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2018-03-31
L' asse M5s-centrodestra per ripagare gli sbancati con i soldi di Bankitalia
ANSA
Eh sì, brutto affare avere il Parlamento pieno di pericolosi populisti. Dopo che ieri La Verità ha proposto di girare gli utili di Bankitalia ai 400.000 sbancati italiani, il Movimento 5 stelle si è mosso ufficialmente sulla medesima linea. «Dopo gli utili record, bisogna riflettere su ristori più robusti a beneficio dei risparmiatori vittime delle crisi bancarie», si legge in una nota firmata da tutti i senatori pentastellati. Ampi consensi anche in Forza Italia e, soprattutto, da Fratelli d'Italia, con il coordinatore nazionale Guido Crosetto che parla di «atto dovuto da parte di chi, come la Banca d'Italia, doveva vigilare e non l'ha fatto».
A riprova del fatto che in certe situazioni conviene vantarsi il meno possibile, il bilancio 2017 sventolato mercoledì dal governatore Ignazio Visco («il risultato più elevato mai raggiunto prima») rischia di ritorcersi contro Via Nazionale. Ieri, il direttore di questo giornale, Maurizio Belpietro, ha registrato con piacere che l'utile netto di Palazzo Koch è arrivato a quota 3,9 miliardi, ma ha anche lanciato una proposta molto meno provocatoria del previsto: «Questi utili non dovrebbero essere spartiti tra i soci sotto forma di dividendo ma, almeno in parte, dovrebbero essere restituiti ai 400.000 risparmiatori che hanno perso tutto». Il motivo è presto detto, con 4,3 miliardi di obbligazioni bancarie andati in fumo in tre anni, azioni svalutate per circa 18 miliardi e altri 22 miliardi di euro messi dallo Stato per tappare i buchi, siamo di fronte «a un disastro dal quale la Banca d'Italia non può chiamarsi fuori lavandosene le mani».
I principali azionisti dell'istituto centrale sono banche, assicurazioni ed enti pensionistici pubblici e privati. Tra i primi cinque ecco Intesa Sanpaolo, Unicredit, Cassa di risparmio di Bologna, le Generali di Trieste e la Carige. Sono loro che vogliamo remunerare con gli utili che Visco - anche grazie al Quantitative easing della Bce di Mario Draghi - ha messo da parte in questi anni di successi gestionali e, tragici, insuccessi bancari? Giorgio Mulé, senatore di Forza Italia, eletto in una Liguria che ha visto il valore delle azioni Carige sprofondare in Borsa a 8 centesimi, parte proprio da qui, dalla proprietà. «La ragione sociale di Via Nazionale dice già tutto: si chiama Banca d'Italia perché è la banca degli italiani e quindi i suoi utili non vanno reinvestiti», spiega l'ex direttore di Panorama. E quindi? «E allora trovo non solo corretto, ma anche cosa buona e giusta utilizzare questi utili per aiutare per primi tutti coloro che hanno subìto dalle banche un danno ormai accertato anche dai tribunali».
L'idea di non dimenticare i tanti sbancati d'Italia piace molto anche al M5s, che ieri di buon mattino ha schierato l'intero gruppo parlamentare di Palazzo Madama (ben 109 senatori) con una nota ufficiale: «Salutiamo con favore l'utile record di Bankitalia nell'ottica dei benefici per l'erario, ma è ovvio che bisognerebbe riflettere sui ristori più robusti a beneficio delle centinaia di migliaia di risparmiatori che sono rimasti vittima delle crisi bancarie degli ultimi anni».
Anche se una certa vanità di Via Nazionale è stata, nella fattispecie, un po' improvvida, va detto che basta spulciare il programma del Movimento 5 stelle alla voce «Banca d'Italia» per trovarvi considerazioni assai critiche sul fatto che ultimamente i soci privati abbiano intascato oltre 200 milioni di euro come dividendi, che sono dieci volte quanto il governo uscente ha stanziato per il fondo di ristoro delle vittime delle popolari venete. Non solo, ma anche nella presa di posizione di ieri, i senatori grillini sottolineano l'obbligo morale di Bankitalia verso una soluzione come quella proposta dalla Verità, «alla luce di una Vigilanza che in questi anni è stata quantomeno distratta».
Pieno appoggio arriva anche da Fratelli d'Italia, con Guido Crosetto che parla di «idea fantastica, ma soprattutto un vero atto dovuto da parte di Bankitalia». Il coordinatore nazionale del partito guidato da Giorgia Meloni, da imprenditore e da politico, spiega: «Questa restituzione degli utili a chi ha perso ingiustamente i propri risparmi la trovo un gesto doveroso da parte di chi doveva vigilare e non lo ha fatto con la serietà con cui avrebbe dovuto. Molti risparmiatori», prosegue Crosetto, «non si sono resi conto dei rischi ai quali erano stati esposti, ma pensavano di muoversi in un contesto vigilato».
Anche in Forza Italia e nella Lega di Matteo Salvini si registrano molti consensi all'idea della restituzione. Uno dei deputati berlusconiani che segue con maggiore attenzione le vicende bancarie chiede l'anonimato perché aggiunge anche altro: «Non solo vanno cambiate le regole sulla gestione di Bankitalia, non solo tutti quegli utili non dovrebbero andare agli attuali soci, ma chi ha rilevato le banche in default per pochi spicci dovrebbe emettere delle obbligazioni a sconto del 30-40% a favore dei vecchi soci truffati».
