, come è noto, ormai si può mostrare tutto: simboli erotici, simboli sessuali, simboli che inneggiano alla droga, tatuaggi di ogni foggia e tipo, specialmente se un po' hard, mostri, teschi, draghi, cannabis varie, mutandine invisibili, feste transessuali e scritte demenziali. Tutto, ma non il crocifisso. Quest'ultimo (e solo quest'ultimo) infatti turba gli animi sensibili. Non lo sapevate? Per fortuna gli animi sensibili hanno trovato il loro paladino nel noto opinionista interista e di sinistra Michele Serra che ieri, steso sulla sua amaca di Repubblica, ha tralasciato per un giorno di attaccare Salvini che mostra il crocifisso in piazza per attaccare Marina Nalesso che mostra il crocifisso al Tg2. Dev'essere un'ossessione per il giornalista, già direttore di Cuore e poi autore preferito di Fabio Fazio. «In Francia condurre un telegiornale con un crocifisso al collo sarebbe inconcepibile, forse anche un reato», ha scritto. E in nome degli «utenti pagatori di canone» ha invitato la «mezzobusta confessionale» (sic) a «infilare il crocifisso sotto la camicetta badando che non urti il microfono». Ovvio, non deve urtare il microfono. Altrimenti, se urtasse, non si potrebbe tenere nemmeno sotto la camicetta. Bisognerebbe, come minimo, frantumarlo a martellate. O buttarlo nell'inceneritore. Stiamo aspettando da ieri reazioni sdegnate di garanti, authority, cdr, articoliventuno, senonoraquando, ordinideigiornalisti e affini per queste parole sprezzanti («mezzobusto confessionale»), allusive («se lo infili sotto la camicetta»), offensive e chiaramente censorie della libertà di culto e di pensiero. Ma, purtroppo, non abbiamo sentito nulla. Forse ci siamo distratti. Ma osiamo immaginare che cosa sarebbe successo se qualcuno avesse chiesto a una giornalista islamica di togliersi il velo dal capo per poter parlare davanti alle telecamere della Rai tv. Oso sospettare che il coro delle proteste non sarebbe passato inosservato, neppure ai più disattenti. Invece si tratta di un crocifisso. «Non si potrebbe cortesemente evitare?», domanda Serra. E bisogna pure ringraziarlo che lo domanda cortesemente. Almeno per ora. Marina Nalesso, del resto, è pure recidiva. Già alcuni anni fa, era al Tg1, cadde nello stesso peccato mortale: non nascondere il crocifisso prima di andare in onda. Per lei, mestrina di nascita, trevigiana di adozione, avvicinatasi alla fede anche attraverso un percorso di sofferenza personale, a questo punto non ci sono che due soluzioni: o abiura, si cosparge il capo di cenere e si inginocchia cinque volte al giorno verso l'amaca di Serra, in segno di pentimento. O la prossima volta, su quella camicetta bianca, ci mette un gigantesco zero. Che oltre a essere un simbolo finalmente all'altezza del commentatore di Repubblica, è anche l'immagine di ciò che diventeremo, a forza di voler cancellare ciò che siamo. Nel frattempo, per portarci avanti con il lavoro, senza più disturbare gli animi sensibili, gli «utenti pagatori di canone» e il loro portavoce Michele, ci premuriamo di consigliare a Gennaro Sangiuliano, direttore del Tg2, di impartire un severo ordine di servizio: vietato indossare croci sopra le camicette, vietato indossare croci anche sotto le camicetta (caso mai urtassero il microfono), vietato indossare reggiseni a croce (potrebbero essere messaggi subliminali), vietato citare la Croce Rossa, la Croce Bianca e soprattutto la Croce Verde (evidentemente sovranista), proibire le espressioni tipo «croce e delizia» oppure «sei la mia croce», non citare mai il filosofo Benedetto Croce, non mostrare mai le bandiera della Svizzera, della Grecia, della Svezia, della Norvegia e della Finlandia, dove compaiono croci, evitare le inquadrature in cui si vedano chiese, cattedrali e campanili, quasi sempre sormontati da croci, e se possibile oscurare dalle immagini dei tg pure le farmacie, incredibilmente simboleggiate anch'esse da una croce. Lo si chieda cortesemente, per ora. In attesa che, come è ovvio, tutto ciò diventi reato.
