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2025-03-03
L’Artico conteso
Donald Trump ha avviato il suo secondo mandato presidenziale con il chiaro intento di perseguire vari obiettivi, tra cui l’acquisto della Groenlandia dalla Danimarca. A prima vista questa proposta è sembrata eccentrica, tuttavia un’analisi più approfondita mostra come questa iniziativa rientri nei primi passi degli Stati Uniti per consolidare la propria influenza nella regione artica come scritto nel documento «Strategia artica del Dipartimento della Difesa per il 2024». Con lo scioglimento dei ghiacci dovuto ai cambiamenti climatici, il controllo dell’Artico assumerà un ruolo cruciale per l’economia mondiale e la sicurezza globale. Eppure, sia per gli Stati Uniti che per i loro alleati, questa area è stata a lungo trascurata dal punto di vista strategico. Così Russia e Cina hanno potuto rafforzare significativamente la loro presenza militare ed economica nella regione, mettendo gli Stati Uniti e la Nato nella scomoda posizione di dover colmare il divario solo in tempi recenti.
Quali Paesi rientrano tra gli Stati artici? Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia e gli Stati Uniti. Queste otto nazioni fanno parte del Consiglio Artico, l’organizzazione che promuove la cooperazione internazionale per garantire uno sviluppo sostenibile e la protezione dell’ambiente nella regione. La regolamentazione principale che disciplina quest’area è la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos). Secondo questa convenzione ogni Stato ha il diritto di controllare una zona economica esclusiva che si estende fino a 200 miglia nautiche (circa 370 km) dalla propria costa e un mare territoriale fino a 12 miglia nautiche (circa 22 km). Attraverso le disposizioni dell’Unclos gli otto Stati artici hanno consolidato la loro sovranità su specifiche porzioni della regione. E cosa c’entra la Cina? In realtà Pechino non rientra tra gli Stati artici e di conseguenza non può rivendicare territori nella regione secondo quanto stabilito dall’Unclos. Tuttavia, nel 2014 si è autodefinita «uno Stato quasi artico», e anche se questa affermazione non ha alcun valore in termini di riconoscimento nel diritto internazionale, è servita a Pechino per aumentare la propria presenza nell’area. Da quel momento, il presidente cinese Xi Jinping, come ha ricordato più volte il Financial Times, ha fissato come obiettivo per il suo governo l’affermazione della Cina come «una potenza polare» e per raggiungere questo ambizioso traguardo Pechino ha siglato un’alleanza strategica con la Russia, finalizzata a consolidare le rispettive posizioni nell’Artico e a contrastare l’influenza della Nato nella regione.
L’Artico è un’area di forte interesse economico e geopolitico, in particolare per il controllo delle rotte commerciali. Entro l’estate del 2035 alcune zone potrebbero essere prive di ghiacci a causa del cambiamento climatico, una circostanza che apre a nuove possibilità per il traffico marittimo che vedrà ridurre sensibilmente i tempi di navigazione tra Nord America, Asia ed Europa. Tutto questo si traduce in centinaia di milioni di dollari.
Il fulcro della collaborazione artica tra Russia e Cina è rappresentato dalla Via della Seta Polare (Psr, Polar Silk Road), annunciata nel 2017. Questo programma rientra nella più ampia Belt and Road Initiative (La Nuova via della Seta), il progetto cinese volto alla realizzazione di infrastrutture globali per estendere la propria influenza. La Psr, in particolare, si concentra sulla creazione di nuove rotte commerciali nell’Artico e sull’estrazione delle immense risorse naturali della regione. La Cina sta collaborando con la Russia sulla rotta polare di San Lorenzo anche a causa della rivendicazione territoriale russa sulla rotta del Mare del Nord, una delle due principali vie di navigazione nell’Artico. Gli Stati Uniti invece, hanno incontrato notevoli difficoltà nella gestione delle questioni artiche, poiché non esercitano alcun controllo diretto su nessuna delle due rotte.