E infine anche nel Carroccio sono rimasti allibiti dalla valanga di profitti che Bankitalia ha portato a casa nel 2017 e in attesa di mosse ufficiali, informalmente, ammettono che tutti quei soldi in effetti andrebbero girati in qualche modo ai truffati dalle banche. Del resto, il programma elettorale di Matteo Salvini dice chiaramente che «il fallimento di una banca non deve ricadere sugli incolpevoli risparmiatori, ma deve essere sopportato da Banca d'Italia, che evidentemente non ha ben vigilato». Tam tam scatenato anche sul Web, con i vari gruppi Facebook delle vittime delle banche che hanno rilanciato l'editoriale della Verità.
Via Nazionale paga i giornali amici per dire che va tutto bene
Se ascoltando il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ripetere per sette lunghi anni che «il sistema bancario italiano è solido» vi siete chiesti dove vivesse e che giornali leggesse, siamo in grado di rispondere almeno alla seconda domanda: legge il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore. Già, perché in questi giorni sono stati assegnati due appalti per l'informazione dei dirigenti e dei funzionari di quel che rimane di via Nazionale e da questi contratti si ricava che i due quotidiani prescelti sono proprio quello di proprietà di Urbano Cairo e quello della Confindustria. Costo dell'operazione «informiamoci», poco meno di mezzo milione di euro di qui al 2020. Ma con una certa disparità tra i due giornali.
Per il contratto con la Rizzoli è stata scelta la procedura della negoziazione diretta, ovvero senza gara, «in quanto l'abbonamento alla testata giornalistica si caratterizza per infungibilità e per esistenza di diritti esclusivi e di proprietà intellettuale». Tradotto dal bankitaliese, significa che se uno vuole leggersi il Corriere, giustamente, non c'è che abbonarsi al Corriere. E bisogna farlo rispettando la legge sul copyright. Nell'avviso di aggiudicazione del 21 marzo, si scopre anche il costo dell'abbonamento: 228.285 euro (Iva esclusa) per tre anni. I dipendenti di Bankitalia sono poco meno di 7.000, operai compresi. E fruiscono già di una rassegna stampa ragionata sui temi d'interesse bancario. Sempre il 21 marzo scorso, in un contratto separato, ecco anche l'accordo con il pericolante giornale di viale Monterosa.
Forse perché assai più bisognoso di Rcs, il quotidiano salmonato ha portato a casa ben 269.000 euro (sempre Iva esclusa) per un biennio soltanto. Anche qui l'abbonamento è in formato digitale. La differenza con il Corriere è notevole, ma c'è da ricordare che il quotidiano della Confindustria ha moltissimi supplementi specializzati e in generale, anche sulle varie piattaforme online, pratica prezzi più elevati. La notizia non renderà felici tutti gli altri quotidiani scartati, magari perché un po' più critici sull'operato della Banca d'Italia e sulla sua attività di vigilanza. Del resto il Corriere della Sera realizza in condominio con la Banca d'Italia un'attività di «educazione finanziaria» in giro per l'Italia dal sapore vagamente surreale, visto che i 400.000 truffati dalle varie banche «solide» (fino al giorno prima) vedrebbero probabilmente con miglior favore la rieducazione dei banchieri, prima di quella dei risparmiatori. Per il concorrente Repubblica è uno smacco, ma forse paga le chiacchiere in libertà di Carlo De Benedetti, che si vantava di andare a pranzo di continuo con il governatore.
Francesco Bonazzi
La base parla con i sondaggi e vuole un accordo tra Lega e M5s
La luna di miele post elettorale tra i partiti usciti vincitori dalle urne lo scorso 4 marzo e gli elettori prosegue. Tutti i sondaggi effettuati in questi ultimi giorni segnalano un trend in crescita per Lega e M5s, e un calo, più o meno marcato, degli altri partiti. Per quel che riguarda la formazione del governo, l'intesa che gli italiani gradirebbero di più è proprio quella tra Lega e Movimento 5 stelle. Vediamo i numeri. Secondo l'istituto Tecnè, che ha realizzato un sondaggio per la trasmissione Matrix, se si votasse oggi il 34,2% sceglierebbe il Movimento 5 Stelle, che alle politiche ha ottenuto il 32,7%. La Lega è al 19,2% (ha preso il 17,4%) e sorpassa clamorosamente, seppure di un soffio, il Pd, segnalato al 19% dal 18,7%. Forza Italia avrebbe il 13,6% (14% il 4 marzo). Stabile Fratelli d'Italia con il 4,2% (4,3%). Disintegrato Leu: prenderebbe il 2,5% rispetto al 3,4% delle elezioni.
Diversi i numeri, ma identico il trend rilevato da Index Research, che segnala il M5s al 34,9%, la Lega addirittura al 23,5%, il Pd al 17,5%. Forza Italia crolla al 10,9%, Fdi è al 3,3% e Leu al 2,1%. Interessanti i sondaggi sulle possibili alleanze: per Index Research il 28,5% degli italiani è favorevole a un governo M5s-Lega; il 16,9% degli intervistati preferisce un governo di scopo appoggiato da tutti i partiti; l'11,2% vorrebbe un governo M5s-Pd e il 9,1% un classico esecutivo di larghe intese tra centrodestra e centrosinistra. Per il 12,1% degli italiani occorre tornare al voto al più presto. L'istituto ha chiesto quale dovrebbe essere il primo atto del nuovo governo: la Flat Tax è risultata prima al 22,9%, seguita dal reddito di cittadinanza (18,7%), dall'abolizione della legge Fornero (14,1%), dalla limitazione dell'immigrazione (12,2%) e dall'abolizione dei vitalizi (10,9%).