«Non siamo in guerra e non ci entriamo». È categorica su questo punto Giorgia Meloni, ospite di Non stop news su Rtl 102.5. Il presidente del Consiglio in merito alla guerra Iran ha sciolto anche un altro dei dubbi su cui le opposizioni nelle ultime ore si sono accese, l’utilizzo delle basi americane in territorio italiano per l’offensiva all’Iran: «Abbiamo delle basi militari concesse agli Stati Uniti per accordi storici che non ho siglato io. Ci sono autorizzazioni tecniche quando si parla di logistica e di operazioni non cinetiche, ovvero semplificando operazioni di non bombardamento (come attacchi cibernetici, ndr). Se dovesse arrivare una richiesta di uso per fare altro, la competenza sarebbe del governo ma in quel caso dovremmo deciderlo insieme al Parlamento». Poi ha rassicurato: «Oggi non abbiamo nessuna richiesta in questo senso».
Meloni tuttavia confessa preoccupazione per la «reazione scomposta dell’Iran». «Sta bombardando tutti i Paesi vicini e questo comporta un rischio di escalation con conseguenze imprevedibili». Così come molti analisti, il premier esprime preoccupazione per la crisi «degli organismi multilaterali, che sta generando un mondo sempre più governato dal caos. Era purtroppo prevedibile dopo l’anomalia totale di un membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che invadeva un suo vicino, che chiaramente ha reso la situazione sempre più instabile».
Meloni poi si è confrontata col presidente francese Emmanuel Macron che ha preso l’iniziativa di chiamare il premier e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Al centro della conversazione la difesa di Cipro. È stato deciso infatti di «coordinare il dispiegamento di mezzi militari a Cipro e nel Mediterraneo orientale e di collaborare per garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso». Operazioni che vedranno coinvolti diversi Paesi europei, tra cui Spagna e Paesi Bassi. Azione resa necessaria dopo l’attacco con droni iraniani contro una base britannica sull’isola.
Informazione confermata anche dal ministro della Difesa Guido Crosetto che alla Camera ha detto: «Insieme coi partner dell’E5 (Francia, Germania, Polonia e Spagna oltre all’Italia) abbiamo deciso di mantenere un meccanismo di consultazione costante tra ministri della Difesa». E in questo quadro «porteremo probabilmente un aiuto a Cipro».
Intanto a Montecitorio l’Aula ha approvato con 179 voti favorevoli, 100 contrari e 14 astenuti la risoluzione della maggioranza sulle comunicazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro della Difesa Crosetto. Il testo impegna il governo «a partecipare» allo «sforzo comune in ambito Ue per sostenere, in caso di richiesta, Stati membri Ue nella difesa del proprio territorio da attacchi missilistici o via droni da parte iraniana» e a «confermare il rispetto, nell’utilizzo delle installazioni militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi, del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti».
La risoluzione parla anche del «dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza, nel perimetro di quanto autorizzato nell’area geografica di intervento, a protezione dei cittadini italiani, a supporto dei Paesi partner dell’area del Golfo e per la salvaguardia delle infrastrutture strategiche presenti nell’area, a tutela degli interessi primari nazionali».
Crosetto nel suo intervento, rispondendo alle accuse delle opposizioni, ha chiarito una banalità, ovvero che è «certo che è stata una scelta al di fuori dalle regole del diritto internazionale». Spiegando però anche che «questa, purtroppo per tutti noi, non è l’epoca del multilateralismo» perché «il problema è che l’Europa è impossibilitata a fermare questa guerra» così come «nessun Paese europeo, ma neanche tutti i Paesi europei uniti» possono «convincere Israele e gli Usa a interrompere questa guerra». Anche perché «tutti sono stati avvisati dopo» l’inizio dell’attacco. Per Crosetto «siamo sull’orlo dell’abisso. È una situazione drammatica».
Tajani ha spiegato nella sua informativa che sono «100.000 gli italiani coinvolti direttamente o indirettamente nelle aree della crisi» precisando che «la sicurezza dei connazionali è la priorità assoluta». «La task force Golfo ha gestito 14.000 chiamate e diverse migliaia di email. Gli italiani aiutati a lasciare le aree a rischio sono arrivati a 10.000», ha aggiunto. «Nei prossimi giorni sono in programmazione ulteriori voli facilitati dal ministero degli Esteri dai Paesi del Golfo. Ne è appena partito dalle Maldive uno con circa 320 italiani, tra cui 60 fragili».
