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2018-03-31
L' asse M5s-centrodestra per ripagare gli sbancati con i soldi di Bankitalia
ANSA
Eh sì, brutto affare avere il Parlamento pieno di pericolosi populisti. Dopo che ieri La Verità ha proposto di girare gli utili di Bankitalia ai 400.000 sbancati italiani, il Movimento 5 stelle si è mosso ufficialmente sulla medesima linea. «Dopo gli utili record, bisogna riflettere su ristori più robusti a beneficio dei risparmiatori vittime delle crisi bancarie», si legge in una nota firmata da tutti i senatori pentastellati. Ampi consensi anche in Forza Italia e, soprattutto, da Fratelli d'Italia, con il coordinatore nazionale Guido Crosetto che parla di «atto dovuto da parte di chi, come la Banca d'Italia, doveva vigilare e non l'ha fatto».
A riprova del fatto che in certe situazioni conviene vantarsi il meno possibile, il bilancio 2017 sventolato mercoledì dal governatore Ignazio Visco («il risultato più elevato mai raggiunto prima») rischia di ritorcersi contro Via Nazionale. Ieri, il direttore di questo giornale, Maurizio Belpietro, ha registrato con piacere che l'utile netto di Palazzo Koch è arrivato a quota 3,9 miliardi, ma ha anche lanciato una proposta molto meno provocatoria del previsto: «Questi utili non dovrebbero essere spartiti tra i soci sotto forma di dividendo ma, almeno in parte, dovrebbero essere restituiti ai 400.000 risparmiatori che hanno perso tutto». Il motivo è presto detto, con 4,3 miliardi di obbligazioni bancarie andati in fumo in tre anni, azioni svalutate per circa 18 miliardi e altri 22 miliardi di euro messi dallo Stato per tappare i buchi, siamo di fronte «a un disastro dal quale la Banca d'Italia non può chiamarsi fuori lavandosene le mani».
I principali azionisti dell'istituto centrale sono banche, assicurazioni ed enti pensionistici pubblici e privati. Tra i primi cinque ecco Intesa Sanpaolo, Unicredit, Cassa di risparmio di Bologna, le Generali di Trieste e la Carige. Sono loro che vogliamo remunerare con gli utili che Visco - anche grazie al Quantitative easing della Bce di Mario Draghi - ha messo da parte in questi anni di successi gestionali e, tragici, insuccessi bancari? Giorgio Mulé, senatore di Forza Italia, eletto in una Liguria che ha visto il valore delle azioni Carige sprofondare in Borsa a 8 centesimi, parte proprio da qui, dalla proprietà. «La ragione sociale di Via Nazionale dice già tutto: si chiama Banca d'Italia perché è la banca degli italiani e quindi i suoi utili non vanno reinvestiti», spiega l'ex direttore di Panorama. E quindi? «E allora trovo non solo corretto, ma anche cosa buona e giusta utilizzare questi utili per aiutare per primi tutti coloro che hanno subìto dalle banche un danno ormai accertato anche dai tribunali».
L'idea di non dimenticare i tanti sbancati d'Italia piace molto anche al M5s, che ieri di buon mattino ha schierato l'intero gruppo parlamentare di Palazzo Madama (ben 109 senatori) con una nota ufficiale: «Salutiamo con favore l'utile record di Bankitalia nell'ottica dei benefici per l'erario, ma è ovvio che bisognerebbe riflettere sui ristori più robusti a beneficio delle centinaia di migliaia di risparmiatori che sono rimasti vittima delle crisi bancarie degli ultimi anni».
Anche se una certa vanità di Via Nazionale è stata, nella fattispecie, un po' improvvida, va detto che basta spulciare il programma del Movimento 5 stelle alla voce «Banca d'Italia» per trovarvi considerazioni assai critiche sul fatto che ultimamente i soci privati abbiano intascato oltre 200 milioni di euro come dividendi, che sono dieci volte quanto il governo uscente ha stanziato per il fondo di ristoro delle vittime delle popolari venete. Non solo, ma anche nella presa di posizione di ieri, i senatori grillini sottolineano l'obbligo morale di Bankitalia verso una soluzione come quella proposta dalla Verità, «alla luce di una Vigilanza che in questi anni è stata quantomeno distratta».
