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2021-08-21
L’Asl di Foggia vuole avere dai presidi la «lista d’infamia» dei non vaccinati
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In provincia di Foggia accade che l'Asl chieda ai presidi delle scuole secondarie di primo e secondo grado di fornire gli elenchi degli studenti di età uguale e superiore a 12 anni non vaccinati al coronavirus. In pratica, una vera e propria schedatura. Ci manca solo andare dietro la lavagna, come una volta veniva punito chi non aveva molta voglia di studiare. Magari non prima di avere annotato con il gesso «Io non sono vaccinato», naturalmente, o averlo scritto almeno 100 volte sul quaderno.
Una vicenda che ovviamente sta facendo discutere gli stessi presidi e i genitori degli alunni. In realtà, le scuole non possono certo sapere chi è vaccinato e chi no (il dato - sensibile e dunque protetto - è in possesso proprio dell'Asl che conosce nel dettaglio chi si è sottoposto all'iniezione). E sarebbe inoltre palese la violazione della privacy,
Procediamo con ordine partendo dai fatti, ovvero le modalità attraverso le quali in provincia di Foggia si interpretano le indicazioni che giungono dal Commissario per l'emergenza coronavirus.
Il 18 agosto, la referente Covid-19 settore scuola, Elvira Sparacia, e il direttore servizio igiene e sanità pubblica dell'Asl dauna, Giovanni Iannucci, prendono carta e penna. L'inizio del nuovo anno scolastico è dietro l'angolo e occorre scongiurare che il virus si faccia strada tra una lezione di matematica e una di italiano. Si teme la quarta ondata e anche tra i banchi, da queste parti, si ricorre ai ripari. Già, ma come?
Nella circolare, prima si tirano in ballo le indicazioni trasmesse dal generale Francesco Paolo Figliuolo in tutta Italia. «In relazione a quanto disposto dalla struttura commissariale per l'emergenza Covid-19 e dal competente organo regionale, in vista dell'imminente inizio del nuovo anno scolastico», si legge in premessa, si invitano i presidi «a fornire gli elenchi degli studenti di età» uguale o superiore ai 12 anni «non ancora vaccinati in modo tale da potere organizzare corsie preferenziali con agende dedicate per la somministrazione delle vaccinazioni». Papale papale. Insomma, l'Asl di Foggia nel documento dice alle scuole: ditemi chi è vaccinato e chi no. Il motivo? Così, pare, ci si può organizzare al meglio.
Il direttore generale dell'Asl Vito Piazzola, forse consapevole del fatto che un invito del genere crea potenzialmente probemi enormi, interpellato da La Verità prova a correggere il tiro gettando acqua sul fuoco. E cerca di spiegare una missiva non scritta benissimo e dalla quale, precisa lo stesso dg, vanno sicuramente espunte le tre parole incriminate: «Non ancora vaccinati».
«È ovvio che la scuola non può sapere chi sono i vaccinati e chi no. Questo è un dato che abbiamo noi, e per la provincia posso dire che abbiamo vaccinato il 52-53% dei ragazzi in questa fascia d'età», spiega Piazzolla. «Il senso della comunicazione è semplicemente “forniteci tutti gli elenchi", poi, sta a noi dell'Asl - per così dire - ricavare i non vaccinati dai nominativi completi che le scuole ci daranno. L'obiettivo è, fermo restando la scelta consapevole guidata dall'intervento dei genitori, creare percorsi privilegiati senza prenotazione per una maggiore copertura possibile di questa fascia d'età».
Un'interpretazione non proprio convincente, tanto che alcuni genitori si sono rivolti a un legale per proteggere dati che più sensibili non si può. Alcuni dirigenti scolastici, inoltre, stando a quanto trapela dal riserbo dell'Ufficio scolastico provinciale, sarebbero orientati a fornire solo numeri, non nomi né generalità. «Ci aspettiamo che le scuole ci inviino gli elenchi degli studenti», ribadisce però il dg Piazzolla.
Sullo sfondo, ma non troppo, la preoccupazione di qualche genitore.
«Ho tre figli di cui uno quindicenne, un altro di 11 troppo piccolo per il vaccino e un altro maggiorenne che quest'anno andrà all'università», spiega un padre che vive a Foggia. Questa circolare, se fosse interpretata alla lettera, sarebbe davvero allarmante. Passi un elenco degli alunni, ma una lista degli adolescenti non vaccinati davvero no. Ho una certa esperienza nella iscrizione dei figli a scuola. È vero che occorre presentare i certificati che attestano la somministrazione dei vaccini obbligatori, ma quella contro il coronavirus non lo è. Non c'è alcun obbligo di certificazione né di informare alcuno. Si tratta di qualcosa che attiene alla sfera personale. Inoltre parliamo di minorenni per i quali la tutela del dato sensibile è oggetto di maggiore garanzia». «In ogni caso», conclude, «per quanto mi riguarda, non credo che farò vaccinare i miei figli perché ritengo il rischio sproporzionato rispetto al beneficio».