L'Istituto Piepoli per La Stampa ha stilato l'indice di gradimento dei possibili presidenti del Consiglio. Alla domanda «Quale tra questi leader preferirebbe come premier per il bene del Paese?» il 25% ha risposto Di Maio, il 20% Gentiloni, il 19% Salvini.
Ieri, da Ischia, Matteo Salvini si è rivolto su Facebook ai suoi followers: «Fare un governo», ha chiesto durante una diretta video, «con il M5s? Voi che dite? Fatemelo sapere». Migliaia le risposte arrivate in diretta, divise in parti sostanzialmente uguali tra favorevoli e contrari. Salvini ieri ha aperto al reddito di cittadinanza: «Se il reddito di cittadinanza», ha detto il leader della Lega, «non è un investimento illimitato per chi sta a casa, aperto a tutti, cosa che mi vedrebbe fortemente contrario, ma un investimento temporaneo per chi ha perso il lavoro ed è in attesa di trovare un nuovo impiego, ne possiamo parlare».
Sulle consultazioni? «A Mattarella», ha dichiarato Salvini, «dirò che siamo pronti, con una squadra e un programma. Poi servono i numeri. E li avremo con chi pensa sia giusto stare dalla parte dei cittadini perbene, la riforma della giustizia, di chi vuole creare lavoro. Vediamo se dal M5s ci sono solo chiacchiere o c'è voglia di mettersi a tavolino per risolvere i problemi sul serio, a partire dall'Europa. Vediamo», ha aggiunto Salvini, se i grillini rimangono arroccati sul "io io", sul "premier tocca a noi" o se c'è voglia di dialogare sul serio. Io sono pronto. Tornare alle urne», ha precisato Matteo Salvini, «non mi spaventa, ma prima voglio provare a fare un governo. Secondo alcuni noi saremmo al 19%, ma io ora voglio rispettare la volontà degli italiani».
Silvio Berlusconi ha confermato la linea del centrodestra: «Io rimango fedele ai patti: Salvini», ha detto Berlusconi, «ha il diritto e il dovere di provare a formare un governo, per attuare i programmi che abbiamo proposto agli italiani». Il Movimento 5 stelle, invece, continua a insistere su Luigi Di Maio premier. Ieri, sul blog dei pentastellati, è apparso un post molto chiaro: «Luigi Di Maio è l'unico candidato premier del Movimento 5 stelle con cui intendiamo andare al governo e cambiare il Paese».
Centrodestra diviso invece nel Lazio: Forza Italia e M5s hanno concesso una fiducia a tempo, della durata di un anno, al presidente della Regione, Nicola Zingaretti del Pd, che non ha una maggioranza autosufficiente. Un secco «no» è arrivato invece da Lega e Fratelli d'Italia, che proveranno a raccogliere le firme per sfiduciare Zingaretti.
Carlo Tarallo
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I senatori grillini raccolgono l'idea della «Verità»: aiutare le vittime dei crac con gli utili di Palazzo Koch. La Lega è d'accordo, forzisti e Fdi si aggiungono: «Atto doveroso».Lo speciale contiene tre articoli Eh sì, brutto affare avere il Parlamento pieno di pericolosi populisti. Dopo che ieri La Verità ha proposto di girare gli utili di Bankitalia ai 400.000 sbancati italiani, il Movimento 5 stelle si è mosso ufficialmente sulla medesima linea. «Dopo gli utili record, bisogna riflettere su ristori più robusti a beneficio dei risparmiatori vittime delle crisi bancarie», si legge in una nota firmata da tutti i senatori pentastellati. Ampi consensi anche in Forza Italia e, soprattutto, da Fratelli d'Italia, con il coordinatore nazionale Guido Crosetto che parla di «atto dovuto da parte di chi, come la Banca d'Italia, doveva vigilare e non l'ha fatto». A riprova del fatto che in certe situazioni conviene vantarsi il meno possibile, il bilancio 2017 sventolato mercoledì dal governatore Ignazio Visco («il risultato più elevato mai raggiunto prima») rischia di ritorcersi contro Via Nazionale. Ieri, il direttore di questo giornale, Maurizio Belpietro, ha registrato con piacere che l'utile netto di Palazzo Koch è arrivato a quota 3,9 miliardi, ma ha anche lanciato una proposta molto meno provocatoria del previsto: «Questi utili non dovrebbero essere spartiti tra i soci sotto forma di dividendo ma, almeno in parte, dovrebbero essere restituiti ai 400.000 risparmiatori che hanno perso tutto». Il motivo è presto detto, con 4,3 miliardi di obbligazioni bancarie andati in fumo in tre anni, azioni svalutate per circa 18 miliardi e altri 22 miliardi di euro messi dallo Stato per tappare i buchi, siamo di fronte «a un disastro dal quale la Banca d'Italia non può chiamarsi fuori lavandosene le mani». I principali azionisti dell'istituto centrale sono banche, assicurazioni ed enti pensionistici pubblici e privati. Tra i primi cinque ecco Intesa Sanpaolo, Unicredit, Cassa di risparmio di Bologna, le Generali di Trieste e la Carige. Sono loro che vogliamo remunerare con gli utili che Visco - anche grazie al Quantitative easing della Bce di Mario Draghi - ha messo da parte in questi anni di successi gestionali e, tragici, insuccessi bancari? Giorgio Mulé, senatore di Forza Italia, eletto in una Liguria che ha visto il valore delle azioni Carige sprofondare in Borsa a 8 centesimi, parte proprio da qui, dalla proprietà. «La ragione sociale di Via Nazionale dice già tutto: si chiama Banca d'Italia perché è la banca degli italiani e quindi i suoi utili non vanno reinvestiti», spiega l'ex direttore di Panorama. E quindi? «E allora trovo non solo corretto, ma anche cosa buona e giusta utilizzare questi utili per aiutare per primi tutti coloro che hanno subìto dalle banche un danno ormai accertato anche dai