Sebbene il loro alleato, il Canada, controlli il Passaggio a Nord-Ovest, Washington si oppone a questa sovranità canadese. Invece di lavorare per creare una cooperazione commerciale con il Canada e altri Paesi artici, gli Usa sono andati avanti per la loro strada a hanno concentrato i loro sforzi nel tentativo di far riconoscere entrambe le rotte artiche come acque internazionali. Washington sostiene che, in base all’Unclos, «nessun singolo Paese dovrebbe regolamentare queste rotte, poiché sono cruciali per la navigazione internazionale». Tuttavia, questa strategia si è rivelata fallimentare, dato che né la Russia né il Canada hanno accettato di rinunciare al loro controllo sulle rispettive vie marittime.
Come scrive Politico, gli Stati Uniti e il Canada sono rimasti molto indietro rispetto a Russia e Cina nello sviluppo delle infrastrutture commerciali nell’Artico, mentre Mosca, che si è mossa con largo anticipo, dispone già di due porti operativi a Murmansk e Sabetta, strategici per il commercio e l’estrazione del gas naturale. La compagnia di navigazione cinese Cosco ha iniziato le spedizioni artiche nel 2013, effettuando un totale di 22 viaggi tra il 2013 e il 2018. Al contrario, gli Stati Uniti hanno avviato solo nel 2024 la costruzione del loro primo porto in acque profonde nell’Artico, situato a Nome, in Alaska. Anche il Canada sta realizzando due porti simili, ma entrambi i progetti hanno subito ritardi significativi e oggi nessuno sa quando entreranno in funzione. Nel 2022, circa 1.700 navi hanno attraversato l’Artico, con la maggior parte del traffico concentrato lungo la rotta del Mare del Nord, controllata dalla Russia. La quasi totalità delle imbarcazioni era russa o cinese, mentre quelle occidentali erano quasi assenti, a causa delle rigide restrizioni e delle barriere imposte da Mosca sulla navigazione nell’area. Il ritardo nella costruzione di infrastrutture portuali nell’Artico ha messo Stati Uniti e Canada in una posizione di svantaggio rispetto a Russia e Cina nella competizione economica per il controllo della regione. Con l’intensificarsi del commercio artico previsto nel prossimo decennio, gli Stati Uniti e i loro alleati rischiano di non poter sfruttare i tempi di navigazione ridotti offerti dalle nuove rotte. Per colmare questo divario, saranno necessari ingenti investimenti nella costruzione di navi rompighiaccio, al fine di rendere il passaggio a Nord-Ovest una via commerciale competitiva rispetto alla rotta del Mare del Nord controllata dalla Russia. Ma gli Usa non si arrenderanno perché «l’Artico è una regione strategicamente importante per gli Stati Uniti. L’obiettivo principale del Dipartimento della Difesa è proteggere la sicurezza del popolo americano, compresi coloro che chiamano l’Artico “casa”» e gli americani lo hanno chiaramente detto durante l’ultimo vertice di Riad con la Russia.
Un tesoro in minerali che può spezzare il monopolio cinese
La corsa al controllo dell’Artico non riguarda solo le rotte marittime, ma anche le vaste riserve di risorse naturali, in particolare petrolio, gas e minerali. Con la crescente domanda energetica globale molti Paesi hanno puntato lo sguardo su questa regione nella speranza di scoprirne nuove fonti. Storicamente tre aree dell’Artico sono state al centro dello sfruttamento petrolifero: la costa del Mare di Beaufort (include il versante settentrionale dell’Alaska e il delta del Mackenzie in Canada); l’Artico nord-orientale canadese (Nunavut); la Russia nord-occidentale (Mare di Barents e Siberia occidentale). Tuttavia, stime più recenti suggeriscono che l’Artico potrebbe contenere circa il 22% delle riserve mondiali di petrolio e gas ancora inesplorate. Secondo una valutazione del 2008 dell’Us Geological Survey, si tratta di un potenziale pari a 412 miliardi di barili di petrolio equivalente.
Di queste risorse, si stima che circa il 78% sia costituito da gas naturale e gas naturale liquefatto (gnl). In particolare, il bacino della Siberia occidentale e quello del Mare di Barents orientale sono considerati strategici, poiché conterrebbero il 47% delle risorse artiche ancora non scoperte. In queste aree, il gas naturale e il gnl rappresenterebbero il 94% delle riserve totali.