I pediatri tedeschi: «No agli over 12»
Paese che vai, pediatri che trovi. C'è l'Italia, dove la Società italiana di pediatria si è schierata, senza se e senza ma, a favore dei vaccini contro il coronavirus per i più piccoli. Già a margine dell'autorizzazione del Pfizer-Biontech per gli over 12, rilasciata a giugno, la presidente della Sip Annamaria Staiano si diceva «completamente favorevole alla vaccinazione anti Covid per i 12-15enni, in quanto certamente daremo a questa fascia di età i vantaggi della protezione individuale e quelli di proteggere chi hanno intorno», aggiungendo che «non ci sono effetti collaterali diversi da quelli di altri vaccini», né «evidenze scientifiche di nesso di causalità tra queste vaccinazioni ed eventi più severi, come qualcuno ha paventato». Non paghi di questa presa di posizione, pare del tutto irremovibile, i pediatri italiani si sono spinti un po' più in là, chiedendo di estendere la vaccinazione anche ai soggetti di età inferiore ai 12 anni. Giusto una manciata di giorni fa, la Staiano ha dichiarato in un'intervista che la Sip condivide l'invito rivolto dall'American academy of pediatrics alla Food and drug administration, il regolatore americano, «a prendere un provvedimento di urgenza per quanto riguarda l'autorizzazione per i vaccini nell'età compresa tra i 5 e gli 11 anni». Un appello rilanciato tramite un comunicato stampa dai toni allarmistici. «La variante delta mette in pericolo i bambini, bisogna vaccinarli», si legge nella nota, e dunque «si avverte l'esigenza di beneficiare di uno specifico intervento di prevenzione vaccinale Covid-19 per la popolazione pediatrica».
E poi c'è la Germania, realtà che spesso i commentatori nostrani prendono come punto di riferimento sul piano economico e sociale. Quando si parla di vaccinare bambini e adolescenti, a Berlino la musica è radicalmente diversa. Basti pensare che la Commissione permanente per la vaccinazioni (Stiko) si è decisa a concedere il via libera all'antidoto per gli adolescenti tra i 12 e i 17 anni solo meno di una settimana fa. In precedenza, il 10 giugno scorso, gli esperti tedeschi avevano preferito raccomandare la somministrazione esclusivamente per i soggetti con gravi patologie pregresse. Prima di decidere, gli scienziati hanno preso tempo e tratto le conclusioni solo a tempo debito. «Sulla base di nuovi dati di monitoraggio, in particolare dal programma di vaccinazione americano con quasi dieci milioni di bambini e adolescenti vaccinati, i possibili rischi di vaccinazione per questa fascia di età possono ora essere quantificati e valutati in modo più affidabile», si legge nel testo del parere diffuso il 16 agosto, «dopo aver valutato attentamente queste nuove osservazioni e dati scientifici, la Stiko giunge alla conclusione che, secondo lo stato attuale delle conoscenze, i vantaggi della vaccinazione superano il rischio di effetti collaterali molto rari del vaccino». Insomma, a differenza di quanto avvenuto nel nostro Paese, in Germania non si sono fatti prendere dalla fretta.
Nemmeno una volta partita la campagna vaccinale per gli over 12 i pediatri tedeschi sembrano intenzionati a cedere alle pressioni della politica e di parte dell'opinione pubblica. E quando c'è da difendere la libertà di scelta, si dimostrano pronti a levare gli scudi in favore dei loro giovani assistiti. Nella prossime settimane, a Colonia e Düsseldorf verranno allestite delle postazioni mobili di fronte agli istituti per accogliere gli studenti desiderosi di immunizzarsi. Un'iniziativa che però non piace ai medici. «Non è necessario», tuona Jakob Maske, portavoce dell'Associazione federale dei pediatri (Bvkj), «non abbiamo grandi pressioni per vaccinare i giovani il più rapidamente possibile, i nostri bambini non muoiono a centinaia». Nonostante, si badi bene, la Bvkj non si sia opposta nella sostanza alla recente decisione della Stiko di aprire alla somministrazione dell'immunogeno agli over 12.
A giudicare dalle parole di Maske a essere in gioco è la libertà stessa dei ragazzi. «La pressione nell'ambiente scolastico potrebbe portare gli studenti a vaccinarsi senza che i loro genitori lo sappiano», ipotizza il portavoce della Bvkj. Tradotto, la presenza dei coetanei rischia di influenzare i più giovani, magari spingendoli a farsi immunizzare semplicemente per conformismo o, peggio, subire atti di bullismo per essersi rifiutati di ricevere la puntura. Per questo motivo, chiosa Maske, è importante decidere di vaccinarsi «insieme al tutore legale» ed eseguire «la vaccinazione in uno studio medico». Una sensibilità che i pediatri nostrani farebbero meglio a mutuare dai colleghi tedeschi.