tribunali». L'idea di non dimenticare i tanti sbancati d'Italia piace molto anche al M5s, che ieri di buon mattino ha schierato l'intero gruppo parlamentare di Palazzo Madama (ben 109 senatori) con una nota ufficiale: «Salutiamo con favore l'utile record di Bankitalia nell'ottica dei benefici per l'erario, ma è ovvio che bisognerebbe riflettere sui ristori più robusti a beneficio delle centinaia di migliaia di risparmiatori che sono rimasti vittima delle crisi bancarie degli ultimi anni». Anche se una certa vanità di Via Nazionale è stata, nella fattispecie, un po' improvvida, va detto che basta spulciare il programma del Movimento 5 stelle alla voce «Banca d'Italia» per trovarvi considerazioni assai critiche sul fatto che ultimamente i soci privati abbiano intascato oltre 200 milioni di euro come dividendi, che sono dieci volte quanto il governo uscente ha stanziato per il fondo di ristoro delle vittime delle popolari venete. Non solo, ma anche nella presa di posizione di ieri, i senatori grillini sottolineano l'obbligo morale di Bankitalia verso una soluzione come quella proposta dalla Verità, «alla luce di una Vigilanza che in questi anni è stata quantomeno distratta». Pieno appoggio arriva anche da Fratelli d'Italia, con Guido Crosetto che parla di «idea fantastica, ma soprattutto un vero atto dovuto da parte di Bankitalia». Il coordinatore nazionale del partito guidato da Giorgia Meloni, da imprenditore e da politico, spiega: «Questa restituzione degli utili a chi ha perso ingiustamente i propri risparmi la trovo un gesto doveroso da parte di chi doveva vigilare e non lo ha fatto con la serietà con cui avrebbe dovuto. Molti risparmiatori», prosegue Crosetto, «non si sono resi conto dei rischi ai quali erano stati esposti, ma pensavano di muoversi in un contesto vigilato». Anche in Forza Italia e nella Lega di Matteo Salvini si registrano molti consensi all'idea della restituzione. Uno dei deputati berlusconiani che segue con maggiore attenzione le vicende bancarie chiede l'anonimato perché aggiunge anche altro: «Non solo vanno cambiate le regole sulla gestione di Bankitalia, non solo tutti quegli utili non dovrebbero andare agli attuali soci, ma chi ha rilevato le banche in default per pochi spicci dovrebbe emettere delle obbligazioni a sconto del 30-40% a favore dei vecchi soci truffati». E infine anche nel Carroccio sono rimasti allibiti dalla valanga di profitti che Bankitalia ha portato a casa nel 2017 e in attesa di mosse ufficiali, informalmente, ammettono che tutti quei soldi in effetti andrebbero girati in qualche modo ai truffati dalle banche. Del resto, il programma elettorale di Matteo Salvini dice chiaramente che «il fallimento di una banca non deve ricadere sugli incolpevoli risparmiatori, ma deve essere sopportato da Banca d'Italia, che evidentemente non ha ben vigilato». Tam tam scatenato anche sul Web, con i vari gruppi Facebook delle vittime delle banche che hanno rilanciato l'editoriale della Verità. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/asse-m5s-centrodestra-per-risarcire-gli-sbancati-con-i-soldi-di-bankitalia-2554836353.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="via-nazionale-paga-i-giornali-amici-per-dire-che-va-tutto-bene" data-post-id="2554836353" data-published-at="1782550147" data-use-pagination="False"> Via Nazionale paga i giornali amici per dire che va tutto bene Se ascoltando il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ripetere per sette lunghi anni che «il sistema bancario italiano è solido» vi siete chiesti dove vivesse e che giornali leggesse, siamo in grado di rispondere almeno alla seconda domanda: legge il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore. Già, perché in questi giorni sono stati assegnati due appalti per l'informazione dei dirigenti e dei funzionari di quel che rimane di via Nazionale e da questi contratti si ricava che i due quotidiani prescelti sono proprio quello di proprietà di Urbano Cairo e quello della Confindustria. Costo dell'operazione «informiamoci», poco meno di mezzo milione di euro di qui al 2020. Ma con una certa disparità tra i due giornali. Per il contratto con la Rizzoli è stata scelta la procedura della negoziazione diretta, ovvero senza gara, «in quanto l'abbonamento alla testata giornalistica si caratterizza per infungibilità e per esistenza di diritti esclusivi e di proprietà intellettuale». Tradotto dal bankitaliese, significa che se uno vuole leggersi il Corriere, giustamente, non c'è che abbonarsi al Corriere. E bisogna farlo rispettando la legge sul copyright. Nell'avviso di aggiudicazione del 21 marzo, si scopre anche il costo dell'abbonamento: 228.285 euro (Iva esclusa) per tre anni. I dipendenti di Bankitalia sono poco meno di 7.000, operai compresi. E fruiscono già di una rassegna stampa ragionata sui temi d'interesse bancario. Sempre il 21 marzo scorso, in un contratto separato, ecco anche l'accordo con il pericolante giornale di viale Monterosa. Forse perché assai più bisognoso di Rcs, il quotidiano salmonato ha portato a casa ben 269.000 euro (sempre Iva esclusa) per un biennio soltanto. Anche qui l'abbonamento è in formato digitale. La differenza con il Corriere è notevole, ma c'è da ricordare che il quotidiano della Confindustria ha moltissimi supplementi specializzati e in generale, anche sulle varie piattaforme online, pratica prezzi più elevati. La notizia non renderà felici tutti gli altri quotidiani scartati, magari perché un po' più critici sull'operato della Banca d'Italia e sulla sua attività di vigilanza. Del resto il Corriere della Sera realizza in condominio con la Banca d'Italia un'attività di «educazione finanziaria» in giro per l'Italia dal sapore vagamente surreale, visto che i 400.000 truffati dalle varie banche «solide» (fino al giorno prima) vedrebbero probabilmente con miglior favore la rieducazione dei banchieri, prima di quella dei risparmiatori. 