Nel suo rapporto economico del 2024, l’Arctic Economic Council (Aec) ha sottolineato il ruolo cruciale che l’attività mineraria nei Paesi artici potrebbe avere nel soddisfare la crescente domanda globale di materie prime essenziali. La regione artica ospita ben 31 di 34 materiali ritenuti fondamentali per la tecnologia dell’energia pulita. Tra questi spiccano gli elementi delle terre rare, indispensabili per lo sviluppo di veicoli elettrici, batterie e turbine eoliche. In particolare, Norvegia, Svezia e Groenlandia sono al centro dell’interesse per l’estrazione di questi materiali strategici. L’attività mineraria nell’Artico non è una novità: l’Alaska ospita la più grande miniera di zinco al mondo, mentre la Svezia vanta il più grande giacimento europeo di minerale di ferro.
Secondo Arctic Review, la Groenlandia dispone di riserve minerarie di neodimio e disprosio sufficienti a coprire un quarto della futura domanda globale, pari a 38,5 milioni di tonnellate.
Nel 2023, la società svedese Lkab ha annunciato la scoperta di un deposito di terre rare a Kiruna, con oltre 1 milione di tonnellate di ossidi, inizialmente il più grande d’Europa. Tuttavia, nel 2024 è stato superato dal Fen Carbonatite Complex in Norvegia.
Queste scoperte rafforzano il ruolo dell’Artico nordico come alternativa alla Cina per l’approvvigionamento di terre rare, come conferma il rinnovato interesse di Donald Trump per i minerali della Groenlandia.
Tuttavia, i costi elevati della manodopera e le rigide normative hanno spesso frenato gli investimenti, poiché le aziende del settore tendono a privilegiare operazioni a basso costo e alta resa. Oltre agli aspetti normativi ed economici, le difficili condizioni ambientali rappresentano un ulteriore ostacolo. Il freddo estremo e le poche ore di luce solare rendono complessa la costruzione di infrastrutture, mentre l’offerta di salari competitivi è necessaria per attrarre lavoratori qualificati. Di conseguenza, il potenziale minerario della regione è rimasto in gran parte inesplorato, un aspetto che l’Aec e altri attori stanno cercando di cambiare.
Con una domanda di minerali essenziali destinata a crescere esponenzialmente e un’attenzione crescente sulla dipendenza dalla Cina, leader nel mercato delle terre rare, l’Artico sta tornando al centro dell’interesse per l’industria mineraria globale. Il futuro dello sviluppo petrolifero nell’Artico è condizionato da sfide tecniche, politiche e ambientali. Le difficili condizioni climatiche richiedono materiali e tecnologie avanzate per la costruzione di infrastrutture, soprattutto con l’aggravarsi del cambiamento climatico. Inoltre, l’ambiente fragile e le comunità indigene della regione impongono rigidi vincoli ai progetti legati a petrolio e gas.
Militarmente oggi Mosca è dieci anni avanti
Negli ultimi anni, si è assistito a un’intensificazione della presenza militare nell’Artico. Russia e Cina hanno rafforzato la loro cooperazione militare nella regione, con Mosca che ha continuato a sviluppare infrastrutture strategiche, mentre gli Usa hanno progressivamente ridotto le proprie installazioni militari nell’area. Un episodio significativo si è verificato nel luglio 2024, quando il North American Aerospace Defense Command (Norad) ha intercettato bombardieri russi e cinesi nei pressi dell’Alaska. Si è trattato della prima volta in cui velivoli di entrambe le nazioni sono stati fermati insieme in questa zona. Tuttavia, il ministero della Difesa cinese ha poi chiarito che si trattava dell’ottava missione congiunta sul Mare di Bering dal 2019. Dal 2005 la Russia è impegnata nel riattivare le basi militari artiche risalenti all’epoca sovietica, oltre a rafforzare la sua marina e le capacità di combattimento nell’area. Dopo la fine della Guerra Fredda il Dipartimento della Difesa Usa ha ridotto o chiuso gran parte delle basi in Alaska, concentrandosi su altre aree del pianeta. Inoltre, il sistema di allerta del Norad si affida ancora a tecnologie radar obsolete, il che potrebbe spiegare le difficoltà nel rilevare tempestivamente le operazioni congiunte di Russia e Cina nella regione. Secondo gli esperti, l’Occidente avrà bisogno di circa un decennio per colmare il divario rispetto alla Russia nell’Artico.
