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2018-08-04
Assunzioni e appalti per gli amici: la grande abbuffata dem al Demanio
Ansa
Roberto Reggi, da settembre 2014 direttore dell'agenzia del Demanio, ha la sua città, Piacenza, nel cuore e una gran fretta di chiudere alcune faccende.
Nelle ultime settimane ha infatti pubblicato e assegnato la gara per cambiare il logo del Demanio, esigenza improrogabile evidentemente, in piena finestra spoil system, con un bando aperto lo scorso 5 luglio e chiuso il 18 luglio con una base d'asta di 50.000 euro. Gara a cui ha partecipato un'unica società, la Genesi srl, che se l'è aggiudicato con un'offerta di 40.000 euro più Iva. Ma nella fretta delle ultime ore ha anche assunto a tempo indeterminato il direttore dei Servizi al patrimonio, nonostante l'attuale direttore avesse un contratto con scadenza 31 maggio 2019. Ma nessuno ha avuto da ridire perché l'attuale direttore a tempo determinato e il nuovo direttore a tempo indeterminato hanno lo stesso nome e cognome, ovvero Massimo Gambardella.
Reggi, infatti, come dicevamo, ha Piacenza nel cuore. Ne è stato sindaco dal 2002 al 2012 (sempre in quota sinistra), prima di essere chiamato dal governo Renzi, prima come sottosegretario al Miur e poi a dirigere l'agenzia del Demanio. Ed è così che i 50 dirigenti della piccola agenzia del Demanio non gli bastavano e ha deciso di chiamare tre sue conoscenze da primo cittadino.
Dopo aver messo a capo della comunicazione, al posto della giornalista Paola Cambria, il comandante dei vigili urbani di Piacenza, Renza Malchiodi, che avrà molte competenze, ma non proprio le skill della comunicatrice (ufficio stampa, eventi) - non essendo né giornalista professionista né pubblicista - e dopo aver portato al Miur come capo segreteria e poi al Demanio la sua capo di gabinetto al Comune, Vittoria Avanzi, poi diventata, non senza polemiche, la nuova direttrice della Fondazione teatri di Piacenza, ha premiato un altro dei suoi collaboratori. Si tratta appunto di Gambardella, che a Piacenza era amministratore unico dal 2005 al 2012 delle Società farmaceutiche comunali piacentine srl.
Anche lui, come la Malchiodi, nonostante non avesse proprio un curriculum tagliato per le attività dell'agenzia del Demanio, è stato assunto - con un bando poco pubblicizzato -a tempo determinato dal primo dicembre 2015 al 31 maggio 2019 prima con un ruolo di dirigente, ma di minor pregio (program manager), solo per un mese. Dopodiché ha fatto il primo salto in avanti ed è diventato per sei mesi responsabile dei piani di manutenzione e performance degli immobili della direzione servizi ai patrimoni. E, a luglio 2016, Reggi lo ha di nuovo promosso al ruolo di direttore proprio della direzione Servizi al patrimonio.
Ma è a febbraio che Reggi ha l'intuizione. Fiuta che l'aria sta cambiando e che il suo Pd non ce la farà a vincere le elezioni e pubblica bandi di gara per un centinaio di assunzioni a tempo indeterminato, tra cui quella del direttore dei Servizi al patrimonio, vinto proprio da Gambardella. Una coincidenza che desta qualche dubbio soprattutto per la tempistica: perché fare una selezione con un anno e mezzo di anticipo rispetto alla fine del contratto in corso?
Forse sarebbe stato più opportuno aspettare sia per il logo sia, soprattutto, per il nuovo direttore Servizi al patrimonio, la conferma da parte del nuovo governo gialloblù. Ma Reggi ha fatto storcere il naso a qualche grillino che ha scoperto che Reggi, nonostante il suo compenso di 240.000 euro, ha fatto pagare a tutti noi il suo rinfresco per gli auguri di Natale. Il 5 gennaio 2018 ha infatti pubblicato l'affidamento diretto alla società cooperativa La romana il suo buffet di auguri per una spesa di 850 euro più Iva. Su cui la corte dei Conti potrebbe avere qualcosa da ridire.