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Per quel che riguarda la formazione del governo, l'intesa che gli italiani gradirebbero di più è proprio quella tra Lega e Movimento 5 stelle. Vediamo i numeri. Secondo l'istituto Tecnè, che ha realizzato un sondaggio per la trasmissione Matrix, se si votasse oggi il 34,2% sceglierebbe il Movimento 5 Stelle, che alle politiche ha ottenuto il 32,7%. La Lega è al 19,2% (ha preso il 17,4%) e sorpassa clamorosamente, seppure di un soffio, il Pd, segnalato al 19% dal 18,7%. Forza Italia avrebbe il 13,6% (14% il 4 marzo). Stabile Fratelli d'Italia con il 4,2% (4,3%). Disintegrato Leu: prenderebbe il 2,5% rispetto al 3,4% delle elezioni.Diversi i numeri, ma identico il trend rilevato da Index Research, che segnala il M5s al 34,9%, la Lega addirittura al 23,5%, il Pd al 17,5%. Forza Italia crolla al 10,9%, Fdi è al 3,3% e Leu al 2,1%. Interessanti i sondaggi sulle possibili alleanze: per Index Research il 28,5% degli italiani è favorevole a un governo M5s-Lega; il 16,9% degli intervistati preferisce un governo di scopo appoggiato da tutti i partiti; l'11,2% vorrebbe un governo M5s-Pd e il 9,1% un classico esecutivo di larghe intese tra centrodestra e centrosinistra. Per il 12,1% degli italiani occorre tornare al voto al più presto. L'istituto ha chiesto quale dovrebbe essere il primo atto del nuovo governo: la Flat Tax è risultata prima al 22,9%, seguita dal reddito di cittadinanza (18,7%), dall'abolizione della legge Fornero (14,1%), dalla limitazione dell'immigrazione (12,2%) e dall'abolizione dei vitalizi (10,9%).L'Istituto Piepoli per La Stampa ha stilato l'indice di gradimento dei possibili presidenti del Consiglio. Alla domanda «Quale tra questi leader preferirebbe come premier per il bene del Paese?» il 25% ha risposto Di Maio, il 20% Gentiloni, il 19% Salvini.Ieri, da Ischia, Matteo Salvini si è rivolto su Facebook ai suoi followers: «Fare un governo», ha chiesto durante una diretta video, «con il M5s? Voi che dite? Fatemelo sapere». Migliaia le risposte arrivate in diretta, divise in parti sostanzialmente uguali tra favorevoli e contrari. Salvini ieri ha aperto al reddito di cittadinanza: «Se il reddito di cittadinanza», ha detto il leader della Lega, «non è un investimento illimitato per chi sta a casa, aperto a tutti, cosa che mi vedrebbe fortemente contrario, ma un investimento temporaneo per chi ha perso il lavoro ed è in attesa di trovare un nuovo impiego, ne possiamo parlare».Sulle consultazioni? «A Mattarella», ha dichiarato Salvini, «dirò che siamo pronti, con una squadra e un programma. Poi servono i numeri. E li avremo con chi pensa sia giusto stare dalla parte dei cittadini perbene, la riforma della giustizia, di chi vuole creare lavoro. Vediamo se dal M5s ci sono solo chiacchiere o c'è voglia di mettersi a tavolino per risolvere i problemi sul serio, a partire dall'Europa. Vediamo», ha aggiunto Salvini, se i grillini rimangono arroccati sul "io io", sul "premier tocca a noi" o se c'è voglia di dialogare sul serio. Io sono pronto. Tornare alle urne», ha precisato Matteo Salvini, «non mi spaventa, ma prima voglio provare a fare un governo. Secondo alcuni noi saremmo al 19%, ma io ora voglio rispettare la volontà degli italiani».Silvio Berlusconi ha confermato la linea del centrodestra: «Io rimango fedele ai patti: Salvini», ha detto Berlusconi, «ha il diritto e il dovere di provare a formare un governo, per attuare i programmi che abbiamo proposto agli italiani». Il Movimento 5 stelle, invece, continua a insistere su Luigi Di Maio premier. Ieri, sul blog dei pentastellati, è apparso un post molto chiaro: «Luigi Di Maio è l'unico candidato premier del Movimento 5 stelle con cui intendiamo andare al governo e cambiare il Paese».Centrodestra diviso invece nel Lazio: Forza Italia e M5s hanno concesso una fiducia a tempo, della durata di un anno, al presidente della Regione, Nicola Zingaretti del Pd, che non ha una maggioranza autosufficiente. Un secco «no» è arrivato invece da Lega e Fratelli d'Italia, che proveranno a raccogliere le firme per sfiduciare Zingaretti.Carlo Tarallo
Nel riquadro Francesco Imprezzabile, l'agente morto durante un inseguimento. Sullo sfondo la polizia locale di Peschiera Borromeo e di Milano sul luogo dell'incidente dove è deceduto l'agente (Ansa)
Si potrebbe fare il glorioso quiz de La Settimana enigmistica: trova la differenza, solo che la soluzione è troppo facile e salta agli occhi. Se sei extracomunitario ti viene sempre e comunque applicata una sorta di «scriminante a prescindere». Una dimostrazione clamorosa è di queste ore. Genti Berisha, uno che ha una fedina penale come un lenzuolo, sfuggito all’alt della polizia locale con conseguente caduta mortale dell’agente Francesco Imprezzabile che lo inseguiva, non fa un giorno di galera e va agli arresti domiciliari perché il gip Giulia Masci gli riqualifica il reato da omicidio stradale a morte in conseguenza di altro reato.