Pieno appoggio arriva anche da Fratelli d'Italia, con Guido Crosetto che parla di «idea fantastica, ma soprattutto un vero atto dovuto da parte di Bankitalia». Il coordinatore nazionale del partito guidato da Giorgia Meloni, da imprenditore e da politico, spiega: «Questa restituzione degli utili a chi ha perso ingiustamente i propri risparmi la trovo un gesto doveroso da parte di chi doveva vigilare e non lo ha fatto con la serietà con cui avrebbe dovuto. Molti risparmiatori», prosegue Crosetto, «non si sono resi conto dei rischi ai quali erano stati esposti, ma pensavano di muoversi in un contesto vigilato».
Anche in Forza Italia e nella Lega di Matteo Salvini si registrano molti consensi all'idea della restituzione. Uno dei deputati berlusconiani che segue con maggiore attenzione le vicende bancarie chiede l'anonimato perché aggiunge anche altro: «Non solo vanno cambiate le regole sulla gestione di Bankitalia, non solo tutti quegli utili non dovrebbero andare agli attuali soci, ma chi ha rilevato le banche in default per pochi spicci dovrebbe emettere delle obbligazioni a sconto del 30-40% a favore dei vecchi soci truffati».
E infine anche nel Carroccio sono rimasti allibiti dalla valanga di profitti che Bankitalia ha portato a casa nel 2017 e in attesa di mosse ufficiali, informalmente, ammettono che tutti quei soldi in effetti andrebbero girati in qualche modo ai truffati dalle banche. Del resto, il programma elettorale di Matteo Salvini dice chiaramente che «il fallimento di una banca non deve ricadere sugli incolpevoli risparmiatori, ma deve essere sopportato da Banca d'Italia, che evidentemente non ha ben vigilato». Tam tam scatenato anche sul Web, con i vari gruppi Facebook delle vittime delle banche che hanno rilanciato l'editoriale della Verità.
Via Nazionale paga i giornali amici per dire che va tutto bene
Se ascoltando il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ripetere per sette lunghi anni che «il sistema bancario italiano è solido» vi siete chiesti dove vivesse e che giornali leggesse, siamo in grado di rispondere almeno alla seconda domanda: legge il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore. Già, perché in questi giorni sono stati assegnati due appalti per l'informazione dei dirigenti e dei funzionari di quel che rimane di via Nazionale e da questi contratti si ricava che i due quotidiani prescelti sono proprio quello di proprietà di Urbano Cairo e quello della Confindustria. Costo dell'operazione «informiamoci», poco meno di mezzo milione di euro di qui al 2020. Ma con una certa disparità tra i due giornali.
Per il contratto con la Rizzoli è stata scelta la procedura della negoziazione diretta, ovvero senza gara, «in quanto l'abbonamento alla testata giornalistica si caratterizza per infungibilità e per esistenza di diritti esclusivi e di proprietà intellettuale». Tradotto dal bankitaliese, significa che se uno vuole leggersi il Corriere, giustamente, non c'è che abbonarsi al Corriere. E bisogna farlo rispettando la legge sul copyright. Nell'avviso di aggiudicazione del 21 marzo, si scopre anche il costo dell'abbonamento: 228.285 euro (Iva esclusa) per tre anni. I dipendenti di Bankitalia sono poco meno di 7.000, operai compresi. E fruiscono già di una rassegna stampa ragionata sui temi d'interesse bancario. Sempre il 21 marzo scorso, in un contratto separato, ecco anche l'accordo con il pericolante giornale di viale Monterosa.
Forse perché assai più bisognoso di Rcs, il quotidiano salmonato ha portato a casa ben 269.000 euro (sempre Iva esclusa) per un biennio soltanto. Anche qui l'abbonamento è in formato digitale. La differenza con il Corriere è notevole, ma c'è da ricordare che il quotidiano della Confindustria ha moltissimi supplementi specializzati e in generale, anche sulle varie piattaforme online, pratica prezzi più elevati. La notizia non renderà felici tutti gli altri quotidiani scartati, magari perché un po' più critici sull'operato della Banca d'Italia e sulla sua attività di vigilanza. Del resto il Corriere della Sera realizza in condominio con la Banca d'Italia un'attività di «educazione finanziaria» in giro per l'Italia dal sapore vagamente surreale, visto che i 400.000 truffati dalle varie banche «solide» (fino al giorno prima) vedrebbero probabilmente con miglior favore la rieducazione dei banchieri, prima di quella dei risparmiatori. Per il concorrente Repubblica è uno smacco, ma forse paga le chiacchiere in libertà di Carlo De Benedetti, che si vantava di andare a pranzo di continuo con il governatore.