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Una circolare che è molto simile a una «schedatura» sta facendo discutere dirigenti scolastici e genitori. Una richiesta assurda, anche perché l'azienda sanitaria i nomi li ha già. Mentre la scuola non li può sapere.Mentre in Italia c'è grande entusiasmo per immunizzare gli adolescenti, in Germania sono ben più prudenti e difendono la libertà dei giovanissimi: «Non c'è reale necessità».Lo speciale contiene due articoli.In provincia di Foggia accade che l'Asl chieda ai presidi delle scuole secondarie di primo e secondo grado di fornire gli elenchi degli studenti di età uguale e superiore a 12 anni non vaccinati al coronavirus. In pratica, una vera e propria schedatura. Ci manca solo andare dietro la lavagna, come una volta veniva punito chi non aveva molta voglia di studiare. Magari non prima di avere annotato con il gesso «Io non sono vaccinato», naturalmente, o averlo scritto almeno 100 volte sul quaderno. Una vicenda che ovviamente sta facendo discutere gli stessi presidi e i genitori degli alunni. In realtà, le scuole non possono certo sapere chi è vaccinato e chi no (il dato - sensibile e dunque protetto - è in possesso proprio dell'Asl che conosce nel dettaglio chi si è sottoposto all'iniezione). E sarebbe inoltre palese la violazione della privacy, Procediamo con ordine partendo dai fatti, ovvero le modalità attraverso le quali in provincia di Foggia si interpretano le indicazioni che giungono dal Commissario per l'emergenza coronavirus. Il 18 agosto, la referente Covid-19 settore scuola, Elvira Sparacia, e il direttore servizio igiene e sanità pubblica dell'Asl dauna, Giovanni Iannucci, prendono carta e penna. L'inizio del nuovo anno scolastico è dietro l'angolo e occorre scongiurare che il virus si faccia strada tra una lezione di matematica e una di italiano. Si teme la quarta ondata e anche tra i banchi, da queste parti, si ricorre ai ripari. Già, ma come? Nella circolare, prima si tirano in ballo le indicazioni trasmesse dal generale Francesco Paolo Figliuolo in tutta Italia. «In relazione a quanto disposto dalla struttura commissariale per l'emergenza Covid-19 e dal competente organo regionale, in vista dell'imminente inizio del nuovo anno scolastico», si legge in premessa, si invitano i presidi «a fornire gli elenchi degli studenti di età» uguale o superiore ai 12 anni «non ancora vaccinati in modo tale da potere organizzare corsie preferenziali con agende dedicate per la somministrazione delle vaccinazioni». Papale papale. Insomma, l'Asl di Foggia nel documento dice alle scuole: ditemi chi è vaccinato e chi no. Il motivo? Così, pare, ci si può organizzare al meglio. Il direttore generale dell'Asl Vito Piazzola, forse consapevole del fatto che un invito del genere crea potenzialmente probemi enormi, interpellato da La Verità prova a correggere il tiro gettando acqua sul fuoco. E cerca di spiegare una missiva non scritta benissimo e dalla quale, precisa lo stesso dg, vanno sicuramente espunte le tre parole incriminate: «Non ancora vaccinati».«È ovvio che la scuola non può sapere chi sono i vaccinati e chi no. Questo è un dato che abbiamo noi, e per la provincia posso dire che abbiamo vaccinato il 52-53% dei ragazzi in questa fascia d'età», spiega Piazzolla. «Il senso della comunicazione è semplicemente “forniteci tutti gli elenchi", poi, sta a noi dell'Asl - per così dire - ricavare i non vaccinati dai nominativi completi che le scuole ci daranno. L'obiettivo è, fermo restando la scelta consapevole guidata dall'intervento dei genitori, creare percorsi privilegiati senza prenotazione per una maggiore copertura possibile di questa fascia d'età». Un'interpretazione non proprio convincente, tanto che alcuni genitori si sono rivolti a un legale per proteggere dati che più sensibili non si può. Alcuni dirigenti scolastici, inoltre, stando a quanto trapela dal riserbo dell'Ufficio scolastico provinciale, sarebbero orientati a fornire solo numeri, non nomi né generalità. «Ci aspettiamo che le scuole ci inviino gli elenchi degli studenti», ribadisce però il dg Piazzolla.Sullo sfondo, ma non troppo, la preoccupazione di qualche genitore.«Ho tre figli di cui uno quindicenne, un altro di 11 troppo piccolo per il vaccino e un altro maggiorenne che quest'anno andrà all'università», spiega un padre che vive a Foggia. Questa circolare, se fosse interpretata alla lettera, sarebbe davvero allarmante. Passi un elenco degli alunni, ma una lista degli adolescenti non vaccinati davvero no. Ho una certa esperienza nella iscrizione dei figli a scuola. È vero che occorre presentare i certificati che attestano la somministrazione dei vaccini obbligatori, ma quella contro il coronavirus non lo è. Non c'è alcun obbligo di certificazione né di informare alcuno. Si tratta di qualcosa che attiene alla sfera personale. Inoltre parliamo di minorenni per i quali la tutela del dato sensibile è oggetto di maggiore garanzia». «In ogni caso», conclude, «per quanto mi riguarda, non credo che farò vaccinare i miei figli perché ritengo il rischio sproporzionato rispetto al beneficio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/asl-foggia-lista-non-vaccinati-2654742258.