True
2024-07-22
Arte e fascismo: al MART di Rovereto in mostra le tendenze artistiche del Ventennio
True
content.jwplatform.com
«Una mostra che racconta il fiorire delle Arti nonostante il terreno politicamente inquinato in cui attecchirono». Così Daniela Ferrari (insieme a Beatrice Avanzi curatrice della mostra al Mart, nata da un’idea di Vittorio Sgarbi) introduce Arte e Fascismo, un’esposizione di grande interesse storico e culturale che parte da tre domande fondamentali: in che modo il regime fascista ha influenzato la cultura figurativa durante il ventennio? Come si è sviluppato il complesso sistema dell’arte? In che modo gli artisti hanno dato voce all’ideologia, ai temi e ai miti del fascismo?
Interrogativi complessi, che trovano risposta nel lungo e articolato percorso espositivo, dove oltre 400 opere di artisti diversi, noti e meno noti, dimostrano come durante il Ventennio, nonostante le ombre e le brutture di un’innegabile dittatura, l’arte abbia continuato ad «essere » e ad esprimersi in una moltitudine di linguaggi differenti. Se è vero, infatti, che il regime fascista usò per fini propagandistici i codici espressivi dell’arte e dell’architettura, è altrettanto vero che non impose uno stile preciso, lasciando spazio ad una creatività artistica ricca e molto varia, che spaziava dal gruppo del Novecento Italiano di Margherita Sarfatti (coltissima e storica amante del Duce, che rivestì un ruolo di primo piano nell’orientare il gusto e l’attenzione di Mussolini verso le arti figurative), all’Astrattismo, dal Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti a correnti pittoriche minori e più intimiste.
Per lo meno sino al 1938 (l’anno di proclamazione anche in Italia delle leggi razziali, che impediranno a pittori, scultori e architetti di origine ebraica di progettare, insegnare, esporre e vendere le proprie opere…), molti furono gli artisti che poterono esprimersi con una certa libertà: alcuni di essi aderirono al fascismo con estrema convinzione (uno su tutti, Mario Sironi) altri, come Giorgio Morandi o Reanto Guttuso (bellissimo il suo Fuga dall’Etna del 1940, a mio parere una delle opere più belle esposte in mostra) fascisti non lo furono mai. Tutti, comunque, ebbero la possibilità di esporre e di farsi conoscere attraverso un sistema delle arti corporativistico, gerarchico e fortemente organizzato (oltre che politicizzato), che se da una parte mirava chiaramente ad indirizzare e controllare l’arte per creare consenso, dall’altra permise a molti artisti (dal già citato Sironi a Funi, passando per Casorati e Campigli) di realizzare le loro opere più importanti proprio durante il Ventennio. Ed è questo che si racconta al Mart.
La Mostra, gli autori, le opere
Diviso in otto sezioni cronologiche e tematiche, il percorso espositivo parte dal già menzionato Novecento Italiano ( con opere di Bucci, Dudreville, Funi, Malerba, Marussig, Oppi e Sironi) promosso dalla Sarfatti e si conclude con La caduta della dittatura, quando con la fine del regime caddero anche i suoi simboli, effigi del Duce in primis: uno su tutti, Dux, il busto in bronzo realizzato nel 1928 dallo scultore milanese Adolfo Wildt (e presente al Mart), danneggiato dai partigiani nei giorni della Liberazione.
Tra gli anni ’20 e il 1943, l’alfa e l’omega della dittatura, le sale dedicate all’arte monumentale, all’architettura (considerata la più importante tra le arti per il suo ruolo nella rappresentazione del potere e per questo al centro delle esposizioni del regime), ai nuovi miti (gli atleti, ma anche i lavoratori, le madri e la famiglia), al complesso sistema delle arti (basato anche su premi, sovvenzioni, ed importanti esposizioni come la Triennale di Milano e la Quadriennale di Roma) e, fondamentale per i rapporti controversi che il Movimento ebbe con il fascismo, al Futurismo, che pur non divenendo mai «arte di Stato», con il regime condivise - amplificandoli attraverso la grafica, l’illustrazione e le immagini riprodotte in serie - i miti dell’azione, dell’interventismo, l’estetica della guerra e dei mezzi meccanici, il fascino della scienza e della tecnica.
A completare un’esposizione di straordinaria varietà (di cui Vittorio Sgarbi ha sottolineato la prospettiva antifascista che sta alla base del progetto), apparecchi radio d’epoca (in prestito da Radiorurale.it di Gabriele Gogna) e audio di canti di guerra.