Francesco Bonazzi
La base parla con i sondaggi e vuole un accordo tra Lega e M5s
La luna di miele post elettorale tra i partiti usciti vincitori dalle urne lo scorso 4 marzo e gli elettori prosegue. Tutti i sondaggi effettuati in questi ultimi giorni segnalano un trend in crescita per Lega e M5s, e un calo, più o meno marcato, degli altri partiti. Per quel che riguarda la formazione del governo, l'intesa che gli italiani gradirebbero di più è proprio quella tra Lega e Movimento 5 stelle. Vediamo i numeri. Secondo l'istituto Tecnè, che ha realizzato un sondaggio per la trasmissione Matrix, se si votasse oggi il 34,2% sceglierebbe il Movimento 5 Stelle, che alle politiche ha ottenuto il 32,7%. La Lega è al 19,2% (ha preso il 17,4%) e sorpassa clamorosamente, seppure di un soffio, il Pd, segnalato al 19% dal 18,7%. Forza Italia avrebbe il 13,6% (14% il 4 marzo). Stabile Fratelli d'Italia con il 4,2% (4,3%). Disintegrato Leu: prenderebbe il 2,5% rispetto al 3,4% delle elezioni.
Diversi i numeri, ma identico il trend rilevato da Index Research, che segnala il M5s al 34,9%, la Lega addirittura al 23,5%, il Pd al 17,5%. Forza Italia crolla al 10,9%, Fdi è al 3,3% e Leu al 2,1%. Interessanti i sondaggi sulle possibili alleanze: per Index Research il 28,5% degli italiani è favorevole a un governo M5s-Lega; il 16,9% degli intervistati preferisce un governo di scopo appoggiato da tutti i partiti; l'11,2% vorrebbe un governo M5s-Pd e il 9,1% un classico esecutivo di larghe intese tra centrodestra e centrosinistra. Per il 12,1% degli italiani occorre tornare al voto al più presto. L'istituto ha chiesto quale dovrebbe essere il primo atto del nuovo governo: la Flat Tax è risultata prima al 22,9%, seguita dal reddito di cittadinanza (18,7%), dall'abolizione della legge Fornero (14,1%), dalla limitazione dell'immigrazione (12,2%) e dall'abolizione dei vitalizi (10,9%).
L'Istituto Piepoli per La Stampa ha stilato l'indice di gradimento dei possibili presidenti del Consiglio. Alla domanda «Quale tra questi leader preferirebbe come premier per il bene del Paese?» il 25% ha risposto Di Maio, il 20% Gentiloni, il 19% Salvini.
Ieri, da Ischia, Matteo Salvini si è rivolto su Facebook ai suoi followers: «Fare un governo», ha chiesto durante una diretta video, «con il M5s? Voi che dite? Fatemelo sapere». Migliaia le risposte arrivate in diretta, divise in parti sostanzialmente uguali tra favorevoli e contrari. Salvini ieri ha aperto al reddito di cittadinanza: «Se il reddito di cittadinanza», ha detto il leader della Lega, «non è un investimento illimitato per chi sta a casa, aperto a tutti, cosa che mi vedrebbe fortemente contrario, ma un investimento temporaneo per chi ha perso il lavoro ed è in attesa di trovare un nuovo impiego, ne possiamo parlare».