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-pediatri-tedeschi-no-agli-over-12" data-post-id="2654742258" data-published-at="1629520032" data-use-pagination="False"> I pediatri tedeschi: «No agli over 12» Paese che vai, pediatri che trovi. C'è l'Italia, dove la Società italiana di pediatria si è schierata, senza se e senza ma, a favore dei vaccini contro il coronavirus per i più piccoli. Già a margine dell'autorizzazione del Pfizer-Biontech per gli over 12, rilasciata a giugno, la presidente della Sip Annamaria Staiano si diceva «completamente favorevole alla vaccinazione anti Covid per i 12-15enni, in quanto certamente daremo a questa fascia di età i vantaggi della protezione individuale e quelli di proteggere chi hanno intorno», aggiungendo che «non ci sono effetti collaterali diversi da quelli di altri vaccini», né «evidenze scientifiche di nesso di causalità tra queste vaccinazioni ed eventi più severi, come qualcuno ha paventato». Non paghi di questa presa di posizione, pare del tutto irremovibile, i pediatri italiani si sono spinti un po' più in là, chiedendo di estendere la vaccinazione anche ai soggetti di età inferiore ai 12 anni. Giusto una manciata di giorni fa, la Staiano ha dichiarato in un'intervista che la Sip condivide l'invito rivolto dall'American academy of pediatrics alla Food and drug administration, il regolatore americano, «a prendere un provvedimento di urgenza per quanto riguarda l'autorizzazione per i vaccini nell'età compresa tra i 5 e gli 11 anni». Un appello rilanciato tramite un comunicato stampa dai toni allarmistici. «La variante delta mette in pericolo i bambini, bisogna vaccinarli», si legge nella nota, e dunque «si avverte l'esigenza di beneficiare di uno specifico intervento di prevenzione vaccinale Covid-19 per la popolazione pediatrica». E poi c'è la Germania, realtà che spesso i commentatori nostrani prendono come punto di riferimento sul piano economico e sociale. Quando si parla di vaccinare bambini e adolescenti, a Berlino la musica è radicalmente diversa. Basti pensare che la Commissione permanente per la vaccinazioni (Stiko) si è decisa a concedere il via libera all'antidoto per gli adolescenti tra i 12 e i 17 anni solo meno di una settimana fa. In precedenza, il 10 giugno scorso, gli esperti tedeschi avevano preferito raccomandare la somministrazione esclusivamente per i soggetti con gravi patologie pregresse. Prima di decidere, gli scienziati hanno preso tempo e tratto le conclusioni solo a tempo debito. «Sulla base di nuovi dati di monitoraggio, in particolare dal programma di vaccinazione americano con quasi dieci milioni di bambini e adolescenti vaccinati, i possibili rischi di vaccinazione per questa fascia di età possono ora essere quantificati e valutati in modo più affidabile», si legge nel testo del parere diffuso il 16 agosto, «dopo aver valutato attentamente queste nuove osservazioni e dati scientifici, la Stiko giunge alla conclusione che, secondo lo stato attuale delle conoscenze, i vantaggi della vaccinazione superano il rischio di effetti collaterali molto rari del vaccino». Insomma, a differenza di quanto avvenuto nel nostro Paese, in Germania non si sono fatti prendere dalla fretta. Nemmeno una volta partita la campagna vaccinale per gli over 12 i pediatri tedeschi sembrano intenzionati a cedere alle pressioni della politica e di parte dell'opinione pubblica. E quando c'è da difendere la libertà di scelta, si dimostrano pronti a levare gli scudi in favore dei loro giovani assistiti. Nella prossime settimane, a Colonia e Düsseldorf verranno allestite delle postazioni mobili di fronte agli istituti per accogliere gli studenti desiderosi di immunizzarsi. Un'iniziativa che però non piace ai medici. «Non è necessario», tuona Jakob Maske, portavoce dell'Associazione federale dei pediatri (Bvkj), «non abbiamo grandi pressioni per vaccinare i giovani il più rapidamente possibile, i nostri bambini non muoiono a centinaia». Nonostante, si badi bene, la Bvkj non si sia opposta nella sostanza alla recente decisione della Stiko di aprire alla somministrazione dell'immunogeno agli over 12. A giudicare dalle parole di Maske a essere in gioco è la libertà stessa dei ragazzi. «La pressione nell'ambiente scolastico potrebbe portare gli studenti a vaccinarsi senza che i loro genitori lo sappiano», ipotizza il portavoce della Bvkj. Tradotto, la presenza dei coetanei rischia di influenzare i più giovani, magari spingendoli a farsi immunizzare semplicemente per conformismo o, peggio, subire atti di bullismo per essersi rifiutati di ricevere la puntura. Per questo motivo, chiosa Maske, è importante decidere di vaccinarsi «insieme al tutore legale» ed eseguire «la vaccinazione in uno studio medico». Una sensibilità che i pediatri nostrani farebbero meglio a mutuare dai colleghi tedeschi.