Continua a leggereRiduci
Da Depero a Wildt, dalle avanguardie futuriste all’architettura razionalista, con un’esposizione ricca di oltre 400 pezzi (aperta al pubblico sino al 1° settembre 2024) il Mart di Rovereto torna a indagare l’arte del Ventennio, interrogandosi su come il regime fascista influì sulla produzione figurativa italiana dei primi decenni del Novecento.«Una mostra che racconta il fiorire delle Arti nonostante il terreno politicamente inquinato in cui attecchirono». Così Daniela Ferrari (insieme a Beatrice Avanzi curatrice della mostra al Mart, nata da un’idea di Vittorio Sgarbi) introduce Arte e Fascismo, un’esposizione di grande interesse storico e culturale che parte da tre domande fondamentali: in che modo il regime fascista ha influenzato la cultura figurativa durante il ventennio? Come si è sviluppato il complesso sistema dell’arte? In che modo gli artisti hanno dato voce all’ideologia, ai temi e ai miti del fascismo? Interrogativi complessi, che trovano risposta nel lungo e articolato percorso espositivo, dove oltre 400 opere di artisti diversi, noti e meno noti, dimostrano come durante il Ventennio, nonostante le ombre e le brutture di un’innegabile dittatura, l’arte abbia continuato ad «essere » e ad esprimersi in una moltitudine di linguaggi differenti. Se è vero, infatti, che il regime fascista usò per fini propagandistici i codici espressivi dell’arte e dell’architettura, è altrettanto vero che non impose uno stile preciso, lasciando spazio ad una creatività artistica ricca e molto varia, che spaziava dal gruppo del Novecento Italiano di Margherita Sarfatti (coltissima e storica amante del Duce, che rivestì un ruolo di primo piano nell’orientare il gusto e l’attenzione di Mussolini verso le arti figurative), all’Astrattismo, dal Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti a correnti pittoriche minori e più intimiste. Per lo meno sino al 1938 (l’anno di proclamazione anche in Italia delle leggi razziali, che impediranno a pittori, scultori e architetti di origine ebraica di progettare, insegnare, esporre e vendere le proprie opere…), molti furono gli artisti che poterono esprimersi con una certa libertà: alcuni di essi aderirono al fascismo con estrema convinzione (uno su tutti, Mario Sironi) altri, come Giorgio Morandi o Reanto Guttuso (bellissimo il suo Fuga dall’Etna del 1940, a mio parere una delle opere più belle esposte in mostra) fascisti non lo furono mai. Tutti, comunque, ebbero la possibilità di esporre e di farsi conoscere attraverso un sistema delle arti corporativistico, gerarchico e fortemente organizzato (oltre che politicizzato), che se da una parte mirava chiaramente ad indirizzare e controllare l’arte per creare consenso, dall’altra permise a molti artisti (dal già citato Sironi a Funi, passando per Casorati e Campigli) di realizzare le loro opere più importanti proprio durante il Ventennio. Ed è questo che si racconta al Mart.La Mostra, gli autori, le opereDiviso in otto sezioni cronologiche e tematiche, il percorso espositivo parte dal già menzionato Novecento Italiano ( con opere di Bucci, Dudreville, Funi, Malerba, Marussig, Oppi e Sironi) promosso dalla Sarfatti e si conclude con La caduta della dittatura, quando con la fine del regime caddero anche i suoi simboli, effigi del Duce in primis: uno su tutti, Dux, il busto in bronzo realizzato nel 1928 dallo scultore milanese Adolfo Wildt (e presente al Mart), danneggiato dai partigiani nei giorni della Liberazione. Tra gli anni ’20 e il 1943, l’alfa e l’omega della dittatura, le sale dedicate all’arte monumentale, all’architettura (considerata la più importante tra le arti per il suo ruolo nella rappresentazione del potere e per questo al centro delle esposizioni del regime), ai nuovi miti (gli atleti, ma anche i lavoratori, le madri e la famiglia), al complesso sistema delle arti (basato anche su premi, sovvenzioni, ed importanti esposizioni come la Triennale di Milano e la Quadriennale di Roma) e, fondamentale per i rapporti controversi che il Movimento ebbe con il fascismo, al Futurismo, che pur non divenendo mai «arte di Stato», con il regime condivise - amplificandoli attraverso la grafica, l’illustrazione e le immagini riprodotte in serie - i miti dell’azione, dell’interventismo, l’estetica della guerra e dei mezzi meccanici, il fascino della scienza e della tecnica. A completare un’esposizione di straordinaria varietà (di cui Vittorio Sgarbi ha sottolineato la prospettiva antifascista che sta alla base del progetto), apparecchi radio d’epoca (in prestito da Radiorurale.it di Gabriele Gogna) e audio di canti di guerra.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.