Sulle consultazioni? «A Mattarella», ha dichiarato Salvini, «dirò che siamo pronti, con una squadra e un programma. Poi servono i numeri. E li avremo con chi pensa sia giusto stare dalla parte dei cittadini perbene, la riforma della giustizia, di chi vuole creare lavoro. Vediamo se dal M5s ci sono solo chiacchiere o c'è voglia di mettersi a tavolino per risolvere i problemi sul serio, a partire dall'Europa. Vediamo», ha aggiunto Salvini, se i grillini rimangono arroccati sul "io io", sul "premier tocca a noi" o se c'è voglia di dialogare sul serio. Io sono pronto. Tornare alle urne», ha precisato Matteo Salvini, «non mi spaventa, ma prima voglio provare a fare un governo. Secondo alcuni noi saremmo al 19%, ma io ora voglio rispettare la volontà degli italiani».
Silvio Berlusconi ha confermato la linea del centrodestra: «Io rimango fedele ai patti: Salvini», ha detto Berlusconi, «ha il diritto e il dovere di provare a formare un governo, per attuare i programmi che abbiamo proposto agli italiani». Il Movimento 5 stelle, invece, continua a insistere su Luigi Di Maio premier. Ieri, sul blog dei pentastellati, è apparso un post molto chiaro: «Luigi Di Maio è l'unico candidato premier del Movimento 5 stelle con cui intendiamo andare al governo e cambiare il Paese».
Centrodestra diviso invece nel Lazio: Forza Italia e M5s hanno concesso una fiducia a tempo, della durata di un anno, al presidente della Regione, Nicola Zingaretti del Pd, che non ha una maggioranza autosufficiente. Un secco «no» è arrivato invece da Lega e Fratelli d'Italia, che proveranno a raccogliere le firme per sfiduciare Zingaretti.
Carlo Tarallo
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I senatori grillini raccolgono l'idea della «Verità»: aiutare le vittime dei crac con gli utili di Palazzo Koch. La Lega è d'accordo, forzisti e Fdi si aggiungono: «Atto doveroso».Lo speciale contiene tre articoli Eh sì, brutto affare avere il Parlamento pieno di pericolosi populisti. Dopo che ieri La Verità ha proposto di girare gli utili di Bankitalia ai 400.000 sbancati italiani, il Movimento 5 stelle si è mosso ufficialmente sulla medesima linea. «Dopo gli utili record, bisogna riflettere su ristori più robusti a beneficio dei risparmiatori vittime delle crisi bancarie», si legge in una nota firmata da tutti i senatori pentastellati. Ampi consensi anche in Forza Italia e, soprattutto, da Fratelli d'Italia, con il coordinatore nazionale Guido Crosetto che parla di «atto dovuto da parte di chi, come la Banca d'Italia, doveva vigilare e non l'ha fatto». A riprova del fatto che in certe situazioni conviene vantarsi il meno possibile, il bilancio 2017 sventolato mercoledì dal governatore Ignazio Visco («il risultato più elevato mai raggiunto prima») rischia di ritorcersi contro Via Nazionale. Ieri, il direttore di questo giornale, Maurizio Belpietro, ha registrato con piacere che l'utile netto di Palazzo Koch è arrivato a quota 3,9 miliardi, ma ha anche lanciato una proposta molto meno provocatoria del previsto: «Questi utili non dovrebbero essere spartiti tra i soci sotto forma di dividendo ma, almeno in parte, dovrebbero essere restituiti ai 400.000 risparmiatori che hanno perso tutto». Il motivo è presto detto, con 4,3 miliardi di obbligazioni bancarie andati in fumo in tre anni, azioni svalutate per circa 18 miliardi e altri 22 miliardi di euro messi dallo Stato per tappare i buchi, siamo di fronte «a un disastro dal quale la Banca d'Italia non può chiamarsi fuori lavandosene le mani». I principali azionisti dell'istituto centrale sono banche, assicurazioni ed enti pensionistici pubblici e privati. Tra i primi cinque ecco Intesa Sanpaolo, Unicredit, Cassa di risparmio di Bologna, le Generali di Trieste e la Carige. Sono loro che vogliamo remunerare con gli utili che Visco - anche grazie al Quantitative easing della Bce di Mario Draghi - ha messo da parte in questi anni di successi gestionali e, tragici, insuccessi bancari? Giorgio Mulé, senatore di Forza Italia, eletto in una Liguria che ha visto il valore delle azioni Carige sprofondare in Borsa a 8 centesimi, parte proprio da qui, dalla proprietà. «La ragione