La Russia ha deliberatamente danneggiato le infrastrutture occidentali nell’Artico per consolidare la propria supremazia, senza assumersi la responsabilità degli attacchi. L’ultimo è avvenuto il 20 febbraio nel Mar Baltico, a est dell’isola di Gotland, con la Svezia che ha avviato un’indagine in seguito alla scoperta di un nuovo cavo danneggiato dopo che negli ultimi mesi si sono verificati diversi casi simili riguardanti infrastrutture sottomarine. Nel 2024 il Pentagono ha denunciato che Mosca aveva interferito con i sistemi Gps statunitensi nell’Artico. Anche altri Paesi della regione, come la Finlandia, hanno riportato episodi analoghi di disturbo del segnale Gps. Inoltre, nel 2021, un cavo in fibra ottica usato dalla Norvegia per monitorare l’attività sottomarina nell’Artico è stato reciso in circostanze sospette. Lo stesso è accaduto nel 2022, quando due cavi sottomarini che collegavano l’isola di Svalbard con la Norvegia continentale sono stati tranciati. In entrambi i casi la Norvegia ha dovuto fare affidamento su sistemi di backup meno efficienti, rivelando così le vulnerabilità della sua rete di comunicazione nell’Artico. Sebbene questi episodi possano essere accidentali o scollegati tra loro, il capo della Difesa norvegese ha dichiarato di ritenere che la Russia abbia le capacità per condurre tali operazioni.
Come ricordato da The Barents Observer, un ulteriore segnale del predominio russo nella regione artica è la sua capacità di nuclearizzare l’area, mentre gli Usa hanno evitato di adottare strategie simili. La crescente presenza nucleare della Russia nell’Artico rappresenta una sfida gigantesca per gli Stati Uniti e la Nato.
Continua a leggereRiduci
Per via dello scioglimento dei ghiacci, la regione polare è sempre più strategica per il commercio globale e le risorse. Anche di questo Usa e Russia hanno parlato a Riad. L’America vuol contenere le iniziative di Pechino, ma parte in svantaggio.L’area ha il 22% delle riserve di petrolio e gas inesplorate. E soprattutto terre rare, sempre più ricercate per la tecnologia pulita. I costi di estrazione però sono elevati.Militarmente oggi Mosca è dieci anni avanti. Mentre Washington chiudeva le sue basi, Vladimir Putin investiva in infrastrutture e nucleare.Lo speciale contiene tre articoli.Donald Trump ha avviato il suo secondo mandato presidenziale con il chiaro intento di perseguire vari obiettivi, tra cui l’acquisto della Groenlandia dalla Danimarca. A prima vista questa proposta è sembrata eccentrica, tuttavia un’analisi più approfondita mostra come questa iniziativa rientri nei primi passi degli Stati Uniti per consolidare la propria influenza nella regione artica come scritto nel documento «Strategia artica del Dipartimento della Difesa per il 2024». Con lo scioglimento dei ghiacci dovuto ai cambiamenti climatici, il controllo dell’Artico assumerà un ruolo cruciale per l’economia mondiale e la sicurezza globale. Eppure, sia per gli Stati Uniti che per i loro alleati, questa area è stata a lungo trascurata dal punto di vista strategico. Così Russia e Cina hanno potuto rafforzare significativamente la loro presenza militare ed economica nella regione, mettendo gli Stati Uniti e la Nato nella scomoda posizione di dover colmare il divario solo in tempi recenti. Quali Paesi rientrano tra gli Stati artici? Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia e gli Stati Uniti. Queste otto nazioni fanno parte del Consiglio Artico, l’organizzazione che promuove la cooperazione internazionale per garantire uno sviluppo sostenibile e la protezione dell’ambiente nella regione. La regolamentazione principale che disciplina quest’area è la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos). Secondo questa convenzione ogni Stato ha il diritto di controllare una zona economica esclusiva che si estende fino a 200 miglia nautiche (circa 370 km) dalla propria costa e un mare territoriale fino a 12 miglia nautiche (circa 22 km). Attraverso le disposizioni dell’Unclos gli otto Stati artici hanno consolidato la loro sovranità su specifiche porzioni della regione. E cosa c’entra la Cina? In realtà Pechino non rientra tra gli Stati artici e di conseguenza non può rivendicare territori nella regione secondo quanto stabilito