@GaiaPanozzo
Il Trentino si prepara a vivere da protagonista i Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026, assumendo un ruolo centrale sia dal punto di vista sportivo sia sotto il profilo organizzativo e territoriale. Sul territorio provinciale verrà infatti assegnato circa il 30% delle medaglie complessive dei Giochi, un dato di assoluto rilievo che conferma il valore delle infrastrutture trentine, la solidità dell’esperienza maturata nel tempo e la capacità di gestire eventi sportivi di portata internazionale. In Val di Fiemme, nelle venue di Lago di Tesero e Predazzo, verranno assegnate complessivamente 59 medaglie. Le gare olimpiche saranno 21 e riguarderanno alcune delle discipline più iconiche dello sport invernale, come lo sci di fondo, la combinata nordica e il salto con gli sci. A queste si aggiungono 38 gare paralimpiche nelle discipline dello sci di fondo paralimpico, noto come para cross-country, e del para biathlon. Numeri che collocano il Trentino tra i territori strategici dell’intero programma olimpico e paralimpico, sia per quantità di competizioni sia per valore simbolico delle discipline ospitate.
Lo sport rappresenta da sempre un elemento identitario del Trentino, capace di attrarre visitatori da tutto il mondo grazie a un contesto naturalistico unico. Il territorio offre una vera e propria palestra a cielo aperto, ideale per la pratica sportiva in ogni stagione, dalle attività invernali a quelle outdoor primaverili ed estive. Tra cime innevate, paesaggi dolomitici e vallate alpine, l’attività sportiva è parte integrante della vita quotidiana e contribuisce in modo significativo allo sviluppo turistico, economico e sociale.
Questo legame profondo tra territorio e sport trova conferma anche nei dati. Una recente ricerca di Profit to Share per Il Sole 24 Ore ha collocato Trento al primo posto tra le province italiane per indice di sportività. Per il Trentino si tratta dell’ottavo successo nelle 19 edizioni della ricerca, un risultato che testimonia la diffusione della pratica sportiva, la qualità delle strutture disponibili e l’efficienza del sistema organizzativo locale.
In questo contesto si inserisce la scelta della Val di Fiemme come Host Venue per le discipline nordiche. Gli stadi del fondo al Lago di Tesero e del salto a Predazzo rappresentano da anni punti di riferimento a livello internazionale, grazie a infrastrutture di alto livello e a una tradizione consolidata nell’ospitare eventi sportivi di massimo prestigio. Le gare olimpiche di sci di fondo e combinata nordica, così come le competizioni paralimpiche di para cross-country skiing e para biathlon, si svolgeranno presso l’impianto di Tesero. Le gare di salto con gli sci, maschili, femminili, a squadre e a squadre miste, avranno invece luogo presso lo Stadio del Salto di Predazzo, struttura che da tempo accoglie appuntamenti di Coppa del Mondo e manifestazioni internazionali.
I Giochi si svolgeranno dal 6 al 22 febbraio, mentre i Giochi paralimpici dal 6 al 15 marzo 2026. Durante tutto il periodo olimpico e paralimpico, l’accessibilità delle valli di Fiemme e Fassa sarà garantita sia dal punto di vista della viabilità sia per quanto riguarda la fruibilità delle ski area, che resteranno operative e non verranno chiuse in occasione delle competizioni. Una scelta strategica che permetterà a residenti e turisti di continuare a vivere il territorio, praticare sport e usufruire dei servizi anche durante lo svolgimento dei Giochi, in un equilibrio tra grandi eventi e vita quotidiana delle comunità locali.
Accanto allo sport, il Trentino sarà protagonista anche sul piano culturale grazie all’Olimpiade culturale Milano-Cortina 2026, che rappresenta un’opportunità per valorizzare il rapporto tra cultura e sport come leva di crescita per i territori. A febbraio 2024 il Trentino ha inaugurato l’Olimpiade culturale ospitando alle Gallerie di Trento la prima mostra del progetto espositivo triennale «Anelli di congiunzione». Da questa esperienza è nato il progetto «Combinazioni_caratteri sportivi», che coinvolge dodici realtà del sistema museale provinciale in tredici proposte culturali tra mostre, spettacoli e iniziative diffuse.
I Giochi lasceranno infine una legacy significativa per il territorio, fatta di competenze, esperienze e infrastrutture che contribuiranno ad accrescere ulteriormente l’attrattività del Trentino come destinazione per eventi sportivi internazionali. Un patrimonio che assume un valore ancora maggiore in vista dei Giochi olimpici giovanili invernali Yog 2028, già assegnati al Trentino. È già attiva la biglietteria ufficiale per assistere alle gare attraverso il sito di ticketing di Milano-Cortina 2026.