Infine fonti informate hanno fatto sapere che a rientrare c’è anche Bigmama, la cantante italiana che pur ostentando ostilità al governo, il giorno dell’attacco a Dubai aveva postato un video sui social chiedendo di esser salvata. Come ovvio che fosse, anche lei è stata riportata a casa.
Chigi non regge l’ombrello a Macron
«No grazie». Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, snobba l’offerta del presidente francese, Emmanuel Macron, di posizionare anche l’Italia sotto l’ombrello nucleare francese. Con il suo discorso dalla base sottomarina di Ile Longue, in Bretagna, Macron ridefinisce la dottrina di deterrenza nazionale della Francia, unico Paese dell’Ue a possedere l’atomica. Meloni ieri mattina è intervenuta su Rtl 102.5, per fare il punto sulla situazione in Medio Oriente e rassicurare: «Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra». A proposito della proposta francese di deterrenza nucleare, che l’Italia non ha accettato, Meloni spiega che «la Francia da molto tempo parla della sua capacità di dissuasione nucleare come di ombrello che può proteggere l’Europa, ma vale la pena specificare che in nessun caso la Francia vuole mettere sotto controllo europeo il suo arsenale nucleare». Il suo utilizzo, specifica Meloni, «rimarrebbe sotto l’esclusiva decisione del presidente francese. Sicuramente è un contributo importante al dibattito della sicurezza in Europa ma è un dibattito molto più ampio e non si può non tenere conto delle garanzie che esistono in ambito Nato».
Insomma, la premier ribadisce, ancora una volta, che la deterrenza nucleare francese deve avvenire all’interno della cornice Nato. «Noi facciamo parte dell’Alleanza Atlantica, quindi la nostra cornice rimane sempre l’Alleanza Atlantica. La riflessione che sta facendo l’Italia insieme alla Francia, anche in vista del prossimo vertice intergovernativo prima dell’estate, è che non si tratta di rendere l’ombrello nucleare francese europeo, si tratta di mantenerlo francese».
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, in un’intervista a SkyTg24, ribadisce il suo sostegno a Parigi. «Sono a favore di quello che sta facendo Macron, perché sta sollevando una questione che esisteva già nella Nato». Secondo il segretario generale, l’iniziativa francese può rafforzare la deterrenza dell’Alleanza. «Mentre otto Paesi europei scelgono di entrare nel nucleo che ridisegna la deterrenza del continente, l’Italia resta fuori. Nel momento in cui si rafforza il pilastro europeo della difesa, l’Italia sceglie l’assenza. E quando l’Europa accelera, restare fermi significa arretrare», critica Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe e segretario generale dei Democratici europei.
«Non essere isolati non significa fare quello che chiede la Francia. E la non adesione dell’Italia all’ombrello nucleare di Macron non significa essere isolati. L'unica posizione che possiamo avere è quella europea, cioè non si può seguire un’iniziativa di un Paese che dice “facciamo l’ombrello nucleare e poi gli altri si accodano”. Condivido soltanto le scelte europee», replica il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
Come avvenuto per i Volenterosi, la missione a guida franco-britannica ideata a difesa dell’Ucraina, Meloni vuole evitare strappi con Donald Trump e aspettare di far maturare i tempi.
L’attendismo italiano si colloca, quindi, come espressione di un tradizionale atlantismo che ci garantisce un ruolo di rilievo nel contesto internazionale. La posizione italiana va vista come manifestazione di coerenza e continuità nelle relazioni transatlantiche, a conferma della nostra affidabilità nel mantenere gli impegni multilaterali.
Senza considerare che il nostro Paese può già disporre dell’ombrello nucleare della Nato, garantito dai depositi di armi dell’Alleanza sul suolo italiano. È noto, infatti, che la Nato potrebbe utilizzarli in caso di aggressione al nostro Paese o a un altro Paese membro.
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Mentre Teheran continua a respingere le notizie su una presunta offensiva curda nel Nordovest del Paese, la realtà che emerge dalle informazioni disponibili racconta una dinamica più complessa e potenzialmente pericolosa: la Repubblica islamica si trova oggi esposta su due fronti sensibili, quello curdo a Ovest e quello azero a Nord. Due linee di frattura che, sommate alle tensioni regionali e alla pressione internazionale, stanno mettendo sotto stress il sistema di sicurezza iraniano.