dall’Unclos. Tuttavia, nel 2014 si è autodefinita «uno Stato quasi artico», e anche se questa affermazione non ha alcun valore in termini di riconoscimento nel diritto internazionale, è servita a Pechino per aumentare la propria presenza nell’area. Da quel momento, il presidente cinese Xi Jinping, come ha ricordato più volte il Financial Times, ha fissato come obiettivo per il suo governo l’affermazione della Cina come «una potenza polare» e per raggiungere questo ambizioso traguardo Pechino ha siglato un’alleanza strategica con la Russia, finalizzata a consolidare le rispettive posizioni nell’Artico e a contrastare l’influenza della Nato nella regione. L’Artico è un’area di forte interesse economico e geopolitico, in particolare per il controllo delle rotte commerciali. Entro l’estate del 2035 alcune zone potrebbero essere prive di ghiacci a causa del cambiamento climatico, una circostanza che apre a nuove possibilità per il traffico marittimo che vedrà ridurre sensibilmente i tempi di navigazione tra Nord America, Asia ed Europa. Tutto questo si traduce in centinaia di milioni di dollari. Il fulcro della collaborazione artica tra Russia e Cina è rappresentato dalla Via della Seta Polare (Psr, Polar Silk Road), annunciata nel 2017. Questo programma rientra nella più ampia Belt and Road Initiative (La Nuova via della Seta), il progetto cinese volto alla realizzazione di infrastrutture globali per estendere la propria influenza. La Psr, in particolare, si concentra sulla creazione di nuove rotte commerciali nell’Artico e sull’estrazione delle immense risorse naturali della regione. La Cina sta collaborando con la Russia sulla rotta polare di San Lorenzo anche a causa della rivendicazione territoriale russa sulla rotta del Mare del Nord, una delle due principali vie di navigazione nell’Artico. Gli Stati Uniti invece, hanno incontrato notevoli difficoltà nella gestione delle questioni artiche, poiché non esercitano alcun controllo diretto su nessuna delle due rotte. Sebbene il loro alleato, il Canada, controlli il Passaggio a Nord-Ovest, Washington si oppone a questa sovranità canadese. Invece di lavorare per creare una cooperazione commerciale con il Canada e altri Paesi artici, gli Usa sono andati avanti per la loro strada a hanno concentrato i loro sforzi nel tentativo di far riconoscere entrambe le rotte artiche come acque internazionali. Washington sostiene che, in base all’Unclos, «nessun singolo Paese dovrebbe regolamentare queste rotte, poiché sono cruciali per la navigazione internazionale». Tuttavia, questa strategia si è rivelata fallimentare, dato che né la Russia né il Canada hanno accettato di rinunciare al loro controllo sulle rispettive vie marittime.Come scrive Politico, gli Stati Uniti e il Canada sono rimasti molto indietro rispetto a Russia e Cina nello sviluppo delle infrastrutture commerciali nell’Artico, mentre Mosca, che si è mossa con largo anticipo, dispone già di due porti operativi a Murmansk e Sabetta, strategici per il commercio e l’estrazione del gas naturale. La compagnia di navigazione cinese Cosco ha iniziato le spedizioni artiche nel 2013, effettuando un totale di 22 viaggi tra il 2013 e il 2018. Al contrario, gli Stati Uniti hanno avviato solo nel 2024 la costruzione del loro primo porto in acque profonde nell’Artico, situato a Nome, in Alaska. Anche il Canada sta realizzando due porti simili, ma entrambi i progetti hanno subito ritardi significativi e oggi nessuno sa quando entreranno in funzione. Nel 2022, circa 1.700 navi hanno attraversato l’Artico, con la maggior parte del traffico concentrato lungo la rotta del Mare del Nord, controllata dalla Russia. La quasi totalità delle imbarcazioni era russa o cinese, mentre quelle occidentali erano quasi assenti, a causa delle rigide restrizioni e delle barriere imposte da Mosca sulla navigazione nell’area. Il ritardo nella costruzione di infrastrutture portuali nell’Artico ha messo Stati Uniti e Canada in una posizione di svantaggio rispetto a Russia e Cina nella competizione economica per il controllo della regione. Con l’intensificarsi del commercio artico previsto nel prossimo decennio, gli Stati Uniti e i loro alleati rischiano di non poter sfruttare i tempi di navigazione ridotti offerti dalle