Nel frattempo, l'altro renziano in cerca di riconferma, il direttore dell'Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, attaccato pesantemente da tutte le sigle sindacali a causa della sua riorganizzazione che ha creato soltanto caos negli uffici, ha venduto come miracolosi i dati dell'operazione 730/2018. Secondo Ruffini, infatti, sarebbe un gran successo che circa 529.000 cittadini hanno accettato il 730 precompilato senza modificarlo. Ma se il dato si mette a confronto con la platea di contribuenti interessati dal 730 (pari a circa 20 milioni), viene fuori che solo il 2,6 per cento ha accettato il 730 precompilato dell'Agenzia, mentre il 97,4 per cento lo ha modificato perché i dati erano inesatti. La maggioranza evitando il fai da te, ma rivolgendosi ai Caf.
Anna Maria Fiore
I boiardi renziani nel fortino Anas
C'è ancora un avamposto renziano nelle partecipate statali che non è stato toccato dal vento del cambiamento del governo gialloblù di Giuseppe Conte. Stiamo parlando di Anas, prima stazione appaltante in Italia, concessionaria delle nostre autostrade.
A gennaio il governo di Paolo Gentiloni l'aveva consegnata nelle mani di Ferrovie dello Stato. Per i sempre attenti addetti ai lavori quello del Partito democratico fu uno stratagemma, perché in questo modo si rinnovò in automatico l'incarico dell'ormai ex amministratore delegato, Renato Mazzoncini. Ora il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, ha fatto piazza pulita in Fs, anche se sono stati nominati due interni come presidente e amministratore delegato, facendo valere la legge Frattini del 2004. Allo stesso tempo ha anche fermato la fusione tra le due aziende. Ma su Anas non ha potuto fare nulla, perché Gianni Vittorio Armani, attuale amministratore delegato di via Mozambano, è stato nominato prima degli ultimi sei mesi e la legge sul punto è chiara: lo spoil system non vale. Insomma, per una questione di tempi, l'amministrazione del colosso autostradale resterà quella progettata da Matteo Renzi nel 2015.
Per di più le dichiarazioni delle ultime settimane di Armani sulla mancata fusione («Le dichiarazioni del ministro Toninelli sono quelle più sensate, è giusto che l'esecutivo - siccome Anas è un suo strumento - si domandi la valutazione costi benefici delle operazioni fatte da tutti i governi precedenti, perché ogni cosa deve essere valutata e giusta nel suo tempo») sono apparse come un riposizionamento per instaurare un dialogo con Palazzo Chigi. All'interno di quello che è sempre stato considerato uno degli avamposti dei boiardi di Stato in Italia, basti pensare al lungo regno dell'imperatore Pietro Ciucci, inizia a circolare un certo malessere. Negli ultimi mesi infatti hanno iniziato a girare lettere, documenti, veline e persino denunce in Procura e ai Ros, che mettono nel mirino gli attuali vertici. In sostanza i veleni dentro via Mozambano sembrano pronti a esplodere.
Eppure gli ultimi anni sono stati tranquilli. Il lungo strascico di polemiche per l'inchiesta sulla «dama nera», Antonella Accroglianò, è ormai rientrato. Su quell'indagine della magistratura si costruì la nuova stazione appaltante. Ma sono in pochi a ricordare che un cambiamento vero in Anas non c'è mai stato. Basti pensare che in questi giorni nei palazzi del potere romano è tornata a circolare l'ipotesi che al posto di Armani possa essere nominato Ugo Dibennardo, attualmente numero due della società, ma da molti considerato ancora più potente dell'amministratore delegato. Dibennardo è cresciuto alla corte di Ciucci e non dispiace neppure alla Lega, per un lungo trascorso come capo compartimento Anas del Nordest. Non solo. C'è chi sostiene che all'interno dell'azienda qualcuno avesse saputo in anticipo dell'inchiesta, informando chi di dovere di evitare la stanza della Accroglianò in modo tale da evitare di essere intercettato. Su questo ci saranno le verifiche dell'autorità giudiziaria, anche perché la Procura di Roma ha chiesto già da un anno il processo per 38 persone e 14 società collegate. I tempi della giustizia sono lunghi e quindi bisognerà aspettare.
Nel frattempo però in Anas si sta consolidando un gruppo di fedelissimi renziani. Il presidente è Ennio Cascetta, ex assessore della giunta di Antonio Bassolino in Regione Campania, che è stato capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture Graziano Delrio. Poi c'è Cristiana Alicata, renziana della prima ora, da poco convertita a +Europa di Emma Bonino e ancora, Vera Fiorani, una vita in Rfi, considerata vicina all'ex amministratore delegato di Fs, Mauro Moretti, poi nominato da Renzi in Leonardo-Finmeccanica nel 2014.