Nelle ultime ore i media ufficiali di Teheran hanno definito «completamente infondate» le indiscrezioni diffuse da testate vicine a Stati Uniti e Israele secondo cui il regime avrebbe perso il controllo delle aree di confine occidentali. Il quotidiano Tehran Times ha liquidato le notizie come propaganda, sostenendo che non esiste alcuna insurrezione armata nel Kurdistan iraniano. Tuttavia, dietro la smentita ufficiale rimane un quadro estremamente fluido. Da giorni, infatti, circolano informazioni su un possibile piano di pressione contro Teheran sostenuto da Washington e Gerusalemme, che avrebbe l’obiettivo di indebolire il regime e favorire una sollevazione interna che sarebbe impossibile da gestire. Secondo diverse ricostruzioni, alcune organizzazioni curde attive in Iraq avrebbero formato una coalizione con l’intento di coordinare eventuali operazioni contro la Repubblica islamica.
I leader curdi mantengono però una posizione prudente. Hanna Hussein Yazdan Pana, esponente del Partito per la libertà del Kurdistan, ha invitato a non credere alle notizie su un’imminente offensiva. «Non è vero, non credeteci», ha dichiarato, spiegando che «nessun peshmerga si è mosso e nessun gruppo agirà da solo». Lo stesso dirigente ha però ammesso che esiste un coordinamento tra diverse organizzazioni curde, ma ha sottolineato che un’operazione militare richiederebbe condizioni ben diverse. «Non è una questione di ore o giorni», ha spiegato. «Non possiamo muoverci se lo spazio aereo non è sicuro e se le infrastrutture militari iraniane non vengono neutralizzate. In caso contrario sarebbe un suicidio».
Per questo motivo i leader curdi hanno chiesto la creazione di una «no-fly zone» che possa garantire copertura alle eventuali operazioni. Nel frattempo il governo regionale del Kurdistan iracheno ha respinto con fermezza le accuse secondo cui la regione autonoma sarebbe coinvolta nell’armamento dei gruppi curdi anti iraniani. Il portavoce del Krg, Peshawa Hawramani, ha definito tali ricostruzioni «totalmente false» e ha negato qualsiasi partecipazione a piani militari contro l’Iran.
La tensione rimane alta sul terreno. Teheran ha intensificato nelle ultime ore le operazioni contro i movimenti curdi presenti oltre confine. Ieri l’esercito iraniano ha confermato di aver colpito con missili alcune basi di gruppi considerati ostili alla «rivoluzione islamica» nel Kurdistan iracheno. Secondo fonti internazionali gli attacchi avrebbero provocato almeno una vittima e diversi feriti. La questione curda rappresenta da decenni una delle principali vulnerabilità interne della Repubblica islamica. Circa il 10% della popolazione iraniana è composta da curdi, in gran parte sunniti, concentrati nelle province nord-occidentali del Paese. Organizzazioni internazionali come Amnesty international denunciano da anni discriminazioni politiche, economiche e culturali nei confronti di questa minoranza. Ma mentre il fronte occidentale resta sotto osservazione, una seconda crisi si è aperta improvvisamente a Nord. Il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha accusato Teheran di aver lanciato un drone contro l’enclave azera di Nakhchivan, sostenendo che il velivolo avrebbe preso di mira l’aeroporto della regione autonoma. «Abbiamo aiutato l’Iran quando ci ha chiesto assistenza per evacuare i propri diplomatici dal Libano e in cambio riceviamo un attacco contro Nakhchivan? Un comportamento del genere è inaccettabile e rimarrà una macchia sulla loro reputazione», ha dichiarato Aliyev. Teheran ha respinto le accuse. In una nota ufficiale lo Stato maggiore delle Forze armate iraniane ha affermato che «la Repubblica islamica, nel rispetto della sovranità degli Stati vicini, nega di aver lanciato droni verso il territorio dell’Azerbaigian». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha telefonato al suo omologo azero Jeyhun Bayramov per cercare di disinnescare la crisi diplomatica. Tuttavia i filmati online suggeriscono che il drone sarebbe effettivamente di produzione iraniana. Il risultato è un quadro strategico delicato. I fatti indicano che la Repubblica islamica si trova oggi esposta su due linee di pressione simultanee: il possibile risveglio del fronte curdo e l’improvvisa tensione con l’Azerbaigian. Due dossier che rischiano di trasformarsi in una nuova fase di instabilità.