nuove rotte. Per colmare questo divario, saranno necessari ingenti investimenti nella costruzione di navi rompighiaccio, al fine di rendere il passaggio a Nord-Ovest una via commerciale competitiva rispetto alla rotta del Mare del Nord controllata dalla Russia. Ma gli Usa non si arrenderanno perché «l’Artico è una regione strategicamente importante per gli Stati Uniti. L’obiettivo principale del Dipartimento della Difesa è proteggere la sicurezza del popolo americano, compresi coloro che chiamano l’Artico “casa”» e gli americani lo hanno chiaramente detto durante l’ultimo vertice di Riad con la Russia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/artico-conteso-2671249710.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-tesoro-in-minerali-che-puo-spezzare-il-monopolio-cinese" data-post-id="2671249710" data-published-at="1740940389" data-use-pagination="False"> Un tesoro in minerali che può spezzare il monopolio cinese La corsa al controllo dell’Artico non riguarda solo le rotte marittime, ma anche le vaste riserve di risorse naturali, in particolare petrolio, gas e minerali. Con la crescente domanda energetica globale molti Paesi hanno puntato lo sguardo su questa regione nella speranza di scoprirne nuove fonti. Storicamente tre aree dell’Artico sono state al centro dello sfruttamento petrolifero: la costa del Mare di Beaufort (include il versante settentrionale dell’Alaska e il delta del Mackenzie in Canada); l’Artico nord-orientale canadese (Nunavut); la Russia nord-occidentale (Mare di Barents e Siberia occidentale). Tuttavia, stime più recenti suggeriscono che l’Artico potrebbe contenere circa il 22% delle riserve mondiali di petrolio e gas ancora inesplorate. Secondo una valutazione del 2008 dell’Us Geological Survey, si tratta di un potenziale pari a 412 miliardi di barili di petrolio equivalente. Di queste risorse, si stima che circa il 78% sia costituito da gas naturale e gas naturale liquefatto (gnl). In particolare, il bacino della Siberia occidentale e quello del Mare di Barents orientale sono considerati strategici, poiché conterrebbero il 47% delle risorse artiche ancora non scoperte. In queste aree, il gas naturale e il gnl rappresenterebbero il 94% delle riserve totali. Nel suo rapporto economico del 2024, l’Arctic Economic Council (Aec) ha sottolineato il ruolo cruciale che l’attività mineraria nei Paesi artici potrebbe avere nel soddisfare la crescente domanda globale di materie prime essenziali. La regione artica ospita ben 31 di 34 materiali ritenuti fondamentali per la tecnologia dell’energia pulita. Tra questi spiccano gli elementi delle terre rare, indispensabili per lo sviluppo di veicoli elettrici, batterie e turbine eoliche. In particolare, Norvegia, Svezia e Groenlandia sono al centro dell’interesse per l’estrazione di questi materiali strategici. L’attività mineraria nell’Artico non è una novità: l’Alaska ospita la più grande miniera di zinco al mondo, mentre la Svezia vanta il più grande giacimento europeo di minerale di ferro. Secondo Arctic Review, la Groenlandia dispone di riserve minerarie di neodimio e disprosio sufficienti a coprire un quarto della futura domanda globale, pari a 38,5 milioni di tonnellate. Nel 2023, la società svedese Lkab ha annunciato la scoperta di un deposito di terre rare a Kiruna, con oltre 1 milione di tonnellate di ossidi, inizialmente il più grande d’Europa. Tuttavia, nel 2024 è stato superato dal Fen Carbonatite Complex in Norvegia. Queste scoperte rafforzano il ruolo dell’Artico nordico come alternativa alla Cina per l’approvvigionamento di terre rare, come conferma il rinnovato interesse di Donald Trump per i minerali della Groenlandia. Tuttavia, i costi elevati della manodopera e le rigide normative hanno spesso frenato gli investimenti, poiché le aziende del settore tendono a privilegiare operazioni a basso costo e alta resa. Oltre agli aspetti normativi ed economici, le difficili condizioni ambientali rappresentano un ulteriore ostacolo. Il freddo estremo e le poche ore di luce solare rendono complessa la costruzione di infrastrutture, mentre l’offerta di salari competitivi è necessaria per attrarre lavoratori qualificati. Di conseguenza, il potenziale minerario della regione è rimasto in gran parte