sociale di Via Nazionale dice già tutto: si chiama Banca d'Italia perché è la banca degli italiani e quindi i suoi utili non vanno reinvestiti», spiega l'ex direttore di Panorama. E quindi? «E allora trovo non solo corretto, ma anche cosa buona e giusta utilizzare questi utili per aiutare per primi tutti coloro che hanno subìto dalle banche un danno ormai accertato anche dai tribunali». L'idea di non dimenticare i tanti sbancati d'Italia piace molto anche al M5s, che ieri di buon mattino ha schierato l'intero gruppo parlamentare di Palazzo Madama (ben 109 senatori) con una nota ufficiale: «Salutiamo con favore l'utile record di Bankitalia nell'ottica dei benefici per l'erario, ma è ovvio che bisognerebbe riflettere sui ristori più robusti a beneficio delle centinaia di migliaia di risparmiatori che sono rimasti vittima delle crisi bancarie degli ultimi anni». Anche se una certa vanità di Via Nazionale è stata, nella fattispecie, un po' improvvida, va detto che basta spulciare il programma del Movimento 5 stelle alla voce «Banca d'Italia» per trovarvi considerazioni assai critiche sul fatto che ultimamente i soci privati abbiano intascato oltre 200 milioni di euro come dividendi, che sono dieci volte quanto il governo uscente ha stanziato per il fondo di ristoro delle vittime delle popolari venete. Non solo, ma anche nella presa di posizione di ieri, i senatori grillini sottolineano l'obbligo morale di Bankitalia verso una soluzione come quella proposta dalla Verità, «alla luce di una Vigilanza che in questi anni è stata quantomeno distratta». Pieno appoggio arriva anche da Fratelli d'Italia, con Guido Crosetto che parla di «idea fantastica, ma soprattutto un vero atto dovuto da parte di Bankitalia». Il coordinatore nazionale del partito guidato da Giorgia Meloni, da imprenditore e da politico, spiega: «Questa restituzione degli utili a chi ha perso ingiustamente i propri risparmi la trovo un gesto doveroso da parte di chi doveva vigilare e non lo ha fatto con la serietà con cui avrebbe dovuto. Molti risparmiatori», prosegue Crosetto, «non si sono resi conto dei rischi ai quali erano stati esposti, ma pensavano di muoversi in un contesto vigilato». Anche in Forza Italia e nella Lega di Matteo Salvini si registrano molti consensi all'idea della restituzione. Uno dei deputati berlusconiani che segue con maggiore attenzione le vicende bancarie chiede l'anonimato perché aggiunge anche altro: «Non solo vanno cambiate le regole sulla gestione di Bankitalia, non solo tutti quegli utili non dovrebbero andare agli attuali soci, ma chi ha rilevato le banche in default per pochi spicci dovrebbe emettere delle obbligazioni a sconto del 30-40% a favore dei vecchi soci truffati». E infine anche nel Carroccio sono rimasti allibiti dalla valanga di profitti che Bankitalia ha portato a casa nel 2017 e in attesa di mosse ufficiali, informalmente, ammettono che tutti quei soldi in effetti andrebbero girati in qualche modo ai truffati dalle banche. Del resto, il programma elettorale di Matteo Salvini dice chiaramente che «il fallimento di una banca non deve ricadere sugli incolpevoli risparmiatori, ma deve essere sopportato da Banca d'Italia, che evidentemente non ha ben vigilato». Tam tam scatenato anche sul Web, con i vari gruppi Facebook delle vittime delle banche che hanno rilanciato l'editoriale della Verità. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/asse-m5s-centrodestra-per-risarcire-gli-sbancati-con-i-soldi-di-bankitalia-2554836353.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="via-nazionale-paga-i-giornali-amici-per-dire-che-va-tutto-bene" data-post-id="2554836353" data-published-at="1781800649" data-use-pagination="False"> Via Nazionale paga i giornali amici per dire che va tutto bene Se ascoltando il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, ripetere per sette lunghi anni che «il sistema bancario italiano è solido» vi siete chiesti dove vivesse e che giornali leggesse, siamo in grado di rispondere almeno alla seconda domanda: legge il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore. Già, perché in questi giorni sono stati assegnati due appalti per