Fiemme e Fassa, valli sempre aperte durante l’evento sportivo mondiale
La promessa è chiara: durante i Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 la Val di Fiemme e la Val di Fassa non saranno territori blindati. Dal 6 al 22 febbraio, mentre sci di fondo, salto e combinata nordica assegneranno medaglie tra Lago di Tesero e Predazzo, la quasi totalità delle strade resterà aperta al traffico e gli impianti sciistici continueranno a funzionare, seppur con alcune limitazioni. Una scelta che punta a evitare l’effetto «zona rossa» già visto in altri grandi eventi, ma che impone un delicato equilibrio tra sicurezza, mobilità e vita quotidiana delle comunità locali.Il piano, definito dopo mesi di confronto tra organizzatori, Commissariato del governo e Questura di Trento, prevede poche chiusure mirate: via Stazione, tra Tesero e la frazione di Lago, sarà riservata alle navette olimpiche, così come le strade che costeggiano la caserma della Guardia di finanza di Predazzo, sede del villaggio olimpico. Per il resto, salvo emergenze o criticità impreviste, la circolazione ordinaria sarà garantita. A presidiare la situazione sarà una centrale operativa presso i vigili del fuoco di Cavalese, chiamata a intervenire in tempo reale su eventuali congestioni o problemi di viabilità.L’accesso alle venue di gara resterà però rigidamente controllato: a Lago di Tesero e allo Stadio del Salto di Predazzo entreranno solo accreditati e possessori di biglietto, con l’obiettivo di separare i flussi locali da quelli olimpici. È qui che entra in gioco il sistema dei parcheggi e delle navette, pensato per spostare migliaia di tifosi senza riversarli nei centri abitati. I principali hub saranno distribuiti lungo la valle: dal Lido di Molina di Fiemme alla Troticoltura e al Vivaio forestale di Masi di Cavalese, fino all’area artigianale di Tesero, snodo chiave per chi raggiunge il Centro del Fondo. Per il salto, invece, i parcheggi di Mezzavalle e Moena faranno da filtro verso Predazzo.Ampio spazio sarà riservato anche ai bus: zone artigianali, centri sportivi e piazzali comunali verranno riconvertiti temporaneamente a posteggi per pullman, con l’obiettivo di ridurre il traffico privato. Una strategia che, nelle intenzioni, limiterà l’impatto sulle arterie principali, dalla statale 48 alla strada di fondovalle, entrambe confermate come aperte. Non si escludono però deviazioni consigliate, come l’uscita di Bolzano Nord sull’A22 Brennero-Modena per raggiungere la Val di Fassa passando da Val d’Ega e Passo Costalunga.Capitolo impianti: Alpe Cermis, Alpe Lusia-Bellamonte e Pampeago resteranno operativi senza restrizioni, mentre lo Ski Center Latemar dovrà ridimensionare l’attività a Predazzo, dove la partenza della cabinovia ricade all’interno dell’area olimpica. Un sacrificio parziale, compensato dalla possibilità di accedere al comprensorio da Pampeago e Obereggen.Resta il nodo più delicato: la sostenibilità reale di un evento che porterà in valle atleti, staff, volontari e migliaia di spettatori. Il rafforzamento del trasporto pubblico, con collegamenti anche da Trento, è la risposta messa sul tavolo. La scommessa, per Fiemme e Fassa, è vivere l’Olimpiade senza sospendere la normalità. Una sfida logistica prima ancora che sportiva.
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Andrea Orcel (Ansa)
A suggerire la validità dell’integrazione fra Milano e Siena è un report di Deutsche Bank, che mette in fila le ragioni industriali dell’eventuale accordo. Unicredit, integrando Mps, potrebbe sfruttarne i prodotti nella gestione patrimoniale e nella distribuzione specializzata nel private banking. Detto più semplicemente: rafforzare la presenza dove oggi il gruppo di Piazza Aulenti mostra un punto debole piuttosto evidente. Oltre 1.000 consulenti finanziari, una distribuzione di fascia alta che consentirebbe al gruppo guidato da Orcel di consolidare il presidio sul segmento più redditizio. Un salto che, sempre secondo Deutsche Bank, migliorerebbe anche una posizione già forte nel credito al consumo e aprirebbe la porta a sinergie rilevanti considerato che nel portafoglio di Mps ora c’è anche Mediobanca. Insomma, ci sarebbe possibilità di «sfruttare ed espandere l’attività della banca d’affari attraverso la rete europea di Unicredit». Insomma, Siena come snodo, non come fardello.
A dare consistenza alle voci contribuiscono dettagli non certo secondari. A cominciare dagli ottimi rapporti personali. A volere Orcel alla guida di Unicredit dopo la fallimentare esperienza di Jean Pierre Mustier era stato proprio Leonardo Del Vecchio. Una scelta certamente azzeccata considerando che il titolo è passato da meno di 9 euro ai 71 attuali. A questo bisogna aggiungere che Orcel è membro del consiglio d’amministrazione della Fondazione Del Vecchio insieme a Francesco Milleri, presidente di Delfin. Una consuetudine che rende probabile il successo della trattativa per la vendita della partecipazione in Mps. Tanto più che gli eredi Del Vecchio premono per fare liquidità e chiudere dopo quasi quattro anni la successione al vecchio Leonardo.
E mentre il dossier Mps resta sullo sfondo, un altro cda si prepara a entrare nel vivo: quello di Banco Bpm. Il prossimo 20 gennaio il consiglio di Piazza Meda affronterà la revisione dello statuto e farà il punto sulla lista da presentare per il rinnovo del board di aprile. Qui la variabile francese si chiama Credit Agricole, autorizzato dalla Bce a salire sopra il 20% ma con una serie di raccomandazioni molto precise sulla governance. Traduzione: contare sì, comandare no.