Invece il carabiniere Antonio Lenoci, che guidava la Gazzella all’inseguimento di Ramy, il ragazzo morto il 24 novembre 2024 mentre fuggiva in scooter da un posto di blocco, andrà a giudizio con l’accusa di omicidio stradale con l’aggravante dell’eccesso colposo nell’adempimento del dovere. Va detto che in Appello a Fares Bouzidi, immigrato che guidava lo scooter di Ramy, la pena è stata dimezzata: se l’è cavata con un anno e sei mesi e il riconoscimento pieno delle attenuanti generiche. Trova la differenza, appunto. Siamo a Milano, sono tutti e due inseguimenti. Il carabiniere viene accusato di omicidio stradale, l’albanese che provoca la morte di un vigile urbano gode dello sconto immediato: gli riqualificano il reato riducendone la gravità. Che invece, stando al racconto dei fatti, c’è tutta.
Lunedì 22 giugno Genti Berisha a bordo di un’Audi a noleggio percorre la strada nel quartiere Ponte Lambro. Lì c’è di pattuglia Imprezzabile che lo vede sfrecciare a forte velocità: gli intima l’alt. L’albanese accelera, ne nasce un inseguimento e Imprezzabile con la moto arriva a oltre 180 chilometri all’ora per cercare di fermare l’Audi: cade e muore. Berisha, arrestato, si difende dicendo di non aver speronato la moto dell’agente e spiega: «Non mi sono fermato al posto di blocco perché avevo un po’ di droga con me». Detta così, sembra quasi una disgraziata fatalità, ma lui è accusato di essere un trafficante internazionale. Era però libero di girare in Italia perché un giudice l’aveva scarcerato.
Berisha era stato beccato in Albania, estradato in Italia un anno fa perché la Procura di Brescia sospetta che sia uno degli uomini di fiducia del clan Cela, che gestisce un traffico di cocaina dal Sudamerica all’Italia via Albania. Ma scaduti i termini lo hanno messo fuori con obbligo di firma. E quella sera, vicino a Linate, era lì per i suoi affari. Incontrandolo, Imprezzabile ha perso la vita, ma per il gip di Milano, che lo ha messo agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico, l’albanese non ha ucciso; ha solo provocato una morte. Appunto: trova la differenza. Il ministro di giustizia Carlo Nordio ha detto che siccome il Codice Rocco è fascista andrebbe riformato, ma ci pensano già i magistrati italiani a introdurre delle nuove scriminanti tra le norme penali. Perché se l’accusa di razzismo è un’aggravante per un italiano, essere di un’altra etnia se si commette un reato è un’attenuante.
La cronaca lo propone tutti i giorni. A Pegli, giovedì, vicino al bagno Mediterraneé, un gambiano si è calato gli slip e ha cominciato, in pieno giorno, a masturbarsi davanti ai bambini, alle famigliole. Lo hanno ripreso e il video ha fatto 40 milioni di visualizzazioni in dodici ore su TikTok. Sono arrivati gli agenti della municipale, lo hanno fatto allontanare. Ora ha una denuncia per atti osceni in luogo pubblico, ma non gli succederà nulla anche perché nessuno sa più dove sia. Anche se i bagnanti di Pegli hanno raccontato: «Non ne possiamo più, bivaccano dappertutto, fanno i loro bisogni, i loro comodi senza che nessuno faccia nulla». L’avvocato difensore di uno egiziano di 21 anni che l’8 giugno ha stuprato una ragazza di 16 anni ad Avezzano ha detto: «Non è una storia d’immigrazione, i due si conoscono, avevano solo bevuto troppo». Risultato l’egiziano (filmato mentre abusava della ragazza) è finito in carcere l’8 giugno, ma dopo l’interrogatorio di garanzia lo hanno rimesso in libertà». A Ferrara, un mese fa, un maliano di 29 anni ha cercato di violentare una ragazza di 20 anni in pieno centro. I carabinieri lo hanno arrestato, ma il giudice lo ha rimesso in libertà solo con l’obbligo di firma. Resta clamorosa la sentenza del gup di Brescia, Valeria Rey, che ha riqualificato il reato a carico di un bengalese di 29 anni che in un campo profughi nel Collio aveva stuprato e messo incinta una bambina di dieci anni. Per la giudice non ci sono gli estremi dello stupro, perché i rapporti si sono ripetuti, per cui per il bengalese, tenendo conto anche della sua cultura (così si è detto in tribunale), basta una condanna a cinque anni per «atti sessuali con minorenni». Sono solo gli ultimi casi. Giusto per memoria, a Firenze una professoressa trentenne che dava lezioni private d’inglese, ma anche di sesso a un ragazzino di 13 anni, è rimasta incinta. L’hanno condannata a sei anni e mezzo. Lei è fiorentina. Dunque: trova la differenza!