l'informazione dei dirigenti e dei funzionari di quel che rimane di via Nazionale e da questi contratti si ricava che i due quotidiani prescelti sono proprio quello di proprietà di Urbano Cairo e quello della Confindustria. Costo dell'operazione «informiamoci», poco meno di mezzo milione di euro di qui al 2020. Ma con una certa disparità tra i due giornali. Per il contratto con la Rizzoli è stata scelta la procedura della negoziazione diretta, ovvero senza gara, «in quanto l'abbonamento alla testata giornalistica si caratterizza per infungibilità e per esistenza di diritti esclusivi e di proprietà intellettuale». Tradotto dal bankitaliese, significa che se uno vuole leggersi il Corriere, giustamente, non c'è che abbonarsi al Corriere. E bisogna farlo rispettando la legge sul copyright. Nell'avviso di aggiudicazione del 21 marzo, si scopre anche il costo dell'abbonamento: 228.285 euro (Iva esclusa) per tre anni. I dipendenti di Bankitalia sono poco meno di 7.000, operai compresi. E fruiscono già di una rassegna stampa ragionata sui temi d'interesse bancario. Sempre il 21 marzo scorso, in un contratto separato, ecco anche l'accordo con il pericolante giornale di viale Monterosa. Forse perché assai più bisognoso di Rcs, il quotidiano salmonato ha portato a casa ben 269.000 euro (sempre Iva esclusa) per un biennio soltanto. Anche qui l'abbonamento è in formato digitale. La differenza con il Corriere è notevole, ma c'è da ricordare che il quotidiano della Confindustria ha moltissimi supplementi specializzati e in generale, anche sulle varie piattaforme online, pratica prezzi più elevati. La notizia non renderà felici tutti gli altri quotidiani scartati, magari perché un po' più critici sull'operato della Banca d'Italia e sulla sua attività di vigilanza. Del resto il Corriere della Sera realizza in condominio con la Banca d'Italia un'attività di «educazione finanziaria» in giro per l'Italia dal sapore vagamente surreale, visto che i 400.000 truffati dalle varie banche «solide» (fino al giorno prima) vedrebbero probabilmente con miglior favore la rieducazione dei banchieri, prima di quella dei risparmiatori. Per il concorrente Repubblica è uno smacco, ma forse paga le chiacchiere in libertà di Carlo De Benedetti, che si vantava di andare a pranzo di continuo con il governatore.Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/asse-m5s-centrodestra-per-risarcire-gli-sbancati-con-i-soldi-di-bankitalia-2554836353.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-base-parla-con-i-sondaggi-e-vuole-un-accordo-tra-lega-e-m5s" data-post-id="2554836353" data-published-at="1781800649" data-use-pagination="False"> La base parla con i sondaggi e vuole un accordo tra Lega e M5s La luna di miele post elettorale tra i partiti usciti vincitori dalle urne lo scorso 4 marzo e gli elettori prosegue. Tutti i sondaggi effettuati in questi ultimi giorni segnalano un trend in crescita per Lega e M5s, e un calo, più o meno marcato, degli altri partiti. Per quel che riguarda la formazione del governo, l'intesa che gli italiani gradirebbero di più è proprio quella tra Lega e Movimento 5 stelle. Vediamo i numeri. Secondo l'istituto Tecnè, che ha realizzato un sondaggio per la trasmissione Matrix, se si votasse oggi il 34,2% sceglierebbe il Movimento 5 Stelle, che alle politiche ha ottenuto il 32,7%. La Lega è al 19,2% (ha preso il 17,4%) e sorpassa clamorosamente, seppure di un soffio, il Pd, segnalato al 19% dal 18,7%. Forza Italia avrebbe il 13,6% (14% il 4 marzo). Stabile Fratelli d'Italia con il 4,2% (4,3%). Disintegrato Leu: prenderebbe il 2,5% rispetto al 3,4% delle elezioni.Diversi i numeri, ma identico il trend rilevato da Index Research, che segnala il M5s al 34,9%, la Lega addirittura al 23,5%, il Pd al 17,5%. Forza Italia crolla al 10,9%, Fdi è al 3,3% e Leu al 2,1%. Interessanti i sondaggi sulle possibili alleanze: per Index Research il 28,5% degli italiani è favorevole a un governo M5s-Lega; il 16,9% degli intervistati preferisce un governo di scopo appoggiato da tutti i partiti; l'11,2% vorrebbe un governo M5s-Pd e il 9,1% un classico esecutivo di larghe intese tra centrodestra e