Ma sono soprattutto gli uomini e le donne che stanno intorno all'amministratore delegato ad aver creato qualche malumore in via Mozambano. C'è chi lontano dai microfoni mette i riflettori su Adriana Palmigiano, direttore Appalti e acquisti dal 2016, una lunga carriera in Enel e in Terna, da dove arriva Armani. Vicinissimo al numero uno scelto da Renzi nel 2015 per fare piazza pulita dei vecchi vizi di Anas è poi Mauro Frattini, una vita in Anas e definito su alcuni quotidiani un «mini boiardo». Altro fedelissimo di Armani e della Palmigiano è Salvatore Papale, ex Spea, messo a capo delle ultime gare di progettazione. Poi ancora il manager Andrea Stefanoni e infine Antonio Cappiello, responsabile unità acquisti servizi e forniture di Anas, ex manager di Bravo solution, azienda che si occupa di soluzioni digitali per la razionalizzazione e il controllo della spesa, che ora si occupa proprio della digitalizzazione delle gare d'appalto in via Mozambano. A firmare l'appalto tra Anas e la sua vecchia azienda è stato proprio lui. Casualità del mondo delle autostrade italiane.
Alessandro Da Rold
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Il direttore Roberto Reggi ha un impellente bisogno: cambiare il logo per 40.000 euro. Ma anche quello di assumere vari dirigenti piacentini come lui. Alla comunicazione ha piazzato il comandante dei vigili.Nell'ente delle autostrade, ultimo avamposto del vecchio sistema, l'ad Gianni Vittorio Armani si sta già riposizionando. Le prime linee invece restano fedeli all'ex premier Matteo Renzi e a Graziano Delrio. Lo speciale contiene due articoliRoberto Reggi, da settembre 2014 direttore dell'agenzia del Demanio, ha la sua città, Piacenza, nel cuore e una gran fretta di chiudere alcune faccende.Nelle ultime settimane ha infatti pubblicato e assegnato la gara per cambiare il logo del Demanio, esigenza improrogabile evidentemente, in piena finestra spoil system, con un bando aperto lo scorso 5 luglio e chiuso il 18 luglio con una base d'asta di 50.000 euro. Gara a cui ha partecipato un'unica società, la Genesi srl, che se l'è aggiudicato con un'offerta di 40.000 euro più Iva. Ma nella fretta delle ultime ore ha anche assunto a tempo indeterminato il direttore dei Servizi al patrimonio, nonostante l'attuale direttore avesse un contratto con scadenza 31 maggio 2019. Ma nessuno ha avuto da ridire perché l'attuale direttore a tempo determinato e il nuovo direttore a tempo indeterminato hanno lo stesso nome e cognome, ovvero Massimo Gambardella.Reggi, infatti, come dicevamo, ha Piacenza nel cuore. Ne è stato sindaco dal 2002 al 2012 (sempre in quota sinistra), prima di essere chiamato dal governo Renzi, prima come sottosegretario al Miur e poi a dirigere l'agenzia del Demanio. Ed è così che i 50 dirigenti della piccola agenzia del Demanio non gli bastavano e ha deciso di chiamare tre sue conoscenze da primo cittadino.Dopo aver messo a capo della comunicazione, al posto della giornalista Paola Cambria, il comandante dei vigili urbani di Piacenza, Renza Malchiodi, che avrà molte competenze, ma non proprio le skill della comunicatrice (ufficio stampa, eventi) - non essendo né giornalista professionista né pubblicista - e dopo aver portato al Miur come capo segreteria e poi al Demanio la sua capo di gabinetto al Comune, Vittoria Avanzi, poi diventata, non senza polemiche, la nuova direttrice della Fondazione teatri di Piacenza, ha premiato un altro dei suoi collaboratori. Si tratta appunto di Gambardella, che a Piacenza era amministratore unico dal 2005 al 2012 delle Società farmaceutiche comunali piacentine srl.Anche lui, come la Malchiodi, nonostante non avesse proprio un curriculum tagliato per le attività dell'agenzia del Demanio, è stato assunto - con un bando poco pubblicizzato -a tempo determinato dal primo dicembre 2015 al 31 maggio 2019 prima con un ruolo di dirigente, ma di minor pregio (program manager), solo per un mese. Dopodiché ha fatto il primo salto in avanti ed è diventato per sei mesi responsabile dei piani di manutenzione e performance degli immobili della direzione servizi ai patrimoni. E, a luglio 2016, Reggi lo ha di nuovo promosso al ruolo di direttore proprio della direzione Servizi al