I francesi, almeno per ora, hanno promesso di restare sotto la soglia dell’opa - oggi al 25%, domani al 30% con il nuovo Tuf - ma avranno comunque la forza per condizionare le strategie di Bpm sul terreno delle aggregazioni. Il loro obiettivo è di avere almeno cinque consiglieri su 15. Una rappresentanza di peso. Soprattutto considerando che fino a ora i francesi non esprimevano nessun consigliere.
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Alessandro Giuli (Ansa)
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, batte un colpo. «Anzi», dice alla Verità, «sparo un colpo di cannone, se non trovo ostacoli che mi bagnano le polveri. Userò la legge delega per bonificare il sistema perverso che ho ereditato», annuncia. Speriamo sia la volta buona. Perché ci è voluta la notizia del finanziamento con il tax credit di quasi 800.000 euro (su 2,4 milioni di budget) del ministero di via del Collegio romano alla pessima docuserie su Fabrizio Corona visibile su Netflix per svelare che, nonostante le promesse dopo l’inchiesta di Davide Perego su questo giornale, in realtà le cose continuavano tranquillamente come prima. La prova sta nella data - 23 dicembre 2025 - del decreto di approvazione dei finanziamenti ai cinque episodi di Io sono notizia diretti da Massimo Cappello per la casa di produzione Bloom media house.
Insieme al documentario di Netflix, numerose altre serie tv per Sky e Paramount+ (Call my agent, Gomorra - Le origini, Vita da Carlo fra le altre) e opere cinematografiche (da Parthenope a Buen camino) hanno ottenuto il sostegno del credito d’imposta grazie al provvedimento firmato dal nuovo direttore generale del dipartimento Cinema e audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni, subentrato a Nicola Borrelli, dimessosi nel luglio scorso in seguito alla scoperta degli 863.595 euro percepiti, attraverso Coevolution srl, da Francis Kaufmann, il finto regista ora in carcere con l’accusa di omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda nel parco di Villa Pamphili a Roma. Stavolta non ci saranno dimissioni perché, anche se ancora non sembra, il processo di revisione del sistema di finanziamenti a film, documentari e serie tv è stato avviato. Dal punto di vista strettamente tecnico, osserva un funzionario, il tax credit alla serie sull’ex re dei paparazzi non era rifiutabile con il sistema in vigore. Che, infatti, con il limite della pazienza, si aspetta venga cambiato.
Sciogliere le incrostazioni di decenni di ministri di sinistra organici agli autori d’area richiede un certo lasso di tempo. Ma c’è da augurarsi che «il caso Corona-Netflix» imprima un’accelerazione al processo. Un segnale in questa direzione sembra venire dalle audizioni di ieri in commissione Cultura della Camera che hanno confermato, come annunciato dal presidente Federico Mollicone, la validità dell’impianto normativo della legge delega in vista di «un rafforzamento industriale del comparto». In particolare, è stata definita l’adozione di strumenti per «una gestione più efficiente della tesoreria del Fondo attraverso intermediari bancari vigilati» e per «il rafforzamento delle competenze tecniche del ministero, insieme al potenziamento dei controlli sul credito d’imposta, anche attraverso figure come il tax credit manager».
Ci si augura che queste misure siano sufficienti per «bonificare il sistema perverso ereditato», secondo le parole del ministro. Perché i meccanismi di finanziamento conservano una farraginosità nella quale si allargano le zone grigie. Per fare un esempio, le opere che sbancando il botteghino, tipo Buen camino, fresco campione d’incassi del cinema italiano, dimostrano di non aver bisogno del tax credit, potrebbero essere oggetto di un ricalcolo. Cosicché, a fine corsa, il ministero potrebbe chiedere la restituzione dei quasi otto milioni assegnati al film del duo Zalone-Nunziante, magari per girarli a produzioni più povere. Al contrario, all’interno di una valutazione culturale più che di cassa, potrebbero avere una loro motivazione i due milioni di tax credit, su quattro di budget, a un film non riuscitissimo come Albatross, di Giulio Base, sulla storia di Almerigo Grilz. Certe opere che colmano un vuoto devono essere più pesate che calcolate. Perché queste valutazioni trovino spazio è auspicabile una riduzione degli automatismi consentiti dal meccanismo teoricamente asettico del tax credit per far spazio al lavoro di più commissioni dove decidere anche a maggioranza l’assegnazione dei finanziamenti. Insomma, i margini di intervento ci sono.
Ma forse, più che dal grande e meritato successo di Buen camino, il vero cambio di egemonia dipende dalla rimozione delle troppe incrostazioni sedimentate nei livelli amministrativi di certi ministeri. Quelle che, per esempio, nel 2023 hanno consentito di elargire 6.518.715 euro di tax credit (su 26.439.067 di budget) alla serie Supersex su Rocco Siffredi, prodotta da The Apartment e Groenlandia sempre per Netflix. Pochi giorni dopo il rilascio sulla piattaforma, il sottosegretario del ministero della Cultura, Gianmarco Mazzi, stigmatizzò pubblicamente il fatto, auspicando un radicale cambio di rotta nella gestione dei fondi. Peraltro, detto senza moralismi, in quel caso, ritraendo la vita di un pornoattore di successo, non si prefigurava l’incitamento all’uso della pornografia, possibile causa di negazione del finanziamento?