centrosinistra. Per il 12,1% degli italiani occorre tornare al voto al più presto. L'istituto ha chiesto quale dovrebbe essere il primo atto del nuovo governo: la Flat Tax è risultata prima al 22,9%, seguita dal reddito di cittadinanza (18,7%), dall'abolizione della legge Fornero (14,1%), dalla limitazione dell'immigrazione (12,2%) e dall'abolizione dei vitalizi (10,9%).L'Istituto Piepoli per La Stampa ha stilato l'indice di gradimento dei possibili presidenti del Consiglio. Alla domanda «Quale tra questi leader preferirebbe come premier per il bene del Paese?» il 25% ha risposto Di Maio, il 20% Gentiloni, il 19% Salvini.Ieri, da Ischia, Matteo Salvini si è rivolto su Facebook ai suoi followers: «Fare un governo», ha chiesto durante una diretta video, «con il M5s? Voi che dite? Fatemelo sapere». Migliaia le risposte arrivate in diretta, divise in parti sostanzialmente uguali tra favorevoli e contrari. Salvini ieri ha aperto al reddito di cittadinanza: «Se il reddito di cittadinanza», ha detto il leader della Lega, «non è un investimento illimitato per chi sta a casa, aperto a tutti, cosa che mi vedrebbe fortemente contrario, ma un investimento temporaneo per chi ha perso il lavoro ed è in attesa di trovare un nuovo impiego, ne possiamo parlare».Sulle consultazioni? «A Mattarella», ha dichiarato Salvini, «dirò che siamo pronti, con una squadra e un programma. Poi servono i numeri. E li avremo con chi pensa sia giusto stare dalla parte dei cittadini perbene, la riforma della giustizia, di chi vuole creare lavoro. Vediamo se dal M5s ci sono solo chiacchiere o c'è voglia di mettersi a tavolino per risolvere i problemi sul serio, a partire dall'Europa. Vediamo», ha aggiunto Salvini, se i grillini rimangono arroccati sul "io io", sul "premier tocca a noi" o se c'è voglia di dialogare sul serio. Io sono pronto. Tornare alle urne», ha precisato Matteo Salvini, «non mi spaventa, ma prima voglio provare a fare un governo. Secondo alcuni noi saremmo al 19%, ma io ora voglio rispettare la volontà degli italiani».Silvio Berlusconi ha confermato la linea del centrodestra: «Io rimango fedele ai patti: Salvini», ha detto Berlusconi, «ha il diritto e il dovere di provare a formare un governo, per attuare i programmi che abbiamo proposto agli italiani». Il Movimento 5 stelle, invece, continua a insistere su Luigi Di Maio premier. Ieri, sul blog dei pentastellati, è apparso un post molto chiaro: «Luigi Di Maio è l'unico candidato premier del Movimento 5 stelle con cui intendiamo andare al governo e cambiare il Paese».Centrodestra diviso invece nel Lazio: Forza Italia e M5s hanno concesso una fiducia a tempo, della durata di un anno, al presidente della Regione, Nicola Zingaretti del Pd, che non ha una maggioranza autosufficiente. Un secco «no» è arrivato invece da Lega e Fratelli d'Italia, che proveranno a raccogliere le firme per sfiduciare Zingaretti.Carlo Tarallo
Michele De Pascale (Imagoeconomica)
Peccato che sotto il suo mandato dem, per otto anni (dal 2016 al 2024) la Provincia di Ravenna (tra le più colpite dalle alluvioni del 2023 e 2024) abbia accentuato problematiche geologiche, territoriali e produttive come segnalava nel maggio dello scorso anno il 1° Rapporto Cassa di Ravenna-Censis che analizzava la situazione post-emergenza. «Il suolo è saturo e la provincia presenta un’urbanizzazione abbastanza fragile», si leggeva. «Il consumo di suolo a Ravenna, cioè quel fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale e, quindi, l’incremento della copertura artificiale di terreno legato alle dinamiche insediative, è pari al 10,3%, rispetto all’8,9% dell’Emilia-Romagna e al 7,2% a livello nazionale. Il ritmo di crescita del suolo impermeabilizzato è del +2,8% tra il 2017 e il 2023, contro l’1,8% della media italiana. Il 7,7% del suolo consumato si trova proprio in aree a pericolosità idraulica frequente». Che cosa faceva, allora, De Pascale? «Negli ultimi dieci anni», guarda proprio durante il suo mandato, «le imprese attive in provincia di Ravenna sono calate del 9,4%, più della media regionale (-5,9%) e nazionale (-1,9%)». E «la fragilità sociale si è intrecciata con quella ambientale».