patrimonio.Ma è a febbraio che Reggi ha l'intuizione. Fiuta che l'aria sta cambiando e che il suo Pd non ce la farà a vincere le elezioni e pubblica bandi di gara per un centinaio di assunzioni a tempo indeterminato, tra cui quella del direttore dei Servizi al patrimonio, vinto proprio da Gambardella. Una coincidenza che desta qualche dubbio soprattutto per la tempistica: perché fare una selezione con un anno e mezzo di anticipo rispetto alla fine del contratto in corso?Forse sarebbe stato più opportuno aspettare sia per il logo sia, soprattutto, per il nuovo direttore Servizi al patrimonio, la conferma da parte del nuovo governo gialloblù. Ma Reggi ha fatto storcere il naso a qualche grillino che ha scoperto che Reggi, nonostante il suo compenso di 240.000 euro, ha fatto pagare a tutti noi il suo rinfresco per gli auguri di Natale. Il 5 gennaio 2018 ha infatti pubblicato l'affidamento diretto alla società cooperativa La romana il suo buffet di auguri per una spesa di 850 euro più Iva. Su cui la corte dei Conti potrebbe avere qualcosa da ridire.Nel frattempo, l'altro renziano in cerca di riconferma, il direttore dell'Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, attaccato pesantemente da tutte le sigle sindacali a causa della sua riorganizzazione che ha creato soltanto caos negli uffici, ha venduto come miracolosi i dati dell'operazione 730/2018. Secondo Ruffini, infatti, sarebbe un gran successo che circa 529.000 cittadini hanno accettato il 730 precompilato senza modificarlo. Ma se il dato si mette a confronto con la platea di contribuenti interessati dal 730 (pari a circa 20 milioni), viene fuori che solo il 2,6 per cento ha accettato il 730 precompilato dell'Agenzia, mentre il 97,4 per cento lo ha modificato perché i dati erano inesatti. La maggioranza evitando il fai da te, ma rivolgendosi ai Caf.Anna Maria Fiore<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/assunzioni-e-appalti-per-gli-amici-la-grande-abbuffata-dem-al-demanio-2592459089.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-boiardi-renziani-nel-fortino-anas" data-post-id="2592459089" data-published-at="1767387742" data-use-pagination="False"> I boiardi renziani nel fortino Anas C'è ancora un avamposto renziano nelle partecipate statali che non è stato toccato dal vento del cambiamento del governo gialloblù di Giuseppe Conte. Stiamo parlando di Anas, prima stazione appaltante in Italia, concessionaria delle nostre autostrade. A gennaio il governo di Paolo Gentiloni l'aveva consegnata nelle mani di Ferrovie dello Stato. Per i sempre attenti addetti ai lavori quello del Partito democratico fu uno stratagemma, perché in questo modo si rinnovò in automatico l'incarico dell'ormai ex amministratore delegato, Renato Mazzoncini. Ora il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, ha fatto piazza pulita in Fs, anche se sono stati nominati due interni come presidente e amministratore delegato, facendo valere la legge Frattini del 2004. Allo stesso tempo ha anche fermato la fusione tra le due aziende. Ma su Anas non ha potuto fare nulla, perché Gianni Vittorio Armani, attuale amministratore delegato di via Mozambano, è stato nominato prima degli ultimi sei mesi e la legge sul punto è chiara: lo spoil system non vale. Insomma, per una questione di tempi, l'amministrazione del colosso autostradale resterà quella progettata da Matteo Renzi nel 2015. Per di più le dichiarazioni delle ultime settimane di Armani sulla mancata fusione («Le dichiarazioni del ministro Toninelli sono quelle più sensate, è giusto che l'esecutivo - siccome Anas è un suo strumento - si domandi la valutazione costi benefici delle operazioni fatte da tutti i governi precedenti, perché ogni cosa deve essere valutata e giusta nel suo tempo») sono apparse come un riposizionamento per instaurare un dialogo con Palazzo Chigi. All'interno di quello che è sempre stato considerato uno degli avamposti dei boiardi di Stato in Italia, basti pensare al lungo regno dell'imperatore Pietro Ciucci, inizia a circolare un certo malessere. Negli ultimi mesi infatti hanno iniziato a girare lettere, documenti, veline e persino denunce in Procura e ai Ros, che mettono nel mirino gli attuali vertici. In