Comunque sia, era il 14 marzo 2024 quando Mazzi manifestava il suo disappunto. Da Rocco Siffredi a Fabrizio Corona sono trascorsi un anno e dieci mesi. Ma il problema sussiste.
Zerocalcare disegna «Due spicci» ma prende 3 milioni
The Iris Affair - Missione ad alto rischio è «una miniserie televisiva anglo-italiana ideata da Neil Cross e diretta da Terry McDonough e Sarah O’Gorman», recita Wikipedia. Prodotta da Sky Studios e Fremantle, è stata girata in Italia, dalla Sardegna a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Visibile da metà ottobre 2025 sul canale Sky Atlantic, le otto puntate sono le vincitrici della speciale classifica delle produzioni più generosamente finanziate dal ministero della Cultura attraverso il tax credit nel corso del 2025: ben 14,2 milioni di sovvenzioni sono stati garantiti al prodotto. Mica pochi. Secondo posto del podio per la serie italo-francese di Luxvide, Sandokan, ideata da Luca Bernabei e interpretata da Can Yaman e Alessandro Preziosi: qui ci ferma poco sopra gli otto milioni di euro di sussidi, 8,1 per l’esattezza. Medaglia di bronzo per Motor valley, sei episodi visibili su Netflix a partire dal 10 febbraio 2026, ideati da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e Matteo Rovere e con protagonisti Luca Argentero e Giulia Michelini. Qui il tax credit ha garantito ai produttori 7,6 milioni di vantaggi fiscali. Le produzioni in cima alla lunga classifica ufficiale del ministero della Cultura fanno, da sole, quasi 30 milioni di euro di sovvenzioni elargite a colossi della streaming, del satellite o a televisioni già sovvenzionate con il canone. Ce n’era bisogno? Piattaforme e canali che chiedono abbonamenti sempre più onerosi per godere dei loro servizi devono essere davvero finanziate in maniera così generosa? In parole povere: non possono camminare con le proprie gambe? The Beauty è una serie thriller internazionale FX creata da Ryan Murphy. in arrivo su Disney+. La stagione, composta da 11 puntate, ha ricevuto 6,1 milioni di tax credit. Sono 5,6, invece, i milioni assicurati alla produzione della quinta stagione di Emily in Paris, con Lily Collins (solo 1,6, invece, quelli assicurati alla quarta stagione). Questi sono quelli richiesti dalla 360 Degrees Film srl, una delle società produttrici. L’altra, la Zeuca Film, ha fatto analogamente richiesta di tax credit, ottenendo l’ok per 2,3 milioni. A quanto risulta dai dati ministeriali, dunque, la serie (bollata così da The New Yorker: «La serie è così povera di trama e di cose che succedono che si può direttamente tenere in sottofondo mentre facciamo qualche altra cosa») ha avuto 7,9 milioni di sgravi. Altri maxi importi sono stati garantiti a Il paradiso delle signore (settima stagione, 5,4 milioni), Regina del Sud (sempre di Luxvide, 5,3), La scuola di Ivan Silvestrini (prodotta da Picomedia, visibile su Netflix, 4,9 milioni). Nord Sud Ovest Est, la serie sulla genesi del gruppo 883 di Sky, ha beneficiato di 4,7 milioni. Gomorra - Le origini, prequel della serie tratta dal libro di Roberto Saviano, si è assicurata 4,5 milioni di euro. Altri 4 milioni sono finiti a Luxvide per la terza stagione di Blanca, 3,3 sono stati assicurati a Il falsario di Netflix, con Pietro Castellitto. Alessandro Gassmann, uno degli attori più presenti nella classifica dei film-flop sovvenzionati dagli italiani sui cui La Verità aveva rendicontato in estate, è il protagonista della serie Rai Un professore 3 che si è assicurata 3,3 milioni di tax. Gassmann ha diretto anche il film per la televisione Questi fantasmi: un milione di aiuti anche qui. ZeroZeroZero è una miniserie televisiva italo-franco-statunitense creata da Stefano Sollima. I primi otto episodi, prodotti per Sky Atlantic, Canal+ e Prime Video, erano stati trasmessi nel 2020: cinque anni dopo, un milioncino di tax credit non si nega. Alla quinta e la sesta stagione di Mare fuori sono arrivati complessivamente 6,5 milioni, a Call my agenti Italia (terza stagione), visibile su Sky, 3,2. Uno sbirro in Appennino è la nuova fiction di Rai 1 con protagonista Claudio Bisio: uscirà nel corso dell’anno, 3,1 i milioni di tax credit assicurati dal Mic. Sempre su Netflix arriverà, nel corso dell’anno, pure la serie Due spicci: di nome, ma non di fatto visto che gli episodi della serie animata di Zerocalcare (Michele Rech) e con Valerio Mastrandrea nel ruolo dell’Armadillo ha avuto un bonus ministeriale di 3 milioni. E che dire, infine, della serie Fbi International? La quarta stagione, agevolata per 1,5 milioni, è stata anche l’ultima visto che la serie è stata cancellata a causa del calo degli ascolti.
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