inesplorato, un aspetto che l’Aec e altri attori stanno cercando di cambiare. Con una domanda di minerali essenziali destinata a crescere esponenzialmente e un’attenzione crescente sulla dipendenza dalla Cina, leader nel mercato delle terre rare, l’Artico sta tornando al centro dell’interesse per l’industria mineraria globale. Il futuro dello sviluppo petrolifero nell’Artico è condizionato da sfide tecniche, politiche e ambientali. Le difficili condizioni climatiche richiedono materiali e tecnologie avanzate per la costruzione di infrastrutture, soprattutto con l’aggravarsi del cambiamento climatico. Inoltre, l’ambiente fragile e le comunità indigene della regione impongono rigidi vincoli ai progetti legati a petrolio e gas. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/artico-conteso-2671249710.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="militarmente-oggi-mosca-e-dieci-anni-avanti" data-post-id="2671249710" data-published-at="1740940389" data-use-pagination="False"> Militarmente oggi Mosca è dieci anni avanti Negli ultimi anni, si è assistito a un’intensificazione della presenza militare nell’Artico. Russia e Cina hanno rafforzato la loro cooperazione militare nella regione, con Mosca che ha continuato a sviluppare infrastrutture strategiche, mentre gli Usa hanno progressivamente ridotto le proprie installazioni militari nell’area. Un episodio significativo si è verificato nel luglio 2024, quando il North American Aerospace Defense Command (Norad) ha intercettato bombardieri russi e cinesi nei pressi dell’Alaska. Si è trattato della prima volta in cui velivoli di entrambe le nazioni sono stati fermati insieme in questa zona. Tuttavia, il ministero della Difesa cinese ha poi chiarito che si trattava dell’ottava missione congiunta sul Mare di Bering dal 2019. Dal 2005 la Russia è impegnata nel riattivare le basi militari artiche risalenti all’epoca sovietica, oltre a rafforzare la sua marina e le capacità di combattimento nell’area. Dopo la fine della Guerra Fredda il Dipartimento della Difesa Usa ha ridotto o chiuso gran parte delle basi in Alaska, concentrandosi su altre aree del pianeta. Inoltre, il sistema di allerta del Norad si affida ancora a tecnologie radar obsolete, il che potrebbe spiegare le difficoltà nel rilevare tempestivamente le operazioni congiunte di Russia e Cina nella regione. Secondo gli esperti, l’Occidente avrà bisogno di circa un decennio per colmare il divario rispetto alla Russia nell’Artico. La Russia ha deliberatamente danneggiato le infrastrutture occidentali nell’Artico per consolidare la propria supremazia, senza assumersi la responsabilità degli attacchi. L’ultimo è avvenuto il 20 febbraio nel Mar Baltico, a est dell’isola di Gotland, con la Svezia che ha avviato un’indagine in seguito alla scoperta di un nuovo cavo danneggiato dopo che negli ultimi mesi si sono verificati diversi casi simili riguardanti infrastrutture sottomarine. Nel 2024 il Pentagono ha denunciato che Mosca aveva interferito con i sistemi Gps statunitensi nell’Artico. Anche altri Paesi della regione, come la Finlandia, hanno riportato episodi analoghi di disturbo del segnale Gps. Inoltre, nel 2021, un cavo in fibra ottica usato dalla Norvegia per monitorare l’attività sottomarina nell’Artico è stato reciso in circostanze sospette. Lo stesso è accaduto nel 2022, quando due cavi sottomarini che collegavano l’isola di Svalbard con la Norvegia continentale sono stati tranciati. In entrambi i casi la Norvegia ha dovuto fare affidamento su sistemi di backup meno efficienti, rivelando così le vulnerabilità della sua rete di comunicazione nell’Artico. Sebbene questi episodi possano essere accidentali o scollegati tra loro, il capo della Difesa norvegese ha dichiarato di ritenere che la Russia abbia le capacità per condurre tali operazioni. Come ricordato da The Barents Observer, un ulteriore segnale del predominio russo nella regione artica è la sua capacità di nuclearizzare l’area, mentre gli Usa hanno evitato di adottare strategie simili. La crescente presenza nucleare della Russia nell’Artico rappresenta una sfida gigantesca per gli Stati Uniti e la Nato.
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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