Acqua, anzi alluvione passata, sembra pensare il presidente, che ha lanciato con orgoglio la nuova Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la Protezione civile. Si occuperà di post emergenza e ricostruzione in supporto alle gestioni commissariali e sub-commissariali, gestirà i 919 milioni di euro stanziati dal governo in 10 anni per opere di prevenzione come casse di espansione. «Lavoreremo insieme ai Comuni e alla struttura commissariale per realizzare opere strategiche attese da molti anni», annuncia il presidente della Regione, perché «la messa in sicurezza del nostro territorio sarà il cuore della nostra azione amministrativa». Alla buon’ora, dopo anni di mancata manutenzione dei corsi d’acqua delle aree più fragili e delle frane, lasciando vivere indisturbate le nutrie.
«Il problema della fauna non si risolve, va gestito, mentre su tutto il resto abbiamo le competenze per intervenire. Bisogna iniziare ad affrontare il problema con una visione almeno ventennale e non di rattoppo, e di conseguenza comportarsi», spiegava tre anni fa Paride Antolini, presidente dell’Ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna. Uno studio del 2021, dell’Università di Modena e Reggio, l’aveva spiegato bene: l’argine di un fiume in condizioni ordinarie regge cent’anni, ma se in quel tratto vivono animali come tassi, istrici o nutrie, la vita di quell’opera essenziale per la sicurezza idraulica cala a 10 anni al massimo.
Oggi De Pascale vuole fare da solo e se il Pd è sempre stato contrario alla decentralizzazione, il presidente della Regione rossa chiede, invece, per l’Emilia-Romagna autonomia di risorse finanziarie, materiali e umane, necessarie a espletare competenze diversificate su materie di grande importanza.
Lo fa con critiche nette. «L’intervento da Roma funziona male», dice, e attribuisce scarsa competenza alle agenzie statali coinvolte nella ricostruzione. «Sono in difficoltà, perché questo mestiere non l’hanno mai fatto. Bisogna avere veramente gli stivali sul campo, oggi stiamo anche pensando di “riprendere” alcune opere». Il presidente non si è messo gli stivali nemmeno durante i sopralluoghi lungo il corso del torrente Marzeno, un affluente del Lamone che era esondato in più punti, anche per tre volte. «L’intero corso d’acqua non è arginato», ammetteva a maggio 2025 controllando i lavori.
«Sul post-alluvione stiamo ancora attendendo che la Regione Emilia-Romagna inizi a fare la propria parte. Le risorse ci sono, gli indirizzi della struttura commissariale ci sono, le scadenze sono chiare: quello che ancora manca sono le proposte operative della Regione, le rimodulazioni delle risorse già stanziate e l’apertura delle piattaforme necessarie per continuare a procedere con le opere di ricostruzione», hanno dichiarato le onorevoli di FdI Alice Buonguerrieri e Beatriz Colombo, rispettivamente segretario e capogruppo in commissione d’inchiesta sul rischio idrogeologico.
Hanno poi aggiunto: «La Regione ha chiuso la piattaforma informatica delle richieste il 30 aprile e non ha ancora avanzato la proposta di rimodulazione delle risorse alla struttura commissariale per l’emissione della relativa ordinanza» e per i nuovi interventi, «con risorse pari a 100 milioni di euro per gli eventi del 2024 e 400 milioni per quelli del 2023 e 2024 […] la Regione non ha ancora aperto la piattaforma per consentire ai soggetti attuatori di inserire le richieste per poi procedere alla definizione dell’elenco delle opere ulteriormente finanziabili».
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Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
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Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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