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Papa Leoen XIV (Ansa)
Il pontefice ha anche ricordato che «l'unità della famiglia umana precede i singoli popoli e Stati. Non si tratta solo di un dato biologico: è un principio etico». Dopo questo monito, ieri mattina 178 cardinali hanno preso parte al Concistoro, appunto, aperto da un altro significativo intervento del Papa, preceduto da un saluto del cardinale Giovanni Battista Re.
Ma prima di soffermarsi su tale intervento, vale la pena ricordare il significato ecclesiale di questo Concistoro, che è già il secondo convocato da Prevost: a poco più di un anno dalla sua elezione, di certo cosa non marginale. Tanto più se si pensa che, durante il pontificato di Papa Francesco, i porporati trascorsero diversi anni senza incontrarsi a Roma. Venendo più nello specifico della due giorni iniziata ieri, i cardinali sono stati divisi in due insiemi: uno di 9 gruppi di cardinali elettori ordinari - inclusi nunzi e porporati elettori che hanno concluso il servizio come ordinari - e l’altro di 11 gruppi di cardinali elettori della Curia romana e cardinali non elettori; ogni gruppo con un presidente e un segretario.
Come anticipato in una lettera dal cardinale decano Giovanni Battista Re, l’agenda dei lavori ha quattro focus tematici: la situazione internazionale, la pace e il superamento della teoria della «guerra giusta», l’enciclica Magnifica humanitas e l’attuazione del Sinodo. Per affrontare tali temi, ieri mattina i porporati - nella prima sessione, intitolata «In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?» - hanno riflettuto su due interrogativi. Il primo si chiedeva «quali sofferenze, tensioni e interrogativi» attraversino «oggi con maggiore forza i popoli e le comunità ecclesiali affidate alla Sua cura»; il secondo verteva su «quali segni di speranza, di fedeltà al Vangelo e di possibile riconciliazione è importante portare all’ascolto comune».
Sviluppando tali interrogativi, i cardinali hanno fatto emergere «la necessità di misurarsi in maniera cristiana sul fenomeno migratorio» e sul «bisogno di reali politiche di integrazione». Dinnanzi a ciò, e anche ai contesti di sfiducia e di degrado, è altresì affiorato «come sia necessario che la Chiesa si mostri madre, luogo accogliente, anche ristrutturando le parrocchie». Nel pomeriggio, invece, i cardinali - nella seconda sessione, intitolata «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore» - hanno riflettuto sul modo in cui «le tensioni, le divisioni e i conflitti che attraversano il mondo toccano oggi la vita delle nostre Chiese e dei nostri popoli» e su «quali linguaggi, atteggiamenti e pratiche possono aiutare a costruire riconciliazione, convivenza e pace». Tutti questi lavori sono però stati anticipati da un intervento di Papa Leone XIV molto significativo, e non solo per il concistoro.
Infatti, dopo il canto del Veni Creator Spiritus e il saluto del cardinale Re - dettosi «lieto» di partecipare al Concistoro in un «momento difficile per l’umanità» -, Prevost ha preso la parola per un intervento introduttivo dei lavori, nel quale ci sono stati diversi passaggi significativi. I più rilevanti sono stati due. Anzitutto il Papa ha chiesto ai cardinali un sostegno «forte, esplicito, pubblico». Tre aggettivi - specie l’ultimo - difficili da ricondurre ad una prassi; dunque parlare di semplice richiesta di aiuto (per quanto, in effetti, lo stesso Prevost lo abbia detto: «Desidero chiedervi un aiuto particolare»), rischia di essere fuorviante o, quanto meno, parziale. Anche perché viene da chiedersi perché mai Leone XIV - un leader religioso indiscusso nonché un monarca - abbia bisogno di un appoggio «pubblico». La sensazione è che dietro quest’ultimo termine vi sia, nel Papa, la consapevolezza che per la Chiesa si profilano giorni complessi. Le partite sul tavolo sono almeno due. Da un lato, a giorni verranno effettuate dalla Fraternità San Pio X le annunciate nomine di vescovi senza mandato e accordo con Roma - cosa che può concretizzare un rischio di scisma -, dall’altro mal di pancia non più lievi si levano continuamente dalla Germania, dove l’establishment del Cammino sinodale (Synodaler Weg) da tempo esige più «aperture» su diversi temi. In secondo luogo, nel suo intervento di ieri, Leone XIV ha anche fatto una seconda esortazione significativa: «Non siamo qui principalmente per riflettere sulla vita interna della Chiesa». Parole che riflettono l’interpretazione che il pontefice dà non solo all’assemblea in corso ma anche alla Chiesa, che - dal suo punto di vista, e non solo dal suo c’è da sperare - ha una missione principale: annunciare Cristo al mondo. «La missione non è uno dei tanti compiti della Chiesa. È la sua stessa ragion d’essere», ha insistito Prevost. Che, non senza qualche difficoltà, sta lavorando non solo per preservare l’unità della Chiesa a fronte delle spinte, poc’anzi accennate, che la scuotono, ma anche per riportarla alla sua «missione» originale. Una sfida accanto alla quale il Papa non perde di vista, come si diceva in apertura, un tema da oggi cui dipende il futuro di tutta la famiglia umana: la pace.