Nel frattempo il nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che, «per motivi di sicurezza», l’ambasciata italiana a Teheran è stata temporaneamente chiusa: «Il personale si trasferisce a Baku, ma questo non comporta la rottura delle relazioni diplomatiche».
Sotto attacco pure Qatar e Bahrein
Il regime iraniano continua a sferrare attacchi contro i Paesi del Golfo, nonostante mercoledì il presidente Masoud Pezeshkian abbia dichiarato di rispettare la sovranità dei vicini.
In Qatar, il ministero della Difesa ha reso noto che sono piombati 14 missili balistici e quattro droni: a parte un razzo che è caduto nelle acque territoriali qatariote, tutti i vettori sono stati intercettati. In un comunicato il dicastero ha invitato i cittadini, i residenti e i turisti a «mantenere la calma» e ad «attenersi alle istruzioni ufficiali». Già nelle prime ore della giornata, le autorità di Doha avevano iniziato a evacuare le persone attorno all’area dell’ambasciata degli Stati Uniti come «misura precauzionale».
Anche gli Emirati Arabi Uniti continuano a essere uno dei principali target iraniani. Ieri le difese emiratine hanno intercettato almeno sei missili balistici e 125 droni. Uno dei velivoli senza pilota è stato abbattuto ad Abu Dhabi, dove si contano sei feriti. Nella serata, diverse esplosioni sono state udite nei pressi dell’aeroporto internazionale della capitale e a Ras Al Khaimah, mentre a Dubai sono scattate le sirene.
I bombardamenti si sono estesi anche in Bahrein, dove sono stati sentiti diversi boati. Nell’ultimo raid, Teheran ha preso di mira l’area industriale di Mameer. L’attacco ha provocato un incendio in un’unità della raffineria Bapco Energies. Il ministro dell’Interno del Bahrein ha poco dopo commentato che «l’incendio scoppiato in una delle strutture di Mameer, presa di mira dall’aggressione iraniana, è stato domato. Sono stati segnalati danni materiali limitati, senza perdite di vite umane». Nel frattempo, l’ambasciata britannica di Manama ha già ridotto il suo staff diplomatico in via precauzionale. Gli attacchi non hanno escluso nemmeno l’Arabia Saudita, con quattro droni abbattuti e il Kuwait.
La rappresaglia iraniana prosegue poi contro il principale nemico. I pasdaran hanno annunciato di aver sganciato missili sull’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e sulla base aerea 27 «con missili Khorramshahr-4». Ma il Times of Israel ha specificato che non esiste la base aerea 27 visto che è stata chiusa a Ben Gurion nel 2010. Gli allarmi sono scattati in diverse regioni israeliane, inclusa Tel Aviv. E mentre i civili si rifugiavano nei bunker, le difese aeree sono entrate in azione per intercettare i missili balistici.
Dall’altra parte della barricata, in merito all’operazione Furia epica, l’Idf ha reso noto di aver «distrutto circa 300 lanciamissili in Iran».
Dalla mattina i raid hanno colpito Teheran e la sua periferia occidentale, mentre nella serata è stata presa di mira la zona Est della capitale dopo che Gerusalemme aveva chiesto al popolo iraniano di allontanarsi dall’area. A essere raso al suolo è pure lo stadio Azadi di Teheran: la struttura sportiva era uno dei luoghi utilizzati dalle forze di sicurezza iraniane secondo Iran international.
E pare che sia di nuovo slittata l’ufficializzazione di Mojtaba Khamenei quale nuova Guida suprema dell’Iran. Ieri si sarebbe dovuta riunire di nuovo l’Assemblea degli esperti per formalizzare l’annuncio, ma non sono state condivise dichiarazioni in merito. Quel che è certo è che il comitato di 88 membri è segnato dalle tensioni. Stando a quanto riferito da Iran international, almeno otto componenti dell’assemblea avevano annunciato che avrebbero disertato la sessione in segno di protesta.
Sembra infatti che la nomina di Khamenei sia il frutto di «una forte pressione» da parte dei Guardiani della rivoluzione. Chi si oppone avrebbe sottolineato i rischi di «una leadership ereditaria», con la Repubblica islamica che assomiglierebbe a una monarchia.
Nel frattempo, è stata trasferita l’autorità di nominare e revocare i funzionari militari e di dichiarare guerra al Consiglio direttivo ad interim di cui fa parte il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian. Che ha pure elogiato la Spagna quale baluardo di «etica» e «coscienza consapevole» in Occidente dopo che Madrid ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi militari.
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