sostanza i veleni dentro via Mozambano sembrano pronti a esplodere. Eppure gli ultimi anni sono stati tranquilli. Il lungo strascico di polemiche per l'inchiesta sulla «dama nera», Antonella Accroglianò, è ormai rientrato. Su quell'indagine della magistratura si costruì la nuova stazione appaltante. Ma sono in pochi a ricordare che un cambiamento vero in Anas non c'è mai stato. Basti pensare che in questi giorni nei palazzi del potere romano è tornata a circolare l'ipotesi che al posto di Armani possa essere nominato Ugo Dibennardo, attualmente numero due della società, ma da molti considerato ancora più potente dell'amministratore delegato. Dibennardo è cresciuto alla corte di Ciucci e non dispiace neppure alla Lega, per un lungo trascorso come capo compartimento Anas del Nordest. Non solo. C'è chi sostiene che all'interno dell'azienda qualcuno avesse saputo in anticipo dell'inchiesta, informando chi di dovere di evitare la stanza della Accroglianò in modo tale da evitare di essere intercettato. Su questo ci saranno le verifiche dell'autorità giudiziaria, anche perché la Procura di Roma ha chiesto già da un anno il processo per 38 persone e 14 società collegate. I tempi della giustizia sono lunghi e quindi bisognerà aspettare. Nel frattempo però in Anas si sta consolidando un gruppo di fedelissimi renziani. Il presidente è Ennio Cascetta, ex assessore della giunta di Antonio Bassolino in Regione Campania, che è stato capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture Graziano Delrio. Poi c'è Cristiana Alicata, renziana della prima ora, da poco convertita a +Europa di Emma Bonino e ancora, Vera Fiorani, una vita in Rfi, considerata vicina all'ex amministratore delegato di Fs, Mauro Moretti, poi nominato da Renzi in Leonardo-Finmeccanica nel 2014. Ma sono soprattutto gli uomini e le donne che stanno intorno all'amministratore delegato ad aver creato qualche malumore in via Mozambano. C'è chi lontano dai microfoni mette i riflettori su Adriana Palmigiano, direttore Appalti e acquisti dal 2016, una lunga carriera in Enel e in Terna, da dove arriva Armani. Vicinissimo al numero uno scelto da Renzi nel 2015 per fare piazza pulita dei vecchi vizi di Anas è poi Mauro Frattini, una vita in Anas e definito su alcuni quotidiani un «mini boiardo». Altro fedelissimo di Armani e della Palmigiano è Salvatore Papale, ex Spea, messo a capo delle ultime gare di progettazione. Poi ancora il manager Andrea Stefanoni e infine Antonio Cappiello, responsabile unità acquisti servizi e forniture di Anas, ex manager di Bravo solution, azienda che si occupa di soluzioni digitali per la razionalizzazione e il controllo della spesa, che ora si occupa proprio della digitalizzazione delle gare d'appalto in via Mozambano. A firmare l'appalto tra Anas e la sua vecchia azienda è stato proprio lui. Casualità del mondo delle autostrade italiane. Alessandro Da Rold
iStock
Mariano Bizzarri
Oncologo, dipartimento di medicina sperimentale, Gruppo di biologia dei sistemi,
Università La Sapienza, Roma.
Trent’anni fa Henry Gadsen, direttore della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque». A distanza di tre decenni, il suo sogno sembra essersi avverato e questo per il concorso di più fattori. Si è ridotta la «prevenzione» al solo consumo di farmaci, quando occorrerebbe agire su altri e più complessi livelli (alimentazione, esercizio fisico, relazioni sociali).
Sono stati rivisitati, arbitrariamente, i limiti dei parametri che definiscono lo stato di salute: abbassando livelli di colesterolo e glucosio, si sono enormemente ampliati i margini della popolazione cui potevano essere prescritti i farmaci correlati. E sono state inventate, letteralmente, nuove malattie, etichettando come «patologiche» condizioni che connotano tratti di personalità (ansia, timidezza, noia), particolari fasi della vita (menopausa, vecchiaia) o semplici caratteristiche fisiche (calvizie, cellulite). Per risolvere il problema occorre ricostruire il modello medico-paziente degenerato negli ultimi 40 anni, intervenendo realmente sui fattori di prevenzione primaria prima ricordati. Inoltre, occorre tutelare l’integrità degli enti regolatori, impedendo che ricevano sussidi da Big Pharma.