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Il presidente libanese Joseph Aoun (Getty Images)
È bastato poco, una semplice parola tradotta male, per scatenare l’ennesima strumentalizzazione. Questa volta ci ha pensato la stampa francese a mettere zizzania tra Giorgia Meloni e un altro leader internazionale. Un leader di partito: Marine Le Pen. Interrogata sulla sua vicenda giudiziaria, Meloni aveva risposto di non credere a tutto quello che legge. Frase tradotta così: «Non credo a tutto quello che dice». A chiarire tutto ci ha pensato Marion Maréchal Le Pen, la nipote e leader di Identité liberté, che in un post rilanciato poi da Meloni, ha scritto: «Quando la tv Bfm trasforma il “non credo a tutto quello che leggo (sulla stampa) su Marine Le Pen” di Giorgia Meloni in “non credo a tutto quello che dice Marine Le Pen”. Come si può sentire» allegando anche il video dell’intervista, «dopo aver ricordato che “aveva rispetto per Le Pen”, Meloni sottolineava che non bisognava fidarsi di quello che una certa stampa “autorevole” diffonde sul campo nazionale. E Bfm le ha immediatamente dimostrato che aveva ragione a diffidare». Anche Vincenzo Sofo, ex parlamentare europeo di FdI e marito di Maréchal, ha denunciato in un commento la «notizia falsa basata su una traduzione errata».
Unico neo di un vertice che ha oggettivamente riscosso molto successo nei due Paesi e oltre. Il primo a beneficiarne e a riconoscerlo è il leader libanese Joseph Aoun che ha accolto con favore gli sforzi di Francia e Italia per la creazione di una coalizione multinazionale che succeda alle forze Unifil, missione che terminerà il suo mandato a fine anno. L’iniziativa, annunciata nella conferenza stampa post vertice dal presidente francese Emmanuel Macron e dal presidente del Consiglio Meloni, è «una sincera espressione dell’impegno internazionale a sostegno della sovranità e della stabilità del Libano» ha commentato Anoun.
In Italia non mancano le polemiche. «Nel bilaterale Francia - Italia, è nuovamente stata sottolineata la necessità di un nuovo protagonismo europeo dentro la crisi internazionale che stiamo vivendo. Sono di due giorni fa le dichiarazioni del segretario generale della Nato Rutte. Parole che, se pur ufficialmente chiarite, non possono essere archiviate come “parole a caso”. Forse è utile che su quanto sta avvenendo ci possa essere un confronto di fronte al Paese», ha commentato Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd in Senato che ha aggiunto chiedendo nuovamente che Meloni riferisca in Parlamento: «Per questo torniamo a chiedere con forza che su tutta questa vicenda il governo, se possibile anche nella persona della stessa presidente del Consiglio, chiarisca la propria posizione: dai rapporti europei, alle parole di Rutte, alla guerra di Israele e Usa all’Iran. Crediamo che questo sia, ancor più che nel passato, il momento giusto perché Meloni scelga di stare dalla parte dell’Europa, senza più remore o retropensieri e senza più titubanze». E se Boccia ha letto in questo incontro titubanze da parte del premier, il presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo legge il contrario: «Ho piena fiducia nella premier che ha dimostrato di saperci fare in politica estera». «È giusto che l’Europa si rafforzi» ha aggiunto convinto però che debba anche mantenersi il rapporto con gli Stati Uniti nonostante gli «incidenti» con Trump.
A proposito di Trump, il presidente americano ieri ha minacciato l’introduzione di nuovi dazi nei confronti di «qualsiasi Paese» intenda imporre la digital tax. «Sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Tale dazio prevarrà sugli accordi commerciali stipulati con il Paese in questione, indipendentemente dal fatto che siano stati attuati, firmati o meno. Inoltre, il dazio del 100% sarà immediatamente applicato qualora tali Paesi procedano con l’introduzione dell’imposta domanda». Bruxelles ha replicato, sostenendo che le sue minacce sono ingiustificate e quindi, se attuate, la Commissione Ue risponderà.
L’ennesima sparata del tycoon che arriva nelle stesse ore in cui a Washington sembrerebbe essere arrivata l’intesa tra Israele e Libano, rifiutata però da Hezbollah perché indebolirebbe la l’unità il Paese, per un cessate il fuoco dopo quattro giorni di trattativa. Roma però si è subito congratulato per il risultato: «Il Governo italiano accoglie con favore l’annuncio di un accordo quadro tra Libano e Israele, grazie alla mediazione Usa». Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha pubblicato un messaggio su X scritto in farsi in cui spiega che «il comandante della Forza Quds iraniana, Qaani, ha recentemente lanciato numerose minacce contro Israele. In ogni caso, se l’Iran attacca Israele, sarà il suo più grande errore. Né Hormuz né il fuoco sui civili lo aiuteranno. Nulla ci fermerà. Le nostre forze sono pronte a portare a termine la missione».
Su Hormuz non si riesce a risolvere l’impasse. I Guardiani della rivoluzione islamica ieri hanno smentito le dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi secondo cui sarebbe stato istituito un canale diretto tra Teheran e Washington sul tema dello Stretto di Hormuz. «Si tratta di una menzogna completa e lo smentiamo con forza. Non è mai accaduto e non accadrà. Lo Stretto di Hormuz è territorio iraniano e non ha nulla a che fare con gli Stati Uniti». Non proprio una bella notizia considerata la violazione del cessate il fuoco nello Stretto da parte degli iraniani condannata e denunciata così da Trump: «La Repubblica islamica dell’Iran ha lanciato almeno quattro droni d’attacco unidirezionali contro navi in transito nello Stretto di Hormuz. Uno dei droni ha colpito in pieno il ponte superiore di una grande e costosissima nave da carico. Sono stati riportati danni, ma la nave ha potuto proseguire la navigazione. Ovviamente, si tratta di una folle violazione del nostro accordo di cessate il fuoco».
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