Simonetta Pulciani
Biofisica in pensione, esperta di trasformazioni cellulari e di retrovirus, di microarray, epidemiologia genetica e malattie rare.
La domanda fondamentale resta: «I dati oggi a disposizione possono garantire l’estrapolazione di una diagnosi o la predizione di una futura malattia con un’alta probabilità di veridicità», come proponeva il ricercatore Leroy Hood con una medicina definita 4P: predittiva, preventiva, personalizzata e partecipata? Sicuramente i successi non devono essere ignorati o svalutati, ma una certa precauzione è d’obbligo. E la prevenzione non si deve limitare a indagini strumentali, ad analisi cliniche. Lo stile di vita potrebbe essere più importante di continui consulti medici. Il periodo del Covid è stato emblematico di come l’industria medica non sia più allineata alla prosperità del paziente. Non bisogna dimenticare che il Sars-CoV-2 era un coronavirus e sui coronavirus si sapeva molto, una cura era possibile e dovuta. Su quali basi scientifiche, davanti a un paziente infetto da un coronavirus e affetto da una sindrome respiratoria, i promotori di una prevenzione sfrenata hanno appoggiato «la vigile attesa»? Poter dare risposte sincere a questa domanda spiegherebbe anche la continua spinta a farci consumare sempre più farmaci.
Fabio Angeli
Professore al dipartimento di medicina e innovazione tecnologica (Dimit) dell’Università degli Studi dell’Insubria.
Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte a livello globale, includendo condizioni come infarto, ictus, scompenso cardiaco e malattie ischemiche. Malattie in gran parte prevenibili attraverso uno stile di vita sano, controlli medici regolari e una appropriata terapia farmacologica. Nonostante questo, negli ultimi anni si sta assistendo a una richiesta di esami diagnostici molto costosi per il nostro sistema sanitario e molto spesso non appropriati, se eseguiti prima di un oculato intervento mirato a valutare i vari fattori di rischio cardiovascolari modificabili. La vera sfida è quella di generare percorsi di prevenzione che siano sia sostenibili, sia realmente utili per ridurre l’impatto delle varie patologie, con esami diagnostici universalmente fruibili e a basso costo (come, ad esempio, l’elettrocardiogramma e «semplici» esami del sangue). La richiesta che si può inviare all’industria farmaceutica è di supportare non solo studi clinici sui farmaci ma, anche e soprattutto, studi utili a generare percorsi per corrette strategie preventive a livello di popolazione.
Mario Mantovani
Bioimmunologo all’Istituto di medicina biologica di Milano ricerca e sviluppo.
Ritengo fondamentale una giusta e corretta informazione per quanto riguarda la prevenzione con alcuni esami che indagano «sotto il pelo dell’acqua», senza porre il paziente in uno stato di ansia, molto spesso inutilmente. Dalla salute alla malattia vi è una scala di grigi direi abbastanza dinamica ed è lì che bisognerebbe agire. D’altro canto molto spesso, quando vi è la necessità di indagini strumentali o per imaging, si nota una certa reticenza a svolgere i suddetti esami o vengono rimandati per diversi mesi, senza giungere a una diagnosi e quindi a una cura. Oggi in ambito diagnostico c’è la possibilità di capire se alcuni parametri di II o III livello sono difformi da ciò che è «normale», e quindi agire preventivamente. Faccio riferimento per esempio all’infiammazione cronica di basso grado, chiamata anche infiammazione subclinica o asintomatica. I soggetti che ne soffrono presentano uno stato di estremo equilibrio, e sono inclini a un eventuale condizione clinica che può sfociare in una vera e propria patologia. L’autoimmunità è un esempio classico. Purtroppo, a livello si sanità pubblica non è ancora possibile un’indagine, per poi agire a livello preventivo.
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Il governo tunisino ora guidato da Kais Saied, che ha azzerato la democrazia, ha già chiesto all’Ue di salire a 100.000 tonnellate esportabili a dazio zero. Ursula von de Leyen è favorevole. Anche il Commissario all’agricoltura, Christophe Hansen, è lussemburghese e forse crede che gli ulivi siano piante decorative, non ha nulla in contrario. Durissima è stata la reazione della Coldiretti che lamenta il dumping (l’olio del Nord Africa arriva al di sotto dei 5 euro) e che in passato ha «abbordato» le navi che lo trasportano a Civitavecchia, ma ancora più dura è la protesta degli olivicoltori greci che hanno bloccato il Paese con i trattori. Disordini ci sono stati nelle zone di Chania, Mesenia, Laconia e a Creta per la mancata erogazione dei contributi Pac e il dumping sul prezzo che Tunisia e Spagna fanno all’olio greco che viene pagato oggi sotto i 4 euro. Il malessere greco è la conferma del caos nel comparto oleario a livello comunitario. Le ragioni sono due: l’olio da oliva non interessa a Bruxelles; la Spagna ha imposto un sistema produttivo che si rivela devastante ed è devastato. Madrid è il primo produttore mondiale con 1,3 milioni di tonnellate estratte da colture iperintensive e ha bisogno di sbocchi immediati sul mercato: questo ha determinato un costante abbassamento del prezzo mondiale che viaggia oggi attorno ai 5 euro al litro. Una quotazione non remunerativa in Italia, in Grecia, in Francia e neppure in Croazia e Albania che vendono la loro scarsa produzione a 7 euro al litro. Ma in Nord Africa è una manna. Tunisi ha deciso perciò di puntare lo sviluppo economico sull’olio da olive favorita anche lo scorso anno da una scarsissima produzione in Spagna e in Italia che è con 70.000 tonnellate importate (e una quota del 28% dell’export tunisino) il primo cliente della Tunisia. L’Italia sta attorno alle 300.000 tonnellate di produzione (quest’anno è aumentata del 30% rispetto al disastroso 2024) colpita anche dalla xilella nella sua regione leader: la Puglia. Noi però siamo i più forti consumatori del mondo (circa 12 litri a testa) ed esportiamo per circa 3 miliardi circa 280.000 tonnellate. Non va trascurato che i principali brand oleari italiani sono di proprietà spagnola. Siccome la legislazione europea consente di etichettare gli oli anche come miscela Ue e non Ue ecco perché siamo il primo mercato della Tunisia che produce in dumping. Lo testimonia il Financial Times in un articolato reportage. Il governo Saied punta a oltre 1,5 miliardi di euro di export e ha fissato un prezzo minimo al frantoio (dieci dinari al litro: circa 2,9 euro) e un prezzo calmierato per il consumo interno a 15 dinari, questo per evitare una caduta di redditività da sovra-produzione. Comunque il boom di export registrato lo scorso anno (gli spagnoli compravano olio ovunque: hanno a pagato quello tunisino fino a 8 euro) secondo Najeh Saidi Hamed, della Camera tunisina dei produttori di olive, può far superare le 500.000 tonnellate di produzione, mentre Vito Martielli, analista senior per cereali e semi oleosi di Rabobank che stima la produzione tunisina attorno alle 400.000 tonnellate, sostiene che «il prezzo ha raggiunto i 10.000 dollari a tonnellata, il che ha innescato l’espansione». Secondo la Banca Mondiale la crescita della Tunisia (si mantiene moderata, attorno al 2,4% anche se Kaies Saide ha rifiutato un prestito da 1,9 miliardi dall’Fmi «per tenermi libero») è tutta proiettata su turismo e agricoltura. La dimostrazione? Il tribunale di Tunisi ha rimesso in libertà su cauzione (17 milioni di dollari) Abdelaziz Makhloufi il fondatore di CHO group. L’accusa era di essersi approfittato di un bene agricolo dello Stato, ma Makhloufi è il re dell’olio. Oggi a Tunisi, grazie all’Ue, chi ha a che fare con le olive è un eroe nazionale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 gennaio 2026. Con il generale Giuseppe Santomartino facciamo il punto sulla situazione internazionale a partire dall'Ucraina.
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Tutto questo, come sempre, viene giustificato con la necessità di ridurre le emissioni ed evitare l’apocalisse climatica. E avrebbe persino un barlume di senso, se effettivamente ci fosse una apocalisse in corso. Gli allarmi urlati dai tifosi della fine dei tempi, benché quasi sempre smentiti dai fatti, continuano a susseguirsi senza sosta. Pochi giorni fa, ad esempio, alcuni dei maggiori media mondiali hanno dato conto di un rapporto annuale realizzato dall’organizzazione umanitaria Christian Aid, secondo cui i dieci peggiori disastri climatici del 2025 hanno causato perdite per oltre 120 miliardi di dollari.
Patrick Watt, amministratore delegato di Christian Aid, ha usato toni nerissimi: «Questi disastri climatici sono un monito di ciò che ci aspetta se non acceleriamo la transizione dai combustibili fossili», ha dichiarato. «Essi rimarcano anche l’urgente necessità di adattamento, in particolare nel Sud del mondo, dove le risorse sono limitate e le persone sono particolarmente vulnerabili agli shock climatici». Questi numeri impressionanti sono basato sulle stime di un noto colosso assicurativo, e ciò dovrebbe fare riflettere: forse alle assicurazioni battere sull’allarmismo conviene.
Ciò che non viene detto sui disastri naturali è che da un po’ di tempo causano - fortunatamente - sempre meno vittime. Lo ha spiegato sul New York Post Roger Pielke Jr., un ricercatore dell’American Enterprise Institute, citando i dati del Centro di ricerca sull’epidemiologia dei disastri (Cred) dell’Università cattolica di Lovanio. Basandosi sulle cifre raccolte da Our world in data, fino a ottobre del 2025, a livello globale sono stati registrati circa 4.500 decessi correlati a eventi meteorologici estremi. Anche contando i disastri accaduti nell’ultima parte dell’anno soprattutto in Asia, che potrebbero aver causato circa 1.600 morti, siamo comunque di fronte a una delle cifre più basse di ogni tempo.
«Ciò che possiamo affermare con maggiore sicurezza», dice Pielke, «è che il tasso di mortalità dovuto a eventi meteorologici estremi è il più basso di sempre, inferiore a 0,8 decessi ogni 100.000 persone (secondo i dati demografici delle Nazioni Unite). Solo il 2018 e il 2015 sono simili. Dal 2000, si sono verificati sei anni con un tasso di mortalità inferiore a 1,0 ogni 100.000 persone, tutti a partire dal 2014. Dal 1970 al 2025, il tasso di mortalità è diminuito di due ordini di grandezza. Questa è una storia incredibile di ingegno e progresso umano».
Secondo Pielke, «il 2025 non è un evento unico, ma fa parte di una tendenza a lungo termine di ridotta vulnerabilità e di migliore preparazione agli eventi estremi. Alla base di questa tendenza c’è l’applicazione efficace della scienza, della tecnologia e della politica in un mondo che è diventato molto più ricco e quindi molto meglio attrezzato per proteggere le persone quando, inevitabilmente, si verificano eventi estremi».
Intendiamoci, ciò non significa che non si verifichino eventi estremi e che non esistano catastrofi naturali anche causate da inquinamento e sfruttamento della terra. Ma il punto è che agire sulle infrastrutture, mettere in sicurezza i territori e muoversi sulla base del buon senso permette di ridurre notevolmente i pericoli e soprattutto il numero di decessi.
Persino Amy Pope, direttrice dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), lo ha detto a mezza bocca durante un recentissimo incontro Onu sulle catastrofi. «L’impatto dei disastri dipende in larga parte dalle scelte che facciamo, dalla solidità delle nostre infrastrutture, da quanto investiamo nella prevenzione e da quanto proteggiamo i più vulnerabili», ha affermato. «Con la pianificazione e il finanziamento adeguati, è possibile ridurre gli impatti negativi dei disastri. Di conseguenza, l’appello di quest’anno è rivolto a un aumento dei finanziamenti per la gestione del rischio di catastrofi e allo sviluppo di investimenti privati resilienti e adeguati al rischio». La Pope non è una pericolosa negazionista climatica, anzi è perfettamente in linea con la retorica dominante. Eppure non nega che un approccio pragmatico produca risultati.
Il fatto è che l’Unione europea pensa di affrontare i mutamenti del clima e i nuovi problemi che essi pongono con tasse e gabelle, che hanno l’unico risultato di danneggiare le imprese. Come dimostrano anche alcune drammatiche vicende italiane (alluvioni romagnole in testa) l’unica strada efficace per affrontare i mutamenti climatici - a prescindere dalla causa - consiste nell’adattarsi alle nuove esigenze, cioè nell’orientare l’azione politica alla risoluzione di questioni molto concrete. Dove si prendono provvedimenti, i morti diminuiscono. Dove regna l’ideologia, si spendono montagne di soldi senza benefici per la popolazione.
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